{"id":642246,"date":"2025-03-06T13:33:13","date_gmt":"2025-03-06T12:33:13","guid":{"rendered":"https:\/\/ticinonotizie.it\/?p=608431"},"modified":"2025-03-06T13:33:13","modified_gmt":"2025-03-06T12:33:13","slug":"baggio-caniggia-zoff-baresi-laltro-calcio-e-laltra-voce-elegante-e-suadente-di-bruno-pizzul","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/?p=642246","title":{"rendered":"Baggio, Caniggia, Zoff, Baresi: l&#8217;altro calcio (e l&#8217;altra voce, elegante e suadente) di Bruno Pizzul"},"content":{"rendered":"<p><strong>C&#8217;\u00e8 stato un calcio diverso da questo, una versione che non ci piace pi\u00f9. Un calcio orfano dei patron, pi\u00f9 tifosi ruspanti e passionali che business addicts, a metterci prima la faccia e poi il portafoglio. Pilotato, ora, dai famigerati fondi di investimento e trasformato in fiction dalla pioggia battente di petrodollari. Un calcio diverso, oggi. <\/strong><\/p>\n<p>Senza pi\u00f9 la certezza della domenica, senza i difensori a fare i difensori e non le dame di compagnia e gli attaccanti che, per fare dieci gol a stagione, non devono pi\u00f9 necessariamente essere fenomenali, oltre che scaltri a sopravvivere. Un calcio, quello di allora, che, infatti, ergeva a idoli gente come Maradona e Van Basten, mica Neymar e Vinicius. Un calcio, non a caso, raccontato in maniera diversa. Da cronisti competenti, senza la presunzione di essere considerati le star di un evento bello in quanto tale, mica perch\u00e9 edulcorato da menestrelli, imbonitori e urlatori seriali che dalla meravigliose tradizione latina hanno emulato, e pure male, solo ci\u00f2 che non avrebbero dovuto emulare, la caciara.<\/p>\n<p>Cronisti discreti e misurati, dediti alla narrazione pi\u00f9 che alla sopraffazione. E se Nando Martellini ci costringe a tornare indietro pi\u00f9 di quanto la memoria ci consenta, almeno senza scomodare il sentito dire, Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Ezio Luzzi e tutta quella generazione sono state le voci che hanno raccontato l&#8217;ultimo calcio prima delle pay per view, degli spezzatini orchestrati dai palinsesti televisivi e delle radioline incollate alle orecchie. Delle maglie senza soprannomi da Instagram sulle spalle ma, in compenso, con i numeri identificativi di un ruolo, appunto, identitario. Della diretta tiv\u00f9, ma solo se a giocare \u00e8 la Nazionale o c&#8217;\u00e8 la Coppa dei Campioni e, vivaddio, solo di mercoled\u00ec. Maglia azzurra, appunto, che per quasi un ventennio ha avuto una sola voce iconica, quella di Bruno Pizzul, che, se oggi lo si ricorda con affetto e nostalgia, \u00e8 perch\u00e9 ad un passo dal suo ottantasettesimo compleanno ha lasciato questo mondo. A modo suo, in punta di piedi, senza darsi troppa importanza.<\/p>\n<p>Mediano di rottura, all&#8217;epoca i faticatori del soccer li si chiamavano cos\u00ec, Bruno prov\u00f2 inizialmente a darsi una chance da calciatore militando, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, nel Catania, prima di vestire le maglie di Ischia, Udinese, casa sua, e Sassari Torres. Tecnicamente cos\u00ec cos\u00ec, trasformava la mole in un plus (passava il metro e novanta) quando a centrocampo si faceva a sportellate e finire per terra, pi\u00f9 che un fallo peraltro mai sanzionato, era considerata una sconfitta personale. Cos\u00ec, poco pi\u00f9 che trentenne, Bruno capisce di poter dare il meglio al microfono, tanto che gi\u00e0 nel 1969 fa il suo ingresso in RAI, in un inscindibile sodalizio che durer\u00e0 tre decenni. Il cruccio, forse pi\u00f9 nostro che suo, \u00e8 che, lui, la Nazionale non l&#8217;abbia mai vista vincere, come invece accadde in Spagna al suo maestro e predecessore Martellini e ai suoi non sempre auspicabili successori in Germania. In mezzo, Pizzul ci ha raccontato la storia irripetibile, anche se privata del suo lieto fine, dell&#8217;estate italiana, del pupazzetto tricolore Ciao, della voce di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, degli occhi operai, spiritati e incendiari, di Tot\u00f2 Schillaci. Con le sue corse forsennate a festeggiare gol che hanno tenuto incollata alla televisione una nazione pi\u00f9 unita ed orgogliosa di quanto non sia oggi.<\/p>\n<p>Ma anche la delusione americana, quattro anni pi\u00f9 tardi. L&#8217;afa asfissiante di Pasadena, il Brasile meno talentuoso di sempre, le contraddizioni di Arrigo Sacchi e i maledetti rigori sbagliati. Le lacrime di Franco Baresi, le mani nei capelli di Roberto Baggio e il suo sguardo incredulo. Roby, forse il preferito di Pizzul, e come dargli torto. In totale, ha commentato cinque Mondiali e quattro Europei, tanto che la nostra generazione ha pensato a lungo che non potesse esistere altra voce al di fuori della sua. Non sapendo che l&#8217;avvento del nuovo millennio avrebbe portato in dote un calcio triste, nemmeno parente di quello che sostitu\u00ec. La sua, fu una narrazione semplice &#8211; come il calcio, del resto, ed \u00e8 un complimento &#8211; ma allo stesso tempo colta oltre che misurata, perch\u00e9 senza inutili iperboli. Studi classici, prima, e da avvocato, poi, Bruno fu uomo dall&#8217;aria pane e salame pi\u00f9 fiumi di vino bianco, una sua passione insieme all&#8217;immancabile sigaretta, e giocatore di carte, un po\u2019 come tutti quelli genuini di un tempo. Un uomo rassicurante. <\/p>\n<p><strong>Pizzul ha un lascito espressivo che ricordare \u00e8 sempre un&#8217;emozione. Se con \u201cPartiti\u201c era solito aprire la telecronaca, \u201cTutto molto bello\u201d era, invece, il suo personalissimo modo di elogiare uno spettacolo giunto al suo acme.<\/strong> Locuzioni geniali che abbiamo fatto nostre quali, per esempio, \u201cbandolo della matassa\u201d, quando un campione era in grado di risolvere con maestria una situazione di gioco intricata, \u201ccincischia\u201d, il modo gentile per indicare che un giocatore non sapesse nel frangente che pesci pigliare o, ancora, \u201csventola da fuori area\u201d, a descrivere un tracciante scagliato con forza da lontano, sono ormai l\u2019imperituro patrimonio genetico del gioco che ha contribuito ad impreziosire. Ma \u00e8 il suo \u201cEd \u00e8 gol\u201d che ha il merito di farci sentire ancora come quei bambini che guardano lo sport con spirito incontaminato. <\/p>\n<p><strong>\u201cEd \u00e8 gol\u201d. Quando Baggio si mangia mezza difesa della Nigeria &#8211; \u201cCome giocano, questi?\u201d, sempre a proposito di citazioni &#8211; o quando Savicevic disegna nel cielo di Atene la parabola perfetta. Doverosamente, lo stesso tono di quando l&#8217;incubo Caniggia, nano tra i giganti, uccella Zenga e spegne il sogno nazionalpopolare<\/strong> e, ancora, di quando \u00e8 l\u2019implacabile rapace Trezeguet a sottrarre agli azzurri un Europeo gi\u00e0 vinto. Se a lasciarci sono quelli come Bruno Pizzul che hanno saputo raccontare con trasporto una nostra passione grande \u00e8, in aggiunta al rammarico per Chronos che non far\u00e0 sconti neanche a noi, come perdere un pezzettino della nostra storia, un fratello maggiore. Ora che il calcio \u00e8 un \u201cGrappolo di uomini\u201d, meravigliosa espressione anche questa, senza scrupoli dietro alle scrivanie e senza amore in mezzo al campo, ad essersi estinti sono anche i suoi cantori. Quelli che senza spocchia congenita, tipico atteggiamento di chi non ha bisogno di ostentare competenza per esibirla, finiscono sempre per insegnarci qualcosa di bello.<\/p>\n<p> \u201c\u00c8 stato un piacere raccontare la Nazionale, nonostante tutto\u201d, disse a valle della sua ultima telecronaca, con gli Azzurri sconfitti tra le mura amiche dalla non irresistibile Slovenia. S\u00ec, Bruno, \u00e8 stato davvero un piacere l\u2019aver condiviso con te un bellissimo cammino. Fai buon viaggio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;\u00e8 stato un calcio diverso da questo, una versione che non ci piace pi\u00f9. Un calcio orfano dei patron, pi\u00f9 tifosi ruspanti e passionali che business addicts, a metterci prima la faccia e poi il portafoglio. Pilotato, ora, dai famigerati fondi di investimento e trasformato in fiction dalla pioggia battente di petrodollari. 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