Categoria: Cultura

  • “La vita continua… nonostante tutto”. La nuova fatica letteraria di Marinella Restelli Mantovani

    “La vita continua… nonostante tutto”. La nuova fatica letteraria di Marinella Restelli Mantovani

    La vita continua … nonostante tutto, di Marinella Restelli Mantovani è una raccolta di racconti e riflessioni che indaga i grandi temi dell’esistenza: amore, solitudine, vecchiaia, memoria, perdita e speranza.

    Ambientate soprattutto in contesti familiari o case di riposo, le storie danno voce a personaggi – spesso anziani – che ripercorrono il proprio passato, i legami affettivi e le scelte decisive della vita.

    L’opera, con le sue tematiche, stimola una riflessione sul senso della vita di fronte al tempo, alla perdita e alla solitudine, evidenziando come memoria e affetti diventino strumenti di resilienza. Ne emerge un invito a riconoscere valore e dignità nella fragilità umana, e a serbare la speranza anche nelle esperienze più difficili. Il testo si contraddistingue per il tono intimo; la scrittura induce a fermarsi e a riflettere, creando un senso di vicinanza con i personaggi e con i temi trattati

    Edito dalla Casa Editrice BookSprint Edizioni, il testo è disponibile sia nella tradizionale versione cartacea, sia in quella digitale.

    Marinella Restelli vive e lavora ad Arconate. Ha esordito con il libro “Il mondo nella mia stanza” edito da: L’Autore Libri Firenze. “La vita continua… nonostante tutto” è la sua seconda fatica letteraria.

    LEGGI L’INTERVISTA RILASCIATA A BOOKSPRINT EDIZIONI

    Ci parli un po’ di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittrice?
    Vivo ad Arconate, un paese in provincia di Milano, dove ho insegnato come maestra elementare. Sono sposata, sono madre e nonna.

    Da sempre mi piace scrivere, lo faccio nel tempo libero e quando ne sento la necessità che mi spinge a mettere sulla carta riflessioni, sentimenti, sensazioni e sogni. La descrizione dei paesaggi, quella dei personaggi e dei sentimenti che li animano, la ricerca delle parole appropriate per raccontare una situazione, un momento di gioia o un evento triste generano in me soddisfazione, euforia e benessere. Seguo l’onda dei pensieri, dei ricordi, della fantasia e mi immergo in una realtà che esiste, ma che io posso cambiare e rendere di volta in volta più luminosa o più buia.

    Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?
    Solitamente dedico alla scrittura le ore del pomeriggio inoltrato, come recito in una delle mie poesie “quando è più dolce il giorno e il suo ritmo distende nell’annunciare la sera.”

    Il suo autore contemporaneo preferito?
    Il mio autore contemporaneo preferito è Hilary Mantel, scrittrice di memorie personali, racconti, ma soprattutto romanzi inerenti alla storia inglese, tra cui i miei preferiti “Wolf Hall”, “Anna Bolena, una questione di famiglia” e “Lo specchio e la luce”. L’autrice, tratta argomenti impegnativi che richiedono un grande lavoro di ricerca e di precisione, usando però uno stile brillante ed accattivante che coinvolge il lettore rendendolo partecipe dei drammi del tempo e, pur mantenendo un certo rigore nel raccontare i fatti storici, lo conduce ad amare i personaggi che lei ama e a giudicare negativamente invece quelli che non ritiene degni di indulgenza o di stima.

    Perché è nata la sua opera?
    Per il bisogno di raccontare esperienze vissute con persone che ho conosciuto e con le quali ho interagito.

    Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?
    Sono un’insegnante e da un’insegnate ci si aspetta che sappia trasmettere conoscenza. Una conoscenza che ho acquisito con lo studio, le letture e l’esperienza di chi ha vissuto prima di me. Ascolto infatti volentieri i racconti ed i ricordi di persone che hanno alle spalle una vita intera. La mia opera infatti è nata proprio da questa propensione all’ascolto e dalla convinzione che ci sono storie che non devono cadere nell’oblio ma devono essere conosciute.

    Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?
    Io credo che sia entrambe le cose. Racconti una realtà che non ti appartiene e che non è vissuta nel presente e ti ritrovi a viverla in un altro luogo e in un altro tempo e quindi evadi da essa.

    Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?
    Moltissimo. I racconti presenti nel mio libro sono frutto di esperienze personali, confidenze e testimonianze.

    C’è qualcuno che si è rivelato fondamentale per la stesura della sua opera?
    Tutti i protagonisti dei miei racconti.

    A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?
    Ai miei figli e a mia nuora.

    Secondo lei il futuro della scrittura è l’ebook?
    Non saprei, io amo tenere fra le mani il libro che sto leggendo, amo l’odore della carta, amo sfogliare le pagine, verificare quanto ho già letto e quanto manca alla fine.

    Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
    Un’amica mi ha raccontato che l’audiolibro è stato per lei una scoperta molto utile ed interessante. Da sola, nel silenzio, si emoziona seguendo una voce narrante che ora si accende di gioia, ora si strugge di malinconia, ora si arrabbia, ora si stupisce. Forse è meno intimo della lettura di una pagina emozionante nella quale ci si immerge fino ad estraniarsi da ciò che ci circonda, ma credo sia altrettanto coinvolgente ascoltare una voce piena di pathos e di emozione che accompagna chi ascolta a scoprire e a vivere tante infinite, meravigliose e magiche vite.

    (Nella foto in alto da sx: Lucrezia Mantovani, Marinella Restelli, Mario Mantovani e Vittorio Mantovani)

  • Busto Arsizio riparte il Teatro Sociale

    Busto Arsizio riparte il Teatro Sociale

    Presentata a Palazzo Lombardia la nuova stagione del restaurato Teatro sociale ‘Delia Cajelli’ di Busto Arsizio (Varese).

    Il cartellone è caratterizzato da oltre 20 spettacoli che spaziano dalla prosa alla musica senza tralasciare cabaret, teatro comico e divulgazione oltre a numerosi ‘Fuori abbonamento’ per tutte le età. Ad aprire i lavori della conferenza stampa l’assessore regionale alla Cultura Francesca Caruso. A seguire Matteo Cecchetti, amministratore unico e Federico Zanandrea, direttore artistico del teatro. Con loro anche gli attori Enzo Iacchetti, Paolo Rossi, e dei registi teatrali Andrée Ruth Shammah e Alberto Oliva. Tra gli interventi anche l’assessore a Cultura e Identità del Comune di Busto Arsizio (VA), Manuela Maffioli.

    “Il Teatro Sociale – ha spiegato l’assessore Caruso – non è solo un edificio, ma un simbolo che dal 1891 accompagna la vita culturale della città. Con la nuova stagione il teatro si rinnova e riapre anche la Scuola di Teatro e di Canto, luogo in cui i giovani possono crescere e formarsi. Questo rilancio è frutto del lavoro congiunto di istituzioni e realtà del territorio e dimostra come la cultura sia una risorsa concreta per la comunità e per lo sviluppo della Lombardia”.

    “La Lombardia – ha sottolineato – dimostra così di essere una terra che crede nella cultura non come lusso, ma come diritto, non come orpello, ma come energia vitale. Un teatro che si rinnova significa una comunità che cresce; significa dare spazio al pensiero, alle emozioni, alla condivisione”.

    Il Teatro Sociale ‘Delia Cajelli’ di Busto Arsizio ha alzato ufficialmente il sipario il 27 settembre 1891, 134 anni fa, con la rappresentazione de ‘La forza del destino’ di Giuseppe Verdi e ora annuncia una nuova fase che prevede, tra l’altro, anche la riapertura della scuola di teatro e mira anche a rafforzare il suo legame con il territorio e le istituzioni locali.

    “È una lunga storia – ha chiosato l’assessore Manuela Maffioli – quella che lega il Teatro Sociale alla città di Busto Arsizio. Sono 134 anni di cultura per grandi e per piccini, teatro, musica, lirica, diversi linguaggi culturali, ma soprattutto un presidio culturale importantissimo per la nostra città. Una scuola di teatro inaugurata da Delia Cajelli, una regista scomparsa a cui è e resta legato il nome del teatro”.

    “E sempre per omaggiare il nome del teatro, Teatro Sociale – ha puntualizzato – una apertura a tutto il pubblico, ma soprattutto la convinzione che tutta l’attività del teatro sociale in tutti questi lunghi decenni sia stata improntata a una elevazione della comunità. Il teatro si rinnova nella propria gestione, ma prosegue un percorso virtuoso e su questo l’amministrazione continua ad investire”.

  • Cuggiono: tornano gli appuntamenti con l’Ecoistituto della Valle del Ticino

    Cuggiono: tornano gli appuntamenti con l’Ecoistituto della Valle del Ticino

    Tornano gli appuntamenti con l’Ecoistituto della Valle del Ticino di Cuggiono.
    Qui di seguito, proponiamo una ricca proposta di incontri fissati per il prossimo fine settimana:

    Sabato 20 settembre ore 21 – Le Radici e le Ali – Via San Rocco 48 – Cuggiono
    Una serata con Beatrice Salvioni una delle voci più fresche e potenti della narrativa italiana contemporanea.

    Rivelazione internazionale con La malnata, romanzo tradotto in diverse lingue che diventerà presto una serie TV, la giovane scrittrice ci accompagnerà nel suo nuovo romanzo, La malacarne.
    Organizza Associazione culturale EquiLIBRI

    Domenica 21 settembre dalle 10 alle 18 – Alzaia del Naviglio. Castelletto di Cuggiono
    ARTE SUL NAVIGLIO Organizza il gruppo artistico OCCHIO.

    Domenica 21 settembre dalle 9 alle 18,30 – Villa Annoni Cuggiono. Nel chiostro ESSERE TERRA giornata del biologico e dell’agricoltura contadina

    Nelle sale nobili LIBRARIA mostra mercato del libro raro, fuori commercio e d’occasione
    Ore 12,30 Pranzo: bruschette, crostini toscani, risotto taleggio e noci, arrosto ripieno con contorno di piselli, alternativa vegetariana: melanzane alla parmigiana, dolce della nonna, vino, Caffè e ammazzacaffè € 20 (bambini € 10)
    Gradita prenotazione al 338 439 0617 o a info@ecostitutoticino.org

    Ore 15,30 Sala delle mangiatoie Incontro preparatorio verso la fondazione della associazione di produttori biologici del territorio

  • Parabiago: il nuovo libro di Laura Fusaro, ‘Ritratto di una famiglia italiana’

    Parabiago: il nuovo libro di Laura Fusaro, ‘Ritratto di una famiglia italiana’

    L’Assessorato alla Cultura e la Biblioteca Civica della Città di Parabiago hanno il piacere di presentare Incontro con l’autore 2025, una rassegna di incontri letterari pensata per celebrare la lettura, la narrativa e i vissuti delle persone comuni che diventano protagoniste del nostro tempo.

    In questa occasione verrà presentato il romanzo Ritratto di una famiglia italiana, scritto da Laura Fusaro. L’opera trae spunto da una storia vera e custodisce al suo interno i ricordi, le sfide e le conquiste di una famiglia italiana, offrendo uno sguardo intimo su come l’Italia nasca, si formi e, in parte, si trasformi nel corso del tempo. Attraverso una scrittura coinvolgente, il romanzo descrive piccoli grandi eroi della resilienza che animano le pagine, offrendo al lettore un ritratto toccante e appassionante della vita quotidiana, delle emozioni, delle scelte e delle speranze che hanno accompagnato un’intera generazione.

    L’appuntamento è fissato per martedì 16 settembre alle ore 21:00 e si terrà presso la suggestiva sala rossa di Villa Corvini, un contesto storico e accogliente che invita alla scoperta e al dialogo.

    Durante l’evento, a impreziosire la serata sarà la partecipazione del gruppo musicale Rowan Tree, che proporrà una selezione di musiche irlandesi e scozzesi, creando un’atmosfera avvolgente e ricca di sfumature sonore. A moderare l’incontro ci sarà Clara Pastori, conduttrice attenta e competente, pronta a guidare letture, approfondimenti e domande dal pubblico.

    L’incontro offrirà non solo una lettura condivisa, ma anche spunti di riflessione su temi universali come la famiglia, la memoria, la solidarietà e la capacità di rimanere umani di fronte alle prove della vita. Un’occasione da non perdere per chi ama la buona narrativa, per chi è curioso di scoprire storie autentiche e per chi desidera confrontarsi con autori e musicisti nel contesto accogliente della nostra città.

  • Più di 1 miliardo per le università della Lombardia

    Più di 1 miliardo per le università della Lombardia

    E’ di 1 miliardo e 147 milioni di euro la quota del Fondo di Finanziamento Ordinario destinato alle università lombarde nel 2025, in aumento del 3,5% rispetto allo scorso anno e del 30,4% rispetto al 2019.

    Il ministro dell’università Anna Maria Bernini ha infatti firmato il decreto per ripartire il fondo che prevede un aumento per diversi atenei: del 4,5% per l’università Milano Bicocca con 169.737.520 euro, del 4,9% per il Politecnico con 271.875.842, del 4% per l’università di Brescia (88.071.470) e ancora del 6 % per l’università e per l’Istituto Universitario di Studi Superiori (IUSS) di Pavia , ovvero rispettivamente 146.427.150 e 15.037.761.

    Il finanziamento per la Statale di Milano è di 322.132.547 euro e per l’università di Bergamo di 75.396.551 “Un Paese che crede nel futuro investe nell’Università e nella Ricerca, perché è questa la strada della crescita – ha osservato Bernini – . E il Fondo di Finanziamento Ordinario destinato ai nostri atenei è l’asse portante di questo percorso. Quest’anno la dotazione del Fondo è aumentata di 336 milioni rispetto al 2024, fino a raggiungere un totale di 9,4 miliardi. Possiamo essere orgogliosi di un cammino che sa difendere le sue priorità: valorizzare i giovani, attirare talenti, accettare le sfide di un mondo in rapido cambiamento. Abbiamo l’ambizione di poter avere un ruolo da protagonisti: perché se facciamo crescere la nostra Università, cresce l’Italia”

  • 5 idee per sfruttare lo spazio sopra il lavello

    5 idee per sfruttare lo spazio sopra il lavello

    C’è una zona ben precisa della cucina in cui spesso il disordine regna sovrano: è lo spazio attorno al lavello.
    Tra saponi, spugne, bicchieri e stoviglie da asciugare, riuscire a tenere tutto in ordine sembra speso una battaglia persa. Eppure, con qualche accorgimento strategico, trasformare quello spazio caotico in una zona funzionale e anche carina non solo è possibile, ma non è neanche così dispendioso.
    Un accessorio pratico che sta guadagnando consensi negli ultimi anni è lo scolapiatti di plastica, salvaspazio, spesso verticale, capace di accogliere le stoviglie di uso quotidiano come posate, tazze e tazzine, e i piatti di almeno due o tre persone.
    Ma vediamo quali altri modi ci sono per sfruttare al massimo lo spazio sopra il lavello.

    1. Una mensola sopra il lavello

    Una delle soluzioni più comuni ed efficaci è montare una mensola sopra il lavello. Facile da installare anche fai-da-te, farà guadagnare dello spazio extra senza sforzo.
    Qui si possono disporre piccoli vasi di erbe aromatiche (che non devono mai mancare nella cucina di un appassionato di piante), ma anche flaconi di sapone per le mani e detersivo per i piatti, o spezie, evitando di tenere tutto sparso sul bordo del lavello.

    2. Portaoggetti a ventosa: flessibilità e zero fori

    Un’alternativa economica ed efficiente è il portaoggetti a ventosa, perfetto per chi non vuole forare il muro o non desidera una soluzione definitiva. In commercio esistono modelli pensati proprio per la zona del lavello, per contenere spugne, panni e piccoli utensili.
    La ventosa aderisce saldamente alle superfici lisce e, all’occorrenza, può essere rimossa senza lasciare tracce. Un’opzione risolutiva soprattutto per chi vive in affitto o in alloggi comunque temporanei.

    3. Organizer da appendere: ordine verticale

    Negli ultimi anni c’è stato anche un boom di organizer da appendere. Un tripudio di modelli e design diversi, pensati per qualsiasi utilizzo e per qualsiasi ambiente della casa. Da fissare al muro sopra il lavello oppure nelle ante dei pensili, hanno tasche, ganci o piccole mensole, e sono spesso risolutivi quando serve spazio in più.
    Questi organizer sono perfetti per contenere gli utensili leggeri come forbici, mestoli e presine, cioè tutto quello che comunque bisogna avere a portata di mano, ma anche flaconi per detersivi, spugne e panni. Alcuni modelli hanno anche ganci per guanti e strofinacci: basta scegliere il modello giusto e ogni cosa andrà magicamente al proprio posto.

    4. Lo scolapiatti verticale

    Lo abbiamo già anticipato all’inizio di questo articolo: lo scolapiatti di plastica verticale è uno dei must have delle cucine moderne. Minimalisti e accattivanti, anche colorati e con componenti in silicone, questi scolapiatti moderni risolvono il problema del disordine in zona lavello con un tocco di design che non guasta mai.
    Lo scolapiatti di plastica è leggero, resistente all’umidità e facile da pulire. I modelli più recenti hanno vassoi per raccogliere poi far scolare l’acqua in eccesso, supporti separati per le posate e ripiani regolabili, il tutto con ingombri minimi.

    5. Ganci e binari: personalizzazione modulare

    Tra tutte le soluzioni proposte è probabilmente quella che richiede qualche riflessione in più, perché più strutturate: sono i sistemi a ganci e binari, che possono davvero rivoluzionare la zona lavello.
    Si tratta di una soluzione modulare, totalmente personalizzabile, per organizzare a piacere contenitori, utensili, ingredienti base e perfino un porta tablet, per leggere le ricette in tempo reale.

    Organizer e soluzioni di design: è tempo di ordine in cucina

    Organizzare la zona lavello non è solo una necessità estetica, ma è ampiamente dimostrato che una cucina ordinata è una cucina funzionale e anche più facile da pulire.
    Poche semplici modifiche in grado di regalare ordine e tempo: cosa chiedere di più?

  • Quando i bambini giocavano all’aperto. Di Luciana Benotto

    Quando i bambini giocavano all’aperto. Di Luciana Benotto

    Oggi molti bambini giocano da soli, o meglio, giocano con il computer al chiuso delle loro stanzette (e il covid non ha fatto che peggiorare la situazione); i giochi e le relazioni con i coetanei sono relegati all’ambito sportivo: al corso di nuoto, di danza, di musica o a scuola. Ma questi sono momenti finalizzati al conseguimento di un obiettivo specifico, mentre il gioco è un’attività improduttiva, piacevole e spontanea che rappresenta, a tutti gli effetti, un’interruzione delle attività quotidiane e consente di divertirsi facendo cose che ci piacciono veramente. I bambini di oggi forse non si divertano più come quelli di una volta, che giocavano liberi nei cortili, nei prati e nelle strade con poche automobili, e si svagavano con niente, semplicemente lavorando di fantasia. Andiamo quindi a riscoprire i giochi semplici dei tempi andati, senza la pretesa di ricordarli tutti.

    Ruba bandiera
    Due squadre di ragazzi di disponevano dietro ad una riga tracciata con un bastone, e al segnale convenuto, correvano verso un rettangolo di stoffa che simboleggiava la bandiera, tenuto da uno di loro a metà strada tra i due gruppi. Chi arrivava prima e la riportava al punto di partenza realizzava un punto per la propria squadra.

    La corda
    Gioco tipico delle bambine che consisteva nel tenerla tesa alle due estremità, mentre un’altra saltava nel mezzo e non doveva inciampare; ma anche praticato singolarmente a volte incrociandola per rendere più difficile la cosa.

    Rialzo
    Tutti i posti più alti dal terreno andavano bene per non essere acchiappati da chi aveva il compito di prendere quelli che avevano i piedi per terra. Le prede gridavano arivivis quando scendevano da scalini, inferriate, muretti, dando così la possibilità all’inseguitore di acciuffare qualcuno; ma se quelle raggiungevano di nuovo un rialzo, gridavano: arimortis, a dire che erano in salvo. Chi veniva catturato prendeva il posto del cacciatore.

    Il giro d’Italia
    Si preparava una pista nella terra con curve e rettilinei, dentro cui si lanciavano le bilie che potevano essere di terracotta o di vetro colorato. Vinceva chi arrivava prima al traguardo, magari dopo aver doppiato l’avversario.

    Nascondino
    Era un gioco nel quale si faceva prima la conta, per vedere chi doveva coprirsi gli occhi col braccio appoggiato al muro o ad un albero, contare sino a dieci, e cercare gli altri che nel frattempo si erano nascosti. Chi veniva scoperto e non faceva in tempo ad arrivare al muro gridando tana, sostituiva quello che prima aveva fatto la conta.

    Le monete
    I giocatori disponevano delle monete a terra, poi prendevano dei sassi della giusta dimensione e li lasciavano cadere uno alla volta sulla moneta che desideravano colpire. Chi riusciva a far saltare il soldino, vinceva la mano. Si trattava di una variante contadina del più noto gioco delle pulci.

    Il mondo
    Col gesso si disegnava un rettangolo sul pavimento del cortile o sul marciapiede, dentro cui si tracciavano delle righe a formare otto-dieci caselle. Poi a turno si lanciava un sasso piatto all’interno del perimetro e si saltava su un solo piede per andare a recuperarlo, facendo attenzione a non calpestare le righe, altrimenti si perdeva il turno. Quando lo si era preso si poteva proseguire con due gambe. La difficoltà consisteva nel fatto che inizialmente il ciottolo lo si doveva buttare vicino e poi, sempre più lontano. Era questo un gioco molto amato dalle bambine.

    La bella lavanderina
    Era un girotondo in mezzo al quale una bambina o un bambino, mentre gli altri giravano attorno, eseguiva quello che dicevano le parole della filastrocca: “La bella lavanderina che lava i fazzoletti per i poveretti della città. Fai un salto. Fanne un altro. Fai una giravolta. Falla un’altra volta. Guarda in su. Guarda in giù. Dai un bacio a chi vuoi tu”. Il prescelto prendeva quindi il posto nel centro.

    E non dimentichiamo poi i giochi a palla: avvelenata, tra due fuochi, palla nome…
    Quelli appena descritti sono i cosiddetti giochi di movimento, ma c’erano anche quelli definiti di drammatizzazione, vale a dire quelli in cui si interpretavano personaggi quali la mamma e il papà, oppure indiani e cow boys, o si facevano i bottegai, come mi ha raccontato una signora ottantenne, dicendomi che per esempio, prodotti quali il mais, la farina, il pane, erano sostituiti negli improvvisati negozi, da sassolini, sabbia e sassi di varia misura. Diversamente da oggi, che i giochi sono tutti preconfezionati, i bambini di una volta usavano l’immaginazione. Immedesimarsi nei personaggi amati o negli adulti, serviva ad acquisire modelli di comportamento adeguati al contesto sociale nel quale erano inseriti.

    Oggi invece, la solitudine e la competizione alla quale sono spinti dai nuovi modelli sociali, creano nel tempo adolescenti problematici, che tendono a non rispettare le regole, che pensano di risolvere i loro problemi stordendosi nelle discoteche, usando droghe, guidando il sabato notte a velocità folli credendo di essere immortali, perché non sanno distinguere il confine tra realtà e immaginazione.

    Gli esperti sostengono, infatti, che una delle cause di questi comportamenti, è proprio la mancanza di buoni rapporti ludici durante l’infanzia.

    I miei romanzi storici per la vostra estate li trovate nelle librerie,
    nei bookshop on line e nelle biblioteche.

    A cura di Luciana Benotto

  • Le mani pensano e disegnano il mondo. A Novara torna SCARABOCCHI

    Le mani pensano e disegnano il mondo. A Novara torna SCARABOCCHI

    Scarabocchi. Il mio primo festival torna con U – MANI, un invito a pensare con le mani, a trasformare le idee in gesti, a partire dal movimento più primordiale dell’essere umano.

    Dal 12 al 14 settembre a Novara, l’ottava edizione del festival a cura di Fondazione Circolo dei lettori e Doppiozero prende forma attorno alle mani, straordinario strumento evolutivo. Le mani sono tutto e da lì comincia tutto: dal senso del tatto alla scrittura, dalla carezza alla presa, dalla costruzione alla distruzione. Senza le mani non saremmo diventati ciò che siamo e se esiste un luogo dove le mani si esprimono con libertà e immaginazione, è proprio quello dell’infanzia e della creazione artistica: le mani dei bambini e quelle degli artisti si assomigliano, capaci entrambe di esplorare, disegnare, costruire, sbagliare, reinventare.

    «La mano ci ha insegnato a fare e a pensare, poiché le due attività sono strettamente legate. Forse per questo Scarabocchi ha pensato di ricominciare da lì, giocando sulla parola U- mano, immaginando che quel segmento distale indicato da quattro lettere sia iscritto nella parola che usiamo nella nostra lingua per indicare noi stessi, aggettivo e anche sostantivo allo stesso tempo: l’organo con cui facciamo quasi tutto quello che facciamo, esclusi i compiti che affidiamo alle macchine.» racconta Marco Belpoliti, curatore di Scarabocchi e direttore editoriale di Doppiozero.

    «Quando i nostri antenati sono diventati da quadrupedi a bipedi e hanno iniziato a usare le mani per fare ciò che prima facevano con la bocca è nato il linguaggio, e dal linguaggio è nata la scrittura. Ma le mani sono state utilizzate fin da subito anche per comunicare, e non a caso ancora oggi le usiamo a questo scopo nel momento in cui ci troviamo di fronte a un nostro simile senza avere una lingua in comune. La scelta del tema di Scarabocchi da parte di Marco Belpoliti mi sembra dunque particolarmente felice, visto che viviamo un’epoca in cui, malgrado comunicare non sia mai stato così facile, il dialogo, la capacità di ascolto e il confronto con l’Altro da noi si scontrano con una realtà fatta di guerre, contrapposizioni, delegittimazioni e disumanizzazioni non di rado feroci, a cui dobbiamo porre riparo al più presto: ce lo chiedono disperati i bambini di tanti luoghi del mondo, e con loro i nostri stessi figli» è il commento di Giuseppe Culicchia, direttore della Fondazione Circolo dei lettori.

    A Scarabocchi, Novara si apre al disegno condiviso di grandi e piccoli, diventando uno spazio dove bambini e adulti si incontrano tra segni, immagini e gesti creativi.

    Il programma di U-mani si apre con lo scienziato e divulgatore Telmo Pievani, che presenta una lectio sulla mano umana, un viaggio in un capolavoro di bio meccanica, capace di movimenti complessi e gesti profondamente significativi. Il racconto degli U-mani si concretizza in una serie di appuntamenti che intrecciano arte, pensiero e creatività, pensati per pubblici di tutte le età. Tra gli incontri più attesi, quelli con due maestri italiani della pittura e del disegno: Lorenzo Mattotti, che racconta le sue Nuages, la linea fragile, una raccolta di disegni in bianco e nero, nati da una scrittura automatica, libera, imperfetta, e Tullio Pericoli, che dialoga con il saggista e docente Giuseppe Di Napoli. L’artista visiva Elisa Seitzinger è invece protagonista di un confronto con la palmreader Angie Soleluna sulle valenze estetiche e comunicative della mano.

    Accanto agli incontri, un ricco calendario di laboratori anima il cortile e il complesso monumentale del Broletto: per gli adulti, le attività con l’artista visivo e autore di graphic novel Stefano Ricci, la poetessa e traduttrice Iolanda Stocchi, l’artista e formatrice nelle arti visive Giovanna Durì, lo scrittore e antropologo Matteo Meschiari, con una lezione sulle mani come strumenti di coscienza, lo storico dell’arte Claudio Franzoni sulla mano come azione, l’artigiana della carta e rilegatrice Sandra Cisterna, il cuoco e narratore gastronomico Chef Ojisan (Carlo Mele), con un’esperienza tra cucina e racconto, l’artista e illustratrice Paola Lenarduzzi, con un laboratorio dedicato al collage, e l’artista visiva e autrice Ilaria Ruggeri, con un laboratorio di visioni poetiche attraverso tecniche miste.

    Per bambine e bambini, il festival propone laboratori con l’illustratore e formatore Alberto Pistola, le educatrici Patrizia Virtuoso e Roberta Villa, l’artista e mediatrice culturale Raffaella Castagna, l’illustratore e animatore culturale Bruno Testa – all’interno delle attività curate dall’Associazione Ri-nascita, l’artista visivo e autore Daniele Catalli, l’artista e ceramista Chiara Casorati, l’artista e formatore Alessandro Bonaccorsi, l’illustratore e fumettista Pierpaolo Rovero, l’illustratore e autore per l’infanzia Marco Paschetta, l’illustratrice Margherita Mattotti, l’educatrice e ideatrice dell’improdisegno Patrizia Comino e l’artista urbano e illustratore Ale Puro.

    Non mancano proposte che ampliano lo sguardo e stimolano i sensi: il laboratorio sulla lingua dei segni LIS, a cura dell’interprete e formatrice Stefania Natalicchio, invita a scoprire nuovi modi per comunicare attraverso il corpo e il gesto. L’artista e illustratrice Coquelicot Mafille guida invece un’esperienza di sperimentazione visiva collettiva, mentre il collettivo Niente da dire propone un laboratorio sulle tecniche pop-up e l’esplorazione di materiali multisensoriali, condotto dalla designer e illustratrice Viola Sanguinetti e dalla scenografa e visual artist Camilla Fasola.

    Infine, l’appuntamento di chiusura di Scarabocchi è un incontro tra l’artista internazionale e showteller Arturo Brachetti e lo scrittore e direttore della Fondazione Circolo dei lettori Giuseppe Culicchia per un dialogo inedito sull’importanza delle mani e della fantasia nel dare forma alle idee.

    Il programma completo è disponibile sul sito scarabocchifestival.it
    I biglietti per l’inaugurazione con Telmo Pievani saranno acquistabili su Dice, a partire dalle prossime ore e presso il Circolo dei lettori, a Novara.

    Scarabocchi. Il mio primo festival è un progetto di Doppiozero e Fondazione Circolo dei lettori, realizzato con Città di Novara, con il sostegno di Regione Piemonte e con il contributo di Fondazione CRT, partner CNA Piemonte Nord, Fondazione De Agostini, CBA, Comoli Ferrari, Fondazione Bpm, Laboratorio medico Alcor, Consorzio Comunità Impresa, Trasgo, si ringrazia Fondazione Veronesi, partner tecnico Italgrafica

    L’evento di inaugurazione, la lectio di Telmo Pievani, ha il sostegno di CNA Piemonte Nord.

  • Finché i piedi ci portano.  A cura di Luciana Benotto

    Finché i piedi ci portano. A cura di Luciana Benotto

    “Finché i piedi ci portano” è un romanzo uscito nel 1955, da cui furono tratti ben due film. Narra la fuga di un soldato tedesco prigioniero di guerra in un gulag dove è stato condannato a scontare ai lavori forzati venticinque lunghi anni, lavorando in una miniera di piombo situata a Capo Dezhnev, il punto più orientale della Siberia sullo stretto di Bering.

    Pur avendo fatto parte dell’esercito tedesco col grado di ufficiale, Clemens Forell, il protagonista, nel romanzo non rappresenta il “cattivo”, bensì lo sconfitto catturato dai russi, inerme come tutti gli altri prigionieri del campo, di fronte alle crudeltà dei custodi, alla fame per le scarse razioni, alle future conseguenze da avvelenamento da piombo, all’obbligo di vivere quasi sempre nella miniera, che per fortuna è calda rispetto al gelo esterno, sempre però col desiderio di rivedere la luce solare, così avara a quella latitudine.

    La volontà di sopravvivere lo spinge a fuggire, perché vuole tornare nella sua poetica Baviera; la prima volta viene riacciuffato e pestato a sangue, la seconda invece ci riesce, e qui inizia la sua incredibile e faticosissima avventura che lo vedrà percorrere nell’arco di tre anni (dal 1945 al 1947, e non come vi è scritto nel romanzo nel ’52) ben 14.000 chilometri attraverso il gelo siberiano, la tundra, la taiga, il deserto della Mongolia, sino a giungere in Iran dove riuscirà a farsi rimpatriare. Nel viaggio incontrerà molteplici pericoli e dei poco di buono, ma anche gente che, pur timorosa delle terribili e ferree disposizioni staliniste, gli darà una mano a sopravvivere e a ritornare ma casa, dove giungerà fisicamente deperito.

    Quando lo scrittore Josef Martin Bauer seppe di questa fuga rocambolesca dall’editore di Monaco Franz Ehrenwith, dove Rost lavorava come tipografo e dal quale era stato redarguito per aver rovinato diverse copertine, tanto che per non essere licenziato gli aveva rivelato di essere divenuto daltonico a causa del piombo che era stato costretto ad estrarre dalla miniera del gulag, Bauer desiderò conoscerlo. Affascinato dalla vicenda lo scrittore la volle trascrivere, dando però al protagonista un nome e un grado militare di fantasia. Il vero Clemens Forell si chiamava in realtà Cornelius Rost, ed era un soldato semplice austriaco “arruolato” per via della guerra. Non volendo al ritorno far sapere al KGB che era riuscito a tornare in patria, tenne segreta la sua identità, cosa che fu scritta nel contratto con la casa editrice, perché viveva nel terrore di essere scoperto e ammazzato; e questa sua identità venne svelata solo vent’anni dopo la sua morte dal figlio dell’editore, che ne parlò col giornalista Arthur Dittlmann il quale fece delle ricerche per realizzare un documentario radiofonico nel quale giunse alla conclusione che ciò che aveva raccontato Rost non fosse vero.

    Dove sta la verità ci si chiese all’epoca? Qualunque essa sia, io l’ho trovato un romanzo dal quale non ci si riesce a staccare, e che ben narra la situazione dei gulag sovietici, un libro che insegna che i soprusi, le sevizie, la fame, la paura, la voglia di sopravvivere a ogni costo, sono uguali in tutti gli uomini, di qualsiasi nazionalità essi siano, e in qualsiasi carcere orrendo essi si trovino. È un libro che dà speranza. Da leggere senza pregiudizi di parte. Il romanzo è reperibile usato nei bookshop e nelle biblioteche.

    I miei romanzi storici li trovate nelle librerie, nei bookshop on line e nelle biblioteche.

    A cura di Luciana Benotto

  • Futuro, scuola e intelligenza artificiale: siamo diventati desueti (o no)? Di Silvano Brugnerotto

    Futuro, scuola e intelligenza artificiale: siamo diventati desueti (o no)? Di Silvano Brugnerotto

    Nel 1950 Alan Turing ideò il famoso test orientato a valutare se una macchina potesse simulare l’intelligenza umana. Si trattava del famoso “gioco dell’imitazione”, nel quale una persona isolata in una stanza poneva delle domande a due altri soggetti posti in altro ambiente, cercando di capire, attraverso le loro risposte, chi fosse umano e chi una macchina. Se la persona finiva per non rilevare differenze o addirittura per scambiare l’identità dei soggetti, allora la macchina avrebbe potuto essere considerata intelligente.

    Col passare degli anni il test di Turing è stato più volte riformulato, sia perché il concetto di intelligenza è stato via via riconsiderato, sia perché l’avanzamento tecnologico tendeva a superare il test attraverso algoritmi che, per quanto complessi, non potevano essere considerati “pensanti”.

    Allo stato attuale il test di Turing pare essere totalmente obsoleto perché la domanda, come ci ricorda il libro “Sovrumano” di Nello Cristianini, non è più “se le macchine possono essere intelligenti, ma se possono eguagliarci e superarci”. Attraverso un’acuta analisi tecnico-storiografica l’autore ripercorre l’evoluzione delle macchine fino alla comparsa dell’odierna intelligenza artificiale, dimostrando come la continua competizione fra “addestratori” e “valutatori” (paragonabile a quella fra crittografi e crittoanalisti di codici) sta imprimendo alle macchine uno sviluppo di natura esponenziale.

    Esistono oggi modelli informatici addestrati su miliardi di dati postati sul web, in grado di “argomentare” su ogni ambito dello scibile umano, di riassumere testi, di interpretare immagini, di tradurre da ogni lingua del mondo e di fare tantissimo altro: Chat GPT è solo il più noto di questi modelli, ma non il più evoluto.

    Cristianini ci segnala che non siamo lontani dal raggiungere l’AGI (Artificial General Intelligence), forma di intelligenza artificiale “capace di risolvere gli stessi compiti cognitivi di un essere umano, allo stesso livello di competenza”. E che, all’orizzonte di un futuro non troppo lontano, si profila l’ASI (Artificial Super Intelligence), ipotetica forma di intelligenza “capace di superare gli esseri umani nella soluzione di compiti cognitivi”. L’ASI, che dalla fantascienza potrebbe approdare alla realtà, sarà forse in grado di comprendere aspetti del mondo che a noi appaiono incomprensibili, elaborando concetti al di là della nostra portata.

    Sono visioni vertiginose, quelle che riguardano il nostro futuro prossimo e lontano. Ma, a proposito di sviluppo intellettivo, è utile parlare di ciò che avviene nel primo dei nostri enti di formazione umana, la scuola. Da anni, ormai, la scuola è preda di una visione neoliberista tesa a smantellare l’acquisizione delle conoscenze in favore delle cosiddette “competenze”, allineate ad interessi di natura economico-aziendale. La “certificazione delle competenze”, soprattutto plasmata sul credo laico dell’innovazione digitale, esprime un senso di modernità che in realtà non esiste: un’indagine dell’Ocse del 2024 indica che in Italia un terzo della popolazione è costituita da analfabeti funzionali, cioè da persone che sanno leggere un testo ma non ne comprendono il significato, che non hanno dimestichezza con le soluzioni logiche e che non intendono un discorso complesso.

    La scuola italiana rispecchia perfettamente questa situazione, della quale evidentemente è la causa: è riuscita negli anni a diminuire la dispersione scolastica (dal14,5 % di giovani che abbandonavano gli studi sette anni fa, siamo scesi al 9,8% nel 2024), ma i risultati delle prove Invalsi del 2025 indicano chiaramente forti carenze in italiano (solo il 50% degli studenti raggiunge la sufficienza) e in matematica (meno della metà). La maggior parte di questi ragazzi (quasi il 90%) mostra invece buona padronanza nell’utilizzo del digitale, e da questo dato potremmo ricondurci al discorso iniziale sulla tecnologia complessa.

    I cosiddetti “nativi digitali” vivono in un mondo completamente diverso da quello sperimentato dai cosiddetti “boomer”: già dopo pochi anni di vita sanno manipolare tablet e smartphone, scrollare migliaia di video nei social e giocare in rete. Hanno acquisito facoltà tecniche molto più avanzate di quelle delle vecchie generazioni, smarrendo però quelle specificamente inerenti al mondo fisico: le relazioni interpersonali, anzitutto, ma anche un’idea di tempo condiviso, il gusto del bello permanente e un concetto di formazione dell’identità legato a percorsi narrativi non frammentati. Quando i dati statistici rilevano una buona “competenza digitale” degli studenti, dunque, fotografano semplicemente l’uso dello strumento, non il contenuto veicolato dallo strumento.

    Se oggi prendessimo uno studente fra quelli che non hanno superato la soglia degli Invalsi e lo sottoponessimo al test di Turing, quale sarebbe il risultato? Riuscirebbe l’utente umano a distinguere fra la macchina e lo studente? La risposta è sicuramente si, ma non nel senso per cui il test era nato: lo riconoscerebbe perché la macchina si rivelerebbe molto più intelligente dello studente. Questo accadrebbe, in parte, perché le macchine contemporanee sono infinitamente più avanzate di quelle dell’epoca di Turing, ma anche perché lo studente risulterebbe culturalmente più carente rispetto a quello di alcuni decenni fa; per cui, sotto l’aspetto delle conoscenze generali, apparirebbe deficitario. Inoltre, il test dovrebbe durare non più di sette minuti, che è la soglia media dell’attenzione di un nativo digitale.

    La scuola ha dunque intrapreso un cammino discutibile, perché ridurre il sapere al format delle competenze significa deprimere la capacità critica, che invece necessita di spazi aperti, di continui momenti di confronto e di una visione multidisciplinare. Le competenze digitali intese come unica innovazione possibile finiranno, da un lato, per ridurre la scuola a mero ente certificatore per aziende e agenzie private, e dall’altro per proporre esperienze tutt’altro che inedite, essendo gli studenti, fin dalla nascita, immersi nell’universo virtuale.

    L’intelligenza artificiale in grado di pareggiare i livelli di competenza umana (AGI) è sempre più vicina, ma la sfumata definizione di “intelligenza” fa apparire lo scenario futuro meno cupo. La misurazione univoca dell’intelligenza basata sul quoziente QI pare ormai superata, perché studi successivi (soprattutto quello dello psicologo Howard Gardner, che individua le “intelligenze multiple”) hanno dimostrato che l’intelligenza può declinarsi in abilità cognitive specifiche molto diverse fra loro. Cosicché è arduo stilare una classifica fra l’intelligenza logico-matematica di Einstein, quella musicale di Mozart o quella corporea-cinestetica di Maradona. Ecco dunque che la scuola dovrebbe stimolare la diversità, il dialogo fra le discipline, l’attività laboratoriale, il teatro; dovrebbe proporre, in altre parole, attività fisiche e mentali che siano alternative all’universo virtuale. Sarebbe questa, non la rincorsa settoriale al digitale, la vera innovazione della didattica.

    La scuola delle competenze risulta superata per definizione: ciò in cui siamo competenti oggi risulterà obsoleto domani. E dopodomani le aziende che vorranno realizzare il massimo dei profitti col minimo dello sforzo useranno ciò che è quasi a portata di mano: le macchine competenti.
    E allora la scuola dovrebbe liberarsi prima possibile della zavorra ideologica delle competenze, identificando e valorizzando le intelligenze etiche, filosofiche e creative; perché è proprio durante l’adolescenza che maturiamo come persone e come appartenenti ad una comunità. La scuola dovrebbe narrare, declinandola nella visione della contemporaneità, la grande avventura della conoscenza.

    Silvano Brugnerotto
    Docente di Storia dell’Arte presso IIS Bachelet di Abbiategrasso