{"id":621428,"date":"2023-07-30T20:00:16","date_gmt":"2023-07-30T18:00:16","guid":{"rendered":"https:\/\/ticinonotizie.it\/?p=426812"},"modified":"2023-07-30T20:00:16","modified_gmt":"2023-07-30T18:00:16","slug":"vittorio-emanuele-iii-il-re-discusso-dalla-monarchia-allitalia-unita-di-domenico-bonvegna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/?p=621428","title":{"rendered":"Vittorio Emanuele III: il re discusso dalla Monarchia all&#8217;Italia unita &#8211; Di Domenico Bonvegna"},"content":{"rendered":"<p>&#8220;Nonostante i miei pensieri sono altrove, e non solo per le non vacanze, tento di fare una presentazione del documentato libro del professore Aldo Alessandro Mola, \u201cVita di Vittorio Emanuele III 1869-1947. Il re discusso\u201d, (Bompiani, 2023; pag. 581; e.22). Testo che il professore ha presentato dialogando con il giornalista Diego Rubero, direttore de Il Giornale del Piemonte e della Liguria, presso l&#8217;Auditorium del Circolo Unificato dell&#8217;Esercito in Corso Vinzaglio a Torino il 21 giugno scorso con la partecipazione di un attento e nutrito pubblico, tra cui il sottoscritto&#8221;.<\/p>\n<p>Aldo Mola \u00e8 uno dei massimi esperti di Storia della Monarchia nella storia dell&#8217;Italia unita, non condanna n\u00e9 assolve il discusso sovrano, documenta in modo attento e preciso la vita del sovrano, figlio di Umberto I, assassinato a Monza dall&#8217;anarchico Bresci.<br \/>\nIl testo si compone di XIV capitoli con una appendice. All&#8217;inizio troviamo una Cronologia sommaria del lungo Regno di Vittorio Emanuele III, che fu re d&#8217;Italia dal 1900 al 1946, imperatore d&#8217;Etiopia (1936-1943) e re d&#8217;Albania (1939-1943). Sal\u00ec al trono all&#8217;assassinio del padre Umberto I, \u00e8 stato protagonista in tutte le azioni politiche, ideologiche e militari della prima met\u00e0 del secolo XX. Per molti storici il \u201cpeccato mortale\u201d del re, fu quello di dare l&#8217;incarico nel 1922 a Benito Mussolini e quindi al suo regime. E&#8217; da addebitare a lui il regime? Si chiede Mola.<br \/>\n\u201cSe cos\u00ec fosse , proporre il profilo di un sovrano &#8216;passato in giudicato&#8217; parrebbe quanto meno un azzardo. Ma se non ora quando? Cent&#8217;anni dopo se ne pu\u00f2 parlare, documenti alla mano\u201d.<br \/>\nInfatti, a Vittorio Emanuele III, gli \u201cfurono addebitate molte &#8216;colpe&#8217;, &#8211; scrive Mola \u2013 fra le tante ne ricorrono soprattutto quattro, tutte assai gravi: l&#8217;intervento dell&#8217;Italia nella Grande guerra a fianco della Triplice intesa anglo-franco-russa (24 maggio 1915); l&#8221;avvento del fascismo&#8217; e il silenzio dopo il rapimento e la morte di Matteotti (1922-1924), che apr\u00ec la strada alla &#8216;dittatura&#8217; personale di Mussolini, al &#8216;partito unico&#8217; e al regime autoritario, da alcuni classificato totalitario; la emanazioni delle &#8216;leggi razziali&#8217; (dette anche \u201crazziste\u201d), in specie contro gli ebrei (1938); la stipula della resa senza condizioni annunciata come armistizio l&#8217;8 settembre 1943, la &#8216;fuga&#8217; da Roma e l&#8217;abbandono delle forze armate, esposte senza direttive chiare alla vendetta dei tedeschi\u201d.<br \/>\nAndiamo a vedere nei particolari queste quattro \u201ccolpe\u201d di Vittorio Emanuele III. Cominciamo con l&#8217;intervento in guerra dell&#8217;Italia del 1915.<br \/>\nPer il professore Mola, le valutazioni sulla guerra sono contrastanti sul merito e sopratutto sul metodo. In pratica \u201cil Parlamento, nella stragrande maggioranza contrario all&#8217;intervento, venne forzato a subirlo e si pieg\u00f2\u201d. Fu un immane conflitto, sono intervenuto sul tema, presentando alcuni studi di autorevoli studiosi della Grande guerra. A giudizio del premier inglese David Lloyd George, fu la peggiore catastrofe dopo il diluvio universale, che spazz\u00f2 via gli imperi russo, turco-ottomano, austro-ungarico e germanico. I sovrani di questi imperi o furono uccisi oppure mandati in esilio. <\/p>\n<p>L&#8217;Italia rimase l&#8217;unica monarchia nella terra ferma europea.<br \/>\nRitornando all&#8217;entrata in guerra, in un primo momento l&#8217;Italia rimane neutrale, ma questo secondo Mola non era ben visto n\u00e9 della triplice alleanza che la legava a Berlino e Vienna, ma neanche a quella anglo-franco-russa, che dominava il Mediterraneo e stava minacciando le coste italiane. Pertanto l&#8217;Italia secondo il pensoso Ferdinando Martini, per la sua posizione strategica, non poteva non fare la guerra. Anche se tutto faceva pensare che per ripianare le spese della guerra in Libia e per avvicinare il Mezzogiorno arretrato al Nord pi\u00f9 sviluppato, \u201cl&#8217;Italia aveva bisogno della pace\u201d.<br \/>\nDopo tante trattativa il governo scelse di scendere in guerra a fianco della Triplice Intesa, confidando che il conflitto terminasse entro l&#8217;estate. Cos\u00ec il re, il governo Salandra il 23 maggio dichiarano guerra all&#8217;Impero austro-ungarico, affidando il comando supremo al capo di stato maggiore generale Luigi Cadorna.<br \/>\n In pratica il re e il governo si sono arresi alla piazza, a chi sosteneva, \u201cO la guerra o la rivoluzione\u201d. Erano \u201calcune minoranze rumorose (nazionalisti, repubblicani, settori dei radicali e di socialisti rivoluzionari&#8230;) chiedevano a gran voce di agire armi alla mano, come prova di virilit\u00e0, per ottenere il &#8216;confine naturale&#8217;\u201d.<br \/>\nInoltre a favore della guerra c&#8217;erano quelli che agivano al \u201ccoperto\u201d, come il caso del Grande Oriente d&#8217;Italia e della carboneria. Il testo di Mola descrive i vari passaggi degli interventisti come hanno strategicamente scatenato le piazze per convincere il governo ad entrare in guerra contro l&#8217;Austria-Ungheria. A capo dei rivoltosi c&#8217;era il vate, Gabriele D&#8217;Annunzio. Il 5 maggio a Quarto di Genova, gli interventisti organizzano una manifestazione per ricordare simbolicamente i Mille di Garibaldi. \u201cD&#8217;Annunzio era il pi\u00f9 facinoroso fautore dell&#8217;interventismo, dopo l&#8217;orazione di Quarto per lo scoprimento del monumento ai Mille fu vezzeggiato da rappresentanti delle istituzioni quasi fosse un padre della patria\u201d.<br \/>\n Ma c&#8217;erano anche altre manifestazioni imponenti contro la guerra, scrive Mola. A questo punto \u201cil Governo italiano si trov\u00f2 tra l&#8217;incudine e il martello. Aveva bisogno del consenso del Parlamento, ma per ottenerlo doveva scatenare la &#8216;piazza&#8217;, intimidire i rappresentanti della nazione, metterli con le spalle al muro e ottenere i pieni poteri\u201d.<br \/>\nIntanto l&#8217;ex presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, fautore della neutralit\u00e0, al suo arrivo alla stazione di Roma, viene accolto con ostilit\u00e0 dai manifestanti che lo seguono fino al portone di casa. Sostanzialmente gli interventisti eccitati da Gabriele D&#8217;Annunzio invocano il \u201cfuoco purificatore\u201d della guerra, assalirono l&#8217;abitazione di Giolitti, che fu costretto a lasciare Roma, per poi ritirarsi a Cavour. Non solo ma nel \u201cmaggio radioso\u201d, prevalgono i pi\u00f9 aggressivi e cos\u00ec si espone il 15 maggio 1915, nella Galleria Vittorio Emanuele a due passi del Duomo di Milano, un macabro trofeo: la testa mozzata di Giolitti.\u201cIl messaggio era chiaro \u2013 scrive Mola \u2013 tagliare la testa dello statista piemontese per piegare quelle degli esecrati pacifisti, &#8216;neutralisti&#8217;, &#8216;parecchisti&#8217;, &#8216;panciafichisti&#8217;, tutti dipinti quali traditori della patria\u201d. Il tutto con la compiacenza della maggioranza della stampa di allora. <\/p>\n<p>Inoltre in quei giorni alcuni parlamentari \u201cscomodi\u201d, favorevoli alla trattativa diplomatica a oltranza per ottenere il pi\u00f9 possibile dall&#8217;impero austro-ungarico, divennero bersaglio di invettive, minacce, assedio delle loro case e di aggressioni. Secondo Mola, queste rivolte del \u201cmaggio radioso\u201d hanno iniziato quella \u201cguerra civile\u201d strisciante, destinata a imperversare nei decenni seguenti. Il risultato per Mola \u201cfu l&#8217;eclissi della Corona quale istituzione super partes, garante della correttezza della dialettica politico-parlamentare\u201d. <\/p>\n<p>Pertanto secondo lo storico cuneese, \u201cL&#8221;idea di Italia&#8217; e la sua &#8216;storia&#8217; furono confiscate da una minoranza rumorosa, che classific\u00f2 gli avversari quali nemici, li denunci\u00f2 all&#8217;opinione pubblica come traditori, ne chiese e pretese l&#8217;eliminazione e si erse a depositaria dei &#8216; destini&#8217; nazionali\u201d.<br \/>\nDunque scrive Mola, \u201cla &#8216;piazza&#8217; prevalse sul Parlamento, che ne usc\u00ec umiliato [&#8230;]\u201d. L&#8217;entrata in guerra dell&#8217;Italia per lo storico Luigi Salvatorelli, rappresenta il primo dei tre colpi di Stato messi a segno da Vittorio Emanuele III nel corso del suo regno. Per Salvatorelli, \u201cil re abus\u00f2 tre volte della potest\u00e0 statuaria a danno del Parlamento e della libert\u00e0 dei cittadini organizzati o meno in partiti\u201d. La prima volta con l&#8217;entrata in guerra; la seconda, \u201ccon l&#8217;incarico a Benito Mussolini &#8216;colpevole&#8217; di formare il governo il 30 ottobre 1922; infine il 25 luglio 1943, quando revoc\u00f2 il duce e nomin\u00f2 Pietro Badoglio capo del governo per salvare la monarchia a costo di affondare il Paese\u201d. Per rispondere a queste tesi, il professore Mola cerca di tracciare quali fossero i veri poteri del sovrano e verificare come li abbia impiegati. Naturalmente io qui mi fermo, vi lascio alla lettura del libro. E continuo con il seconda colpa addebitata a Vittorio Emanuele III, che per alcuni \u00e8 la peggiore.<br \/>\nGoverno Mussolini.<\/p>\n<p>Secondo lo storico Antonino Repaci, il re oltre ad essere il principale \u201ccolpevole\u201d dell&#8217;ingresso dell&#8217;Italia  nella Grande Guerra, fu anche dell&#8217;avvento di Mussolini al potere in Italia. Tra il 1918 e il 1922 si susseguirono ben sette governi e una girandola di ministri e sottosegretari, era ritornato al governo anche Giolitti, che poi fu costretto a gettare la spugna. Alla fine il re per scongiurare una guerra civile, fu costretto a varare un governo di coalizione costituzionale il 31 ottobre, presieduto da Mussolini, comprendeva tre fascisti, nazionalisti,liberali, demosociali ed esponenti del Partito popolare italiano, come il futuro presiedente della Repubblica Giovanni Gronchi. A nome dei popolari Alcide De Gasperi approv\u00f2 il nuovo governo, che 306 voti a favore e 117 contrari alla Camera, 184 si e 19 no al Senato (dove c&#8217;era un solo iscritto al PNF). Un governo di coalizione costituzionale. \u201cIl re lo nomin\u00f2, &#8211; scrive Mola, ma furono i parlamentari ad approvarlo\u201d. Lo stesso Giolitti, poco prima di votare a favore di Mussolini, \u201cosserv\u00f2 che il Parlamento non aveva procurato un governo al Paese e il paese se l&#8217;era dato da se\u201d. Intanto \u201ccol governo si schierarono Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Enrico De Nicola e tanti futuri antifascisti\u201d.<\/p>\n<p>A questo punto Mola propone una tesi nuova (almeno per la mia cultura storica).\u201cA differenza di quanto si legge e si ripete anche all&#8217;estero il 28 ottobre 1922, data canonica della nascita del &#8216;regime fascista&#8217; o inizio del &#8216;buio ventennio&#8217;, non avvenne alcuna &#8216;marcia su Roma&#8217;. Anzi essa non ebbe affatto luogo\u201d. Il professore Mola precisa che \u201cquando gli squadristi entrarono nella capitale nella notte fra il 30 e il 31 ottobre non lo fecero per &#8216;espugnarla&#8217;. Il nuovo governo era gi\u00e0 nominato. La &#8216;marcia per Roma&#8217; da piazza del Popolo alla Stazione Termini tra le due e le sette pomeridiane si ridusse alla sfilata di reduci di una battaglia mai combattuta, quando Mussolini era gi\u00e0 insediato alla presidenza del Consiglio\u201d.<\/p>\n<p>Dunque secondo Mola, \u201cnon vi fu alcuna &#8216;marcia su Roma&#8217;, se per tale s&#8217;intende l&#8217;assalto dei fascisti per imporsi sui poteri costituiti, n\u00e9 vi fu la &#8216;resa dello Stato&#8217; allo squadrismo\u201d. Pertanto, nell&#8217;ottobre-novembre 1922 a differenza di quanto scrive Roberto Vivarelli, \u201cgli italiani non &#8216;misero la loro sorte nelle mani di un uomo, che si proclamava duce e che molti di loro accettarono come tale&#8217;, rivelando cos\u00ec la &#8216;vocazione del gregge&#8217;\u201d. E comunque anche lo stesso Vivarelli sostiene che il fascismo non arriv\u00f2 mai ad essere un fenomeno totalitario, come quello che \u00e8 successo in Germania con il Partito nazionalsocialista. Il fascismo \u201cnon arriv\u00f2 mai ad immedesimarsi n\u00e9 con lo Stato (che rimase monarchico) n\u00e9 con gli italiani, la maggior parte dei quali, inclusi tanti iscritti al partito nazionale fascista, ne adott\u00f2 e adatt\u00f2 la divisa, come aveva fatto con altre in passato e fece dopo il crollo del regime\u201d.<\/p>\n<p>Comunque sia come argomenta Antonio Carioti, \u201cil percorso dall&#8217;ottobre 1922 al partito unico e a quanto segu\u00ec non avvenne in un giorno e il governo non fu &#8216;subito regime&#8217; (a differenza di quanto asserito da Emilio Gentile e da altri) ma un cammino lungo, accidentato e infine vittoriosamente concluso non per la superiorit\u00e0 politico-culturale di Mussolini ma per molti errori di chi aveva modo di avversarlo nelle aule parlamentari e nel Paese. Il re cerc\u00f2 di sciogliere i nodi via via che gli vennero proposti. Ma nei limiti dello Statuto\u201d.<br \/>\nDi questo parere \u00e8 Claudio Fracazzi in \u201cLa marcia su Roma 1922. Mussolini, il bluff, il mito\u201d (Biblioteca storica de Il Giornale 2022) E poi la decisione del re Vittorio Emanuele III ebbe immediato plauso da parte della Francia e Gran Bretagna.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/ticinonotizie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/Aldo-Mola-VITTORIO-EMANUELE-III-1.jpg\" alt=\"\" width=\"489\" height=\"435\" class=\"alignnone size-full wp-image-426814\" \/><\/p>\n<p>Dopo la morte violenta del deputato socialista Giacomo Matteotti, le opposizioni chiesero al re di intervenire, ma Vittorio Emanuele III rispose che non toccava a lui ma alle Camere trovare la via per risolvere la questione. \u201cIl re era un sovrano costituzionale, non un despota\u201d, scrive Mola. Tuttavia, \u201cl&#8217;opposizione non scese in campo. Eppure aveva numeri e spazio politico per farlo\u201d. Peraltro nel 1922 i deputati iscritti al PNF erano 35, con le elezioni del 6 aprile 1924 divennero 227 su 535. Molti, ma erano ancora minoranza, per di pi\u00f9 raccogliticcia, frutto di ex liberali, popolari, democratici sociali. In buona sostanza come hanno scritto De Felice o Vivarelli, \u201cMussolini rimase al potere non perch\u00e9 fosse un genio politico superiore ma per gli errori delle opposizioni. Tutte le leggi che condussero dal regime parlamentare a quello del partito unico dominato dal &#8216;duce del fascismo&#8217; furono via via approvate dal Senato e dalla Camera dei deputati eletta nel 1921 e nel 1924, sino alla svolta del 1928 che priv\u00f2 gli elettori del diritto di scegliere liberante  i propri rappresentanti\u201d. Mola rileva che questa involuzione del governo Mussolini, fu criticata dagli antifascisti, soprattutto all&#8217;estero, ma i governi stranieri sia liberali che quello come  l&#8217;Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, conservarono relazioni regolari e non di rado amichevoli con quello di Roma. Per quanto riguarda gli italiani, il consenso elettorale era vastissimo sia nel 1929, 1934 e 1939.<br \/>\nVeniamo alle Leggi razziali del 1938 e la seconda ondata del fascismo repubblicano. La terza colpa del Re.<br \/>\nA questo punto il testo elenca i traguardi positivi, i successi conseguiti dal governo Mussolini in tredici anni. Il PNF era al culmine del consenso, mentre il re era sempre pi\u00f9 isolato. Il 14 dicembre 1938 la Camera dei deputati, prona al capo del governo. Approv\u00f2 le leggi razziali, senza alcun dibattito con voto unanime dei 351 presenti. Fra i 31 assenti spicc\u00f2 Italo Balbo.<br \/>\nPoi venne approvata anche il 20 dicembre approv\u00f2 la \u201cdifesa della stirpe\u201d, la legge pass\u00f2 col favore di un terzo dei senatori, tra i quali si contavano tredici ebrei che, dopo l&#8217;approvazione della legge rimasero in carica, come ricorda Aldo Pezzana nel saggio \u201cGli uomini del Re\u201d.<br \/>\nC&#8217;\u00e8 stata qualche responsabilit\u00e0 di Vittorio Emanuele III nelle leggi razziali? Per Mola, nessuna. Anzi, li deplor\u00f2 sin da quando gli vennero prospettate. Li ha dovute firmare perch\u00e9 erano state deliberate dal Parlamento che rappresentava gli italiani. \u201cNon era stato il sovrano ma soprattutto la Camera elettiva a mettere il Paese su quella china\u201d. Precisa Mola: \u201ccontro tale infamia non si lev\u00f2 alcuna voce di netta opposizione n\u00e9 di ferma condanna: non da parte di &#8216;liberali&#8217;, n\u00e9 da parte della Chiesa cattolica [&#8230;]\u201d.<br \/>\nPassiamo alla quarta colpa: il 25 luglio 1943, il re Vittorio Emanuele III, salv\u00f2 lo Stato con la revoca da capo del governo a Mussolini. Lo sostitu\u00ec con Pietro Badoglio.<br \/>\n\u201cA quel punto occorreva salvare la continuit\u00e0 dello Stato, come \u00e8 stato riconosciuto non solo da scrittori inclini ad apprezzare il regime monarchico quali Mario Viana, Giovanni Artieri, Francesco Perfetti, Domenico Fisichella, ma anche dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi\u201d. Per farlo bisognava che la famiglia reale cadesse nelle mani dei tedeschi, ma nello stesso tempo neanche mettersi tra le braccia dei vincitori, ora alleati. Cos\u00ec in tutta fretta da Roma il re i familiari si spostarono a Brindisi, un lembo della Puglia, dove non c&#8217;erano n\u00e9 tedeschi n\u00e9 angloamericani. Si poteva fare di pi\u00f9 in quei giorni fino all&#8217;annuncio dell&#8217;armistizio dell&#8217;8 settembre? Forse.<br \/>\nNaturalmente il professore Aldo Mola da storico, non intende emettere giudizi, n\u00e9 giustificare, ma propone documenti per comprendere. Su questo gesto del re si \u00e8 scritto innumerevoli pagine di critiche, si \u00e8 stratificata una vastissima letteratura (memorialistica, saggistica, atti di convegni), qualcuno lo ha bollato come un \u201cpiccolo re idiota\u201d. Alla fine di questa lunga tragedia della guerra, il re Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946 abdico in favore del figlio Umberto II e part\u00ec per Alessandria d&#8217;Egitto, ove mor\u00ec il 28 dicembre 1947.<br \/>\nFurono momenti concitati e turbolenti che per comprenderli bisogna studiarli senza pregiudizi e soprattutto non giudicarli con i parametri odierni.<br \/>\n\u201cL&#8217;ufficio della storia non \u00e8 di formulare postume condanne o assoluzioni, n\u00e9 di asserire che quanto avvenne non poteva non accadere e va quindi accolto come unica possibile realt\u00e0, ma documentare e spiegare gli accadimenti nella loro accertata sequenza e nella molteplicit\u00e0 delle loro cause e concause\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nonostante i miei pensieri sono altrove, e non solo per le non vacanze, tento di fare una presentazione del documentato libro del professore Aldo Alessandro Mola, \u201cVita di Vittorio Emanuele III 1869-1947. 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