Autore: Claudio Trezzani

  • Uncle Lucius – “Like It’s the One Left” (2023) by Trex Roads

    Uncle Lucius – “Like It’s the One Left” (2023) by Trex Roads

    In questo 2023 sono capitati due casi eclatanti di ritorni che, al contrario, ribaltano questo assioma e lo hanno fatto in maniera talmente di qualità che sono entrati di diritto nella leggenda.
    Vi ho raccontato la storia dei Turnpike Troubadours che sono tornati assieme dopo quasi 4 anni e lo hanno fatto con un grande disco, con un suono rinnovato e più ricercato.

    Ecco, nella storia della musica indipendente c’era un’altra band di culto che, improvvisamente, si era sciolta nel 2017 e aveva lasciato un vuoto nella scena musicale texana di cui erano fra i più originali e amati esponenti: gli Uncle Lucius.

    Formatisi nel 2006, avevano dato alle stampe ben 4 dischi che in quegli anni avevano un pò rivoluzionato la scena di Austin: un suono originale, oscillante fra il rock e il soul, fra il country e il blues.

    La band aveva raggiunto il culmine con il meraviglioso And You Are Me del 2012 che aveva scalato le classifiche di musica indipendente e il cui eco aveva anche attraversato l’Oceano.
    Il brano più bello intenso e di successo di quel disco, Keep The Wolves Away, una storia autobiografica e drammaticamente intensa, è stato proprio il volano che ha ricreato interesse attorno a questa fantastica band.

    Perché? Perché il produttore e deus ex-machina della serie tv più popolare di sempre negli States, Yellowstone, l’ha inserita nella colonna sonora e l’interesse (assolutamente meritato) è tornato all’improvviso attorno al nome degli Uncle Lucius.

    Dopo alcuni live che hanno mostrato al mondo che il tempo sembrava proprio non essere passato, eccoci al ritorno discografico con questo bellissimo Like It’s The One Left.

    10 pezzi che sembrano venuti da un’altra dimensione temporale in cui questa band texana ha continuato a suonare assieme per questi 5 anni: sicuri che se ne erano andati per la loro strada?

    Il gruppo è ancora formato dal frontman Kevin Galloway, dalla chitarra di Mike Carpenter, Josh Greco e John Grossman, ma alla formazione si sono aggiunti la chitarra di Doug Strahan e il basso di Drew Scherger.

    Il disco è prodotto alla grande dal co-fondatore della band e che in teoria non ne sarebbe più membro, ma lo è ad honorem e cioè Hal Jon Vorpahl, infatti nel disco ha scritto molti dei brani e vi suona moltissimi strumenti.

    L’album inizia con la solare e divertente ballata soul Keep Singing Along e ci accorgiamo che la splendida voce di Galloway ci era mancata. La chitarra di Carpenter ricama un suono quasi british, accompagnato dalle tastiere che portano il brano a diventare quasi gospel.

    La successiva Civilized Anxiety invece spazza via l’atmosfera rilassata e sgasa con un riff di chitarra e tastiera avvolgente ed entusiasmante, ma è sempre la voce di Kevin Galloway a guidare il gruppo verso un brano rock dal sapore soul, che i cori accrescono in intensità.

    Il riff e l’appeal del brano sono un chiaro omaggio alla lezione impartita da John Fogerty e i suoi Creedence. Il testo ci parla dell’ansia da civilizzazione esasperata.

    La ballata All The Angelenos riprende in maniera ironica e pungente il tema dell’eccessivo trasferimento di abitanti di Los Angeles ad Austin e in generale in Texas per via del costo della vita minore e anche della sua sicurezza e qualità. Il violino ci ricorda che siamo proprio nel Lone Star State e il ritmo è da ballare.

    Il soul molto anni ’70 di Tuscaloosa Rain è delizioso, la voce di Galloway e il lavoro magistrale di ritmica e tastiere è quasi geniale, così come la nemmeno tanto velata dedica al grande Elvis.
    Meravigliosa la maniera con cui questa band padroneggiano il rock e il soul, senza dimenticare il country dal sapore texano.

    Fate partire Holy Roller e cercate di rimanere fermi al riff blues southern, alle magiche tastiere seventies. Un brano che mi ha entusiasmato fin dal primo ascolto e poi l’assolo sporco e devastante di Carpenter è gioia per le orecchie, sembra di stare in un pezzo southern della Allman Brothers Band. Fantastica!

    Un altro riff dal groove anni ’70 invade gli speaker con Trace My Soul e la tastiera ricama
    emozioni accompagnando la splendida voce di Galloway che ci canta di come sia necessario accettare la vita come viene, lasciare che vada e ci porti dove ci vuole portare.

    Altro brano che non uscirà più dalle mie playlist. Dopo aver emozionato, fatto ballare e correre a perdifiato per questa altalena di chitarre e tastiere, il disco si chiude con Heart Over Mind, con un arrangiamento di archi che rasenta la perfezione per come valorizza il cantato sempre perfetto di Kevin Galloway. Un altro brano che sembra essere tratto da una jam session con Il Re Elvis nella “sua” Las Vegas e credo che un complimento così vi faccia capire la grandezza di questo lavoro.

    Un ritorno graditissimo di una band il cui culto non aveva mai accennato a spegnersi, era rimasto come il fuoco a covare sotto la cenere e ora è pronto per bruciare di nuovo come 5 o 6 anni fa quando gli Uncle Lucius mettevano a ferro e fuoco i locali del Texas e non solo.

    10 pezzi di una bellezza espressiva esaltante, emozionanti e suonati da un gruppo di meravigliosi musicisti, capeggiati da un frontman in possesso di una delle voci più belle e riconoscibili del circuito indipendente.

    Considero il loro pezzo del 2012 Keep The Wolves Away una delle canzoni più belle di sempre e, credetemi, questo disco non va lontano da quella qualità e anzi ne rinverdisce i fasti.
    Bentornati!

    Buon ascolto,
    Claudio Trezzani by Trex Roads

  • Alli Mattice Band – “No Drama” (2023)  – by Trex Roads

    Alli Mattice Band – “No Drama” (2023) – by Trex Roads

    Connessioni, infinite connessioni. Ecco, la maggior parte delle mie scoperte di nuovi artisti da seguire e nuovi album di cui parlarvi deriva dalle connessioni. Connessione alla rete e relative connessioni con amici dall’altra parte dell’Oceano.

    Possono essere amici, fan come il sottoscritto, della musica indipendente e che quindi mi suggeriscono nuove canzoni da ascoltare o musicisti sconosciuti da seguire oppure direttamente amici artisti che hanno a loro volta amici da ascoltare.

    Capirete che stare dietro a tutti e rendergli giustizia a volte è veramente difficile, soprattutto per chi, come me, non lo fa per lavoro, ma solo per passione.

    L’artista di cui vi parlo oggi l’ho conosciuta tramite la mia amica texana Kayla Jane (di cui vi avevo parlato qui https://www.ticinonotizie.it/240278-2/ ), dopo averla vista e sentita suonare assieme lei nella neonata band tutta al femminile Billie Jeans, di cui, per inciso, aspetto un album con ansia.

    Alli Mattice ha una voce che mi ha colpito subito e mi sono messo subito a cercare notizie su di lei e ho scoperto che non aveva ancora fatto uscire nessun singolo.

    Mi sono accontentato delle sue performances live nei locali texani e devo dire che il desiderio di sentire dove l’avrebbero portata delle canzoni autografe è cresciuto, sentendola cantare cover fantastiche.

    In Texas, si sa, il talento musicale è veramente fiorente e la musica è ovunque. Si cresce ascoltandola, si cresce respirandola e assaporandola, figuriamoci se poi si cresce in una famiglia dove entrambi i genitori sono musicisti e pure gli amici.

    Non è una novizia, è in giro per locali e club del Texas dal 2010, ma, racconta, che scrive canzoni da quando aveva 5 anni. Cinque, avete capito bene.
    Devo dire che ero proprio curioso di sentire questo esordio e già dalla copertina ci fa capire quale sia la direzione musicale e di filosofia che l’ha guidata in studio di registrazione.

    Si rifa ad un periodo musicale di grande fermento ed energia e con queste 10 canzoni ne esprime proprio quello spirito: l’Estate dell’Amore non è mai stata così vicina.
    Non solo perchè la copertina la ritrae disegnata come una novella Janis Joplin, fra fiori, simboli e furgoni Volkswagen, ma soprattutto nella musica e nei testi che, in maniera fresca ed originale, ci riportano in quel momento storico, almeno per un momento.

    Non voglio essere blasfemo o fare paragoni che non sono mai corretti, ma lo spirito e quell’energia mi ricordano molto i primi passi della cantante texana per eccellenza: Janis, appunto.

    Come con la sua musica, catalogare la musica della Alli Mattice Band è difficile: un mix energico e riuscito di blues, rock, soul e country. Posso solo invidiare chi potrà sentire questi pezzi dal vivo.
    Saranno un vero e proprio incendio di anime.

    Per rendersene conto basta premere play e sentire la prima canzone Dead Weeds: tastiere e chitarre dal groove anni ’70 e la voce di Alli intensa, sensuale e così dannatamente emozionante.

    La title track pare uscita da un album dell’Estate del ’67 e il video, che potete trovare su Youtube, è lì a ricordarcelo. Chitarre, tastiere e tanto divertimento, l’assolo poi è così blues rock tagliente, vintage e moderno allo stesso tempo.

    Il primo singolo del disco, Sold Out the World, inizia in maniera quasi gotica con le tastiere e ha un incidere epico. La voce della Mattice è velluto e il suono è un rock dove il pianoforte ha un ruolo fondamentale e la ritmica pulsa crescendo assieme al cantato. Molto bella.

    Chitarre e groove ed ecco Stupid Angel, un blues rock che la voce sensuale di Alli addolcisce, ma dove la ritmica è pulsante e una nube porpora proveniente sempre dagli anni d’oro del rock, aleggia sopra le nostre teste.

    Le canzoni sono talmente moderne e vecchie allo stesso tempo, da catapultarci come in una macchina del tempo a 50 anni fa, senza però risultare delle copie.

    La voce splendida di Alli Mattice piace anche nella ballata rock dall’appeal radiofonico e nostalgico di Super Bowl Sunday: forse la domenica con maggiori ricordi dell’anno del pubblico americano.

    Giù i finestrini, sole e vento sulla faccia e via verso una strada senza fine, questo vorresti fare ascoltando queste canzoni. Splendido l’assolo incastonato al centro del brano.
    Il lavoro delle chitarre e delle tastiere è veramente notevole e la band scelta dalla Mattice per ac-compagnarla in questa avventura per il suo esordio discografico, è davvero di talento.

    La chiusura dell’album è affidata ad un brano che inizia acustico ma con un ritmo da un groove irresistibile, What it so Wrong?, con sferzate di chitarra elettrice e tastiera così dannatamente seventies che crescono fino ad un bridge rilassato e quasi onirico che valorizza, se mai ce ne fosse bisogno, una grande cantante.

    Una scoperta davvero piacevole questa band e questa artista: Alli Mattice ha un talento sopraffino, un’energia positiva avvolge la sua musica e, con la sua voce emozionante, riesce alla grande a trasportarla in queste 10 canzoni. Un risultato fresco, divertente, vintage, ma assoluta-mente originale.

    Prendete anche voi il van Volkswagen della Alli Mattice Band e correte su questa autostrada dal Texas alla California, passando attraverso i suoni di un’estate indimenticabile, e regalatevi un viaggio da fare e rifare, con un mix della migliore musica che quegli anni ci hanno regalato, suonato in maniera personale e mai banale e cantati da una voce che difficilmente dimenticherete.

    Buon ascolto,
    Claudio Trezzani by Trex Roads

    Nel mio blog troverete la versione inglese di questo articolo.
    www.trexroads.com

  • Flatland Cavalry – “Wandering Star” (2023) by Trex Roads

    Flatland Cavalry – “Wandering Star” (2023) by Trex Roads

    Oggi viviamo in un mondo veloce, con poca anima e con poca attenzione al bello e nella musica questo ha una delle sue più terribili manifestazioni.

    La musica viene chiamata con un termine orribile: “liquida”. Non si presta più attenzione alle parole, ai crediti di chi quella musica l’ha creata, suonata e prodotta e, soprattutto, non si valorizza il lavoro, spesso immane, che sta dietro alla copertina.

    Oggi nella musica indipendente, per fortuna, questa arte di creare copertine che hanno qualcosa di magico è tornata prepotentemente anche grazie al ritorno in auge del mio amato vinile, le cui copertine sono la massima espressione di questa arte che rischiava di andare persa per sempre.

    Ecco, la copertina del quarto album di una delle band più di culto e amate del Texas, i Flatland Cavalry, ha nella sua copertina meravigliosa tanti significati, ma il sentimento che più ho percepito ascoltando e guardando, è quello di una band che suona canzoni dal sapore antico e “vecchia scuola”.

    Un po’ come la copertina dove la “stella errante”, rappresentazione perfetta di una band che ha girato locali e locali senza fermarsi mai, passa sopra ai ricordi di campagna e di deserto del proprio Texas.
    La band è un sestetto che non si può paragonare a nessuno, secondo me. Cercare di dirvi assomigliano a questo o quell’altro è inutile. Tantissime influenze e nessuna decisiva.

    Sono originali, come la splendida voce del leader Cleto Cordero, uno dei cantautori migliori che il Texas abbia prodotto negli ultimi anni.

    Il resto della band è qualità pura: Reid Dillon alla chitarra elettrica, Adam Gallegos alle tastiere, banjo, acustica e mandolino, Jason Albers alla batteria, Jonathan Saenz al basso e Wesley Hall al violino.

    Alla naturale e innata vena creativa di Cordero, aggiungetevi che sua moglie è una delle artiste più di talento della musica indipendente, e avrete due menti che si sostengono e si ispirano in una maniera che l’uno migliora l’altro.

    Per inciso la moglie è Kaitlin Butts e vi ho parlato del suo meraviglioso disco del 2022 in questo articolo: www.ticinonotizie.it/kaitlin-butts-what-else-can-she-do-2022-by-trex-roads/

    Il disco prodotto da Dwight A. Baker è anche il loro esordio con l’etichetta Interscope Records.
    C’erano timori sulla band dopo il deflagrante successo dell’essere comparsi nella colonna sonora della serie tv Yellowstone o essere andati in tour con un artista del pop country del mainstream di Nashville.
    Questi timori sono stati spazzati via e anzi possiamo dire che questo Wandering Star è uno dei dischi più belli di country texano degli ultimi anni.

    Un country che prende un po’ del meglio di tutto il country di ogni decennio e lo declina con abilità, sicurezza dei propri mezzi e originalità, senza mai strafare o cercare di scimmiottare i grandi del passato.

    Mettete la puntina sul vinile, restiamo nella bellezza corroborante del passato, e verrete invasi dalla bellissima e scatenata The Provider: chitarre graffianti come in un rock anni ’50 e celebra-zione dell’America che lavora. Si parte alla grande!

    The Best Days è un country rock solare dove il violino si intreccia alle chitarre che lascia spazio alla bellissima ballata acustica Only Thing At All.

    La prestazione vocale di Cordero è di una bellezza abbagliante e, mai come in questo disco, espressiva ed emozionante.

    La splendida canzone d’amore e di maturità in duetto con la moglie Kaitlin, Mornings With You, è perfezione poetica. Scritta assieme ad un’altra artista che era già comparsa in un disco di una band leggendaria fra quelle indipendenti e cioè Ashley Monroe (comparsa in un disco degli Steel Woods, ndr).
    Splendida e divertente è Let it Roll, così dannatamente vintage e arrangiata alla grande.

    E, ragazzi, l’assolo di violino di Hall intrecciato a quello di chitarra di Dillon è breve, ma talmente bello che ho premuto ripeti solo per quei secondi.

    In Spinnin’ c’è il titolo del disco, ma c’è anche la tranquilla semplicità di un songwriting che non teme il passare del tempo, il suono è così sospeso fra le stelle della copertina senza risultare vecchio e nemmeno moderno. E’ semplice bellezza così stordente da lasciarci così sdraiati su di un prato con il naso all’insù cercando la stella errante sopra il cielo del Texas.

    Oughta See You (The Way I do) è un gioiello di country rock di livello assoluto con il testo ispirato da una frase dettagli dalla moglie. Quando due menti così piene di idee vivono sotto lo stesso tetto, basta una piccola scintilla per scatenare l’incendio che è questa stupenda canzone.

    Gli assoli poi, amici, sono spettacolari e li ascolterei per ore: chitarra e violino, violino e chitarra e poi la ritmica e la voce di Cleto. Magia, come nelle stelle sopra di loro. Un disco dove la magia della copertina avvolge un suono senza tempo, semplice, ma non scontato.
    Il ritorno di una band ormai leggendaria che ad ogni disco ci regala un nuovo capolavoro come se fosse la cosa più normale del mondo.

    Prestazioni meravigliose di tutti i membri della band, nessuno escluso: la voce che ci guida con un’intensità mai sentita, la chitarra elettrica che sferza come il vento del deserto, la magia del violino che regala assoli mescolando malinconia e gioia, la sezione ritmica che batte come il cuore nel petto dopo una lunga corsa: ecco, questo Wandering Star è tutto questo e anche di più.

    Grazie a Dio il successo non ha cambiato di una virgola i Flatland Cavalry e, se non li conoscete, questo album vi farà entrare nel loro mondo e, fidatevi, se amate la musica di qualità non ne uscirete più. Parola di Trex.

    Buon ascolto,
    Claudio Trezzani by Trex Roads

    Nel mio blog troverete la versione inglese di questo articolo.
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  • Brent Cobb – “Southern Star” (2023) by Trex Roads

    Brent Cobb – “Southern Star” (2023) by Trex Roads

    Ormai il country indipendente è una marea inarrestabile, talmente inarrestabile che ormai anche il music business del mainstream non può ignorarla e cerca, anzi, di inserirsi in questo successo che non conosce crisi o cali di popolarità da anni.

    Basti pensare che i festival che si susseguono dalla primavera all’autunno sono grandiosi, con delle line-up da sogno e registrano sold-out in ogni angolo degli Stati Uniti. Si è tornati a fare musica indipendente come si usava negli anni ’70 quando gli artisti erano un vero movimento e collaboravano fra loro per il successo uno dell’altro.

    Ecco, Brent Cobb è stato protagonista e testimone della rinascita di questo movimento che con fatica si è lasciato alle spalle le lusinghe e i dollari sonanti del music business che cercava di ingabbiarlo in folli regole commerciali. Non tutti, nonostante il talento, sono riusciti a a farlo, ma quelli che ce l’hanno fatta oggi sono snocciolati in una delle canzoni più belle degli ultimi anni.

    Parto in maniera diversa oggi a raccontarvi questo disco e comincio col parlarvi di un brano che è un manifesto, una testimonianza, una celebrazione da parte di un artista che c’era, ha vissuto e ha condiviso gli studi di registrazione, il palco e la vita con i migliori artisti della musica indipendente, ma anche con quelli del mainstream.

    Brent Cobb con When Country Came Back to Town ci regala una sorta di playlist dei migliori artisti country di questo movimento e lo fa con una meravigliosa ballata che ha impiegato 15 anni a completare e che sarà nei miei speaker per tanti anni a venire. Non è riuscito a inserire tutti, ma ci sono nomi che oggi riempiono le arene, ma quando hanno iniziato erano osteggiati e suonavano per 100$ nei drugstore e oggi sono il faro che guida quelli che vogliono percorrere le stesse strade.

    C’è il “cugino Dave” che è Dave Cobb il mago della produzione che ha dato il la al movimento, c’è Jamey Johnson e il suo compianto chitarrista Jason “Rowdy” Cope con cui condivideva i sogni, c’è Sturgill Simpson che ha aperto la strada come Cody Jinks, c’è Chris Stapleton e la moglie Morgane, Nikki Lane e anche chi, nonostante sia inglobata ormai nel carrozzone di Nashville, resta una grande artista e cioè Miranda Lambert. E tantissimi altri.

    Non solo un brano da ascoltare, ma un brano da leggere e tramandare ai posteri: oggi la musica indipendente è protagonista e lo è grazie ad artisti come Brent Cobb, nessun dubbio riguardo a questo.

    Southern Star è un disco perfetto, 10 canzoni che sono una celebrazione non solo della musica del Sud degli States, la parte migliore, per chi vi parla, della musica americana, ma è anche una celebrazione della vita dei luoghi dove Cobb ha vissuto.

    Per esempio la title track che apre il disco è una dedica alla sua Stella Polare, quella dove sa che può tornare e sentirsi meglio e cioè la sua Georgia, ma anche ad un bar dove era solito frequentare il leggendario Jason Cope. Un artista che è stato suo ispiratore e con il quale ha condiviso tanto, prima della sua tragica scomparsa.

    Il disco è stato registrato ai Capricorn Studios di Macon e il sentimento che avvolge il disco è lo stesso che avvolgeva i dischi di chi è nato e ha registrato qui: la Allman Brothers Band, Charlie Daniels, il soul e il southern, come nella splendida Livin’ the Dream. Ritmo, soul e una spruzzata di funk. Tastiere e armonica, una voce calda e un’abilità nello scrivere canzoni di qualità veramente pazzesca.

    Patina è una bellissima ballata d’amore scritta dalla moglie di Brent che rilassa l’atmosfera, uno di quei pezzi che ci immaginiamo ascoltare sotto un portico davanti ad un piccolo fuoco. Bellissima nella sua disarmante semplicità.

    Volevate rock e funk del Sud? Ecco a voi ‘On’t Know When dove la magia del sentimento gospel, che era alla base del suo precedente disco (la cui recensione potete trovare qui https://www.ticinonotizie.it/brent-cobb-and-now-lets-turn-the-page-2022-by-trex-roads/), in-contra l’honky tonk e il southern. Un pezzo divertente e con un arrangiamento da fuoriclasse.

    Il ritmo non vi molla nemmeno in Devil Ain’t Done, andamento del Sud: soul, funk e blues in un mix assassino. Metteteci poi il testo che ci parla di come il nostro non vuole mollare l’atteggiamento ribelle e, anzi lo ritiene fondamentale e avrete un pezzo che non lascerà presto le playlist di chi ama il rock del Sud e il suo appeal.

    Il lavoro si chiude con un’altra ode al Sud, Shade Tree, che ne abbraccia completamente il sentimento rilassato con una ballata d’altri tempi che la voce calda e intensa di Cobb rende ancora più incisiva. Il songwriting di questo ragazzo ha pochi eguali nel mondo indipendente. Chapeau!

    Southern Star è uno dei dischi indipendenti dell’anno, non solo per la canzone che celebra le gesta dei suoi eroi, ma perché esalta un territori e il suo sentimento che sono la migliore espressione della musica cantautoriale americana.

    Cobb dopo album veramente bellissimi, ci regala un altro capolavoro da tramandare ai posteri che lo pone, senza ombra di dubbio, fra i migliori della sua generazione.

    Un disco che nella sua tranquilla semplicità, cela un mondo di poesie e storie complesse e piene di significati, che vanno apprezzate lentamente, come se steste sorseggiando un tea dolce in uno di quei barattoli di vetro, avvolti dal profumo delle pesche, seduti sotto un portico di legno.

    Io, come Brent Cobb, lascio agli altri la stella che punta al Nord, musicalmente la mia stella è una stella del Sud che punta direttamente verso i luoghi dove la migliore musica americana si è rivelata al mondo.

    Buon ascolto,
    Claudio Trezzani by Trex Roads

    Nel mio blog troverete la versione inglese di questo articolo.
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  • Southall – “Southall” (2023) by Trex Roads

    Southall – “Southall” (2023) by Trex Roads

    Ci sono artisti la cui crescita è evidente man mano che si susseguono gli album: una maturazione musicale che quasi coincide con l’aumento esponenziale del successo e del numero di fans.

    Nella musica indipendente americana succede spesso. Si parte da uno zoccolo duro di ascoltatori che magari ti seguono da quando muovevi i primi passi in un piccolo bar di Stillwater, Oklahoma e ora viene a vederti in locali o festival dove ci sono migliaia di persone.

    Ecco amici, i Southall hanno fatto questo percorso e, come un treno in corsa senza ostacoli, lo stanno percorrendo entusiasmando per freschezza musicale, influenze diverse fra loro e un sound esplosivo che non fa prigionieri.

    Vi avevo già parlato di questa band recensendo il loro terzo disco For the Birds del 2021 https://www.ticinonotizie.it/read-southall-band-for-the-birds-2021-by-trex-roads/), ma c’è una sostanziale differenza rispetto al disco di solo 2 anni fa: il nome.

    Il leader di questa giovanissima band si chiama Read Southall e ha sempre usato il suo nome e cognome per chiamare la sua creatura sin dall’esordio discografico del 2015.

    La differenza con il passato però risulta evidente perchè ora i membri della band (Ryan Wellman e John Tyler Perry alle chitarre, Reid Barber alla batteria, Jeremee Knipp al basso e Braxton Curliss alle tastiere) portano le loro idee, le loro note e le loro parole per creare canzoni come un tutt’uno.
    Proprio per questo motivo hanno deciso di chiamare la loro band solo Southall senza aggiungervi altro: siamo noi, siamo questi e siamo una band. Coi fiocchi aggiungerei.

    Questi ragazzi sono fra i migliori esponenti della scena attuale della red dirt music dell’Oklahoma e vengono da un posto dove gente come i Cross Canadian Ragweed e i Great Divide erano leggende vere, ma i Southall non sono solo quello. Hanno inserito nel loro sound elettrizzante an-che sprazzi di rock settantiano, scariche di hard rock e tantissime idee geniali e personali.

    Questo album omonimo però comincia con quella che mi sembra una specie di dedica al sound della loro terra e quella che più è radicata nel loro cuore: The Score. Suono, chitarre del sud e cori. Un inizio che spiazzerà visto che il resto del disco sarà totalmente invaso dal suono di chitarre sferzanti e tanto ritmo martellante.

    When You’re Around chiarisce subito il concetto con delle sferzate di chitarra elettrica e un groove avvolgente. Una canzone rock veloce dal gusto quasi punk e guidata dalla voce intensa e particolare di Read Southall.

    Le chitarre fanno un lavoro egregio e sfrecciano via graffiando l’aria, ma nella successiva Out Alive il suono si fa ancora più pesante e le chitarre si fanno più dure. Il riff sembra un incontro clandestino fra i Black Sabbath e la chitarra acida di Jack White, ma è la voce gridata del leader che ne certifica l’originalità. Bellissimo il testo, molto attuale sulla paura di dire o pubblicare qualcosa in questo mondo di censori che sono pronti a crocifiggere qualcuno per idee diverse da ciò che loro ritengono giusto.

    Non fate in tempo ad abituarvi al sound pesante e quasi cupo della precedente, che arriva By Surprise un rock cadenzato e solare che sembra quasi una canzone rock degli anni ’90, spensierata e da cantare a squarciagola con i finestrini abbassati in un’estate senza fine.

    La cosa sicura è che è difficile catalogare i Southall, in un certo senso la stessa cosa che capita con i Whiskey Myers: possiamo certamente dire che sono rock americano nell’accezione più ampia del termine. Ci sono tantissime influenze e suoni diversi, ma tutti declinati con personalità e originalità.
    One Day at Time cambia ancora registro, un brano quasi blues nel suo incidere di chitarre, un blues però influenzato dal rock come nella migliore tradizione inglese degli anni ’70.

    E per rimanere in quel periodo e in quella zona musicale arriva la mia preferita del disco: la splendida ed entusiasmante Scared Money. Con una freschezza e un talento sopraffino i ragazzi dell’Oklahoma attualizzano il sound che i Rolling Stones avevano concentrato nel loro capolavoro Exile on Main Street. Chitarre, riff dal groove assassino e tanto ritmo. Le influenze più forti del country della loro terra è nel testo dedicato ai lavoratori e alla gente comune.

    Chitarre sugli scudi anche in All I Have e anche qui forte eco di punk rock anni ’90, ma con un appeal moderno e mai banale. Il lavoro delle chitarre è anche qui un punto di forza.

    Volevano fare un disco rivoluzionario per la loro carriera: nel nome, nella musica e nel modo di farla e si sono affidati al produttore di uno dei dischi più rivoluzionari degli ultimi anni e cioè Eddie Spear che ha prodotto il capolavoro mastodontico di Zach Bryan: American Heartbreak.

    Un altro testo fortemente country in una canzone caratterizzata dalle chitarre blues: ecco a voi Spit it Out. Un tappeto di tastiere e una ritmica pulsante, altro pezzo che è nella lista dei miei preferiti. La produzione e la band creano un sound così ricco e pieno di sfumature che premere ripeti sarà normale per apprezzarne la profondità.

    Il disco si chiude con una solare ballata, Short and Sweet, dove la voce di Read ci regala forse la prestazione più inaspettata e bella. Intensa, avvolgente ed emozionante. Qui il country è anche nella musica, una ballata acustica da chiusura di show, con la chitarra elettrica che cerca di fare capolino.
    Un disco che è un vero e proprio viaggio nella musica rock americana, senza dimenticare le origini di una band nata nel solco dei grandi artisti dell’Oklahoma.

    Fra poco in mezzo a quei nomi ormai diventati leggendari, potremmo leggere il nome di questa band formata da ragazzi da un talento che ormai è riconosciuto e fidatevi dopo averli visti dal vivo a Milano lo scorso anno di spalla ai Blackberry Smoke posso confermarvi che sono una scarica elettrica tanto da disco come sulle assi di un palco.

    Il successo sta montando forte come l’evoluzione del loro sound, come vi ho detto all’inizio, e nel 2024 saranno in tour come attrazione principale in Europa e toccheranno anche Milano: vi suggerisco di segnarvelo in agenda e, se amate il rock, di non lasciarvi scappare l’occasione.

    Buon ascolto, by Trex Roads

    Nel mio blog troverete la versione inglese di questo articolo.
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