Autore: Domenico Bonvegna

  • L’oblio sulla Giornata Europea in memoria delle vittime dei regimi totalitari nazista e comunista

    L’oblio sulla Giornata Europea in memoria delle vittime dei regimi totalitari nazista e comunista

    Dal 2008, l’Unione Europea celebra il 23 agosto la Giornata Europea della memoria delle Vittime dei Regimi Totalitari, che era nata come Giornata Europea della Memoria per le vittime dello stalinismo e del nazismo.

    La data scelta è il 23 agosto, perché fu in quel giorno che fu siglato il patto Molotov – Ribbentrop nel 1939. Nazisti e sovietici si spartivano Romania, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Finlandia in zone di influenza. E, in fondo, quel patto fatto con i nazisti poi viene mantenuto anche dagli alleati. Nessun giornale o televisione ne ha parlato. Ne ha dato notizia soltanto Lanuovabussolaquotidiana(Walter Lazzari, Ribbentrop-Molotov. Il 23 agosto, memoria delle vittime di entrambi i totalitarismi, 23.8.24)

    “In Italia,- scrive Lazzari -il mainstream (a cominciare da Istituti storici della Resistenza e Anpi, passando ai manuali scolastici, giornali, tv e cinema, premi letterari ecc ecc) è rimasto all’antifascismo all’italiana” . E si vede visto che nessuno fa memoria di questa data, forse la colpa è delle ferie estive.“Più comodo e redditizio trattare l’avversario politico come un nemico dandogli del fascista. Fino a stilare patentini di antifascismo che qualsiasi associazione, pure la bocciofila, deve esibire per poter chiedere una sala comunale. Quanta fatica a fare i conti col comunismo. Come il 10 febbraio: si onorano i giuliano-dalmati per la pulizia etnica, ma non si vuol riconoscere l’evidenza, che cioè l’Italia ha subito non solamente il nazi-fascismo ma altresì il comunismo, sia pure solo per una porzione del nostro territorio”.

    Tuttavia, la data è molto sentita nei paesi Baltici, che furono, forse, quelli più colpiti da questo patto tra comunisti e nazisti. Non è un caso che fu proprio il 23 agosto del 1989, nel cinquantesimo anniversario del Patto, le popolazioni delle nazioni baltiche fecero una gigantesca catena, la Catena Baltica, formata da 2 milioni di persone che si unirono mano nella mano in un percorso di 675 chilometri, toccando Tallinn, Riga e Vilnius per chiedere l’indipendenza delle loro nazioni. Dopo pochi mesi, sarebbe poi caduto il Muro di Berlino. Infatti, queste tre piccole repubbliche baltiche furono tra le vittime del Patto Ribbentrop – Molotov. Subirono una prima annessione sovietica, dall’estate del 1940. Poi l’occupazione nazista, dal 1941 al 1944. Quindi nuovamente l’occupazione comunista, dal 1944 alla dissoluzione dell’Urss.

    “Ne sorse una Resistenza partigiana, i “Fratelli della Foresta”, le cui cifre parlano di oltre 100mila combattenti lituani,40mila, lettoni, 30mila estoni. Impegnarono 260mila unità sovietiche. Le operazioni si protrassero per anni e furono debellati solo a metà degli anni ’50: l’Occidente, come per l’Ungheria, onorava gli impegni di Yalta, così che senza alcun aiuto militare la Resistenza fu soffocata”.

    Il governo bolscevico intraprese una sistematica operazione di deportazione, chi in Kazakistan, chi alla Kolyma, chi ben sopra il Circolo polare artico.

    A questo punto il servizio de LaNuovabq fa la storia dei tre piccoli Paesi Baltici, la loro lotta per l’indipendenza. Un percorso che accomuna ed esalta questi tre piccoli paesi. Fino ad arrivare al 1991, quando nelle capitali furono erettele barricate a difesa dei palazzi delle istituzioni e le torri dei centri radiotelevisivi. Le piazze erano presidiate dagli operai, con fuochi e bivacchi cui la gente portava cibo e bevande; per molti mesi; e ci furono scontri e vittime. Ad agosto, l’indipendenza fu proclamata dalle legittime supreme istituzioni (ormai democraticamente elette). Nel settembre 1991 l’indipendenza delle tre nazioni era ufficialmente riconosciuta dall’Urss.

    “Tre popoli maturi e fieri, che per ben due volte in un secolo, pagando altissimo prezzo, hanno saputo conquistarsi da soli la propria libertà”. E qui il discorso si rende attuale secondo Lazzari, il riferimento è alla pressione politica postsovietica-putiniana: da molti anni e ben prima del 24 febbraio 2022, essi temono per la loro sovranità. Non è un caso se in questi paesi, come in tutti quelli che con la Russia confinano, dalla Finlandia alla Romania, dovunque sventolano moltitudini di bandiere ucraine: ogni edificio pubblico (ma pure commerciale) che porta la bandiera nazionale, vede accanto sventolare la bandiera ucraina”.

    Non solo ma capita di vedere, cosa che indignerebbe i pacifintinostrani, accanto alla bandiera blu della Ue, c’è anche la bandiera blu della Nato(mai visto cosa simile da noi). Mentre davanti alle ambasciate della Federazione russa, nelle capitali, la gente ha apposto (evidentemente tollerata dalle autorità) manifesti diNavalnye degli altri prigionieri politici.

    A Riga la via dell’ambasciata è stata re-intitolata con una targa che testualmente recita: «Via dell’indipendenza ucraina. In ricordo della potente lotta dell’Ucraina contro la guerra lanciata dalla Federazione Russa nel 2022».

    Tornando al 23 agosto, “se non è per malafede e per rendite di posizione, per quali altri motivi si continua pervicacemente a ignorare la raccomandazione del Parlamento europeo il quale con la Risoluzione 19 settembre 2019 ribadisce di onorare il 23 agosto, firma del patto Hitler – Stalin, come “Giornata europea di commemorazione delle vittime di tutti i totalitarismi”, istituita già dall’ormai lontano 2008?”.

    Domenico Bonvegna

  • Il sequestro di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori

    Il sequestro di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori

    Durante le vacanze estive finalmente ho letto, “Vaticano. Un affare di Stato.Le infiltrazioni – l’attentato – Emanuela Orlandi”, un dossier scritto da Ferdinando Imposimato, Koinè (II ristampa 2009) Una ristampa, che peraltro ha venduto 25.000 copie. Il testo si occupa di vent’anni di indagini e ricerche portate avanti, nonostante ostacoli di ogni genere, anche dopo la caduta del Muro di Berlino. Una storia vera e affascinante, dall’uccisione di Moro, all’attentato al Papa, dalle infiltrazioni delle spie dell’Est in Vaticano al sequestro di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori. L’autore è Ferdinando Imposimato, investigatore di razza, giudice istruttore dei più importanti casi di terrorismo. Eletto al Senato della repubblica e alla Camera dei Deputati per tre legislature.

    Il testo prefato da Francesco Bruno è dedicato a Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, vittime della guerra fredda. Nonostante scritto due decenni fa, il testo, può ancora essere utile per comprendere la complicata e intrigata storia che ha condizionato per diversi anni l’attività di Giovanni Paolo II, assoluto protagonista degli anni ’80. Infatti, il tutto nasce dalla elezioni al soglio pontificio di Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia della Polonia comunista. Breznev capo politico dell’URSS, lo aveva capito, la sua elezione sarebbe stata una vera e propria sciagura per il Comunismo internazionale. Interessante il colloquio tra Breznev e Gierek, il segretario politico del partito comunista polacca, riportato dal Dossier Mitrokhine ripreso da Imposimato. I comunisti erano convinti che “Giovanni Paolo II avrebbe messo in discussione l’intero blocco sovietico”. Il rapporto del KGB poneva l’accento sul fatto che Wojtyla si era definito più volte non solo il ‘Papa polacco’, ma anche frequentemente il ‘Papa slavo’”.

    Pertanto la visita del Papa in Polonia era vista come un cataclisma per il governo comunista. Bisognava dissuaderlo con tutti i mezzi secondo i sovietici. E’ evidente che il Papa polacco era un nemico per il sistema comunista per questo il KGB ha organizzato la sua eliminazione fisica che doveva avvenire il pomeriggio del 13 maggio 1981 in Piazza S. Pietro a Roma ad opera di un killer turco ingaggiato dai servizi segreti bulgari (X-HVA): “Bisognava assassinare il Papa”. I bulgari hanno una lunga tradizione di attività terroristiche e sono i più sicuri ed i più servili. Sono i prediletti dell’URSS, dice l’ex capo dei DS bulgaro, Stefan Svedlev. Wojtyla diventa il nemico numero uno di Mosca. Imposimato scrive che subito i sovietici misero in moto tutte le spie e agenti infiltrati in Vaticano. Tuttavia, dopo il fallito attentato, la situazione peggiorò, per i Paesi del patto di Varsavia:“l’attivismo di Giovanni Paolo II divenne inarrestabile. Colpire il Papa era diventato ancora più necessario anche se più difficile”. Ma era necessario farlo attraverso “operazioni speciali”, sequestri e omicidi contro persone dello schieramento nemico. Così nacque il progetto contro giovani cittadine vaticane appartenenti a famiglie molto legate al Papa e quindi si pensa di sequestrare alcune familiari, le figlie di alcuni operatori del Vaticano. Prima il 7maggio 1983, Mirella Gregori e poi il 22 giugno 1983, Emanuela Orlandi. Questi rapimenti servono per ricattare il Papa, i giudici italiani e il governo italiano. Non solo, ma le due ragazze, soprattutto Emanuela serviva come merce di scambioper la liberazione dell’attentatore turco Ali Agca, appartenente ai cosiddetti “Lupi Grigi”. Il testo di Imposimato descrive tutti i vari passaggi della cattura della povera Emanuela, basandosi su documenti e dichiarazioni a volte dei protagonisti di queste oscure storie, che hanno tenuto in apprensione non solo i familiari delle due ragazze ma la gran parte degli italiani. Per la verità anch’io ho dato poca importanza o perlomeno minimizzato, i due casi dei sequestri delle due ragazze. Come si può notare nella mia Antologia su San Giovanni Paolo II, ho fatto soltanto qualche breve accenno all’attentato al Papa. Peraltro ancora oggi, sottovalutato e minimizzato anche dal mondo cattolico. Infatti, esistono poche pubblicazioni sul grave episodio.

    Imposimato descrive nei particolari, lo stato d’animo del Papa, per la sofferenza dei familiari e delle ragazze sequestrate, il ricatto dei servizi segreti comunisti era rivolto direttamente alla sua persona. I comunisti erano determinati, bisognava colpire il Papa per via trasversale e poi soprattutto fare di tutto per delegittimarlo.

    Mai nessun Papa aveva ispirato tanta paura e avversione a Mosca. L’intento del KGB era quello di distruggere moralmente il Santo Padre, prima che fisicamente. Si fece di tutto per trovare anche materiale compromettente. Il compito fu affidato al servizio polacco, l’SB, che aveva più possibilità di creare una rete di spie in Vaticano. Almeno questa è la tesi di Imposimato. Lenin era convinto che un segretario di un partito comunista, per essere all’altezza del suo compito, se serve doveva essere capace all’occorrenza di vestirsi anche col saio francescano. Imposimato nel testo fa un elenco di nomi pure di religiosi, coinvolti nell’attività spionistica. Il secondo viaggio in Polonia del Papa divenne un incubo per i comunisti. A Mosca, a Berlino e a Sofia si prese la decisione di accelerare il sequestro dei cittadini italiani e vaticani per usarli come mezzi di pressione per costringere il Papa a cambiare condotta. Non c’era più tempo bisognava agire in fretta.

    Il rapimento della Orlandi ha coinvolto diversi Stati: Vaticano, Italia, URSS, Bulgaria, Germania Est, Polonia, Turchia, Cecoslovacchia, Germania Ovest…Imposimato anche qui fa i nomi di quelli che hanno partecipato come organizzatori, tutti portano alla pista bulgara. Interessante l’episodio raccontato nel libro, come hanno fatto i bulgari a minacciare Ali Agca all’interno del carcere di Rebibbia. Il turco se voleva salvare la sua vita, doveva ritrattare tutto quello che aveva detto intorno alla pista bulgara. Ecco perchè Agca simulò un delirio religioso farneticante, una lucida follia. Più volte Imposimato chiarisce che l’attentato al Papa in Piazza S. Pietro è stato opera di un complotto e non l’opera di un cavaliere solitario o di un folle farneticante. In quei mesi in molti si ostinavano a sostenere il contrario. Del resto anche la Corte d’Appello di Roma ha sostenuto la tesi di Imposimato. Dietro l’attentato al Papa c’era l’Unione Sovietica, il quale prevedeva, nel caso di un fallimento, la rapina di una personalità di spicco da usare come merce di scambio per la liberazione di Agca. “Emanuela e Mirella– scrive Imposimato – furono le vittime innocenti del piano terroristico-criminale ordito dai complici del killer turco […] furono il debito pagato dai mandanti dell’attentato al Papa per dimostrare ad Agca che egli non era stato abbandonato, tanto che una cittadina vaticana ed una italiana erano ostaggi dei suoi amici in vista della sua liberazione”.

    Certo il killer vivo sarebbe stato, e lo fu, un pericolo per i complici. La sua cattura in Piazza S. Pietro, per certi versi, gli salvò la vita.
    Sono interessanti i passaggi che il libro offre sull’inquietante sequestro Orlandi. Il nodo principale era quello di dissuadere il Papa nella sua ostinata decisione di andare nel giugno 1983 in Polonia, sostenere la battaglia di Solidarnocs di Lech Walesa contro il regime di Jaruzelski e contro l’URSS. I comunisti hanno attuato una strategia chiara, evitare di sequestrare sacerdoti o uomini del clero di alto rango, non si voleva creare martiri nella Chiesa e poi così il Papa non si sarebbe piegato. La scelta doveva cadere su persone estranee alla gerarchia vaticana ed al clero in generale. Occorreva puntare su giovani vittime. E così si individuarono le figlie adolescenti di impiegati, sconosciuti agli italiani. Sostanzialmente una strategia molto simile a quella della mafia.“Per quelle giovani vite, meglio se bambine, per innocenti creature il Papa si sarebbe dovuto piegare al ricatto. Avrebbe avvertito un senso di colpa nel sapere che incolpevoli fanciulle, sue suddite, appartenenti a famiglie di uomini che tutti i giorni rischiavano la vita per lui vegliando su ogni passo […]” . E’ evidente la raffinatezza, ma soprattutto la malvagità perversa degli organizzatori dei sequestri delle povere ragazze. L’obiettivo dai rapitori era quello di mettere pubblicamente in difficoltà il Santo Padre umiliandolo agli occhi del mondo.

    Dopo il rapimento il Papa interviene con ben otto appelli rivolti ai rapitori per la liberazione delle ragazze. Imposimato nel libro racconta fin nei dettagli le varie telefonate, le missive dei rapitori della Orlandi. Nonostante le diverse prove, c’era gente che dubitava che si trattava di un sequestro di matrice terroristica. E forse ancora oggi, anche se leggo dai giornali che il giudice Ilario Martella, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui cold case delle due ragazze scomparse a Roma nell’estate del 1983. Il magistrato, ora in pensione, indagò sui sequestri di Emanuela e Mirella dal 1985 al 1990. I sequestri furono “un’operazione di distrazione di massa ideata e compiuta dalla Stasi (i servizi segreti dell’allora Germania”, per evitare che “la Bulgaria e tutto il mondo dell’Est venissero coinvolte nell’attentato al Papa, dopo che Ali Agca, interrogato da me, aveva iniziato ad accusare tre funzionari bulgari”. Quanto alle sorti delle giovani rapite, Martella ha detto: “Credo siano state sacrificate, uccise non subito, ma magari dopo un po’. Tenerle in vita sarebbe stato pericoloso perché avrebbero potuto essere dei testimoni fondamentali”. (Rosa Scognamiglio, Orlandi-Gregori, il giudice che indagò sui cold case: “Rapite e uccise dai servizi segreti dell’Est”, 28.6.2024, Il Giornale).

    L’attentato al Papa può essere “un punto di partenza”. È”emerso che sin da 1982 la Bulgaria era molto preoccupata di poter essere coinvolta nell’attentato al Papa”. Martella, che ha indagato sull’attentato al Santo Padre, ha ricordato le indagini sul caso del bulgaro Antonov e ha aggiunto che il collegamento con i casi Orlandi e Gregori è che si voleva “determinare una disattenzione totale” e una”sorta distrazione di massa.E chi poteva porre in essere una simile operazione? Non era certo una cosa di bassa manovalanza tipo la banda della Magliana ma serviva che le cose venissero fatte con altissima qualità professionale”, da un’organizzazione “quale era la Stasi all’epoca”. “Questa operazione di distrazione di massa doveva fare in modo di creare episodi su cui attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica”, ha concluso.

    Torno al libro di Imposimato, ci sono diversi drammatici passaggi, spesso ignorati, dalla stampa di allora. Talvolta i genitori di Emanuela, direttamente interessati, venivano ignorati. Il testo si sofferma sulla figura del Papa che sostanzialmente con questo sequestro e con il consequenziale ricatto, stava subendo anche un vero “calvario mediatico”, preso di mira dai servizi segreti bulgari e russi. Bisognava tenere sotto scacco il Papa e il Vaticano. Imposimato usa la frase drammatica ben precisa: “si vuole assassinare moralmente il Papa, dopo aver fallito di eliminarlo fisicamente”. Il Papa aveva capito bene la portata del ricatto dei sequestratori, prendeva sul serio i loro messaggi, i loro Komunicati, a differenza degli inquirenti, quello dei sequestratori,“era un piano criminale lucido e preciso, tutt’altro che delirante e illogico”. Drammatica era la lettera di Emanuela del 29 agosto 1983, anche questa non sarà presa sul serio. Intanto la disinformatia dei servizi segreti della Stasi in particolare, opera incontrastata. Nell’opera di disonformazione, Ivan Ivanovic Agayants, il capo dei Servizi del KGB, afferma:“Dobbiamo continuamente incoraggiare i giornalisti occidentali a scrivere ciò che rappresenta l’esatto contrario delle nostre vere intenzioni […]”. In pratica chi scrive la verità sul complotto terroristico del KGB, “deve venire prontamente ridicolizzato come fascista o esponente della destra”.

    Imposimato sa quello che scrive perché ha anche intervistato Gunther Bohnsack, collaboratore della Stasi. L’obiettivo era quello di destabilizzare con qualsiasi mezzo i Paesi occidentali, non solo ma anche il Vaticano e il Papa. Il libro si chiude con la significativa lettera che il giudice ha scritto al Santo Padre. Imposimato sottolinea la sua fede di cattolico, apprezza la battaglia per la libertà di Wojtyla contro la tirannide comunista. Successivamente il Papa lo riceverà, esortandolo a proseguire nella ricerca della verità.

  • Il Popolo per la Vita marcia contro la dittatura del Pensiero Unico. NO al relativismo culturale

    Il Popolo per la Vita marcia contro la dittatura del Pensiero Unico. NO al relativismo culturale

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Quale dovrebbe essere il discorso più importante che dovrebbe fare qualsiasi politico o operatore sociale?

    E’ quello che ho fatto con alcuni amici prendere atto che stiamo vivendo un’epoca dove L’inverno demografico nei Paesi occidentali avanza e si fa sempre più freddo. Da anni ormai gli studi, le ricerche e le statistiche lo ribadiscono costantemente. Tutti gli Stati Osce continuano a registrare un calo del tasso di fecondità e nell’area europea l’Italia, insieme alla Spagna, sono quelli con il tasso più basso (1,2 figli per donna). Fare queste riflessioni non significa stimolare il pessimismo, o essere degli uccelli di malaugurio. Qualsiasi azione politica, sociale e culturale deve partire da qui, dal declino demografico. Collegato a questa questione c’è la piaga dell’aborto. Bisogna affrontare la “buona battaglia” contro l’aborto, per invertire il trend della denatalità. Vogliamo che l’inverno demografico venga sconfitto? Bisogna iniziare a combattere l’aborto senza fanatismi, pazientemente con un’azione culturale di sensibilizzazione delle nuove generazioni. Al momento attuale è impensabile voler cancellare la Legge 194, non ci sono le condizioni. Il lavoro da fare è quello che sta facendo il network “Ditelo sui Tetti”di Domenico Menorello, il grande lavoro di “Pro Vita & Famiglia”, di Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu, o Family Day di Massimo Gandolfini. Che peraltro ogni anno organizzano

    Sono ormai parecchi anni che ci troviamo nella necessità di difendere la vita dal concepimento alla morte naturale, di fronte agli assalti condotti dalla dittatura ideologica dei cosiddetti diritti civili. In primis aborto e eutanasia. Ma in questi ultimi mesi, stiamo registrando una drammatica escalation, a livello nazionale e internazionale, per negare l’unico vero e sacrosanto diritto che riguarda ogni persona: il diritto alla vita.

    Perfino nel recente G7, chiamato ad affrontare emergenze devastanti – come le guerre in atto, dall’Ucraina a Gaza; il difficilissimo tema dell’immigrazione incontrollata, con decine di poveri morti in mare e il criminale lucro dei trafficanti di esseri umani; il contrasto alle mafie internazionali del commercio e spaccio di droghe, che mietono le vite di migliaia di nostri poveri giovani (centomila morti solo negli USA nel 2023!)  – i seguaci della cultura della morte, con il Presidente francese Emmanuel Macron in testa, hanno spinto perché si riconoscesse il “diritto di aborto” come questione fondamentale da approvare a livello transnazionale. Se non è questo un tentativo di indottrinamento ideologico contro ogni semplice buon senso, di imposizione di un pensiero profondamente antiumano ed immorale, c’è da chiedersi che cosa di più malvagio dobbiamo ancora aspettarci.

    In questo scenario ideologico, la Manifestazione “Scegliamo la Vita”  acquista una particolare importanza: il popolo della vita si propone di essere il “popolo per la vita”, pronto a sfilare per le vie della capitale allo scopo di manifestare pubblicamente la bellezza della vita, che supera e sorpassa tutte le devastanti ideologie mortifere, dall’aborto al suicidio assistito, all’eutanasia, alla vendita di esseri umani, in particolare di bambini.

    Il profeta Isaia, nell’VIII secolo avanti Cristo, condannava duramente coloro che “chiamano bene il male e male il bene”, esattamente come sta accadendo oggi, nel nostro tempo, quando l’eliminazione di un bimbo nel grembo materno viene presentato e promosso come una grande conquista sociale, un bene che la modernità deve patrocinare e difendere dai “fascismi” che lavorano per difendere il suo diritto alla vita. E che dire di un povero malato, sofferente e “disperato”, o anche più semplicemente depresso sotto il peso di una vita difficile, che invece di essere aiutato grazie ai tanti presidi della medicina palliativa, viene “dignitosamente” aiutato a suicidarsi, con l’ignobile pretesto del “l’ha chiesto lui”?
    Certamente c’è una sproporzione enorme fra i mezzi di cui dispone la dittatura del pensiero unico, del politicamente corretto, ed il rischio della rassegnazione al male è davvero incombente. Ma non può e non deve essere così. In fondo la storia ci insegna che le maggioranze corrotte, violente, inneggianti a principi in palese contrasto con la legge naturale e il senso dell’umano che è in ciascuno di noi, dopo un temporaneo effimero successo, sono crollate e quelle piccole, sparute minoranze che hanno difeso principi e valori che costruiscono il bene comune, hanno ricondotto i popoli sui binari della vera giustizia, libertà e pace.

    Oggi la cancel culture, il pensiero woke si propongono di silenziare, estromettere dal dibattito pubblico, ogni voce dissenziente, che ha il coraggio di “chiamare le cose con il loro nome” come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II in tema di aborto e eutanasia. Una ragione in più per “parlare con i nostri corpi”, marciando per le nostre strade in nome della vita: c’è posto per tutti e se il tuo posto rimane vuoto, purtroppo vorrà dire che mancherà una voce nel coro che canta la bellezza della vita.

  • L’eccezione antropologica italiana secondo Alfredo Mantovano. Di Domenico Bonvegna

    L’eccezione antropologica italiana secondo Alfredo Mantovano. Di Domenico Bonvegna

    Nei giorni scorsi due eventi si sono svolti all’attenzione di chi ha a cuore la crisi umana che attanaglia l’Occidente da almeno mezzo secolo, da quando esplose negli Anni 60 del secolo scorso. Una crisi antropologica che viene da lontano. Si tratta di una aggressione politica e militare da parte di un asse di Paesi uniti fra loro dal rifiuto delle libertà e dall’odio contro la civiltà occidentale, sia per come si è ridotta da decenni di secolarismo, sia per alcuni suoi valori qualificanti, che rimangono nonostante la crisi antropologica. Due eventi hanno cercato di affrontare questa crisi, il primo, Il Festival dell’umano, organizzato dal network Ditelo sui tetti, e la Manifestazione nazionale per la vita, entrambi svoltisi a Roma rispettivamente il 18/19 giugno e il 22 dello stesso mese.

    Riprendo dal sito del Governo Italiano Presidenza del Consiglio dei Ministri(governo.it) l’interessante intervento che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che ha pronunciato al “Festival dell’Umano tutto intero”, nella sessione dedicata a “L’eccezione (antropologica) italiana per l’Europa e il mondo”. Vale la pena leggere le profonde riflessioni storiche, culturali, sociali, politiche e religiose. Ho escluso qualche parte per creare una sintesi per il giornale.
    L’intervento del Sottosegretario Mantovano al 1° Festival dell’«Umano tutto intero»: ’Eccezione (antropologica) italiana è utile al mondo?“

    L’Italia è un Paese sbagliato. Può dispiacerci, ma è così. È stato quasi sempre dalla parte sbagliata. Ha perduto tutti gli appuntamenti più significativi con la Storia: al momento della rivolta luterana è rimasto con la Chiesa cattolica; ha vissuto sì il Rinascimento, ma conferendo a esso un’impronta di fede; ha mostrato scarso entusiasmo per la Rivoluzione francese, tant’è che quando Napoleone ha condotto in Italia i lumi del progresso sulle baionette dei propri soldati, tutti i popoli della Penisola, chi più chi meno, si sono ribellati; sembrava aver estromesso il potere clericale con la formazione dello Stato unitario, ma poi lo sciagurato Concordato lo ha ripristinato. E così via, fino ai giorni nostri, che vedono nel governo Meloni l’apoteosi dell’anomalia: quella di un popolo che elegge una maggioranza sulla base di un programma elettorale, e questa maggioranza sostiene un governo che prova a essere coerente con quel programma. Sbaglio che più grave non si può, in controtendenza con la felice esperienza dell’ultimo decennio, che invece aveva visto formarsi governi a prescindere dalla variegata e mutevole volontà popolare”.

    C’è un momento in cui questo “sbaglio” ha impresso il suo sigillo nella pietra. È descritto in uno di quei romanzi che non dovremmo stancarci di leggere coi nostri figli o coi nostri nipoti: si tratta di Quo vadis?,del polacco Henryk Sienkiewicz, a cui per quest’opera nel 1905 fu riconosciuto il premio Nobel per la letteratura. La storia è conosciuta: a Roma infuria la persecuzione di Nerone, e i Cristiani convincono Pietro ad allontanarsi dall’Urbe perché altrimenti sarebbe stato ucciso. Era una preoccupazione fondata, era più di un rischio: e peraltro da sempre i cristiani pregano per il Papa affinché “non tradat eum in ánimam inimicórum éius”. Così Pietro esce da Roma e inizia a percorrere la via Appia e, nel luogo dal quale adesso parte la strada che conduce alle catacombe di S. Callisto, incrocia un Uomo che invece si dirige verso Roma; non lo riconosce subito, anche se il viandante ha una immagine familiare. Gli domanda: Quo vadis, Domine?La risposta svela a Pietro chi è quell’Uomo e qual è il destino dell’Apostolo: Eo Romam, iterum crucifigi(vado a Roma, per essere crocifisso nuovamente). Pietro comprende e torna sui suoi passi.

    L’incontro, ripreso nel romanzo, deriva da una antichissima tradizione popolare, ricordata dal magistero pontificio. In quel sito sorge la piccola chiesa del “Domine quo vadis”: fu visitata nel 1983 da Giovanni Paolo II, che definì quel luogo di “speciale importanza nella storia di Roma e nella storia della Chiesa”. Perché di “speciale importanza”? Perché segna l’indissolubile originario legame fra Roma e la fede cristiana, e quindi fra l’Italia che ha Roma al centro, e il cristianesimo. Non è un legame solo confessionale: è un legame storico e culturale, che ha impresso nella nostra Nazione un sigillo materiale. Sì, anche quando non esisteva politicamente come Nazione, l’Italia è stata unita nella cultura e nella fede.

    Il legame fra Roma e l’Italia si è dilatato in Europa e nel mondo. Lo ha ricordato di recente Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale sul Corriere della sera, quando ha elencato quelli che ha definito i caratteri ambientali, visivi e sonori tipici dell’Europa, che si ritrovano anche oltre gli Oceani, lì dove gli europei si sono radicati. Quei caratteri sono partiti da Roma e, percorrendo le vie consolari, hanno raggiunto ogni angolo dell’Europa e del mondo.

    Quel sigillo ha lasciato il segno nella pietra, nel senso più concreto del termine: la piccola chiesa è stata edificata attorno all’impronta dei piedi che, sempre secondo la tradizione, Cristo ha impresso sul selciato della via Appia. Luogo di “speciale importanza nella storia di Roma e nella storia della Chiesa”: nel momento in cui Pietro, pietra angolare su cui viene edificata la Chiesa, viene unito a Roma, perfino le pietre di Roma ne diventano testimoni per i millenni che seguiranno.

    Quello che una robusta corrente del pensiero, della politica, dell’economia e della finanza considera da secoli uno “sbaglio”, inizia proprio da lì. Per Giovanni Paolo II non era uno “sbaglio”, lo definiva al contrario una “eccezione”, la c.d. “eccezione italiana”: il Papa Santo usava questa espressione per intendere la straordinaria resistenza della nostra Nazione attorno ai suoi principi identificativi.
    Non voglio aprire il capitolo di quanto di questa eccezione sopravviva oggi. Il mix costituito da sentenze della Corte costituzionale, sentenze dei giudici di legittimità e di merito, e di leggi su materie eticamente sensibili approvate nelle ultime legislature, in particolare durante il governo Renzi, hanno circoscritto notevolmente l’area della eccezione. Questi provvedimenti hanno inciso sul comune sentire.

    L’immagine della statua della maternità rifiutata dagli esperti del Comune di Milano è la sintesi di tutta questa deriva. Le immagini sintetizzano meglio delle parole. l’opera in bronzo, intitolata Dal ‘latte materno veniamo’, rappresenta una donna che allatta al seno un neonato,una stata donata dalla scultrice Vera Amodeo al capoluogo lombardo dai figli dell’artista. La sua posa doveva avvenire in una piazza della città, ma ha avuto il parere contrario della commissione del Comune, con la seguente motivazione: “La scultura rappresenta valori rispettabili ma non universalmente condivisibili da tutte le cittadine e i cittadini, ragion per cui non viene dato parere favorevole all’inserimento in uno spazio condiviso”. E’ la certificazione evidente che viviamo un periodo in cui ci stiamo allontanando dall’essere eccezione (viene in mente la furia che in alcune città USA ha portato alla rimozione delle statue di Colombo, et similia)! Sarebbe interessante capire cosa ne pensano i componenti della Commissione su come su come ciascuno di loro è venuto al mondo!

    Ma, grazie a Dio, qualche residuo di anormalità in Italia c’è ancora. Se ne ha traccia non solo nello scandalo di un governo che si è formato in coerenza col voto popolare, ma pure in qualche profilo che, dalla prospettiva che affrontiamo oggi, e in particolare in questo panel, è stato poco scandagliato.
    Il G7 dei capi di Stato e di Governo ha attestato l’importanza dell’avvio da parte dell’Italia del “piano Mattei per l’Africa”. L’Italia non arriva certamente per prima in Africa. Ma costituisce una eccezione il modo in cui, fra mille difficoltà, affrontando mille ostacoli, con mille incertezze, essa ha proposto e sta seguendo l’avvio del Piano.

    È una eccezione quanto alla modalità di interlocuzione con le singole Nazioni africane. Fa eccezione certamente rispetto a come in questi anni Russia e Cina intervengono in Africa: la Russia con contingenti in armi, aprendo nuove basi militari, appoggiando rivolgimenti violenti, tutelando l’estrazione delle materie prime nelle aree a maggiore rischio; la Cina con la sua finora inarrestata espansione infrastrutturale, commerciale e tecnologica.

    Ma il modo italiano è differente anche rispetto ad altre Nazioni europee, che fino a un recente passato hanno utilizzato – e in parte ancora utilizzano – le incredibili ricchezze dell’Africa, con scarso ritorno per le popolazioni locali: adesso ne pagano il prezzo, essendo costrette a ridimensionare la loro presenza e a ritirarsi. Il Piano Mattei risponde a una logica differente: quella di un approccio paritario,che certamente distingue fra le Nazioni che mettono a disposizione le risorse, e le Nazioni destinatarie delle risorse medesime. Il sottosegretario risponde alle critiche Rispondo a chi critica il Piano perché non sarebbe preciso nei dettagli: noi abbiamo scelto di stabilire la governance e le linee di fondo, e non intendiamo imporre nulla dall’alto.

    Il Piano Mattei non è un diktat: è un orizzonte entro il quale definire ogni singolo passo sulla base di un confronto paritario con gli interlocutori africani, rendendo sempre stretti i reciproci legami di fiducia e di collaborazione.
    Questo vuol dire guardare all’Africa con spirito costruttivo e non predatorio. A chi dice che pensiamo di conferire risorse a Paesi di origine o di transito dei migranti, quasi fosse un corrispettivo perché loro controllino le partenze, rispondo che questa era l’impostazione dell’Unione europea nei confronti degli Stati europei di primo approdo prima che il governo italiano – quello in carica – la ribaltasse: in sintesi, denaro in cambio del trattenimento dei migranti.

    La dinamica del Piano Mattei è diversa: favorendo lo sviluppo negli Stati di origine, si creano le condizioni per non emigrare; curando la formazione di chi comunque intende lasciare il proprio Paese, ci si assicura già a monte, attraverso flussi migratori regolari, un percorso di integrazione anzitutto lavorativa. Abbiamo iniziato mettendo ordine nella quantità frammentata di risorse del nostro sistema di cooperazione: fermando gli interventi a pioggia, concentrandoci su progetti che lascino traccia. È un approccio che rispetta non soltanto i popoli africani e i loro governanti, ma anche le singole persone. Dobbiamo stroncare la prospettiva che il modo per arrivare in Italia e in Europa sia quello di affidare il proprio denaro e la propria vita ai trafficanti, e di affrontare viaggi disperati. L’eccezione italiana deve essere anche questa, non quella di sostenere ong che si collochino al limite delle acque territoriali libiche o tunisine per raccogliere chi parte sui barchini: perché quel sostegno, anche solo finanziario, fatto anche con le migliori intenzioni, è un incentivo ai traffici di morte.

    L’eccezione italiana fuori dall’Italia ha un altro scenario di riferimento: quello latinoamericano e si declina nella collaborazione per il contrasto al narcotraffico. I clan criminali mettono in ginocchio troppe aree del Sud e del Centro America, condizionano la vita quotidiana, distorcono l’economia, corrompono la politica. L’Italia fornisce know-how e concreta collaborazione per combattere questa deriva:la nostra legislazione è presa a modello,nostri funzionari e ufficiali delle forze di polizia svolgono attività di addestramento, nostri magistrati suggeriscono percorsi di indagini. Anche su questo terreno l’eccezione italiana si manifesta con efficacia.

    Anche nel modo di trattare le crisi internazionali, a cominciare da quella in Ucrainae da Gaza, l’Italia fa valere il suo tratto. Penso, al netto degli aiuti in termini di difesa, a quanto l’Italia ha fatto e sta facendo per garantire l’energia elettrica in una parte significativa del territorio ucraino e all’avvio dei progetti per la ricostruzione a Odessa. Oppure, quanto a Gaza, all’impegno congiunto della nostra Difesa, dell’intelligence, degli Esteri, e della Salute, che finora ha permesso di tirare fuori da quell’inferno 58 bambini gravemente feriti e 98 maggiorenni, loro familiari, per condurli nei principali ospedali della nostra Penisola, per lo più pediatrici. È un gesto di concreta vicinanza a ciascuno di loro, ma è al tempo stesso un segnale di pace in quell’area: come abbiamo condannato l’attacco terroristico contro Israele, così soccorriamo, per quello che ci viene permesso, i piccoli che ne subiscono le conseguenze. E attraverso questo proviamo a stabilire condizioni di reciproca fiducia che permettano le interlocuzioni necessarie per comporre la crisi.

    Chiudo da dove ho iniziato: dal legame fra Roma e Pietro, che è all’origine della eccezione italiana. Ci sono stati momenti in cui Pietro si è allontanato da Roma: non sono stati anni felici. S. Caterina da Sienaè stata proclamata Patrona d’Italia anche per il suo impegno per riportare il Papa da Avignone a Roma.Sono molto grato alle associazioni che costituiscono il network Sui tetti,a chi lo promuove, e a chi ha organizzato questa due giorni di riflessione perché fornisce il suo contributo a che questo legame continui a esserci.Nel 2001, dopo aver assistito alla proiezione di un nuovo film tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz, Giovanni Paolo II commentò in questo modo: “Non si può capire l’odierno quadro della Chiesa e della spiritualità cristiana (se) non ritornando alle vicende religiose degli uomini che, entusiasmati dalla Buona notizia su Gesù Cristo, divennero i Suoi testimoni.

    Bisogna ritornare a questo dramma che si verificò nelle loro anime, in cui si confrontarono l’umano timore e il sovrumano coraggio, il desiderio di vivere e la volontà di essere fedele fino alla morte, il senso della solitudine davanti all’impassibile odio e nello stesso tempo l’esperienza della potenza che scaturisce dalla vicina, invisibile presenza di Dio e dalla comune fede della Chiesa nascente. Bisogna ritornare a quel dramma perché nasca la domanda: qualcosa di quel dramma si verifica in me?”.
    Le giornate che stanno per concludersi attestano quanto voi intendiate essere non soltanto testimoni ma soprattutto protagonisti, ciascuno per il suo, di questo incredibile dramma, in una Nazione eccezionale qual è l’Italia.

  • Maturità. La notte prima degli esami (e non solo). A cura di Domenico Bonvegna

    Maturità. La notte prima degli esami (e non solo). A cura di Domenico Bonvegna

    Ogni anno assistiamo alla solita pantomima sugli esami di Maturità, giornalisti che si scatenano con accorati consigli agli studenti per affrontare al meglio la maturità, per non farsi prendere dall’ansia e dalla paura.

    Poi c’è l’immancabile riferimento a quella “Notte prima degli esami” che dura da quarant’anni esatti. E’ l’inno di chiunque da quarant’anni si prepari a superarli. Addirittura Caterina Fiorilli, Ordinario di psicologia dell’educazione e dello sviluppo all’Università Lumsa, su Il Giornale prova a dettare un “Decalogo” per gli studenti. (Notte prima degli esami, il decalogo, 19.6.24 il Giornale)

    Nei vari commenti non mancano i propri ricordi giovanili sulla maturità. La prof de Il Giornale cerca di entrare nei comportamenti abituali dei ragazzi, sopratutto quelli che soffrono regolarmente di ansia, oggi tra le principali sofferenze psicologiche tra i giovani, e non solo. Ma perché si è ansiosi? Si domanda. Forse si è ansiosi perché si conosce poco o male il tipo di prova che si dovrà affrontare; perché si teme il fallimento o le conseguenze di un fallimento; e poi, si prova più ansia quando non ci si ritiene all’altezza della prova. Ma queste sono condizioni che hanno una storia lunga.

    Per la Fiorilli “sarebbe doveroso, da parte della scuola aiutare i giovani e le giovani a non prepararsi solo cognitivamente alla prova, ma anche ad affrontarla emotivamente”.

    La giornalista offre qualche consiglio: potrebbe aiutare la simulazione della prova, preparare schemi, mappe e check-list favoriscono un maggior controllo della propria preparazione. Infine, arriva il decalogo per vivere una maturità serena’, niente di speciale cose normali e di buon senso. Mangiare cibi sani, bere solo acqua, dormire, abbandonare il cellulare, passeggiare all’area aperta. Preparati qualche appunto scritto, utilizza le mappe, per avere davanti ai tuoi occhi, gli argomenti di studio. Evidenziare le parole chiave.

    Consigli, raccomandazioni doverose più o meno accettabili, fatte in ambiente scolastico, ma quando se ne occupa il mondo esterno, spesso si cade nel ridicolo. Soprattutto se dopo aver scritto “un sacco di…”, andiamo a leggere i datidel Ministero dell’Istruzione, relativi agli esiti degli Esami di Stato della scuola secondaria di primo e di secondo grado, la questione si fa seria.

    Primo ciclo. Per la secondaria di primo grado il tasso di ammissione all’Esame finale è stato del 98,5% (l’anno scorso era del 98,3%, resta dunque stabile). Come lo scorso anno, il 99,9%delle ragazze e dei ragazzi ammessi ha superato la prova.

    Due le regioni con il 100%di promossi: Molise e Basilicata. Lasciamo perdere la lode e il voto, per quasi tutti, superiore al 7,5. Vorrei raccontare un episodio che ho constato personalmente, quasi tutti i maturandi sono stati raccomandati dai loro genitori, non perché rischiavano la bocciatura, quella è assicurata a tutti, ma per uscire dagli esami con un punteggio più elevato.

    Secondo ciclo. Il 96,2% dei candidati scrutinati è stato ammesso all’Esame. I diplomati sono il 99,9% delle studentesse e degli studenti che hanno sostenuto le prove. Sono dati dell’anno scolastico 2021-2022. Il99,9%degli studenti è stato promosso. Così abbiamo distrutto la scuola, diceva l’anno scorso lo psichiatra Paolo Crepet. Questo che significa che la scuola italiana è fallita.

    “E’ un dato terrificante di cui nessuno si preoccupa, una percentuale altissima, il 99% dei ragazzi che oggi si trovano inseriti in un percorso studi, viene promosso. Basta che si respira si viene promossi. La scuola è fallita. Avete mai visto genitori o ragazzi in sciopero generale contro questo dato evidentemente catastrofico? No perché va bene che quel diploma non conti nulla, perché va bene che metta sullo stesso piano tutti, chi si è sforzato di fare, con chi non ha fatto nulla”.

    A proposito di diplomi, è paradossale che quest’anno si è scelto di parlare di diplomificio proprio qualche giorno prima della prova scritta degli esami di Maturità. I giornali hanno titolato:
    “Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha dichiarato guerra ai “diplomifici”, delle scuole scuole paritarie (cosiddette private) che non rispettano le regole e dove si può ottenere il diploma di maturità con eccessiva facilità. Dalle ispezioni di 70 scuole, ben 47 sono risultate fuori regola. I giornali fanno un elenco delle irregolarità più significative. Se non fosse per la serietà del problema ci sarebbe da sbellicarsi delle risate, come si fa a combattere il cosiddetto “diplomificio” quando chi sforna diplomi a getto continuo è lo Stato italiano.

    Che la scuola sia un disastro, non è il parere solo di Crepet, la pensano come lui, Luca Ricolfi e Paola Mastrocola, uniti non solo nel matrimonio ma anche nelle opinioni sulla scuola.

    Insieme hanno scritto “Il danno scolastico”, più recente Ricolfi, ha pubblicato, “La Rivoluzione del merito”, qui il sociologo ricorda uno strepitoso discorso di Piero Calamandrei, pronunciato davanti a maestri e professori in difesa della scuola, raccontato nel primo capitolo del libro. Un discorso poco conosciuto, che parla dell’articolo 34 della Costituzione. Quello che recita: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto a raggiungere i gradi più alti degli studi”.

    Secondo Calamandrei, “l’articolo più importante della Costituzione”. Di cui è necessario ricordare “il valore politico e sociale”. Perché solo attraverso il sostegno ai capaci e meritevoli la scuola può far crescere “i migliori” e garantire un proficuo ricambio della classe dirigente. “I partiti progressisti hanno dimenticato la lezione di Calamandrei. Anzi hanno sconsideratamente tradito l’articolo 34 per abbracciare la bandiera del ‘diritto al successo formativo’, che ha danneggiato proprio le persone che ai progressisti dovrebbero stare più a cuore: le più umili”.

    A sinistra, la parola merito è diventata quasi una bestemmia, dopo essere stata posta a fianco di “istruzione”nel nome del ministero guidato da Giuseppe Valditara. Nessuno dei segretari del Pd hanno mai invitato Ricolfi a un incontro di partito.“È stata piuttosto Giorgia Melonia chiedergli di partecipare, nella primavera scorsa, alla convention di Fratelli d’Italia per parlare di scuola”, ha scritto su Il Foglio, Nicola Mirenzi. (“La rivoluzione del merito”, intervista a Luca Ricolfi, 7.9.23, Il Foglio) Ma non è la prima volta che il professore torinese della Fondazione Hume, abbia avuto contatti con Giorgia Meloni.

    Ci fu una proposta di Ricolfi che era piaciuta al Presidente del Consiglio, quella di “azzerare i contributi per le imprese che aumentano l’occupazione”. Era talmente piaciuta a Giorgia Meloni, che andò a Torino per farsela raccontare in dettaglio. “Una vera sorpresa per me: una donna politica interessata ai minimi dettagli tecnici, e che prende un aereo per andare a parlarne con un sociologo della parte politica avversa”. Il professore Ricolfi in più di un’occasione ama raccontarsi come un uomo di sinistra, addirittura sessantottino, ma su questo sorvoliamo. Occorre piuttosto soffermarsi sulle sue idee sulla scuola. Ma lo faremo in un’altra occasione.

  • Il vento di Destra sull’Europa. Di Domenico Bonvegna

    Il vento di Destra sull’Europa. Di Domenico Bonvegna

    L’astensione. Il primo dato da sottolineare riguarda il fatto che la metà degli europei (e degli italiani) non è andata a votare. Si tratta di un dato in costante aumento. Che cosa significa? Indubbiamente chi non vota sbaglia sempre. Tuttavia, si possono fare diverse ipotesi: disinteresse alla politica, esasperazione del privato, individualismo, mancanza di proposte ideali capaci di entusiasmare?
    I numeri reali.Come sempre leggere i numeri assoluti per farsi un giudizio completo, soprattutto quando l’astensionismo è così elevato, oltre il 50%.

    Per esempio, FdI aumenta di tre punti in percentuale rispetto alle elezioni politiche del 2022, rimane il primo partito e non viene penalizzato da due anni di governo, cosa di grande importanza se pensiamo al tracollo di Emmanuel Macron in Francia e ancora di più di Olaf Scholz in Germania. Tuttavia, Fdi perde oltre 500mila voti rispetto alle politiche del 2022, probabilmente a causa dell’astensionismo di quel settore del voto di destra che non ritiene rilevanti le elezioni europee. Gli unici partiti che aumentano in termini di voti sono Avs di circa 544.000 (forse perché “drogata” dalla candidatura della Salis?)e il Pd di 256.000.

    Risultati europei. Quello che ha colpito gli analisti e i commentatori è stato lo spostamento a destra dell’elettorato europeo in generale. Adesso bisogna comprendere che cosa significa questo voto, in particolare avrà ripercussioni per la difesa della famiglia, della natalità, del diritto alla vita, libertà religiosa e di educazione, difesa dell’Occidente dalla sfida anche militare cui è sottoposto?
    Puntiamo l’attenzione su quanto è avvenuto in Francia e Germania. A prima vista per i principi non negoziabili potrebbe cambiare poco.

    Certamente la sconfitta di Macron e dei liberali che hanno introdotto l’aborto in costituzione è una buona notizia, ma anche Marine Le Pen ha votato a favore, anche se non tutto il suo partito l’ha seguita. E’ vero che il partito di Le Pen è certamente meno ideologico nella lotta contro i principi non negoziabili dei liberali, ma non si può sperare realisticamente una inversione di tendenza, anche perché sembra non richiesta dall’opinione pubblica.

    Possiamo immaginare un minore accanimento laicista, non di più credo. L’inversione di rotta potrebbe invece riguardare una lotta più serrata contro l’immigrazione clandestina e il tema della sicurezza. Preoccupa invece l’egoismo nazionalista deteriore di Rassemblement National, che nel passato ha portato a posizioni di simpatia per Putin, poi ridimensionate durante la campagna elettorale, ma fino a che punto?

    Per quanto riguarda la Germania,la sconfitta del Cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz è una buona notizia, ma il partito nazionalistaAfd, che è diventato il secondo del Paese, quanto ha a cuore i principi non negoziabili? E quanto importa a questo partito la difesa dell’Occidente dall’aggressione dell’asse Cina, Russia, Corea del Nord e Iran Poco sembra, se è vero che il suo ex-SpitzenkandidatMaximilan Krah «è scivolato prima sui suoi rapporti troppo stretti con la Cina – il suo assistente è stato arrestato per spionaggio – poi ha affermato che non tutti gli ufficiali delle SS erano per forza dei criminali riuscendo a farsi espellere da Id, il gruppo sovranista europeo a Strasburgo con Matteo Salvini e Marine Le Pen» (il Foglio, 11 giugno). Un altro partito è da studiare, apparso sulla scena politica, definitorosso-bruno, che ricorda terribilmente da vicino ilPatto Molotov – Ribbentrop, i due ministri degli esteri di Stalin e Hitler. Si chiama BSW questo partito socialista nazionalista, ha preso sei seggi e il 6,2% dei voti, è stato fondato l’8 gennaio di quest’anno da dissidenti del partito della sinistra tedesca Die Linke, forse perché hanno intravisto uno spazio politico filorusso che unisse insieme socialismo e nazionalismo, la vecchia Urss e la Germania. Chissà: certo inquieta il fatto che abbia ricevuto così tanti voti in così pochi mesi.

    Mentre per quanto riguarda la guida dell’Europa, sembra che non dovrebbe cambiare quasi nulla, purtroppo. Rimarrà la cosiddetta Maggioranza Ursula a guidare l’Europa (Partito popolare, socialisti e liberali, forse con l’aggiunta deiVerdi), anche per l’assenza di altre maggioranze politicamente e numericamente possibili, anche se è pensabile che lo spostamento del voto a destra dovrebbe rallentare le politiche dirigistiche e impositive dell’Unione Europea e la politica ideologica della transizione green praticate nella legislatura appena conclusa.

    In Italia
    Sostanziale e positiva tenuta della coalizione di governo, con un voto che premia Fratelli d’Italiae Meloni in particolare senza umiliare la Lega e con un buon successo di Forza Italia. La Lega non perde voti in assoluto, ma ne perde molti al Nord verso Fdi e Forza Italia, mentre cresce al Sud.Evita la sconfitta grazie ai voti di preferenza per il gen. Roberto Vannacci, ma paga l’aver dimenticato i suoi valori originari, l’autonomismo e il federalismo, la cura del territorio.
    Il Pd ha ripreso i voti di sinistra che erano confluiti nel Movimento Cinque Stelle, un movimento-non partito che sta progressivamente sgonfiandosi e, forse, presto potrebbe scomparire, non avendo alcuna connotazione identitaria, neppure generica, che in qualche modo è rimasta in altri partiti.
    Aumenta la sinistra-sinistra (Avs, che unisce sinistra e verdi), forse grazie alla candidatura emotivamente forte della Salis, ma comunque non è una buona notizia.
    Il governo rimane molto forte, avendo migliorato il consenso nonostante due anni di governo non facili; tuttavia, rimane il fatto che la metà degli italiani, se domani decidesse di andare a votare (e non credo voterebbe per la coalizione di governo), potrebbe cambiare radicalmente il quadro politico. Dal che la necessità di una forte caratterizzazione identitaria, accanto al buon governo, per non ripetere quanto accaduto a Matteo Renzi e Matteo Salvini non tanti anni fa.

    Ribadiamo i principi non negoziabili sono stati emarginati dal dibattito pubblico, sia perché interessano poco all’opinione pubblica, sia perché, di conseguenza, sono poco produttivi dal punto di vista elettorale.

    La pace e il diritto alla libertà dei popoli.
    I temi emergenti a livello di opinione pubblica e anche a livello politico sembrano essere l’intelligenza artificiale e l’invasione del potere politico nella vita dei cittadini, soprattutto in tema di politiche green, oltre naturalmente ai temi costanti della sicurezza e dell’economia. Questi credo siano stati i principali motivi dello spostamento a destra di tanti voti, anche se spesso questi voti hanno premiato formazioni politiche, come l’Afd in Germania e anche il Rassemblement National in Francia, oggettivamente lontani dal sostegno ai principi morali della legge naturale e dalla difesa dei valori naturali e cristiani.

    Rimane, e credo diventerà sempre più centrale, la questione della guerra, che è entrata in modo violento nella vita del mondo e dell’Europa in particolare dopo l’aggressione russa del febbraio 2022 e ancora con l’atto terroristico di Hamas il 7 ottobre 2023, che ha provocato la reazione militare dell’esercito israeliano a Gaza. Non so fino a che punto è stato percepito il fatto che l’Occidente (che è in condizioni antropologicamente disastrose) è comunque stato messo sotto attacco, politico e militare, da un’asse di Paesi già ricordati che in particolare rifiutano quell’idea di libertà e di partecipazione pacifica alla vita politica che, appunto, manca completamente in Cina, Russia, Corea del Nord e Iran.

    La domanda di fondo che riguarda la classe politica che si accinge a governare l’Europa è di carattere antropologico: quale idea di uomo la classe dirigente europea vuole proporre e difendere? E, di conseguenza, quale idea ha del diritto dei popoli di scegliere il proprio futuro, nei termini indicati dal principio di sussidiarietà?

    In concreto, quanto vorrà la prossima classe politica europea investire in termini politici ed economici per favorire la natalità e dunque il superamento del suicidio demografico?

    E quanto, per sostenere anche militarmente il diritto del popolo ucraino di scegliere liberamente il proprio destino, nella convinzione che la pace (che tutti vogliamo) non può esserci senza la giustizia?

    E su questi temi dovrebbero emergere i cattolici, uscendo dalla loro irrilevanza elettorale e politica, chissà se si uniranno per “gridare dai tetti” i valori della dottrina sociale della Chiesa?

    Il voto utile. Infine un appello a chi ha votato e lo ha fatto per i partiti conservatori, i più vicini all’insegnamento sociale cristiano. Votare non è mai inutile, anche se i risultati non si vedono immediatamente.
    Molti voti in Europa sono andati a partiti nazionalisti che non si sono preoccupati di proporre la difesa delle radici cristiane d’Europa. Ma questi partiti hanno trovato molti elettori in Germania e anche in Francia e altrove perché non c’erano alternative autentiche e convincenti. Dove, invece, gli elettori hanno trovato governi e partiti veramente conservatori come in Italia, l’utilità del voto è ancora più chiara ed evidente.

    Bisogna continuare a lavorare nella società per cambiarla: i risultati arriveranno, se Dio vorrà. (Analisi delle ELEZIONI EUROPEE 2024, Marco Invernizzi, 13.6.24, alleanzacattolica.org)

  • Più Dante per tutti. Anche per il mondo islamico

    Più Dante per tutti. Anche per il mondo islamico

    Studiare Dante farebbe bene a tutti, anche ai musulmani, lo scrive il quotidiano online, atlantico. Il motivo? “Dante riapre la strada alla concezione dello Stato come Res Publica e facendosi guidare da Virgilio apre le porte all’Umanesimo, conciliando cultura classica e cristiana”. (Alfonso Piscitelli, “Più Dante per tutti: perché soprattutto i musulmani dovrebbero studiarlo”, 27.5.24, atlanticoquotidiano.it)
    Sullo stesso tema si è pronunciato anche un altro giornalista dello stesso giornale online. Sul rapporto tra Dante e la cultura islamica, sono stati scritti fior di libri che hanno avuto grande risonanza sia in Europa che nei Paesi arabi, come,“La escatologia musulmana en la Divina Commedia”, di Asin Palacios (pubblicato nel 1919 e tradotto in italiano nel 1994) o “L’influenza della cultura islamica sulla Divina Commedia di Dante”, di Salah Fadl, pubblicato al Cairo nel 1980. (Rob Piccoli, “Dante e l’islam: ignoranza dietro l’ennesimo caso di Cancel Culture”, 27.5.24, atlanticoquotidiano.it)

    Certamente le analogie tra l’opera di Dante e la letteratura spirituale islamica sono ormai diffusamente accettate in ambito accademico. Insomma,“contrapporre Dante al mondo islamico denota innanzitutto abissale superficialità e ignoranza, senza che ciò significhi necessariamente che si debbano accogliere in toto o in parte le tesi di Asin Palacios, di Salah Fadl e dei loro seguaci”. Tuttavia, la complessità della materia dovrebbe suggerire prudenza e cautela. Quindi, il docente trevigiano della scuola Media, che ha censurato preventivamente Dante, esonerando dallo studio della Divina Commedia i due studenti, ha avallato“acriticamente un pregiudizio diffuso tra musulmani incolti, indottrinati da imam altrettanto incolti e ossessionati dall’odio per l’occidente, la sua civiltà e la sua storia”.

    A fianco di questa notizia si può benissimo associare quella dell’Università di Torino che ha consentito di svolgere un sermone, una preghiera islamica guidata da un imam che inneggia alla jihad (e il rettore fa finta di non saperne nulla). A questo proposito faceva notare l’editoriale di atlantico che non esiste nessuna reciprocità da noi. Certo il toscanaccio Dante non le manda a dire, nel suo tempo non esisteva il concetto di inclusività. Oggi in Occidente, “includiamo”, e quando serve tagliamo via ciò che può offendere orecchie delicate e innocenti come quelle dei seguaci del Profeta, mentre questi ultimi possono fare tutto il contrario, e se giri per strada dalle loro parti con il crocifisso al collo – una semplice catenina d’oro che quasi neanche la vedi – ti arrestano senza neppure darti il tempo di dire“amen”.

    Ma questa mancata reciprocità a quelli della cultura woke non interessa, siamo noi i cattivi, siamo noi che dobbiamo vergognarci, anzi, se è possibile dobbiamo possibilmente sparire – non prima, però, di aver assassinato la nostra cultura, calpestato la nostra storia e rinnegato quelle che chiamiamo “le nostre glorie”. Del resto sono queste cose che insegnano molti dei nostri “beneamati professori di ogni ordine e grado: dalle maestre che nel tempo libero vanno all’estero per caricare di botte (a quanto risulta) nazistelli e simili, ai docenti che a Treviso ammainano la bandiera del Padre della lingua italiana senza neppure combattere, agli accademici illuminati che teorizzano ex cathedra la nostra nefandezza incurabile (di stramaledetti occidentali), a fronte della quale le nefandezze altrui sono peccatucci veniali e senza importanza”.

    Comunque sia “Aveva ragione da vendere, il compianto cardinal Giacomo Biffi, quando, parlando della immigrazione, affermava che «un ecumenismo politico astratto e imprevidente», incapace di comprendere i criteri con cui accogliere gli immigrati, avrebbe preparato per il nostro popolo «un futuro di lacrime e di sangue». E quel futuro di lacrime e sangue è arrivato. Ma, occorre ribadirlo, il problema non sono innanzitutto loro, gli islamici, bensì noi, i cristiani(o, meglio,i post-cristiani), che stiamo segando con masochistico livore il ramo su cui la nostra civiltà sta appollaiata”. (Marco Lepore, “Agli islamici non piace, a scuola Dante ha i giorni contati”, 27.5.24, Lanuovabq.it)

    Indubbiamente, la Divina Commedia non è tenera con il fondatore della religione islamica, ma ha le sue buone ragioni. Dante colloca Maometto all’Inferno, al canto 28esimo, tra i dannati, colpevole di non essere cristiano e per avere favorito la separazione della comunità degli uomini. Certamente non deve essere piacevole, per chi professa la fede islamica, leggere cosa ha scritto Dante. Del resto ribadisce Lepore che bisogna “tenere presente che chi si trasferisce in un paese straniero, sede di una tradizione e religione diverse dalla propria, è tenuto a integrarsi, accettando e rispettando anche ciò che non è conforme alle proprie convinzioni. Diversamente, meglio scegliere un paese con una cultura affine alla propria”. Invece assistiamo a un paradosso, soprattutto in certi paesi europei come Olanda e Belgio (sedi di importanti comunità islamiche), qui è stata adottata una versione della Divina Commedia curata dalla traduttrice fiamminga Lies Lavrijsen, ritradotta in modo tale da evitare di urtare i musulmani.

    Pertanto, l’episodio della scuola di Treviso, quello che è accaduto in occasione della fine del Ramadan e, in questi ultimi giorni, della vicenda della preghiera islamica all’interno della Università di Torino, altro non sono “che una ulteriore prova del processo di integrazione a rovescio che si sta attuando”. Per invertire la rotta, forse è auspicabile rispolverare le raccomandazioni che il cardinale Giacomo Biffi fece allo Stato italiano e alle comunità cristiane, quanto meno, per favorire una sana riflessione.

    Tre sono i convincimenti nei confronti dello Stato italiano:

    «Di fronte al fenomeno dell´immigrazione, lo Stato non può sottrarsi al dovere di regolamentarlo positivamente con progetti realistici (circa il lavoro, l´abitazione, l´inserimento sociale), che mirino al vero bene sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni». «Poiché non è pensabile che si possano accogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione. La responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato italiano, non di altri; e tanto meno si può consentire che la selezione sia di fatto lasciata al caso o, peggio, alla prepotenza».

    «I criteri di scelta non dovranno essere unicamente economici e previdenziali: criterio determinante dovrà essere quello della più facile integrabilità nel nostro tessuto nazionale o quanto meno di una prevedibile coesistenza non conflittuale. Un “ecumenismo politico”(per così dire), astratto e imprevidente, che disattendesse questa elementare regola di buon senso amministrativo, potrebbe preparare anche per il nostro popolo un futuro di lacrime e di sangue».

    Infine tre sono le persuasioni semplici ed essenziali per le comunità cristiane:
    «Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità risolvere i problemi sociali che la storia di volta in volta ci presenta. Noi non dobbiamo perciò nutrire nessun complesso di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che non ci riesce di affrontare efficacemente».

    «Dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, e il suo necessario messaggio di salvezza. E´ un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: “Predicate il Vangelo a ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama». «Allo stesso modo, è nostro dovere l´osservanza del comando dell´amore. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità».

    Sono raccomandazioni che risalgono a più di venti anni fa, ma conservano tutta la loro forza e ragionevolezza.

    Se i nostri politici e il nostro popolo avessero avuto la volontà e la forza di seguirle, forse oggi staremmo tutti meglio. Anche gli immigrati musulmani, che magari sarebbero molto meno numerosi, ma sicuramente più integrati e con maggiori possibilità di una vita dignitosa.

    Un’altra interessante riflessione meriterebbe attenzione è quella del professore Eugenio Capozzi (L’ANALISI Euro-islam, è la demografia a condannarci, 27.5.24, Lanuovabq.it) ma lo farò in un’altra occasione.

  • Noi vogliamo un’Europa diversa. Di Domenico Bonvegna

    Noi vogliamo un’Europa diversa. Di Domenico Bonvegna

    Nel frastuono mediatico di interventi più o meno interessanti per le prossime elezioni europee, quello che più di altri mi ha sedotto maggiormente è l’intervento di 15 minuti di Giorgia Meloni, per via telematica alla Convention dei Patrioti spagnoli a Madrid, “Europa VIVA 24”di Vox di Santiago Abascal.

    Per qualcuno sarò troppo di parte, è probabile, anche se ci tengo a sottolineare che NON ho mai avuto una tessera partitica. Un polemista cattolico diceva appartengo al “Partito di Dio”. Meloni è intervenuta come presidente del Consiglio del Governo italiano, ma anche come Presidente dei Conservatori Europei (ECR). A proposito la Meloni ha talmente egemonizzato i media italiani, che si fa fatica a trovare il suo discorso completo. Cercherò di sottolineare alcuni passaggi meritevoli di essere ricordati. Comincio con quello contro il fondamentalismo verde. Siamo conservatori e amiamo la natura, ma la vogliamo difendere con l’uomo dentro, ha detto “Giorgia”.

    Perché non esiste sostenibilità ambientale senza l’attività dell’uomo. Invece gli ecocatastrofisti, “pensano che l’uomo sia nemico della natura, non solo per le attività che svolge, ma per il fatto stesso di esistere, e ci sono cattivi maestri che ci spiegano che non dobbiamo fare figli perché i figli inquinano”. L’UE in questi anni, “ha preteso di decidere quello che potevamo o non potevamo mangiare, come dovevamo o non dovevamo ristrutturare le nostre case (ovviamente senza dirci con quali soldi dovevamo farlo), quale automobile potevamo o non potevamo guidare, quale tecnologia le nostre aziende potevano o non potevano utilizzare”.

    Sostanzialmente i fondamentalisti verdi, hanno utilizzato l’alibi della difesa della natura per dare vita a un attacco alla nostra libertà che noi dobbiamo respingere. Successivamente il nostro Presidente ha toccato i temi storici. “L’Unione europea che abbiamo in mente deve ritrovare l’orgoglio della sua storia e della sua identità. Continueremo a opporci con forza a tutti i tentativi di negare o cancellare le nostre radici culturali, a partire da quelle cristiane. Perché è un fatto che furono i monasteri i primi mattoni dell’Europa, e dimenticarlo, negarlo, sminuirlo significa negare il senso stesso dell’Europa come civiltà, e non intendiamo consentirlo”.

    Inoltre, ha dato spazio ai temi etici. “Ci opporremo, allo stesso modo, a chi vuole mettere in discussione la famiglia, quale pilastro della nostra società, a chi vuole introdurre la teoria gender nelle scuole, a chi intende favorire pratiche disumane come la maternità surrogata. Perché nessuno mi convincerà mai che si possa definire progresso consentire a uomini ricchi di comprare il corpo di donne povere, o scegliere i figli come fossero prodotti del supermercato.

    Non è progresso, è oscurantismo, e sono fiera che al parlamento italiano sia in approvazione, su proposta di Fratelli d’Italia, una legge che vuole fare dell’utero in affitto un reato universale, cioè perseguibile in Italia anche se commesso all’estero”. Giorgia Meloni, decisamente afferma che contrasterà la sinistra, insieme a tutti i conservatori europei. Una sinistra accecata dal desiderio di cancellare le identità, e che, “intende usare Bruxelles per imporre la sua agenda globalista e nichilista, dove le nazioni sono ridotte a incidenti della storia, le persone a meri consumatori, dove multiculturalismo e relativismo etico sono spacciati come i pilastri necessari dell’integrazione europea”.

    Dopo quest’ampia selezione del discorso della Meloni, intendo segnalare e porre alla vostra attenzione un altro intervento-discorso abbastanza interessante del Sottosegretario Alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano che ha fatto a Convegno del 15 maggio scorso a Roma, organizzato dal Centro Studi “Rosario Livatino”, dal tema: “Ripartire dall’Europa, ripensare l’unione”. Anche per questo intervento cercherò di selezionare i passaggi più significativi. Il testo completo lo trovate nel sito del Centro Studi Rosario Livatino e della del settimanale “Tempi”.

    Mantovano inizia con una riflessione “religiosa”, (la prima cartolina). L’Europa, ancora prima che il“sole vero sorgesse” in Palestina, lo attendeva da molto tempo come si può constatare dall’enorme monumento sepolcrale “Newgrange” di Drogheda in Irlanda, realizzato tra il 3.000 e il 2.700 a.C. Poi continua con altre “cartoline” storiche, per avvalorare le sue tesi sulle origini cristiane del nostro Vecchio Continente. Perché il Sottosegretario ha proposto queste immagini: Che cosa ha voluto dire?
    “Voglio dire che non c’è angolo d’Europa che non sia stato illuminato dalla luce che in un posto così periferico come Drogheda veniva evocata per indicare la speranza nella vita oltre la morte.

    Non c’è opera letteraria o artistica europea che possa prescinderne, anche solo per provare a spegnarla. Lo attesta perfino la bandiera dell’Unione Europea, con le dodici stelle su fondo azzurro, che rinvia direttamente alla Madre del figlio di Dio, al di là della consapevolezza del suo significato da parte di chi l’ha adottata”. Subito Mantovano precisa che non intende rivendicare primazie confessionali.

    Pertanto, è convinto che è “sempre attuale la magistrale lezione di papa Benedetto XVI a Ratisbona, quando – riprendendo il dialogo di Manuele Paleologo col saggio sufi – sottolineava che la fede non si impone con la spada”. In pratica, perfino un ateo deve prendere atto che senza la radice cristiana, che ha inverato e vivificato le radici greca e romana, “l’Europa sarebbe rimasta una penisola occidentale del grande continente asiatico: tale è geograficamente”.

    Quindi, “se l’Europa è qualificata come continente è esclusivamente per ragioni storiche e culturali: è perché sulle terre che avevano visto espandersi e rovinare gli imperi greci e romani hanno arato e seminato in tanti, da San Benedetto in poi, i quali hanno fatto crescere i contadi e le città, e in esse le università, i luoghi di cura, le cattedrali, e poi le strutture politiche e gli ordinamenti giuridici”. Un ottimo libro che sto leggendo in questi giorni studia questi aspetti, si tratta di “Il Millennio d’Europa”, dello storico polacco Oscar Halecki, pubblicato da D’Ettoris Editori(2023).
    Comunque per Mantovano per ripensare l’Unione, occorre vincere il paradosso che ha preso piede da anni, anzi da decenni: “quello di istituzioni europee che puntano a rendere tutto eguale, da Stoccolma a La Valletta, dalle dimensioni degli ortaggi alle realizzazioni del PNRR, ma poi rifiutano il solo elemento realmente che identifica e unisce l’Europa”. Ci si irrigidisce sui dettagli e poi invece su quello che conta decidere compatti, ognuno fa come vuole, si trascura l’essenziale. E Mantovano precisa che non si riferisce solo all’Ucraina o a Gaza. Parlo di quello che accade in un continente come l’Africa, diventato centrale anche per l’Europa.

    E qui per farsi capire, invece delle cartoline, utilizza la carta geografica, limitandosi all’area del Mar Rosso. A quello che è successo nell’ultimo anno. A come sia cambiato in breve tempo, lo scenario geo-politico di questi territori. Mi limito a qualche riferimento territoriale come quello dell’Etiopia, il Sudan, la Somalia, lo Yemen, l’Arabia Saudita. A distanza di un anno, in questi Paesi hanno preso il sopravvento gruppi terroristici islamisti abbastanza significativi che stanno mettendo a rischio la stabilità politica dell’area.

    Si pensi al Sudan in preda a una devastante guerra civile esplosa nell’aprile 2023, con un territorio diviso in due e con una situazione umanitaria catastrofica, circa 25 milioni di persone malnutrite, 8 milioni di sfollati interni, quasi 2 milioni di persone fuggite nei territori confinanti di Sud Sudan, Ciad ed Egitto. Il rischio di alimentare i flussi migratori verso l’Europa è più che che concreto. Sorvolo su altri Paesi, passo agli attacchi Houthi contro le navi che attraversano il mar Rosso e il golfo di Aden e poi Israele sotto attacco.

    E ancora, si chiede il sottosegretario: “Che c’entra questa rassegna con la prima parte del mio intervento? Che c’entra con l’Europa?”. C’entra, perché fra poco, se non cambia nulla, milioni di profughi sudanesi saranno fra noi. E con loro milioni di siriani, in fuga dal Libano, se la crisi di questa piccola grande Nazione si aggraverà”. Inoltre occorre stare attenti al nuovo asse di resistenza fondamentalista islamista guidato dall’Iran con i movimenti paraterroristici di Hamas, Hezbollah e gli stessi Houthi. Questi terroristi possono estendere i loro attacchi al territorio europeo.

    A fronte di tutto questo per Mantovano, l’Europa di oggi, pare incapace “di dare risposte a un quadro geo politico che cambia con tanta rapidità”. Inoltre, lamenta che si sia data poca rilevanza a tutti questi rischi, quale tg se ne sta occupando o parlando. I temi sono altri come la separazione delle carriere dei magistrati.

    Per quanto riguarda l’Africa il Sottosegretario ricorda che occorre occuparsi con lo spirito costruttivo e non predatorio. “Le nuove sfide geopolitiche ne esigono il coinvolgimento da protagonista”. Ecco perché, “da Nazione europea, abbiamo lanciato il piano Mattei per l’Africa”. Si tratta di un orizzonte “entro il quale definire ogni singolo passo sulla base di un confronto paritario con gli interlocutori africani, rendendo sempre stretti i reciproci legami di fiducia e di collaborazione”.

    Ripartire dall’Europa significa tornare alle radici. Ripensare l’Unione vuol dire mettere da parte l’ideologia da Manifesto di Ventotene, secondo cui tutto deve calare dall’alto, e tornare alla sostanza delle esigenze dei popoli. Dunque un lavoro di ripartenza che non ha scopi confessionali, ma antropologici, dove i cristiani residuali dovrebbero stare in prima fila. “Vi è ancora spazio – si domanda Mantovano – per un contributo di pensiero e di testimonianza? O dobbiamo rassegnarci, quasi senza speranza, a vedere una saracinesca abbassata, col cartello ‘chiuso per cessazione di attività’, perché non si ha più nulla da dire e da fare?

    All’ultimo Meeting di Rimini è stata allestita una bella mostra su Charles Péguy. Di Péguy si ricordano tanti passaggi acuti; ne riprendo uno: “la disperazione– egli dice – è il peccato più grave, perché è il rifiuto a trarre profitto dalle infecondità dell’insuccesso”. Infatti, “Giuda si perde perché non ha più speranza, più ancora che per aver tradito”. Il peccato più grave è, dopo aver scambiato la luce con i lumi ed esserne stati pesantemente delusi, immaginare che la luce vera, quella preconizzata a Newgrange e accesa da duemila anni in ogni angolo d’Europa, si sia spenta definitivamente. Ma oltre a Péguy,

    “c’è stato un grande europeo, che pareva anche lui avviato a collezionare insuccessi, che invece è stato straordinariamente capace di renderli fecondi. Al momento del crollo dei Muri, da lui tenacemente perseguito, di fronte a chi evocava ingenuamente ‘la fine della storia’, Karol Wojtyla esortò tutti, fedeli e non, a vincere il ‘fatalismo della storia’.

    Chi ha responsabilità politiche è chiamato a convincersi che c’è un solo modo per vincere la disperazione e il fatalismo della storia. Ed è ‘fare la storia’. Nei primi anni di Pontificato la critica più frequente che i media progressisti rivolgevano a Papa Wojtyla era di non essere al passo coi tempi. A loro modo avevano ragione: dopo appena un decennio è stata la storia che ha deciso di porsi al passo di Giovanni Paolo II.
    È quello che, con i limiti di ciascuno e con l’aiuto di Dio, nell’Europa di oggi viene chiesto a ciascuno di noi.

  • Quella nostalgia del ’68, ma è proprio così?  Di Domenico Bonvegna

    Quella nostalgia del ’68, ma è proprio così? Di Domenico Bonvegna

    Il professore Luca Ricolfi è conosciuto per essere un esperto economista, ma riesce ad offrire interessanti contributi di natura diversa come questo sulle rivolte studentesche di questi giorni, pubblicato su Il Giornale del 15 maggio scorso (Quell’inutile nostalgia del mitico ’68, 15.5.24, ilgiornale.it)

    Sostanzialmente, la nostalgia del passato è un sentimento potente, che si accentua con la vecchiaia, scrive Ricolfi e “leggere la realtà di oggi con le lenti di ieri può indebolire la nostra capacità di comprensione dell’oggi”.

    E questo sta capitando a tanti oggi, estasiati dal dilagare in tutto l’Occidente delle proteste studentesche, specie nelle università. In pratica secondo l’economista di Torino, “abbiamo passato anni a denigrare i giovani delle ultime generazioni descrivendoli come fragili, sdraiati, bamboccioni, pigri, disimpegnati ma ora finalmente le manifestazioni contro il «genocidio» che Israele sta perpetrando a Gaza mostrano che quella diagnosi è sbagliata”.

    Pertanto, pare che ora i giovani dell’Occidente “sono tornati a essere idealisti, proprio come lo eravamo noi sessantottini quando ci battevamo contro la guerra in Vietnam, lo sfruttamento in fabbrica, il baronato, l’autoritarismo, la repressione et cetera: un caso da manuale di «proiezione», direbbe forse uno psicanalista incaricato di esaminare la mente di noi ex sessantottini”.

    Tuttavia, questo parallelo per Ricolfi non regge, i numeri dei manifestanti sono molto diversi, nel ’68 erano in tanti a protestare, oggi chi protesta sono poche centinaia di persone, inclusi adulti infiltrati o giovani chiamati a raccolta da altre regioni. Per quanto riguarda il consenso verso le proteste, almeno dai pochi sondaggi disponibili rivelano (specie negli Stati Uniti) che il sostegno alle occupazioni delle università è estremamente ridotto. Mentre per quello che riguarda la guerra tra Israele e Hamas, l’opinione pubblica è molto divisa nell’attribuzione delle responsabilità del conflitto. A questo punto sarebbe interessante capire cosa pensano i cittadini e in particolare gli altri studenti che non manifestano né partecipano a occupazioni (oltre il 99%).

    Inoltre, Ricolfi constata un’altra differenza importante rispetto al ’68, è che allora “non c’era competizione vittimaria, oggi sì”. Anzi, per Ricolfi, “oggi la competizione vittimaria è l’essenza dello scontro ideologico in atto”.Di che si tratta, in pratica succede che in questa guerra, “entrambe le parti del conflitto hanno ragioni solide e perfettamente visibili per autopercepirsi come vittime di oppressione, violenze, gravissimi soprusi […] Questa doppia o speculare condizione di vittime, nel ’68 semplicemente non c’era”.

    Praticamente, oggi, scrive Ricolfi, “sia i palestinesi sia gli israeliani hanno robuste e incontestabili ragioni per sentirsi vittime. Di qui una conseguenza logica: chi scende in piazza a sostegno di una delle due parti, e lo fa ignorando completamente le ragioni dell’altra, si macchia di disumanità. Disumano è il silenzio senza pietas dei pro Israele sulle sofferenze inflitte ai palestinesi con l’invasione di Gaza, disumano è il silenzio senza pietas dei pro Palestina sulle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre”. Quindi secondo il professore vedere nella protesta pro Gaza di oggi una riedizione del ’68 è errato.

    Sulla stessa questione delle manifestazioni studentesche qualche giorno fa è intervenuto anche Marco Invernizzi, responsabile nazionale di Alleanza Cattolica, che, a sua volta, fa riferimento a Federico Rampini che sembra convinto che invece quello che sta succedendo, almeno negli Stati Uniti, potrebbe essere visto come un nuovo Sessantotto.

    Anche perché, allora come oggi tutto cominciò nelle università americane. Allora come oggi a protestare sono i giovani“figli di papà”che si scontrarono con i figli dei più poveri, come sottolineò uno scrittore comunista come Pierpaolo Pasolini.Allora come oggi fu una guerra a essere l’occasione del contagio rivoluzionario: il Vietnam dei vietcong e del Nord comunista allora, ai giorni nostri Gaza. Tuttavia occorre aggiungere che da qualche tempo nelle università americane, c’è un virus che corrode la cultura occidentale, quellacancel culturegià molto operativa in Usa, meno (fino a quando?) da noi in Europa. Del resto questo fattore non è una novità: decenni or sono Joseph Ratzinger denunciava l’odio di sé che distrugge l’Occidente.

    Interessante l’accostamento proposto da Invernizzi con la situazione attuale. “Allora il nemico erano i fascisti, oggi sono gli israeliani. I fascisti veri erano pochissimi, ma erano una scusa per colpire chiunque si opponesse alla contestazione. Così oggi gli israeliani sono pochi milioni in un oceano islamico, e soprattutto non c’entrano nulla con le università americane. Che senso può avere cessare ogni collaborazione accademica con università israeliane? Perché intimidire i pochi studenti ebrei presenti?”

    Del resto nelle rivoluzioni, “l’importante è fare circolare l’odio nel corpo sociale, – scrive Invernizzi – mettere in moto quella volontà di sovvertire, per quanto confusa, che garantisce il conflitto, di classe o di generazione (fu così nel ‘68), così come oggi contro gli ebrei e contro il “Grande Satana” occidentale”.

    Nel 1968 nelle scuole e nelle università venne diffuso l’odio contro il “fascista”, chiunque si opponesse o criticasse l’avanguardia rivoluzionaria veniva escluso dalla società civile. Ne fecero le spese soprattutto poliziotti e carabinieri, magistrati e uomini politici, intellettuali, tanti giovani di destra e cattolici non di sinistra. L’importante era seminare odio, qualcosa poi sarebbe accaduto. Lo sviluppo e l’esito della Rivoluzione antropologica avvenuta nel ’68 viene descritta nel bel libro diEnzo Peserico(Gli anni del desiderio e del piombo,Sugarco editore, 2008)

    Siamo incamminati anche oggi su questa strada? Il futuro ce lo dirà. Quel che è certo è che allora sia il mondo cattolico sia il mondo conservatore capirono poco o nulla di quanto stava accadendo e si lasciarono dividere dalla contestazione, impiegando decenni prima di elaborare una risposta adeguata. Sarebbe bene non ripetere lo stesso errore.

  • Per il bene del Paese, la Lega ritorni al federalismo.  A cura di Domenico Bonvegna

    Per il bene del Paese, la Lega ritorni al federalismo. A cura di Domenico Bonvegna

    Il 12 aprile scorso la Lega ha compiuto quarant’anni di attività politica, l’anniversario è stato festeggiato un po’ in sordina. Soprattutto è stato celebrato separatamente dal fondatore, Umberto Bossi, nella sua Gemonio, con un po’ di antichi militanti e a Varese, pochi giorni dopo, dall’attuale segretario della Lega, Matteo Salvini assente polemicamente proprio Bossi che l’ha fondata.

    Marco Invernizzi ha provato a ripercorrere la storia del partito più longevo del Parlamento italiano (40 anni di Lega, 22.4.24, alleanzacattolica.org) E in particolare ha analizzato la sua crisi. La Lega negli anni ’80 è stato il primo post ideologico, cioè il primo partito ad anticipare la fine delle ideologie che avevano caratterizzato il ‘900. Essa nasce come un partito territoriale dal legame fra Bossi e Bruno Salvadori (1942-1980), un dirigente dell’Union Valdôtaine.

    Bossi riprende il suo percorso intellettuale e politico sostenendo la battaglia per l’autonomia dei popoli dell’arco alpino, ponendo così all’attenzione della politica la cosiddetta “questione settentrionale”. Egli contesta un punto importante della storia italiana: il modello di Stato centralista, scelto nel 1861 imitando la Francia e mantenuto sia dalla monarchia sabauda che durante il regime fascista e la Prima Repubblica. L’Unità d’Italia avrebbe potuto essere conseguita in altri modi, ma le forze politiche che la perseguirono scelsero due punti fermi: il centralismo dello Stato e l’ostilità alla Chiesa, in particolare al Pontefice romano.

    Così, accanto alla Questione cattolica ci fu sempre una questione relativa all’assetto dello Stato, da cui nacquero sia la Questione del Meridione, occupato e umiliato dall’invasione del Regno di Sardegna, sia la Questione settentrionale, emersa nel tempo, soprattutto dopo i grandi spostamenti della popolazione negli Anni Sessanta del ‘900. E’ un tema toccato dal libro (un intero capitolo) che ho letto in questi giorni, “L’invenzione della Padania. La rinascita della comunità più antica d’Europa”. Autore, Gilberto Oneto, Foedus Editore (Bergamo, 1997)

    “Il percorso dell’unificazione politica della penisola italiana è infatti passato attraverso una doppia forzatura: si è prima inventata una Nazione per giustificare la formazione di uno Stato, poi si è utilizzato lo Stato per cercare di formare una Nazione che non c’era mai stata”. Sostanzialmente il processo di unificazione, non è stato altro che “il processo di crescita imperialista di un piccolo Stato (il Piemonte sabaudo) che è diventato grande fagogitando altre entità sostanzialmente estranee[…]”.

    Oneto sostiene che sono state messe insieme delle realtà estremamente eterogenee. “Gli elementi di comunanza erano essenzialmente quasi solo di tipo geografico”, come del resto aveva brutalmente, ma lucidamente affermato il conte Metternich. Altro elemento di comunanza poteva essere la lingua, ma la parlava solo una piccolissima minoranza. La maggior parte parlava il cosiddetto “dialetto”, che poi erano delle lingue come il Veneto, il Piemontese, il Napoletano e soprattutto il francese, naturalmente tra i letterati e nobili piemontesi. “Per il resto tutto divideva i popoli della penisola: la diversa origine etnica, la storia, la cultura”. Tuttavia, anche Oneto è convinto che,“l’Italia è nata ‘contro’ entità ritenute nemiche (l’Austria, la Chiesa)”.

    Del resto c’era la necessità di “fare gli italiani”, pertanto, “non si è trovato di meglio che di forgiarli ‘col ferro e col fuoco’, nel vivo dell’azione, nel crogiolo delle guerre e delle battaglie. L’unità– insiste Oneto –è stata perseguita nelle caserme in disastrose avventure belliche si è perciò principalmente espressa nella funesta retorica dei sacrari, dei monumenti ai caduti e dei cimiteri di guerra”.

    In pratica alla retorica patriottica unitaria, si mescola “una cupa atmosfera mortifera”. Basta osservare l’inno di Mameli, per non parlare del patriottico macello della Prima Guerra mondiale (con i popoli italiani finalmente unificati nelle trincee e nei cimiteri), per poi finire ai lugubri simboli fascisti.
    Purtroppo quando fu raggiunta l’unità del Paese, venne abbandonata ogni visione federalista, che peraltro era presente in quasi tutti i progetti di unificazione. Alla fine fu costruito “uno stato giacobino-prefettizio e iper-centralista che fosse in grado di tenere assieme un paese che non voleva stare assieme”.

    Chi conosce la Storia sa come i popoli meridionali hanno dimostrato diversi sintomi di insofferenza a cominciare dal cosiddetto “Brigantaggio”, al vistoso fenomeno delle diserzioni durante la Grande Guerra. Per porre rimedio alla “gravosa cappa del centralismo unitario”, i migliori pensatori politici hanno proposto rimedi di tipo federalista. Ma a porre una “lastra tombale sulle legittime aspirazioni di autonomia dei popoli italiani”, ci ha pensato, “il fascismo che ha portato alle estreme conseguenze la finzione ideologica di Nazione italiana […]imponendola con ogni sorta di repressione violenta e di negazione ottusa di ogni diversità”.

    Il fascismo ha continuato a “fare gli italiani”, si è riscritto il loro passato, puntando tutto sull’Impero Romano. Praticamente “tutto quello che è compreso fra la caduta di Roma e il Risorgimento, cioè fra due periodi di violenze militari”. Per fortuna secondo Oneto non è bastata “l’opera di oppressione culturale esercitata nelle scuole e nelle caserme né l’azione corrosiva e omologante dei più moderni e ossessionanti media (soprattutto della televisione) a cancellare le reali strutture culturali dei popoli d’Italia che resistono ai tremendi attacchi di’pulizia culturale’”.

    Nonostante questo sono nate iniziative, movimenti autonomisti, prima legati alle minoranze tradizionali (Tirolesi, Siciliani, Sardi) e poi la Lega Veneta e negli anni ’80 la Lega Nord di Umberto Bossi, che divenne una sorta di sindacato del territorio, radicato nelle campagne del Veneto, e nelle valli lombarde, in particolare nel Varesotto.

    Riprendo il racconto di Invernizzi; la Lega “sfruttò la crisi della Prima Repubblica e lo sfaldamento di tutti i partiti postbellici, costretti a cambiare profondamente per adeguarsi al nuovo mondo che stava nascendo”. Ottenne risultati politici importanti, ma non poteva governare l’Italia e non aveva la forza per separare il Nord dal resto del Paese. Era una forza politica “nuova”, “perché andava oltre la destra e la sinistra, inglobando militanti provenienti da entrambi gli schieramenti, ed era efficace e attrattiva, perché toccava una questione sentita in un tempo di passaggio dalle appartenenze ideologiche al relativismo nichilista. Essa offrì così una speranza a molti, basata sull’identità locale”.

    Il libro di Oneto, ormai scritto più di vent’anni fa, è la prova che in molti credevano nell’aver ritrovata, riscoperta, la Padania, una specie “Terra di Mezzo”, a cui in molti credevano e si identificavano. Tuttavia il movimento di Bossi, diventa sempre più un partito che rischia di isolarsi e di non incidere a livello politico, si allea con Berlusconi e vince le elezioni del 1994. Successivamente dal 1996 la Lega rimane fedele al progetto politico di Centro-destra, sia con Bossi, che con Maroni e infine Salvini.

    “Quest’ultimo, però, le ha cambiato fisionomia, trasformandola in un partito sempre più nazionalista e cercando di impiantarla anche al Sud, senza peraltro risultati positivi. Salvini raccolse la Lega al 4% e da segretario, in soli sei anni, la portò al 34% delle elezioni europee del 2019. Ma era un consenso effimero, non radicato né nei valori né sul territorio e si sciolse come altri prima di lui, in primis Matteo Renzi”.

    La Lega oggi è in evidente difficoltà, priva di un consenso importante, ma soprattutto di una fisionomia politica specifica. Possiamo affermare che è in stato confusionale, soprattutto sui temi eticamente sensibili. Tuttavia, il partito, scrive Invernizzi, “ha avuto un ruolo importante nella storia italiana successiva al 1989 e anche all’interno del centro-destra, contribuendo a mantenere viva l’attenzione verso uno degli errori più gravi del Risorgimento e della successiva storia nazionale.

    Abbandonata la politica della secessione, alla Lega spettava il compito di portare il federalismo nella cultura e nelle istituzioni. A un certo momento della sua storia ha smesso di interpretare questo ruolo per dedicarsi alla ricerca del consenso a tutti i costi. Sarebbe importante, per il bene del Paese, che riprendesse il suo vero ruolo”.