{"id":640557,"date":"2025-01-16T13:03:59","date_gmt":"2025-01-16T12:03:59","guid":{"rendered":"https:\/\/ticinonotizie.it\/?p=601747"},"modified":"2025-01-16T13:03:59","modified_gmt":"2025-01-16T12:03:59","slug":"viaggo-e-diario-dalla-patagonia-pillole-di-grande-bellezza-dallestremita-del-mondo-di-teo-parini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/?p=640557","title":{"rendered":"Viaggo (e diario) dalla Patagonia: pillole di Grande Bellezza dall&#8217;estremit\u00e0 del mondo- di Teo Parini"},"content":{"rendered":"<p><strong>Seppur con poca propensione nel non reiterare l&#8217;errore, perch\u00e9 restiamo gente ontologicamente suprematista, dello sterminio dei nativi nordamericani qualcosa abbiamo finalmente interiorizzato, nonostante il mito del Generale Custer non accenni a diluirsi. Decisamente di meno, ed \u00e8 una colpa, sappiamo, invece, di Tehuelche e Mapuche, popoli indigeni della Patagonia che hanno ricevuto lo stesso trattamento da parte dell&#8217;uomo bianco. Un viaggio nelle loro terre d&#8217;origine, allora, pu\u00f2 essere l&#8217;occasione buona per fare un po\u2019 di giustizia, oltre che la consueta fonte di arricchimento culturale in luoghi meravigliosi<\/strong>.<\/p>\n<p>La Patagonia, intanto, \u00e8 una regione dell&#8217;America Latina condivisa da Argentina e Cile che include anche la Terra dei Fuochi e, oggi, consta di meno di tre milioni di abitanti bench\u00e9 l&#8217;estensione sia di quasi un milione di chilometri quadrati, circa tre volte l&#8217;Italia. Insomma, un deserto. Il nome lo si deve a Magellano che la scopr\u00ec nel 1520. Il navigatore portoghese celebre per la prima circumnavigazione del globo, imbattutosi in un popolo di giganti, pare li chiam\u00f2 \u2018patagoni\u2019 (tradotto, i piedoni) per la presunta grandezza delle orme lasciate dai loro piedi. Etimologia tutt&#8217;oggi non del tutto scevra da dubbi. Patag\u00f3n, infatti, \u00e8 anche la creatura selvaggia vergata dalla penna di Francisco Vazquez nel 1512 in uno scritto tanto caro proprio a Magellano che, pertanto, potrebbe averne tratto ispirazione. Accezione selvaggia, per uomini con i piedi fasciati di pelle animale che si cibano di sola carne cruda. Ci\u00f2 che \u00e8 acclarato, per\u00f2, \u00e8 che i nativi fossero tutt&#8217;altro che gracili. E non poteva essere altrimenti, considerate le condizioni ambientali di un luogo inospitale perch\u00e9 perennemente sferzato da venti gelidi ed insistenti, cos\u00ec avaro di vegetazione ma ricco di ghiacci anch&#8217;essi perenni e distese di steppa in fotocopia senza soluzione di continuit\u00e0. <\/p>\n<p>Dalla scoperta, qualche secolo di quiete fino alla \u2018Conquista del Desierto\u2019. Il nome funesto che il governo argentino, da poco indipendente dalla dominazione spagnola, diede alle operazioni militari di razzia delle terre abitate dagli indigeni. Sotto la guida di Julio Argentino Roca, pertanto, nel 1885 l&#8217;Argentina pieg\u00f2 la resistenza delle popolazioni native della Patagonia che, da quella campagna predatoria, trovarono l&#8217;estinzione. Ennesimo sterminio sottaciuto. A riguardo, c&#8217;\u00e8 purtroppo una poco edificante curiosit\u00e0 tutta italiana. Roca, a conquista ultimata, spart\u00ec i territori tra i responsabili della feroce campagna e le imprese inglesi che contribuirono al finanziamento della stessa. Nasceva cos\u00ec la famigerata \u2018Compania de Tierras Sud Argentino\u2019, dedita all\u2019allevamento del bestiame su terre strappate ai legittimi proprietari ed alla gestione delle ricchezze. Nel 1991, la compagnia pass\u00f2 di propriet\u00e0 alla famiglia Benetton, quella United Colors, delle tariffe autostradali e del ponte Morandi, che oggi sfrutta un terzo dell\u2019estensione territoriale della Patagonia, noncurante delle rivendicazioni dei pochi Mapuche rimasti. La lunga mano delle privatizzazioni sulla pelle della gente, un&#8217;abitudine senza confini n\u00e9 latitudini.<\/p>\n<p><strong>Lungo i sentieri montagnosi patagonici, la costante, oltre al vento e al silenzio rotto solo dagli animali in libert\u00e0, \u00e8 la presenza di arbusti alti fino ad un metro con bacche dal colore blu ricoperte da spine e foglie sempreverdi.<\/strong> \u00c8 il calafate, sta alla Patagonia come il lampone sta alle Alpi, ed \u00e8 depositario di una leggenda che, per chi ci \u00e8 stato, assurge a buon auspicio. Si dice, infatti, che chi mangia una bacca prima o poi far\u00e0 ritorno. Ancor pi\u00f9 romantica \u00e8 la storia, una delle tante, tramandata dai Tehuelche. Racconta di una donna ormai troppo anziana per affrontare l&#8217;ennesimo spostamento di luogo, atteggiamento tipico di una popolazione nomade come la loro in cerca delle migliori condizioni di vita, abbandonata al suo destino dalle ciniche leggi di sopravvivenza della trib\u00f9. Che, ormai giunta in punto di morte, si trasforma in un cespuglio di calafate potendo cos\u00ec resistere al gelo. Tra i suoi capelli, ora rami, gli uccelli trovano riparo d&#8217;inverno e nutrimento d&#8217;estate. Ma Calafate \u00e8 anche il nome di una piccola citt\u00e0 situata sulla riva meridionale del Lago Argentino, il pi\u00f9 esteso della nazione, che prende il nome proprio dalla celebre bacca. Oggi, non \u00e8 poi cos\u00ec evocativa della tradizione autoctona, perch\u00e9 trasformata in un polo turistico d\u2019\u00e9lite, ma la sua collocazione resta strategica sulla strada di ci\u00f2 che ti aspetti di trovare a venti ore di volo da qui. Una terra ancestrale. <\/p>\n<p>A proposito. Patagonia \u00e8 la somma di due ecosistemi apparentemente dissimili. Semplificando: Ande ad ovest, bassopiani ad est. Ghiacci e deserti che, tuttavia, a pensarci bene sono quasi la stessa cosa. Innanzitutto, lungo l\u2019inesausta costa atlantica sorge la penisola di Valdes, provincia del Chubut. Terreno arido, impenetrabile, regolarit\u00e0 polverosa a perdita d&#8217;occhio. Terre accomodanti ma solo per puma, guanachi, armadilli, leoni ed elefanti marini. Con orche in mare aperto e pinguini dentro e fuori dall&#8217;acqua, forse gli esseri viventi pi\u00f9 simpatici del pianeta Terra. Qui \u00e8 ancora tutto loro. Mare e steppa, all&#8217;infinito, ovunque ci si volti. Un luogo diverso da ogni altro che l\u2019ha preceduto nella memoria del viaggiatore, identit\u00e0 patagonica incastonata al di fuori dalle principali rotte turistiche. Perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 nulla. Anzi, qui ci si viene proprio per la ricerca terapeutica del nulla. E se a Trelew c&#8217;\u00e8 pure un aeroporto, \u00e8 altrettanto vero che anche anche tra piste, torri e velivoli, la vita scorre in punta di piedi. Lo scalo apre per far partire quell&#8217;unico volo, poi chiude in fretta e furia. Ci si muove con circospezione, quindi, dimenticando l&#8217;orologio e i suoi assilli, e non solo perch\u00e9 le strade ancora non conoscono la puzza d\u2019asfalto. La precedenza va ai guanachi in marcia, la distanza premia la pace dei pinguini, il silenzio allieta il volo delle sterne. L&#8217;uomo, almeno per una volta, si muove entro spazi che lo fanno sembrare invisibile. Una soddisfazione, al pari della vista da Punta Delgada, pennellate sullo sfondo che esplorano le tonalit\u00e0 del blu. Forse il modo migliore per rendere l&#8217;idea di infinito. Ossimoricamente, qua, proprio dove il mondo finisce.<\/p>\n<p>Ovest, dall&#8217;altra parte, fa scopa con ghiaccio. Il parco nazionale Los Glaciares, al contrario, \u00e8 decisamente un polo di richiamo per gli aficionados della montagna di ogni latitudine. Cerro Chalt\u00e9n e Torres del Paine sono nomi cari a chi fa dell\u2019orografia impervia una inviolabile ragione di vita. A proposito di queste ultime mastodontiche torri di granito, sono tre, alte quasi tremila metri ed erose da gelo e vento, la \u2018nord\u2019 fu scalata per la prima volta da un italiano, Guido Monzino, e non \u00e8 raro sentirla chiamare, appunto, Torre Monzino. Anche la \u2018sud\u2019 ha un forte legame con l&#8217;Italia. In particolare con il prete salesiano nonch\u00e9 esploratore esperto di Patagonia Alberto De Agostini, biellese, a cui \u00e8 stata intitolata. Il Governo cileno, inoltre, gli ha dedicato anche un parco nella Terra del Fuoco e un fiordo. Detto di Calafate citt\u00e0 e di un&#8217;aura troppo occidentale per essere vera, l\u00ec vicino, ad essere alimentato dal Parco de Hielo Patag\u00f3nico Sur &#8211; sconfinato ghiacciaio continentale nonch\u00e9 terza calotta glaciale dopo Antartide e Groenlandia &#8211; \u00e8 il Perito Moreno, duecentocinquanta chilometri quadrati del sistema andino il cui nome lo si associa a Francisco Moreno. Pioniere, che a suo tempo difese i confini argentini dalla disputa con i vicini cileni. Perito, nel senso di esperto della materia. Perito Moreno, in senso meno letterale, significa eternit\u00e0 dinamica, un paradosso di ghiaccio. Perch\u00e9 ogni anno il ghiacciaio perde tanta massa quanta ne acquisisce, dunque \u00e8 stabile, ma si muove. Non essendo ancorato alla roccia sottostante, grazie ad un cuscino d&#8217;acqua al piede gli \u00e8 consentito un moto traslazionale. Corre. Un paio di metri al giorno, l\u2019ingegneria di madre natura. Tre ore di cammino fino al cuore del ghiacciaio, con il Cerro dos Picos sullo sfondo, sono un&#8217;esperienza difficilmente replicabile altrove che ben spiega perch\u00e9 quella dei limiti territoriali sia diatriba tra i due stati confinanti ancora irrisolta a distanza di secoli. Del resto, chi non vorrebbe fregiarsi di un luogo simile?. In gergo turistico lo si chiama \u2018Big Ice\u2019. Pace dei sensi, in quello del viaggiatore che si trova immerso in un mare allo stato solido, tra i boati dei seracchi che si staccano e sprofondano e i venti che, sibilando, scolpiscono i profili. <\/p>\n<p>Il sud, infine, la Terra del Fuoco. Ushuaia \u00e8 la fine del mondo: pi\u00f9 gi\u00f9 di cos\u00ec non si pu\u00f2. La citt\u00e0 pi\u00f9 australe del pianeta, allocata su un&#8217;isola staccata dalla massa continentale dallo stretto scoperto dal solito Magellano in transito da un oceano e l&#8217;altro. Sopra Ushuaia sta la catena montuosa Martial, in mezzo il canale di Beagle, sotto il niente. Ci\u00f2 che la rende unica, molto pi\u00f9 che le trasformazioni in atto in chiave moderna. Ushuaia, non a caso, \u00e8 la somma di due parole: \u2018ushi\u2019, cio\u00e8 \u2018al fondo\u2019, e di \u2018waia\u2019, quindi \u2018baia\u2019. Baia alla fine del mondo nella lingua degli Yamanas, abitanti di queste terre gi\u00e0 seimila anni fa. Meta dei cercatori d&#8217;oro, poi adibita a prigione in una sorta di confino, Ushuaia \u00e8 rimasta sconosciuta ai pi\u00f9 fino al 1930 quando i primi aerei civili cominciarono a farci rotta. Trasformata prima in una base navale, \u00e8 diventata a partire dagli anni Settanta il punto di svolta per migliaia di abitanti di Buenos Aires in cerca di condizioni di vita pi\u00f9 economiche lontano dalla capitale. Ironia della sorte, oggi Ushuaia \u00e8 destinazione proibita per la stragrande maggioranza degli argentini proprio per il motivo opposto. Un peccato, la porta di accesso all\u2019Antartide dovrebbe essere patrimonio di tutti come ogni regalo della natura. Ma tant&#8217;\u00e8. <\/p>\n<p><strong>\u201cLa Patagonia &#8211; scrive Sep\u00falveda &#8211; \u00e8 un puzzle di luoghi incantati che non sembrano appartenere a questo mondo\u201d. \u201cQuando finalmente vi arrivai, ebbi la sensazione &#8211; scrive Theroux &#8211; di essere approdato al nulla, a un non-luogo. Ma la cosa pi\u00f9 sorprendente era che mi trovavo ancora nel mondo, pur avendo viaggiato per mesi verso sud. Il paesaggio aveva un aspetto desolato, eppure dovevo ammettere che i suoi tratti erano leggibili e che io esistevo in esso. Questa era una scoperta: il suo aspetto. Pensai: Un non-luogo \u00e8 un luogo. Due pensieri piuttosto celebri che riassumono con efficacia il lascito di un viaggio in Patagonia. In definitiva, un mondo nel mondo che ha almeno due meriti straordinari. Quello di ridimensionare l\u2019onnipotenza dell&#8217;uomo quale padrone del tutto e, insieme, di ricordare che prima ci si convincer\u00e0 di essere ospiti del pianeta e prima avremo trovato il modo migliore per abitarlo.<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Seppur con poca propensione nel non reiterare l&#8217;errore, perch\u00e9 restiamo gente ontologicamente suprematista, dello sterminio dei nativi nordamericani qualcosa abbiamo finalmente interiorizzato, nonostante il mito del Generale Custer non accenni a diluirsi. 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