Renata Adriana Bruschi e’ insegnante, studiosa dei rapporti culturali tra Italia e Argentina, blogger e saggista.
Nel suo libro “Alma Buenos Aires: guida letteraria al mito di un città” racconta l’anima pulsante della capitale argentina nel suo splendore artistico. Quando una nazione arricchita dall’immigrazione europea, elabora il concetto di Nuovo Mondo attraverso una vivace scena culturale, con intellettuali e poeti del calibro di Jorge Louis Borges. Renata Bruschi ripercorre il legame storico con l’Italia che spazia nei campi dell’arte, architettura, musica, teatro e cinema.
Categoria: Cultura
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TN dal Mondo: Renata Bruschi e i rapporti tra Italia e Argentina
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E la chiamano estate.. Di Camilla Garavaglia
Torna la prosa bohemien di Camilla Garavaglia, che ovviamente si ‘dedica’ ad una disamina su agosto e sull’estate. Buona lettura.

Anche 10 se leggi senza fretta: vino, politica, scrittura, cose
Quando, una settimana fa, ho parlato alla mia amica G. dell’intenzione di scrivere un’elegia dell’estate (aveva appena finito di correggere un mio articolo – illeggibile – su qualcosa tipo il controllo di gestione in cui confondevo i ricavi con i guadagni) lei mi ha risposto con estrema onestà:

Alla fine, mi ha spiegato cosa fosse il controllo di gestione e io non l’ho capito. Spiegare cosa fosse un’elegia era comunque inutile, perché tanto non la scriverò in versi.
E…state in città
L’estate è la stagione dell’infanzia.Ho scritto qualche giorno fa nella mia precedente newsletter (sì, mi autocito):
C’è qualcosa che mi sfugge sempre, dell’estate. Un senso di assenza, coperto dal gran casino delle cicale e dei grilli. La sensazione che tutto stia per finire che ancora non è iniziata, nonostante le giornate siano lunghe e azzurre.
e ho scoperto che questa frase ha colpito molte persone, non perché fosse scritta particolarmente bene ma perché andava a pescare nel cesto dei ricordi di ciascuno.
Anche il Natale non è più quello di una volta, è vero: niente più nonni, niente più latte e biscotti a Babbo Natale (va beh, questo tipo di libagione in realtà non è mai stata una tradizione della mia famiglia quindi non è che proprio mi manchi) e soprattutto niente più messa di mezzanotte, magari con vin brulé e nevicata finale.
Niente però è cambiato tanto, per tutti, quanto l’estate.
Della scomparsa dell’estate ce ne siamo accorti dalle città non più deserte in agosto, dai negozi che restano aperti, dalle vacanze che durano (se va bene) una settimana e dalla gente che esce e rientra a scaglioni dal lavoro (riuscendoti a rompere alternativamente il cazzo sia le settimane prima di Ferragosto sia le settimane successive, senza soluzione di continuità). Soprattutto, ce ne siamo accorti dal fatto che non siamo più tenuti a seguire la programmazione estiva, antica e riposante, della tv: Netflix c’è sempre, anche nelle serate più calde dell’agosto più profondo.
Io non ricordo di avere mai provato il sentimento della nostalgia negli anni Novanta e negli anni Duemila, e sono quasi certa che anche i miei genitori e i miei nonni non avessero grandi ricordi su cui sospirare delle loro estati degli anni Settanta e Cinquanta. Sì, potevano sospirare sulla gioventù perduta, ma sulla gioventù perduta si sospira sempre anche se risale al periodo della guerra (meglio la guerra da giovani o la pace da ricchi? Io non ho dubbi al riguardo e nemmeno voi dovreste averne).
Oggi la nostalgia è invece un tema caro al marketing: le canzoni degli anni Sessanta – che ritornano, insieme ai loro cantautori, o l’ho sentita solo io la canzone di Rovazzi e Orietta Berti? -, i gelati degli anni Ottanta, i giochi degli anni Novanta e i vestiti in stile anni Duemila sono il filo del racconto di una stagione che non riusciamo più a inventare, sono le colonne su cui attaccare le storie di Instagram che ci ritraggono mentre mangiamo il pesce, mentre versiamo il vino davanti ai tramonti e mentre ci tuffiamo nel mare. 24 ore di tempo per colpire centinaia di sguardi distratti, per gridare a qualcuno (ma a chi, poi?) “io non mi sto annoiando!”.
L’estate del 1996 o giù di lì
Nell’estate del 1996 mi trascinavo come decine di altri bambini sul campo polveroso dell’oratorio di Ossona.Cappello con visiera, marsupio (…) e Superga, pantaloncini e maglietta: 1500 lire di budget giornaliero, che poteva essere ripartito nei seguenti modi:
500 lire di focaccia + 500 lire di cocacola + 500 lire di caramelle (la mia combinazione preferita, mi dava tutti gli zuccheri necessari per fuggire dagli animatori che volevano farmi giocare a Pallaguerra)
1000 lire di pizza + 500 lire di cocacola (però se quel giorno la pizza era secca la delusione era tale che Proust spostati)
500 lire di focaccia + 500 lire di cocacola + 500 lire risparmiate per mangiare il Magnum da 2000 lire il giorno dopo (l’attesa del Magnum era essa stessa piacere, ma era un gelato enorme e non riuscivo mai a finirlo, quindi ogni volta mi maledivo per la scelta).
L’oratorio feriale era obiettivamente un inferno in terra per una bambina inetta nei giochi dei maschi e disadatta alle attività da femmine, ma i miei genitori lavoravano e i miei nonni non volevano avermi in mezzo ai coglioni anche in estate; inoltre, in oratorio si pregava: era quindi la soluzione obbligata per qualsiasi bambino di paese.
L’estate iniziava così: un mese e mezzo di oratorio feriale, mezzo mese di noia e compiti delle vacanze e poi agosto. 31 giorni di caldo, silenzio, noia e negozi chiusi.
“Odio l’estate” è la frase che dico più spesso da qualche anno, perché quando ero piccola l’estate mica la odiavo.
Negozi chiusi. Le pompe di benzina spenzolanti, quando ancora i benzinai potevano stare in centro paese, la cappa di caldo e i cartelli scritti a mano sulle serrande “chiusi dal 1 al 31 agosto”, qualche gatto sul selciato, cieli azzurri senza una nuvola per giorni, e giorni. Un pallone rotolava in piazza e non sapevi da dove veniva, lo calciavi per noia e tornava in qualche cortile, dove restava immobile senza nemmeno la sua ombra perché nell’agosto degli anni Novanta era sempre mezzogiorno. Partivi per il mare, di solito Liguria, e lì restavi.
L’estate è finita quando le città hanno smesso di essere chiuse in agosto.
La prima Pro loco che ha titolato, con un guizzo di fantasia, gli eventi da agosto in paese “E…state in città” ha decretato la morte del silenzio, della noia e dell’abbandono del mese più introspettivo dell’anno. Sono passati almeno 25 anni da allora e ancora le Pro loco, tutte le Pro loco, stampano imperterrite i loro bravi volantini ricchi di eventi e concerti: “E…state in città!”.
E dove stiamo, noi?
In città. C’è musica, le lavanderie sono aperte, i ristoranti pure, le pizzerie d’asporto non parliamone. Non si chiude, mica che poi si perdono soldi, non ci si ferma e non si va al mare per 30 giorni, dall’1 al 31, ad annoiarci sulla sabbia e a fare castelli per aria.
Niente più amori estivi. E come si fa? Nel 1996 tu ragazzino conoscevi una bambina al mare, la prima settimana giravi attorno al suo ombrellone, la seconda la invitavi a giocare al biliardino (e poi la facevi vincere), la terza ti dichiaravi sulle giostre la sera e alla quarta ti lasciavi con promesse di lettere e con cartoline con la scritta “Alla prossima estate”. In 7 giorni, ora che fai? Fai che ti aggiungi su WhatsApp, “magari poi ti guardi le mie storie”.
A costo di sembrare quella vecchia che “era meglio prima”, io voglio dire che un Ferragosto che ruba gli amori estivi ai bambini e ai ragazzi è un Ferragosto che non sa più d’estate. Un Ferragosto che è passato dal Il Sorpasso di Gassman (ambientato nel Ferragosto del 1962, appunto) alla lavanderia cinese aperta senza stupore e senza rivoluzioni in piazza.
A costo di sembrare la nostalgica che sono, io voglio dire che l’estate non era poi tanto male prima che la facessero diventare questa cosa qua.
Una competizione dove chi vince davvero è chi riesce ancora a sottrarsi al gioco. Cercando il sole di mezzogiorno negli angoli rimasti miracolosamente deserti, inseguendo palloni e gatti che non hanno paura di annoiarsi.
I miei genitori in vacanza negli anni Ottanta. Non ho il permesso di usare questa foto.
Per fortuna, l’estate è quasi finita.Buon (Ferr)agosto, o quel che ne rimane, e non fate gite fuori porta perché è una roba fascista. (si scherza)
Camilla Garavaglia

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Milano, 4mila persone in tre giorni al Museo Scienza e Tecnica
MILANO Da domenica 13 a martedi’ 15 agosto, oltre quattromila visitatori, di cui il 75 per cento residente all’estero, hanno affollato gli spazi del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia, e hanno partecipato alle attivita’ proposte durante il ponte di Ferragosto. Nella sola giornata di lunedi’ 15 agosto, l’affluenza e’ stata di 2.200 persone.
A conferma del trend positivo del 2023, il trimestre estivo (giugno, luglio e parziale agosto) ha fatto registrare un incremento del 17 per cento rispetto agli stessi mesi del 2022 con ben 91.500 ingressi; numeroso anche il pubblico internazionale che ha rappresentato il 75 per cento sul totale dei tre mesi, tra cui spiccano francesi, statunitensi e tedeschi. Piu’ in generale, nei primi 7 mesi dell’anno (gennaio-luglio), sono state oltre 355 mila le persone – di cui 34 mila derivanti da eventi – che sono state al Museo, il 53 per cento in piu’ rispetto al 2022. “I dati registrati durante il ponte di Ferragosto, cosi’ come quelli del trimestre estivo, confermano la fase di rinascita del turismo culturale e la citta’ di Milano come meta tra le preferite del pubblico, soprattutto residente all’estero.
In questo scenario, il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia, con le sue Gallerie intitolate a Leonardo da Vinci e con la sua ampia offerta culturale scientifica e umanistica fortemente innovativa, e’ sempre piu’ luogo di incontro, condivisione e scambio. Scienza e tecnologia, cuore delle nostre collezioni ed esposizioni, sono al centro del dibattito internazionale ed e’ compito della nostra istituzione, cosi’ come del circuito di tutti gli altri musei scientifici di cui facciamo parte (dal Deutsches Museum di Monaco al Science Museum di Londra, al Universcience di Parigi o al Kopernicus di Varsavia), interpretare la contemporaneita’ e far crescere la cittadinanza scientifica, volgendo lo sguardo oltre i propri confini ma senza mai perdere le proprie radici identitarie, che sono un grande valore”, commenta Fiorenzo Galli, Direttore Generale del Museo. Con i suoi 50 mila mq, il Museo e’ stato tra i luoghi piu’ visitati di Milano grazie anche alle 36 esposizioni permanenti tematiche, ai 14 laboratori e alle opere d’arte digitale interattiva e tutte le attivita’ in programma per la giornata di Ferragosto, erano esaurite gia’ dalla prima mattinata.
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Maerna (Fdi): grazie a Francesco Alberoni, che portò la sociologia alle masse
MILANO “La morte del sociologo ed intellettuale Francesco Alberoni priva la cultura italiana di un autentico gigante.
Il quale ha sempre saputo cogliere l’evoluzione della società e l’ha raccontata con quella semplicità ed efficacia che lo hanno fatto diventare di famiglia per tanti italiani. Come colto efficacemente da Marcello Veneziani i suoi scritti sui consumi, sui movimenti collettivi e sull’innamoramento e l’amore rispecchiano il giro di boa di una società che passava dalle ideologie al privato, dal collettivo al singolo e alla coppia, dalla politica ai consumi. Alberoni, efficacemeete, portò la sociologia alle masse. Avvicinandosi a Fratelli d’Italia e a Giorgia Meloni compì un atto di amore e coraggio”. Lo dichiara Umberto Maerna ,deputato di Fratelli d’Italia.
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Michela Murgia e la Misercordia di Dio: una riflessione coraggiosa (e controcorrente) di Costanza Miriano
Dopo la morte di Michela Murgia abbiamo pubblicato una riflessione non banale e non scontata di Giuliano Ferrara. Adesso ne pubblicihiao una seconda, firmata dalla scrittrice cattolica Costanza Miriano. Buona lettura.
Il mondo ha il diritto di beatificare chi vuole con le sue liturgie laiche. Adesso è il momento di una scrittrice dalla buona penna e dall’intelligenza brillante che si è impegnata per diventare la bandiera delle battaglie dell’ individualismo e del soggettivismo più sfrenati. Aveva avuto un’infanzia oggettivamente difficile e questo ha inevitabilmente condizionato il suo sguardo sulla famiglia. Era uno sguardo ingannato, vedeva patriarcato e violenza maschile anche dove non c’era; forse non aveva conosciuto nemmeno un uomo di quelli che sanno dare la vita per una donna e dei figli, o forse quando li ha visti non li ha saputi riconoscere (era separata e non aveva avuto figli). Insomma rappresentava i non valori dominanti, quindi tutto meno che coraggiosa, perché totalmente a favore di vento, e grazie a questo la sua voce è stata molto rilanciata da quando il mondo si è accorto di lei (io l’ho conosciuta al tg3 quando aveva scritto solo il suo libro sui call center, Il mondo deve sapere: davvero ha saputo sfondare partendo dal nulla).
Che il mondo la beatifichi dunque è normale. Che lo facciano i media cattolici sinceramente no. Ho sentito e letto dei pezzi che manco per santa Caterina da Siena. Era schierata per tutto quello che è contro il Catechismo della Chiesa cattolica, aborto, eutanasia, dava dei fascisti a chi non la pensava come lei (quindi tutti i cattolici), era per promuovere forme di aggregazione basate sulla confusione sessuale, riteneva che il sesso non è un dato biologico oggettivo. Mi chiedo allora perché abbia disposto che il suo funerale fosse in una chiesa e secondo un credo che contestava. Mi chiedo come mai i media cattolici siano affetti da un complesso di inferiorità così forte da esaltare chi contesta il Catechismo e la nostra visione dell’uomo. Mi chiedo come si faccia a dire con tanta certezza che ha combattuto la buona battaglia, e che ha conservato la fede, come San Paolo. La fede non è solo sapere che esiste Dio. Magari l’ha riacquistata nell’ultimo momento, ma perderla l’aveva persa.
Piuttosto possiamo dire che crediamo nella misericordia di Dio, e la invochiamo su di lei e su ciascuno di noi.
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Non condividevamo una virgola di Michela Murgia, ma Giuliano Ferrara ci suggerì che forse ce l’eravamo persa. Una preghiera per lei
Michela Murgia è morta a soli 51 anni dopo la malattia che aveva reso pubblica. Non ci piaceva né ci è mai piaciuto quello che scriveva, ma questo illuminante articolo di Giuliano Ferraa (risalente a maggio) ci è davvero piaciuto. Una preghiera per lei.
Oggi ammiro Murgia e mi spiace pensare che me l’ero persa
GIULIANO FERRARA 07 MAG 2023Tra di noi una lontananza estrema, culturale e ideologica. Ma da come sta mettendo in scena la propria morte, la distanza si accorcia. Vuole avere il tempo per distribuire a sé stessa e agli altri i pani e i pesci del miracolo della vita umana: un atteggiamento raro e prezioso
Orgoglio e coming out. Storia breve di un atto privato che diventa pubblico e politico
Michela Murgia me l’ero persa. Persa in una lontananza estrema, estranea, culturale politica e ideologica. Da come sta mettendo in scena la propria morte, con la scrittura di un libro di racconti e l’oralità della comunicazione ai giornali, la distanza si accorcia e ne viene un vivo interesse umano che ha più dell’ammirazione che della compassione. Cura un cancro renale al quarto stadio metastatico ma non è in assetto di combattimento, non lotta, dice, non lo esorcizza come un alieno, lo accetta come parte del proprio corpo e complemento di una vita che le si annuncia breve ma ricorda felice, a molti strati, segnata da una radicale irrequietudine e pacificata nell’amore, nell’amicizia, nelle relazioni queer di una famiglia non tradizionale alla quale destina dieci letti di comunità in una casa appena comprata per trascorrere insieme un certo imprecisato numero di mesi consentiti dalla immunoterapia.
Sarda fin nel profondo, è severa. Giudica e manda senza complessi. La coppia tradizionale, il matrimonio di coppia al quale ora si piega per mere ragioni legali, è fomite di menzogna e tradimento. In Italia non c’è l’alternanza democratica, c’è il fascismo, e lei spera di morire a fascismo tramontato. Sente come una sequela intollerabile di offese personali gli attacchi alle sue posizioni così estreme e alla loro espressione tanto enfatica. Nel momento in cui l’esistenza si spencola su un burrone, e la sua vita corre verso un traguardo senza ritorno, assume però senza retorica un punto di vista sapiente, rassegnato e per quanto possibile “sereno”. Le questioni della morte, della sua ritualità raccontata nel suo romanzo di esordio sulle misteriose pratiche eutanasiche delle comunità sarde, Accabadora, ritornano in un grido cattolico e cardarelliano, “morire sì / non essere aggrediti dalla morte”. Vuole avere il tempo per distribuire a sé stessa e agli altri i pani e i pesci del miracolo della vita umana. E’ un atteggiamento raro e prezioso.
Sostiene che la democrazia si è messa a rischio grave quando per dominare la pandemia ha scelto un tecnico e un generale. In uno dei brevi saggi della sua ultima raccolta, Franco Marcoaldi cita il giurista e umanista Natalino Irti per accennare a un elogio laico dell’obbedienza alla norma, obbedienza per convinzione. L’obbedienza è una cosa molto bella, che una coscienza limpida sa come trasfigurare e incarnare, è una virtù che Murgia non conosce e non vuole conoscere, in nessuna delle sue accezioni civili, etiche, politiche. In questo sta nel mainstream, perché le sue opinioni di contrarian sono la materia prima corrente in una sfera di riluttanti e ribelli che ha caratteristiche di massa e tratti conformisti, ma con una sua cocciutaggine e autenticità capace di spiazzare.
Ora che una scrittrice e ideologa agli antipodi delle pratiche discorsive in cui mi riconosco annuncia il suo progresso cristiano verso una morte che fa rivivere la comunione degli esseri, e offre una lezione di salvezza dicendo a Aldo Cazzullo che “il mondo è bello, dipende dal mondo che ti fai”, mi spiace pensare che in una vita e in una professione di invadenza e curiosità verso gli altri, quel carattere, quel tipo, me l’ero perso.


