{"id":627725,"date":"2023-12-31T19:19:39","date_gmt":"2023-12-31T18:19:39","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ticinonotizie.it\/?p=548985"},"modified":"2023-12-31T19:19:39","modified_gmt":"2023-12-31T18:19:39","slug":"e-se-nel-2024-diventassimo-tutti-un-po-rugbysti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/?p=627725","title":{"rendered":"E se nel 2024 diventassimo tutti un po&#8217;.. rugbysti?"},"content":{"rendered":"<p>Il rugby \u00e8 l&#8217;insieme di tantissime cose. Intanto, per Woody Allen \u00e8 lo sport delle bestie che viene giocato da uomini. Mica male. Peraltro, esattamente il contrario dell&#8217;altro sport con la palla da calciare, il soccer, che, sempre per il grande regista, \u00e8 disciplina da uomini interpretata da bestie. Concetto, questo dell&#8217;umanit\u00e0, esemplificato alla perfezione anche da un cantastorie di razza come Davide Van De Sfroos che, proprio al gioco della palla ovale impazzita, ha dedicato una canzone indimenticabile e sportivamente struggente dal titolo &#8216;Grazie ragazzi&#8217;, nella quale &#8211; testualmente &#8211; ci ricorda che &#8220;&#8230; soltanto chi ha grande rispetto, pu\u00f2 incontrare l&#8217;avversario di petto, lo sappiamo che i modi son duri, ma (il rugby, ndr) \u00e8 pur sempre un incontro di cuori&#8221;.<\/p>\n<p>Cuore, appunto. Perch\u00e9, \u00e8 vero, le regole talvolta cervellotiche non sono tipicamente le pi\u00f9 facili da digerire per gli spettatori meno informati, tuttavia c&#8217;\u00e8 un aspetto caratterizzante che non pu\u00f2 passare inosservato, nemmeno a chi davanti alla tiv\u00f9 ci \u00e8 capitato per caso. Paradigma che diventa spirito, spirito che diventa auspicio. Nel rugby, infatti, la squadra che vanta il possesso della palla corre in avanti, con i suoi portatori a fare da ariete, il pi\u00f9 veloce possibile ma, la stessa palla, deve sempre essere passata al compagno che sta immediatamente dietro. A pensarci bene, che mondo meraviglioso sarebbe quello capace di applicare alle proprie dinamiche quotidiane lo stesso principio inclusivo, quindi senza che nessuno sia relegato a rimanere indietro? Le tipiche ondate del rugby, la marea, l&#8217;orda arrembante di quindici uomini che cercano di varcare la linea di meta, quale azzeccata metafora del vivere comune, se solo quest&#8217;ultimo significasse remare tutti dalla stessa parte, come fanno sul prato gli uomini di campo intrisi di fango e sudore. <\/p>\n<p>In un match pu\u00f2 succedere che, a seguito di un&#8217;irregolarit\u00e0, l&#8217;arbitro ordini la ripresa del gioco con quella che gli inglesi chiamano &#8216;scrum&#8217;, la mischia ordinata. Otto giocatori per ciascuna squadra che si posizionano a formare due schieramenti contrapposti, spalla a spalla, al fine di impossessarsi della palla. Tre linee, come quelle posizionare a presidio dei confini in tempo di guerra. I piloni ai lati del tallonatore formano la prima, gente tozza con quadricipiti grossi come ciminiere e baricentro basso, roccaforti inamovibili. Due seconde linee, invece, si posizionano a quinconce rispetto a chi gli sta davanti e, infine, tre terze linee fanno lo stesso alle loro spalle. Uomini alti come grattacieli, questi ultimi, un po&#8217; puntelli e un po&#8217; stantuffi. Uno sforzo bestiale. Tra gli otto \u00e8 incastro perfetto, un Tetris di corpi. Moderna testuggine romana che \u00e8 archetipo di coordinamento collettivo; unisono che \u00e8 la differenza scientifica tra l&#8217;avanzare e il soccombere. &#8220;Ognuno secondo le sue capacit\u00e0, a ognuno secondo i suoi bisogni&#8221;, direbbe Carlo Marx, perch\u00e9, ancora una volta, il gioco del rugby ben si presta ad essere metafora di una societ\u00e0 che sarebbe decisamente migliore se tutti fossimo almeno un po&#8217; rugbisti nell&#8217;animo, quindi pronti a sacrificarci per chi ci sta a fianco. Scrum, del resto, \u00e8 darsi una mano per quanto se ne ha in corpo: nei bicipiti, nella testa, nel cuore. Dove solo i pi\u00f9 ciechi scorgono la sola forza bruta. <\/p>\n<p>Di similitudini che fanno, anzi dovrebbero fare, della vita un&#8217;infinita partita di rugby se ne potrebbero trovare ancora molte, con la giusta dose di fantasia. La touche, per esempio, esercizio complicatissimo che porta alla conquista del cielo, manco a dirlo, al culmine di uno sforzo collettivo: c&#8217;\u00e8 chi solleva e chi \u00e8 scelto per essere sollevato affinch\u00e9 recuperi la palla per il bene comune. L&#8217;immagine di questi ascensori umani ci rammenta che il contesto sociale sarebbe assai pi\u00f9 equo se in alto ci si potesse andare per merito, non solo per classe di provenienza. Come quella volta in cui &#8211; e accadde davvero &#8211; che a impadronirsi dello spazio per primo nella storia del genere umano fu il figlio di un umile carpentiere e non il pi\u00f9 ricco del pianeta Terra come invece succede oggi. La touche, o assalto al cielo, l&#8217;istantanea di una possibilit\u00e0 concessa a chiunque, senza distinzioni. <\/p>\n<p>I tempi canonici di una partita di rugby sono ovviamente due, durano quaranta minuti, sono estenuanti perch\u00e9 effettivi. Non c&#8217;\u00e8 melina che tenga, si soffrono tutti quanti, uno per uno. Poi, ad un certo punto, il cronometro si colora di rosso e ci\u00f2 vuole semplicemente dire che manca  l&#8217;ultima azione prima della doccia. E di quello che gli aficionados italiani chiamano &#8216;Terzo tempo&#8217;, e i francesi &#8216;Troisi\u00e8me mi-temps&#8217;, forse la tradizione pi\u00f9 significativa e che antica lo \u00e8 di sicuro, dacch\u00e9 le sue tracce si perdono gi\u00e0 nell&#8217;Ottocento. Il fischio finale, allora, \u00e8 spartiacque: prima rivali, duri e neanche poco, poi amici. La squadra ospitante organizza la festa, che nei campi di periferia \u00e8 lo scoppiettio di una griglia, alla quale partecipano giocatori, familiari e tifosi. Insieme, senza pi\u00f9 differenze. Pioggia di birra e socializzazione, un processo marginale nella societ\u00e0 individualista che pare avere strappato il sopravvento; quella della supremazia del personale sul collettivo, con tutte le conseguenze del caso. Il rugby, a tutela di s\u00e9, dall&#8217;egocentrismo in tutte le sue forme se ne sta alla larga. Gli altri, bont\u00e0 loro, un po&#8217; meno.<\/p>\n<p>Insomma, il rugby quale esperienza pedagogica. Perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 sempre da imparare qualcosa di nuovo dal groviglio solo apparentemente casuale di uomini che si immolano per lasciare in eredit\u00e0 al compagno la migliore situazione possibile, sempre a proposito di azzeccate metafore. Esperienza d&#8217;amore, anche, che noi fuori dal campo, se spesso fatichiamo a capire, finiamo sempre per invidiare. Pertanto, l&#8217;augurio per il nuovo anno alle porte \u00e8 quello di essere tutti pi\u00f9 rugbisti. Almeno un po&#8217;. Con un minimo di emulazione ci si regalerebbe un anno migliore di quello che l&#8217;ha preceduto: bello come una meta e intenso come l&#8217;abbraccio che ne fa immancabilmente seguito. Buon 2024 a tutti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il rugby \u00e8 l&#8217;insieme di tantissime cose. Intanto, per Woody Allen \u00e8 lo sport delle bestie che viene giocato da uomini. Mica male. Peraltro, esattamente il contrario dell&#8217;altro sport con la palla da calciare, il soccer, che, sempre per il grande regista, \u00e8 disciplina da uomini interpretata da bestie. 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