Autore: Emanuele Torreggiani

  • Definisci bambino. Di Emanuele Torreggiani

    Questa espressione, definisci bambino, in forma di domanda è stata posta dal signor dottore Eyal Mirhai, medico veterinario di professione e presidente dell’associazione Amici di Israele, all’interno della trasmissione televisiva Carta bianca, Mediaset Rete4, condotta dalla signora dottoressa Bianca Berlinguer, direttamente al suo interlocutore Enzo Iacchetti, noto co-conduttore del programma satirico Striscia la notizia.

    Si discuteva sui fatti di Palestina. La domanda in forma di esortazione ‘definisci bambino’ è assolutamente pertinente nel contesto cui si riferisce. Assolutamente coerente. Il dottore ha posto una questione impressionante nella realtà, nella veridicità dei fatti che accadono, i quali, in un ambito giornalistico, devono sempre essere al centro del dibattito tra le pur conflittuali opinioni. Il tema posto impressiona.

    La definizione di bambino in quella collimazione di tempo e luogo, è difficilissima da sviluppare. Nove anni, dieci, undici, dodici, un bambino biologico quindi non ancora alla sua prima polluzione, armato di un Rpg, di granate, di un puntatore trasmettitore terra terra o terra aria, è ancora un bambino? Biologicamente si, ma in quel contesto determinato il soldato che se lo trova davanti come lo considera? Un bambino, potrebbe essere suo fratellino, quindi un qualunque bambino o un nemico armato da abbattere. In quel preciso contesto, chi decontestualizza è davvero incommentabile, il soldato deve decidere in un istante: il soggetto non è innocuo, in genere i bambini lo sono, lì no: si abbatte. È terribile scrivere queste parole, lo so. Pensate a viverle. Suona superficiale deridere, irridere, schernire, insultare il presidente per la sua domanda, come sta avvenendo tra pagine stampate e social etc.etc. Quello che per noi vale in modo indubitabile qui oggi, Milano; non vale a Gaza, in Sudan, in Afghanistan, nello Yemen… Quello che sta accadendo, incontestabile agli occhi di chiunque e soprattutto a chi nega altrimenti non negherebbe, dimostra il più grande errore tattico compiuto dalla politica di cui ogni stato maggiore ha autentico terrore: entrare in una città. Significa combattere casa per casa, metro quadro per metro quadro, con un calcolo di perdite sia caduti che feriti non preventivabile e significa rilasciare una regola d’ingaggio in genere applicata solo ai corpi speciali che godono di immunità per azioni scientificamente determinate: fuoco libero. L’ingresso di un esercito in una città, massivamente abitata da civili, per conquistarla si trasforma in un massacro. Si abbatte tutto ciò che si muove. E questa tattica scellerata espone ufficiali inferiori e superiori a sanzioni penali gravi e gravissime quando saranno chiamati, lo saranno, a rispondere del loro agire. La politica che persegue il governo di Israele, ch’è molto meno del popolo ebreo (anche Giuseppe Stalin non ha mai confuso tedeschi e nazisti, al contrario del democratico oggi che fa moda fare mischia in un unico mazzo) è dichiaratamente criminale.

    E l’unica risposta alla domanda definisci bambino, domanda seria, serissima, tragica in modo irrimediabile, luttuosa, l’unica risposta scrivevo è quella di definisci città, definisci popolo. Poi, lo scrivo per tranquillizzare la giro tonda ipocrisia, lo sappiamo tutti che chi arma un bambino è un criminale, come chi cela esplosivo intorno il ventre di una donna per mascherarla incinta o nell’ano di un cane o un asino. Sappiamo tutti del pogrom del 7 ottobre che ci si illude sia stata la miccia scatenante come l’assassinio del granduca Francesco Ferdinando il 28 giugno del 1914 a Sarajevo. Lo sappiamo. Il terrorismo non si combatte dispiegando eserciti e spianando città e popoli, però le amministrazioni Clinton, Bush, Osama, Biden hanno fatto a loro insindacabile giudizio quindi… E non è un altra storia, è la stessa storia. È la stessa identica storia. Però qui, in Palestina, c’è un vulnus insuperabile da qualunque amministratore delegato di Cocacolacompanyblackrockvanguard etc… i milioni di ebrei gasati, quei volti di bimbi, cosa dicono intorno a definisci bambino? I nazisti li hanno definiti zeck: zecche e li hanno sterilizzati.

    Insetti parassiti portatori di malattie. Difficile definire bambino. Difficile. La domanda è seria, esce da un oltretomba morale in cui non vi sono né vinti né vincitori, ma solo mercanti di carne. Da ambo le parti sia chiaro: si scannano da settant’anni perché gli uni sono lo specchio dell’altro e vedendosi e guardandosi si fanno reciprocamente ribrezzo.
    Le trasmissioni di informazione non dovrebbero mischiare intrattenimento e luoghi comuni e grida e tutto il bric a brac consueto. Ma si sa, ai Cocacolacompanyblackrockvanguard questo spettacolo fa cassetta, moneta, danaro, insomma, rende. È carne buona da vendere. Una libbra, una libbra di carne senza sangue. Spettacolo il mercato. Like, megalike, audience, cassetta, soldini dolcini…

    Emanuele Torreggiani

  • La paga del Brigadiere. Di Emanuele Torreggiani

    La paga del Brigadiere. Di Emanuele Torreggiani

    Nove grammi di piombo. Eccola lì la paga del soldato a conguaglio di una vita in divisa. Trattamento di Fine Rapporto pesato. Nove grammi. Stamattina, sul presto. Già col sole alto e la sterpaglie arida. Ultimo giorno di servizio, brigadiere. Ore sette del mattino. Ultimo servizio notturno. Rapina. Allarme. Intercettate l’auto dei due. Sono anch’essi figli del lumpenproletariat meridionale. Figli della stessa medesima terra. Tu, brigadiare, hai scelto lo Stato, il lavoro, il pane a vita, i turni, il risparmio. Loro hanno scommesso. Hanno preso in mano il ferro e via alla ventura. Vi siete incontrati oggi.
    Stamattina sul presto. Hanno la tua età, traguardano i sessanta. Vecchi arnesi in corto d’ossigeno liquido. Un C.V. loro ben conosciuto, si vedrà poi. Una rapina da poveracci, ad un distributore.
    Spiccioli. E tu, vecchio brigadiere dal cuore sempre in recluta, non ti sei tirato a lato. Intercettati. Inseguimento. Scozzonata in auto. Conflitto. Hai seguito la procedura anziché sventagliare a raffica. E ti hanno buttato giù. Sulla terra. Nella polvere arida di questa estate già finita. Non sei morto subito, hai avuto il tempo di sentire il futuro imminente: il pianto disperato delle tue due bambine. E sei morto così tra quelle lacrime inconsolabili in un cielo che indorava di luce viva. La tua paga. Sei morto da soldato, nella tua divisa, col tuo ferro in mano, nel tuo sangue. Una bella morte. Feroce. Pulita. Pulita nella sozzura di una Patria irriconoscente e vile. Marcia. Le Sue figlie, signor Brigadiere, già ora lo sanno. Mio papà non ha avuto paura, lo diranno ai tuoi nipoti quando sarà il tempo. Sono gli uomini come Lei, signor Brigadiere, che tengono in piedi questo paese. Come i due della Polizia intervenuti che hanno riaperto il fuoco. E uno dei due rapinatori è andato giù sotto il piombo. Con la faccia dentro la terra. Ed è finita così. Sono gli uomini come Voi, che non si tirano indietro dalla sporcizia. Che fanno il mestiere sporco. Per due soldi. Perché alla fine non sono i soldi, alla fine è quello che sei. Quello che sei.

    Poi le agenzie battono i saldi della retorica. Chissà se i piagnucolanti d’oggi, le prefiche ambosesso d’ingaggio mediatico, s’adopranno a far ritornare alla tua vedova ed alle tue bimbe la pensione che le spetta senza dover, ella, ricorrere alle estenuanti, sfibranti attese in coda col numero in palmo, presso un patronato sito in un falensterio d’aria vizza di piedi sporchi e ascelle. Chissà. Chissà se il tuo TFR ti verrà erogato con la rapidità cui viene accreditato ad un qualunque parlamentare cui s’accredita il bonus d’uscita. Chissà. Addio Bridadiere. Sei vissuto e morto da uomo.

    E.T.

  • Magenta, Ponte Vecchio. Catia Acri, una ragazza andata via- di Emanuele Torreggiani

    Ed era una ragazza. Una bella ragazza che veniva avanti lungo il suo andare annunciata dal sorriso. Il suo sorriso illustrava il candore della bontà. Era buona. E lo fu anche quando la vita le si mostrò con ferocia. Era buona per davvero. La conobbi e la vidi per tre anni, fu la tata di mia figlia. E quando stamane il carissimo Cristiano mi informa della morte, inviandomi la foto della pubblicazione funebre, mi scuote l’incredulità del rifiuto. Ma è così. Immediatamente, la memoria si dispone a palcoscenico e mi vedo, sono trascorsi sedici o diciassette anni, rincasare in un pomeriggio d’ottobre ad ora insolita.

    Lascio il mezzo lungo la strada e in giardino, dirimpetto la finestra del salotto, commisurando la potatura di un alto pino austriaco, sento un gorgolio di risa, un ridere a cascata, un ridere a ruscello. Il ridere della felicità. Guardando in casa le vedo, sono sedute sul tappeto e stanno spadellando da una cucina giocattolo. E ridono, ridono sino alle lacrime e si abbracciano. Non sono entrato in casa, le ho lasciate lì cristallizzate in quella felicità che mi aveva sfiorato, e ora, mentre scrivo questa nota, mi tocca. L’ala della felicità che questa ragazza sapeva condividere con una bimba di due o tre anni. Non è cosa da poco. Al contrario, era, è, la sua verità, la sua natura umana profonda, autentica. La bontà che si vedeva, si sentiva, si toccava in quell’abbraccio. No. Non è stata la sua una vita pubblica o una vita politica. Semplicemente una vita.

    Semplicemente, profondamente una vita. Di quelle che non scrive nessuno. Lavoro, casa, lavoro. Una vita comune, di quelle che non fanno scalpore, discussioni, polemiche. La vita di una ragazza buona. Semplicemente buona. Di quella bontà che fa vero il mondo, che fa bella la vita, che fa grande l’umanità. E la sua morte addolora profondamente. Procura una ferita. La ferita che mostra Gesù Cristo agli apostoli, in quell’orrendo costato di carne viva. Ed è già risorta. Cristo risorge e tutti noi si risorge. Si chiamava Catia Acri. Aveva sessantuno anni. Accolgano i suoi familiari tutti l’espressione del mio cordoglio.

  • Carabinieri- di Emanuele Torreggiani

    Carabinieri- di Emanuele Torreggiani

    Il sonno della ragione genera mostri, così da un’acquaforte di Francesco Goya. Eccoci qui. I mostri non vogliono distinguere il bene dal male. Cosa sia il male lo sanno, eccome, lo sanno bene, guai a farne loro. Ma non vogliono che lo si distingua. A loro fa comodo così. Mi riferisco, esplicitamente ai recenti fatti di cronaca che vedono imputati carabinieri nell’esercizio del loro dovere. Il loro dovere. Non è cosa da poco. È il loro dovere.

    Arginare il crimine, qualunque crimine. Accade in qualunque comunità o società. È necessario. E lo sanno tutti. Posto di blocco? Ci si ferma. Perquisizione. Va bene. Hai rubato, hai ucciso, sarai punito per redimerti. Non ti fermi? Sarai inseguito, braccato. Oggi la puoi anche fare franca, ma non sempre. Rischi di morire, lo sai. Lo sai che rubare è un atto contro l’uomo, ben oltre la sua proprietà. Lasci correre, è il caos. Non l’anarchia, ma la violenza pura dove il più forte detta la sua legge.

    I carabinieri hanno il dovere di fermare la delinquenza che in modo impressionante alberga nella nostra patria. Muore il delinquente? Può accadere, fa parte del rischio. Chi dice il contrario, sono in pochi ma gridano a gran voce, mente. Mente. Mente con la consapevolezza di mentire. Mente perché i suoi parametri non sono dettati dal relativismo, non scomodiamo i massimi sistemi. Mente per accattivarsi indistintamente un cosiddetto lasciar fare, il buonismo generalizzato dove cosa sarà mai un furto, uno scippo, una rapina… Mente perché una sciocca sinistra ritiene che braccare i ladri sia un’azione spregevole di destra. Chiedetelo a Giuseppe Stalin. Mente perché un certo ambiente formatosi alla paccottiglia bigotta applica indistintamente il perdono cadendo così nella colpa della prodigalità. Sono anni che questo sistema, fasullo, marcio, si vorrebbe imporsi a regola. L’uomo comune, noi tutti, non lo possiamo accettare. Bisogna guardare la realtà. È questa. Terribile e sconfortante.

    E quando bande di criminali, siano adulti o meno, impongono il loro costume criminale da impuniti, questa accettazione è un atto politico. E questa azione politica è contraria alla cosiddetta democrazia che è per sua natura spirituale, costruita dalla cultura, dalla relazione culturale, esattamente come l’amore. La democrazia è fragile. Fragile. E muore se non si discerne il bene dal male. Dalla sua morte nascono i mostri. Ora, un carabiniere deve fare il suo dovere. Lo deve fare con pacata severità. E lo fa. Se si ha a cuore non l’Arma ma la democrazia e quindi l’Arma democratica, il dovere della politica consiste nel sostenere, dichiaratamente e senza infingimento, l’operato dei militari che sorvegliano e proteggono la comunità dal crimine comune arrivato oltre la soglia fisiologica della sopportazione.

    Il resto sono solo balle, paccottiglia di pseudointellettuali/ giornalisti/ opinionisti/ politici da like, quel gran bric a brac del vogliamoci bene pagato solo da pantalone. E, chiudo, duole che il Comandante Generale dell’Arma non ordini una consegna in caserma a tutti gli uomini in divisa. Tutti in caserma, via dalle strade dalle scorte, da ogni dove. Tutti in camerata. Per tre giorni. Così anche i più ciechi dovranno aprire gli occhi dopo che sono stati scippati, aggrediti, palpati sulla strada, in tram, in treno, a casa propria.

  • Sei anni fa, Andrea Pinketts. Se Dio non c’è, allora è cattivo.. di ET

    Sei anni fa, Andrea Pinketts. Se Dio non c’è, allora è cattivo.. di ET

    “Se Dio non c’è allora è cattivo”, basterà questa grottesca per dare la cifra di uno stile. Il suo. Lo scrittore è tutto lì, dentro la lingua. E la lingua è tutto. Una torba sedimentata nei millenni, da cavarci fuori inferno e paradiso, limbo di bonacce da trafugare in tempeste di sangue e morte in metamorfosi di amore. Trapunte di storie che si inventa lì per lì. Una malattia cronica che diagnostica quanto questa vita non sia sufficiente, a che?: a vivere.

    E peschi a strascico lungo il fondale, tutto è buono tanto il pescecane quanto il pesciolino d’oro, anzi, il pesciolino d’oro così comune sulla battigia è roba grossa, grossissima da scriverci sopra dell’uomo comune. Solo pochi lo fanno facendosi un male terribile, un dolore da sfiancare le reni alla Lesbia che si faceva montare in ogni angiporto mentre Catullo ci piangeva sopra e ce l’ha consegnata nello splendore di un distico che fa impazzire ogni liceale di rango. Già, alla fine rimane solo quello, di tutto quanto: un libro. Ed è già tanto. Di un libro poche pagine, delle poche pagine una frase.

    “Se Dio non c’è allora è cattivo”. Che poi fosse stato investito della Legion d’onore delle belle lettere in quella Francia che sa ancora discernere, malgrado le apparenze appesantite dalla politica di cui, sia detto per inciso in un sottolineato grassetto, dopo Ton Ton Mitterand, non ci frega niente. E ci frega di Ton Ton perché fu lettore di lungo corso, il corso di una vita intera. Ed anche la sua uscita, di Lui che accompagna il camione all’inceneritore di Parigi con dentro quintalate di note, noticine, dossier, insomma tutta la merda della mediazione politica, anche questa uscita è gran roba letteraria concepita in qualche falesia su al Nord leggendo Il Presidente di Simenon, un capolavoro misconosciuto di understatement, cioè quel saper dire le cose un poco meno delle cose. E dicendo poi tutto, in quel gran fuoco. Cenere alla cenere e polvere alla polvere.

    Ma c’è una differenza, Madonna Santa, Santissima Avvocata nostra. E ancora in quella seminottata dove non si bevve quasi nulla, per dirla ai puristi del salutismo, Andrea Pinketts con gli amici che compaiono in foto sparse e raggruppate causa lutto, intrapresero un intrattenimento per così dire letterario, molto alla buona, nel senso che era roba buona tanto da sentire quanto da mangiare. E la gente, da gens, la nostra, geometri, architetti, ragionieri, ripetenti, poveri e ricchi, per dire del danaro, gente con il sangue e le meningi attive applaudivano divertendosi e ringraziandoti, poi alla fine e sussurrandoti ancora, quell’ancora che viene da un abisso profondo che abbiamo dentro, quell’ancora di quando si chiava. Quell’abisso che ogni tanto ti sbarella sul divano, estate o inverno che sia, un botro che non riconosce né tempo né luogo, e, per me, vale allora l’Adagio di Albinoni per la direzione di Karajan in loop, cioè a ripetizione, così per ore e ore, anche per due giorni di fila, il mio record, perché in quel brano, orchestrato dal maestro tedesco, si costruisce un ponte di rame dove, passo passo, trapassi l’abisso in un rimbombo sonoro. L’unica seccatura il posacenere stracolmo.

    E allora il mozzicone lo butti in un angolo, poi si spegnerà seco. Mi chiamò in un giorno di quelli e gli dissi che non avevo voglia di parlare. Mise giù. Capiva. Non è cosa da poco, del resto chi ha scritto nella cifra del grottesco, forse l’unica capace di narrare questa Italia che pare, che è, la farsa della repubblica di Weimar dai tempi di Vittorio Veneto, ha compreso quasi tutto e gli vien fuori anche quel Se Dio non c’è allora è cattivo. Teologia da caffè con annessa sala fumatori. Il Paradiso. Arrivederci Andrea Pinketts.

  • Arcipelago Gulag e Alessandro Solgenitsin, la grandezza che squarcia il silenzio- di E.T.

    Arcipelago Gulag e Alessandro Solgenitsin, la grandezza che squarcia il silenzio- di E.T.

    Dolenti e terribili i suoi occhi, lo sguardo dell’uomo che ha visto tutto e altrettanto capito. Erano gli occhi di Cristo risorto, il Cristo di Caravaggio che non fissa lo spettatore, ma un infinito nel quale Egli solo si riconosce e si fascia di silenzio. Cena di Emmaus, con l’oste alle spalle, la sua mano infilata nella pesante cinghia che gli sorregge i calzoni. Capolavoro verticale. Ma sia. Lo si vide così quando, nel 1978, Alexander Solgenitsin, espulso dall’Unione Sovietica, oggi Russia, rus: la terra, appontò, per un breve periodo, in casa di Heinrich Böll, Germania Ovest, scrittore, Nobel 1972 per la letteratura: leggasi, al riguardo: Dov’eri Adamo; Casa senza custode; Opinioni di un clown; Foto di gruppo con signora.

    Alessandro Isaia Solgenitsin aveva dovuto lasciare l’Unione Sovietica, la sua madre patria, espulso per ordine di Leonida Breznev, il segretario generale del partito comunista sovietico, l’uomo che teneva il timone dell’URSS, l’unione delle repubbliche socialiste sovietiche, Der Golem. Nel 1978 si leggeva poco di Solgenitzsin, nei decenni seguenti ancor meno. Pure egli, lo scrittore più fotografato del mondo di allora, attraversava la ‘cortina di ferro’, sublime definizione di Winston Churchill, sui capitoli di “Una Giornata di Ivan Denisovič”, tradotto in italiano nel 1963 sia per Garzanti che per Einaudi. Ce ne parlò, di questo romanzo true fiction, correva l’anno domini 1977, un prete. Il romanzo che Solgenitzsin aveva scritto nel 1963 gli aveva dato, in Unione Sovietica, un clamoroso successo. Correva il decennio di Nikita Cruščëv, l’uomo che aveva denunciato al mondo il Termidoro staliniano, Giuseppe Stalin, detto anche popolarmente “Zio Koba”. Solgenitzsin aveva narrato, in forma di realismo, la verità del Gulag. Nikita Cruščëv, succeduto al Piccolo Padre di tutte le Russie, lo Stalin post Lenin, e ne aveva denunciato i crimini, omettendo, come si conviene, i propri, essendo stato, egli stesso, il ridente Nikita, su ordine indiscutibile del Giuseppe Stalin, il capo politico della milizia responsabile della dekulakizzazione dell’Ucraina, anno domini 1929/ 1933, l’Holomodor, che marca, cronologicamente, il secondo genocidio dell’Europa, il primo fu quello armeno ad opera dei turchi, con un numero imprecisato di milioni di morti.

    Ah, l’ingegneria umana, quanto non ha massacrato illudendo da Giuliano La Mettrie in avanti. È andata così. Che dire, sia. Dunque. Il nostro Alessandro Solgenitsin, nato nel 1918, è un uomo sovietico. Integrato nel sorgente sistema comunista. Egli si laurea in matematica poco prima della Seconda Guerra Mondiale che laggiù viene definita la Grande Guerra Patriottica. E non si lascia indietro. Si guadagna sul campo i galloni di tenente e capitano e ben tre decorazioni. Una decorazione significa aver fatto un passo avanti di là dal proprio dovere. E la guerra, su ogni fronte, non è un video gioco: o la vita o la morte. La vita è una tanto quanto la morte. Vaaa beene, dicono oggi in questa roba qua che si chiama Europa… Alessandro Isaia Solgenitsin, anno domini 1944, critica le direttive di Giuseppe Stalin. Si trova nei pressi di Kursk, la plaga Ucraina che vide la più grande battaglia di mezzi pesanti della storia umana. Mio zio, io suo omonimo, vi cadde. Dio saprà… Alessandro Isaia Solgenitsin viene arrestato dal segretario politico del reggimento. All’alba viene condannato ad otto anni ai lavori forzati, Siberia nord orientale.

    Il destino che appartenne a Fedor Dostoevskij. Infatti La giornata di Ivan Denisovic, al suo apparire, fu comparata con Memoria di una casa di morti dell’immenso scrittore. La giornata di Ivan Denisovic apparve dopo il disgelo staliniano. Scriveva, Alessandro Isaia, del gulag. Il complementare sovietico dei campi di sterminio nazisti, con l’unica differenza che i comunisti non avevano ancora il gas. Si deve scontare otto anni. L’ingegnere Alessandro Isaia scrive di quello che sa, come ogni uomo perbene. E scrive. Dopo Nikita Cruščëv arriva Leonida Breznev. Un mostro stupendo. Il grande eroe della stagnazione. Leonida Breznev, l’uomo che bacia sulla bocca Erich Honecker, il presidente nominato da egli stesso alla guida della Repubblica Democratica Tedesca, condanna il nostro Alessandro ad un altro mezzo decennio. Le sue opere sono ritirate. Tutte. Entrano nel circuito del samisdat. Edizioni in ciclostile e circolanti sottobanco. Spesso imparate memoria e recitate sottovoce. Una esperienza letteraria degna degli aedi di Omero. Anno domini 1970, Alessandro Solgenitsin, viene insignito del Nobel per la Letteratura. Sic transit gloria mundi. Non può riceverlo. Ostpolitick. Con la sua barba che incernierava il perimetro ortodosso, Alessandro Isaia Solgenitsin, lo amammo. Veniva dal profondo oriente, dal permafrost. Celebre in patria fu espulso. Lo accolse nella sua dimora Böll. Dell’intellighentia italiana, per pietas patriotica nulla avremo da scrivere per le loro miserie. Dopo una breve permanenza tedesca federale andò in America. Gli Stati Uniti. Visse i sui anni da senza patria, visualizzando la coincidenza puntuale tra comunismo e capitalismo. Materia umana e materia economica. Ne ebbe a schifo e lo scrisse… i medesimi intellettuali che prima tacquero ora lo derisero. Qualcuno è ancora lì a imbrattar carte.

    Ma sia. Morì e fu sepolto. Ah, il prete che ne parlò, negli anni del nostro noviziato, per dirla con il grande Goethe, fu Luigi Giussani. Leggeva brani, in aula magna dell’Università Cattolica, ed ogni tanto l’emozione gli spezzava il respiro. Si fermava e guardava quel mondo là. L’oltre confine dove egli, Don Luigi Giussani, parlava con Dio; i ciellini solo con i preti. Differenze abissali. Vabbé. Sono passati centosei anni anni dalla nascita di Alessandro Isaia Solgenistsin. Non lo legge più nessuno qui in questa plaga psicotica detta Italia. Fa niente. Che Iddio perdoni.

  • Fu la nostra cascina Bullona

    Fu la nostra cascina Bullona

    Accade quaggiù, in quel casolare ultimo a mezza lega dal bosco dove, di là dagli alberi, scorre il fiume dalle frementi acque acciaiose in un letto a sassicaia di quarzo travolto nello scorrere di millenni cangianti e la rongia, adiacente le porose mura, smuove con flusso da anaconda le alte erbe della scesa in cui s’annidano retori grilli. Al vertice dei pioppi cicale irridenti. Per l’ovunque una brezza dirige a onde il mare verticale del mais diviso dalla serpentina strada quale intuì Mosè dirimpetto le acque.

    La brezza alterna composta, nella forma divina, alito tonico e fiato di ventre. L’estate si matura. Apparizioni di allocchi, agguati di serpi, guizzi di ramarro, scarti di lucertole, foglie incartocciate, sciami conici di mosche, mantellati pipistrelli ingordi. Il disperato raglio. Ma la notte salda il silenzio, quando noi si arriva discendendo il serpentino catrame verso quelle luci a costellazione raminga. Lasciamo gli abitacoli intrisi di fumo e sparsi di cenere e incediamo, le nostre scarpe lustre che caracollano per marmi e moquette, sulla breccia di un quarzo immemore che non restituisce traccia, al portico spiovente dove una preziosa chellerina ci accoglie coll’innocente sorriso carico di divertita pazienza.

    Sono arrivati all’ora prossima della chiusura. Si, l’ora nostra. Mentre ci accomodiamo all’aperto, quali remoti principi di regni defunti, sulla paglia di seggiole sgrossate a colpi d’ascia, versiamo dal secchio argentino di ghiaccio il nostro vino consueto, cascate di bolle, senza per altro avanzare pretese, la cucina è chiusa, noi s’accetta, con gioia luminosa, dal fondo della padella rovente uova e pancetta e tagli di salumi e spacchi di formaggi. Noi quattro o cinque o tre o due, o me solo, si riconverte la luce diurna dentro la notte, nel suo silenzio fetale. E sulla brezza arriva il canto polifonico dell’acqua laggiù, di là dagli alberi. Attendiamo l’inverno, quando accade all’ora nostra. Quando la bruma ormai monta ad altezza d’uomo e il silenzio veste abissi vertiginosi e lì, smarriti, lo sentiamo. Appena un frullo: la terra che ruota sul suo asse. Sempre grazie Stefano Viganò. Un abbraccio.

  • Aldo Belletta, il socialismo d’antan e l’epoca (sepolta dallo zeitgeist) dei Circoli- di Emanuele Torreggiani

    Aldo Belletta, il socialismo d’antan e l’epoca (sepolta dallo zeitgeist) dei Circoli- di Emanuele Torreggiani

    Sempre che salutasse, sempre accompagnando al sorriso il gesto del capo a deferenza, per chiunque, cifra stilistica di un’educazione antica e severa. Inappuntabile, si avrà a scrivere di lui ora defunto, nei suoi completi e spezzati dalla riga dei calzoni a piombo su scarpe lucide a radica. Aldo Belletta. Socialista, di quel gloriosissimo Partito Socialista Italiano che fu, si esprimeva con piena dimestichezza del congiuntivo e misura di educazione, dai banchi del Consiglio Comunale nei decenni che furono la Magenta degli anni a trapasso tra i Sessanta e Settanta. Ma più ancora che uomo di partito, il signor Aldo Belletta fu Carlo, indimenticabile la figura imponente del padre che tanta parte ebbe nella conduzione del Vecchio Ospedale Fornaroli, era uomo di circolo.

    Il Circolo. Che parola!, profonda quanto il tempo, ora caduta nel disuso, pure i circoli, che nacquero all’alba della metà dell’Ottocento, erano libere associazioni di uomini che si riunivano per fini politici, cattolici, culturali, di mutuo soccorso… il Nostro vi si dedicò con viva passione e completo disinteresse. Disinteresse che dimostrerà poi, nei decenni che saranno, sia in Pro Loco che nell’Università del Magentino. Il Circolo dei Socialisti insisteva lungo la via Pretorio che sfocia in piazza Carlo Fontana, primo sindaco del dopoguerra, socialista per l’appunto. La via poi non era che un sentiero da tre braccia, ora in lastricato dal richiamo medievale, e la piazza altro che un largo dedicato.

    In quegli anni asfalto sfogliato e sterrato. Pure al circolo, nei circoli, si andava tessendo quella tela umana che è caratura della comunità.
    L’Aldo Belletta ne fu tra i sostenitori e leali amministratori, sino alla fine ed alla fine del P.S.I. E si richiama così il suo autentico disinteresse che dimostrò anche quando, invitato da chi scrive, ad un colloquio sulla Novaceta che andava incontro alla tempesta, azienda in cui aveva speso la sua intera vita lavorativa, tratteggiò, con garbo ma severa competenza, i limiti di un sistema non certo imputabile al confine cittadino o nazionale quanto piuttosto alla delocalizzazione verso latitudini ove il costo del lavoro era incompetibile e quindi, di là da ogni grida più o meno d’occasione, il destino era segnato, come fu. Chiuso il circolo, sepolto un periodo storico la cui grandezza umana non è stata ancora compresa, perlomeno così ritiene chi scrive, il Nostro ha proseguito nella Cosa Pubblica, applicandosi all’organizzazione e amministrazione, dentro la Pro Loco e l’Università del Magentino.

    Questa sua costante dedizione al disinteresse, oggi, anni di tronfia grida e vanagloria, risulta per quello che è: eccezionale. Accolgano i famigliari, la sua consorte ed i suoi figli, soprattutto Cristiano che ebbi studente in decenni lontanissimi, l’espressione del mio cordoglio.

  • Una sera di 40 anni fa, Milano: ‘epifania’ di Jorge Luis Borges- di Emanuele Torreggiani

    Una sera di 40 anni fa, Milano: ‘epifania’ di Jorge Luis Borges- di Emanuele Torreggiani

    Prim’ancora di farsi voce fu sussurro. Tesseva di bocca in bocca dentro le aule immerse nel silenzio solido delle lezioni. Quel sussurro “Lui è qui” era entrato nel cuore del pomeriggio che, trapassato dalle improvvise raffiche di tramontana, andava rasserenando sotto un cielo limpido e gelido. Tesseva il sussurro penetrando lungo gli ambulacri, saliva le scalinate, s’intrufolava nei dipartimenti specialistici, nelle biblioteche di facoltà. Accadde al trillo orario della campana. Nella ampia sala di lettura centrale densa di respiro fu voce ferma. Una ragazza, così si disse nei giorni seguenti, levandosi annunciò a esile tono: “Jorge Luis Borges è a Milano”. Cerbero, il bidello addetto alla sorveglianza, piazzò due colpi secchi di martelletto per richiamare il sordo silenzio. Ora però la studentessa, fremente del proprio arrischio, fu la femmina della sua natura, e alzò a melodia soprana, “atelier Franco Maria Ricci, via Larga, ore diciotto”.

    E se ne uscì impettita d’emozione, picchiettando i tacchi mentre Cerbero, preda d’una incontenibile ferocia canina, batteva furibondo il legno sulla cattedra mentre l’aula schiamazzava. Della ragazza, nei giorni che furono, si diceva somigliasse a Medea nella interpretazione di Maria Callas. Così il sussurro montò e fu viva voce. Argomento principale mentre si andava svuotando l’aula magna. Anche i professori ne parlavano in quell’opaco monoculare da sopracciglio inarcato e amare labbra. Lui sarebbe giunto a Milano, da Roma? da Losanna? da Parigi? dal labirinto cretese? dal Baltico dove salparono i vichinghi? Ma no! Lui era alloggiato in un albergo del centro. “Cosa dirà?”, scorreva così la domanda, “cosa dirà?”.

    La sera si fece tersa “gelida come la morte e limpida come la gloria”, per dirla all’Hugo che osserva la deposizione del Bonaparte all’Hotel des Invalides.

    Il vento in discesa dal Brennero ululava tra gli androni di via Larga. Serena cristallizzava la notte mentre portieri gallonati fissavano i portoni ai gangi di un ferro forgiato da secoli. Una migliaiata gli studenti traversava la piazza di un Duomo rosainfuocato a passione del corpo e s’incamminava al passo per il Corso Vittorio Emanuele. Non andò inosservata. Si ritiene che un buon numero di chiamate in allarme squillarono in Questura. Presto una posse di celerini intercettò gli universitari, che s’affollavano davanti una porticina sulla cui sommità brillava un intenso lume giallo. E non sia oltraggio intenderlo cometa. Lui sarebbe giunto di lì a poco si andava dicendo. E ancora dopo un’ora fasciati dalla tramontana mentre i celerini andavano smistando il traffico veicolare. Infine la mastodontica nera Rolls Royce dell’editore appontò in un silenzio scosso dal fruscio delle pagine che venivano schiuse. Lui scese.

    Sorrideva guardando tutti dal fondo dell’immensa cecità e Maria Kodama lo avvolse in un cappotto cammello offrendogli il braccio. “Vi posso vedere”, disse. “Il vostro entusiasmo, che certo non mi merita, mi illumina e ve ne sono grato”. Entrò. Lo studio dell’editore non era che un bugigattolo per pochi intimi. Quella migliaia si raggrumò a corpo unico per sentire le sue parole che giungevano ripetute in un fitto passa parola dalle file avanti alle ultime e rimanevano sospese tutt’intorno, esattamente così dipingeva Chagall. Parlava di Dante. Pareva che si fossero incontrati in ascensore. “La mia poesia davanti ad un’opera di tale maestà non è che una manciata di sabbia”, disse. “Una manciata di sabbia”, ripeté per diamantare l’immagine. Una manciata di polvere d’oro.

  • Gli anni di Cristo: chi ridarà indietro la vita a Beniamino Zuncheddu?

    Gli anni di Cristo: chi ridarà indietro la vita a Beniamino Zuncheddu?

    L’uomo, Beniamino Zuncheddu, è rimasto anestetizzato sul tavolaccio della sua cella per trentatré anni con una condanna all’ergastolo per strage. All’epoca, 1991, il Beniamino, pastore di ventisette anni, fu accusato di aver assassinato nel Sinnai 3 persone: Gesuino Fadda, il di lui figlio Giuseppe Fadda ed Ignazio Pusceddu, pastori anch’essi.

    Le famiglie Zuncheddu – Fadda erano in lite per l’abbattimento di alcuni capi di bestiame. Un testimone presente e rimasto ferito durante l’agguato, in un primo interrogatorio dichiarò che non aveva riconosciuto lo sparatore dal volto coperto di passamontagna, poi ritrattò la dichiarazione a accusò direttamente il Benimino. Arresto, processo, condanna.

    A nulla valsero le dichiarazioni dello stesso che asserivano egli fosse da una ragazza a venti chilometri di distanza. Il poliziotto, che indagava, aveva mostrato al testimone una foto del Zuncheddu, la cui famiglia era in lite coi Fadda, e così il destino del Beniamino si è sigillato per trentatré anni. Il Beniamino, sempre dichiaratosi innocente, ha trascorso la sua vita tra le carceri di Badu’e Carros Buoncammino e Uta.

    Tre anni fa, il suo avvocato difensore, un professionista autentico, ha chiesto la revisione del processo producendo motivazioni concrete, ha incocciato in un magistrato autentico, e, pochi giorni or sono il procuratore generale ha sentenziato la libertà allo Zuccheddu per non aver commesso il fatto.

    E Beniamino è stato scarcerato. Si tratta del più grave errore giudiziario nella storia della repubblica italiana. Nessuno pagherà per questa vicenda, né il poliziotto eufemisticamente sbrigativo, né la sciatteria somma dei magistrati che hanno condannato un innocente lungo tre gradi di giudizio.

    Il nostro, entrato in gattabuia a ventisette anni se ne esce a sessanta. Tutta la vita cristallizzata dentro quattro mura ed una grata. Da innocente. Avrà un risarcimento. Forse.

    Ma come quantificare una vita rubata? Non so. Qualche solone saprà. Naturalmente le potenti associazioni di categoria non hanno detto nulla, il guardasigilli non gli ha telefonato e neppure le alte istituzioni di questo basso paese.

    La sua vicenda non polarizza gli shampisti della politica. Pure, ad oggi ch’è fine mese, già tredici detenuti si sono impiccati in cella. Non c’è male come inizio, tutto sommato, tredici problemi in meno.