Autore: Fabrizio Provera

  • Bandana, maieta, culsunit (o fuseaux), sciavatt: Mauro Contini da Robecco è partito col suo trattore, direzione Cielo

    Bandana, maieta, culsunit (o fuseaux), sciavatt: Mauro Contini da Robecco è partito col suo trattore, direzione Cielo

    Doveva fare un cazzo di freddo, quella sera-quasi-notte di gennaio in cui, mentre nevicava (credo fosse giovedì), di ritorno dal Bar Castello di Abbiategrasso, dove (sarà stato il 2008, 2010) avevamo rimirato i fiocchi cadenti concedendoci Gordon (la birra) e credo un buon Cuba Libre, incrociamo un trattore spazzaneve tra Cascinazza e Casterno. Da bambini cresciuti (insomma..), lo spettacolo della neve in vallata non ce la saremmo mai persi. E infatti non ce la perdemmo..

    Dunque lo spazzaneve: cabina aperta, e già doveva farci capire qualcosa, due bicipiti che ‘spuntavano’ da uno smanicato arancione, un piumino, una specie di Moncler degli anni d’oro.. “Figa, ma quel lì l’è al Mauro… Mauroooo!”, e giù il finestrino della mia Golf.

    Mauro Contini, nevicata in corso, un paio di gradi sotto lo zero, senza fare un plissè, ci salutò con la mano destra e proseguì a spalare e ripulire la sua, la nostra amata vallata.

    Fu l’unica volta che vidi, che vedemmo, Mauro Contini con qualche capo di abbigliamento ulteriore alla sua abituale ‘mise’: bandana (specie negli ultimi anni), maglietta della salute, culsunit, che aveva progressivamente sostituito con dei fuseaux, ai piedi sciavatt (o socul).

    Fece uno strappo in occasione della sua vittoria, in coppia con l’amica e coscritta Betty Cislaghi, quando partecipò nel settembre 2019 ad una puntata di Cortesie per gli Ospiti, il format di Real Time. In quell’occasione sfoggiò almeno due perle (oltre alle maniche di camicia): spaccò la maniglia della casa dove andò a cenare (gli rimase letteralmente in mano), poi all’arrivo del formaggio in tavola se ne uscì con un epico ‘la buca l’è no straca se la sa no da vaca’.

    Era lui, al duecento per cento. Era Mauro Contini, 61 anni, davvero troppo pochi, cazzo davvero pochi; Mauro Contini, che dopo aver combattuto come Leonida e gli spartani contro un male che aveva preso la forma d’una batteria di Caterpillar, che avrebbe steso qualsiasi altro essere umano in un amen, ha ceduto dopo mesi di indomita battaglia.

    Mauro Contini ha vissuto un centinaio di vite, su per giù. Gran visir del trattore, superlativo terzista, re dei campi, principe degli anfratti boschivi dell’Est Ticino, appassionato di ju jitsu (vinse anche dei titoli abbastanza importanti), pizzaiolo (anni addietro prese in gestione il locale di via Dante, dove nelle gelide sere invernali s’appoggiava a braccia nude contro la vetrina, improbo per chiunque altro), a un certo punto apre un locale tutto suo in viale Espinasse a Magenta, dove dispensa magnifici brasati con funghi, pulenta e cassoeula, pulenta e ciuire, trippe, arrosti, risotti e tutto l’abc della milanesità a tavola.

    Un locale da fuoriclasse, che durò lo spazio di poche settimane.. Una stella che brillò troppo poco, ma dove facemmo in tempo a pranzare un paio di volte sbelicandoci dalle risa:

    ‘Ue gratacu, vegna chi a fa un articul sul to giurnal un quasi mesdì’
    ‘Mauro, al me giurnal l’è dumà on line, osti ta se rista indrè.. tal veda su l’Internet e sul feisbuc’
    ‘Ma vada via al cu, a l’è no al me miste..’
    ‘Ga mancaria, comunque giuedi a vegni lì, ta ma fe un bel risott cunt i funcc?’
    ‘Va ben, ta quati..’

    Più vulcanico dell’Etna, si era trasferito a Boffalora, dove prese in gestione una panetteria-gastronomia-tut al rest e anca pusse dove partecipammo all’inaugurazione.
    Scappando a gambe levate dopo che le bottiglie di Prosecco stappate superarono pericolosamente la dozzina..

    ‘Mauro a vu via, se no restum chi fin a duman matina’
    ‘E sta ghe da fa da mej? Gratacu..

    I Contini della Bassana, nobiltà di contado robecchese a denominazione d’origine controllata e garantita, più celeberrimi che celebri. Sono sempre stati tutt’uno con la terra, la smisurata forza fisica (suo fratello Francesco lo vidi coi miei occhi sollevare due balle di fieno che avrebbe richiesto un quattro di coppia del canottaggio), manuale di lingua dialettale, quintessenza dell’allure da ‘paisan’.

    Mauro Contini and family (and friends), la plastica dimostrazione che la tradizione agricola in Lombardia è il cuore pulsante di una cultura millenaria, in cui nei campi si intrecciano storie di fatica, amore per la terra e dedizione. Ogni seme piantato racconta il ricordo di generazioni che hanno coltivato il suolo con passione, forgiando l’identità di intere comunità attraverso un mestiere antico, custode di saperi antichi. La cura del terreno diventa così un’arte, e le tecniche tradizionali, affinemente perfezionate, testimoniano un legame profondo con la natura: la terra lombarda si trasforma in un libro aperto, narratore di epoche ormai lontane.

    Ogni zolla scavata è un omaggio al passato e una promessa per il futuro, e la coltivazione, fatta di sudore e dedizione, diventa un rituale che celebra il ciclo della vita. I campi che si configurano come un teatro di riti quotidiani che uniscono comunità e tradizione, in una danza antica e preziosa che vede la semina, la cura e il raccolto come tappe fondamentali. Per secoli, il lavoro agricolo è stato la spina dorsale dell’economia locale, in cui ogni stagione porta nuove sfide e la gioia del frutto del proprio impegno.

    Ogni raccolto si configura come il trionfo della collaborazione tra uomo e natura, mentre la terra lombarda, fertile e generosa, continua a essere fonte di vita e sostentamento. Il rispetto per il lavoro nei campi equivale a quello per la memoria di chi ha tracciato la via, e il mestiere agricolo, pur evolvendosi nel tempo, conserva il suo spirito antico.

    Le tradizioni agricole restano un patrimonio inestimabile da custodire e valorizzare, e la memoria di chi ha lavorato la terra si riflette ancora oggi nei campi, parlando a chi sa ascoltare. Onorare il passato e il lavoro nei campi, affinché il loro valore non svanisca nel tempo.

    Di questo antico rito laico, e anche un po’ pagano ancorché intriso di religiosità popolare, Mauro Contini è stato un gran sacerdote.

    Ti ricordo quando ad aprile del 2024, mentre combattevo tra la vita e la morte in Rianimazione a Magenta, mi mandasti un messaggio vocale.. vietato ai minori. Ma siccome ero intubato lo ascoltò mia sorella. Ta disi no che facia la fai…

    Di tutto il profluvio di cazzate che si dicono in morte di persone come te, Mauro, vale solo il Ti sia lieve la terra, materia di cui eri impastato. Nell’arco di un anno e mezzo quella Volontà che tutto vede, tutto domina, tutto sovrasta, e tutto ammutolisce mentre noi, poveri mortali, vediamo senza comprendere, ha portato via a e da Robecco il Gigi Dameno, il Massimo Rondena e ti, al Mauro Contini (l’articolo si antepone al nome di battesimo, chi da num).

    Tutti attorno ai 60, tutti ancora giovani, tutti immersi da sempre nell’esprit più profondo e autentico di Robecco.

    Quello spirito non muore né morirà mai, te lo possiamo promettere serenamente. Non vi dimenticheremo, né ora né un giorno lontano. >Gigi Dameno con giubbotto giallo catarifrangente, Massimo Rondena coll’immancabile motosega, tu col trattore; da oggi c’è un piano neve coi controcazzi, lassù.

    A noi tocca rimanere quaggiù. Ma non dimentichiamo, neppure un giorno.

    «Vedi, ora essi svaniscono, i volti e i luoghi / che amai, divengono nuovi / trasfigurati in un altro disegno»

    Addio Mauro. Il tuo affezionato gratacu.

    I funerali di Mauro Contini si terranno giovedì 6 febbraio, alle 10.30, nella chiesa parrocchiale di san Giovanni Battista, in piasa a Rubec.

    Fino ad allora, Mauro riposerà nella Casa Funeraria dell’Anna e del Pietro, in stra’ San Giuann. In sua memoria saranno raccolte offerte a sostegno dell’eccezionale lavoro che ogni giorno viene compiuto all’Hospice di Abbiategrasso.

  • A quest’ora cominciavamo a sorseggiare cocktail e sogni al Room di Giovanni Filippini e Giulia Galeotti. E il mondo, magicamente, ci faceva meno schifo

    A quest’ora cominciavamo a sorseggiare cocktail e sogni al Room di Giovanni Filippini e Giulia Galeotti. E il mondo, magicamente, ci faceva meno schifo

    “L’Eligio del Blue. Dunque, via IV Giugno angolo via Mazenta. Blue Harmony, bar. Anni Novanta ed i primi del nuovo millennio. Si può dire che la mattina, quando la signora Luciana serviva al banco le colazioni con il marito l’Eligio, appunto, noi lo si frequentasse appena. Purtuttavia è accaduto in alcune occasioni per il fatto, semplicissimo, che avevamo fatto notte lì dentro. Era accaduto in un gennaio di nebbia.

    Ci alziamo di malavoglia, però. Adriano sta sulla porta, maniche di camicia rimboccate agli avambracci e si vede che ha in mente solo il letto quando, quando dal fondo della via IV Giugno si sente il frastuono da tosaerba di un sei cilindri raffreddato ad aria. La vettura si ferma lato via Mazenta. Esce un uomo, circa uno e settanta, biondo rado, tutto in bianco, giacca, calzoni, camicia, cravatta, sciarpa, scarpe e cintura, candido come la neve. Parla con Adriano che lo guarda. Adri entra e riordinando le maniche della camicia dice che ha capito, che non si esce più, e dice che il fenomeno deve essere uno dei vostri. Il fenomeno se ne sta lì in mezzo alla nebbia e accende una Marlboro. Poi entra, e arraffa il Cardinal Mendoza ordinato per la via. Alla mattina entra l’Eligio e non dice una parola. Ce ne stavamo al bivacco sui divanetti della sala dei morosi”.

    Emanuele Torreggiani, oltre ad essere ed essere stato il Miglior Fabbro della scrittura nell’Est Ticino (assieme a Luciano Prada da Corbetta), è stato, tra le tante altre, uomo da e di bancone. Non appaia casuale l’incipit che Emanuele dedicò al leggendario Blue Harmony, intramontabile e intramontato bar degli anni Ottanta e Novanta, appostato a poche decine di metri da quell’antro inarrivabile, di costrutto architettonico e seduzioni enoiche, che il Room di via IV Giugno, per opera merito di Giovanni Filippini, architetto, e Giulia Galeotti, virtuosa Nostra Signora del bere miscelato, ha rappresentato per undici anni. Dal 2013 a ieri l’altro, quando il Room ha mestamente abbassato la saracinesca per sempre. Giulia aveva smesso di deliziare noi, impenitenti e appassionati anfitrioni del Room, soprattutto nelle serate più eccitanti, ovviamente e soprattutto il lunedì, da tempo; le era subentrato, magno cum gaudio di noi etilisti, e con grande passione, Maurizio ‘Morris’ Martignon, riuscito nella quasi proibitiva impresa di non sfigurare al cospetto di colei la quale, semplicemente, è stata la più grande barman di Magenta, al pari del primo ed imperituro, indimenticabile, Giuseppe Pino Donatiello, che nel 1981 con l’Antony Cocktail Bar imprimette la prima, vera svolta etilica a Magenta. Il Room, oltre ai tanti altri, vantava anche un primato pionieristico: è stato il locale dalla cura grafica, estetica e dalla comunicazione visiva, decisamente dieci passi avanti a tutti gli altri. Cominciavamo attorno all’ora di uscita di questo pezzo: le 22, 22.30. Ad libitum.

    Eh già, il Pino.. Una sorta di grande papà, sorridente e confessore, di tutti noi, irregolari da bancone dacché irregolari (dapprima) nella vita, sempre troppo indaffarati per lavorare (seriamente), copyright del nunc et semper Emanuele Torre.

    Al Room abbiamo vissuto una stagione epica ed irripetibile, anagrafica ed estetica. Abbiamo trapiantato nel cuore di Magenta l’esprit di Papa Hemingway, che una sulfurea notte del giugno 2021 onorammo al Floridita di L’Avana ingollando 10 Daiquire Rebelede (verso l’ottavo la statua di Papa, assisa come un trono al lato del bancone d’elegante legno caraibico del locale icona in tutto il mondo, prese a parlarci):
    “Non c’è mai stato un grande bar senza un grande barman.”

    “Il bar era come un porto sicuro, un luogo dove il mondo esterno non poteva disturbarti.”

    “I banconi dei bar sono i luoghi dove si possono ascoltare storie migliori di quelle che potresti mai scrivere.”

    “In un bar, come nella vita, devi sapere quando andare via.”

    Tutto accaduto, tutto vero.

    Ernest Hemingway e i bar dell’Avana: Il Floridita e la Bodeguita del Medio

    Quando Ernest Hemingway si stabilì a L’Avana negli anni ’30, trovò nella città non solo una casa, ma anche una fonte inesauribile di ispirazione. La sua vita a Cuba era un mix di scrittura, pesca d’altura e serate nei bar che avrebbero lasciato un segno indelebile nella sua leggenda. Tra tutti i luoghi che frequentava, due divennero i suoi santuari: il Floridita e la Bodeguita del Medio.

    Il Floridita: “La culla del Daiquiri”
    Situato nel cuore dell’Avana Vecchia, il Floridita divenne presto il bar preferito di Hemingway. Qui, sotto i lampadari in stile coloniale e circondato da un’atmosfera elegante, l’autore trovò conforto e creatività. Fu in questo locale che nacque il leggendario *Daiquiri Hemingway*, una variante del cocktail classico, più secca e forte, creata appositamente per lui. Hemingway amava ordinare il suo drink “con poco zucchero” e spesso raddoppiava le dosi di rum.

    Un’iconica frase attribuita a lui riassume il suo amore per questi due bar:
    “My mojito in La Bodeguita, my daiquiri in El Floridita.”

    Al Floridita, Hemingway non era solo un cliente, ma una presenza fissa. Il suo posto preferito era all’angolo del bancone, dove poteva osservare le persone entrare e uscire, raccogliendo frammenti di conversazioni e storie. Ancora oggi, una statua di bronzo a grandezza naturale lo ritrae appoggiato al bancone, come se stesse aspettando il prossimo Daiquiri.

    La Bodeguita del Medio: Il tempio del Mojito

    Se il Floridita era il regno del Daiquiri, la Bodeguita del Medio era il santuario del Mojito. Questo piccolo locale, situato in una stretta via dell’Avana, offriva un’atmosfera più rustica e informale, perfetta per Hemingway. Qui, tra le pareti coperte di graffiti e le foto di visitatori famosi, Hemingway si lasciava andare alla semplicità della vita cubana.

    Il Mojito, un mix di rum, zucchero, lime, menta e soda, era il suo drink preferito in questo bar. Si dice che spesso lo accompagnasse con piatti della cucina locale, godendosi la musica dal vivo e conversando con i residenti.

    L’Avana come musa

    I bar dell’Avana non erano solo luoghi di svago per Hemingway, ma spazi che alimentavano la sua creatività. Si dice che molte pagine di *Il vecchio e il mare* siano nate durante le sue giornate a Cuba, ispirate dalla vita dei pescatori e dalle sue avventure in mare.

    Oggi, sia il Floridita che la Bodeguita del Medio sono meta di pellegrinaggio per i fan di Hemingway, simboli immortali di un’epoca in cui il genio letterario e la cultura cubana si intrecciavano. Hemingway non viveva i bar come semplici luoghi di ritrovo, ma come teatri della vita, dove ogni sorso di rum raccontava una storia e ogni serata lasciava un segno indelebile nella sua anima e nelle sue opere.

    Traslate Avana con Magenta, Floridita e Bodeguita con Room, ed avrete esattamente resa, in plastica perfezione, la vicenda umana, etilica e barricadera che abbiamo vissuto al Room di Giovanni, Giulia e Maurizio. L’unico cocktail bar con una ricetta esclusiva dedicata al filosofo Julius Evola
    , dove il bon vivant abbiatense Corrado Re passava a mezzanotte per ritirare un Moscow Mule da asporto, da sorseggiare nel suo giardino di Cascinazza, dove Maurizio seppe riprodurre un Daiquiri Rebelde prossimo alla perfezione, dove una notte rimanemmo a discutere di alcoli e sogni con Giulia Galeotti fino all’albeggiare estivo delle 6.30, dove il duca Del Gobbo entrò con tanto di bicicletta e bandana gialla in stile Mirko Oro-Little Steven, dove una notte rischiammo di incendiare i gingilli del bancone con un’improvvida e incontrollata fiammata, dove parcheggiavamo in perenne divieto di sosta senza mai essere multati (un sincero grazie alla forze dell’ordine), dove c’abbagliava la beltà delle cosce di quella ragazza lì, del sorriso dell’archeologa, la magentina più bella degli ultimi decenni, dove scoprimmo miscele alcoliche, amari, Gin, whisky, sour, Mezcal, assenzi, malti scozzesi ed imperiali nel senso del Giappone, dove… Basta. Rimane tutto disordinatamente relegato nelle memorie di tutti noi. Non c’è alcuna speranza di redenzione dal comune senso di magone che c’ha preso tutti, appresa la dolorosa notizia dalla bacheca del locale. Perché, molto semplicemente, un locale come il Room, a Magenta, non c’era mai stato e non ci sarà mai più. Ci sarà soltanto rimpianto, per i cocktail (e gli anni) dissolti come sogni nella nebbia, di rock’n roll ma non solo, per le occasioni colte e quelle perse, per le parole spese e quelle rimaste strozzate. Perché fuori dal bar c’è sempre gente banale e triste, rimasta indietro di qaualche drink. Perché al bancone del Room ci sembrava che il mondo, là fuori, facesse meno schifo. Forse era soltanto un’illusione, una pretesa riscrizione del reale. Ma noi c’abbiamo creduto, eccome se ci abbiamo creduto. Addio Gio, Giulia, Maurizio. Addio, solitari avventori d’una sera o una notte. Sappianmo soltanto che senza di voi le nostre vite sarebbero state ancora più misere.

    Vi capiremo davvero per bene soltanto adesso, che non ci sarete più. Come accade per tutte le cose che distrattamente ci accadono, nella vita.

    “Io sono impastato di Langa; le vigne, le colture, i gerbidi, i rittami, i noccioleti, la terra aspra e faticata, le case aggrumate sulla collina, il cimitero frammezzo alle vigne, colmo di ricordi e talvolta anche di sole; sono la mia vita, e non c’è altra terra al mondo che mi parli contemporaneamente e delle ricordanze e del desiderio di lasciare un segno, anche tenue, accanto a quelli di coloro che mi hanno preceduto; né vi è altra terra che mi conforti, negli aspri momenti che la vita elargisce quotidianamente”.
    Riccardo Riccardi, conte di Santa Maria di Mongrando

    «Ecco, ora svaniscono / I volti e i luoghi, con quella parte di noi che, come poteva, li amava, / Per ritrovarsi, trasfigurati, in un’altra trama»
    T.S. Eliot

  • Robecco e l’Est Ticino dicono addio a Rino Garavaglia, Signore del Mobile (antico)

    Robecco e l’Est Ticino dicono addio a Rino Garavaglia, Signore del Mobile (antico)

    “Il passato regala bellissimi esempi di alcuni tratti della sua storia. Sono monumenti, opere d’arte, tradizioni o semplici manufatti. Ciascuno, a suo modo, fa rivivere emozioni legate al pensiero di vite che si sono intrecciate con quegli oggetti o hanno prodotto quelle opere.

    Un mobile antico è un esempio di una parte tangibile del passato che ha vissuto la sua storia ed è arrivata a noi. I mobili antichi hanno il fascino dell’oggetto privato, forse amato, forse indifferente, ma che comunque ha vissuto l’intimità di una famiglia.

    Il restauratore è colui che si occupa, prima di tutto per passione, di riportare i vecchi mobili del passato a nuova vita. Un buon restauratore è innanzitutto bravo in storia.

    Le antiche botteghe di restauro, quelle che si trovano nei centri storici delle grandi città o, quasi anonime e nascoste, discrete, nelle stradine dei paesi, spesso sono forti dell’esperienza maturata da decenni di attività, tramandata da padre in figlio.

    I restauratori che operano in queste botteghe sono cresciuti respirando il profumo del legno e delle essenze ed hanno giocato con trucioli e legnetti.

    Così come l’arte del restauratore si tramanda da generazioni, ma se c’è passione si può imparare, così il mobile antico, se non lo si possiede, si può acquistare e considerarlo un’eredità gradita da lasciare alla famiglia“.

    Abbiamo trovato queste parole sul sito di un’antica bottega dell’Italia centrale, da un ‘collega’ di quel Rino Garavaglia da Robecco sul Naviglio, morto venerdì a 89 anni, che ha segnato per decenni la storia di un mestiere, di una passione, di una dedizione assoluta ad un’arte che molti, troppi, considerano oggi fuori dal tempo.

    Errore marchiano dell’epoca che viviamo, che innalzando l’iper velocità a modello assoluto sta portando alla decostruzione dei fondamenti su cui siamo cresciuti, come civiltà e consesso di uomini. Rino Garavaglia ha ridato lustro al tempo, ridato vita e lucentezza a mobili più o meno pregiati, ma tutti onusti e carichi di storia.

    Per molti anni, quand’eravamo piccoli, era impossibile non rimanere catturati dagli odori e dai profumi dei materiali coi quali curava il legno antico con proverbiale sapienza: la sua bottega era collocata nel tratto finale di via Matteotti (sino agli anni Sessanta-Settanta ricca di negozi ed attività commerciali, come documentato da Dario Tonetti in un bellissimo libro), all’interno di villa Gaia. Ossia il monumento maggiormente simbolico di Robecco.

    Da diverso tempo, invece, i figli Marco e Stefano (che hanno appreso dal papà Rino quest’arte che fa della trasmissione famigliare una delle sue caratteristiche distintive) si sono trasferiti ai ‘piedi’ del ponte carrabile, adiacenti ad un’altra villa che testimonia la bellezza senza tempo di Robecco, ossia villa Fasana. Ed è lì che quegli stessi profumi, odori e ritmi scandiscono la vita, la passione ed il lavoro quotidiani di una famiglia che si è votata ad un’attività che ha un valore decisamente più grande di quello economico o materiale.

    Il legno antico, il mobile, i suoi cassetti, le ante, i vetri che lo accompagnano e adornano, i suoi robusti appoggi, sono un esempio vivente della Tradizione. Quella che Marcello Veneziani definisce così: “Tradizione è senso della continuità, un’eredità tramandata e da tramandare. Comporta dunque un rapporto fecondo non solo col passato ma anche col futuro. La tradizione non è il culto del passato ma il senso della continuità; e rispetto al passato seleziona ciò che è morto da ciò che vive. È implicito nella tradizione con l’idea di trasmissione, il passaggio di testimone di generazione in generazione, di padre in figlio, di maestro in allievo, e via dicendo”.

    Né più, né meno. Per tutta la sua vita Rino Garavaglia, i cui funerali si celebrano lunedì 5 agosto alle 11, nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, ha fatto esattamente questo: ridare vita, ‘eternizzare’ il legno antico, divenendo il riferimento di moltissime persone e famiglie, anche ben fuori da Robecco; persone e famiglie che per tutta la loro vita, quando c’era un mobile antico cui ridar vita, semplicemente si rivolgevano senza alcuna esitazione a lui, al ‘Rino’. Un’arte che ora i suoi figli perperetuano. E che speriamo non si interrompa mai.

  • Addio a Massimo Rondina da Rubec, lo piangono (anche) i suoi amati boschi

    Addio a Massimo Rondina da Rubec, lo piangono (anche) i suoi amati boschi

    Un lunedì mattina, analogo ad oggi, giorno in cui stiamo scrivendo quelle classiche righe che non si vorrebbero mai scrivere, eravamo dal comune amico Stefano Viganò alla cascina Bullona per programmare un evento. Primavera. Sentiamo a breve distanza il rumore di un albero tranciato da un colpo secco di motosega. “Ques chi poeu ves duma al Massimo (Rondina)..”, diciamo sorridendo a Stefano. Che sorride a sua volta. Meno di cinque minuti ed eccolo entrare dalla porta del fu agriturismo che tutti rimpiangiamo (lo ha rimpianto senz’altro anche lui); lui, Massimo Rondina, che dava del tu ai boschi e alle piante, con la sua imponente mole da oroglioso uomo della valle del Ticino.

    Ricordiamo anche la battuta di un suo amico di lunga data, Roberto Colombo, geometra e barone del centrocampo quando vestiva la maglia del Concordia:
    ‘Te vist al Rundina??
    ‘No, ma se ta sinta un motosega d’una quai part tal troeuva subit’.

    Massimo Rondina ha combattuto, come detto e ridetto dai suoi tanti amici che da ieri lo piangono sui social, contro una di quelle malattie che non lasciano scampo. Beh lui non s’è certo affranto, rimanendo in piedi fino al fischio finale, lui che al pallone da calcio dava del tu, finché il male ha prevalso. Ma neppure questo potrà affievolire il ricordo di un eterno ragazzo entrato nella vita quotidiana e nel cuore di tantissimi robecchesi, paese che amava (contraccambiato), soprattutto nella vallata e tra i suoi amati boschi, dove anche di recente, nonostante le terapie e l’affievolirsi delle forze, amava andare per apprezzarne il silenzio, magari in compagnia del suo amico Walter Viganò.

    Maschera del quotidiano dalla sempiterna battuta pronta, ricordiamo (noi ragazzini, lui solo qualche anno in più, quindi giovane uomo) il Massimo Rondina ‘ariete’ dell’Elvezia Edile, una delle squadre più iconiche del leggendario tornero serale dell’oratorio maschile, organizzato ai tempi dell’altrettanto compianto don Gabriele Ceriotti grazie all’infaticabile Ezio Cislaghi. Tornei che facevano registrare, a fine degli anni Ottanta, anche 500 spettatori paganti in occasione delle finali.

    Massimo fu co protagonista anche di una delle più epiche zingarate di quel tempo lontano e irripetibile, zero social e zero smartphone, piazza e oratorio sempre pieni, ogni sera e ogni pomeriggio (oggi piazza XXI Luglio è quasi sempre deserta). Succede che una sera infrasettimanale, martedì o mercoledì, le compagnie riunite davanti al bar del Sandro si guardano in faccia e fanno scattare una gavettonata imperiale: palloncini d’acqua tutti contro tutti, palloncini che diventano secchiate, da qualche parte spunta una canna (l’avrà tirata fuori il Jean? E’ intervenuta la prescrizione..), ed ecco che dalle retrovie spunta una 500 bianca degli anni Sessanta, parcheggiata senza colpo ferire in mezzo alla piazza (a fianco dell’attuale fontana): è del Massimo, che approfitta per lavarla. Shampoo, spugna, culzunit, sciavatt.. e via. Lavada e sugada.. Tra le risa scompisciate degli astanti.

    Negli ultimi anni era diventanto il Mister Wolf dell’Iper di Magenta:
    riparava, aggiustava, interveniva. Frigoriferi, banchi, manutenzioni. Lui c’era sempre. Mercoledì alle 11 in chiesa parrocchiale (Santo Rosario alle 10.30) lo saluteremo in tanti, stretti attorno alla mamma, alla moglie Maddalena, alla figlia Giulia e a tutti, tanti appunto, che gan vursu ben. A distanza lontana, ne siamo certi, gli renderanno omaggio anche gli amati boschi. Che gli dedicheranno un ultimo, sommesso, sofferto ma affettuoso silenzio. Ciao Massimo.

  • TN dal Mondo. Che bella storia: il magentino Andrea Cairati ‘accompagna’ PizzAut al palazzo Onu di New York

    TN dal Mondo. Che bella storia: il magentino Andrea Cairati ‘accompagna’ PizzAut al palazzo Onu di New York

    Andrea Cairati è un (ancora) giovane magentino appassionato di tematiche sociali e innamorato di Magenta. Professionista con esperienze lavorative importanti nel gruppo Rai e in società finaziario-bancarie di alto livello, da anni si dedica anche all’associazionismo partecipando a Non di Solo Pane, a Fucsina e alla valorizzazione della storia e dell’area ex Saffa.

    Ma quello che ha fatto in questi giorni vale davvero la pena di essere raccontato: grazie agli ottimi rapporti e alle capacità relazionali di Andrea, 14 persone sono volate da Milano a New York grazie ai posti garantiti dal gruppo Neos Alpitour alla conferenza mondiale Onu sulla disabilità, che si è occupata anche della ‘accomodation’ della delegazione.

    Un eveno internazionale svoltosi dall’11 al 13 giugno con la partecipazione del Ministro per le disabilità Alessandra Locatelli: era la 17ma Conferenza annuale degli Stati parte della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

    Al convegno sono intervenuti i presidenti di alcune realtà del mondo del Terzo Settore che in Italia gestiscono attività di ristorazione inclusive. Hanno portato, inoltre, la loro testimonianza lo Chef Antonio Ciotola della Federazione Italiana Cuochi, Elena Appiani, già Direttore internazionale dei Lions e Global Action Team Leader per l’Area Costituzionale Europa, e Serafino Corti, coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità.

    Al termine del convegno un evento conviviale nel corso del quale le associazioni Breakcotto, Luna Blu, PizzAut, Rullifood, Rurabilandia e il Tortellante hanno offerto una dimostrazione pratica delle loro abilità entrando anche nelle cucine delle Nazioni Unite e preparando le loro specialità. Presente anche il Ministro per la Disabilità del Governo italiano, Alessandra Locatelli.

    Ma proprio PizzAut ha beneficiato dell’intervento di Andrea: Nico Acampora, fondatore della straordinaria realtà lombarda che dà lavoro a ragazzi autistici (PIZZAUT è un laboratorio di inclusione sociale, è un ristorante/pizzeria gestito da ragazzi con autismo affiancato da professionisti della ristorazione e dei processi educativi), ha parlato con Andrea del “sogno di rendere sempre più inclusivo il mondo, per tutte quelle persone con disabilità e nel nostro caso a beneficio delle persone con autismo”.

    “È bello essere a Central Park con i ragazzi che rimangono incantati, ed io con loro, di fronte ad uno scoiattolo che mangia l”anguria. Mentre sento le parole di Andrea “che mi chiede chi gli ha sbucciato l’anguria allo scoiotallo” un’amica italiana mi manda il servizio di LA7 che inquadra proprio Andrea mentre sta servendo le Pizze all’ONU. È una piccola rivoluzione…pensare che di Autismo si parlava soltanto il 2 aprile. Ps. Mi colpisce la saggezza di Andrea che mi dice: ‘Nico è bello che il telegiornale parla di me, di PizzAut e dei miei colleghi…ma anche lo scoiattolo che mangia l’anguria è bello’. Questo uno degli scampoli di ‘vita vissuta’ da questo splendido team nella Grande Mela.

    Beh che altro dire: chapeau ad Andrea Cairati, e chissà che un giorno PizzAut e Magenta… Chissà..

    GUARDA LA VIDEO INTERVISTA:

  • Magenta, il seppuku perfetto del Pd: archivia Razzano (e Invernizzi) e si isola a sinistra. Intanto Salvaggio tace e fa selfie

    Magenta, il seppuku perfetto del Pd: archivia Razzano (e Invernizzi) e si isola a sinistra. Intanto Salvaggio tace e fa selfie

    “Che cos’è il Seppuku? I non giapponesi chiamano l’autosventramento rituale “Hara-kiri”, ma non sentirete nessun locale chiamare il suicidio rituale come tale. Lo chiamano invece Seppuku, dalle parole “setsu” (tagliare) e “fuku” (pancia).

    Il Seppuku consiste nell’affondare un’arma dalla lama affilata nel lato sinistro del ventre e spostare la lama verso destra. L’azione recide l’aorta e la vena cava (i vasi sanguigni più grandi del corpo umano), lasciando la persona che esegue il Seppuku a morire dissanguata”.

    E’ passato nella lingua di tutti come harakiri, ma in giapponese tradizionale era ed è il seppuku, il rito col quale il grande scrittore Yukio Mishima pose fine alla sua vita nel 1970. In termini ovviamente metaforici, e più nello specifico politici, quello che il Partito Democratico ha compiuto col comunicato che avete appena letto su Ticino Notizie è un seppuku in piena regola.

    Dettato e orchestrato, va detto senza timori di sorta e con pieno e deliberato consenso, da un partito che spiega chiaro e tondo cosa voglia dire essere maggioranza interna: “A Magenta il voto delle primarie e quello congressuale sono stati in perfetta sintonia, decretando non solo il successo di Elly Schlein, ma la necessità di una radicale svolta rispetto alla passata stagione politica”. Quindi non solo Schlein uber alles, ma chiusura totale e condanna senza appello dell’epoca Invernizzi, definita una parentesi “di governo cittadino del centro sinistra finita negativamente anche per via di personalismi dei principali protagonisti di quella fase politica”.

    E adesso che fare? Marxianamente parlando, se così volessimo dire, il Pd della triade Labria-Friggi-Di Gregorio definisce se stesso come soggetto che “si trova nell’esigenza di recuperare il rispetto e la credibilità tra i cittadini, tra gli elettori, tra gli iscritti e tra quei partiti e formazioni politiche che hanno vissuto negativamente la passata stagione politica di cui Paolo Razzano è stato uno dei maggiori rappresentanti”.

    E se Paolo Razzano viene espressamente citato, implicitamente questo durissimo j’accuse- l’atto politico più rilevante di questi ultimi anni in città- include anche altre figure rappresentative di una stagione lunga ben più di una decade.

    E infatti al di là dell’allineamento di un pasdaran coerente del radicalismo di sinistra come Antonio Frascone, ex assessore di Giuliana Labria nel 1996, chi commenta il post? Una seccata Marzia Bastianello: “Volevo ringraziarvi perchè il comunicato fatto giorni fa e ancor di più questo che leggo mi ha fatto alzare il telefono e sentire una persona con la quale avevo interrotto i rapporti ( le cause a molti sono note ) e con cui ho lavorato fianco a fianco per molti anni. Vi assicuro che “ la politica del passato archiviata “ era costruita sulla serietà, la trasparenza e su un profondo amore per la nostra Magenta. Leggere alcune parti di quanto scritto sopra mi lasciano un po’ così.
    Enzo Salvaggio quello che dovevo dirti te l’ho detto ieri sera, grazie per essere passato e aver chiesto come va a noi commercianti. Anche queste attenzioni sono importanti e permangono dallo stile di un tempo che voi, partito che vuole recuperare credibilità e rispetto tra i cittadini, dovete ancora imparare a fare”.

    Enzo Salvaggio, record man di preferenze dei Dem ed importante elemento di congiunzione tra Pd e mondo cattolico, tace. E non da ieri. Si fa ritrarre in un selfie assieme alla stessa Bastianello, giovedì sera.

    Quindi il primo atto della rupture neo sarkozyana del Pd è quello col recente passato, proprio mentre si sbandiera la funzione di un partito federatore (proprio mentre la sinistra radicale, a Magenta, da anni e non da oggi va ricercata a Chi l’ha Visto). Alla faccia dei federatori.. E mentre Del Gobbo e il centrodestra se la ridono, perché sui versanti centristi si aprono praterie che la sinistra sinistra evidentemente snobba, resta una domanda: ma cosa rimase della sinistra sinistra di Giuliana Labria e Antonio Frascone dopo il 2001? Un centrodestra che con Del Gobbo sfiorò il 70%…. E 11 anni per ricostruire una sofferta tela di rapporti e relazioni. Ora la carta sbattuta con virulenza sul tavolo si chiama radicalismo. Basterà? Servirà? O isolerà? A noi, per ora, pare un seppuku.Ci sbaglieremo…

    F.P.

  • Elezioni Europee: è il tempo della Politica. E’ il tempo di Mario Mantovani. Di F.P.

    Elezioni Europee: è il tempo della Politica. E’ il tempo di Mario Mantovani. Di F.P.

    “Ricordava Platone che chi non sa fare un paio di scarpe non si metterà mai a fare il calzolaio, così come chi non sa di medicina non curerà mai gli ammalati. Tutti, però, si ritengono all’altezza di guidare lo Stato e il paese. Nessuna scuola, professionale o classica che sia, potrà mai dare quel profilo culturale e di sensibilità che la politica richiede. È nella vita delle associazioni ma innanzitutto in quella dei partiti che si apprendono e dialetticamente si accettano strategie e programmi. È negli enti locali che si matura la prima esperienza, ci si confronta con il potere amministrativo e con la capacità di applicare le proprie idee nella realtà quotidiana. E infine è nell’attività legislativa parlamentare che si assume una visione d’insieme dei bisogni e delle risposte che essi sollecitano, allenandosi a mantenere sempre viva l’attenzione sugli effetti che una norma legislativa produrrà sul corpo vivo della società e dei suoi legittimi interessi”. (Paolo Cirino Pomicino)

    E’ tornato, senza in realtà mai essersene andato. Si è ripreso il centro della scena, che il cono d’ombra della malagiustizia e del circo mediatico giudiziario, uno dei cancri più virulenti dell’Italia di oggi e di ieri, aveva cercato di oscurare.

    Mario Mantovani conclude venerdì sera dalle 20, nella sua Arconate, la campagna elettorale più iconica e simbolica della sua vita, politica ma non solo.
    25 anni, un quarto di secolo, è trascorso da quanto nel 1999 un mare di preferenze portava l’imprenditore, il visionario, il populista sano ‘nazionale e di massa’ (per dirla con Marcello Veneziani) in Europa, sotto il vessillo di Forza Italia. Nella vita e in politica i paradossi sono una costante; 9 anni in Europa, la legge sull’amministratore di sostegno, le Politiche del 2008, il vice ministero alle Infrastrutture, le Regionali 2013, la Salute. Una carriera costantemente in ascesa, vissuta sempre con una quasi ossessione: quella per il popolo, il suo. Elettori, classe dirigente, sindaci, consiglieri: una rete vastissima, quasi impressionante, che lui non ha mai lasciato neppure negli anni bui della persecuzione giudiziaria. E quando Forza Italia di fatto lo mette da parte, la scelta (lungimiranza fa rima con esperienza..) di abbracciare il progetto di Giorgia Meloni, dove passo dopo passo Mantovani ascende da new entry a protagonista.

    Votare Mario Mantovani conviene, all’Est Ticino in primis, ma a tutti coloro che credono nel Primato della Politica. Il territorio ha bisogno di un leader, che assieme alla classe dirigente scelta dal popolo (e le Europee consentono ancora di esercitare, con la preferenza, la sacralità del diritto di scelta). Il territorio ha bisogno di forza, autorevolezza, esperienza, visione, sogno e un pizzico di sana follia.

    In Europa, dove assieme al carisma e alla forza di Giorgia Meloni la versione 2024 di Mario Mantovani potrà condurre la battaglia contro la malagiustizia, quella che ha vissuto in prima persona. L’onta dell’arresto e sette anni di vicenda processuale conclusi con una sfilza di ASSOLTO, ASSOLTO, ASSOLTO. Una vergogna tutta italiana.

    Europa ed anche Arconate, dove una mefitica schadenfreude ( il piacere provocato dalla sfortuna altrui ) ha originato un processo ed una persecuzione che non aveva alcun fondamento. E lì, l’8 e 9 giugno, l’incrollabile fiducia di Mantovani porta un gruppo di ragazze e ragazzi ad affiancarlo in Forza e Coraggio, l’ultima tappa di una carriera giocata sempre con indomita passione, a partire dal paese nativo.

    Votare Mantovani, e finiamo, significa riaffermare il primato della Politica. Negli ultimi anni il nostro Paese è stato governato troppo spesso da “Tecnici”. Il primo (più recentemente) fu il governo Ciampi, poi Monti, poi Draghi, ma anche lo stesso Conte era un tecnico. La politica si è fatta da parte ed ha lasciato il posto alla “competenza” ed alle competenze (vere o presunte).

    Ci si è ubriacati di una idea razionalista ed efficientista che, però, ha da sempre due limiti: non progetta e non sceglie la via per il futuro. Il “Tecnico”, per sua natura, è molto capace nel destreggiarsi in quello che c’è, nelle norme e regole esistenti, ma è incapace di progettare e, peraltro, non è giusto che lo faccia.

    Il progetto ed il cammino deve essere indicato dal “Politico” che deve avere la forza propulsiva degli ideali e delle volontà che hanno la forza di cambiare l’oggi guardando ad un domani migliore. Si è sostituito il ragionamento filosofico e sociale con l’espressione di un consenso effimero.

    Si sono persi quei valori di carattere sociale e culturale e si è sempre più guardato alla politica come una “cosa” per i soliti “pochi” e, soprattutto, per chi la pensa come impone un asfissiante conformismo.

    E Mario Mantovani è in campo per questo: riaffermare quella Primazia.
    Un’opportunità per l’Est Ticino. Per un Est Ticino delle opportunità.

    Fabrizio Provera

  • Mario Mantovani come Erasmo da Rotterdam, Arconate come tappa della folle visionarietà di un campione dell’oltrismo- di F.P.

    Mario Mantovani come Erasmo da Rotterdam, Arconate come tappa della folle visionarietà di un campione dell’oltrismo- di F.P.

    “Sono due i principali ostacoli alla conoscenza delle cose: la vergogna che offusca l’animo, e la paura che, alla vista del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera da entrambe. Non vergognarsi mai e osare tutto: pochissimi sanno quale messi di vantaggi ne derivi.”

    “Solo la Follia è capace di prolungare la giovinezza, altrimenti fuggevolissima, e di tenere lontana la molesta vecchiaia.”

    “La pazzia costruisce città, imperi, istituzioni ecclesiastiche, religioni, assemblee consultive e legislative: l’intera vita umana è solo un gioco, il semplice gioco della Follia.”

    “Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso”

    Nella piccola (ma grande, nei desideri dell’uomo di cui ci accingiamo a parlarvi) Arconate, 7mila anime su per giù, in queste settimane (e segnatamente stasera, nell’auditorium di via Montello 1, ore 21.30) sta andando in scena, qualche secolo dopo, una sorta di plastica riproduzione degli effluvi, delle seduzioni, della portata rivoluzionaria di uno dei testi che ha segnato maggiormente la cultura europea ed occidentale: quell’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam che è una pietra miliare della nostra cultura.

    E’ ovviamente lui, Mario Mantovani, a farsene primattore e protagonista. Ma non da solo. Mai da solo. Una vita spesa inseguendo la luminosa (per lui) e invisibile (agli altri) scia perigliosa della follia l’ha portato a dirigere scuole, colonie, a inventare modelli di assistenza che non esistevano, a percorrere vie impervie e mai battute.

    Adesso, con un vigore e un entusiasmo che fanno apparire i suoi 73 anni come 23, Mario Mantovani- attorniato da ragazzi e ragazze, giovani uomini e giovani donne cresciuti con lui, che della Politica come gruppo e frutto della coesione e della formazione è un convinto ortodosso- si ricandida a sindaco di Arconate.

    23 anni dopo. Era il 2001. Rimase in carica 13 anni. Poi, con la saggezza che abbiamo molto apprezzato durante il suo primo discorso della serata di ‘disvelamento’ della sua candidatura, Arconate scelse di cambiare “ed è una cosa che in politica e nella vita va accettata, bisogna accettarla”.

    Quando si va ad Arconate e si passa davanti al Liceo d’Europa è scontato pensare dove potrebbe acccadere altrove, di vedere un istituto simile in un piccolo paese.. Quando si ricordano i fasti di una Arconate che il suo principale uomo politico trasformò in festosa, chiassosa fucina d’opportunità, in culla di un sano populismo (leggere Marco Tarchi e Zeev Sternhell per decrittare i tratti del vero populismo), allora il legame tra la Follia di Erasmo (non a caso adorato a dismisura da un altro visionario come Silvio Berlusconi, che lo rieditò) e Mario Mantovani appare scontato.

    Certo, c’è stato il tempo buio del rancore, quasi dell’odio, degli appostamenti mattutini per assistere alla caduta del nemico politico (che vergogna). C’è stata tanta, ma tanta, Schadenfreude, ossia il piacere maligno che si prova di fronte agli insuccessi e alle sfortune altrui.

    Ma quel tempo è stato espiato dalla forza del Bene della verità, che trionfano sempre sul male e l’ingiustizia. Decenni di battaglie ma la casa di riposo sorge nel cuore di Arconate, è bella, accogliente, pulita, pulsante. Monumento alla visionarietà e simbolo dell’impotenza dei rancori.

    Forza e Coraggio, dice oggi Mario Mantovani. E chi lo ferma più… Tanti auguri, signor sfidante Sergio Calloni.

    Fab. Pro.

    LA LISTA FORZA E CORAGGIO CHE SI PRESENTE AD ARCONATE PER LE ELEZIONI DELL’8 E 9 GIUGNO

    MARIO MANTOVANI, imprenditore, già Sindaco
    Stefano Poretti, avvocato
    Alessandra Inzaghi, operatrice socio-sanitaria
    Fabio Gamba, imprenditore
    Alessio Blumetti, dottore in scienze giuridiche
    Giorgia Cosenza, studentessa
    Giuliana Frigerio, assistente di studio odontoiatrico
    Lelia Invernizzi, ufficio tecnico – laureata in architettura
    Pietro Monolo, atleta e studente di Economia e legislazione di impresa
    Giorgia Pisoni, responsabile di segreteria
    Giovanni Rolfi, atleta e fisioterapista
    Cristina Torno, dipendente pubblico
    Giorgio Ukmar Morlacchi, consulente bioinformatico, ex ricercatore

  • Non dobbiamo dimenticarla la storia di Mino Cavallotti ‘da’ Carpenzago, e di quel Mondo Piccolo- di Fabrizio Provera

    Non dobbiamo dimenticarla la storia di Mino Cavallotti ‘da’ Carpenzago, e di quel Mondo Piccolo- di Fabrizio Provera

    “…Ecco il paese, ecco il piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del Nord, là in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, tra il Po e l’Appennino. Nebbia densa e gelata l’opprime d’inverno, d’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente e qui tutto si esaspera, qui le passioni politiche esplodono violente e la lotta è dura, ma gli uomini rimangono sempre uomini e qui accadono cose che non possono accadere da nessun’altra parte….”.

    Gli uomini rimangono sempre uomini. E potremmo finirla qui. Ma finirla no, non si può. Nei giorni in cui Mino Cavallotti consegnava la sua anima a Dio ponendo fine alla sua esistenza terrena, cominciava per chi scrive un umano e cristiano calvario che non mi ha consentito né di partecipare alle esequie né di fare quello che meglio so fare per non dimenticare, tenere vivo, cristallizzare una vita a suo modo paradigmatica, esemplare.

    Mino Cavallotti da Carpenzago ha passato decenni di vita piena, intensa, rutilante, fatta di duro lavoro e intrapresa strapaesana (si fa, si produce, non si chiede allo Stato o ad altri) in un fazzoletto di case aggrumate a ridosso di uno dei punti più iconici di cui la vallata del Ticino è costellata. Incantevole lo scenario, inconfonbile il paesaggio agricolo fatto di cascine, marcite, mulini, campi che s’aprono magicamente verso il cielo. Piace, Carpenzago. Da tanti anni, ben prima che ci venissero a vivere i campionissimi Gianni Bugno e Clarence Seedorf. Non se ne avranno a male architetti e costruttori delle loro magioni se noi esprimiamo una romantica, reazionaria preferenza per le case che persone come Mino Cavallotti costruirono tanti anni fa, ormai. Varrà la pena prima o poi di ricordare l’opera insigne di un visionario come Romano Airaghi (sua la casa in mattoni che ancora oggi fa bellissima mostra di sè nella frazione robecchese, ma ovviamente non solo).

    Mino Cavallotti volle per sua moglie Teresa e i figli Rita e Lele una grande, bella, iconica casa, inserita in quel paesaggio che da solo rinfranca dalle amarezze che quotidianamente la vita dispensa. Ma non basta. Vita di paese, vita di comunità, e allora se manca una piccola chiesetta- chè la Fede è segno connotante, religioso e civile, delle nostre terre- Mino Cavallotti ed altri aiutano a realizzarla. Rimane, ed attorno ad essa la scorsa estate sono passate più di mille persone. E’ la chiesetta di sant’Anna.

    Mino Cavallotti ed una fede religiosa vissuta in modo non convenzionale, ma profondo e organico, dalla moglie Teresa e dalla figlia Rita. Mino Cavallotti che apparteveva a quella borghesia nata dopo il boom degli anni Sessanta capace di possedere il denaro, e non di esserne posseduta.

    Poi è venuta la parentesi di Vigevano, poi gli ultimi anni, la necessità di essere accuditi. Ma niente e nessuno può aver scalfito quella rutilante pienezza di vita.

    Ci resta da parlare di suo figlio Lele, del mio Lele. Beh è impossibile. Dobbiamo, devo rimandare a uno dei tanti scampoli della sua vita , così ve ne farete un’idea: https://ticinonotizie.it/je-suis-venturi-adieu-massimo/

    Per tutto il resto, coi suoi eccessi, i furori, gli errori difesi con un candore ed un’ostinatezza sbaraglianti, il nostro Lele resta uno incantato dei prati suadenti di Carpenzago e delle sue utopie.

    Lele Cavallotti figlio (e degno erede) di Mino, capace di trasformare un funerale in una torcida di samba. Con le Marlboro sotto la camicia. E la nostra Carla Colombo, e padre Carlo Valsecchi…

    Mille vite, mille vie, mille strade, mille persone, i sorrisi e le lacrime.. ma il segno, indelebile, è quello del Mondo Piccolo. A cui, almeno una volta al giorno, noi che ci viviamo dovremmo volgere lo sguardo in modo meno disattento. E più pieno. Come faceva, ne siamo certi, Mino Cavallotti da Carpenzago.

    Fabrizio Provera

  • Fratus, Cozzi, Lazzarini: altre vittime del circo mediatico giudiziario. Maledetti manettari. Maledetti- di Fabrizio Provera

    Fratus, Cozzi, Lazzarini: altre vittime del circo mediatico giudiziario. Maledetti manettari. Maledetti- di Fabrizio Provera

    “Processo Piazza Pulita: tutti assolti in appello. Il secondo grado ribalta la sentenza per l’ex sindaco di Legnano Gian Battista Fratus, l’ex vicesindaco Maurizio Cozzi e l’ex assessore ai lavori pubblici Chiara Lazzarini. La decisione oggi davanti ai giudici del Tribunale d’Appello di Milano.

    Condannati rispettivamente in primo grado dal Tribunale di Busto Arsizio a 2 anni e 2 mesi, 2 anni e un anno e tre mesi oggi sono stati assolti con la formula più ampia. I tre erano stati colpiti da un ordine di custodia cautelare nel maggio 2019. Fratus era accusato di corruzione elettorale. I tre ex amministratori erano accusati anche di aver pilotato la nomina del direttore generale del Comune e quello del direttore di Amga, società municipalizzata, oltre ad aver modificato il bando per la nomina di un commercialista in Euro.Pa., altra società partecipata dal Comune di Legnano e di aver ‘cucito’ su misura un bando. La sentenza di primo grado era stata pronunciata dal Tribunale di Busto Arsizio nell’aprile 2020”.

    La fredda cronaca giudiziaria non rende, non può rendere l’enormità- per l’ennesima volta- dei danni irreparabili cagionati ancora una volta dal giustizialismo manettaro. Il problema non sono i Tribunali, dove le sentenze possono essere ribaltate e il giudizio mutare con ritmi e modalità sorprendenti. Il problema è l’uso politico, mediatico, culturale dei procedimenti giudiziari a carico di chicchessia. Fratus, Maurizio Cozzi e la Lazzarini quale beneficio potranno tranne dopo anni, diversi anni, nei quali il vomitevole circo mediatico giudiziario li ha mascariati, esposti alla gogna, accusati sulla pubblica piazza? Quale ristoro potranno eventualmente ricevere, dopo gli ordini di custodia cautelare che nel nostro sistema possono essere spiccati senza che via nessuna sentenza? Avviso di garanzia, custodia cautelare, presunzione di innocenza, colpevolezza definitiva solo e soltanto dopo il terzo grado di giudizio. Le pietre miliari del sistema giuridico italiano non servono a nulla, come guarentigia o garanzia, a causa del malcostume invalso da decenni, e vergognosamente cavalcato da certe forze politiche, che trasforma un innocente in colpevole, per poi scappare con la coda tra le gambe o dileguarsi, come ladri nella notte, quando bisogna restituire l’onore all’avversario politico (o al politico, senza essere avversario) dopo una sentenza di assoluzione. Non possiamo essere soddisfatti per l’assoluzione di Fratus, Cozzi e di Chiara Lazzarini. Perché da un lato siamo certi che niente e nessuno li potrà ripagare e risarcire (moralmente, in primis) adeguatamente. E perché non abbiamo nessuna certezza si tratti degli ultimi, cui capiterà il girone infernale dei giustizialisti. Anzi, siamo purtroppo certi che succederà ancora.
    Maledetti manettari.

    Fabrizio Provera