{"id":622253,"date":"2023-08-20T16:00:02","date_gmt":"2023-08-20T14:00:02","guid":{"rendered":"https:\/\/ticinonotizie.it\/?p=428970"},"modified":"2023-08-20T16:00:02","modified_gmt":"2023-08-20T14:00:02","slug":"il-calcio-operaista-e-pane-salame-di-carletto-mazzone-ammazza-le-risate-che-se-semo-fatti-di-teo-parini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/?p=622253","title":{"rendered":"Il calcio operaista e pane salame di Carletto Mazzone- ammazza le risate che se semo fatti&#8230;"},"content":{"rendered":"<p>A beneficio di chi non c&#8217;era. Le partite si disputavano tutte quante la domenica. Primo pomeriggio, in estate; un&#8217;ora prima, poco dopo il pranzo, nei mesi in cui il buio scendeva presto. La pay per view era un mostro che ancora non si sapeva quando e soprattutto quanto avrebbe modificato le abitudini domestiche, ragion per cui, al di l\u00e0 dei pochi fortunati aficionados presenti allo stadio, la radiolina incollata all&#8217;orecchio era l&#8217;unico modo per conoscere i risultati in diretta, grazie alle voci divenute ben presto amiche di cronisti geniali come Enrico Ameri, Sandro Ciotti e colleghi vari.<\/p>\n<p> Voci e volti altrettanto familiari, magistralmente diretti da Paolo Valenti in studio a Roma, raccontavano con l&#8217;ausilio di qualche minuto di immagini montate in fretta e furia i gol di giornata in quella che oggi definiremmo l&#8217;ora dell&#8217;aperitivo e che, al tempo, altro non era che il momento di Novantesimo minuto; trasmissione televisiva ineguagliabile, un po&#8217; perch\u00e9 senza alternative e molto perch\u00e9 non aveva la folle pretesa odierna di mescolare sport e intrattenimento di dubbio gusto, dedicandosi con misura ed ironia solo al primo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/ticinonotizie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/mazz2.jpg\" alt=\"\" width=\"593\" height=\"443\" class=\"alignnone size-full wp-image-428972\" \/><\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2, ha rappresentato per anni il contesto di un gioco, quello del calcio, che ha potuto godere a lungo di una riconoscibile dignit\u00e0, prima che gli eventi storici nefasti che hanno brutalizzato innanzitutto la societ\u00e0 in cui viviamo facessero brandelli anche dello sport che pi\u00f9 di tutti fu popolare proprio perch\u00e9 giocato e amato dal popolo. Sembra impossibile spiegarlo oggi ma il gioco del pallone fu davvero uno sport semplice. Undici giocatori numerati in ordine crescente per posizione sul campo, da uno a undici. In altre parole, a numero uguale corrispondeva ruolo uguale. Cos\u00ec, l&#8217;uno era il portiere, il due il terzino destro e cos\u00ec via fino al nove, l&#8217;attaccante per antonomasia. Facile, anche perch\u00e9 a nessun allenatore dell&#8217;epoca sarebbe mai passato per la mente di inventarsi chiss\u00e0 cosa, magari di stravolgere attitudini personali e collaudate consuetudini. Quello con i guanti e i piedi cos\u00ec cos\u00ec finiva per preservare la propria porta; il mancino stava a sinistra e gli era chiesto solo di pennellare traversoni con il suo arto preferito; quello pi\u00f9 giocoliere di tutti, invece, stazionava tra le linee di centrocampo e attacco per fare correre con fantasia il pallone che, a differenza dell&#8217;uomo, non ha mai sudato; infine, il marcantonio di turno, mutuando un termine caro alla pallanuoto, assurgeva al ruolo di centroboa. Quest&#8217;ultimo, con le spalle larghe come un armadio a due ante, che saliva a spizzare palle in caduta libera dal cielo, calamitando i gomiti dei difensori avversari e facendo valere i propri. Poche cose, fatte bene. \u00c8 la disciplina che prende anima e forma in ogni angolo della strada, colore sgargiante delle periferie ingrigite e speranza di riscatto sociale per i meno fortunati. Quel calcio che fu il sogno puro di bambini che su un campo spelacchiato e con due felpe buttate in terra a fare da porta si sentivano tanti Hugo Sanchez al Bernabeu pi\u00f9 che fotomodelli vanitosi ricoperti dai petroldollari di qualche sceicco.<\/p>\n<p>Carletto Mazzone, di quel mondo pane e salame che non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9, \u00e8 stato un&#8217;icona, svolgendo con spirito operaio e battagliero, ma senza mai accantonare l&#8217;umilt\u00e0 dei forti, la professione di allenatore segnando un&#8217;epoca che ora, all&#8217;indomani della sua scomparsa, ci sembra ancora pi\u00f9 lontana. Sincero fino al midollo, i meno sensibili lo hanno sempre trattato con sufficienza, spesso con scherno, alla stregua di una macchietta. Lo snobismo degli intellettuali radical chic di una certa corrente sociopolitica, sempre pronti a deriderlo dall&#8217;alto dei loro salotti vellutati per un congiuntivo sbagliato o per un&#8217;esternazione poco istituzionale che, al contrario, aveva il pregio di ridicolizzare il politically correct che un po&#8217; alla volta ha finito per deturpare le nostre pi\u00f9 autentiche forme espressive.<\/p>\n<p>Mazzone era cos\u00ec, per come si mostrava. Anzi, per sua stessa ammissione, erano due i Mazzone a convivere nello stesso corpo contadino, mani grosse e cervello fino: quello della domenica pomeriggio e quello del resto della settimana. Viscerale e sanguigno, il primo; amabile, amico della porta accanto, il secondo. Se fuoriclasse senza tempo oggi lo ricordano con affetto e immutata stima professionale &#8211; si pensi a Baggio, a Totti o a Guardiola, tutti uomini che nonostante qualit\u00e0 calcistiche extra terrene non hanno mai nascosto la sincera riconoscenza per un uomo che ha contribuito in maniera decisiva alla loro immortalit\u00e0 sportiva &#8211; \u00e8 perch\u00e9 Carletto, misurando con precisione certosina competenza e semplicit\u00e0, ha sublimato il mestiere dell&#8217;allenatore quale strumento di valorizzazione del materiale umano disponibile. Senza manie di protagonismo peraltro in rapida diffusione, Mazzone ha incarnato il principio per il quale \u00e8 solo mettendo i giocatori nelle condizioni di fornire la loro miglior versione possibile che si costruisce un gruppo solido e, nei limiti del possibile, vincente. <\/p>\n<p>&#8220;Nun &#8216;amo vinto gnente, per\u00f2 ammazza le risate che se semo fatti&#8221;, amava ripetere con la serenit\u00e0 di chi riesce a non prendersi mai troppo sul serio. Recordman di panchine in serie A, in un mondo che non regala niente a nessuno, Carletto Mazzone, in realt\u00e0, ci ha fatto vincere molto. Perch\u00e9, nella vita e di riflesso nello sport, chi fa del suo meglio senza lesinare sudore ed energie non perde mai. Grazie Carl\u00e9, per avercelo sempre ricordato alla tua maniera.<\/p>\n<p>Fai buon viaggio.<\/p>\n<p>Teo Parini<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/ticinonotizie.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/tee.jpg\" alt=\"\" width=\"400\" height=\"400\" class=\"alignnone size-full wp-image-327339\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A beneficio di chi non c&#8217;era. Le partite si disputavano tutte quante la domenica. 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