{"id":626396,"date":"2023-11-26T10:00:28","date_gmt":"2023-11-26T09:00:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ticinonotizie.it\/?p=543362"},"modified":"2023-11-26T10:00:28","modified_gmt":"2023-11-26T09:00:28","slug":"italia-in-finale-di-coppa-davis-alle-16-di-oggi-noi-siamo-ancora-qua-eh-gia-di-teo-parini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/?p=626396","title":{"rendered":"Italia in finale di Coppa Davis (alle 16 di oggi): noi siamo ancora qua.. eh gi\u00e0! Di Teo Parini"},"content":{"rendered":"<p>Siamo in finale, \u00e8 tutto vero. Abbiamo un giocatore straordinario che, se al volo gioca piuttosto malino, in compenso tutto il resto dell&#8217;armamentario \u00e8 da primo della classe, forse da dominatore. Del resto, dove lo trovi un altro satanasso come Jannik Sinner che, in bilico sul cornicione, annulla tre match point a Djokovic e lo infilza sul suo terreno di conquista preferito, lo sprint punto a punto? Oggigiorno, da nessun&#8217;altra parte che non sia in Italia. Dopo l&#8217;esibizione deficitaria (a fargli un complimento) di Musetti a complicare i piani azzurri &#8211; ci duole un sacco scriverlo, noi che amiamo visceralmente il suo tennis talvolta con pochi eguali al mondo &#8211; ha dovuto pensarci Sinner a mettere una pezza alle selezioni incomprensibili di capitan Volandri che ha scelto, appunto, il Lorenzo sbagliato per contrastare il non irresistibile Kecmanovic, lasciando in panchina Sonego a vantaggio del geniale carrarino ma in decisa crisi di identit\u00e0 e ormai da mesi incapace di vincere una partita che sia una. Sinner, prima ha zittito Djokovic nell&#8217;uno contro uno e poi lo ha zittito di nuovo prendendosi il doppio azzurro sulle spalle quanto bastasse per regolare l&#8217;improbabile coppia &#8211; o inguardabile, fate voi &#8211; composta dallo stesso numero uno al mondo visibilmente contrariato e, ancora, da Kecmanovic. <\/p>\n<p>Forza Sinner, quindi, con un Sonego nei dintorni della sufficienza e un Musetti da ricostruire nel fisico e nel morale. Senza lodare pi\u00f9 del dovuto il Boniperti-pensiero, oggi pi\u00f9 che mai serviva una vittoria e vittoria \u00e8 stata, dunque non \u00e8 il caso di fare gli schizzinosi. Tornare in finale in Coppa Davis dopo un quarto di secolo, infatti, \u00e8 davvero una bella sensazione.  In questo momento di tennistica euforia, il pensiero di chi ha almeno una quarantina d&#8217;anni sulle spalle corre veloce all&#8217;inverno del 1998. Anno di grazia di Pantani, con l&#8217;accoppiata Giro-Tour, e di disgrazia con la tragedia del Cermis. Milano, al solito fredda e umida, indossa il vestito della festa per l\u2019atto finale della Coppa Davis e la Federazione prepara il Forum con il campo in terra battuta, detto senza timore di smentita, pi\u00f9 lento della storia del tennis, una palude.<\/p>\n<p> Due le ragioni: un po\u2019 per mettere in difficolt\u00e0 i nostri avversari sulla carta meglio attrezzati per le superfici rapide; molto per esaltare l\u2019attitudine terricola che rasenta la nobilt\u00e0 di Andrea Gaudenzi. Il nostro miglior giocatore nonch\u00e9 compagno di allenamento e depositario dei segreti di Thomas Muster, quello che sul mattone tritato non perde praticamente mai. Andrea, per\u00f2, \u00e8 al rientro da una fastidiosa artroscopia alla spalla. Anzi, affretta il rientro proprio per l&#8217;epocale occasione ma, si sa, forzare i tempi biologici non \u00e8 mai una decisione saggia. Almeno non lo fu in quella circostanza. Un gladiatore ha spesso un solo grande difetto, non ascolta mai gli assiomi di Madre Natura. Alla fine dello scorso millennio, non sono in molti a potersi fregiare di quel titolo di combattente ma uno di questi \u00e8 proprio il faentino forgiato dal sergente Ronnie Leitgeb, guru di abnegazione e fatica. Testa bassa e pedalare, quindi. <\/p>\n<p>All\u2019esordio, in un venerd\u00ec che finir\u00e0 per essere maledetto, l\u2019avversario di Gaudenzi \u00e8 lo svedese Magnus Norman, un vichingo di quelli tignosi che solo qualche anno pi\u00f9 in l\u00e0 raggiunger\u00e0 la seconda piazza del ranking mondiale, e il match, lo si intuisce fin dagli albori, non sar\u00e0 una passeggiata. Anzi, in campo il tennis e brutale, per la verit\u00e0 pi\u00f9 passionale che bello, nel clima da torcida che notoriamente descriveva all&#8217;epoca la pi\u00f9 importante kermesse per nazioni, dove anche il pubblico \u00e8, anzi era, differente, quasi calcistico. Nel pomeriggio che diventa presto sera, bench\u00e9 imbottito di antidolorifici, Andrea soffre le pene dell\u2019inferno proprio per quella spalla passata per le mani del chirurgo ma non ancora del tutto ristabilita. Dopo un inesausto braccio di ferro nella palude che sembra inghiottire i protagonisti sotto una coltre di polvere rossa, Gaudenzi, ormai ad un passo dal baratro ma sospinto da quindicimila tifosi indemoniati e trasfigurato in viso dal dolore lancinante, stoicamente risale la china e, trovando chiss\u00e0 dove le energie necessarie, scolpisce nel marmo una rimonta alla quale sono rimasti in due a crederci. Il diretto interessato, ovviamente, e Giampiero Galeazzi, compianta voce narrante di quegli indimenticabili pomeriggi popolari, tutti pane e salame e tinte azzurro cielo. <\/p>\n<p>Gaudenzi sporca i colpi, esasperando le rotazioni per disinnescare il rivale, e Norman, imperterrito, lascia andare il braccio come un cecchino al fronte. Stratega d&#8217;acciaio il primo, colpitore chirurgico quell\u2019altro. Ci\u00f2 che per\u00f2 li accomuna \u00e8 un&#8217;indomita voglia di prevalere. L&#8217;inseguimento dell&#8217;italiano alla lepre svedese diventa, insieme, feroce ed entusiasmante. Quando manca poco al traguardo delle sei ore di gioco, la bordata liberatoria scagliata da Andrea con il servizio che vale il sorpasso, probabilmente decisivo, nel punteggio \u00e8 accompagnata da un rumore sinistro. Il palasport, arroccato nella periferia di Milano e sopraffatto dal chiassoso traffico delle tangenziali l\u00ec intorno, \u00e8 ormai una bolgia dantesca ma il crack che scuote l&#8217;aria sugli spalti lo sentono davvero tutti. \u00c8 il tendine della spalla che si spezza in due come un elastico messo in croce dalla ripetizione di tensioni al limite del sopportabile. In campo scende lo stesso gelo invernale che c&#8217;\u00e8 fuori. Gaudenzi, che non uscirebbe dal palazzo se non da morto, prova a riprendere in mano la racchetta con un arto fuori controllo e non serve essere ortopedici per comprendere che \u00e8 davvero tutto deciso. Tutto. Perch\u00e9, con il morale sotto alle scarpe, Sanguinetti &#8211; il nostro numero due, uno che subisce la terra rossa non meno di quanto Lendl abbia in passato penato sui prati, quindi parecchio &#8211; finir\u00e0 da l\u00ec a poco per essere malamente travolto da Gustafsson, prima che, l&#8217;indomani, il doppio, composto ancora dallo spezzino con il pi\u00f9 avvezzo Nargiso, uscisse surclassato dall&#8217;incrocio con il duo svedese formato dal sempre competente Bjorkman e dall&#8217;onesto mestierante Kulti. Tre a zero, gi\u00f9 il sipario. <\/p>\n<p>Ancora una volta, la speranza che la vittoriosa campagna cilena del 1976, quella della &#8220;Squadra&#8221; capitanata da Pietrangeli con Panatta quale uomo della provvidenza, avesse un seguito altrettanto glorioso era naufragata, tra sfortuna e altrui bravura. Andrea Gaudenzi, da par suo, pagher\u00e0 in maniera salata quella giornata eroica ma senza lieto fine, perch\u00e9 a certi livelli non riuscir\u00e0 mai pi\u00f9 ad esprimersi. Il suo, a conti fatti fu un sacrificio estremo che lo colloca tra i pi\u00f9 meritevoli interpreti dei weekend azzurri di Coppa Davis, quelli che hanno avuto il merito di avvicinare al tennis milioni di spettatori. \u00c8 passato un quarto di secolo e, con la manifestazione che nel frattempo ha cambiato pelle e pure in peggio, l&#8217;Italia ha quest&#8217;oggi una seconda enorme possibilit\u00e0 per tornare sul tetto del mondo. Tra noi e l&#8217;Insalatiera pi\u00f9 iconica dello sport tour court c&#8217;\u00e8 l&#8217;Australia, compagine che di Davis in bacheca ne ha a bizzeffe ma che, onestamente, poche altre volte nel suo glorioso passato \u00e8 stata cos\u00ec poco competitiva, misteri di uno sport diabolico e difficilmente pronosticabile.<\/p>\n<p>Sulla carta, avremmo la possibilit\u00e0 di chiudere la contesa gi\u00e0 dopo i due singolari, nonostante le scelte talvolta bizzarre di Volandri, il nostro selezionatore. Dover fare ricorso al doppio decisivo, invece, potrebbe essere piuttosto sconveniente per l&#8217;Italia, in quanto Sinner e Sonego, al cospetto di due doppisti di professione, potrebbero non essere sufficienti e la loro doppia vittoria con Olanda, prima, e Serbia, poi, non deve trarre in inganno. Certi treni non passano spesso, figuriamoci alle nostre latitudini, quindi sarebbe davvero magnifico se riuscissimo a prendere quello in partenza da Malaga con destinazione paradiso. &#8220;Andiamo a vincere l&#8217;oro&#8221;, direbbe, con il fiatone di chi ci mette tutta la passione di questo mondo, Bisteccone Galeazzi se solo fosse ancora tra noi. Se saremo in grado di dare una mano all&#8217;uomo capace di disarcionare Djokovic, San Sinner da San Candido, questa volta la benedetta Coppa Davis la solleviamo noi. Per Gaudenzi, che tanto se la sarebbe meritata, e per tutto il movimento che, dopo decenni di pane duro, si \u00e8 finalmente fatto grande.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Siamo in finale, \u00e8 tutto vero. Abbiamo un giocatore straordinario che, se al volo gioca piuttosto malino, in compenso tutto il resto dell&#8217;armamentario \u00e8 da primo della classe, forse da dominatore. 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