Categoria: Cultura

  • Faccia da TV anni 80/90: quando il piccolo schermo ci faceva sognare e stare insieme

    Faccia da TV anni 80/90: quando il piccolo schermo ci faceva sognare e stare insieme

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore in questi giorni festivi sono andato a trovare amici. Solito pranzo natalizio ma tutti con lo smartphone in mano a fotografare ogni momento
    Una inflazione di Like o Post ma soprattutto momenti…

    Stufo di vedere gente che si gonfiava per mi piace o vedere sul telefono la “mafia locale dei cuoricini” ho preso pausa per passeggiare e veder di pensare….
    Vado a trovare un vecchio conoscente ancora con la TV accesa e il settimanale dei programmi.
    Ritrovo una collezione di carta immensa e rivedo su quelle ingiallite pagine tutta la mia infanzia, adolescenza e giovinezza del tempo che fu del “tubo catodico” …di quando eravamo solo spettatori a vedere e forse imparare…

    Anni ’80 e ’90 quante ore davanti al piccolo schermo… in molti casi non più di 25 pollici …
    Tra i pranzi e serate sul divano ma anche nello spazio della cucina o in cameretta…
    Ero solito vedere la seconda parte del Tenente Colombo in camera dei miei magari con mio papà o mamma o tutti e due, a loro non piaceva ma avevano gioia ad avermi vicino …
    Perché la TV ha la forma di un camino dove il calore delle frequenze scaldava i cuori e lo spirito
    Quella tv dopo le 22:30 riscaldava anche qualche impulso ma era un fuoco tenuto per pochi …

    Non solo Colpo grosso…sulla tele sette: per ridere la chiamavano tele tette!!! Ma altre tv gloriose locali o secondarie dove le nostre dita ci portavano digitando sul telecomando.

    Una rivoluzione quel piccolo aggeggio: dovevo sempre alzarmi io per girare il canale… Poi lo zapping e l’aumento dell’offerta a scapito della qualità.

    Milioni di persone nelle case vedeva la stessa cosa per poi retwettare dal vivo il giorno dopo.
    Ufficio, scuola, bar e ogni luogo dove c’era assembramento o unione … La TV univa nel bene e nel male..per momenti di gioia e tristezza e piccante…
    Non si litigava in tv o si ostentava l’emozione. C’era una certa scena semplice anche se il pubblico voleva partecipare sentirsi pronto per entrare nel mondo della TV.

    Nighrmare in un episodio fa entrare una ragazza in tv questo era il sogno di tante persone fino a poco tempo fa … Successo e fama; ricchi e famosi…senza capire l’importanza di una professione…
    La tv con il nuovo millennio impose i reality dove bastava essere presenti e litigare e creare congiure.

    Oggi la tv fa litigare per poter ricommentare sul web e accostare un commento… La tv fa male!!! Quante volte ho sentito questo ritornello da chic…
    Dalla padelle alla brace, ma non vedi però la stessa foga invasata di strappo di vesti per una situazione peggiore ma con più posizioni da occupare. Noi entravano nei programmi dei giovani e loro entravano nei nostri programmi oggi chiusi in camera senza connessioni parentali…

    Tiri su un perfetto /a estranea senza sapere nulla tranne qualche video che ti mette sotto il naso per fare capire che sei ormai old style..

    Ognuno è convinto di avere il proprio pubblico!!! Tutti con lo smartphone in mano questo è il Natale
    Come tutte le tecnologie vengono usate da tutti e male per lo più .. Senza filtri, scenografia e copione quello che viene viene..
    La vecchia e cara tv era mitica: i nostri cartoni e telefilm, i nostri orari…molto spesso pure troppo ferrei. Le nostre corse per vedere la puntata seguente e le sere in silenzio con gli spasmi del Colpo grosso in tv …
    Molte reti non ci sono più ma sono rimaste nei nostri cuori. Non ho la tv !!!?? Questa battuta l’ho sentita tante volte da gente del settore; si vede era la mia risposta.
    Un problema della tv degli ultimi anni è stato farla fare da chi non la amava e conosceva.
    Rendendola sempre più simile al web …
    Ma in questa giornata a vedere tutte le pagine e spettacolo; vedere quanto ho vissuto attaccato a quello schermo
    Quanti artisti sono passati magari senza avere fama e soldi come influencer di oggi mi fa pensare che era anche tanto sacrificio e lavoro.
    Un prodotto d’immagine e audio oggi assente con lo standard telefonino…

    Una cosa però mi fa rallegrare; le repliche e you tube. Non si potrà tornare indietro ma rivivere ricordi che i nostri figli tra anni non avranno mai.

    La morale? Mai rimpiangere la vecchia tv mai fare vecchia tv ma andare a vederla su you tube”.

    (*Nella foto in evidenza un’immagine storica di una copia di TV Sorrisi e Canzoni del 1989… un’altra epoca rispetto ad oggi. Un altro mondo…)

  • City Angels: alla vigilia la preghiera interreligiosa con i senzatetto davanti alla Stazione Centrale

    City Angels: alla vigilia la preghiera interreligiosa con i senzatetto davanti alla Stazione Centrale

    “É un evento significativo ricco solidarietà, di fratellanza e di spiritualità, che organizziamo da 29 anni – dice Mario Furlan, fondatore dei City Angels – Saranno presenti i clochard della Stazione, alcuni dei quali dormono lì. E invitiamo i milanesi a partecipare a questo momento, che incarna lo spirito natalizio d’amore e d’unione”.

    A mezzogiorno si svolgerà la preghiera interreligiosa: pregheranno insieme Don Claudio Burgio, il sacerdote che nella sua comunità accoglie i giovani fragili e problematici; gli imam Maryan Ismail, Presidente dell’Unione Islamica Italiana, e Khaled Elhediny; i rabbini chazanim Valentino Yakov Cameroni e Vittorio Efraim Signorini; la pastora della chiesa evangelica metodista Sophie Langeneck; l’abate della chiesa greco ortodossa Padre Evloghios Legnazzi, insieme con i monaci ortodossi Padre Kirill e Padre Ionut; e il monaco buddista Cesare Milani. Per cercare non ciò che divide, ma ciò che unisce. E per portare un messaggio di speranza in questo momento così difficile per il mondo. “Pregheremo in particolare per il Medio Oriente, per l’Ucraina e per le donne iraniane” dice Furlan.

    Porteranno il loro saluto il Vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Milo Hasbani; il Presidente della Federazione Italiana Ebraismo Progressivo, Carlo Riva; il Presidente della Commissione bilancio della Regione, Giulio Gallera; e il Consigliere comunale Daniele Nahum. Saranno presenti il Presidente onorario dei City Angels, il Prof. Andrea Rangone; la Madrina, Daniela Javarone; e gli Ambasciatori dei City Angels Laura Bajardelli, Carmelo Ferraro, Donatella Lavizzari e Adolfo Vannucci.

    Dopo la preghiera, alle 12.30, verranno distribuiti pasti caldi (offerti dal ristoratore Mattia Bigi) e generi alimentari ai senzatetto. In particolare, Coop Lombardia donerà loro i suoi panettoni e il filantropo Adolfo Vannucci ne porterà uno da 5 chili. Nel frattempo il rocker testimonial dei City Angels, Omar Pedrini, canterà alcune delle sue canzoni.

    Sabato 6 gennaio a mezzogiorno, all’hotel Principe di Savoia, torna la Befana del Clochard: 200 senzatetto pranzeranno nell’albergo più lussuoso di Milano, serviti da personaggi istituzionali e da testimonial dei City Angels. Saranno presenti, in veste di camerieri, con la pettorina dei City Angels, i testimonial dei City Angels Enrico Beruschi, Alberto Camerini, Stefano Chiodaroli, Marco Ferradini, Tessa Gelisio, Candida Livatino, Leonardo Manera, Alviero Martini, Susanna Messaggio, Clara Moroni, Folco Orselli, Omar Pedrini, Alex Peroni, Cochi Ponzoni, Edoardo Raspelli, Memo Remigi, Rosmy, Ivana Spagna.

    Per quanto riguarda il mondo istituzionale, rappresentato in modo bipartisan, faranno da camerieri gli eurodeputati Angelo Ciocca, Maria Angela Danzì e Pierfrancesco Majorino; gli ex sindaci di Milano Gabriele Albertini e Letizia Moratti; gli onorevoli Paolo Grimoldi e Andrea Mascaretti; i consiglieri regionali Carlo Borghetti, Giulio Gallera e Lisa Noja; l’assessore comunale alla Sicurezza, Marco Granelli, e quello alla Casa, Pierfrancesco Maran; i consiglieri comunali Alessandro De Chirico, Diana De Marchi, Carlo Monguzzi, Daniele Nahum, Carmine Pacente, Gian Maria Radice, Monica Romano; ed Elisabetta Aldovrandi, garante della Regione Lombardia per le vittime di reato. Sono stati invitati il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e il Sindaco di Milano, Beppe Sala.

    Serviranno a tavola anche il Presidente onorario dei City Angels, il Prof. Andrea Rangone; la Madrina, Daniela Javarone; e gli Ambasciatori dei City Angels Laura Bajardelli, Sergio Cazzaniga, Bruno Dapei, Carmelo Ferraro, Donatella Lavizzari e Adolfo Vannucci.

    Suonerà la band degli Alta Moda.

    Per l’occasione arriverà da Montecarlo lo chef personale del Principe Alberto di Monaco, Christian Garcia, per preparare il pranzo per i clochard.

    I City Angels sono stati fondati a Milano nel 1994 da Mario Furlan, eletto nel 2018 “miglior life coach italiano” dall’Associazione Italiana Coach. Sono presenti in 21 città italiane e a Lugano, Mendrisio e Chiasso, in Svizzera, per un totale di oltre 600 volontari, di cui più della metà donne.

  • Il Natale a Trecate: successone per le iniziative di domenica 17 dicembre

    Il Natale a Trecate: successone per le iniziative di domenica 17 dicembre

    Numerose famiglie e tanti bambini sono stati protagonisti lo scorso 17 dicembre del ritrovo in piazza Cavour con le iniziative natalizie organizzate dalla Città di Trecate in collaborazione con le associazioni.

    Dalla mattinata e per tutta la giornata la Pro Loco ha organizzato un mercatino di hobbistica che ha animato le strade del centro. Dalle 15 i volontari hanno proposto “Babbo Natale in piazza”, incontro dei bambini con Babbo Natale, con foto ricordo e stampa delle foto, l’intrattenimento musicale in collaborazione con il coro “Don Milani” e una buona merenda con cioccolata calda offerta dall’Amministrazione, “che – ricordano il sindaco Federico Binatti e l’assessore al Commercio Rosa Criscuolo, presenti con il consigliere incaricato agli Eventi Tiziana Napoli, il consigliere incaricato allo Sport Michele Musone e il consigliere incaricato alla Viabilità Vincenzo Salerno – ha inoltre proposto momenti di animazione con le mascotte Minnie e Olaf”.

    I Giovani del Comitato della Croce rossa di Trecate hanno inoltre intrattenuto i più piccini con giochi e truccabimbi. Alle 17 momento clou con il lancio dei palloncini con le letterine a Babbo Natale.

    “Il pomeriggio è stato particolarmente riuscito – commentano a conclusione il sindaco e l’assessore – e per questo risultano dobbiamo ringraziare, oltre al personale del Comune, i volontari delle varie associazioni, che, con il loro impegno e il loro ammirevole lavoro, sono un partner fondamentale nella collaborazione che ha caratterizzato l’intero calendario di appuntamenti di queste settimane pre-natalizie.

    Grazie inoltre ai commercianti che, nel pomeriggio di domenica, hanno offerto al pubblico momenti di intrattenimento musicale all’esterno dei propri esercizi, una proposta che, insieme con il servizio di filodiffusione curato dall’associazione “Line-Out”, ha contribuito a rendere l’atmosfera ancora più festosa”.

  • Trecate, sabato 16 dicembre il Natale torna protagonista in città con tanti appuntamenti

    Trecate, sabato 16 dicembre il Natale torna protagonista in città con tanti appuntamenti

    Il Comitato genitori “Rodari” con il Nucleo festeggiamenti Acli del Quartiere Santa Maria e il supporto della Pro Loco, organizza dalle 14.30 alle 18, in piazzale Santa Maria, la prima giornata di “Aspettando il Natale”, con escape room per bambini e ragazzi e laboratori a tema natalizio.

    La Biblioteca civica aspetta tutti i bambini dalle 15 nei locali di villa Cicogna, dove si terrà l’evento “Biblioteca in festa… aspettando il Natale”, laboratorio ludico ed educativo tematico voluto e pensato per i più piccoli, che addobberanno un albero con decorazioni preparate dai giovani del Servizio civile che i bambini coloreranno durante il laboratorio. E’ inoltre prevista la realizzazione “in diretta” di un albero di carta omaggio per i partecipanti. Per tutti è prevista una merenda offerta dall’Amministrazione e un dono per i bambini.

    Sempre dalle 14, in piazza Cavour e nelle vie del centro storico, sarà presente, su iniziativa dell’assessorato al Commercio, un gruppo di zampognari, figure che fanno parte della tradizione natalizia, che si esibiranno proponendo le melodie tipiche del periodo Natalizio.

    Alle 20.30 concerto natalizio, nella chiesa di San Francesco, anche per l’Accademia musicale “Gino Badati”.

  • Il Natale a Corbetta: tra brindisi e  momenti di solidarietà

    Il Natale a Corbetta: tra brindisi e momenti di solidarietà

    E’ un Natale come di consueto dove accanto alle iniziative di feste e aggregazione l’Amministrazione di Corbetta non si dimentica di non lasciare indietro nessuno. In questo senso va la proposta “Dona un libro solidarietà per i bambini dell’Asilo Mariuccia”

    “Per tutta la settimana, infatti, durante gli orari di apertura della Biblioteca potrete portare uno o più libri per bambini e ragazzi da donare all’Asilo Mariuccia di Milano, per costruire una biblioteca per i loro piccoli ospiti.

    Le donazioni saranno ritirate la prossima settimana dagli operatori della Fondazione Asilo Mariuccia” spiega il sindaco Marco Ballarini.

    Intanto conto alla rovescia per il canonico scambio di auguri con la città. Anche a questo proposito precisa il primo cittadino: “Come ormai da tradizione invito con piacere al piccolo momento di festa e di scambio di auguri con la cittadinanza che si terrà sabato 16 dicembre alle 17.30 in sala polifunzionale (Piazza Primo Maggio)”.

    Al brindisi parteciperà tutta la Giunta cittadina.

  • Trecate: cena di gala con gli ‘Amici del ’52’ il prossimo 22 dicembre

    Trecate: cena di gala con gli ‘Amici del ’52’ il prossimo 22 dicembre

    Si terrà il prossimo 22 dicembre la cena di gala benefica organizzata dalla Città di Trecate in collaborazione con il Gruppo Amici 52 “con l’obiettivo – spiega il vicesindaco e assessore ai Servizi sociali Rossano Canetta – di raccogliere fondi per finanziare la ristrutturazione del campanile della chiesa di San Francesco, bene architettonico che rappresenta una testimonianza particolarmente importante della storia trecatese.

    La cena avrà inizio alle 19.30 nel salone delle feste di villa Cicogna. Alla serata è previsto anche l’intrattenimento musicale con Ignazio Cutrona e, secondo la miglior tradizione natalizia, una tombolata. Vorremmo che questo ritrovo fosse un momento di socializzazione, ma anche e soprattutto un modo condividere in maniera concreta un obiettivo comune che riteniamo particolarmente caro a chi ha a cuore la città”.

    Si ricorda che per partecipare sarà necessario telefonare all’Ufficio Servizi sociali al numero 0321.776392. Per l’iscrizione sarà necessario compilare e trasmettere alla mail trecate@postemailcertificata.it l’apposito modulo scaricabile dal sito internet del Comune al link
    http://www.comune.trecate.no.it/notizie/37-eventi-e-manifestazioni/10801-cena-di-natale

    Le adesioni saranno raccolte entro e non oltre il prossimo 20 dicembre.

  • Luigi Calabresi nel clima acido del ’68: un uomo giusto per il nostro tempo

    Luigi Calabresi nel clima acido del ’68: un uomo giusto per il nostro tempo

    A maggior ragione va quindi riscoperta la luminosa figura di quest’uomo, che san Giovanni Paolo II definì “eroico difensore del bene comune”.

    A cosa può servire raccontare la vita e le opere di un uomo tutto di un pezzo come il commissario Luigi Calabresi, martire negli anni di piombo. Ricordo che quando ero adolescente, in tv e sui giornali del tempo appariva con maglioni dolcevita, le basette lunghe, lo sguardo fiero e mediterraneo. E poi la sua “500”, le spranghe e le catene, i poliziotti, i cortei, gli insulti, il linciaggio a mezzo stampa, l’assassinio. Siamo negli anni del “68”, gli anni dell’ubriacatura ideologica, della lotta politica che degradava nella lotta armata, nelle stragi.

    “Le premesse di una stagione di contestazione e rivolta erano in incubazione e che il 1968 portò alla luce segnando l’inizio di un periodo che porterà negli anni successivi anche alla lotta armata con la creazione di diversi gruppi e movimenti che si muoveranno all’interno della cosiddetta “sinistra extra-parlamentare”. Scrive Enzo Peserico, uno studioso milanese prematuramente scomparso, in “Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, Terrorismo e Rivoluzione”, Sugarcoedizioni (Milano 2008) “La preparazione e l’avvio della lotta al sistema cominciò con l’occupazione di alcune università: in particolare a Trento, presso la facoltà di sociologia nacque quella che sarà la “fucina della rivoluzione” e questo grazie al contributo di studenti di area cattolica, convinti che la sintesi tra cristianesimo e rivoluzione fosse che il Regno di Dio doveva corrispondere al regno dell’uguaglianza teorizzato dal marxismo. Tra questi studenti di formazione cattolica il più importante fu Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse. Questa “meglio gioventù” – o gioventù bruciata – aprì lo scenario del terrorismo di sinistra in Italia ed è in questo modo che cominciarono a muoversi gruppi e sigle nel contesto dello stesso filone marxista-leninista.

    Comunque le BR costituiranno il “nucleo d’acciaio” di rivoluzionari che spenderanno la propria vita per il successo della Rivoluzione in perfetta sintonia con il ‘Che fare?’ di Lenin, «in cui s’ipotizza […] un gruppo di rivoluzionari di professione, che consacrano la loro vita alla rivoluzione e che operano interpretando le istanze del proletariato affinché esso prenda coscienza”.

    In questo clima inacidito si erge la figura di “un uomo che aveva il senso dello Stato, che credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, che aveva la responsabilità di uomo d’ordine”. Luigi Calabresi, con un’espressione antica, demodè, si definiva, “servitore dello Stato”, proprio in questo restò fedele fino alla morte per solo 270mila lire mensili, uno stipendio medio per quei tempi.
    Il commissario Luigi Calabresi era un fervente religioso, aveva scelto di lavorare nella polizia per vocazione, non tanto per lo stipendio, poteva fare benissimo altri lavori magari più remunerativi; nelle difficoltà, spesso ripeteva di essere nelle mani di Dio. In una discussione registrata del 1964, rispondendo a delle domande, aveva detto: “Se volessi intascare e magari spendere medaglie come questa non andrei in polizia, dove si resta poveri.

    Non andrei coltivando ideali buffi di onestà e di purezza. Purtroppo sono fatto in un certo modo, appartengo a un gruppo neanche tanto scarso di giovani che vuole andare controcorrente (…) In questo mondo neopagano, il cristiano continua a dare scandalo, perché il fine che persegue, lo scopo che dà alla sua vita non coincide con quello dei più”.
    Un libro racconta in maniera dettagliata la vicenda Calabresi, “Gli anni spezzati. Il Commissario. Luigi Calabresi”, di Luciano Garibaldi, Edizioni Ares, Albatross Entertainment S.P.A (2013). Peraltro da questo testo è tratta la fiction televisiva “Gli anni spezzati. Il Commissario”, andata in onda su Rai 1 ai primi di gennaio di quest’anno.

    “Luciano Garibaldi – scrive Marcello Veneziani nella prefazione – fu il primo giornalista che riuscì a far parlare in un’intervista su “Gente” la vedova di Luigi Calabresi, Gemma Capra(…)Garibaldi seguì negli anni la vicenda Calabresi con passione civile e rigore di cronista, ne fece una battaglia di principio e di verità storica. Anche grazie a testimonianze come la sua, a Calabresi fu data dal presidente Ciampi, con trentadue anni di ritardo la medaglia d’oro al valor civile. Un riconoscimento postumo, che si insinuava come una piccola parentesi nel fiume di parole, interventi, pressioni per la grazia a Sofri e Bompressi. Nell’immaginario collettivo del Paese, i martiri erano diventati loro, non Calabresi”.

    Veneziani evidenzia il grave episodio degli 800 intellettuali che hanno firmato un manifesto pubblicato da L’Espresso per delegittimare Calabresi. In pratica tutto l’establishment culturale, accademico, editoriale e giornalistico italiano, tra questi Alberto Moravia, Norberto Bobbio, Umberto Eco, Margherita Hack, nel manifesto-lettera, Calabresi veniva definito “commissario torturatore” e “responsabile della morte di Pinelli”. A tutti questi si aggiunse “(…)il Movimento nazionale giornalisti democratici, sorto nei pensatoi controllati dai partiti comunista e socialista, fonte inesauribile di autentica disinformazione e di ricostruzioni arbitrarie dei fatti, basate sulle fantasie più assurde e indimostrabili, vera sorgente alla quale si abbeveravano giornalisti che scrivevano sui quotidiani e sui settimanali più diffusi”.

    Per Garibaldi gli “Ottocento” sono i veri mandanti (im)morali, dell’uccisione del commissario, come vengono definiti in un capitolo del libro. Peraltro “costoro condannarono Calabresi senza disporre di un benché minimo indizio, dopo che la magistratura lo aveva prosciolto in un regolare processo, senza assolutamente chiedersi, prima di firmare, chi veramente fosse l’uomo che accusavano di assassinio, che indicavano – con l’autorevolezza dei loro nomi – al pubblico ludibrio e al linciaggio dei fanatici dell’estrema sinistra”. Poi bisogna anche dire che le istituzioni, come bene evidenzia la fiction televisiva, per certi versi hanno abbandonato al suo destino il povero commissario. Pertanto si può senz’altro sostenere con Garibaldi che “Lo Stato disertò. Gli “ottocento” firmarono. E, sulla base di quelle firme, Lotta Continua uccise”.

    Garibaldi racconta con passione, attento anche ai dettagli e alle sfumature, documentando la vicenda Calabresi. Ma soprattutto mostra con chiarezza la vera figura di Calabresi, la sua vocazione, la sua professionalità, “una fedeltà non a una carta, ma a uno stile, a una patria, a uno Stato. Che li mandava allo sbaraglio e poi si dimenticava di loro; e ciononostante, i cavalieri come Calabresi partivano alla carica”. Il libro inizia con una polemica nei confronti delle istituzioni che non hanno fatto abbastanza per i tanti caduti sotto la violenza politica negli anni di piombo, poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, che non hanno ottenuto giustizia. “sono ricordati con memore gratitudine da tutto il popolo italiano?

    Le loro famiglie hanno ricevuto sostegno che spettava loro? E lo stesso Luigi Calabresi, nonostante la generosità del figlio Mario che, con voce coraggiosa, scrivendo il libro “Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo”, edito da Mondadori nel 2007(…) ha davvero ottenuto giustizia?” Difficile affermarlo – scrive Garibaldi – se si pensa alle scritte ‘Calabresi Assassino’ comparse sui muri di Torino dopo la nomina di Mario Calabresi a direttore de ‘La Stampa’”.

    Probabilmente per alcuni è un passato che non vuole passare. Il commissario Calabresi fu assassinato da un commando di “Lotta Continua”, organizzazione comunista, il 17 maggio 1972 in Via Cherubini, proprio sotto casa a Milano, fu la prima vittima degli “anni di piombo”. Per questi rivoluzionari il commissario, era l’assassino di Giuseppe Pinelli, arrestato e interrogato per la strage della bomba presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969.

    In occasione del trentennale della sua morte, nel corso di una commemorazione, monsignor Francesco Salerno, segretario del Supremo Tribunale della segreteria Apostolica, diede lettura di un messaggio fattogli pervenire dal santo padre Giovanni Paolo II. Nel messaggio Papa Wojtyla definiva Calabresi “generoso servitore dello Stato e fedele testimone del Vangelo”, e ricordandone “la costante dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni”. Il Papa auspicava che il suo esempio potesse diventare “uno stimolo per tutti ad anteporre sempre all’interesse privato la causa del bene comune”. In conclusione Wojtyla assicurava per lui “particolari preghiere e invocando da Dio Padre misericordioso sostegno per la sua famiglia”.

    La vita di Calabresi rappresenta una storia esemplare, tanto che il suo ex confessore e padre spirituale, don Ennio Innocenti insieme all’organizzazione religiosa “Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis”, hanno avanzato la richiesta di un procedimento canonico di verifica dell’eroismo delle virtù del commissario Calabresi in considerazione della sua fede cristiana. Peraltro una proposta che ha trovato consensi ad alti livelli ecclesiastici.

    Garibaldi riporta il giudizio del cardinale Camillo Ruini: “Il suo sacrificio è degno della Chiesa di Roma, nel cui seno egli è stato educato. La fama dell’eroismo cristiano di lui, lungi dall’appannarsi in tutti questi anni, si è estesa e si è consolidata con testimonianze, studi e ripetute argomentazioni di laici, di sacerdoti e di Vescovi”.

    Peraltro, qualche giorno dopo l’assassinio del commissario, padre Virginio Rotondi, il fondatore del movimento “Oasi”, al quale il giovane Calabresi aveva aderito, fa una straordinaria testimonianza: “(…)E’ stato uno dei migliori giovani da me incontrati. Non l’ho mai sentito dire una parola ostile contro qualcuno; e quando sorprendeva me a dirla, mi guardava con aria di rimprovero. Nel vivo della polemica condotta contro di lui da una parte della stampa che lo accusava di aver ucciso l’anarchico Giuseppe Pinelli dopo la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, gli dissi più volte: ‘Ma perché non vai, per esempio, alla redazione di qualche giornale cattolico a farti conoscere personalmente, affinchè qualcuno prenda le tue difese e proclami l’inattendibilità assoluta delle accuse mosse contro di te?. ‘Non ce n’è bisogno’ mi rispose: ‘io sono tranquillo. Sono nelle mani di Dio. Faccio il mio dovere’”

    E quando don Innocenti chiamandolo al telefono, lo invitava ad essere prudente, tra l’altro, il commissario girava sempre disarmato, perché non intendeva rispondere alla violenza con la violenza, soprattutto quando si trattava di difendere la sua persona, gli disse: “Preferisco affidarmi solo a Dio”.

    Tra le tante testimonianze interessanti, c’è quella di Achille Serra, che era allora giovane collaboratore di Calabresi, successivamente diventerà questore di Milano, prefetto di Roma e deputato in Parlamento. Il Serra ha sempre ammesso di aver ricevuto gran parte della sua professionalità dal grande insegnamento di Luigi Calabresi: “Era un uomo colto, allegro, molto religioso, altruista”. Ancora dirà di lui: “(…)Rimasi affascinato dal suo modo di rapportarsi con i suoi uomini e con gli interlocutori. Di lui mi colpirono il carisma particolare, la voce bassa ma risoluta di chi non ha bisogno di urlare per essere ascoltato (…)Con i manifestanti, poi, Calabresi cercava sempre di instaurare un dialogo (…) Cercava di evitare sempre, finché possibile, lo scontro. Mi sembrava un eroe, un modello da prendere come esempio, un uomo di una umanità e di un coraggio come se ne vedono pochi. Concepiva la professione con la consapevolezza di doversi confrontare con persone che, per quanto colpevoli di azioni criminose, avevano comunque sempre una possibilità di riscatto”.

    Soprattutto in questi tempi di decadimento dei valori fondamentali, la figura di Calabresi potrebbe diventare “un punto di riferimento e un modello di comportamento. La sua è stata una parabola di un uomo che ha sacrificato la propria vita per difendere la società civile e il sistema democratico, con coerenza e coraggio”.

    Il libro di Garibaldi nelle Appendice & Documenti oltre alla prima intervista di Gemma Calabresi, pubblica l’articolo uscito su “La Nazione” che ha scritto Enzo Tortora, amico di Calabresi, proprio il giorno dopo uccisione del commissario. “Luigi Calabresi era un ragazzo di incredibile bontà, di un rigore morale, di uno scrupolo e di una umanità che lo allontanavano le mille miglia dal ruolo di ‘sbirro’ che certuni, per vile calcolo o per comoda polemica, gli avevano appiccicato addosso(…) Quando una volta gli chiesi, nel periodo più buio delle accuse, degli attacchi, degli insulti, come faceva a resistere, senza mai un cedimento di nervi, senza uno scatto, a quell’autentico linciaggio morale al quale era sottoposto, mi rispose sorridendo: ‘E’ semplice. Credo appunto in Dio. E credo nella mia buona fede. Non ho mai fatto nulla di cui io possa vergognarmi. E non odio nemmeno i miei nemici. Ho angoscia per loro, non odio. E’ una parola, ‘odio’, che non conosco”.

    Come si può dedurre il commissario è un santo, un eroe, un soldato cristiano, peraltro con queste caratteristiche è stato descritto in un altro testo che negli anni scorsi ho letto e recensito, “Luigi Calabresi. Un profilo per la storia”, di Giordano Brunettin, pubblicato da Scuola d’Arte “Beato Angelico” di Milano Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, Milano – Roma 2008). “Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le ‘assurdità’ cristiane – scrive monsignor Angelo Comastri nella prefazione – non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all’onestà.
    Per questo è stato ucciso; e, dopo l’uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole”. Calabresi conoscendo bene l’esortazione di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”(Lc 9, 23), di fronte alle alluvioni di ingiurie e minacce, confida solo in Dio.
    Qualcuno gli suggerisce il trasferimento in qualche altra città, ma lui risponde, che l’attacco è rivolto allo Stato non a me, quindi, “lo Stato non può fuggire. Non voglio che domani a qualcuno dei miei figli possano dire: tuo padre è fuggito”.
    Mario Càristo, paragona la vicenda Calabresi a quella di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia, “entrambi rigorosi e pacifici testimoni di Cristo in ambienti fortemente ostili e aggressivi, entrambi colpiti alle spalle dall’odio cui essi contrapponevano la civiltà dell’amore”.

    Sia per don Santoro che per Calabresi era difficile stare in quegli ambienti, ma bisognava stare era il Vangelo che l’imponeva.
    Il cardinale Fiorenzo Angelini definisce Calabresi una figura esemplare di servitore dello Stato, di marito e di padre, di credente convinto e credibile, e per chi non lo ha conosciuto, egli è un personaggio che è doveroso scoprire nella sua straordinaria levatura morale e spirituale.
    Il libro di Brunettin, ha un particolare merito per il cardinale, “presentare il Commissario Calabresi quale modello ideale anche per le giovani generazioni, che oggi, travolte da un vortice di informazioni approssimative che si riversano in tempo reale sugli schermi informatici, sono costrette, loro malgrado, ad ignorare il passato, sia pur recente, nel quale possono scoprire le radici di valori autentici degni di essere abbracciati e vissuti fino all’eroismo”. E in una stagione di emergenza educativa come la nostra, mi sembra un invito da prendere in considerazione.

    E un altro cardinale, Andrea Cordero L. di Montezemolo, dopo averlo indicato come esempio eroico del compimento del dovere e come testimone del Vangelo, si augura che il profilo fatto in questo libro, “venga letto da sempre più vaste cerchie di giovani, specie se essi sono a servizio della Legge e dello Stato, a dimostrazione dei perfetti fondamenti dell’educazione civile e delle ragioni indefettibili della speranza cristiana in qualunque situazione storica”. Anche se bisogna obiettare che probabilmente un lavoro del genere meritava essere pubblicato da case editrici più conosciute e presenti nel grande mercato dell’editoria.

    Qualche anno fa monsignor Giovanni D’Ascenzi sollecitava di valutare tutti i documenti e verificare se siamo di fronte ad un credente che ha vissuto la fede e l’amore del prossimo in maniera eroica e quindi si augurava che l’autorità ecclesiastica avviasse un processo canonico, perché sia riconosciuta l’eroicità delle virtù del commissario di Polizia Luigi Calabresi.
    Il professore Giuseppe Maria ha scritto che Calabresi ha “vissuto la vita nella imitazione di Cristo (…)il mondo, anche oggi, ha bisogno più di santi che di eroi. E Calabresi, uomo del nostro tempo, ha vissuto come sacrificio la sua vita, che è appunto l’eroismo della santità”.
    Pertanto mi sembra doveroso ripensare la straordinaria figura del commissario Calabresi, per riflettere sulla sua vita professionale, l’apostolato, la sua spiritualità ignaziana, la vita matrimoniale, come ha affrontato le insidie del mondo.

  • Ci siamo! Domenica l’Inter Club Magenta Nerazzurra1978 scende in campo per “LeAli”

    Ci siamo! Domenica l’Inter Club Magenta Nerazzurra1978 scende in campo per “LeAli”

    E’ partito il conto alla rovescia per “Andiamo in goal insieme oltre le barriere: Tifiamo per loro, tifiamo “LeAli” !

    Anche quest’anno, infatti, l’Inter Club Magenta Nerazzurra 1978 ‘Kalle Rummenigge’ , in occasione dell’arrivo del Natale ha pensato ad un’iniziativa speciale in cui legare la passione sportiva a quella per la vita e per la propria comunità. Così come accadde l’anno scorso per i ragazzi e le famiglia dell’Associazione ‘La Quercia’ (vedi foto in evidenza).

    L’appuntamento è per domenica 17 dicembre dalle 16,00 alle 18,30: “Vi aspettiamo numerosi – dichiarano a nome del Direttivo e di tutti i Soci il Presidente Luciano Cucco e il Segretario Operativo Oscar Fresina – l’evento si terrà in via Roma, presso la gelateria “Love & Gelato””.

    “Ad accogliervi ci sarà Babbo Natale, insieme agli Elfi e alla Fata nerazzurra – prosegue la Nota del sodalizio interista – Potrete gustare buonissimi waaffle, crepes, cioccolata calda e vin brulè”.

    L’intero ricavato della manifestazione andrà a sostegno dell’Associazione di Promozione Sociale “LeAli”

    L’invito finale è davvero oltre ogni barriera sportiva e di tifo, ma solo a fin di bene per la nostra Comunità che deve essere coi fatti sempre più inclusiva.

    “Scendi in campo con NOI, scendi in campo LeAlmente!”.

    Per i più piccoli ci sarà anche un piccolo pensiero creato dal Babbo Natale nerazzurro (Oscar Fresina ormai un professionista in questo ruolo).

    Vale la pena sottolineare come l’evento sia in collaborazione con “SOCCER FIVE MAGENTA” e “LOVE & GELATO” due realtà particolarmente sensibili a questo genere di tematiche e che hanno accolto con grande entusiasmo e favore la proposta lanciata dall’Inter Club.

    A breve vi aggiorneremo anche su un altro grande classico dell’Inter Club: ossia la Winter Cup Memoriale Peppino Prisco che tornerà grazie alla disponibilità della ASD Concordia Robecco e all’impegno in prima persona del presidente Luciano Cucco.

    La “Winter Cup” metterà ‘in palio’ l’ultimo posto per completare la griglia del Memorial Enrico Cucchi, altro torneo immancabile per i cuori nerazzurri magentini che si svolgerà in primavera.

  • Il Mediovero l’unica epoca che qualcuno definisce ‘buia’ che ci ha lasciato Cattedrali

    Il Mediovero l’unica epoca che qualcuno definisce ‘buia’ che ci ha lasciato Cattedrali

    “Luce del Medioevo”, di Regine Pernoud, è uno dei primi libri non scolastici che ho letto. Convinto che non eravate “in pensiero” per la mia presentazione, ho pensato di rileggerlo e presentarlo ai miei quattro lettori interessati.

    Sono tentativi di “rileggere” la Storia, in questo caso del Medioevo, epoca che ha spesso subito troppe deformazioni a cominciare dalle nostre scuole e università. Da troppo tempo in testi, anche autorevoli (?) “copia incolla” si ripete la solita “leggenda nera”, sul tema. Una leggenda, totalmente ideologica. A proposito di certi studiosi sul Medioevo, (tipo Le Goff, o Duby)la Pernoud sostiene che “preferiscono scrivere i loro libri sulla base di altri libri, piuttosto che verificare le fonti”.

    Il testo di Pernoud, è la migliore sintesi sui dieci secoli che dalla pseudo storiografia illuminista sono stati chiamati per disprezzo “Medioevo”. La storica francese per oltre quarant’anni ha studiato direttamente le fonti, i documenti per comprendere quei secoli tanto discussi, tanto che è stata chiamata “la signora Medioevo”.

    Io avevo letto l’edizione pubblicata da Giovanni Volpe nel 1978. Ora ho letto l’edizione di Piero Gribaudi anno 2000, curata da Marco Respinti. Presentata da monsignor Luigi Negri, con contributi finali di Massimo Introvigne, Marco Respinti e Marco Tangheroni.

    Merita un gesto di gratitudine, una grande maestra che ci ha rivelato il vero volto e il fascino della grande civiltà medievale. “Regine Pernoud, – scrive monsignor Negri – ha navigato contro corrente ed ha opposto al pregiudizio secolare sul Medioevo (è il titolo di uno dei suoi volumi più importanti) le linee di una riscoperta rigorosamente scientifica, appassionatamente critica, fino all’entusiasmo, della nostra comune eredità medievale”.

    La studiosa francese ci guida “passo dopo passo a prendere coscienza di tutti i tasselli che compongono il grande mosaico reale del Medioevo cristiano: dalle personalità dei santi, dei guerrieri, delle donne, all’ambito della vita famigliare, al coniugarsi delle varie forme di esperienza ecclesiale, all’irresistibile energia della grande cultura e della grande arte, in cui la civiltà medievale ha racchiuso il suo messaggio per gli uomini di tutti i tempi, quindi anche di questo tempo”.

    La Luce del Medioevo è la fede che lentamente ha impregnato tutte le cose, fino a creare la civiltà cristiana medievale che ha richiesto un lungo cammino. Attenzione, monsignor Negri precisa che il Medioevo non è la forma definitiva della fede e dell’impegno cristiano alla missione e quindi alla civilizzazione e certamente non è “la creazione sulla terra definitiva del Regno di Dio che deve venire”. E’ sicuramente una testimonianza, nella varietà delle forme, un tentativo che i popoli europei di allora hanno ogni giorno fatto per costruire una vera società cristiana.

    Il testo della Pernoud è composto di 13 capitoli, con un dizionarietto finale del Medioevo convenzionale. Con tre appendici alla nuova edizione.
    Torniamo al testo che mette in discussione intanto il termine appiccicato a mille anni di Storia. Non è possibile definire così tanti secoli come un semplice passaggio tra l’Antichità e il Rinascimento. Come un qualcosa di cui sbarazzarci al più presto e passare subito alla civiltà susseguente. Naturalmente seguendo le pagine dell’opera questa tesi dell’età di mezzo viene egregiamente confutata dalla studiosa francese. Basterebbe accennare alla completa scomparsa della schiavitù in questi secoli, ( il servo non era considerato come lo schiavo dell’antichità).

    Il primo argomento affrontato dal libro è “L’organizzazione sociale”. Per troppo tempo si è classificata la società medievale con la classica e rigida, fittizia e superficiale divisione in tre ordini: clero, nobiltà e terzo stato. “Nulla di più lontano dalla realtà storica”.

    E’ una suddivisione che può essere attribuita all’Ancien Regime, al XVII e XVIII secolo. Se vogliamo affrontare il tema dei privilegi, secondo Pernoud, nel Medioevo si ebbero privilegi sia alla sommità che alla base della scala sociale. “Considerare solamente i privilegi della nobiltà e del clero significa farsi un’idea completamente falsa dell’ordinamento sociale”. Per capire la società medievale occorre studiare l’organizzazione della famiglia, è questa la “chiave” del Medioevo. Tutti i rapporti si rifanno al modello familiare, quello che contava non era l’ammontare della popolazione, ma dei “focolari”.
    Il secondo argomento affrontato dalla Pernoud è “Il vincolo feudale”.

    Il Medioevo “è una società che vive secondo un modello sociale completamente diverso dal nostro, di cui la nozione di lavoro salariato, e in parte addirittura quella di denaro, sono assenti o del tutto secondari”. La base dei rapporti umani è la fedeltà da una parte e la protezione dall’altra. L’autorità non era concentrata in un solo punto (organismo o individuo) veniva ripartita sull’insieme del territorio.

    E qui la Pernoud si attarda sul rapporto tra il re e il feudatario, il giuramento sui Vangeli, l’atto sacrale, l’onore. Rinnegare un giuramento, secondo la mentalità medievale è la peggiore mancanza. In questo rapporto, nel cerimoniale, il rito trionfa. Nel Medioevo, la persona era valorizzata. Si valorizzava esclusivamente gli accordi da uomo a uomo. Certo “concepire una società basata sulla fedeltà reciproca era certamente audace: come ci si può immaginare, ci furono degli abusi, dei tradimenti; le lotte dei re contro i vassalli recalcitranti ne fanno prova”. Tuttavia, “per più di cinque secoli la fede e l’onore rimasero la base essenziale, la ossatura dei rapporti sociali”.

    In questo periodo centrale diventa il feudo e la sua difesa, in particolare dei suoi abitanti. Essere nobili comporta onori ma anche obblighi. A proposito dei nobili Regine Pernoud fa una riflessione interessante: il grave errore di strappare i nobili dalle loro terre, li ha portati ad abbracciare le idee illuministe, l’irreligiosità di Voltaire degli enciclopedisti che portarono Luigi XVI al patibolo.
    Il terzo capitolo (La vita rurale) in questa sezione si esamina la questione della servitù, differente dalla schiavitù, del possesso della terra, i cosiddetti uomini liberi del Medioevo. Anche qui attenzione a non guardare l’epoca storica con gli occhi del nostro tempo. Gli uomini liberi delle città, ma anche molti contadini sono liberi, chiamati villani, colui che abita un podere, una villa.

    La questione servi, è stata spesso fraintesa, spesso il servo viene confuso con lo schiavo dell’antichità. Della schiavitù, fondamento della società antica, non si trova nessuna traccia nella società medievale. “La condizione del servo è completamente diversa da quella dell’antico schiavo: lo schiavo è un oggetto, non una persona; è sotto la potestà assoluta del padrone che ha su di lui diritto di vita e di morte; gli è preclusa ogni attività personale, non ha famiglia, né sposa, né beni”.

    Al contrario secondo Pernoud, il servo, “è una persona e non un oggetto, e come tale lo si tratta. Ha una famiglia, un’abitazione, un campo e quando gli ha pagato ciò che gli deve, non ha più obblighi verso il suo signore”. Insiste la Pernoud nel descrivere la situazione del cosiddetto servo, “egli non è affatto sottomesso a un padrone, è vincolato a un feudo: il che non è una servitù personale, ma una servitù reale. L’unica restrizione alla sua libertà è che non può lasciare la terra che coltiva”.

    Comunque sia da questa situazione secondo la studiosa francese, può essere intesa, una limitazione, però che ha dei vantaggi: “se non puoi la sciare il fondo che hai in godimento, questo non gli può nemmeno essere tolto”. Pertanto, secondo gli storici dell’epoca, i servi, “hanno il privilegio di non poter essere rimossi dalla loro terra”.

    Aggiunge la Pernoud, oggi di fronte alla disoccupazione diffusa potrebbe rappresentare, una specie di garanzia contro la disoccupazione.
    Il vincolo con la terra secondo la Pernoud, rivela molto della mentalità medievale, anche il nobile per certi versi “ha gli stessi obblighi del servo poiché anche lui non può in nessun caso alienare il suo possesso o in qualche modo disfarsene: agli estremi della gerarchia si ritrova la stessa esigenza di stabilità […]”.

    La Pernoud insiste nella sua tesi: il contadino francese, “tenuto per secoli sullo stesso fondo, senza responsabilità civili, senza obblighi militari, è diventato il vero padrone della terra […]”. la leggenda del contadino miserabile, incolto, disprezzato, come viene descritto nei manuali scolastici, non viene accettata dalla studiosa francese. Certo il contadino nel Medioevo ha sofferto quanto l’uomo in tutta la storia dell’umanità. Ha subito le conseguenze delle guerre, la carestie, la peste etc. Tuttavia la figura del contadino è presente, prevale in tutto il Medioevo. Il lavoro nei campi è il tema più comune, il contadino appare nella sua autentica vita.

    Segue il tema della Vita urbana. L’uomo medievale nell’XI secolo si sposta dal feudo alla città. E questo accade quando i mestieri e il commercio prendono piede. “L’evoluzione di una città nel Medioevo è uno degli spettacoli più affascinanti della storia […]”. Città mediterranee, come Marsiglia, Arles, Avignone o Montpellier, rivaleggiano in audacia con le grandi città italiane. A poco a poco acquistano le libertà necessarie per il loro sviluppo. Ogni città aveva le loro usanze, i loro costumi, c’era tanta varietà, che dava al Paese un aspetto gradevole e molto seducente.

    Il commercio si sviluppa perchè sono state indette le Crociate. Così si acquista nuovo vigore i rapporti con l’Oriente. Per la scrittrice francese inizia una epopea, fatta di commerci, di fondachi, piccole città, con la loro cappella, bagni pubblici, magazzini, fino ai castelli. Non posso dilungarmi nella descrizione, ma c’è un episodio interessante raccontato dalla Pernoud, che non conoscevo. San Luigi, il re “aveva intravisto una possibilità di alleanza con i Mongoli, che, se fosse stata realizzata, avrebbe forse cambiato completamente il destino del mondo orientale e occidentale”. Poi la sua morte improvvisa, la ristrettezza di vedute dei suoi discendenti, alla fine tutto è svanito. Intanto precisa Pernoud, “solo i Mongoli potevano opporre una barriera efficace all’Islam; essi cercarono l’alleanza con i Franchi e protessero i cristiani nel loro impero”.

    La Monarchia nella società medievale appare come un organismo completo paragonabile a quello umano: con una testa, un cuore e delle membra. I tre ordini, nobiltà, clero e terzo stato, più che disuguaglianze rappresentano, un sistema di ripartizione delle forze, di divisione del lavoro. Tuttavia, chiarisce la Pernoud, nel Medioevo non c’era posto per un regime autoritario o per una monarchia assoluta. Le caratteristiche della monarchia medievale sono interessanti perché ognuna di esse offre la soluzione di un particolare problema.

    Nel capitolo sui Rapporti Internazionali, si descrive l’organizzazione dell’Europa, che non è né impero, né una federazione: è la Cristianità. E qui naturalmente c’è il ruolo della Chiesa e del Papato, fattori essenziali per l’unità europea. Sempre con la distinzione e non separazione dei due poteri temporale e spirituale. “Siamo abituati a considerare l’autorità spirituale e l’autorità temporale due potenze nettamente distinte […]”.

    L’ingerenza della Chiesa nelle cose temporali è stata giudicata negativamente, ma spesso sono stati gli stessi principi e popoli a volerla, perché credenti, e quindi vogliono confermare la loro autorità e i loro diritti dalla Chiesa un potere super partes. Tuttavia, è innegabile che vi siano stati degli abusi, da parte della Santa Sede, ma anche del potere temporale. Comunque grazie alla Cristianità, l’Europa non si è trasformata in un campo di battaglia.

    A questo proposito la Pernoud approfondisce la questione della guerra, con le frequenti Pace di Dio e Tregue per le tante feste religiose, e poi la guerra era riservata solo a chi era preparato a battersi. Molti erano esentati dal partecipare alle guerre. Molto spazio è dedicato alla cavalleria e al cavaliere, il prototipo del combattente e dell’uomo medievale, ubbidiente alla Chiesa, rispettoso delle sue leggi, devoto a San Michele e a San Giorgio.

    La storia della Chiesa è intimamente legata a quella del Medioevo in generale. Non si può capire l’epoca se non si possiede qualche conoscenza della Chiesa. Carlo Magno ha capito subito dell’importanza e dell’organizzazione della Chiesa. Certo i rapporti tra i due poteri non erano privi di rischi come abbiamo visto poi con le lotte per le investiture. L’unico rimprovero, secondo la studiosa francese che si può fare al clero medievale è di non aver saputo dominare la propria ricchezza. Ma ecco subentrare i monaci benedettini e poi i francescani e domenicani che lavorato contro gli abusi presenti all’interno della Chiesa.

    L’insegnamento nel Medioevo si è sviluppato intorno alla parrocchia o al monastero. Ogni chiesa ha vicino una scuola. Talvolta queste scuole sono private, nate dall’associazione degli abitanti di un villaggio, che mantengono un maestro per istruire i fanciulli. L’insegnamento è gratuito per i poveri e a pagamento per i ricchi. Molte sono le figure importanti nate in famiglie povere. Le università sono creazioni ecclesiastiche, create dal Papato, hanno un carattere completamente ecclesiastico: i professori appartengono tutti alla Chiesa, due nomi per tutti: san Bonaventura e San Tommaso d’Aquino. L’università un mondo variegato, con una lingua comune, il latino, l’unica parlata all’università. Le università sono state il grande orgoglio del Medioevo, ma anche il sapere ha un posto rilevante: “muore giustamente senza onore chi non ama i libri”, recitava un proverbio.

    C’era un appetito di sapere, scrive Pernoud. Continuando la presentazione, salto le pagine delle Lettere, a questo punto devo fare delle scelte. Passo alle Arti, un tema centrale per l’epoca medievale, che apprezzo più di altri. “Il Medioevo ignora l’arte per l’arte”, già questo potrebbe innescare una serie di discussioni. In questa epoca si è ancorati all’utilità, che determina tutte le creazioni. Ma questo no va a discapito della bellezza dell’opera. Ogni costruzione a cominciare dalle chiese e poi i castelli, subiscono modifiche per rendere più utile la costruzione. L’espressione più completa dell’arte medievale in Francia, si trova nella sua architettura, nelle sue cattedrali, dove il Medioevo ha espresso tutta la sua anima.

    Naturalmente la nostra studiosa dedica molto spazio alla cattedrale in stile gotico, una specie di miracolo, dove c’è una varietà spettacolare, infatti, sembrerebbe una costruzione disordinata, senza regole precostituite. Per alcuni storici, il Medioevo amava il buio, falso: nelle cattedrali medievali l’architetto si preoccupava di avere santuari luminosi, immense vetrate che dovevano far passare il sole e illuminare sempre meglio lo splendore delle celebrazioni religiose.

    Il mondo medievale era colorato, basta vedere le vetrate delle cattedrali di Chartres, di Saint-Denis. Nulla è lasciato al caso: la bellezza deve coniugarsi con l’utilità. Ogni dettaglio aveva la sua importanza, ogni statua, tutte hanno un significato e costituiscono un simbolo, un segno. Il simbolismo delle cattedrali va studiato, approfondito.

    La Pernoud insiste sull’aspetto del colore, colpisce nel costume del Medioevo. “Lo spettacolo della strada doveva essere allora un incanto per gli occhi: ornamento di facciate dipinte e insegne rutilanti, il movimento di questi personaggi tutti vestiti di colori vivaci, uomini e donne, […]

    Nel mondo moderno non si può in alcun modo immaginare simile festa di colore, se non in quelle sfilate, che non molto tempo fa conosceva l’Inghilterra, in occasione del matrimonio di un principe o dell’incoronazione di un re e in certe cerimonie ecclesiastiche come quelle che si svolgono in Vaticano”. Il 3 settembre scorso ho visto per la prima volta il “Palio di Asti”, una manifestazione dove essenzialmente si rievocano alcuni passaggi della vita medievale della città e mentre assistevo alla sfilata dei circa milleduecento figuranti in costume medievale, con tutti quei colori che accenna la Pernoud, pensavo chissà se tutta questa gente cosa pensa del Medioevo, o se ha qualche conoscenza di quell’epoca in modo corretto come l’ha descritta la grande studiosa Regine Pernoud.

    Chiusa parentesi. Salto il tema delle Scienze e passo alla vita quotidiana.
    La studiosa si sofferma sulla costruzione e disposizione delle strade nei villaggi, nelle città. Le case si aprono sulla strada; è il segno di una vera rivoluzione nei costumi. La strada diventa un elemento della vita quotidiana – come era in passato l’agorà – o il gineceo. Tutti i bottegai espongono la loro mercanzia all’aria aperta. Lo studio di Regine Pernoud, prende in considerazione tutti gli aspetti delle città medievali (le fogne, le latrine, le sale da bagno, la cura della salute pubblica, le campane delle chiesa, le case). Il Medioevo è stato un’epoca di igiene e pulizia. L’Abbazia romanica di Cluny, che risale all’XI secolo, aveva non meno di dodici sale da bagno.

    E poi l’arte culinaria, le tradizioni della gastronomia, certamente l’uomo medievale non era un perpetuo “morto di fame” come è stato rappresentato spesso nei manuali scolastici.
    L’ultimo intervento è su “La mentalità del Medioevo”. I nostri antenati pare che hanno avuto come caratteristica il senso dell’utilità, il senso pratico in tutti i campi. Anche la bellezza deve essere collegata all’utilità. C’è orrore per l’astrazione, per l’ideologia. Due preoccupazioni coinvolgono gli uomini: la casa e il pellegrinaggio.

    I medievali nonostante il loro legame con il territorio, furono sempre in continuo movimento. Abbiamo assistito a grandi spostamenti di folle, ad una circolazione intensa, che non si è vista in altre epoche storiche. Basti pensare alle Crociate, ai pellegrinaggi verso Roma, San Giacomo di Compostella. Una febbre del viaggiare, che fa del mondo medievale un mondo in marcia. Pernoud sottolinea a questo proposito come il giovane all’età di quattordici o quindici anni, si allontana dalla propria famiglia per fondarne una sua. Nel Medioevo ovunque brilla, la gioia di esistere, un’epoca in cui seppe apprezzare le cose semplici, sane e gioiose: il pane, il vico e l’allegria.

  • Un viaggio alla ricerca della storia agricola di Trecate

    Un viaggio alla ricerca della storia agricola di Trecate

    “Con “Le cascine di Trecate” l’Amministrazione prosegue nell’opera di valorizzazione della nostra realtà e della sua principale e storica vocazione avviata con il volume “Trecate agricola”. Un percorso fatto di tradizioni ma anche di quelli che oggi possiamo definire veri e propri monumenti e testimonianza storica del passato di Trecate”.

    Il sindaco Federico Binatti e l’assessore all’Agricoltura Fortunata Patrizia Dattrino presentano con queste parole “Le cascine di Trecate: cattedrali della fertilità”, “una pubblicazione tascabile, frutto di un progetto che il Settore Agricoltura ha portato avanti insieme con l’Agenzia di accoglienza e promozione turistica locale “Terre dell’Alto Piemonte” di Novara. Si tratta di una guida che racconta e ci conduce verso luoghi particolarmente cari alla nostra comunità: ventisei cascine raccontate e descritte grazie alle ricerche storiche curate da Franco Peretti, che ringraziamo per la preziosa collaborazione così come ringraziamo Franco Racca per le immagini, Carlo Mittino per la consulenza tecnica e Vincenzo Macaluso per il supporto informatico”.

    L’assessore Dattrino sottolinea che “nella pubblicazione le cascine vengono definite “cattedrali della fertilità”: del resto le cascine, proprio come le cattedrali, hanno storicamente richiamato attorno a sé molte persone, che, non avendo sufficienti mezzi per il proprio sostenta-mento, sceglievano un’impostazione collettiva e solidale sotto la guida di un personaggio riconosciuto capace di organizzare il lavoro agricolo su aree molto vaste.

    Oggi la situazione è cambiata, ma le cascine sono tuttora testimonianza del passato sul quale si è fondata la crescita economica della città che vede oggi l’impegno di giovani agricoltori, discendenti in alcuni casi di coloro che, con tanto lavoro e altrettanti sacrifici, hanno fondato e che hanno vissuto in queste cascine. Sono proprio loro che, con passione e nel segno del progresso e dell’innovazione, continuano a misurarsi con l’attività agricola”.

    II sindaco e l’assessore rimarcano infine che ” “Le cascine di Trecate: cattedrali della fertilità” vuole essere una forma di ringraziamento a queste persone, alle quali l’Amministrazione ha riservato anche in tempi recenti attenzione e vicinanza in momenti resi difficili da eventi particolari, come ad esempio il maltempo o la siccità. Un atteggiamento di collaborazione, disponibilità e riconoscenza, un appoggio – concludono – che non verrà mai meno da parte nostra”.