





A Turbigo, il 20-21 maggio scorsi si è svolta la rievocazione storica dell’arrivo nelle nostre contrade del console Napoleone, intento ad attraversare il Ticino il 31 maggio 1800. Cosa che fece con le sue brigate correndo il rischio di essere ucciso al molino del Pericolo che da allora porta un tale aggettivo qualificativo. Vinti gli Austriaci nel ‘Combat de Turbigo’ (che diede motivo di dedicare una via a Parigi), il giorno dopo, in carrozza, si diresse a Milano. Ricordo che la notizia del passaggio del Primo Console me la diede cinquant’anni fa A. Mainardi, che – in un suo scritto – riportava una dichiarazione di un camparo che lo aveva visto passare proveniente da Novara.
Questa la premessa per dire che con A. Mainardi ci scambiavamo notizie tratte da documenti depositate negli Archivi Comunali. D’altra parte ci univa il ponte ferroviario sul Ticino che fu ricordato con la stampa di un libro nel 1987 (sindaco Gallina), in occasione del centenario. Recentemente, intento a sistemare la montagna di carta accumulata nei decenni trascorsi, mi sono imbattuto in alcune pagine del giornale comunale di Galliate – scritte da Mainardi -che parlano dell’arrivo dei ‘Liberatori’. E’ lui che scrive:
“Galliate dal 1797 con il trattato di Campoformio – che aveva portato i Francesi in Lombardia – era un borgo di frontiera che il Ticino divideva dalla repubblica Cisalpina. Spesso da noi avevano alloggiato le truppe francesi. L’8 dicembre i Francesi si presentarono come ‘Liberatori’ e sollevarono dalle loro funzioni il sindaco Michele Bignolo e i consiglieri Giuseppe Canna, Domenico Belletti, Francesco Gallina, Carlo Godio, Antonio Mantelvano. Decorati dalla insegne repubblicane (la sciarpa tricolore da indossare nell’esercizio delle funzioni municipali) i nuovi amministratori giurarono ai piedi dell’Albero della Libertà. Mente politica della nuova municipalità fu Giacomo Zuffinetti (continua nelle pagine allegate: GLI UOMINI DELLA MUNICIPALITA’)
Autore: Giuseppe Leoni
-
Dicembre 1798: arrivano i Francesi a Galliate
-
6 MARZO 1836: L’INONDAZIONE DELL’ARNO DEL TERRITORIO TURBIGHESE E L’INTERVENTO SALVIFICO DEI CONTADINI ROBECCHETTESI
Pubblichiamo parte della relazione che la Deputazione Comunale turbighese scrisse in occasione dell’inondazione dell’Arno del 1836, la quale percorse la direttiva Cascina Malpaga-Ex Casello ferroviario per poi scendere lungo la via XXV aprile, via Roma:
“Una straordinaria calamità venne in questi giorni a spargere la desolazione e la rovina sul nostro paese. Nella sera della scorsa domenica 6 Marzo cominciossi ad allagare notevolmente la parte superiore di Turbigo: ma l’acqua ivi radunata, sebbene più abbondevole che da gran tempo non avvenisse, parea cosa del tutto innocua, siccome l’effetto momentaneo delle dirotte piogge cadute in quel giorno e nei precedenti combinate colle nevi sciolte a poco raggio di lontananza.
Verso le ore due dopo la mezzanotte alcuni osservarono che si era determinata una corrente nel mezzo del Paese abbastanza alta per invadere i piani terreni delle case e capace di arrecare dei danni alle proprietà degli abitanti e non ebbero fondamento di progredire oltre nel sospettare più gravi danni.
Ma quella lieve inondazione era il principio di un terribile disastro. Alla mattina del lunedì il torrente Arno crebbe sì forte e divenne tanto impetuoso che Turbigo apparve tutto pieno di pericolo e di costernazione. L’incremento delle acque fu sì celere e l’urto sì rabbioso che verso le ore sette antimeridiane dello stesso lunedì le case cominciarono a rovinare. La prima cura dell’Autorità locale fu quella di mettere in salvo le persone e nelle sue mire concorse tosto una mano di generosi che, animati dei sentimenti di una eroica filantropia, posero a manifesto ripudio la propria vita onde riuscire nella impresa altrettanto difficile quanto pia. Se non che ad onta del buon volere non fu possibile ad alcuno accedere al luogo atteso l’impeto del fiume e la mancanza di mezzi di trasporto. Non si ebbe pertanto riguardo nè alle distanze, né alla fatica e con una prestezza appena credibile si trasportarono, quasi unicamente a forza di braccia, vari battelli dal Naviglio Grande e dal Ticino. Con tutto questo non vi era modo di risalire la corrente; e per dare un’idea della violenza di questa basterà dire che otto cavalli attaccati ad un solo battello non ebbero forza di vincerla e, dopo un disperato tentativo, furono travolti nell’acque cogli uomini che li guidavano (…)
Ottenuto il principalissimo scopo di mettere in stato di sicurezza la popolazione, si pensò di togliere la funesta causa dello sterminio e, per buona sorte si conobbe che, superiormente al paese si poteva con uno scavo indirizzare le acque nelle campagne. Acciò peraltro si richiedevano molte braccia e per la maggior parte degli abitanti di Turbigo non vi poterono concorrere per essere miserabilmente occupati o nel salvare la propria famiglia, o nel prodigare efficaci soccorsi a che ne aveva estremo bisogno, cosicchè per quel giorno ad onta che molti si dichiarassero pronti al travaglio, poco o nulla si è potuto intraprendere a motivo anche della sopraggiunta oscurità della notte.
Alla mattina del martedì, eccitati dal suono delle campane e dalla fama che si diffondeva accorsero dal vicino Robecchetto circa novanta contadini alla testa dei quali c’era il signor Baldassare Gennari, agente dell’Eccellentissima Casa Fagnani al quale in gran parte si deve la riuscita di quella tanto malagevole operazione. Muniti di idonei strumenti e congiuntisi a quei di Turbigo, sotto uno screpito di pioggia lavorarono di concerto e con mirabile ordine fino a notte avanzata nel condurne il cavo diversore (…)
Prima di dar fine a questo rapporto, la giustizia ed un sacro dovere di riconoscenza esigono che si faccia menzione di quelle benemerite persone che qui si distinsero nel largheggiare ogni specie di soccorso durante la narrata calamità: Il M.R. parroco di Turbigo, don Cesare Radaelli; l’egregio signor Paolo Vigo, Ricevitore ed il nobile Freud Bolza controllore del di Finanza; Il signor Baldassare Gennari, già di sopra nominato, qualunque elogio se ne facesse sarebbe inferiore al merito. Giuseppe Cormani di Turbigo, con mirabile prestanza trasportò dal Naviglio Grande due battelli da carico di sua proprietà. Ne fece affondar uno per appoggiarvi l’argine ed adoperò l’altro per trasportare persone ed effetti. Egli non cessò mai di prestare il suo volonteroso servizio con intrepidezza non comune. Ajroldi Giò di Robecchetto nella sua qualità di falegname ha dato prova della sua cognizione vera e di straordinario impegno specialmente nella costruzione delle barricate. Gajera Benedetto di Robecchetto e Cesare Villa mastro muratore parimenti di Robecchetto, ambedue lavorarono indefessamente e con estremo coraggio nel caso di versare e nella formazione dell’obice. Il sig. Gio’ Bussola, il sig. Gio’ Genè, il sig. Giuseppe Bonomi, il sig. Gaetano Pozzi, il sig. Pietro Croce, Carlo Bonomi, Carlo Carimati, barcajoli di Turbigo in generale, ed in specie le Guardie di Finanza (…) parte immerse nell’acqua, parte a cavallo, parte nei battelli, posero a cimento la propria vita onde trarre a salvezza gli individui pericolanti e le robe”. -
‘Napoleone’ a Turbigo il 31 maggio 1800
TURBIGO – Che il console Napoleone fosse passato da Turbigo era una sorta di gossip che circolava in paese. A chi scrive l’aveva detto cinquant’anni fa l’avvocato Filippo Gray de Cristoforis, il quale aveva addirittura accennato al letto dove aveva passato la notte del 1° giugno 1800. Anche Angelo Vittorio Mira Bonomi aveva più volte accennato al fatto storico. Adesso non ci sono più dubbi perché la ricerca effettuata da Daniele Solivardi dal titolo – ‘Turbigo 31 maggio 1800’ – presentata all’interno degli eventi della seconda Rievocazione Storica (20-21 maggio 2023), lo documenta precisamente citando il libro di Eduard Gachot (1899).
Oggi, ‘Napoleone’ era presente su un cavallo bianco alla manifestazione che si è conclusa al ‘Mulino del Pericolo’ con la presentazione di una ipotesi progettuale, elaborata dall’architetto Franco Pistocco per il recupero dell’antica ‘Strada del Porto’ (Route Napoleon) che certamente fu percorsa dal futuro imperatore. Presenti alla manifestazione oltre ai sindaci di Turbigo e Robecchetto, anche il consigliere regionale Christian Garavaglia che si è impegnato a verificare se l’itinerario napoleonico in oggetto possa essere finanziato dalla Regione Lombardia.
Scrive Maria Rosaria Ottolini nel depliant distribuito: Il 31 maggio 1800 “in sei ore attraversarono il Ticino 1500 soldati con due pezzi d’artiglieria. Gli Austriaci arretrarono fino al ponte sul Naviglio Grande a Turbigo e misero la cavalleria schierata in difesa. La 72° e la 70°demi-brigade francese, agli ordini del generale Monnier, attaccarono gli Austriaci al ponte. Trecento i cavalieri caduti e i Francesi, alla fine del ‘Combat’ presero possesso del ponte e entrarono in paese combattendo casa per casa…”
Napoleone, dopo aver dormito a Turbigo il 1° giugno (alla Vecchia Dogana o al Palazzo De Cristoforis), il giorno seguente parte in carrozza – guidata da un turbighese – per Milano… -
In memoria del dottor di Angelo Lodi: il ‘nostro’ scrittore

Venerdì 19 maggio 2023, nonostante la pioggia, a palazzo Rusconi, in tanti hanno ricordato il dottor Angelo Lodi, uomo, medico e scrittore.
L’incontro organizzato dall’associazione culturale ‘Inventario dei Ricordi’ (Roberto Colombo), aveva lo scopo, oltre a quello di rivisitare l’opera letteraria del ‘nostro’ scrittore, anche quello di presentare un’opera inedita, ‘Il ritratto del soldato’, pubblicata per l’occasione dall’associazione culturale.
Hanno tratteggiato la figura e l’opera di Angelo Lodi l’editore degli ultimi libri, Giuseppe Leoni; mentre Cristina Miramonti ha parlato del ‘sentiment’ che ha sempre animato il medico condotto’ nella sua professione. La curatrice del profilo dello scrittore su Wikipedia, Francesca Pagnutti, già assessore alla Cultura a Buscate, ha sottolineato l’importanza del ‘tramandare’ il patrimonio di cultura e di tradizioni locali: per una questione di identità. Infine, i professori Ermanno Paccagnini, Walter Genoni e Giuseppe Castoldi hanno riletto il lavoro letterario del ‘nostro’ scrittore, sottolineando i capisaldi del suo pensiero: la vita, la morte, il destino, il male e il bene. Sunt lacrimae rerum (Il dolore nelle vicende umane) è stata la frase scovata da Walter Genoni (in una delle prime opere e nell’ultima) che rappresenta ‘il tema dei temi’ che Lodi pone all’attenzione del lettore.
A margine dell’incontro notiamo un certo ‘bisogno di cultura’ che le istituzioni preposte fanno fatica a mettere a disposizione dei cittadini. Per cui sono le associazioni culturali che si danno da fare. Lo abbiamo visto recentemente a Castelletto di Cuggiono dove il Centro Studi Territoriali APS Athene Noctua ha organizzato la presentazione di una tesi di laurea sulla ‘reggia’ dei Clerici a Castelletto di Cuggiono, mentre a Turbigo l’Associazione Risorgimentale ha organizzato la ‘Rievocazione storica dello sbarco in Lombardia’ del console Napoleone avvenuta il 31 maggio 1800. -

In memoria del dottor di Angelo Lodi: il ‘nostro’ scrittore
Venerdì 19 maggio 2023, nonostante la pioggia, a palazzo Rusconi, in tanti hanno ricordato il dottor Angelo Lodi, uomo, medico e scrittore.
L’incontro organizzato dall’associazione culturale ‘Inventario dei Ricordi’ (Roberto Colombo), aveva lo scopo, oltre a quello di rivisitare l’opera letteraria del ‘nostro’ scrittore, anche quello di presentare un’opera inedita, ‘Il ritratto del soldato’, pubblicata per l’occasione dall’associazione culturale.
Hanno tratteggiato la figura e l’opera di Angelo Lodi l’editore degli ultimi libri, Giuseppe Leoni; mentre Cristina Miramonti ha parlato del ‘sentiment’ che ha sempre animato il medico condotto’ nella sua professione. La curatrice del profilo dello scrittore su Wikipedia, Francesca Pagnutti, già assessore alla Cultura a Buscate, ha sottolineato l’importanza del ‘tramandare’ il patrimonio di cultura e di tradizioni locali: per una questione di identità. Infine, i professori Ermanno Paccagnini, Walter Genoni e Giuseppe Castoldi hanno riletto il lavoro letterario del ‘nostro’ scrittore, sottolineando i capisaldi del suo pensiero: la vita, la morte, il destino, il male e il bene. Sunt lacrimae rerum (Il dolore nelle vicende umane) è stata la frase scovata da Walter Genoni (in una delle prime opere e nell’ultima) che rappresenta ‘il tema dei temi’ che Lodi pone all’attenzione del lettore.
A margine dell’incontro notiamo un certo ‘bisogno di cultura’ che le istituzioni preposte fanno fatica a mettere a disposizione dei cittadini. Per cui sono le associazioni culturali che si danno da fare. Lo abbiamo visto recentemente a Castelletto di Cuggiono dove il Centro Studi Territoriali APS Athene Noctua ha organizzato la presentazione di una tesi di laurea sulla ‘reggia’ dei Clerici a Castelletto di Cuggiono, mentre a Turbigo l’Associazione Risorgimentale ha organizzato la ‘Rievocazione storica dello sbarco in Lombardia’ del console Napoleone avvenuta il 31 maggio 1800. -
I protagonisti della saga di ‘Don Camillo e Peppone’
Ci ha lasciati mercoledì scorso, a 102 anni, Afro Bettati, sindaco di Brescello dal 1951 al 1970, il paesino nella provincia di Reggio Emilia che ospitò le riprese dei film della saga di ‘Don Camillo’, le pellicole che vengono trasmesse ancora oggi, tratte delle opere di Giovannino Guareschi.
Il sindaco Bettati fu il regista dell’accoglienza della troupe della Cineriz con le sue decine di lavoratori, fra cast e personale di ripresa.
Chi lo ha conosciuto – ha scritto un lettore de ‘Il Giornale’, Antonio Cascone – è sempre stato convinto che Giovannino Guareschi si fosse ispirato proprio a Lui. Poco importa se quello dei racconti era comunista e il vero sindaco di Brescello socialista. Bettati aveva sfidato il partito comunista che non voleva che si girasse quel film a Brescello perché lo ritenevano anticomunista e aveva invitato la popolazione a boicottarlo. Ma Afro non si lasciò intimidire dai ‘compagni’ e il 3 settembre 1951 fece affiggere un manifesto (diventato famoso) sui muri del paese invitando i cittadini a dare il meglio di sé nei confronti della troupe e dei suoi protagonisti, Gino Cervi e Fernandel. La storia gli diede ragione: Brescello in poco tempo divenne una meta turistica.
L’ALTRO PROTAGONISTA DEL ‘MONDO PICCOLO’ ‘Pin da Venian’ (Veniano, paesino in provincia di Como), parroco di Nosate (1938-1975), aveva la passione della politica, come scrive Franco Bottelli di Cassano Magnago in una lettera pubblicata su ‘La Prealpina’ dell’8 settembre 2018:
“Io, Franco Bottelli, classe 1929, ricordo benissimo don Giuseppe che mosse i primi passi come ‘Cugitur’ a Cassano Magnago quando facevo il chierichetto. Il Don non disdegnava una partita a carte al Circolo e, se era periodo di caccia, andava al capanno prima della funzione del mattino presto. Parlava apertamente di politica e le famiglie facoltose del luogo lo denunciarono alla Curia perché avevano paura che creasse scompiglio con le sue idee troppo liberali tra i parrocchiani. Fu così che lo trasferirono nel piccolo paese di Nosate. Ma l’amicizia che ci legava rimase. Con altri amici, in diverse occasioni lo incontrammo. Ci raccontò che aveva conosciuto Guareschi e lo fece conoscere anche a noi. Le sue esperienze di sacerdote le aveva raccontate allo scrittore il quale aveva tratteggiato così la figura di ‘Fumino’ e quella del parroco di campagna ‘che in quel di Nosate si scontrava spesso con il sindaco di allora’. Non ho dubbi. Don Camillo nel modo di fare e di vivere descritto da Guareschi e il mio mai dimenticato amico don Giusepp”.
L’archivio parrocchiale nosatese conserva una tale ricchezza di ricordi e dattiloscritti da riuscire a far rivivere il paese negli Anni Cinquanta del Novecento. Acute osservazioni, tipiche di chi vuol trasmettere un certo clima politico, pagine animate da osservazioni sulla religiosità popolare, inframmezzate da pesanti giudizi politici su quelli che lui chiamava ‘rossi’.
C’è anche una folta documentazione della sua frequentazione con Giovannino Guareschi che veniva a pasteggiare alla Cà di Barc sul Ticino, per raccogliere dalla viva voce del parroco aneddoti e fatti che avrebbero animato le sue storie pubblicate sul Candido e nei suoi libri di successo del ‘Mondo Piccolo’. Guareschi andava sul campo, dai suoi amici – parroci di paese – per sentirne il polso nello scontro frontale tra cattolici e comunisti del secondo dopoguerra.
Per dare la misura del ‘fuoco mediatico’ (si direbbe oggi) ricordiamo solamente l’intervista che il giornalista francese Gilbert Ganne fece a don Giuseppe, la quale fu pubblicata su Les Nouvelles Littéraires artistiques et scientifiques del 4 giugno 1953 che fu ripresa successivamente da Marie Claire e da altri giornali tedeschi. L’intervista tradotta in italiano è stata pubblicata su Contrade Nostre. Infine, la cartolina del giornalista che, contraccambio gli auguri, aggiunge: “Ho visto Fernandel e gli ho mostrato la vostra lettera. Il mese prossimo parlerò di Voi in pubblico, durante alcune conferenze che sto facendo in Francia su don Camillo (…)”.DIDA Bettati e don Giuseppe Saibene in BN
-
In morte di Fabrizio Rudoni: lutto cittadino
Oggi 16 maggio 2023, nelle ore del funerale di Fabrizio Rudoni(59 anni), comandante del Corpo di Polizia Locale turbighese, il Comune ha proclamato il LUTTO CITADINO.
-
E’ morto il comandante della polizia locale turbighese, Fabrizio Rudoni
TURBIGO – Era arrivato a Turbigo nel 1993, al tempo in cui l’Amministrazione Comunale era tormentata dalla politica. Me lo aveva ricordato recentemente in una occasione pubblica. Si sedette vicino e mi raccontò del tempo in cui scriveva per ‘Città Oggi’. I suoi articoli pungenti avevano ‘carattere’, un tono che mancò all’appello quando divenne Comandante della Polizia locale turbighese. Ma ci inviò sempre le attività del suo Corpo di Polizia – con l’invito a pubblicizzarle – e ricevemmo anche l’ultima, quella riguardante l’Esercizio 2022.
Negli anni in cui permase la collaborazione con il vecchio cronista emozionato che sta scrivendo, ricordo che lo aspettavo alla domenica sera. Arrivava con dei foglietti segnati da una scrittura rotondeggiante, pesante, sempre frutto dell’azione forte su una biro nera.
Poi divenne il Comandante. Non era un ‘poliziotto’ nel senso negativo del termine, ma era sempre aperto a trovare il modo migliore per fare ‘meno male’ possibile ai cittadini (le multe). Sapeva che ‘la vita è breve e piena di dolore’, un intercalare che mi ricordava spesso quando, casualmente, ci incontravamo. Eravamo amici e non c’era bisogno di preamboli per scambiarci due parole, nonostante lui fosse castanese e io turbighese. Sincero e leale sono i due aggettivi che mi sono venuti in mente, adesso, mentre sto scrivendo il suo ricordo.
Stamattina, una signora al cimitero mi si affianca e dice: “Lo sa che è morto Rudoni. Ho ricevuto attraverso l’app comunale il ricordo del Sindaco che informava la cittadinanza della morte del suo Comandante”. Poi abbiamo incontrato un’impiegata comunale, da poco andata in pensione, e siamo rimasti lì, insieme, a piangerlo.
Condoglianze alla moglie Serena e alle figlie Ginevra e Vanessa. -
Alla riscoperta della villa Clerici di Castelletto di Cuggiono: una tesi, un progetto



E’ stata la tesi di Giulia Elisa Martignoni a dare motivo per una riflessione sul futuro di quella che fu la Villa Clerici di Castelletto, una ‘reggia’ realizzata nel primo Settecento per allietare la vita in campagna delle nobili famiglie milanesi che vi arrivano in barca attraverso il Naviglio. L’incontro del 13 maggio 2023, organizzato dal Centro Studi Territoriali APS Athene Noctua nella sala consiliare di Villa Annoni, dopo il saluto della presidente Enrica Castiglioni, ha visto succedersi una serie di interventi specialistici che hanno ‘messo in luce’ quanto scoperto recentemente negli studi e approfondimenti finalizzati ad un progetto di conservazione inserito nel sistema turistico del Parco del Ticino.
ISABELLA BALESTRERI, docente di storia dell’architettura presso il Politecnico di Milano, ha illustrato lo sfondo storico e culturale che portò alla realizzazione di tali ‘ville di delizia’ nella campagna milanese. Non solo. Ha mostrato il frontespizio della prima edizione di Marc’Antonio dal Re del 1726 dove si parla di ‘palazzi camparecci’, mentre nella seconda edizione del 1743 questi ‘palazzi’ sono diventati ‘ville di delizia’. “L’incisore Dal Re descrive il suo presente, il primo Settecento, il secolo durante il quale la nobiltà raggiunge la sua espressione più alta. Le ville diventano una rappresentazione – una parte reale e l’altra immaginaria – di beni, del prestigio, il biglietto da visita con il quale una famiglia nobile si presentava nella società. Per quanto riguarda la storia dell’architettura, già nella seconda metà del Cinquecento le famiglie nobili avevano incominciato ad acquistare casolari all’esterno della città che poi trasformarono in fortilizi in modo da assicurare sicurezza della famiglia. Difesa fisica, ma anche salubrità ambientale”. La docente cita l’opera di Bartolomeo Taegio (‘La Villa’, 1559) nella quale l’autore critica la città, vista come luogo delle ruberie e degli assassinii, mentre la campagna diventa il luogo ameno, del diletto, con acqua e aria pulita. Un po’ come oggi…
GIULIANA CARDANI, docente di conservazione dell’edilizia storica presso il Politecnico di Milano, relatrice della tesi in questione, ha illustrato le diversi fasi in cui si è articolata la realizzazione della villa (circa 9500 mq-60 stanze), proprio al fine di tracciare un primo approccio conoscitivo, necessario alla realizzazione di qualsiasi azione successiva. Ha così delineato le diverse fasi, dall’epoca del ‘Castelletto’ dei Crivelli (988-1231) a quella della ‘Casa da Nobile’ (1578-1658) dei Clerici, fino ad arrivare alla bancarotta della famiglia (1870) e alla successiva vendita. L’arrivo della filanda Simontacchi (1921-1960) segna profondamente le strutture della villa che viene vincolata dalla Soprintendenza solo nel 1973, grazie alla sensibilità del sindaco di Cuggiono, Angelo Garavaglia (che si era dato da fare anche per l’istituzione del Parco del Ticino).
MONIA ALDIERI, storica dell’arte, ha parlato dei cicli pittorici ancora da scoprire (certamente la novità dell’incontro) la quale ha esordito dicendo che i Clerici furono coloro che chiamarono il Tiepolo ad affrescare il loro palazzo milanese. Ha continuato parlando degli affreschi – specificando la valenza dei quadraturisti e dei figurinisti – che adornano le quattro finestre che affacciano sul Naviglio. Parlano dell’incontro di Marc’Antonio con Cleopatra (foto), del Ratto di Ganimede opere che attribuisce al pittore Santagostino. Poi legge gli affreschi della ‘Sala dei Rapimenti’, il Ratto della donna di Ercole e quello delle Sabine. Poi ‘Venere e Amore’ (foto), ‘l’Intelligenza’ (una sfera celeste nella mano dx, una serpe nella sx e la ghirlanda, simbolo dell’intelligenza), il ‘Furor poetico’ richiamato dalle ali sulla testa (con il cane simbolo di fedeltà, mentre la colomba rappresenta lo Spirito Santo) per concludere infine con la raffigurazione del tempo. Nessuno ha mai studiato questi affreschi e quindi non c’è niente di pubblicato e fra un po’ di tempo saranno illeggibili. Quindi il primo intervento auspicato alla nuova proprietà e quello del rifacimento dei tetti che dilavano le pareti e cancellano delle vere e proprie opere d’arte.
NEI TEMPI MODERNI alla famiglia Simontacchi è subentrata nella proprietà la famiglia Pacco di Busto Arsizio la quale ha svolto attività tessile fino agli inizi degli anni Settanta. La villa fu aperta – grazie alla fondazione Primo Candiani onlus – l’ultima volta nel 2005 (vedere stelloncino di Città Oggi) per un convegno storico a cui parteciparono cinquecento persone tra cui gli eredi Clerici. Dopodichè la Villa fu abbandonata e messa in vendita incaricando a tal scopo, per un primo studio del complesso monumentale, l’ingegner Luigi Paolino di Turbigo che produsse anche una bella brochure in proposito. Recentemente il complesso è stato acquisito da una società che fa capo al gruppo Sodalitas.