{"id":649448,"date":"2025-07-14T14:00:46","date_gmt":"2025-07-14T12:00:46","guid":{"rendered":"https:\/\/ticinonotizie.it\/?p=628664"},"modified":"2025-07-14T14:00:46","modified_gmt":"2025-07-14T12:00:46","slug":"futuro-scuola-e-intelligenza-artificiale-siamo-diventati-desueti-o-no-di-silvano-brugnerotto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/?p=649448","title":{"rendered":"Futuro, scuola e intelligenza artificiale: siamo diventati desueti (o no)? Di Silvano Brugnerotto"},"content":{"rendered":"<p><strong>Nel 1950 Alan Turing ide\u00f2 il famoso test orientato a valutare se una macchina potesse simulare l\u2019intelligenza umana. Si trattava del famoso \u201cgioco dell\u2019imitazione\u201d, nel quale una persona isolata in una stanza poneva delle domande a due altri soggetti posti in altro ambiente, cercando di capire, attraverso le loro risposte, chi fosse umano e chi una macchina. Se la persona finiva per non rilevare differenze o addirittura per scambiare l\u2019identit\u00e0 dei soggetti, allora la macchina avrebbe potuto essere considerata intelligente.<\/strong><\/p>\n<p>Col passare degli anni il test di Turing \u00e8 stato pi\u00f9 volte riformulato, sia perch\u00e9 il concetto di intelligenza \u00e8 stato via via riconsiderato, sia perch\u00e9 l\u2019avanzamento tecnologico tendeva a superare il test attraverso algoritmi che, per quanto complessi, non potevano essere considerati \u201cpensanti\u201d.<\/p>\n<p>Allo stato attuale il test di Turing pare essere totalmente obsoleto perch\u00e9 la domanda, come ci ricorda il libro \u201cSovrumano\u201d di Nello Cristianini, non \u00e8 pi\u00f9 \u201cse le macchine possono essere intelligenti, ma se possono eguagliarci e superarci\u201d. Attraverso un\u2019acuta analisi tecnico-storiografica l\u2019autore ripercorre l\u2019evoluzione delle macchine fino alla comparsa dell\u2019odierna intelligenza artificiale, dimostrando come la continua competizione fra \u201caddestratori\u201d e \u201cvalutatori\u201d (paragonabile a quella fra crittografi e crittoanalisti di codici) sta imprimendo alle macchine uno sviluppo di natura esponenziale.<\/p>\n<p><strong>Esistono oggi modelli informatici addestrati su miliardi di dati postati sul web, in grado di \u201cargomentare\u201d su ogni ambito dello scibile umano, di riassumere testi, di interpretare immagini, di tradurre da ogni lingua del mondo e di fare tantissimo altro: Chat GPT \u00e8 solo il pi\u00f9 noto di questi modelli, ma non il pi\u00f9 evoluto.<\/strong><\/p>\n<p>Cristianini ci segnala che non siamo lontani dal raggiungere l\u2019AGI (Artificial General Intelligence), forma di intelligenza artificiale \u201ccapace di risolvere gli stessi compiti cognitivi di un essere umano, allo stesso livello di competenza\u201d. E che, all\u2019orizzonte di un futuro non troppo lontano, si profila l\u2019ASI (Artificial Super Intelligence), ipotetica forma di intelligenza \u201ccapace di superare gli esseri umani nella soluzione di compiti cognitivi\u201d. L\u2019ASI, che dalla fantascienza potrebbe approdare alla realt\u00e0, sar\u00e0 forse in grado di comprendere aspetti del mondo che a noi appaiono incomprensibili, elaborando concetti al di l\u00e0 della nostra portata.<\/p>\n<p>Sono visioni vertiginose, quelle che riguardano il nostro futuro prossimo e lontano. Ma, a proposito di sviluppo intellettivo, \u00e8 utile parlare di ci\u00f2 che avviene nel primo dei nostri enti di formazione umana, la scuola. Da anni, ormai, la scuola \u00e8 preda di una visione neoliberista tesa a smantellare l\u2019acquisizione delle conoscenze in favore delle cosiddette \u201ccompetenze\u201d, allineate ad interessi di natura economico-aziendale. La \u201ccertificazione delle competenze\u201d, soprattutto plasmata sul credo laico dell\u2019innovazione digitale, esprime un senso di modernit\u00e0 che in realt\u00e0 non esiste: un\u2019indagine dell\u2019Ocse del 2024 indica che in Italia un terzo della popolazione \u00e8 costituita da analfabeti funzionali, cio\u00e8 da persone che sanno leggere un testo ma non ne comprendono il significato, che non hanno dimestichezza con le soluzioni logiche e che non intendono un discorso complesso.<\/p>\n<p><strong>La scuola italiana rispecchia perfettamente questa situazione, della quale evidentemente \u00e8 la causa: \u00e8 riuscita negli anni a diminuire la dispersione scolastica (dal14,5 % di giovani che abbandonavano gli studi sette anni fa, siamo scesi al 9,8% nel 2024), ma i risultati delle prove Invalsi del 2025 indicano chiaramente forti carenze in italiano (solo il 50% degli studenti raggiunge la sufficienza) e in matematica (meno della met\u00e0). La maggior parte di questi ragazzi (quasi il 90%) mostra invece buona padronanza nell\u2019utilizzo del digitale, e da questo dato potremmo ricondurci al discorso iniziale sulla tecnologia complessa.<\/strong><\/p>\n<p>I cosiddetti \u201cnativi digitali\u201d vivono in un mondo completamente diverso da quello sperimentato dai cosiddetti \u201cboomer\u201d: gi\u00e0 dopo pochi anni di vita sanno manipolare tablet e smartphone, scrollare migliaia di video nei social e giocare in rete. Hanno acquisito facolt\u00e0 tecniche molto pi\u00f9 avanzate di quelle delle vecchie generazioni, smarrendo per\u00f2 quelle specificamente inerenti al mondo fisico: le relazioni interpersonali, anzitutto, ma anche un\u2019idea di tempo condiviso, il gusto del bello permanente e un concetto di formazione dell\u2019identit\u00e0 legato a percorsi narrativi non frammentati. Quando i dati statistici rilevano una buona \u201ccompetenza digitale\u201d degli studenti, dunque, fotografano semplicemente l\u2019uso dello strumento, non il contenuto veicolato dallo strumento.<\/p>\n<p>Se oggi prendessimo uno studente fra quelli che non hanno superato la soglia degli Invalsi e lo sottoponessimo al test di Turing, quale sarebbe il risultato? Riuscirebbe l\u2019utente umano a distinguere fra la macchina e lo studente? La risposta \u00e8 sicuramente si, ma non nel senso per cui il test era nato: lo riconoscerebbe perch\u00e9 la macchina si rivelerebbe molto pi\u00f9 intelligente dello studente. Questo accadrebbe, in parte, perch\u00e9 le macchine contemporanee sono infinitamente pi\u00f9 avanzate di quelle dell\u2019epoca di Turing, ma anche perch\u00e9 lo studente risulterebbe culturalmente pi\u00f9 carente rispetto a quello di alcuni decenni fa; per cui, sotto l\u2019aspetto delle conoscenze generali, apparirebbe deficitario. Inoltre, il test dovrebbe durare non pi\u00f9 di sette minuti, che \u00e8 la soglia media dell\u2019attenzione di un nativo digitale.<\/p>\n<p>La scuola ha dunque intrapreso un cammino discutibile, perch\u00e9 ridurre il sapere al format delle competenze significa deprimere la capacit\u00e0 critica, che invece necessita di spazi aperti, di continui momenti di confronto e di una visione multidisciplinare. Le competenze digitali intese come unica innovazione possibile finiranno, da un lato, per ridurre la scuola a mero ente certificatore per aziende e agenzie private, e dall\u2019altro per proporre esperienze tutt\u2019altro che inedite, essendo gli studenti, fin dalla nascita, immersi nell\u2019universo virtuale.<\/p>\n<p>L\u2019intelligenza artificiale in grado di pareggiare i livelli di competenza umana (AGI) \u00e8 sempre pi\u00f9 vicina, ma la sfumata definizione di \u201cintelligenza\u201d fa apparire lo scenario futuro meno cupo. La misurazione univoca dell\u2019intelligenza basata sul quoziente QI pare ormai superata, perch\u00e9 studi successivi (soprattutto quello dello psicologo Howard Gardner, che individua le \u201cintelligenze multiple\u201d) hanno dimostrato che l\u2019intelligenza pu\u00f2 declinarsi in abilit\u00e0 cognitive specifiche molto diverse fra loro. Cosicch\u00e9 \u00e8 arduo stilare una classifica fra l\u2019intelligenza logico-matematica di Einstein, quella musicale di Mozart o quella corporea-cinestetica di Maradona. Ecco dunque che la scuola dovrebbe stimolare la diversit\u00e0, il dialogo fra le discipline, l\u2019attivit\u00e0 laboratoriale, il teatro; dovrebbe proporre, in altre parole, attivit\u00e0 fisiche e mentali che siano alternative all\u2019universo virtuale. Sarebbe questa, non la rincorsa settoriale al digitale, la vera innovazione della didattica.<br \/>\n<strong><br \/>\nLa scuola delle competenze risulta superata per definizione: ci\u00f2 in cui siamo competenti oggi risulter\u00e0 obsoleto domani. E dopodomani le aziende che vorranno realizzare il massimo dei profitti col minimo dello sforzo useranno ci\u00f2 che \u00e8 quasi a portata di mano: le macchine competenti.<\/strong> E allora la scuola dovrebbe liberarsi prima possibile della zavorra ideologica delle competenze, identificando e valorizzando le intelligenze etiche, filosofiche e creative; perch\u00e9 \u00e8 proprio durante l\u2019adolescenza che maturiamo come persone e come appartenenti ad una comunit\u00e0. La scuola dovrebbe narrare, declinandola nella visione della contemporaneit\u00e0, la grande avventura della conoscenza.<\/p>\n<p><strong>Silvano Brugnerotto<br \/>\nDocente di Storia dell\u2019Arte presso IIS Bachelet di Abbiategrasso <\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1950 Alan Turing ide\u00f2 il famoso test orientato a valutare se una macchina potesse simulare l\u2019intelligenza umana. 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