– Il 6 marzo 2024 si è svolto l’incontro con le associazioni locali per definire i termini del trasloco che dovrà essere effettuato entro maggio, in modo da permettere l’inizio dei lavori di restyling dell’ex municipio, oggi ‘Casa delle Associazioni’. Presenti i rappresentati delle tante associazioni turbighesi che hanno lasciato il recapito a chiesto lumi.
Gli amministratori hanno spiegato come dovranno muoversi – possibilmente autonomamente – per spostare provvisoriamente le loro sedi associative, in parte nei locali dell’ex palestra della ‘Casa del Giovane’, ma anche in altri spazi.
L’intervento, finanziato (4 milioni di euro) dai fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), modificherà la fisionomia interna dell’edificio municipale inaugurato nel 1968. Sono previsti circa due anni di lavoro e alla fine del 2026 il nuovo ‘Palazzo delle Associazioni’ sarà più consono alla realtà attuale: a piano terra ci saranno i ‘Servizi alla Persona’; al primo piano i due musei, quello della Civiltà contadina e quello Risorgimentale; mentre al secondo piano sarà rivisitata l’ex sala del Consiglio Comunale che prenderà il posto della ‘Sala delle Vetrate’ per le adunanze future.
Lo spostamento delle sedi delle associazioni richiederà anche l’utilizzo provvisorio dei diversi altri siti comunali: dall’Iris di Via Roma, all’ex Ipsia (dove troverà posto la Banda musicale), all’Info Point turistico nel parco del palazzo de Cristoforis. Alcune associazioni saranno ospitate da quelle che hanno sede nell’attuale Municipio, come i ‘Combattenti e Reduci’.
Sperèm è stato l’augurio di alcuni intervenuti.
Autore: Giuseppe Leoni
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Il trasloco delle sedi associative dall’ex Municipio
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Walter Chiari in paese: I turbighesi lo ricordano insieme al ‘Mileu’ e al ‘Mario Vunciun’
Cent’anni fa nasceva Walter Chiari. Qui in una foto scattata quando venne a Turbigo (pubblicata su i ‘Quaderni di Franca’) che ne documenta il passeggio. L’abbiamo pubblicata su Fb e non sono mancati i commenti:
Francesco Bossi: Se non erro quello a sinistra era il Mileu. Il guardiapesca, ne tirava su di pesce!
Battista Averone: Me lo ricordo il Mileu, aveva un Guzzone 500 lo si sentiva arrivare alla Cà di toll lontano un chilometro. Il Walter Chiari andava spesso a pranzo dal Mario Vunciun a Castelletto di Cuggiono.
Francesco Cavalleri: Quello a sinistra è mio nonno, Cavalleri Fortunato.
Renata Cerutti: Ho conosciuto anni fa la persona che condivideva l’appartamento con Walter Chiari quando entrambi erano attori all’inizio della carriera. Mi ha raccontato di cosa avesse visto fare al ricevimento dei primi soldi guadagnati. Con i bigliettoni svolazzanti davanti a un ventilatore,usava la scopa per fermarli a mezz’aria gridando “ ecco vi ho presi!” Ogni volta che sento parlare dì Walter Chiari non posso fare a meno di ricordare questa scena. La sua vena comica evidentemente prevaleva sempre. -

Turbigo-Galliate, terre di confine: le dogane
Quest’anno la Guardia di Finanza (Gdf d’ora in poi) compie 250 anni. Una storia lunga che ha lasciato tracce sul nostro territorio in quantoTurbigo e Galliate sono stati per secoli paesi di confine. E, tra i tanti compiti della Gdf, c’era e c’è ancora quello della difesa delle frontiere e della lotta al contrabbando.
Infatti, la Gdf, nasce nel 1774 nei ristretti confini del Regno Sardo quale polizia doganale, divenuta nei primi del Novecento polizia tributaria e presidio dell’Erario statale e che, all’inizio degli anni Duemila, ha assunto un ruolo di polizia economico-finanziaria, con spiccata proiezione internazionale.
La nostra storia si ferma all’Unità d’Italia quando la ‘Dogana austriaca’ (così è chiamata ancora oggi l’insediamento turbighese in rovina di cui pubblichiamo la foto) esaurì la sua funzione storica per l’annessione della Lombardia al Piemonte a seguito della seconda guerra d’indipendenza che ebbe uno dei suoi momenti fondamentali proprio a Turbigo (3 giugno 1859). Senza dimenticare però il contributo dato dalla Gdf alle lotte del Risorgimento e ricordando che la completa militarizzazione fu raggiunta solamente nel 1907 con la concessione delle stellette a cinque punte. Prima di allora i finanzieri erano chiamati ‘preposti’ un’ambiguia figura di soldato-funzionario.
L’Osteria al Segno dell’Annunciata
L’antica Osteria, punto di riferimento sulla strada che conduceva al porto sul Ticino, dava vitto e alloggio ai viandanti sin dal Cinquecento e fu proprietà dei Piatti, Landi, Doria, marchesi di Caravaggio, fino ad arrivare ai Bussola, le cui spoglie (ceneri) sono presenti nel primo campo nel cimitero civico. Nella parte ancora oggi esistente (in condizione pericolose) si fermavano le carrozze per la sostituzione dei cavalli, in quanto su tale strada si svolgeva anche il Servizio Postale ed era punto di riferimento per i messaggi diretti al Comune.
L’hospitium all’interno dell’Osteria era di grandi dimensioni. Oltre a dare alloggio ai viandanti aveva anche due scuderie per il cambio dei cavalli. C’era anche un forno per la produzione e la vendita del pane da parte di un prestino. L’Osteria rendeva parecchio, specialmente per il commercio del vino prodotto in paese con l’ausilio di un Torchio e conservato nelle cantine dell’Osteria ancora oggi visibili sotto il piano stradale. Un affresco dell’Annunciata (staccato nel 1980 dai proprietari), mutuato dalla tela cinquecentesca presente nella chiesa parrocchiale, ha dato il nome all’Osteria. La bottega era collegata direttamente con il ponte tramite un balcone che fungeva da ingresso. Abbiamo notizie d’archivio che nel 1737 il gestore era un tale Pietro Casolo, mentre nel 1806 era Paolo Corbella e nelle carte successive compare un certo Giuseppe Bellomo, famiglia di cui esiste la tomba al cimitero. Nella seconda metà dell’Ottocento, l’area in questione, era un ‘quartiere’ del Turbigh in Giò. ‘Bettola’ è chiamata negli ‘Stati delle Anime’ del tempo.
LA DOGANA AUSTRIACA IN TERRITORIO TURBIGHESE
Nel 1798, in esecuzione della riforma della Legge Daziaria, gli uffici di confine con gli Stati sardi furono nuovamenti determinati. Dalle cosiddette ‘Ricevitorie principali’, dipendevano quelle sussidiarie com’era quella di Turbigo che dipendeva da Boffalora. Dalla Guida Statistica della provincia di Milano, (Milano, 1854) sappiamo che alla dogana di Turbigo c’erano: Carlo Porta, ricevitore; Giovanni Faccioli, controllore; Luigi Mauri, assistente; Caronne Carino, assistente al posto d’avviso. Una parte della cosiddetta Dogana (proprietà Bussola F.lli q. Fedele) era quindi riservata alla ‘Ricevitoria’ e composta da: 5 vani sotto (piano terra) 4 superiori + stalla, fienile, rimessa. Affittati alla Regia Finanza a £. 500. Di fianco si trovavano: rimessa grande, scuderia, rimessa piccola.
Altri sei locali erano utilizzati dall’Osteria e altri dieci superiori come magazzino.( Archivio di Stato di Milano, Fondo Catasto 1828-1850, Cartella 8675, mappale 358).
LA VECCHIA DOGANA SARDA IN TERRITORIO GALLIATESE
Le ‘Vecchia Dogana’ sulla ‘Costa Grande’ in territorio di Galliate, nome acquisito dalla ‘Tabernae Zara’, un ristorante che prese vita negli anni Novanta del secolo scorso, proprio perché recuperò in parte le vestigia del vecchio fortilizio erette al tempo della definizione dei confini, con barriere doganali con il Lombardo-Veneto (1743), ma successivamente ampliata al tempo della Restaurazione, quando fu costruita anche quella di Turbigo. Da allora e sino all’Unità d’Italia iniziò il contrabbando tra le due sponde del fiume che ebbe un rigurgito durante gli anni 1943-45 della seconda guerra mondiale.
NB. In relazione ad un precedente articolo pubblicato sul tema ci scrisse un certo Silvio Fossati dicendo: “ Il mio trisnonno di cognome Fossati, proveniente da Vittuone (Mi), era al servizio nella dogana a Galliate e timbrava le bollette di passaggio degli ambulanti. Da allora la nostra famiglia porta il soprannome di BULATÎ: colui che bollava! -

Il censimento delle chiese andate perdute nel tempo nell’Altomilanese
ALTOMILANESE – Sono parecchi gli edifici religiosi dei quali si è persa la memoria. Sono tre giorni che piove e abbiamo trovato il tempo per elencarli, aggiungendo parole che abbiamo raccolto nel tempo. Di alcuni sono rimaste le tracce, di altri le carte d’archivio.
ORATORIO DI SAN TADDEO A SANT’ANTONINO TICINO. Eretto dal nobile Villano Crivelli, abitante in loco, nella seconda metà del Trecento, mediante atto del 9 novembre 1354. Lo troviamo ricordato nel Liber Seminaeii del 1564 con errata indicazione, ed ancora nel giugno 1636 allorché i Francesi, alleati dei sabaudi del Duca Vittorio Amedeo I, invasero la pieve di Dairago – nel quadro della guerra dei Trent’anni – seminandovi il terrore. Probabilmente l’edificio religioso fu sconsacrato in seguito alle drastiche leggi giuseppine della fine del Settecento.
ORATORIO DI SAN FEDELE A CASTANO. La chiesa di S. Fedele si trovava sull’angolo occidentale della piazza (intersezione tra corso Roma, piazza Mazzini), proprio di fronte all’imboccatura del vicolo della ‘Chiesa vecchia’ ed era probabilmente l’antica parrocchiale. Già documentata nel XIII secolo, l’aula rettangolare, senza abside semicircolare, la riporta indietro al tempo della diffusione del cristianesimo, così come S. Maria in Binda a Nosate, S. Maria di Ferno, S. Damiano a Turbigo e via dicendo.
San Fedele – così come le chiese che tracciavano la via che correva lungo la riva sinistra del Ticino – era collocata su un’antica strada che, proveniente da Como-Castelsperio, proseguiva per Novara lungo la via Adua (costeggia l’attuale Centro Commerciale e un tempo si chiamava ‘Via der Pavia’) che si collegava alla ‘Traversagnetta’ di Robecchetto e proseguiva da una parte lungo la Mercatoria (antica strada posta sulla riva sinistra del Ticino) e dall’altra attraversava il fiume al passo di Turbigo-Robecchetto-Galliate.L’ORATORIO SAN MAURIZIO A CASTANO era posizionato al confine Sud, vicino al confine con Cuggiono, come ancora oggi indica la toponomastica “Al santo Maurizio”.
L’ORATORIO DEI SS. CORNELIO E CIPRIANO A CASTANO era collocato al confine Est. L’ubicazione esatta è indicata dalla mappa vecchia della città e la chiesetta si trovava non lungi dal cimitero (ad ovest della cascina ‘Cantona’). Lo documentano la strada intitolata al Santo la quale diparte dal cimitero e alcuni fondi di questa zona che portavano il toponino ‘Cornelio’. Vicino al Villoresi dunque, in direzione di Buscate. Già cadente alla fine del Cinquecento fu venduta per 175 lire nel 1787 ad un certo Antonio Ramponi.
LA CHIESA DI S. MARIA IN PRATO A CASTANO di diritto patronale della famiglia Cantoni. L’attuale cappella di Maria Bambina in piazza Garibaldi ricorda un’antica chiesa demolita nel 1789. Sorgeva all’angolo nord-est della piazza (detta del ‘Prato’) e fu eretta nel 1345 per volontà di Marchisio de’ Cantoni, un prete castanese appartenente ad una ragguardevole famiglia del luogo. L’erezione è ricordata da una lapide murata all’esterno della Prepositurale, vicino all’entrata laterale di corso Martiri Patrioti.
ORATORIO DI SAN PIETRO AL PONTE DI CASTANO, chiesetta scomparsa, era al confine Ovest, al Ponte di Castano. Già citata nel 974, come le altre chiese qui indicate, la dedicazione la fa risalire all’epoca longobarda, così come S. Zenone (santi privilegiati, dopo S. Michele Arcangelo, da questo popolo). L’ultima descrizione è della seconda metà del Cinquecento. Alla fine dell’Ottocento, durante i lavori di costruzione della cascina ‘Carabelli’ – sulla riva sinistra del Naviglio Vecchio, vicino al ponte in pietra – furono rinvenute molte ossa umane: una conferma dell’inumazione di cadaveri che di regola avveniva presso le chiese.
ORATORIO DI SAN MAURIZIO A CUGGIONO. Nel 1660 gli scolari della compagnia di S. Gerolamo chiesero di poter erigere un nuovo oratorio visto l’alto numero di adepti.
La chiesa di San Maurizio sorgeva nella piazza omonima. Lasciata andare in disuso venne dapprima usata come scuola per due classi elementari, indi, nel 1880 – quando entrò in servizio il ‘Gamba de Legn’, il tram che collegava Cuggiono a Milano – fu abbattuto il campanile e la chiesa adibita a rimessa per le macchine del nuovo mezzo di trasporto. Quando il tracciato del ‘Gamba de Legn’ fu prolungato fino a Castano, l’ex chiesa di San Maurizio fu trasformata in teatro comunale e così rimase fino al 1925, quando, per migliorare la viabilità della piazza fu abbattuta (Badi, 1950)ORATORIO DI SANTA TERESA A INVERUNO. Nel 1638 Augusto Busti chiese che fosse benedetto l’oratorio di Santa Teresa da lui fatto costruire. Nessun documento è rimaasto per conoscere che fine avesse fatto.
ORATORIO DI SAN MARTINO A NOSATE. Il papa Martino I morì nel 655 e fu canonizzato non molti anni dopo. Si hanno notizie di chiese a lui dedicate già nel XIII secolo e due di queste sono citate a Nosate e al Padregnano. A Nosate si pensava che fosse nell’attuale area della chiesa di San Guniforte, ma il restyling del 2001 non ha dato alcuna certezza.
Scrivemmo allora: Nel “Liber” compilato da Goffredo da Bussero nel 1287 sono elencate due chiese a Nosate: S. Maria e S. Martino. Mentre S. Maria in Binda è stata tramandata dal tempo, di S. Martino si sono perse le tracce. Qualcuno aveva supposto che S. Martino fosse collocata al posto di S. Guniforte, ma lo scavo archeologico non ha dato alcuna certezza e confermato l’esistenza di una chiesa cinquecentesca (con abside semicircolare ed aula rettangolare), quella che vide San Carlo Borromeo nella Visita Pastorale del 1570 e cioè l’attuale. Di San Martino è rimasto solo il toponimo che ha dato il nome ad un piano di Lottizzazione in paese.L’ORATORIO DI SAN MARTINO AL PADREGNANO. Fu lo storico Gian Domenico Oltrona Visconti a tratteggiare per primo – in un articolo su ‘Contrade Nostre’ – quelle che furono le antiche chiese del Padregnano, un tempo caposaldo del contado del Seprio. Di San Martino l’unica citazione risale al 1094, all’epoca della donazione parziale ai Fruttuariensi. Allora si trovava nel villaggio di Padregnano: intus villa de ipso loco. Oggi, lo spirito dell’antica chiesetta, sopravvive nel toponimo del fontanile ‘Martinone’ e nel campo adiacente dove era insediato l’antico villaggio del XIII secolo.
L’ORATORIO DI S. ILARIO A PADREGNANO. Quando il signor Scattolini, una decina di anni fa, lasciò la sua abitazione a Padregnano ci mostrò l’area dove – secondo lui – c’era un’antica chiesetta, probabilmente quella di S. Ilario, il Santo francese (da Poitiers) che aveva combattuto, come San Martino, l’eresia ariana. Il suo ricordo non `e sopravvissuto – come nel caso di S. Martino – nella toponomastica, salvo interpretare l’etimologia della localit`a Villaria come vicus Ilario.
L’ORATORIO DI SANTA MARIA A RUBONE. Fino a tutto l’Ottocento nell’antico comune rurale di Rubone vi abitavano circa cinquecento persone, tutti nelle corti dislocate sulla riva sinistra del Naviglio Grande, che prendevano il nome o il soprannome dalle antiche famiglie del luogo (Gualdoni, Bognetti). Barchiroli e contadini, dunque, con le proprie case poste a corollario della chiesetta di Santa Maria (abbandonata da tempo) che vantava una pala d’altare della scuola di Tommaso Cagnola predata da tempo, ma della quale si riconosce ancora la sinopia.
Di tale affresco, appartenente al tipo iconografico di ‘Maria Regina’, risalente al primo Cinquecento, scrivemmo trent’anni fa (Contrade Nostre), riportando anche il cartiglio sotteso a quella che era una vera opera d’arte, andata perduta con gli arredi. D’altra parte, quando se ne andò l’ultimo barcaiolo il paese divenne un luogo isolato, abitato solo dalla paura. Le mura delle cinque cascine che lo costituivano hanno cominciato ad essere preda della vegetazione rigogliosa e i tetti letteralmente “mangiati”. Poi ci fu un maxintervento edilizio incompiuto che è ancora lì da vedere.L’ORATORIO DI NOSTRA SIGNORA DEL CARMELO A ROBECCHETTO. L’Oratorio di Nostra Signora del Carmelo era ubicato in un edificio di proprietà Fagnani, nel cortile cosiddetto “dei Cardani ”. La devozione della comunità a questo oratorio iniziò nel 1679. Potevano entrarvi circa quaranta persone in piedi. Si sa che si celebrava ancora nel 1845 per cui possiamo supporre che solo con l’apertura della nuova chiesa parrocchiale sia stato sconsacrato.
L’ORATORIO CAMPESTRE DI S. ANNA A ROBECCHETTO-TURBIGO. La prima notizia risale al 1711. La tradizione orale ha tramandato l’uso dell’oratorio come Lazzaretto durante le epidemie e, in funzione di questo scopo, nel muro si apriva una finestrella attraverso la quale veniva introdotto il cibo. La cura dei malati era affidata ad infermieri dell’Ospedale Maggiore di Milano ed i morti, evacuati nottetempo, erano cosparsi di calce e sepolti nel luogo che piu` tardi venne detto Burrone. Alla fine dell’Ottocento, `e documentato l’utilizzo dell’edificio come Casa per colerosi, ma la memoria di ‘Luogo di morte’ `e documentata dal progetto rintracciato in Archivio Comunale di Robecchetto che individuava il sito del primo cimitero di Robecchetto proprio nell’area dell’antico ‘Lazzaretto’. Il progetto non fu realizzato perché la chiesa era di ragione del Comune e il territorio di proprieta` della parrocchia di Turbigo, per cui fu giocoforza orientarsi verso S. Vittore, nonostante fosse distante dall’abitato. Nel 1912 l’edificio venne demolito.
DIDA – RUBONE frazione di BERNATE TICINO, nella chiesa di Santa Maria, ormai dissacrata, c’era un affresco della scuola di Tommaso Cagnola (secolo XV) strappato in tempi antichi, che qui pubblichiamo.
La Maria Regina reca in capo la corona e appoggia la mano sinistra sul libro collocato aperto sul suo ginocchio. Con la destra sostiene invece il Figlio seduto sulla sua gamba, nudo. Il gesto della Madre appare protettivo, mentre il suo sguardo, distolto dal figlio, sembra presago del suo tragico destino di sofferenza e di morte. -

L’alzaia del ‘Naviglio in regresso’ è interrotta da tempo
Una delle alzaie che percorrono il ‘Naviglio in regresso’ da Turbigo a Nosate è interrotta da tempo per la caduta di alberi. Non è noto di chi sia la gestione di questo canale che partendo da Turbigo (centrale Castelli) invia una certa portata d’acqua al Ticino, nella lanca che fa da carico al Naviglio Langosco. Non è noto di chi sia la competenza, quello che è certo che l’alzaia è interrotta e non è percorribile neanche a piedi. E’ un vero peccato per chi alla domenica desidera fare una passeggiata nel verde del Parco del Ticino. Lo segnaliamo, magari qualche istituzione potrebbe decidere di intervenire.
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Echi manzoniani nel nostro territorio
In questo mondo in cui la cultura e la storia non sono certo in primo piano è stato un piacere ascoltare – venerdì 23 febbraio, presso la Sala delle Vetrate – le parole precise e esaurienti degli Autori che illustravano la decina di pannelli della mostra itinerante su quella che fu la presenza del grande milanese nelle nostre contrade. Realizzata dal ‘Centro Studi territoriali Athena noctua’, che ha stampato (con l’aiuto della Pro Loco castanese) un interessante libretto che la documenta magistralmente, la mostra è possibile ‘visitarla’ anche sul sito dell’associazione https://www.centrostuditerritoriali.it/ dove si possono leggere ulteriori approfondimenti.
Il racconto parte dal collegio di Castellazzo de’ Barzi dove il giovane Manzoni arrivò adolescente e continua attraverso le successive esperienze di vita nella Milano del primo Ottocento, con la vicinanza alle grandi personalità che animarono l’età Risorgimentale. Due famiglie sono state particolarmente vicine al Nostro scrittore: gli Acerbi di Castano e gli Arconati del paese omonimo.
La mostra sarà visitabile fino al 3 marzo negli orari di apertura della Biblioteca Civica di Turbigo. Sarà inoltre aperta al pubblico con visite guidate dalle ore 15.00 alle ore 17.00 i seguenti giorni: sabato 24 e domenica 25 febbraio 2024, sabato 2 e domenica 3 marzo 2024. -

Le memorie di Rosetta
Non sappiamo precisamente chi fosse la ‘Rosetta’. Abbiamo trovato il suo scritto – datato 23 maggio 1995 – in un vecchio libro che ci è stato regalato recentemente da un turbighese abitante da tempo a Torino. “Ricordi e nostalgia della vecchia Turbigo – Via Novara n. 6” è il titolo di un fascicoletto di sei pagine griffate, scritte fitte fitte. Si tratta di memorie del paese nel Novecento che ci hanno subito intrigato e convinti come siamo che – se le ha scritte – è perché voleva che fossero tramandate. Noi lo facciamo anche perché abbiamo attraversato gli stessi luoghi che sono più importanti delle persone che li hanno vissuti.
IL MUNICIPIO, LE SCUOLE…“Finita la via Allea, a sinistra c’è il Viale che porta alla stazione ferroviaria; c’erano le scuole elementari, poi si girava l’angolo ed ecco la mia via Novara, come la ricordo io.
A sinistra il palazzo del Municipio; un cancello, qualche portoncino; a destra un bel cortile: era la casa del Ciacera c’era anche il forno, in quel negozio, molto spesso cambiavano prestinaio; mi ricordo però uno degli ultimi, perché aveva una figlia che frequentava la scuola con me, si chiamava Annunciata Zanzottera.
Torniamo sul lato di sinistra, dove c’era un salone, fuori ai lati della porta d’ingresso due lampade che alla sera, quando erano accese, sembrava festa. Sul vetro della porta d’entrata c’era la scritta ‘Caffè Ristorante’ ed era gestito prima dal signor Carlo, detto Councon e da sua moglie signora Savina. In seguito fu gestito dalla signora Domenica e suo marito Giulio Brioschi.
Subito dopo quella bella porta luminosa c’era un piccolo negozio di ‘Sale e Tabacchi’ gestito dalla signora Carlotta e Pepein Scavizzi”.
LA CORTE FABBRICA…Eccoci di nuovo sul lato destro, un grandissimo caseggiato a tre piani che si chiamava ‘La Fabbrica’, ai lati di questo cortile c’erano le stalle che servivano per mucche, cavalli, maiali, ogni sorta di animali che servivano ai contadini; sopra alle stalle i fienili. Entrando dal cancello che dava sulla strada appariva la facciata di questo grande caseggiato. In mezzo al cortile c’era il pozzo molto bello, aveva come un parapetto a cupola in ferro battuto, tutto a riccioli e curve sapienti, la carrucola con la fune che serviva per attaccare il secchio e attingere l’acqua. Intorno a questo pozzo c’erano delle vasche di sasso che i contadini riempivano d’acqua per abbeverare gli animali. C’erano anche le letamaie, non si vedevano perché erano scavate una vicina all’altra, tre al lato destro del cancello e tre al lato sinistro. Non si vedevano, ma si sentivano e alle volte qualcuno ci cascava.
IL CINEMA ‘IRIS’…“E torniamo sulla sinistra della Via Novara (oggi Via Roma). Dopo il ‘Caffè Ristorante’ (Balot’s, oggi) e il tabacchino c’era come una strada cieca, il fondo fondo c’era un grande locale che non serviva granché allora. Bonomi Giacomo ci fece un salone, che fu battezzato ‘Cinema Iris’. Non mi ricordo bene, ma credo fosse il 1918-19 e quello fu il primo Cinema di Turbigo.
Ecco la bottega del falegname, quello che faceva le botti, le brente, le carriole, faceva e riparava i carretti che servivano ai contadini per i lavori nei campi. Il cognome era Cavaiani, il nome non lo ricordo, ma tutti lo chiamavano, senza offesa, con Pischen, sua moglie era la sciura Palmira, la levatrice del Comune, come si diceva allora la Comà che ha fatto nascere anche me il 9 febbraio 1912. Non la ricordo bene, avevo 3 o 4 anni quando la sciura Gaetana venne a fare la Cumà in paese perché la sciura Palmira, molto giovane ancora, dopo una brevissima malattia era morta”.
L’UFFICIO POSTALE…“Dopo la bottega del Pischen ecco quella del Gaetan barbé e sua moglie la Pina Bilet, avevano 5 o 6 figli, ma non sto a nominarli sarebbe troppo lunga la storia. Ecco che sono arrivata alla bottega che frequentavo volentieri: quella della Maria del Lùcia che era il prestinaio, ma oltre al pane in quel botteghino c’era cioccolato, anisit, tiramola, millagust e tante altre golosità.
Ed eccoci al portone centrale dal quale si entrava in un cortile che non so descriverlo: quando giocavo con la mia amica Lisa, il Ciech Bilet, loro vi abitavano ed erano pratici in quel labirinto, di quei dentri e fuori dai rigagnoli, io non li seguivo, avevo paura.
Subito dopo il portone ecco il negozietto di Nestina Langé, passamaneria, pizzi, fazzoletti…poi la casa del Baldissar (Baldassare Pedroli) che faceva il calzolaio e con sua moglie Virginia gestiva l’ufficio postale. Avevano tre figli: Giuseppina, Giovanni e Clelia che voleva mangiare solo la minestra della mamma Pina. Mio padre che era il postino del paese per il suo lavoro doveva dipendere dall’Ufficio Postale, così le due famiglie erano abbastanza unite: mia mamma e Virginia erano anche confidenziali.
Dopo l’Ufficio Postale ecco la Tugnela Ramola, la sua bottega di salumeria, vendita di vino e una piccola ‘Osteria della Posta’. Poi il portone che dava nel cortile in cui abitava il Meta e la moglie Rosetta, la figlia Licia e altri ancora che non ricordo così bene”.
IL MIO CORTILE DI VIA NOVARA, 6…“Ora però torno sul lato destro della Via Novara, al numero 6, il mio cortile. Chissà se riesco a descriverlo bene come lo vedo io nei miei ricordi. Il portone era l’unico accesso che ci permetteva di entrare nel cortile, però le mura di questo caseggiato non erano a filo della strada, erano in dentro di 4 o 5 metri o più e in quello spazio c’erano quattro gelsi (i muron) due a destra e due a sinistra del portone, quelli di sinistra servivano al faré al Tano faré perché oltre al fabbro faceva anche il maniscalco, metteva i ferri ai buoi che i contadini facevano lavorare nei campi, ferrava i cavalli e asinelli e per fare questo tagliava e bruciava lo zoccolo delle bestie. Era molto bravo il Tano faré ma anche i suoi figli lavoravano con lui. Io li vedevo perché avevo l’abitudine di sedermi su uno di quei sassoni che stavano ai lati del portone e servivano da sedile, uno era quasi sempre occupato da me. Quando si entrava dal portone a sinistra ci abitava la mia famiglia e quella di mio zio Giovanni. A destra vi abitò per diversi anni Gep Ranzan (Giuseppe Ranzani) lui e i suoi figli Guido, Togn e Mario facevano i pescatori di sassi bianchi del Ticino, lavoro che allora era molto redditizio e per questo lavoro occorrevano cavalli e carri. Il mio cortile era molto grande: in mezzo al cortile ci stavano 4 gelsi a distanza ben regolata e i ragazzi più grandi giocavano al pallone, a ‘Bandera’, a ‘Lemù’. Nel mio cortile venivano tanti ragazzi, amici dei miei fratelli e dei miei cugini. In tutta la Via Novara era l’unico così spazioso, qualche volta però la mamma o mio zio Giovanni perdevano la pazienza e allora! Però la tregua durava poco, anche se pioveva non ci si bagnava perché in tutta la larghezza dell’abitato c’era un gran porticato largo forse 5 metri e noi quando pioveva o nevicava si stava là fuori a vedere quanta acqua o neve cadeva dal cielo. Potevano giocare come volevano perché c’era una bella altalena: l’avevano fatta i miei fratelli per i più piccoli: la più piccola di tutta la combriccola ero io, intrigante, sempre a dar fastidio ai grandi”
DON LUIGI DE CRISTOFORIS…“Dal mio cortile, torniamo sulla strada. Dopo l’officina del fabbro veniva il ‘Bar bottiglieria’. Nel salone d’entrata c’era uno specchio che occupava quasi tutta la parete. Su questo specchio era dipinto un tralcio di rose: sembravano vere e quando mia mamma mi mandava a fare qualche compera ci andavo con piacere, proprio per guardare quelle magnifiche rose sullo specchio. (Naturalmente ho cercato, mentre descrivevo questo salone di rivivere la meraviglia che mi faceva quel ramo di rose così appiccicate allo specchio: ci sono riuscita perché, mentre le descrivevo io le vedevo!).
Dopo il ‘Caffè Sport’ o ‘Bar bottiglieria’, di proprietà dei Ramola, ecco che la strada si restringe e arriva il forno della Teresa e del Vermondo: ricordo le loro figlie Annetta e Teresa che vestivano sempre elegantemente.
Poi ecco la cartoleria Gasloli aperta solamente al sabato e mezza giornata alla domenica. Subito dopo la cartoleria una bella casetta ben fatta, io direi anche elegante (attualmente è il Panificio Bove, ndr). Era la casa della sciura Amalia, la maestra, molto importante, molto autoritaria, molto anche voluminosa, era una Dama della Croce Rossa. Era l’amica del nobile Don Luigi de Cristoforis dal quale aveva avuto in regalo la bella casetta e anche un f. (queste cose le dicevano a denti stretti i grandi, ma anche i bambini di allora erano intelligenti e malignetti e capivano anche quello che i grandi non volevano che capissero).
Ho conosciuto Don Luis come pure Donna Maria sua moglie: era bellissima e anche Lui, Don Luis, era un bell’uomo, con barba ben curata, due bei baffoni rivolti all’insù, come li aveva mio zio Giovanni”.
LA BOTTEGA DEL GUGLIELMO…“Ora torno al centro di Via Novara sul lato sinistro. Dirimpetto all’officina del Tano faré ecco la bottega della Caterina del Guglielmo, frutta, verdura e tanti figli. Guglielmo, il marito era un tipo irascibile (…) e mia mamma quando sentiva che stavano litigando attraversava la strada, andava in quella bottega e cercava di calmarli, ma non sempre ci riusciva.
Poi ecco la famiglia Cavaiani, il Pin Rusin faceva il sarto e barbiere; poi arriva la casa del Zepo Dincen (Rudoni) era il fattore del Tatti, lui aveva il compito di controllare e dirigere i lavori dei contadini che lavoravano per il padrone Paolo Tatti (sindaco dal 1863 al 1913, ndr) che era proprietario di buona parte del paese.
LA SALA DA BALLO: IL VIA VAI…“Dopo l’abitazione del Zapo Dencin (Rudoni) c’erano delle abitazioni per i contadini. Vi abitava anche la Delaide Strascera che sapeva leggere il destino delle carte da gioco, perciò le signorine andavano da lei che con 50 centesimi o 1 lira sapevano se il loro moroso le amava o le tradiva (io ero troppo piccola, ma anche quando fui grande non ho mai creduto alle carte).
C’erano dei locali rustici, ma che avevano l’apertura sulla strada. Allora ci fu chi pensò di fare qualcosa che potesse rallegrare la gioventù e così, dopo il ‘Cinema Iris’ ecco che la famiglia Ranzani fece una bella sala ‘Caffè Gelateria’, ma quel che più faceva scandalo era che si fece anche una ‘Sala da ballo’ che fu subito battezzata ‘Il Via Vai’! Vi potevano entrare solo le persone che avevano oltre 20 anni e quelle che ne avevano meno stavano fuori sulla strada, ballavano e si divertivano come o forse più di quelli che erano in sala.
Dopo il ‘Caffè’ e la ‘Sala da Ballo’ c’era il botteghino che vendeva zoccoli, spolette di filo per cucire, frutta e verdura.
Eccoci di nuovo sulla destra della Via Novara. Dopo la casa della signora Amalia c’era un caseggiato di proprietà Cedrati: il padre e il figlio Natale facevano i prestinai e il loro pane era il migliore del paese.
Veniva poi l’ultimo caseggiato. Mia mamma mi diceva che era del Giacomot, io però ricordo che vi abitò per tanti anni la Cumà, la sciura Gaetana. Quella casa era molto bella, aveva due bei balconi e un cancello molto bello, ma ciò che mi attirava l’attenzione erano delle pitture che c’erano come cornice sul muro, prima che cominciava il tetto. Le guardavo perché mia mamma diceva: ‘Vedi quella faccia è la tale, quell’altro vicino che ha la gobba è il tale ed erano persone che conoscevo anch’io, ma che non ricordo più i loro nomi o nomignoli. Quelle pitture erano state fatte dal fratello gemello del Giacomot, il Carlin del Bias (Carlo Bonomi).
In quella casa c’era il negozio della Pina Badona e suo marito Anselmo. Vendevano della tela, grembiuli confezionati, cappelli da uomo e da donna. Era un bel negozio, sul bancone di vendita troneggiavano dei bei vasi di vetro che contenevano confetti, anisit, millegusti. La Pina e mia mamma erano molto amiche perciò quando spendevo il mia palancon (10 centesimi) la Pina era abbondante nel fare il mio cartoccio!
CIAO BAMBINA!NON SEI STATA CAPITA…MA CE L’HAI FATTA…“ Torno a sinistra per descrivere l’ultimo tratto di Via Novara. Dopo il botteghino di roba mista, ecco la casa di Donna Maria, qualche locale, una porta, una finestra, un tratto di muro, la stradicciola un po’ in salita si allarga per dare spazio al portone d’entrata. Facevano da cornice due piante di robinia che a primavera inoltrata i grappoli di fiori bianchi mandavano un profumo così forte che lo si sentiva per tutta la via. Erano belle quelle piante, stavano bene, mettevano allegria.
Il portone in legno della villa De Cristoforis (attuale palazzo municipale, ndr) era quasi sempre chiuso. Quando lo aprivano si vedeva l’entrata ben curata, le aiuole in fiore, anche il selciato era bello, di sassi bianchi e neri messi con maestria, che figuravano delle grandi foglie. Dopo questo spazio incominciava la strada in discesa, tutta in selciato, che portava al Naviglio. Qualche passo ancora, ecco, mi fermo qui. A destra vedo la ‘Trattoria della Pesa’ del Cicoon Pidola alle mie spalle la Madonna davanti a me la strada con quella polvere che quando camminavo a piedi nudi sembrava cipria.
Seguendo i miei ricordi vedo il ponte sul Naviglio, come era allora, molto pittoresco e vicino a lui, come per proteggerlo, la grande, la magnifica secolare quercia: come era bello sedersi sul parapetto del ponte e godere della sua ombra!
Un poco più in là, a sinistra, una piccola casa, con un piccolo porticato che le dava un aspetto un po’ autoritario: la Gareta, così la chiamavano.
C’è un po’ di foschia e i miei occhi si appannano, allora mi giro un po’ a sinistra, guardo giù e vedo una bambina con la sua mamma che scendono verso il Naviglio, è così bella, delicata, e tenera questa immagine che non vorrei si cancellasse dai miei ricordi!…’Ciao bambina! Non sei stata capita…ma ce l’hai fatta!’
Ora i sogni e i ricordi sono finiti. Mi giro e ciò che stava alla mia sinistra ora è alla mia destra e viceversa. La strada, il ponte sono alle mie spalle: guardo, cerco dove sono le piante di sciscit? che ne succhiavano i fiori? Sì, c’è ancora la villa De Cristoforis ma non ha più l’attrazione. La nobiltà che aveva l’hanno pasticciata, ora la chiamano Villa Gray (che per farla più volgare qualcuno la chiama Villa Grey!) che brutto: per me è e sarà sempre la casa della Donna Maria.
Dove sono la casa del Giacomot e tutto quello che c’era? Però da dove guardo vedo ancora, ma si sta cancellando come nella nebbia, l’osteria del Ramola, al Tano faré, i due gelsi, un portone…il numero 6 di Via Novara. Ma dov’è la via Novara? La Bettola? Non c’è più è stata sopraffatta dalla Via Roma…FINE. In questo mio scritto ci saranno sicuramente degli errori, ma c’è tanto sentimento, amore e nostalgia.”
Rosetta, 23 maggio 1995NB. La Rosetta Pastori, nata nel 1912 in Via Novara, 6 morì all’inizio del XXI secolo. Del suo cortile, accessibile dal di dietro, attraverso una trasversale di Via Tatti e un viottolo che conduce a quella che probabilmente fu la sua abitazione, sono rimasti solo alcuni lacerti pericolanti.
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Foibe: l’orgoglio di Odda Carboni di essere italiana!
La serata del 10 febbraio nella Sala delle Vetrate, dedicata a ‘Foibe ed esodo’, promossa dal turbighese Valerio Zinetti e patrocinata dall’Amministrazione Comunale, ha rievocato alcune storie orribili che hanno un nome e un cognome: don Camozzo, Angelo Adam e Odda Carboni. Quest’ultima, 39 anni, si gettò nella foiba da sola – senza farsi toccare e attendere il suo turno – al grido di “Viva l’Italia!”
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L’ex impianto di cogenerazione all’Arbusta trasformato in una piazza-anfiteatro…
La cogenerazione dell’Arbusta era un impianto ingombrante, morto da tempo. Buona l’idea di rivitalizzare un’area dismessa da tempo – una fetta di 5000 metri quadrati – trasformandola in una piazzetta ad uso e consumo dei residenti per iniziative socio-culturali.
Il progetto, denominato ‘Spugna’ – presentato il 22 gennaio 2024 nella Sala delle Vetrate – ha un costo di 1,5 milioni di euro e sarà finanziato completamente con fondi PNNR.
La ciliegina sulla ‘piazzetta’ (aperta già il prossimo luglio) sarà l’installazione della seconda Casetta dell’acqua turbighese. Ne hanno parlato ieri sera i tecnici del Gruppo CAP, fautori del progetto della Città Metropolitana: dal presidente CAP Yuri Santagostino, al responsabile servizi ingegneria Marco Callerio, al responsabile servizio sviluppo sostenibile Cinzia Davoli.
L’incontro è stato aperto dal sindaco Fabrizio Allevi e un saluto è stato portato anche da Christian Garavaglia già sindaco (2011-2021) e oggi Consigliere regionale.
Il progetto di riqualificazione di piazza Artigiani all’Arbusta, inserito nel modello concettuale “Spugna” è stato apprezzato all’edizione 2023 del Cop28, (Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si è tenuta a Dubai nel dicembre scorso) e ha portato all’elaborazione di ben 90 progetti in 32 Comuni della Città metropolitana milanese, con lo scopo precipuo di ridurre l’impatto del cambiamento climatico, replicando quello che fa ‘madre natura’. Ad esempio, la pioggia, anziché orientarla verso le caditorie fognarie verrà fatta assorbire dal terreno attraverso l’utilizzazione di pavimentazioni drenanti alleggerendo così – con il ruscellamento delle acque – il carico sulla rete fognante a tutto vantaggio del depuratore delle acque.
