Autore: Fabrizio Provera

  • Mario Mantovani come Erasmo da Rotterdam, Arconate come tappa della folle visionarietà di un campione dell’oltrismo- di F.P.

    Mario Mantovani come Erasmo da Rotterdam, Arconate come tappa della folle visionarietà di un campione dell’oltrismo- di F.P.

    “Sono due i principali ostacoli alla conoscenza delle cose: la vergogna che offusca l’animo, e la paura che, alla vista del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera da entrambe. Non vergognarsi mai e osare tutto: pochissimi sanno quale messi di vantaggi ne derivi.”

    “Solo la Follia è capace di prolungare la giovinezza, altrimenti fuggevolissima, e di tenere lontana la molesta vecchiaia.”

    “La pazzia costruisce città, imperi, istituzioni ecclesiastiche, religioni, assemblee consultive e legislative: l’intera vita umana è solo un gioco, il semplice gioco della Follia.”

    “Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso”

    Nella piccola (ma grande, nei desideri dell’uomo di cui ci accingiamo a parlarvi) Arconate, 7mila anime su per giù, in queste settimane (e segnatamente stasera, nell’auditorium di via Montello 1, ore 21.30) sta andando in scena, qualche secolo dopo, una sorta di plastica riproduzione degli effluvi, delle seduzioni, della portata rivoluzionaria di uno dei testi che ha segnato maggiormente la cultura europea ed occidentale: quell’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam che è una pietra miliare della nostra cultura.

    E’ ovviamente lui, Mario Mantovani, a farsene primattore e protagonista. Ma non da solo. Mai da solo. Una vita spesa inseguendo la luminosa (per lui) e invisibile (agli altri) scia perigliosa della follia l’ha portato a dirigere scuole, colonie, a inventare modelli di assistenza che non esistevano, a percorrere vie impervie e mai battute.

    Adesso, con un vigore e un entusiasmo che fanno apparire i suoi 73 anni come 23, Mario Mantovani- attorniato da ragazzi e ragazze, giovani uomini e giovani donne cresciuti con lui, che della Politica come gruppo e frutto della coesione e della formazione è un convinto ortodosso- si ricandida a sindaco di Arconate.

    23 anni dopo. Era il 2001. Rimase in carica 13 anni. Poi, con la saggezza che abbiamo molto apprezzato durante il suo primo discorso della serata di ‘disvelamento’ della sua candidatura, Arconate scelse di cambiare “ed è una cosa che in politica e nella vita va accettata, bisogna accettarla”.

    Quando si va ad Arconate e si passa davanti al Liceo d’Europa è scontato pensare dove potrebbe acccadere altrove, di vedere un istituto simile in un piccolo paese.. Quando si ricordano i fasti di una Arconate che il suo principale uomo politico trasformò in festosa, chiassosa fucina d’opportunità, in culla di un sano populismo (leggere Marco Tarchi e Zeev Sternhell per decrittare i tratti del vero populismo), allora il legame tra la Follia di Erasmo (non a caso adorato a dismisura da un altro visionario come Silvio Berlusconi, che lo rieditò) e Mario Mantovani appare scontato.

    Certo, c’è stato il tempo buio del rancore, quasi dell’odio, degli appostamenti mattutini per assistere alla caduta del nemico politico (che vergogna). C’è stata tanta, ma tanta, Schadenfreude, ossia il piacere maligno che si prova di fronte agli insuccessi e alle sfortune altrui.

    Ma quel tempo è stato espiato dalla forza del Bene della verità, che trionfano sempre sul male e l’ingiustizia. Decenni di battaglie ma la casa di riposo sorge nel cuore di Arconate, è bella, accogliente, pulita, pulsante. Monumento alla visionarietà e simbolo dell’impotenza dei rancori.

    Forza e Coraggio, dice oggi Mario Mantovani. E chi lo ferma più… Tanti auguri, signor sfidante Sergio Calloni.

    Fab. Pro.

    LA LISTA FORZA E CORAGGIO CHE SI PRESENTE AD ARCONATE PER LE ELEZIONI DELL’8 E 9 GIUGNO

    MARIO MANTOVANI, imprenditore, già Sindaco
    Stefano Poretti, avvocato
    Alessandra Inzaghi, operatrice socio-sanitaria
    Fabio Gamba, imprenditore
    Alessio Blumetti, dottore in scienze giuridiche
    Giorgia Cosenza, studentessa
    Giuliana Frigerio, assistente di studio odontoiatrico
    Lelia Invernizzi, ufficio tecnico – laureata in architettura
    Pietro Monolo, atleta e studente di Economia e legislazione di impresa
    Giorgia Pisoni, responsabile di segreteria
    Giovanni Rolfi, atleta e fisioterapista
    Cristina Torno, dipendente pubblico
    Giorgio Ukmar Morlacchi, consulente bioinformatico, ex ricercatore

  • Non dobbiamo dimenticarla la storia di Mino Cavallotti ‘da’ Carpenzago, e di quel Mondo Piccolo- di Fabrizio Provera

    Non dobbiamo dimenticarla la storia di Mino Cavallotti ‘da’ Carpenzago, e di quel Mondo Piccolo- di Fabrizio Provera

    “…Ecco il paese, ecco il piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del Nord, là in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, tra il Po e l’Appennino. Nebbia densa e gelata l’opprime d’inverno, d’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente e qui tutto si esaspera, qui le passioni politiche esplodono violente e la lotta è dura, ma gli uomini rimangono sempre uomini e qui accadono cose che non possono accadere da nessun’altra parte….”.

    Gli uomini rimangono sempre uomini. E potremmo finirla qui. Ma finirla no, non si può. Nei giorni in cui Mino Cavallotti consegnava la sua anima a Dio ponendo fine alla sua esistenza terrena, cominciava per chi scrive un umano e cristiano calvario che non mi ha consentito né di partecipare alle esequie né di fare quello che meglio so fare per non dimenticare, tenere vivo, cristallizzare una vita a suo modo paradigmatica, esemplare.

    Mino Cavallotti da Carpenzago ha passato decenni di vita piena, intensa, rutilante, fatta di duro lavoro e intrapresa strapaesana (si fa, si produce, non si chiede allo Stato o ad altri) in un fazzoletto di case aggrumate a ridosso di uno dei punti più iconici di cui la vallata del Ticino è costellata. Incantevole lo scenario, inconfonbile il paesaggio agricolo fatto di cascine, marcite, mulini, campi che s’aprono magicamente verso il cielo. Piace, Carpenzago. Da tanti anni, ben prima che ci venissero a vivere i campionissimi Gianni Bugno e Clarence Seedorf. Non se ne avranno a male architetti e costruttori delle loro magioni se noi esprimiamo una romantica, reazionaria preferenza per le case che persone come Mino Cavallotti costruirono tanti anni fa, ormai. Varrà la pena prima o poi di ricordare l’opera insigne di un visionario come Romano Airaghi (sua la casa in mattoni che ancora oggi fa bellissima mostra di sè nella frazione robecchese, ma ovviamente non solo).

    Mino Cavallotti volle per sua moglie Teresa e i figli Rita e Lele una grande, bella, iconica casa, inserita in quel paesaggio che da solo rinfranca dalle amarezze che quotidianamente la vita dispensa. Ma non basta. Vita di paese, vita di comunità, e allora se manca una piccola chiesetta- chè la Fede è segno connotante, religioso e civile, delle nostre terre- Mino Cavallotti ed altri aiutano a realizzarla. Rimane, ed attorno ad essa la scorsa estate sono passate più di mille persone. E’ la chiesetta di sant’Anna.

    Mino Cavallotti ed una fede religiosa vissuta in modo non convenzionale, ma profondo e organico, dalla moglie Teresa e dalla figlia Rita. Mino Cavallotti che apparteveva a quella borghesia nata dopo il boom degli anni Sessanta capace di possedere il denaro, e non di esserne posseduta.

    Poi è venuta la parentesi di Vigevano, poi gli ultimi anni, la necessità di essere accuditi. Ma niente e nessuno può aver scalfito quella rutilante pienezza di vita.

    Ci resta da parlare di suo figlio Lele, del mio Lele. Beh è impossibile. Dobbiamo, devo rimandare a uno dei tanti scampoli della sua vita , così ve ne farete un’idea: https://ticinonotizie.it/je-suis-venturi-adieu-massimo/

    Per tutto il resto, coi suoi eccessi, i furori, gli errori difesi con un candore ed un’ostinatezza sbaraglianti, il nostro Lele resta uno incantato dei prati suadenti di Carpenzago e delle sue utopie.

    Lele Cavallotti figlio (e degno erede) di Mino, capace di trasformare un funerale in una torcida di samba. Con le Marlboro sotto la camicia. E la nostra Carla Colombo, e padre Carlo Valsecchi…

    Mille vite, mille vie, mille strade, mille persone, i sorrisi e le lacrime.. ma il segno, indelebile, è quello del Mondo Piccolo. A cui, almeno una volta al giorno, noi che ci viviamo dovremmo volgere lo sguardo in modo meno disattento. E più pieno. Come faceva, ne siamo certi, Mino Cavallotti da Carpenzago.

    Fabrizio Provera

  • Fratus, Cozzi, Lazzarini: altre vittime del circo mediatico giudiziario. Maledetti manettari. Maledetti- di Fabrizio Provera

    Fratus, Cozzi, Lazzarini: altre vittime del circo mediatico giudiziario. Maledetti manettari. Maledetti- di Fabrizio Provera

    “Processo Piazza Pulita: tutti assolti in appello. Il secondo grado ribalta la sentenza per l’ex sindaco di Legnano Gian Battista Fratus, l’ex vicesindaco Maurizio Cozzi e l’ex assessore ai lavori pubblici Chiara Lazzarini. La decisione oggi davanti ai giudici del Tribunale d’Appello di Milano.

    Condannati rispettivamente in primo grado dal Tribunale di Busto Arsizio a 2 anni e 2 mesi, 2 anni e un anno e tre mesi oggi sono stati assolti con la formula più ampia. I tre erano stati colpiti da un ordine di custodia cautelare nel maggio 2019. Fratus era accusato di corruzione elettorale. I tre ex amministratori erano accusati anche di aver pilotato la nomina del direttore generale del Comune e quello del direttore di Amga, società municipalizzata, oltre ad aver modificato il bando per la nomina di un commercialista in Euro.Pa., altra società partecipata dal Comune di Legnano e di aver ‘cucito’ su misura un bando. La sentenza di primo grado era stata pronunciata dal Tribunale di Busto Arsizio nell’aprile 2020”.

    La fredda cronaca giudiziaria non rende, non può rendere l’enormità- per l’ennesima volta- dei danni irreparabili cagionati ancora una volta dal giustizialismo manettaro. Il problema non sono i Tribunali, dove le sentenze possono essere ribaltate e il giudizio mutare con ritmi e modalità sorprendenti. Il problema è l’uso politico, mediatico, culturale dei procedimenti giudiziari a carico di chicchessia. Fratus, Maurizio Cozzi e la Lazzarini quale beneficio potranno tranne dopo anni, diversi anni, nei quali il vomitevole circo mediatico giudiziario li ha mascariati, esposti alla gogna, accusati sulla pubblica piazza? Quale ristoro potranno eventualmente ricevere, dopo gli ordini di custodia cautelare che nel nostro sistema possono essere spiccati senza che via nessuna sentenza? Avviso di garanzia, custodia cautelare, presunzione di innocenza, colpevolezza definitiva solo e soltanto dopo il terzo grado di giudizio. Le pietre miliari del sistema giuridico italiano non servono a nulla, come guarentigia o garanzia, a causa del malcostume invalso da decenni, e vergognosamente cavalcato da certe forze politiche, che trasforma un innocente in colpevole, per poi scappare con la coda tra le gambe o dileguarsi, come ladri nella notte, quando bisogna restituire l’onore all’avversario politico (o al politico, senza essere avversario) dopo una sentenza di assoluzione. Non possiamo essere soddisfatti per l’assoluzione di Fratus, Cozzi e di Chiara Lazzarini. Perché da un lato siamo certi che niente e nessuno li potrà ripagare e risarcire (moralmente, in primis) adeguatamente. E perché non abbiamo nessuna certezza si tratti degli ultimi, cui capiterà il girone infernale dei giustizialisti. Anzi, siamo purtroppo certi che succederà ancora.
    Maledetti manettari.

    Fabrizio Provera

  • Abbiategrasso: uno straordinario Matteo Pisu nei panni di Domingo Grollino. Un successo la prima edizione premio intitolato alla memoria del sognatore di Mar del Plata

    Abbiategrasso: uno straordinario Matteo Pisu nei panni di Domingo Grollino. Un successo la prima edizione premio intitolato alla memoria del sognatore di Mar del Plata

    Si può essere sognatori seppure bloccati contra naturam e contro desiderio su una sedia a rotelle o su un letto? Si può sognare se persino per pulirsi il culo devi essere assistito? Se nessun movimento di mani, braccia e corpo ti è concesso? Se l’aspirazione a una vita piena si traduce nella sola possibilità di sbattere gli occhi?

    La risposta è sì. Non è un esercizio di stile ma la lezione che post mortem continua a darci, giorno dopo giorno, Domingo Grollino. Il ragazzo nato nell’evocativa terra di Argentina, a Mar del Plata (sarà mica un caso se il tango è nato in Argentina..), dove sulle spiagge giocava a calcio, baciava e flirtava con le ragazze, arrivato ad Albairate da adolescente, da allora vittima di un lungo calvario dovuto a una malattia spietata (una vera, autentica figlia di puttana) che l’ha portato a morire nel marzo 2020, in piena emergenza Covid.

    La storia incredibile di Domingo (che sfida credenti e laici: ha senso una vita così, da paralizzati? Certo che sì: ce lo ha dimostrato lui) è, diventata una piece teatrale grazie al Teatro dei Navigi, a Luca Cairati e al regista Lorenzo Cordara. Ma la genesi di questa meraviglia, ancorché colma di dolore, va rintracciata in una esibizione avvenuta alla presenza di Domingo un sabato pomeriggio del settembre 2018, al castello Visconteo, quando ‘cuore impietoso e dettante volontà esplicita’ Sara Valandro coinvolse Luca Cairati nella lettura dell’Urlo, parole e opere dello stesso Domingo.

    E soprattutto questa storia è diventata narrazione teatrale grazie a uno straordinario Matteo Pisu, l’interprete della vicenda umana di Domingo che venerdì sera ha portato sul palco del Corso la storia di Domingo, ma soprattutto il suo messaggio di vita. L’ha fatto, questo giovane talento figlio d’arte (il padre è il celeberrimo Max Pisu), portando sul palco non solo Domingo, ma soprattutto le sue ambizioni, il desiderio tutto platonico di felicità, i primi cedimenti, la malattia, Albairate, l’Anffas dove per anni ha misteriosamente impartito le lezioni derivanti da quel principio religioso che s’umanizza anche per il più forsennato degli atei che si chiama Grazia. Umana, divina: fate voi.

    Matteo Pisu ha portato, sofferto, contorto viso e muscoli, mosso braccia e gambe rimandando lo spettatore alla consapevolezza di cosa abbia significato, per Domingo, diventarne un giorno prigioniero.

    Domingo ha sofferto tanto, ma ha avuto sempre, come testimoniato in modo commovente da Alberto De Priori (dal cui libro è tratta la piece teatrale) qualcosa di più, una energia di vita che gli permetteva di affrontare tutto e di comunicarla a chi gli stava vicino. Le ore e il tempo a sentire raccontare di Domingo hanno un valore significativo, perché testimoniano che vi è una positività di vita che fa vivere qualsiasi condizione, la storia di Domingo è una storia di speranza per tutti. Come scrisse Gianni Mereghetti e come sottoscriviamo alla virgola. E adesso avanti: tutte le scuole dell’Est Ticino dovrebbero assistere allo spettacolo su Domingo Grollino, grazie al come sempre eccellente lavoro del Teatro Navigli. E allora cominciamo, quanto prima.

    IL PREMIO IN MEMORIA DI DOMINGO
    Venerdì sera è stato assegnato dal Teatro Navigli, Luca Cairati e dalla giuria- con la presenza di Riccardo Magni- il premio dedicato a Domingo Grollino, che proprio grazie alla scrittura è sempre riuscito a comunicare al mondo le sue emozioni e i suoi pensieri. Domingo colpito da una rara sindrome degenerativa che ne ha paralizzato il corpo ad eccezione degli occhi e del pollice sinistro, osservava il mondo e le persone, comunicando tramite sms i suoi pensieri. Per la sua forza e il potere prezioso che per lui ha avuto la scrittura, Teatro dei Navigli ha voluto legare il suo nome ad un premio di scrittura con l’intento di creare un luogo di incontro fra i giovani autori e gli addetti del settore, con l’intento di favorire la diffusione di nuove opere creative.

    Uno degli aspetti problematici del teatro in Italia è la carenza di progetti specifici a sostegno della drammaturgia contemporanea, a differenza di altri paesi europei ove sono presenti circuiti e politiche culturali volte a sostenere le nuove drammaturgie e i giovani autori. Il problema è ancora più sentito nel teatro ragazzi; non per mancanza di validi corsi di scrittura creativa o di giovani talenti, bensì alle poche opportunità che essi hanno di proporre ai palcoscenici italiani le loro opere. Teatro dei Navigli ha dunque deciso di istituire un premio dedicato alle nuove drammaturgie per il teatro dell’infanzia e la gioventù, il Premio Domingo Grollino, per abbattere questa barriera.

    Il primo classificato ha ricevuto un premio di 1.000,00 € ed il testo vincitore sarà allestito nella nuova produzione di Teatro dei Navigli nel 2024. Oltre al primo premio per il vincitore, il concorso prevedeva un secondo premio di 500,00 € che sarà attribuito al testo più innovativo, e per il quale è stata fatta una lettura parziale venerdì sera. Sul palco, con Luca Cairati, anche il presidente di Amaga Piero Bonasegale, Marina Mignone di Fondazione Ticino Olona (entrambi sostenitori del progetto). Una gran bella serata di teatro, cultura, ma soprattutto di vita.
    Grazie, Domingo.

    -Le foto sono di Mario Mainino, pagina Facebook Teatro dei Navigli-

  • Ad Abbiategrasso la mafia non condiziona le decisioni del sindaco o del Comune. Se ne facciano una ragione manettari e giustizialisti, Nai è una persona perbene

    Ad Abbiategrasso la mafia non condiziona le decisioni del sindaco o del Comune. Se ne facciano una ragione manettari e giustizialisti, Nai è una persona perbene

    “Visti i contatti diretti di Zio Paolo con l’attuale sindaco di centrodestra Francesco Nai, con l’assessore al bilancio Flavio Lovati e con un consigliere di Fratelli d’Italia Francesco Chillico. Allo stato nessun politico risulta indagato”.

    “Così Nai aveva dato il via alla crociata in difesa del buon nome dell’amministrazione, dimenticandosi però che – benché priva di responsabilità penali – la frequentazione con Errante Parrino non è proprio un esempio di politica antimafia”.

    Spesso sono seducenti e si fanno leggere con piacere, le prose incrociate di Davide Milosa e Cesare Giuzzi, giornalisti del Fatto e del Corriere da cui sono estratti i pezzi pubblicati in apertura di questo articolo. Chi scrive predilige temi molto diversi dalla cronaca di mafia e dalla militanza giornalistica antimafiosa, che sicuramente è materia più nobile di quella prediletta dallo scrivente: le storie di paese, delle maschere da bancone, storie di vino e di ristoranti. Ma ci appassiona assai di più il tema del garantismo, molto difforme e distonico rispetto a parecchi dei ben documentati pezzi di Milosa e Giuzzi. Che tuttavia incespicano sempre in poche parole che spesso e volentieri sono lenzuolate: nel caso di specie, ad Abbiategrasso NON E’ STATO COMMESSO ALCUN REATO. Il sindaco Cesare Nai, persona perbene e al di sopra di ogni sospetto, non ha malversato con alcuno. Non ha commesso violazioni di legge, non ha forzato procedure o alterato atti amministrativi. Eppure oggi, e ancor di più domani, il nome di Nai ed Abbiategrasso sarà sottoposto a mascariamento (modo più elegante di dire ‘sputtanamento’) per la consueta, indefessa, continua attività di cucitura e ricucitura di brani provenienti da intercettazioni ed atti giudiziari.

    Il classico tritacarne mediatico in cui questa volta nel frullatore finiscono Nai, Flavio Lovati e Franco Chillico di FDI. Quali reati avrebbero commesso? Nessuno. Hanno ricevuto provvedimenti giudiziari, avvisi di garanzia o notifiche di indagini? Nessuno. C’è un magistrato che li accusa? Nessuno. Niente di niente. Solo brani introiettati qua e là nei peridodici pezzi, spesso coloriti e colorati, che escono a corredo di maxi inchieste di quella odierna. Dove a fianco di arresti di criminali VERI, di reati MANIFESTI E CONSOLIDATI, di presenza REALE del malaffare in Lombardia (che notizia…), s’accompagnano pagine di poveri mascariati..

    LA MAFIA E SARA MANISERA
    Nel pezzo odierno sul Corriere, Cesare Giuzzi ricorda il caso di Sara Manisera (al cui fianco era intervenuto tempo fa in castello, durante un incontro al quale partecipava la stessa cronista poi denunciata dal Comune): “Tanto da creare più di un imbarazzo oggi che il Comune ha deciso di querelare la giornalista Sara Manisera »colpevole» di aver detto in occasione di un evento pubblico di aver visto ad Abbiategrasso «le mafie entrare nel comune, negli appalti pubblici, e soprattutto dentro il cemento, perché alle mafie una cosa che piace tanto è il cemento, i centri commerciali”.

    Ci spiace per Sara Manisera (e Giuzzi, e Milosa): ora ci sarà un processo nel quale Sara Manisera dovrà, e sicuramente vorrà, dimostrare il senso di queste parole, quindi degli appalti pubblici e del cemento infiltrati dalle mafie. Siamo più vecchi di Sara Manisera (è un dato anagrafico, non un merito), e noi questi appalti di mafia, questi padrini con tanto di coppola che sarebbero circolati dalle parti di piazza Marconi, tra il 1994 (da quando facciamo i cronisti locali) ad oggi non li abbiamo mai visti. Abbiamo visto passare i sindaci Ceretti, Fossati, Albetti, Arrara e Nai. Tutte persone oneste e perbene, al di sopra di ogni sospetto. Ma che la mafia ad Abbiategrasso NON CI SIA, oggi come ieri, lo certificano le carte dell’inchiesta e quelle della Procura di Milano. Si rassegnino i fomentatori della cultura del sospetto. La mafia ad Abbiategrasso non c’è. E nessuno, fino ad oggi, è riuscito a confermare il contrario OLTRE OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO. Non ci sono reati e nemmneno inchieste. Non c’è mafia. C’è solo il mefitico circo mediatico giudiziario. Fatevene una ragione.

  • Abbiategrasso, i professionisti del sospetto ci riprovano: ‘legami tra Comune e mafia’. Ma ovviamente nessun indagato e nessun reato

    Abbiategrasso, i professionisti del sospetto ci riprovano: ‘legami tra Comune e mafia’. Ma ovviamente nessun indagato e nessun reato

    Ci riprovano, ancora una volta. I professionisti del circo mediatico giudiziario, quelli del taglia e cuci (le intercettazioni), i giornali e i giornalisti che da anni si dedicano al rapporto tra politica e malaffare. In certi casi, come abbiamo SEMPRE sostenuto, esondando. Perché oggi, ancora una volta, accade che dei politici- di Abbiategrasso, in questo caso- vengano MASCARIATI. “Mascariare” in siciliano significa tingere con il carbone. Basta un tocco e resta un segno. Quello del sospetto, ovviamente. Quando si parla di mafia vengono in mente sempre scenari e complotti. È una barbara pratica di gogna mediatica al quale da decenni ci hanno abituato. Non ci sarebbe niente di nuovo, se non che stavolta si è usato (e si è osato) mettere nel calderone tutto e tutti.

    Ma vediamo nel dettaglio cosa scrivono le agenzie di stampa. “Ad Abbiategrasso Paolo Errante Parrino sarebbe stato il “punto di riferimento” per “dirimere problematiche locali” (per esempio nell’assegnazione di una casa popolare) e avrebbe avuto “perduranti e confidenziali rapporti con esponenti della politica locale” fra i quali il sindaco Francesco Cesare Nai. Infine avrebbe partecipato ad alcuni dei summit con esponenti trasversali delle diverse organizzazioni mafiose che costituiscono l’ossatura dell’inchiesta di Dda e carabinieri di Milano e Varese sull’esistenza di un consorzio di mafie in Lombardia. Per il gip Tommaso Perna che, per il 76enne Parrino come per altre 142 persone ha respinto la richiesta di misura cautelare opponendosi alle tesi delle pm, “non è in alcun modo possibile affermare che” Parrino “abbia proseguito, anche dopo la prima condanna del 1997, il suo rapporto di affiliazione al Mandamento di Castelvetrano, né tantomeno all’associazione lombarda ipotizzata”. In particolare il Gip si sofferma sull’assenza di contestazioni da parte dei pm dei cosiddetti “reati fine” ma solo dell’appartenenza all’associazione mafiosa che “dovrebbe ricavarsi unicamente dalla presenza di alcuni indici rilevatori interni al sodalizio stesso”.

    Per il giudice, la Procura su Parrino, come in realtà su decine di altri indagati, ha portato solo “elementi” di tipo “suggestivo” per provare che il 76enne “abbia continuato a far parte del sodalizio” mafioso anche dopo la fine degli anni ’90. Manca, tra le altre cose, la prova “del contenuto degli incontri” tra Parrino e “Bellomo Girolamo”. Secondo l’accusa, Parrino sarebbe stato “intermediario per conto della famiglia trapanese dei Pace nella controversia con Amico Gioacchino”. E, nel novembre 2021, a Castelvetrano avrebbe incontrato anche le sorelle, la nipote e la madre dell’allora superlatitante Messina Denaro. E ancora, sempre secondo la Dda, avrebbe intrattenuto “perduranti e confidenziali rapporti” con il sindaco di Abbiategrasso (Milano) Cesare Nai (non è indagato), che chiamava, scrive la Procura, “Cesarino”, e con altri esponenti del Consiglio comunale. Ma non c’è alcuna prova, secondo il gip, che Parrino abbia messo in pratica la “metodologia mafiosa” nei fatti elencati, definiti dallo stesso giudice anche come “scarsamente rilevanti”, e che addirittura lo avrebbe fatto come presunto appartenente della confederazione delle tre mafie.

    Quindi: nell’ambito della maxi indagine di oggi della quale vi abbiamom già parlato, Parrino NON viene arrestato. Nai non ha commesso alcun reato e non è indagato. Flavio Lovati e Franco Chillico di FDI pure. Però Corriere della Sera e Fatto Quotidiano scrivono lunghe articolesse. Tutto normale, tutto regolare. Tutti mascariati. Come al solito. Reati? Nessuno (ad Abbiategrasso). Per chi ha una voglia smodata di mafia, casomai, consigliamo Il Padrino di Francis Ford Coppola con l’immenso Marlon Brando, alias Vito Corleone.

    F.P.

  • Da Magenta alla conquista di Milano (nella ultra-cool zona Sarpi): in bocca al lupo ad Andrea Cantisani e al panino più buono del mondo

    Da Magenta alla conquista di Milano (nella ultra-cool zona Sarpi): in bocca al lupo ad Andrea Cantisani e al panino più buono del mondo

    Chi conosce Andrea Cantisani ricorda, e sa, come tra le pieghe del suo intrigante menù spuntò tempo fa il pan cristallo, deliziosa specialità da forno che Andrea abbinava a Sua Maestà Patanegra, il prosciutto (spagnolo) più buono del mondo.

    Da qui è nata l’idea di aprire a Milano, assieme ad un socio, “La Cristalleria“: inaugurata settimana scorsa in via Morazzone 10, nel contesto della sempre più cool zona di via Paolo Sarpi, Andrea è partito da Magenta alla conquista della clientela meneghina, che a livello enogastronomico vive in una delle città più in evoluzione di tutto il mondo.

    IL PAN DE CRISTAL E JOSELITO
    Il protagonista della Cristalleria di Milano è un prodotto unico, nato dalla tradizione spagnola e composto da un impasto ad altissima idratazione che comporta una crosta sottile e croccante e una mollica altamente alveolata. Il “pane di cristallo” ha una consistenza diversa da quella del pane tradizionale. Le modalità di preparazione sono determinanti per la croccantezza della crosta e per ottenere una mollica voluminosa e leggera.

    Cristalleria Milano Magenta Defuego Cantisani

    Tutto questo lo rende ideale da servire con formaggi, insaccati come prosciutto e olio d’oliva. Come detto, Andrea e il suo staff hanno deciso di impreziosirlo con ingredienti e farciture di altissimo livello come il predetto Patanegra. E tra quelli disponibili Andrea ha scelto.. il Re: Joselito. Senza ombra di dubbio la marca di Pata Negra più conosciuta dentro e fuori i confini della Spagna.

    L’azienda originaria di Guijuelo nella ragione di Salamanca rappresenta uno dei fiori all’occhiello della gastronomia iberica: più di un secolo di storia, 40mila jamon prodotti e commercializzati all’anno e tanti riconoscimenti da parte della critica e del pubblico. Ottenuto da una straordinaria qualità di suini tutti rigorosamente di razza 100% iberica e allevati allo stato brado, Joselito ha una stagionatura lentissima e riposa in bodega tra i 24 e i 30 mesi.

    In perfetto equilibrio tra sapidità e dolcezza, è un campione del gusto che ti avvolge con la sua rosa di sapori unici, regalandoti grandi emozioni.

    CHINATOWN, OGGI
    Dimenticatevi il passato, anche recente: oggi la Chinatown ambrosiana è un ribollire di nuove iniziative imprenditoriali puntate sul cibo e non solo di matrice cinese. I vecchi imprenditori del tessile-abbigliamento sono stati sostituiti da altri: le ricche famiglie asiatiche hanno pensato bene di investire nel food e in particolare sul vino e gli aperitivi.

    Sono sorte così, una a fianco all’altra, enoteche e take away come se piovesse. Insomma la vecchia Chinatown ha cambiato pelle ed è diventata un quartiere multietnico cool specializzato nella somministrazione veloce di cibo che ha incontrato il favore dei consumatori italiani, seduti fianco a fianco con i giovani cinesi. I

    l prezzo più abbordabile (nei take away ci si sfama con ravioli e birra con 10-15 euro mentre nei ristoranti cinesi si va dai 20 ai 40) ha mosso molto e ha attirato l’attenzione del consumatore milanese.

    Ed ecco che la Cristalleria si inserisce pienamente in questo ‘dinamico’ vortice.

    IL MENU’ E IL CONCEPT DELLA MAGENTINA DEFUEGO
    Ma cosa offre la Cristalleria, oltre al già citato e succulento panino con Joselito? La scelta spazia tra proposte diverse, tutte di altissima gamma (da scegliere in formato regolare o maxi): quello con la pregiata acciuga San Filippo, il Vitello Tonnato, il Varzi, il Sockeye (salmone), il Pastrami (re dello street food a New York), quello con mortadella di Mangalica o con prosciutto cotto artigianale. Tutte materie prime selezionate con passione e rigore e accompagnate ad ingredienti altrettanto importanti. E ovviamente a un reparto di ‘beverage’ e drink di pari livello.

    Assieme all’idea c’è un altro decisivo elemento made in Magenta in questo progetto: Defuego, l’innovativa agenzia di consulenza per lo sviluppo del business fondata da Eugenio Ceriani nel cuore della città e che ora conta su collaboratori e creativi da tutto il territorio. DEFUEGO cura strategie di crescita per aziende e organizzazioni che guardano al futuro, fornendo tutto il supporto tecnico e creativo necessario alla realizzazione di progetti che si fondano sulla creazione di un valore “di marchio”.

    Un unico interlocutore strategico per sviluppare la presenza -soprattutto online- di qualsiasi impresa interessata alla crescita. Comunicazione, targeting, e vendita online sono le frontiere che vedono impegnato lo staff per conto dei propri partner, ed è infatti anche (e soprattutto!) online che puoi ordinare comodamente il nuovo panino più buono del mondo.

    Cristalleria Milano

    L’AI COME ELEMENTO DI SVILUPPO CREATIVO
    L’intero progetto della Cristalleria di Milano, curato da DEFUEGO sin dalle fasi embrionali, ha visto l’impiego dell’intelligenza artificiale nella definizione del concept comunicativo nel suo complesso. Un altro importante elemento di novità che arriva dal nostro territorio e che andrà tenuto sott’occhio nella sua evoluzione.

    E allora, da oggi, tutti in Cristalleria a Milano per augurare in bocca al lupo ad Andrea Cantisani!

  • Tu stai servendo, ma non sei un servo. Addio a Stefano Piscopo, inarrivabile maitre di sala. L’eleganza del gesto. Anzi, del beau geste.

    Tu stai servendo, però non sei un servo. Servire è l’arte suprema; Dio è il primo servitore. Dio serve gli uomini ma non è servo degli uomini (Roberto Benigni).

    “Citare uno dei miei più illustri compaesani contemporanei mi sembra la maniera migliore per cominciare a parlare di un’arte suprema come quella del maître. Questa breve frase riesce a spiegare il valore e l’importanza, la nobiltà e il ruolo della nostra professione. E sottintende una domanda: torneranno i tempi in cui il maître ricopriva il ruolo dell’anfitrione? Un ruolo in cui accoglienza, eleganza e professionalità costituiscono le qualità minime richieste? Cari colleghi, bisognerebbe proprio ripartire da questa domanda. Nobilitiamo la nostra professione, esploriamo e valorizziamo il messaggio “Umili, servili ma a testa alta!” (…)

    Parlava e ascoltava, avviava un dibattito, interagiva offrendo un servizio che, senza leziosità o pretese, restituiva una luce nuova e positiva all’intero ristorante. In quell’atteggiamento io ci ho visto del cuore, ci ho visto una passione e tanta maestria. E queste sono cose che, non solo si notano, ma ti restano addosso – non a caso sono qui a raccontare di un pranzo che poteva finire nel dimenticatoio come moltissimi altri ed è invece diventato un memorabile pranzo.

    Voglio ancora ripetere quelle parole citate all’inizio: il nostro lavoro è un’arte! E, in quanto arte, esprime l’animo dell’artista. Il nostro mestiere dev’essere la manifestazione delle nostre passioni, e in questo fa di noi degli artisti, protagonisti del nostro settore. Impegnamoci quindi a migliorare nella nostra “arte del far bene” abbracciando proprio quel pizzico di follia che ci rende creativi e a volte fuori dalle righe”.

    Carlo Tofani (Identità Golose, 2013)

    Da grande intrattenitore di persone, di momenti, di situazioni, il nostro ultimo incontro non potè avvenire al di fuori di un bar.

    Gennaio 2023, bar Maino. Io seduto nei tavoli più interni, Stefano a fianco del bancone, tavolo riparato. Alza la mano ma scorgo un che di anomalo. Mi confessa la malattia, un monte terribile e impervio, con lucidità e forza. Rimango piuttosto agghiacciato. Non sapevo. Mi impegno a cercare di catturare l’attenzione di un luminare. Non ci riesco. Resta, mi resta, un’amarezza dal retrogusto che non se ne andrà mai. Come un Yquem del 1964, ma molto meno dolce. Ha l’odore del fiele. Anche oggi.

    Stefano Piscopo classe 1966, compagno di classe di mia sorella al Liceo Bramante. L’icona del sorriso. A 26 anni, correva il 1993, lo rivedo scendere in piazza a Robecco da un fuoristrada. Elegante senza bisogno di formalità. Erano gli anni della Corte del Re. Locale ricercato senza leziosità nel difficile post 1992 del nostro lembo di provincia. Eleganza e contenuta sfrontatezza. Vitalità. Joie de vivre. Luci rutilanti, alla bisogna soffuse, anche dopo le 23.

    Lo ritrovo secoli dopo, quando diventa partner di questo piccolo giornale. Quasi 25 anni dall’ultima volta, senza che fosse cambiato alcunché. Certo, la fisionomia, la figura. Il peso del tempo. Ma solo in quel momento, mentre lo osservo e ne scrivo in occasione di due pranzi da favola (in una villa da sogno di Sedriano, paese tutt’altro che onirico, e soprattutto nel cuore della splendida cascina Cambiaga di Casterno, dove Massimo Oldani ha ricreato qualcosa di talmento bello da struggere lo sguardo) Stefano Piscopo esercita semplicemente, ma al meglio, la propria arte. Servire, sovrintendere, gestire la sala. Possedere, la sala. Un sapiente mix fatto di sorrisi, parole, gesti, soprattutto di mani. Le mani- del maitre, del barman, dello chef, del sommelier- sono il segreto di questo mestiere che richiede la dedizione, il sacrificio, la sofferenza dell’applicazione. Ma che deve essere sovrintesa, sempre, dal sorriso.

    Il mestiere, quello vero, non si impara. Si eredita. E Stefano, come descrive magistralmente (more solito) Emanuele Torreggiani nel pezzo che segue, l’aveva ereditato da papà Peppino.

    Ricordo l’orgoglio filiale quando condivise il pezzo nel quale parlammo di Peppino Piscopo e dell sua saga di magistrale barman. Rimasi stupito da quella devozione. Peppino Piscopo feci in tempo a vederlo seduto durante una delle cerimonie cui Stefano sovrintendeva con la classe di uno Zar. Appagato il padre, nel vedere la maestrìa del figlio e la crescita del suo nipote Filippo. Smagliante, Stefano, nel volgere l’occhio sempre attento (e capace di cogliere ogni particolare della sala, a intercettare ogni bisogno) al suo papà, appagato e cosciente di averlo soddisfatto. Buonasera signori, benvenuti. Tutto bene? Fabrizio quella ragazza al tuo fianco si è sposata con me, nel senso del catering. Ciao ragazzi, come state? I grandi maitre, gli imperiosi maitre di sala, sanno interloquire contemporaneamente con dieci persone. Intanto hanno già sparecchiato, o fatto sparecchiare, portato vino bianco nella glacette, rimpinguato il rosso, sostituito la posata caduta per terra, ‘sincerato’ che i commensali vegetariani avessero riceuto la spigola o la ratatouille.

    Nel ricordo di Stefania Grechi, già liceale e già peralzina

    Stefano Piscopo era uno di quelli che non fabbricano la classe del mestiere e la distillano per eredità. Quindi adesso tocca, a tutti noi, essere vicino a chi ha condiviso la sua avventura sino alla fine (ad agosto, sui social, cercava ancora dei collaboratori per la sua azienda mentre il male lo consumava giorno dopo giorno), soprattutto a Filippo. Che porta con sè l’eredità, pesante, di due montagne da scalare. Nonno Peppino e papà Stefano. L’aiuteremo tutti. Ma lui sia sempre, perennemente orgoglioso di essere stato- e di essere- nipote di Peppino Piscopo e figlio di Stefano Piscopo. Generazioni, decenni, di servizio e di stile. Di eleganza. Di sapiente arte del servire. I banconisti come noi, impenitenti perdigiorno (e soprattutto perdinotte) di bar e ristoranti, lo sanno meglio di altri. So long per te Stefano. A buon rivederci. Non sai quanto mi ha addolorato, quel mancato appuntamento. Cerco di restituertene, se possibile, una parte. In alto i calici per te, ineffabile maitre di sala.

    Del resto.. Servire è l’arte suprema; Dio è il primo servitore.

    Fabrizio Provera

  • Parla Arianna Timeto, magentina, tra i migliori 40 talenti italiani under 40 (ma lei ne ha molti di meno…)

    Una magentina brillante, determinata, decisa, intraprendente. Una giovane donna manager inserita di recente dalla prestigiosa rivista Fortune Italia tra i migliori 40 talenti italiani.. under 40. Un traguardo di grande prestigio, soprattutto considerando che Arianna.. ne ha appena 30.

    MAGENTA – Ma leggiamo la sua descrizione ed il suo (già) importante curriculum. Arianna Timeto, classe 1993, è Marketing & Communication Manager di Acer Italia, azienda leader del settore ICT. In Acer dal 2019, coordina le strategie di marketing e comunicazione legate a Acer e Predator Gaming, a livello branding e tramite le principali insegne retail consumer. Ha conseguito la laurea magistrale in Marketing Management e Comunicazione di Impresa presso l’Università Cattolica di Milano e, nel 2014, a 20 anni, è stata una dei più giovani giornalisti in assoluto iscritti all’Albo, maturando esperienze lavorative sia su testate cartacee sia in ambito televisivo.

    Oggi supporta e pruomove attivamente l’empowerment femminile, in particolare nel settore tech e gaming. È ambassador di Women in Games, associazione no profit che si pone l’obiettivo di garantire pari opportunità alle donne che operano nel settore videoludico.

    La ‘menzione’ di Fortune Italia è di quelle che pesano: fondata nel febbraio del 1930 da Henry R. Luce, già co-fondatore di Time, Fortune è universalmente riconosciuta da top-manager e opinion leader come una delle più autorevoli riviste del mondo. Quaranta giovani impegnati a cambiare il loro futuro e quello del nostro Paese. Astronauti, Top manager, comunicatori, sportivi, scienziati, Innovation manager ed esperti di public affairs. Accomunati da sana ambizione, coraggio, passione, sicurezza in sé e creatività, questi giovani hanno saputo acquisire importanti competenze, mettendoli poi a sistema e creando valore ovunque si siano impegnati: questa la ‘ratio’ su cui poggia la classifica stilata dalla rivista.

    Abbiamo intervistato Arianna per chiederle di descriverci la gioia di questo traguardo. In altri tempi si sarebbe potuta definire ‘una ragazza acqua e sapone’, sorridente e cortese, che non fa pesare affatto l’essere stata indicata come una dei migliori talenti nazionali.

    “Sono stata chiamata dalla redazione di Fortune che mi ha preannunciato l’inserimento del mio nome. E’ stato un misto di emozione e soddisfazione, uno di quei momenti che si ricordano. Scherzosamente ho fatto notare che di anni ne ho solo 30…’, dice scherzosamente. Arianna ha cominciato dal gradino più basso: cronista locale a 18 anni, firma di Libera Stampa l’Altomilanese. Ha ottenuto il tesserino di giornalista ad appena 20 anni: già allora un piccolo record, propedeutico all’incoronazione di Fortune.

    “Come sai e sapete il giornalismo è stata la mia prima passione. Assieme a tenacia e intraprendenza: sono state e sono ancora oggi le doti che ritengo più importanti e che cerco di fare mie. Nel percorso universitario ho affinato le mie conoscenze nei settori del marketing e della comunicazione: di recente sono tornata all’Università Cattolica per fare una lezione. E’ stato molto emozionante.. In Acer, che è una multinazionale con sede principale a Taiwan, sono entrata nel 2019, appena prima del Covid e dopo aver concluso il mio percorso di studi”.

    Acer è un brand riconosciuto a livello mondiale: è una società specializzata nella produzione di personal computer con sede a Taiwan. L’azienda ha cominciato a lavorare nel settore dell’informatica di consumo a partire dalla seconda metà degli anni ’70, sviluppando il suo business negli anni ’80 e ’90 e arrivando ad essere, nel 2009, il secondo produttore mondiale di personal computer. Il merito è in parte dovuto all’enorme gamma di prodotti, che spazia dai computer per il mercato consumer, a quelli per il mondo office, passando per dispositivi come cellulari, smartphone, notebook, tablet, netbook, computer desktop e periferiche.

    Benché i tempi stiano cambiando, com’è per una giovane donna lavorare ai vertici italiani di una multinazionale? “Sì hai ragione, le cose stanno subendo un’evoluzione importante, ma ci sono ancora dei gap da colmare. Il cammino per una reale ed effettiva parità uomo donna, anche nei salari, è in pieno corso ma deve ancora compiere dei passi. Io personalmente non ho mai trovato particolari difficoltà: punto molto o quasi tutto sull’intrapredenza, sulla curiosità, ma anche su di una necessaria resilienza”.

    Tra le tante passioni ed impegni di Arianna c’è quello legato all’empowerent femminile connesso a tech e gaming, realtà in grande crescita. “Esatto, il gaming oggi non è più quello di un tempo: è una realtà fortemente dinamica ed in fase di radicale trasformazione. E’ un’attività che mi sta dando molte soddisfazioni, che spero di poter continuare ad esercitare”.

    Ancora oggi del resto, le donne sono spesso ingabbiate in presupposti culturali e sociali e ruoli prefissati. Liberarsi da questi presupposti serve a raggiungere una piena consapevolezza delle proprie capacità. Tutto questo si può riassumere con il concetto di “empowerment femminile”. È talmente importante che ne parla la stessa agenzia delle Nazioni Unite dedicata allo studio della condizione femminile, la UN Women, nel suo rapporto del 2018. “Raggiungere l’uguaglianza di genere non è solo un obiettivo importante in sé e per sé, ma anche un catalizzatore per raggiungere l’Agenda 2030 e un futuro sostenibile per tutti”. L’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di donne e ragazze è, nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, il quinto punto di 17 per uno sviluppo sostenibile.

    E cosa resta del rapporto tra Arianna, manager in carriera, ed il suo territorio di provenienza, Magenta e l’Est Ticino? “Ovviamente permane, anche se il tempo che mi resta è poco. Ma essendo nata come cronista locale il legame resta ed è indussolubile. Del resto faccio sport a Corbetta, quindi ci sono…”

    Cosa richiede l’essere un manager, assumere decisioni importanti, quindi lavorare molto? “Richiede ovviamente.. molto. Ma se si riesce trasformare una grande passione in quello che è il proprio lavoro, il peso si riduce e di molto. Io mi ritengo molto fortunata: faccio un lavoro impegnativo, che mi chiede ogni giorno moltissimo. Restituendomi tuttavia ancora di più”.

    E da grande (visto che di tempo ne ha ancora, a iosa..) cosa vorrebbe fare, Arianna Timeto? “Quello che faccio mi appaga parecchio, quindi ti rispondo che vorrei proseguire a lavorare e crescere, quindi migliorare e migliorarmi, nel settore del marketing e della comunicazione”.

    Cosa consiglieresti a un ragazzo o ragazza di 20 anni che vorrebbe intraprendere un cammino come il tuo? “Consiglierei loro di essere intraprendenti, decisi, di porsi degli obiettivi. E di avere pazienza, perché non tutto arriva subito”. Ancora qualcosa? “Sì: nel lavoro in quello che faccio occupa una posizione preminente, per me, il poter fare qualcosa che arreca beneficio ad altri. La dimensione sociale dell’impresa è qualcosa di essenziale, per me”.

    Donna, decisa, libera, sorridente e talentuosa. Vai avanti così, buona vita Arianna.

  • Filippo Facci e il caso La Russa, parla la difesa (lui). A noi Facci è sempre piaciuto, ed oggi.. stiamo ancor più convintamente dalla sua parte

    MILANO Mentre il Tribunale del Politicamente Corretto ha già emesso una dura sentenza di condanna, senza neppure passare dalla stanza del Gup, Filippo Facci oggi si è difeso con un editoriale su Libero. Lo pubblichiamo per due ragioni: il diritto di replica, anzitutto.

    E in secundis perché a noi Filippo Facci, coraggiosissimo garantista cui le televisioni preferiscono i manettari Scanzi e Travaglio, è sempre piaciuto. E oggi, se possibile, stiamo ancora più convintamente dalla sua parte. Buona lettura.

    Fabrizio Provera

    EDITORIALE DI LIBERO, 10 LUGLIO
    I weekend estivi costringono a occuparsi anche dispiacevoli sconfitte professionali, e una mi vede nel ruolo di protagonista. Lacomparsa invece è SandroRuotolo, senatore e responsabile informazione del Pd,il quale mi ha attribuitoquattro reati sanzionati dalCodice di procedura Penale, ossia: 1)Razzismo; 2) Sessismo; 3) Apologia delfascismo; 4) «Vittimizzazione secondaria» di una presuntastuprata.

    Questi reati deriverebbero tutti dal passaggiodi un mio articolo pubblicato sabato su Libero, questo:«Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fattaanche da Leonardo Apache La Russa».È un passaggio stilistico, può non piacere e infatti non è piaciuto a molti – e la mia sconfitta professionale e il mio dispiacere derivano proprio da questo: ne hanno fatto un caso, questo senza aver letto tipicamente il resto dell’articolo da cui il passaggio è estrapolato. Vale per chiunque sia intervenuto su questa polemica e abbia addirittura ritenuto di investirne la Rai, colpevole di avermi proposto dal settembre prossimo una collaborazione per ora neppure formalizzata.Chiunque abbia letto tutto l’articolo, e sottolineo chiunque (compreso il deputato del Pd che per primo mi ha avvertito diquesta polemica per mancanza d’altre) ha convenuto che il mio articolo fosse ordinario ed equilibrato, tanto che l’inizio era questo: «Il presunto stupratore e la presunta stuprata potrebbero aver detto entrambi la verità o essere convinti di averla detta, ricordata o ricostruita». Il passaggio successivo della frase incriminata, quella che stilisticamente non è piaciuta tutti -il che non mi rende automaticamente razzista, sessista,fascista e vittimizzatore improprio – è invece quest’altro: «Ogni racconto di lei sarà reso equivoco dalla polvere presa prima di entrare in discoteca, prima di chiedere all’amica“sono stata drogata?” anche se lo era già di suo». Che è un dato di cronaca, anzi, è esattamente quello che sta succedendo.Poi nell’articolo do anche torto al Presidente del Senato – nel ruolo di padre – e scrivo che «è vero, tra il fatto e la denuncia sono passati quaranta giorni, ma per la nostra giurisprudenza significa poco: è lo stesso genere di perplessità, pur istintiva, che aveva avuto Beppe Grillo nello scagliarsi contro l’accusatrice di suo figlio Ciro». Ma così sto già passando dallaparte del torto, sto facendo il complessato, come se dovessi dimostrare qualcosa:il mio articolo è lì da leggere, chi mi deve impiccare almeno prima lo legga. Detto questo,la mia sconfitta professionale consiste tipicamente nell’illudersi che i più ti leggano per intero prima di esprimersi, che magari conoscano i tuoi trascorsi,addirittura i tuoi libri, che abbiano cognizione di causa prima di attribuirti odiosi reati: l’illusione, insomma, che non ti trasformeranno in carne da cannone per alimentare le polemiche politiche di cui ti ritrovi a essere lo strumento del giorno, da trascurabile vittima secondaria. Riscriverei quella frase? No, perché conta un fatto solo: che la frase non ha portato niente di buono, ho fornito ingenuamente un pretesto a chi non cercava altro, e più in generale ho fatto malintèndere un intero articolo. La professionalità innanzitutto, l’orgoglio personale poi.