{"id":667126,"date":"2026-03-20T12:48:39","date_gmt":"2026-03-20T11:48:39","guid":{"rendered":"https:\/\/ticinonotizie.it\/?p=662020"},"modified":"2026-03-20T12:48:39","modified_gmt":"2026-03-20T11:48:39","slug":"magenta-1993-la-mitopoiesi-di-umberto-bossi-bertarelli-sindaco-e-torreggiani-vice-quando-il-futurismo-si-prese-piazza-formenti-di-fabrizio-provera","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/relaxed-shaw.217-160-88-173.plesk.page\/magenta-1993-la-mitopoiesi-di-umberto-bossi-bertarelli-sindaco-e-torreggiani-vice-quando-il-futurismo-si-prese-piazza-formenti-di-fabrizio-provera\/","title":{"rendered":"Magenta 1993. La mitopoiesi di Umberto Bossi, Bertarelli sindaco e Torreggiani vice: quando il futurismo si &#8216;prese&#8217; piazza Formenti- di Fabrizio Provera"},"content":{"rendered":"<p><strong>C\u2019\u00e8 un momento, nella storia di certi territori, in cui la politica smette di essere cronaca e diventa racconto. E poi leggenda. A Magenta, nel giugno 1993, la seconda estate post Tangentopoli (o del Grande Inganno), quel momento ha un nome e un\u2019ora precisa: sera, piazza Liberazione, gremita fino a non lasciare respiro.<\/p>\n<p>Non \u00e8 solo un comizio. \u00c8 una scena fondativa.<\/strong><\/p>\n<p>La piazza \u00e8 un organismo vivo: bandiere che si muovono come onde, voci che si sovrappongono, rabbia e speranza che si mescolano in un\u2019unica temperatura. Sul palco c\u2019\u00e8 Umberto Bossi, ma sotto il palco \u2013 ed \u00e8 forse questo il punto \u2013 c\u2019\u00e8 gi\u00e0 qualcosa che somiglia a un popolo.<br \/>\n<strong><br \/>\nIl sindaco diventer\u00e0 Franco Bertarelli, e quella stagione amministrativa sembra tenere insieme il livello locale e una tensione pi\u00f9 grande, quasi epocale.<\/strong> A palazzo Formenti s&#8217;insedia una sorta di giunta futurista: Bertarelli sindaco, Emanuele Torreggiani vice e assessore alla Cultura. 25 aprile 1994, omaggio di Bertarelli (la cui genesi familiare si rif\u00e0 al mondo e alla galassia umana e culturale del Movimento Sociale Italiano) alle tombe dei morti della Repubblia Sociale Italiana. Corteo ufficiale: siamo in 12. Controcorteo di Anpi e sigle varie della galassia antifascista: alcune migliaia. Il futurismo dura poco, come l&#8217;impresa di D&#8217;Annunzio a Fiume..<\/p>\n<p> Attorno, nei dettagli che poi diventano memoria, si muovono le figure della prima ora: <strong>Mario Cavallin, grafico dei manifesti ruggenti, quelli che non chiedevano permesso ma spazio (sulla sua bacheca ci sono immagini in bianco e nero di lui col Senatur da manuale di storia contemporanea; e con lui Mariangela Garavaglia, militanza quotidiana, concreta, senza retorica. Nomi che oggi sembrano note a margine e che invece, allora, erano trama.<\/strong><br \/>\n<strong><br \/>\nLa mitopoiesi nasce cos\u00ec: non dall\u2019astratto, ma dall\u2019accumulo di gesti, volti, parole gridate e parole trattenute.<\/strong><\/p>\n<p>Bossi quella sera parla, e la piazza non ascolta soltanto: risponde. \u00c8 una lingua nuova, o almeno cos\u00ec sembra. Una lingua che rompe il galateo della politica italiana, che si sporca, che si accorcia, che arriva. La \u201ccanotta bianca\u201d diventa segno, non dettaglio: \u00e8 appartenenza, \u00e8 rottura, \u00e8 dichiarazione.<\/p>\n<p>In quei mesi, mentre altrove si scoperchia il vaso di Pandora di Mani Pulite, qui si costruisce una narrazione alternativa: antipartitocratica, territoriale, quasi tribale nel senso pi\u00f9 nobile del termine. La Lega delle origini non \u00e8 ancora partito compiuto, \u00e8 movimento, \u00e8 nervo scoperto.<\/p>\n<p>E dentro questa scena magentina c\u2019\u00e8 gi\u00e0 tutto: l\u2019intuizione eccessiva, la forza irregolare, la capacit\u00e0 di intercettare un sentimento che non aveva ancora parole precise.<\/p>\n<p><strong>Molti anni dopo, Massimo Fini (forse l&#8217;unico ad averne colto la vena antimodernista e contraria all&#8217;euroburocrazia che arriver\u00e0 da l\u00ec a poco: fu l&#8217;unico a coglierlo, assieme ad un altro animale politico, Bettino Craxi), racconter\u00e0 Bossi con un tono diverso, pi\u00f9 intimo, quasi disarmato. Una notte, in una pizzeria, verso le tre. Non pi\u00f9 il palco, ma il tavolo. Non pi\u00f9 la folla, ma la confidenza.<\/strong><\/p>\n<p>\u00abUmberto, tu sei pi\u00f9 di destra o di sinistra?\u00bb<\/p>\n<p>\u00abDi sinistra, ma se lo scrivi ti faccio un culo cos\u00ec\u00bb.<\/p>\n<p>\u00c8 una battuta, certo. Ma \u00e8 anche una chiave. Perch\u00e9 il Bossi di quegli anni sfugge alle categorie, le usa e le tradisce, le attraversa senza fermarsi. \u00c8 \u201cdi sinistra\u201d nel senso di una certa idea sociale, territoriale, comunitaria; ma \u00e8 anche altrove, sempre un passo fuori.<\/p>\n<p>Fini lo ricorda mentre parla di donne, amori, motori: discorsi da ragazzi, dice. E forse \u00e8 proprio questo il punto: quella stagione aveva qualcosa di adolescenziale, nel senso pi\u00f9 potente del termine. Energia, incoscienza, visione.<\/p>\n<p>Visione, soprattutto.<\/p>\n<p><strong>Con Gianfranco Miglio, Bossi immagina un\u2019Europa delle macroregioni: non Stati nazionali, ma aree coese per economia, cultura, persino clima. Un\u2019idea che oggi suona ancora \u201cvisionaria\u201d, e allora lo era ancora di pi\u00f9. La Padania non come etnia, ma come spazio di chi \u201cci vive e ci lavora\u201d. Senza esami del sangue. Senza burocrazie identitarie.<\/strong><\/p>\n<p>Era una costruzione politica, certo. Ma anche una costruzione simbolica. E come tutte le costruzioni simboliche, aveva bisogno di luoghi. Magenta, in quell\u2019anno, \u00e8 uno di quei luoghi.<\/p>\n<p><strong>Poi la storia, come sempre, complica tutto.<\/strong><\/p>\n<p>Arrivano gli errori, le alleanze innaturali, le paure, il familismo. Arriva il compromesso con Silvio Berlusconi, che Bossi aveva sbeffeggiato con nomignoli taglienti e che poi diventa alleato necessario. Arriva il \u201ctrota\u201d, simbolo involontario di una contraddizione che la Lega delle origini non avrebbe voluto incarnare.<\/p>\n<p>E arriva anche la trasformazione di quel movimento in qualcosa di diverso, pi\u00f9 strutturato, pi\u00f9 riconoscibile, forse meno libero.<\/p>\n<p>Fini, nel suo racconto, segna la distanza tra quella prima Lega e le evoluzioni successive. Parla di una deriva, di uno spostamento, di una perdita di quella spinta originaria che non era riducibile a categorie semplici.<\/p>\n<p>Eppure.<\/p>\n<p><strong>Eppure, tornando a Magenta 1993, tutto questo non c\u2019\u00e8 ancora. Non c\u2019\u00e8 il peso degli errori, non c\u2019\u00e8 la sedimentazione delle scelte. C\u2019\u00e8 solo l\u2019inizio.<\/strong><\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una piazza piena che non \u00e8 solo piena: \u00e8 tesa, caricata, pronta. C\u2019\u00e8 un leader che non \u00e8 ancora \u201cstoria\u201d, ma evento. C\u2019\u00e8 un gruppo umano che non sa ancora cosa diventer\u00e0, ma sa perfettamente cosa non vuole pi\u00f9 essere.<\/p>\n<p><strong>La mitopoiesi, in fondo, \u00e8 questo: il momento in cui una comunit\u00e0 si racconta mentre nasce.<\/strong><\/p>\n<p>E a Magenta, quella sera, la storia \u2013 almeno per un attimo \u2013 ha avuto il passo leggero del mito.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 un momento, nella storia di certi territori, in cui la politica smette di essere cronaca e diventa racconto. E poi leggenda. A Magenta, nel giugno 1993, la seconda estate post Tangentopoli (o del Grande Inganno), quel momento ha un nome e un\u2019ora precisa: sera, piazza Liberazione, gremita fino a non lasciare respiro. 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