{"id":634158,"date":"2024-07-03T13:27:59","date_gmt":"2024-07-03T11:27:59","guid":{"rendered":"https:\/\/ticinonotizie.it\/?p=576135"},"modified":"2024-07-03T13:27:59","modified_gmt":"2024-07-03T11:27:59","slug":"tour-de-france-il-mito-del-galibier-pogacar-e-pantani-che-non-morira-mai","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/?p=634158","title":{"rendered":"Tour de France: il mito del Galibier, Pogacar e Pantani che non morir\u00e0 mai"},"content":{"rendered":"<p>Ieri, Tadej Pogacar ha scritto un&#8217;altra pagina di grande ciclismo, spianando il mostro del Galibier in salita e, soprattutto, volando in picchiata fino al traguardo, raggiunto in beata solitudine come tutte (o quasi) le volte in cui decide sia il caso di fare sul serio. E con Jonas Vingegaard a mezzo servizio, per la terribile caduta ai Baschi nella tarda primavera che gli ha accartocciato un polmone, lo sloveno assesta il colpo che potrebbe gi\u00e0 voler dire doppietta Giro-Tour, ventisei anni dopo la duplice impresa di Marco Pantani, anno di gloria 1998. Che dire, solo applausi per il fenomenale sloveno. <\/p>\n<p>Ricorsi storici, quelli belli. Perch\u00e9 anche quella volta tra la fatica e la gloria ci fu in mezzo il Galibier, quasi duemila e settecento metri di altitudine incastonati nel dipartimento dell&#8217;Alta Savoia in uno scenario meraviglioso a prescindere. Una salita che evoca storie antiche. La prima rudimentale strada carrozzabile risale gi\u00e0 al 1891, in Francia la chiamavano &#8216;Strada di grande comunicazione numero 14&#8242; ma alla vetta mancava ancora un tratto. Lo scav\u00f2 l&#8217;esercito, ma solo un secolo pi\u00f9 tardi. Quasi in cima, ancora oggi troneggia il monumento a Henri Desgrange &#8211; per chi non lo sapesse, l&#8217;ideatore del Tour de France &#8211; che con la prima Grande guerra ancora da venire disse che i ciclisti, pur valorosi, dinnanzi al Galibier non fossero altro che &#8220;brodaglia&#8221; e, pertanto, obbligati a levarsi il cappello ad ogni passaggio. \u00c8 risaputo, non toccare ai francesi ci\u00f2 che i francesi reputano orgoglio di patria.<\/p>\n<p>Per i nostri colori, nel 1937 fu Gino Bartali a transitare per primo sul gigante delle Alpi Cozie, mentre tre lustri pi\u00f9 tardi fu imitato da Fausto Coppi. Senza nulla togliere ai due miti imperituri del ciclismo azzurro, e a tutti coloro che da semplici appassionati una volta nella vita hanno scelto di dedicare cuore e quadricipiti a questa salita, \u00e8 proprio al 1998 che a sentire parlare di Galibier ci si immagina di tornare, con la forma di memoria pi\u00f9 tridimensionale che c&#8217;\u00e8. Primo, perch\u00e9 Marco Pantani da ormai un ventennio se n&#8217;\u00e8 andato altrove. Secondo, perch\u00e9 ci sono momenti nella storia dello sport che inglobano ci\u00f2 che rende la vita degna di essere vissuta e assurgono a spaccati a met\u00e0 tra epica e pedagogia. Anno &#8217;98, dunque, 27 luglio. Estate piena ma, si sa, la montagna fa sempre un po&#8217; quel diavolo che le pare in quanto a meteorologia. Infatti, quel pomeriggio il tempo \u00e8 da tragedia: diluvia, tira un vento che rende l&#8217;equilibrio un esercizio difficoltoso, fa un freddo boia.<strong> Marco Pantani \u00e8 nato in Romagna, adora il mare e in salita va come un treno ma solo perch\u00e9, lo ripeteva spesso, l&#8217;agonia dev&#8217;essere abbreviata scalciando il pi\u00f9 forte possibile sulle pedivelle. <\/strong>Vien da s\u00e9 che quelle condizioni climatiche le detestasse epidermicamente.<\/p>\n<p>Solo qualche mese prima, sulle strade del Giro d&#8217;Italia aveva fatto vedere che con l&#8217;orografia montana di torno era impensabile per gli avversari vederlo da vicino, tanto che, in un altro pomeriggio passato istantaneamente dall&#8217;asfalto alla leggenda, Marco salendo verso le Dolomiti in compagnia di Pavel Tonkov si rese protagonista del faccia a faccia che che oggi \u00e8 assunto ad unit\u00e0 di misura dei duelli. Ma il Tour non \u00e8 il Giro. Perch\u00e9 infarcito di chilometri a cronometro, esercizio contro il tempo che costituisce la cryptonite del Pirata, gli arrivi in salita sono soltanto due in tre settimane di corsa e, soprattutto, c&#8217;\u00e8 Jan Ullrich, il Kaiser. Uno che ha saputo riscrivere le leggi della fisica in tema di potenza e che senza i famigerati bagordi culinari (e non solo) durante i freddi inverni della fu Germania dell&#8217;Est, oggi ricorderemmo come uno dei pi\u00f9 forti corridori di ogni tempo. E poi, fare doppietta tanto somiglia all&#8217;impresa che nel tennis significherebbe assicurarsi il Grande Slam. Morale, accade una volta ogni morte di Papa e di cognome sarebbe meglio fare Indurain. Sarebbe. <\/p>\n<p>Dopo la corsa rosa, Marco non \u00e8 che si fosse allenato cos\u00ec bene in previsione di una campagna di Francia non certa. Tutt&#8217;altro. Poi Luciano Pezzi mor\u00ec e al via scelse di presentarsi comunque, perch\u00e9 il suo mentore avrebbe voluto lo facesse. Cos\u00ec, le prime tappe sono un mezzo calvario al termine delle quali il tedesco dai quadricipiti grandi come sequoie lo precede e non di poco. Minuti. Giorno dopo giorno, per\u00f2, l&#8217;occhio di Pantani assume il taglio delle occasioni migliori, perch\u00e9 ai fenomeni non piace prendere sberle senza reagire e Marco, se pungolato nell&#8217;orgoglio, diventa il peggiore avversario possibile come solo i campioni danno essere. Il 27 luglio, l&#8217;arrivo \u00e8 fissato a Les Deux Alpes e gi\u00e0 al mattino l&#8217;aria metaforica che si respira in gruppo rischia di essere pi\u00f9 tagliente di quella vera che sferza il viso dei corridori. Quando Pantani aveva in mente qualcosa, non si sa come ma era madre natura a preannunciarlo con uno dei suoi trucchi. <\/p>\n<p>In corsa, Ullrich vestito di giallo mette davanti i suoi uomini a fare da guardia, con lui il luogotenente e vecchia volpe Bjarne Riis con funzione di regista. Tutto sembra apparecchiato a puntino per il controllo della situazione. Invece, Luc Leblanc, uno scalatore di lusso, inizia ad agitarsi in testa al gruppo e le sue proverbiali progressioni sgretolano il plotone dei battistrada con il risultato di privare Ullrich del sostegno dei suoi gregari. A cinque chilometri dal monumento di Desgrange, il Kaiser \u00e8 solo e Marco decide che il tempo dell&#8217;all-in, vittoria o morte, \u00e8 sopraggiunto. Uno dei Pantani-Moments. Abbassa le mani sul manubrio, d\u00e0 un ultimo respiro a pieni polmoni e si produce in uno di quelli scatti &#8211; perpetui, nella definizione del compianto Gianni Mura &#8211; che stanno al ciclismo come il dribbling di Maradona sta al soccer. In un amen riprende i fuggitivi, se li scrolla di ruota e sul Galibier, nascosto da un meteo da tragedia o dall&#8217;epica ciclista per chi lo preferisce, scollina in compagnia di s\u00e9 stesso. Dietro, Ullrich \u00e8 alla deriva, con le gambe vuote e il morale a pezzi di chi, senza averlo mai messo in preventivo, si scopre impotente.<\/p>\n<p>Gli ultimi quaranta chilometri sono una pagina di ciclismo che \u00e8, insieme, in bianco e nero e colori. Bianco e nero, perch\u00e9 capace di evocare le indimenticabili gesta dei pionieri. Di chi, gi\u00e0 un secolo prima, il Galibier lo scalava con bici pesanti come cancelli, maglie di lana sulla pelle nuda e con il copertone di ricambio a tracolla. A colori, invece, perch\u00e9 futuristica, capace di proiettare la disciplina in una dimensione moderna e interpretata secondo i canoni dell&#8217;arrembaggio. Il ciclismo d&#8217;attualit\u00e0 che oggi sublima, guarda il caso, uno come Pogacar. Trasfigurato da freddo e fatica, e con quella sua aria perennemente malinconica, Pantani giunge al traguardo abbozzando un&#8217;esultanza al solito contenuta con quasi dieci minuti di vantaggio sul re definitivamente nudo.<strong> Tour ribaltato, un capolavoro che fa da preludio alla passerella gialla sui Campi Elisi, con Parigi prossima a celebrare la grandezza imperitura del Pantadattilo. Sempre scomodando Gianni Mura, che ebbe modo di definirlo in tal modo proprio perch\u00e9 uomo a rischio estinzione, come i dinosauri. <\/strong>Cosa che purtroppo successe davvero non pi\u00f9 tardi di una decina di mesi dopo, ma \u00e8 questa un&#8217;altra storia.<\/p>\n<p>Il Galibier, pertanto, ancora una volta fu giudice supremo, per l&#8217;occasione nell&#8217;incoronare la doppietta di Marco Pantani. Lo scalatore pi\u00f9 forte di ogni eventuale pianeta, oltre che di epoca, dal cuore grande e la sensibilit\u00e0 dilagante, il cui scatto sui pedali si elev\u00f2 in quei giorni a paradigma di vita per chi avesse l&#8217;ambizione di fare della caparbiet\u00e0 una granitica regola di esistenza. Un italiano, a distanza di troppe decadi, tornava sul gradino pi\u00f9 alto della manifestazione che pi\u00f9 di ogni altra emana ciclismo, spedendo ai posteri una cartolina proprio dalla cima che fa degli uomini &#8216;brodaglia&#8217; ma non di quelli speciali. Come il Pirata. Marco ce l&#8217;hanno strappato troppo presto ma nelle giornate come quella di ieri, rese imperdibili da successori altrettanto valorosi come pu\u00f2 essere appunto Pogacar, la sua sagoma inconfondibile sembra non essere mai andata via. Da l\u00ec, dove ci si aspetta sempre di ritrovarla: in salita. Christian Prudhomme, il parigino Direttore del Tour de France nel periodo che va dal 2007 al 2018, era solito ripetere un concetto: \u00e8 il Tour a fare grandi i campioni e non viceversa. Campanilismo d&#8217;oltralpe, magari stucchevole ma con un fondo di verit\u00e0.<\/p>\n<p>Ci sono campioni il cui ricordo \u00e8 davvero legato esclusivamente alla corsa che descrive planimetricamente un ricciolo e che, non per niente, gli spocchiosi cugini chiamano Grande Boucle. Tuttavia, ce ne sono altri che brillerebbero di luce propria, sempre e comunque. In Francia e pure nello spazio.<strong> Ci\u00f2, con buona pace del blasone del Tour, dei vini della Borgogna, della lavanda provenzale e della grandeur della patria che incarn\u00f2 il sogno rivoluzionario. Marco Pantani, per fare l&#8217;esempio che amiamo di pi\u00f9, che il Col du Galibier quel 27 di luglio lo trasform\u00f2 nel giardino di casa sua. E pure nostra.<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ieri, Tadej Pogacar ha scritto un&#8217;altra pagina di grande ciclismo, spianando il mostro del Galibier in salita e, soprattutto, volando in picchiata fino al traguardo, raggiunto in beata solitudine come tutte (o quasi) le volte in cui decide sia il caso di fare sul serio. 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