{"id":627923,"date":"2024-01-07T14:09:03","date_gmt":"2024-01-07T13:09:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ticinonotizie.it\/?p=549780"},"modified":"2024-01-07T14:09:03","modified_gmt":"2024-01-07T13:09:03","slug":"il-colonnello-lobanovski-e-il-calcio-come-declinazione-del-socialismo-in-bianco-e-nero-di-teo-parini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/?p=627923","title":{"rendered":"Il colonnello Lobanovski e il calcio come declinazione del socialismo, in bianco e nero- di Teo Parini"},"content":{"rendered":"<p>Quanto conta il talento per diventare un calciatore affermato? Se la risposta alla consueta domanda \u00e8 &#8220;poco&#8221;, due sono le possibilit\u00e0 concrete: ha poco senso ci\u00f2 che si sta dicendo, cosa molto probabile, oppure si \u00e8 Valeri Lobanovski, un unicum. Detto il Colonnello per aver servito fedelmente l&#8217;Armata Rossa in tempo di Guerra Fredda, oggi Valeri avrebbe compiuto 85 anni se solo un malore non l&#8217;avesse colto anzitempo nel suo habitat naturale, il campo di calcio. In panchina, per la precisione, dove terminata la parentesi da giocatore ha costruito, con un mix fatto di rigore militare, genialit\u00e0 e innovazione tecnico-scientifica, un mito sportivo senza tempo. Cos\u00ec, nella primavera del 2002, a Zaporoggia, la citt\u00e0 della centrale nucleare nonch\u00e9 simbolo del conflitto ucraino in essere, lascia un mondo, quello del calcio, che ha in lui un vero e proprio spartiacque. <\/p>\n<p>Con un prima e soprattutto un dopo che a definire solo diverso viene quasi da sorridere, tanto fu epocale l&#8217;approccio di Lobanovski alla professione dell&#8217;allenatore e la rivoluzione tattica copernicana che ne scatur\u00ec. E pensare che se ne and\u00f2 via da Kiev sbattendo la porta perch\u00e9 in aperto contrasto con tale Maslov, l&#8217;allenatore, perch\u00e9 imbrigliato proprio in quegli schemi cervellotici ma ancora embrionali e non del tutto funzionali allo scopo che anni dopo lui stesso riuscir\u00e0, appunto, a sublimare. Appese le scarpe al chiodo non ancora trentenne, la sua avventura dall&#8217;altra parte della scrivania cominci\u00f2 a libro paga del Dnipro, compagine fuori dal giro che conta ma che ambiva ad entrarci. A quel periodo, si parla della fine degli anni &#8217;60, risale il primo capovolgimento epocale. Valeri pretese di disporre di un prototipo di computer, sebbene ancora uno strumento rudimentale, e degli scienziati in grado di dargli in pasto i dati da elaborare. La richiesta, al tempo niente affatto compresa, fu esaudita e, per la prima volta, le dinamiche calcistiche iniziarono a passare per l&#8217;intelligenza di una macchina in affiancamento a quella dell&#8217;uomo. Manco a dirlo, il Dnipro fece ritorno nella massima divisione sovietica e per lui si spalancarono le porte della Dinamo Kiev, un ritorno in grande stile, dalla porta principale.<\/p>\n<p>Se il computer analizzava dati e situazioni, il resto dell&#8217;allenamento era qualcosa spinto ai limiti delle forze umane. Andriy Shevchenko &#8211; con l&#8217;altro pallone d&#8217;oro Blokhin, il calciatore pi\u00f9 forte passato per le cure del Colonnello &#8211; diverse stagioni pi\u00f9 tardi lasci\u00f2 esterrefatto l&#8217;establishment milanista quando, al termine di una sessione di allenamento e con i compagni sfiniti gi\u00e0 in pellegrinaggio verso le docce, attacc\u00f2 a correre e a fare allunghi come un forsennato. Per uno cresciuto a Kiev prima del 2002, infatti, allenarsi assumeva un significato sostanzialmente diverso da quello che si era soliti attribuire alle nostre latitudini calcistiche. Ci\u00f2 per rendere l&#8217;idea di quanto, per Lobanovski, la risposta alla domanda iniziale fu davvero meritoria di quella risposta solo apparentemente provocatoria. Lobanovski, infatti, \u00e8 l&#8217;archetipo pi\u00f9 emblematico della forza del lavoro.<br \/>\nLa Dinamo Kiev, lo si disse spesso, fu un mosaico proveniente dal futuro capace di scrivere la storia anche fuori dal contesto nazionale.<\/p>\n<p> Due Coppe delle Coppe, per chi si ricorda la defunta manifestazione, e una Supercoppa europea, messa in bacheca ai danni di uno dei pi\u00f9 dominanti Bayern di Monaco di sempre. Che prima o poi avrebbe finito per allenare la nazionale dell&#8217;URSS era scontato e solo il gol pi\u00f9 bello della storia del soccer, quello di Van Basten nella finale degli Europei del 1988, imped\u00ec a Valeri e al suo paese di vincere un trofeo che, per la qualit\u00e0 di gioco espressa, fu delittuoso vederlo finire in mani diverse dalle sue, con tutto il rispetto per l&#8217;Olanda dei fenomeni che in quel frangente ebbe la meglio. Alla base dei successi, il principio quasi marxista della superiorit\u00e0 del collettivo sul singolo. Singolo che, tuttavia, una volta sopravvissuto fisicamente alle sessioni di allenamento, e quindi ritenuto arruolabile dal Colonnello, avrebbe dovuto diventare quello che oggi definiremmo &#8220;universale&#8221;, che banalmente significava saper fare tutto e in ogni zona di campo. L&#8217;abolizione dei ruoli, il vero sogno di Lobanovski. Il perch\u00e9 \u00e8 esemplificato da una delle sue espressioni pi\u00f9 ricorrenti: la grandezza di un calciatore si misura per quanto \u00e8 in grado di fare in campo senza palla tra i piedi. Principio che richiama un po&#8217; il cosiddetto &#8216;sostegno&#8217; del rugby, quindi immolarsi per consentire al compagno di correre. Se non \u00e8 marxismo questo.<\/p>\n<p>Laureato in ingegneria, Lobanovski sfrutt\u00f2 bene anche la dimestichezza con l&#8217;algebra e la geometria per fare di una disciplina talvolta anarchica e affetta da improvvisazione un unisono, appunto, scientifico per il quale valesse il principio secondo cui la somma del rendimento degli undici giocatori in campo fosse sempre minore dell&#8217;efficienza del sistema organizzato, composto ed interpretato dagli stessi undici. L&#8217;epopea del Colonnello, inevitabilmente, and\u00f2 a braccetto con quella dell&#8217;URSS, tanto che il colpo di grazia inferto alla madre patria da Gorbaciov, di fatto, fu fatale anche al vate che si trov\u00f2 a fronteggiare il massiccio esodo di talenti di casa attratti dalle chimere occidentali, chimere alle quali fin\u00ec per cadere lui stesso prima di un precipitoso ritorno a Kiev. <\/p>\n<p>Il canto del cigno, l&#8217;ultimo suo capolavoro sportivo, fu la semifinale raggiunta, ancora con la Dinamo, nell&#8217;edizione della Champions League del 1999. Trascinata da Shevchenko, uno che universale lo fu realmente, la campagna trionfale fu interrotta a fatica dal solito Bayern di Monaco e, soprattutto, dal budget di quest&#8217;ultimo. Il Colonnello morir\u00e0 solo poco tempo dopo.<br \/>\nOggi, dell&#8217;antesignano per eccellenza del calcio moderno, oltre alle sue idee rivoluzionarie e al ricordo della meravigliosa storia dell&#8217;utopia calcistica sovietica di quegli anni, resta una statua, eretta nei dintorni dello stadio che porta il suo nome, ad imperitura memoria. Come? Seduto in panchina, ovviamente, mentre guarda soddisfatto un gioco che ha trovato il modo di governare alla stregua di una partita a scacchi. Anzi, di una campagna militare.<br \/>\nAuguri, Colonnello.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quanto conta il talento per diventare un calciatore affermato? Se la risposta alla consueta domanda \u00e8 &#8220;poco&#8221;, due sono le possibilit\u00e0 concrete: ha poco senso ci\u00f2 che si sta dicendo, cosa molto probabile, oppure si \u00e8 Valeri Lobanovski, un unicum. 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