Autore: Giuseppe Leoni

  • Peppino Grassi, l’elettricista, ci ha lasciati

    Peppino Grassi, l’elettricista, ci ha lasciati

    Lo storico negozio di Via Fredda ha chiuso nel 2022. Lo intervistammo prima di allora per farci raccontare la storia di un esercizio aperto nel 1958, uno dei più antichi di Turbigo. Ci disse allora:
    “Sono nato nel 1928. Da ragazzo ho fatto diversi mestieri, poi ho deciso di frequentare dei corsi serali al Carducci di Busto dove i dipendenti della Vizzola insegnavano a leggere il disegno elettrico. Così, nel 1942, ho iniziato a fare l’elettricista presso la Melchiorre&Crespi a Busto: facevo il garzone del ‘Renzo da Sinago’ e da lui ho imparato il mestiere. Allora i fili elettrici erano coperti di una treccia tessile e lui per prendermi in giro mi diceva: “Tira al fil che la corrent sa strangura!”
    HO MESSO IL MICROFONO AL DUCE. Lavorando per la ditta Melchiorre & Crespi a Busto mi è capitato di installare l’impianto per gli altoparlanti al Duce che parlava in piazza. Allora trasmetteva ‘Radio Busto’ e capitava spesso, negli ultimi anni del regime, che Benito Mussolini venisse in città in quanto la sorella della sua amante, Claretta Petacci, aveva sposato un certo Basilico di Busto Arsizio, per cui il Duce l’accompagnava e, ogni volta che passava, parlava alla radio per cui bisognava allestire la postazione”.
    L’APERTURA DEL NEGOZIO DI VIA FREDDA. Nel 1956 sono stato assunto dal ‘Cardani Elettricista’ di Turbigo. Allora questa ditta aveva sede in via Fredda ed era incaricata dalla Vizzola per la distribuzione dell’energia elettrica in tutti i paesi del Castanese. Due anni dopo (24 settembre 1958) ho sposato Angela Bazzi, ‘la tusa dal Rafael’ (morta recentemente) e, invogliato da alcuni industriali turbighesi, ho aperto il negozio di via Fredda che attualmente è gestito dai miei figli, Gianluigi e Marco”.

    Condoglianze

    DIDA – La foto che pubblichiamo fu esposta al tempo della mostra che raccontava la lunga vita del negozio. Il giovane Peppino Grassi è l’ultimo a destra

  • Un Re e il suo Burattino: equilibri ignoti

    Un Re e il suo Burattino: equilibri ignoti

    Uscirà a fine gennaio l’ultimo libro del turbighese Angelo Paratico dal titolo ‘Un Re e il suo Burattino’. Il Re è Vittorio Emanuele III e il Burattino è Benito Mussolini. Non è la prima volta che Paratico scrive di Mussolini: il suo ‘Ben’ fu pubblicato da Mursia nel 2010.
    Dopo quindici anni riprende in mano la storia scritta dai vincitori e getta “un sasso in piccionaia” che farà aumentare la secrezione acida alla sinistra e alla destra. Scrive che Benito fu un semplice esecutore delle volontà del Re e che il mito dei suoi poteri assoluti venne costruito a tavolino dopo l’8 settembre 1943, proprio al fine di puntellare la traballante dinastia sabauda. Una mistificazione ordita da chi aveva grossi interessi con il sistema monarchico per cui si operò al fine di dare al ‘sistema’ la forza per sussistere. Per fortuna gli italiani votarono ‘Repubblica’ al referendum istituzionale indetto alla fine della seconda guerra mondiale.
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  • La necropoli della Gallizia (1904) dello stesso periodo di quella di Inveruno (1999)

    La necropoli della Gallizia (1904) dello stesso periodo di quella di Inveruno (1999)

    Luigi Scotti è uno dei pochi rimasti a coltivare il gene della ‘turbighesità’, una malattia che prende solamente quelli che hanno ricevuto il palpito della vita nel paese degli antenati e ne coltiva la memoria cercando le memorie nel web. Aveva già rinvenuto il documento che attesta la nascita del convento degli Agostiniani Scalzi (1635) a Turbigo e ora ci ha inviato un testo di Serafino Ricci (1867-1945) in cui si registra il rinvenimento di una necropoli alla Galizia nel 1904 – dello stesso periodo di quella di Inveruno, scoperta nel 1999 – il campo posto davanti all’entrata di Induno (nelle vicinanze dell’omonimo Agriturismo), due vaste necropoli che ci fanno intendere dove fossero insediati i villaggi gallo-romani sulla riva sinistra del Ticino nel I-II secolo d.C.

    Negli ‘Atti dell’Accademia dei Lincei’ anno CCCI (1904), serie quinta, ‘Notizie degli scavi di antichità’, volume I (Roma, 1904), con inizio alla pagina 376 si parla della ‘Necropoli della Galizia’, che l’autore dice di essere collocata a 3,5 Km da Turbigo, probabilmente perché il riferimento era la stazione ferroviaria e il proprietario del fondo un turbighese. Difatti inizia così la sua lunga relazione della quale pubblichiamo una parte:

    “A Km 3,50 da Turbigo (Milano), in basso, a valle, scorgesi la cascina Gallizia, che ha dietro a sé un piano piuttosto esteso, coltivato a gelsi e a fieno, segnato al n. 1961 della mappa catastale, spettante al sig. Paolo Grassi, proprietario della nota conceria di pelli per guanti di Turbigo.
    In una prima visita sul luogo, accompagnato gentilmente dal sig. Grassi, vidi già la terra smossa a seguito di qualche precedente assaggio venni a sapere che dal 1901 erano avvenuti dei ritrovamenti sporadici di tombe contenenti orcinoli a calice, a vaso panciuto o a piatto rialzato spesso contenenti ossa bruciate e pezzi di carbone. Quasi in ogni urna si trovò una moneta in bronzo imperiale romano del I secolo dopo Cristo, periodo al quale il sepolcreto deve appartenere. In un’urna fu trovata una moneta d’oro che fu data al sig. Rossi, un dilettante di studi antichi, gioielliere di Cuggiono.
    Deplorevole è il fatto che la maggior parte dei fittili del 1901 andò disperso, ma nel 1903 il sig. Grassi trovò un’urna simile alle precedenti, con una lucernetta di terracotta, che porta la rappresentanza figurata della lupa allattante Romolo e Remo. In un’altra urna fu rinvenuta una moneta di Augusto, del medio bronzo riconiato sotto Tiberio col rovescio dell’ara o coll’esergo Providentia. Questa moneta fu raccolta dal sig. Grassi, insieme a due balsamari di vetro verdognolo, e vasi di terracotta in forma di orcinolo e di vaso rialzato.
    Tutto il territorio turbighese è segnato dalla presenza romana. Lo confermano le lapidi citate nel Corpus Inscriptionum Latinarum, il Castellaccio, la Torraccia dell’ing. Tatti, il Castello innalzato sopra rovine romane (vedere il sottopiano del Castello: le cantine).
    Nel 1903 il sig. Grassi rinvenne una targa circolare in bronzo (4,8 cm di diametro), ornata e forata a rilievo, di puro stile classico, sormontata da maschera leonina sporgente, che lascia un vano per farvi passare qualche stoffa o cinghia di sostegno. Inoltre, venne alla luce un piccolo manico di specchio in bronzo, tutto lavorato e ornato in tre parti: l’impugnatura a doppia mascherina figurata di genietto giovane da un lato, di genietto adulto dall’altro; il nucleo centrale a doppia nicchietta con un Cupido da un lato, un’Afrodite dall’altro sopra una specie di piedistallo ornato che ne forma la base.
    Nella primavera del 1904 fu rinvenuta un’anfora di terracotta di forma conica, a tipo greco più che romano, molto appuntata all’estremo. Nel vuotarla, aderente alla parete, è stata trovata una lamina in bronzo: rappresenta nel campo a rilievo un guerriero all’inizio di una corsa in quadriga. L’elmo in testa, la corazza al corpo, di sotto la quale esce il chitone, e sul braccio destro, raccolto, col pugno stretto, gli ricade un estremo lembo della clamide. Il guerriero ha il piede destro che ancor tocca leggermente il terreno, ed è salito col piede sinistro sulla quadriga a guidare i quattro focosi destrieri. Ma già dinanzi a lui una giovane e graziosa fanciulla avvolta nel peplo e appoggiata con la destra mano alla sponda della quadriga, mentre con la sinistra afferra le redini. E’ lavoro di gusto greco, eseguito verosimilmente nei primi secoli dell’Impero, posto nell’anfora come dono votivo. (Chissà dove è finita questa elegante lamina greca?, ndr) Un’altra olla fu ritrovata contenente vasetti rituali, un ago crinale rotto, quattro fibule, due balsamari di vetro, anello in bronzo forato, tre monete di cui una di Vespasiano, due anelli in ferro.
    Il 2 aprile 1904, a seguito dei ritrovamenti avvenuti, fu avviata una indagine ufficiale e dopo un’ora di lavoro si incominciò a trovare terra nera, grassa, delle tombe e si rinvenne alla profondità di mezzo metro dei vasetti, un’olla grande, od ossario con relative ossa. La calura fece sì che si ritenne di spostare gli scavi in autunno, con maggior numero di uomini e il campo libero dalle piantagioni. Diverse olle-ossario furono rinvenute con monete di bronzo probabilmente di Augusto o Tiberio, ma niente di eccezionale.
    LE CONCLUSIONI. Dai ritrovamenti avvenuti nelle necropoli si desume il carattere ‘povero’ degli insediamenti gallo-romani. Le forbici e il falcetto indicherebbero più un popolo di pastori che di guerrieri. Poche in proporzione e semplici le tombe di donna; pochi gli oggetti in bronzo; pochissimi gli ornamenti. Il rito usato è quello della cremazione e delle tombe a incinerazione per mezzo di un ossuario, entro cui spesso vi erano vasetti per unguenti, vasetti lacrimatori, monete, di rado lucernette fittili e pochi oggetti in bronzo. Unica eccezione la tomba ricca contenente la lamina in bronzo a rilievo, il manico pure in bronzo a rilievo e ornati.

    DIDA Nel disegno di Mellone pubblicato sul ‘Corriere’ del 15 febbraio 1986 – in occasione del Sì della Lombardia alle trivellazioni per il giacimento del petrolio – nella stessa area del Pozzo c’era la necropoli romana della Galizia (I-II sec. d. C) dello stesso periodo di quella di Inveruno

  • Il Signore delle Acque: Alessandro Folli da Bernate TIcino

    Il Signore delle Acque: Alessandro Folli da Bernate TIcino

    Non c’è dubbio che Alessandro Folli da Bernate Ticino abbia lasciato un solco profondo nel territorio della riva magra del Ticino, terra d’acque, dove il Naviglio Grande e il canale Villoresi la fanno da padroni e – grazie al suo impegno – nell’ultimo decennio hanno ricevuto una sferzata di vitalità. Adesso il ‘Signore delle acque’ è prossimo alla pensione e ‘Ticino notizie’ ci ha chiesto di ‘rendergli grazie”.
    Figura politica molto conosciuta nel Castanese, (è stato assessore provinciale e regionale del centrodestra) dove è iniziata la sua attività politica. Proveniente dalla Coldiretti, ebbe modo di dire che era stato “l’ambito che aveva fatto la sua fortuna di amministratore e dirigente politico”, per cui la riconoscenza non è mancata verso il ‘suo’ territorio di adozione: l’investimento sul tratto di Naviglio turbighese e il museo del Villoresi a Castano Primo.
    Lo abbiamo intervistato più volte – al tempo di ‘Città Oggi ‘- e da tale giacimento culturale traiamo solamente alcuni aspetti della sua azione politico-amministrativa, anche perché l’intera storia delle realizzazioni (2009-2024) meriterebbe un libro:
    “Nel 2009, quando mi è stata affidata la gestione del Consorzio (allora erano 60 dipendenti, raddoppiati in pochi anni con il bilancio è in attivo!) la situazione era critica: la grande diga del Panperduto (dove dipartono i canali Villoresi e Industriale, ndr) stava crollando per infiltrazioni d’acqua che avevano eroso il basamento e le sponde erano disastrate. I vari enti che si erano succeduti nella responsabilità della gestione non avevano investito un euro nella conservazione di questo patrimonio secolare. Mi sono messo di buzzo buono e abbiamo reso staticamente stabile la diga e nel contempo avviata la manutenzione delle sponde dei canali”.
    Il Consorzio (292 Comuni, 7 Province, 4 milioni di utenti) è stato in grado di investire 120 milioni di euro per Expo (2015) e, siamo stati in grado di inviare l’acqua da Garbagnate a Rho-Expo, in anticipo sui tempi previsti. I risultati ottenuti hanno fatto sì che la Confederazione Svizzera abbia finanziato la realizzazione del museo delle acque italo-svizzere, in avanzata fase di realizzazione, nelle adiacenze della diga del Panperduto (Somma Lombardo)”.
    IL PROGETTO REALIZZATO DEL MUSEO DELLE ACQUE ITALO-SVIZZERE.
    Il progetto da 30 milioni di euro prevedeva un canale navigabile dalla diga riqualificata del Panperduto ad Arconate, un anello ciclopedonale, un Ostello della Gioventù e il Museo delle Acque Italo-Svizzere. Una imbarcazione ‘ibrida’ sarebbe stata utilizzata come navetta per trasportare i turisti sull’isolotto che sorge al centro del bacino del Panperduto, individuato come futura sede del Museo delle Acque Italo-Svizzere dove sarebbe stata esposta la storia del bacino idrografico del Ticino con le sue attività di bonifica, irrigazione e produzione di energia elettrica, compresa la valorizzazione turistica del canale.
    2015 – IL PROGETTO UNESCO – Sono gli anni dell’apertura del Museo Emeroteca delle Acque Villoresi di Castano Primo e il Centro per la stabulazione della fauna ittica di Abbiategrasso. Poi, grazie ai finanziamenti comunitari del PIA POR, saranno resi praticabili oltre 130 km di alzaie. Senza dimenticare la preziosa collaborazione con URBIM (Unione Regionale Bonifiche Irrigazioni e Miglioramenti fondiari di cui Folli è stato presidente) e Regione Lombardia per il progetto ‘La Civiltà dell’Acqua in Lombardia’ teso ad inserire i maggiori e più significativi manufatti idraulici e irrigui lombardi nella lista del Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità Unesco”.
    ENERGIA DALL’ACQUA – La realizzazione della centrale idroelettrica – a cura di Enel Green Power – alla diga del Panperduto è stata la prima di una serie al fine di sfruttare al meglio l’energia prodotta dai salti d’acqua.

    2015 – GLI INTERVEMTI TURBIGHESI – Ripristino della conca vetusta (realizzata all’inizio del Novecento e abbandonata negli anni Sessanta del secolo scorso) della centrale idroelettrica ‘Guglielmo Castelli’, con la realizzazione degli attracchi per la navigazione a Nosate (importo di spesa 3.645.000 euro) e della realizzazione di una nuova traversa (in sostituzione dell’attuale diga Poiret a parconcelli) in corrispondenza della centrale termoelettrica.

    DIDA Alessandro Folli con Umberto Bossi alla diga del Panperduto nell’aprile 2014

  • La vita del colonnello Attilio Vigevano (1874-1927), primo direttore del Servizio Informazioni Militare (SIM)

    La vita del colonnello Attilio Vigevano (1874-1927), primo direttore del Servizio Informazioni Militare (SIM)

    Era figlio della turbighese Ernesta Bonomi, sorella di quel Achille Bonomi che lasciò con testamento (1903) diecimila lire alla Congregazione di Carità, allo scopo di ottenere una rendita annuale da devolvere a due povere vedove del paese.
    Ernesta Bonomi si sposò con Giuseppe Vigevano, originario di Abbiategrasso, un commerciante che forniva prodotti all’osteria al Segno dell’Annunciata posta sulla riva destra del Naviglio (dov’era insediata quella che chiamiamo ancora oggi ‘Vecchia Dogana’). Giuseppe risulta presente nel Consiglio Comunale turbighese nel periodo del sindaco Tatti (1864-1913).
    Dopo lo sposalizio la coppia andò ad abitare in Via Villoresi, dove nacque Attilio che “fece di tutto per rimanere invisibile in questa vita e nell’altra”. Ci riuscì, tant’è che il suo cippo funerario rintracciato dal nostro autore porta solamente il nome ‘Attilio’. Certamente non era uno che intendeva lasciare un segno nella storia.
    La ricerca storica del dottor Bruno Antonio Perrone è stata lunga e faticosa (tre anni), anche perché essendo il protagonista un militare per visionare i documenti depositati negli archivi romani sono state necessarie tante/troppe autorizzazioni. L’incipit lo ebbe a Parigi dove, passeggiando lungo la Senna, si fermò accanto ad una bancarella di libri usati e sfogliandolo apparse il nome di Attilio Vigevano nato a Turbigo. Da lì partì l’odissea che l’ha portato – venerdì 22 novembre 2024 – alla presentazione di un’opera che ha un respiro nazionale, tant’è che è stata presentata da una studiosa di chiara fama nel campo dell’intelligence, Maria Gabriella Pasqualini, che ha incantato la vasta platea con le sue osservazioni (interessante la citazione sui ‘piccioni viaggiatori). Innanzitutto ha specificato che cos’è la ‘Raccolta Informazioni’ (sinonimo di intelligence) seguita dall’analisi di quello che arriva sui tavoli che in casi recenti – eclatanti – non è stato correttamente interpretato. I casi delle ‘Torri Gemelli’ e del ‘7 ottobre’ sono sintomatici. L’incontro è stato inframezzato dalla lettura di alcuni passi da parte di Vanna Gobatti.
    LA STORIA MILITARE.
    Attilio Vigevano frequentò l’Accademia Militare di Modena e iniziò la carriera militare come sottotenente degli Alpini nel 1893, frequentò la Scuola di Guerra, per poi entrare nel Corpo di Stato Maggiore. Partecipò alla Campagna d’Africa Orientale del 1896 e insegnò storia militare all’Accademia Militare di Modena. Durante la guerra italo-turca del 1911 proseguì gli studi presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.
    Con la prima guerra mondiale venne assegnato al 7º Reggimento Alpini e affinò la sua competenza in materia di intelligence: lo troviamo, infatti, alla guida dell’Ufficio Informazioni Truppe Operanti della 4ª Armata, di stanza a Belluno, con competenza sul Trentino e sul Tirolo.
    Successivamente comandò il 39° reggimento di fanteria cecoslovacco, formato da disertori dell’esercito austro-ungarico,
    Con il grado di colonnello fu a capo del Servizio Informazioni Militare (SIM), il primo organismo di intelligence italiano, ufficio che guidò dal 1925 al 1926 proprio perché si era sempre occupato di questo settore dell’informazione. Poco tempo dopo decise di andare in congedo e morì nel 1926 a causa di problemi cardiaci. Fu un prolifico autore di storia militare. I suoi libri sono ancora in vendita su Ebay. Il turbighese Angelo Paratico ne aveva riscoperto per primo la figura e inserito nel suo Ben (Mursia, 2010, p. 32). Il libro è in vendita nelle cartolerie turbighesi.

  • La Cooperativa di Consumo: storia e tradizione

    La Cooperativa di Consumo: storia e tradizione

    Libri, carte, fotografie, oggetti della vita vissuta scompaiono insieme al ‘raccoglitore’se nessuno si cura di tramandarli. Per la verità, qualcuno c’è ancora che ha la passione della memoria, della ‘conservazione’ e se un figlio del ‘raccoglitore’ scomparso chiama … arriva e ritira il materiale. E’ successo anche a chi scrive: molte foto di antica memoria e tradizione che pubblichiamo su Fb hanno questa origine.
    Oggi, uno di questi appassionati (sono due o tre in paese) ha suonato alla porta per chiedere un consulto a chi scrive. Aveva in mano alcune foto di Giorgio Gaber quando – negli anni Sessanta del Novecento – veniva a cantare a Turbigo nel ‘Giardino-dancing’, allora situato al primo piano del Circolo di Via Vittorio Veneto.
    Insieme alla foto di Gaber (che pubblichiamo) aveva una medaglietta con il simbolo del Comune – distribuita in occasione dell’inaugurazione della Cooperativa – e uno scritto di Giovanni Artero nel quale si raccontava la nascita delle associazioni dei lavoratori nell’Abbiatense-Castanese. Tra queste c’è la storia della Coop di Consumo turbighese della quale c’erano – un tempo – diversi negozi in paese: in Via Roma, 15, in alcuni locali del palazzo De Cristoforis c’era il negoziante ‘Fraschin’ che segnava la spesa del cliente su un libretto con la copertina blu; in Via Al Palazzo, dove ci sono ancora tre gradini (casa Cantarini) c’era un altro negozio e un altro era al Circolo.
    LA STORIA – La Coop turbighese prese le mosse da un Circolo vinicolo, Casa del Popolo per operai e contadini promossa dai socialisti che si accollavano le spese di gestione e affrontavano agli anatemi del parroco. Difatti, la ‘Casa del Popolo’ era una sorta di ‘tempio’ laico, opposto alla chiesa, in cui non circolava il messaggio della rassegnazione, ma quello della redenzione proletaria.
    Su questi presupposti fu costituita legalmente il 3 giugno 1906 la Coop turbighese. Il primo Consiglio d’amministrazione era composto da Carlo Casati (presidente), impiegato; da Guido Rescalli e Paolo Mandelli; da Pietro Azzimonti, muratore; da Francesco Bianchini (sarebbe diventato sindaco, comunista) e Pietro Mira, fuochisti; da Giuseppe Merlo, operaio.
    Il Circolo si trasformò in Cooperativa di Consumo allo scopo di acquistare “derrate alimentari, merci agricole, macchine, attrezzi, per distribuirli ai propri soci e ai consumatori in genere”. L’iniziativa incontrò il favore della popolazione (ma non di alcuni maggiorenti del paese e del clero) e la sua rapida espansione fu dovuta alla collaborazione di una certa borghesia locale che deteneva il 40% del capitale azionario. Negli anni a venire, allo spaccio alimentare e al Circolo vinicolo si aggiunsero l’impianto di cucina economica, l’attivazione di una mensa operaia, il macello, il deposito di carbone, il forno panificatore e il centro lettura annesso alla biblioteca popolare. Passarono poi sotto il controllo del Circolo cooperativo anche la Società Operaia di Mutuo soccorso e la Mutua assicurazione del bestiame. Ma non fu facile trovare la forza per sussistere in quanto ci furono aspre opposizioni da parte degli esercizi commerciali e del clero. Ma il Circolo resistette al punto che il Maglificio arrivò ad occupare trenta socie operaie e si rivelò un’azienda vitale che aveva allargato nel 1910 la base societaria incrementando la produzione. Dulcis in fundo… la decisione della società di ammettere anche le donne suscitò scandalo tra i benpensanti del paese. Ciò comunque non impedì al sodalizio, che aveva previsto nei dispositivi statutari anche un fondo speciale per la vecchiaia e gli infortuni, di prendere il largo e di erogare i primi sussidi.

  • Turbigo: rubano dappertutto!

    Turbigo: rubano dappertutto!

    Turbigo è sotto l’incubo dei ladri che arrivano a rubare dappertutto. Chi scrive è stato derubato nella notte del XXV aprile 2024 mentre dormiva tranquillamente nel suo letto, ma prima ancora i soliti ignoti erano entrati nelle case delle figlie. In un caso (estivo, casa vuota per ferie) si erano sollazzati addirittura gustandosi il grana e lasciando la crosta sul tavolo. Quella del ‘grana’ deve essere una passione perché il furto dell’altro giorno, oltre ai valori scovati e rubati, ha visto prelevare dal frigor anche i pacchetti sottovuoto del famoso formaggio padano.
    Passano sempre dall’interno dei cortili, mai dalle porte che si affacciano alle strade pubbliche e rovistano nella ricerca della cassaforte e intanto prelevano tutto quanto trovano (oro, argento, soldi, ma anche capi di vestiario).
    Abbiamo memoria di furti in Via Volta, Via Pasubio, Via Fredda, Via Gorizia, Via Monte Nero, Via Giulio Cesare e via dicendo.
    Nei giorni successivi i ‘poveri’ malcapitati, con la paura che gli attanaglia la vita, decidono di mettere gli antifurti, sbarre alle finestre, tutto per cercare di resistere all’assalto continuo di questi ladri che preparano i furti con grande professionalità. Nell’ultimo, di qualche giorno fa, hanno curato i proprietari intenti a uscire per andare a fare la spesa all’U2 (non hanno messo l’antifurto perché sarebbero ritornati ‘subito’ – dimenticanza fatale!) e in un’oretta i ladri sono entrati in casa, hanno rovistato dappertutto e rubato tutto il possibile. Hanno lasciato la ‘fede’ perché essendo datata e con inciso il nome sarebbe stato pericoloso venderla il ‘Compro Oro’ dove sono molto attenti a questi dettagli.
    Parecchi derubati non fanno più nemmeno la denuncia proprio perché non serve a niente se non si è assicurati.

  • Il paesaggio…patrimonio della Comunità

    Il paesaggio…patrimonio della Comunità

    Il racconto dell’architetto Rosella Saibene è partito da lontano e disegnato con alcuni assiomi: “Il paesaggio è uno degli elementi che costituiscono il patrimonio di una comunità” ed è animato da bellezza, natura e vita. Le prime leggi in difesa del paesaggio risalgono al 1939, ma è solamente dopo il ‘miracolo economico’ degli anni Sessanta del secolo scorso che si comincia a riflettere su come cercare di arginare l’irruenza della ricostruzione post-bellica. La nascita delle Regioni (1970) permette la nascita del primo parco regionale del Ticino (1974) sorto dalla volontà popolare portata avanti dai Sindaci, una scelta innovativa che è riuscita a creare quel corridoio ecologico che unisce le Alpi agli Appennini. Ma è la Convenzione europea del 2000 che mette un punto fermo sulla qualità paesaggistica che non è una realtà statica, ma in continua trasformazione.
    L’incontro si è poi indirizzato sull’esperienza dei parchi all’interno della riserva della Biosfera MAB Ticino, Valgrande, Verbano istituita nel 2018.

    DIDA L’architetto Rosella Saibene e il neo presidente del Parco del Ticino, il vigevanese Ismaele Rognoni

  • L’età romana: prima della chiesa di San Vittore nel cimitero di Robecchetto

    L’età romana: prima della chiesa di San Vittore nel cimitero di Robecchetto

    In quella che fu la prima tessitura Candiani in territorio di Robecchetto (“quella del nonno Luigi”, dice il nipote Gianluigi nella foto che pubblichiamo), oggi ‘Spazio Arte Contemporanea’ di forte bellezza architettonica gestito da Nicoletta Candiani, si è svolta – giovedì 24 ottobre 2024 – la prima serata di presentazione di quanto affiorato nei dintorni della chiesa di San Vittore nella recente compagna di scavo. Grande la curiosità dei presenti e notevole la partecipazione.
    Il sopraintendente Tommaso Quirino, responsabile dal 2018 del nostro territorio, ha parlato del ‘rischio archeologico’ e dei punti nevralgici – segnalati dal Piano di Governo del Territorio – dove le presenze archeologiche sono state ipotizzate per i ritrovamenti passati e il ‘muro’ recentemente scoperto insieme alla ‘veneranda’ cisterna romana in cotto della quale si sono perse le tracce.
    L’archeologo Furio Sacchi, docente alla ‘Cattolica’ di Milano, è colui che per primo ha intuito le potenzialità del territorio. Chi scrive ricorda l’interesse manifestato qualche anno fa nelle prime telefonate per la ricerca di un contatto locale che potesse favorire la ricerca che si concretizzò nella figura dell’avvocato Luisa Vignati che da allora ha seguito ‘step by step’ le varie fasi, grazie alla disponibilità della Fondazione Candiani onlus.
    Furio Sacchi conosceva gli scritti dell’architetto Angelo Vittorio Mira Bonomi che per primo aveva ipotizzato un tempio, grazie al capitello ritrovato al cimitero (oggi conservato nell’Aula Consiliare) e che l’archeologo milanese ha datato dal 40-20 a.C. Si tratta – ha detto il professore – di un capitello romano in calcare dei colli Euganei, realizzato in due blocchi distinti sovrapposti (al nostro manca la parte superiore) montato su colonne dell’altezza di circa cinque metri.
    Il professor Davide Gorla, che ha seguito passo a passo tutti gli interventi, si è soffermato sulla grande muratura in ciottoli e calce rinvenuta, certamente romana, che ha potuto sondare per una lunghezza di 5 metri e 85 centimetri di larghezza. Inoltre, ha rivenuto alcune tracce di un incendio devastante, sulle cui ceneri sarebbe poi sorta la chiesa nel cimitero che si era venuto a creare.
    Infine, tutto quanto affiorato e studiato ha portato ad ipotizzare che l’area sulla quale sorge la chiesa di San Vittore nel cimitero di Robecchetto – punto nodale per il passaggio di alcune strade storiche e preistoriche – fosse stata interessata da un tempio augusteo, del genere di quello del santuario di Breno in Valcamonica.

  • 40° della Festa del Turbigh d’In giò, di antica memoria e tradizione

    40° della Festa del Turbigh d’In giò, di antica memoria e tradizione

    Il quarantesimo è stata l’occasione per riscoprire il connubio tra la chiesa dei SS. Cosma e Damiano (1669) e l’ex convento degli Agostiniani Scalzi (1635), grazie alla disponibilità degli attuali proprietari a cui diciamo ‘Grazie’. C’è stato interesse e partecipazione a scoprire le antiche vicende che hanno accompagnato la ‘vita’ di questi luoghi così importanti per gli abitanti del Turbigh in Giò. Lo aveva capito anche Carlo Bonomi che, in un disegno d’inizio Novecento, aveva immortalato il primo ‘Gomitato’.
    La chiesa non è soltanto il centro religioso di una comunità, è anche bellezza, identità, storia, luogo della memoria. E solo in questi ‘luoghi’ che si ritrovano le anime perse, quelle che hanno lasciato un segno, come Luigina Meazza e Alessandro Ferrari. Le antiche comunità si preoccuparono di tramandare le loro chiese e i loro cimiteri (quello dei turbighesi d’In Giò è in chiesa) ed è quello che abbiamo inteso fare.
    Dalla volontà di riprenderci quello che è Nostro è nato, quarant’anni fa, il ‘Gruppo d’In Giò’, con lo scopo di continuare a salvaguardare una realtà dove abbiamo le nostre radici, e registriamo con favore il fatto che il ‘Gruppo’ primitivo si è rivitalizzato con l’ingresso di alcuni giovani a cui passiamo volentieri lo stendardo (posizionato nella cappella di San Carlo) che mani preziose hanno realizzato quest’anno dandogli i colori dell’eternità che fanno ben sperare.
    Sperèm.