Autore: Fabrizio Provera

  • Tu stai servendo, ma non sei un servo. Addio a Stefano Piscopo, inarrivabile maitre di sala. L’eleganza del gesto. Anzi, del beau geste.

    Tu stai servendo, però non sei un servo. Servire è l’arte suprema; Dio è il primo servitore. Dio serve gli uomini ma non è servo degli uomini (Roberto Benigni).

    “Citare uno dei miei più illustri compaesani contemporanei mi sembra la maniera migliore per cominciare a parlare di un’arte suprema come quella del maître. Questa breve frase riesce a spiegare il valore e l’importanza, la nobiltà e il ruolo della nostra professione. E sottintende una domanda: torneranno i tempi in cui il maître ricopriva il ruolo dell’anfitrione? Un ruolo in cui accoglienza, eleganza e professionalità costituiscono le qualità minime richieste? Cari colleghi, bisognerebbe proprio ripartire da questa domanda. Nobilitiamo la nostra professione, esploriamo e valorizziamo il messaggio “Umili, servili ma a testa alta!” (…)

    Parlava e ascoltava, avviava un dibattito, interagiva offrendo un servizio che, senza leziosità o pretese, restituiva una luce nuova e positiva all’intero ristorante. In quell’atteggiamento io ci ho visto del cuore, ci ho visto una passione e tanta maestria. E queste sono cose che, non solo si notano, ma ti restano addosso – non a caso sono qui a raccontare di un pranzo che poteva finire nel dimenticatoio come moltissimi altri ed è invece diventato un memorabile pranzo.

    Voglio ancora ripetere quelle parole citate all’inizio: il nostro lavoro è un’arte! E, in quanto arte, esprime l’animo dell’artista. Il nostro mestiere dev’essere la manifestazione delle nostre passioni, e in questo fa di noi degli artisti, protagonisti del nostro settore. Impegnamoci quindi a migliorare nella nostra “arte del far bene” abbracciando proprio quel pizzico di follia che ci rende creativi e a volte fuori dalle righe”.

    Carlo Tofani (Identità Golose, 2013)

    Da grande intrattenitore di persone, di momenti, di situazioni, il nostro ultimo incontro non potè avvenire al di fuori di un bar.

    Gennaio 2023, bar Maino. Io seduto nei tavoli più interni, Stefano a fianco del bancone, tavolo riparato. Alza la mano ma scorgo un che di anomalo. Mi confessa la malattia, un monte terribile e impervio, con lucidità e forza. Rimango piuttosto agghiacciato. Non sapevo. Mi impegno a cercare di catturare l’attenzione di un luminare. Non ci riesco. Resta, mi resta, un’amarezza dal retrogusto che non se ne andrà mai. Come un Yquem del 1964, ma molto meno dolce. Ha l’odore del fiele. Anche oggi.

    Stefano Piscopo classe 1966, compagno di classe di mia sorella al Liceo Bramante. L’icona del sorriso. A 26 anni, correva il 1993, lo rivedo scendere in piazza a Robecco da un fuoristrada. Elegante senza bisogno di formalità. Erano gli anni della Corte del Re. Locale ricercato senza leziosità nel difficile post 1992 del nostro lembo di provincia. Eleganza e contenuta sfrontatezza. Vitalità. Joie de vivre. Luci rutilanti, alla bisogna soffuse, anche dopo le 23.

    Lo ritrovo secoli dopo, quando diventa partner di questo piccolo giornale. Quasi 25 anni dall’ultima volta, senza che fosse cambiato alcunché. Certo, la fisionomia, la figura. Il peso del tempo. Ma solo in quel momento, mentre lo osservo e ne scrivo in occasione di due pranzi da favola (in una villa da sogno di Sedriano, paese tutt’altro che onirico, e soprattutto nel cuore della splendida cascina Cambiaga di Casterno, dove Massimo Oldani ha ricreato qualcosa di talmento bello da struggere lo sguardo) Stefano Piscopo esercita semplicemente, ma al meglio, la propria arte. Servire, sovrintendere, gestire la sala. Possedere, la sala. Un sapiente mix fatto di sorrisi, parole, gesti, soprattutto di mani. Le mani- del maitre, del barman, dello chef, del sommelier- sono il segreto di questo mestiere che richiede la dedizione, il sacrificio, la sofferenza dell’applicazione. Ma che deve essere sovrintesa, sempre, dal sorriso.

    Il mestiere, quello vero, non si impara. Si eredita. E Stefano, come descrive magistralmente (more solito) Emanuele Torreggiani nel pezzo che segue, l’aveva ereditato da papà Peppino.

    Ricordo l’orgoglio filiale quando condivise il pezzo nel quale parlammo di Peppino Piscopo e dell sua saga di magistrale barman. Rimasi stupito da quella devozione. Peppino Piscopo feci in tempo a vederlo seduto durante una delle cerimonie cui Stefano sovrintendeva con la classe di uno Zar. Appagato il padre, nel vedere la maestrìa del figlio e la crescita del suo nipote Filippo. Smagliante, Stefano, nel volgere l’occhio sempre attento (e capace di cogliere ogni particolare della sala, a intercettare ogni bisogno) al suo papà, appagato e cosciente di averlo soddisfatto. Buonasera signori, benvenuti. Tutto bene? Fabrizio quella ragazza al tuo fianco si è sposata con me, nel senso del catering. Ciao ragazzi, come state? I grandi maitre, gli imperiosi maitre di sala, sanno interloquire contemporaneamente con dieci persone. Intanto hanno già sparecchiato, o fatto sparecchiare, portato vino bianco nella glacette, rimpinguato il rosso, sostituito la posata caduta per terra, ‘sincerato’ che i commensali vegetariani avessero riceuto la spigola o la ratatouille.

    Nel ricordo di Stefania Grechi, già liceale e già peralzina

    Stefano Piscopo era uno di quelli che non fabbricano la classe del mestiere e la distillano per eredità. Quindi adesso tocca, a tutti noi, essere vicino a chi ha condiviso la sua avventura sino alla fine (ad agosto, sui social, cercava ancora dei collaboratori per la sua azienda mentre il male lo consumava giorno dopo giorno), soprattutto a Filippo. Che porta con sè l’eredità, pesante, di due montagne da scalare. Nonno Peppino e papà Stefano. L’aiuteremo tutti. Ma lui sia sempre, perennemente orgoglioso di essere stato- e di essere- nipote di Peppino Piscopo e figlio di Stefano Piscopo. Generazioni, decenni, di servizio e di stile. Di eleganza. Di sapiente arte del servire. I banconisti come noi, impenitenti perdigiorno (e soprattutto perdinotte) di bar e ristoranti, lo sanno meglio di altri. So long per te Stefano. A buon rivederci. Non sai quanto mi ha addolorato, quel mancato appuntamento. Cerco di restituertene, se possibile, una parte. In alto i calici per te, ineffabile maitre di sala.

    Del resto.. Servire è l’arte suprema; Dio è il primo servitore.

    Fabrizio Provera

  • Parla Arianna Timeto, magentina, tra i migliori 40 talenti italiani under 40 (ma lei ne ha molti di meno…)

    Una magentina brillante, determinata, decisa, intraprendente. Una giovane donna manager inserita di recente dalla prestigiosa rivista Fortune Italia tra i migliori 40 talenti italiani.. under 40. Un traguardo di grande prestigio, soprattutto considerando che Arianna.. ne ha appena 30.

    MAGENTA – Ma leggiamo la sua descrizione ed il suo (già) importante curriculum. Arianna Timeto, classe 1993, è Marketing & Communication Manager di Acer Italia, azienda leader del settore ICT. In Acer dal 2019, coordina le strategie di marketing e comunicazione legate a Acer e Predator Gaming, a livello branding e tramite le principali insegne retail consumer. Ha conseguito la laurea magistrale in Marketing Management e Comunicazione di Impresa presso l’Università Cattolica di Milano e, nel 2014, a 20 anni, è stata una dei più giovani giornalisti in assoluto iscritti all’Albo, maturando esperienze lavorative sia su testate cartacee sia in ambito televisivo.

    Oggi supporta e pruomove attivamente l’empowerment femminile, in particolare nel settore tech e gaming. È ambassador di Women in Games, associazione no profit che si pone l’obiettivo di garantire pari opportunità alle donne che operano nel settore videoludico.

    La ‘menzione’ di Fortune Italia è di quelle che pesano: fondata nel febbraio del 1930 da Henry R. Luce, già co-fondatore di Time, Fortune è universalmente riconosciuta da top-manager e opinion leader come una delle più autorevoli riviste del mondo. Quaranta giovani impegnati a cambiare il loro futuro e quello del nostro Paese. Astronauti, Top manager, comunicatori, sportivi, scienziati, Innovation manager ed esperti di public affairs. Accomunati da sana ambizione, coraggio, passione, sicurezza in sé e creatività, questi giovani hanno saputo acquisire importanti competenze, mettendoli poi a sistema e creando valore ovunque si siano impegnati: questa la ‘ratio’ su cui poggia la classifica stilata dalla rivista.

    Abbiamo intervistato Arianna per chiederle di descriverci la gioia di questo traguardo. In altri tempi si sarebbe potuta definire ‘una ragazza acqua e sapone’, sorridente e cortese, che non fa pesare affatto l’essere stata indicata come una dei migliori talenti nazionali.

    “Sono stata chiamata dalla redazione di Fortune che mi ha preannunciato l’inserimento del mio nome. E’ stato un misto di emozione e soddisfazione, uno di quei momenti che si ricordano. Scherzosamente ho fatto notare che di anni ne ho solo 30…’, dice scherzosamente. Arianna ha cominciato dal gradino più basso: cronista locale a 18 anni, firma di Libera Stampa l’Altomilanese. Ha ottenuto il tesserino di giornalista ad appena 20 anni: già allora un piccolo record, propedeutico all’incoronazione di Fortune.

    “Come sai e sapete il giornalismo è stata la mia prima passione. Assieme a tenacia e intraprendenza: sono state e sono ancora oggi le doti che ritengo più importanti e che cerco di fare mie. Nel percorso universitario ho affinato le mie conoscenze nei settori del marketing e della comunicazione: di recente sono tornata all’Università Cattolica per fare una lezione. E’ stato molto emozionante.. In Acer, che è una multinazionale con sede principale a Taiwan, sono entrata nel 2019, appena prima del Covid e dopo aver concluso il mio percorso di studi”.

    Acer è un brand riconosciuto a livello mondiale: è una società specializzata nella produzione di personal computer con sede a Taiwan. L’azienda ha cominciato a lavorare nel settore dell’informatica di consumo a partire dalla seconda metà degli anni ’70, sviluppando il suo business negli anni ’80 e ’90 e arrivando ad essere, nel 2009, il secondo produttore mondiale di personal computer. Il merito è in parte dovuto all’enorme gamma di prodotti, che spazia dai computer per il mercato consumer, a quelli per il mondo office, passando per dispositivi come cellulari, smartphone, notebook, tablet, netbook, computer desktop e periferiche.

    Benché i tempi stiano cambiando, com’è per una giovane donna lavorare ai vertici italiani di una multinazionale? “Sì hai ragione, le cose stanno subendo un’evoluzione importante, ma ci sono ancora dei gap da colmare. Il cammino per una reale ed effettiva parità uomo donna, anche nei salari, è in pieno corso ma deve ancora compiere dei passi. Io personalmente non ho mai trovato particolari difficoltà: punto molto o quasi tutto sull’intrapredenza, sulla curiosità, ma anche su di una necessaria resilienza”.

    Tra le tante passioni ed impegni di Arianna c’è quello legato all’empowerent femminile connesso a tech e gaming, realtà in grande crescita. “Esatto, il gaming oggi non è più quello di un tempo: è una realtà fortemente dinamica ed in fase di radicale trasformazione. E’ un’attività che mi sta dando molte soddisfazioni, che spero di poter continuare ad esercitare”.

    Ancora oggi del resto, le donne sono spesso ingabbiate in presupposti culturali e sociali e ruoli prefissati. Liberarsi da questi presupposti serve a raggiungere una piena consapevolezza delle proprie capacità. Tutto questo si può riassumere con il concetto di “empowerment femminile”. È talmente importante che ne parla la stessa agenzia delle Nazioni Unite dedicata allo studio della condizione femminile, la UN Women, nel suo rapporto del 2018. “Raggiungere l’uguaglianza di genere non è solo un obiettivo importante in sé e per sé, ma anche un catalizzatore per raggiungere l’Agenda 2030 e un futuro sostenibile per tutti”. L’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di donne e ragazze è, nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, il quinto punto di 17 per uno sviluppo sostenibile.

    E cosa resta del rapporto tra Arianna, manager in carriera, ed il suo territorio di provenienza, Magenta e l’Est Ticino? “Ovviamente permane, anche se il tempo che mi resta è poco. Ma essendo nata come cronista locale il legame resta ed è indussolubile. Del resto faccio sport a Corbetta, quindi ci sono…”

    Cosa richiede l’essere un manager, assumere decisioni importanti, quindi lavorare molto? “Richiede ovviamente.. molto. Ma se si riesce trasformare una grande passione in quello che è il proprio lavoro, il peso si riduce e di molto. Io mi ritengo molto fortunata: faccio un lavoro impegnativo, che mi chiede ogni giorno moltissimo. Restituendomi tuttavia ancora di più”.

    E da grande (visto che di tempo ne ha ancora, a iosa..) cosa vorrebbe fare, Arianna Timeto? “Quello che faccio mi appaga parecchio, quindi ti rispondo che vorrei proseguire a lavorare e crescere, quindi migliorare e migliorarmi, nel settore del marketing e della comunicazione”.

    Cosa consiglieresti a un ragazzo o ragazza di 20 anni che vorrebbe intraprendere un cammino come il tuo? “Consiglierei loro di essere intraprendenti, decisi, di porsi degli obiettivi. E di avere pazienza, perché non tutto arriva subito”. Ancora qualcosa? “Sì: nel lavoro in quello che faccio occupa una posizione preminente, per me, il poter fare qualcosa che arreca beneficio ad altri. La dimensione sociale dell’impresa è qualcosa di essenziale, per me”.

    Donna, decisa, libera, sorridente e talentuosa. Vai avanti così, buona vita Arianna.

  • Filippo Facci e il caso La Russa, parla la difesa (lui). A noi Facci è sempre piaciuto, ed oggi.. stiamo ancor più convintamente dalla sua parte

    MILANO Mentre il Tribunale del Politicamente Corretto ha già emesso una dura sentenza di condanna, senza neppure passare dalla stanza del Gup, Filippo Facci oggi si è difeso con un editoriale su Libero. Lo pubblichiamo per due ragioni: il diritto di replica, anzitutto.

    E in secundis perché a noi Filippo Facci, coraggiosissimo garantista cui le televisioni preferiscono i manettari Scanzi e Travaglio, è sempre piaciuto. E oggi, se possibile, stiamo ancora più convintamente dalla sua parte. Buona lettura.

    Fabrizio Provera

    EDITORIALE DI LIBERO, 10 LUGLIO
    I weekend estivi costringono a occuparsi anche dispiacevoli sconfitte professionali, e una mi vede nel ruolo di protagonista. Lacomparsa invece è SandroRuotolo, senatore e responsabile informazione del Pd,il quale mi ha attribuitoquattro reati sanzionati dalCodice di procedura Penale, ossia: 1)Razzismo; 2) Sessismo; 3) Apologia delfascismo; 4) «Vittimizzazione secondaria» di una presuntastuprata.

    Questi reati deriverebbero tutti dal passaggiodi un mio articolo pubblicato sabato su Libero, questo:«Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fattaanche da Leonardo Apache La Russa».È un passaggio stilistico, può non piacere e infatti non è piaciuto a molti – e la mia sconfitta professionale e il mio dispiacere derivano proprio da questo: ne hanno fatto un caso, questo senza aver letto tipicamente il resto dell’articolo da cui il passaggio è estrapolato. Vale per chiunque sia intervenuto su questa polemica e abbia addirittura ritenuto di investirne la Rai, colpevole di avermi proposto dal settembre prossimo una collaborazione per ora neppure formalizzata.Chiunque abbia letto tutto l’articolo, e sottolineo chiunque (compreso il deputato del Pd che per primo mi ha avvertito diquesta polemica per mancanza d’altre) ha convenuto che il mio articolo fosse ordinario ed equilibrato, tanto che l’inizio era questo: «Il presunto stupratore e la presunta stuprata potrebbero aver detto entrambi la verità o essere convinti di averla detta, ricordata o ricostruita». Il passaggio successivo della frase incriminata, quella che stilisticamente non è piaciuta tutti -il che non mi rende automaticamente razzista, sessista,fascista e vittimizzatore improprio – è invece quest’altro: «Ogni racconto di lei sarà reso equivoco dalla polvere presa prima di entrare in discoteca, prima di chiedere all’amica“sono stata drogata?” anche se lo era già di suo». Che è un dato di cronaca, anzi, è esattamente quello che sta succedendo.Poi nell’articolo do anche torto al Presidente del Senato – nel ruolo di padre – e scrivo che «è vero, tra il fatto e la denuncia sono passati quaranta giorni, ma per la nostra giurisprudenza significa poco: è lo stesso genere di perplessità, pur istintiva, che aveva avuto Beppe Grillo nello scagliarsi contro l’accusatrice di suo figlio Ciro». Ma così sto già passando dallaparte del torto, sto facendo il complessato, come se dovessi dimostrare qualcosa:il mio articolo è lì da leggere, chi mi deve impiccare almeno prima lo legga. Detto questo,la mia sconfitta professionale consiste tipicamente nell’illudersi che i più ti leggano per intero prima di esprimersi, che magari conoscano i tuoi trascorsi,addirittura i tuoi libri, che abbiano cognizione di causa prima di attribuirti odiosi reati: l’illusione, insomma, che non ti trasformeranno in carne da cannone per alimentare le polemiche politiche di cui ti ritrovi a essere lo strumento del giorno, da trascurabile vittima secondaria. Riscriverei quella frase? No, perché conta un fatto solo: che la frase non ha portato niente di buono, ho fornito ingenuamente un pretesto a chi non cercava altro, e più in generale ho fatto malintèndere un intero articolo. La professionalità innanzitutto, l’orgoglio personale poi.

  • Magenta, Islam e cristianesimo (e non solo): le nostre (inascoltate) parole dell’agosto 2019. Sempre valide

    Nell’agosto del 2019, reggente ancora Chiara Calati, nel periodo da cui s’innescò un duro scontro tra l’Amministrazione comunale ed una parte del mondo islamico locale scrivemmo una riflessione (non un’invettiva né un attacco, ma solo una serie di considerazioni) sul rapporto tra Islam, cristianesimo e mondo occidentale. Parole cui nessuno allora diede risposta, ma il cui nocciolo resta non solo attuale, ma di pressante attualità. E così, se da un punto di vista politico l’azione condotta da Luca Del Gobbo immediatamente dopo la sua vittoria di esattamente 1 anno è da giudicarsi senza dubbio efficace, lo è altrettanto (e diremmo finanche di più…) il nostro scritto vecchio di ormai 4 anni. Che perciò riproponiamo integralmente. Nella speranza che…

    MAGENTA – Mentre ieri mattina, dopo i versi scanditi dall’Imam, Munib Ashfaq invocava ‘Allah, il compassionevole e misericordioso’, appariva plasticamente- nel pieno di una mattina assolata e calda, alla periferia di Magenta- la differenza tra una comunità religiosa fortemente ancorata al suo credo e la distratta attenzione di una città- e di un Occidente, e di una civiltà europea- sempre più secolarizzata e scristianizzata, quindi evidentemente permeabile- foss’anche solo per la legge fisica di riempimento dei vuoti- da chi contrappone al nulla che Nietzsche previde profeticamente oltre un secolo fa una Fede organica.

    Un Imam che parlava ai fedeli maschi, con le donne ordinatamente separate a pochi metri, fa certamente effetto a chi come il sottoscritto frequentava da bambino chiese dove maschi e femmine erano separati nelle chiese. Ma dove il sacerdote, in abito talare, parlava e predicava a tutti (a dire il vero sino in fondo).

    Il nodo è ancor più che gordiano, e rimanda al dialogo indiretto tra Franco Cardini, grande storico del Medioevo e delle religioni- e il filosofo Giovanni Damiano, studioso di Nietzche ed Evola, che all’invito di Cardini ad un’apertura toto corde all’Islam contrapponeva parole forti.

    ‘Cardini parla senza avvedersi che l’assenza di “una Chiesa dalle chiare istituzioni gerarchiche” nel caso dei musulmani è un argomento che va a sfavore dei medesimi, diversamente da quel che pensa lo stesso Cardini, nel senso che un’organizzazione gerarchica concentra al vertice decisioni e responsabilità, imponendo sostanzialmente un forte vincolo di fedeltà in basso, laddove una religione ‘orizzontale’ come l’islam richiede responsabilità e prese di posizione in modo diffuso, praticamente a tutti i suoi membri. Non per niente Arnold Gehlen associava il fondamentale concetto di esonero proprio alla presenza delle istituzioni.

    Per chiudere: Cardini sostiene l’idea, di per sé condivisibile, che si dovrebbe seguire il “dovere di giudicare ciascuna cultura iuxta propria principia, rinunziando alla tentazione di redigere una classifica qualitativa delle civiltà”. Però non pare rendersi conto che proprio il far perno su questo criterio può condurre a ritenere la cultura islamica non inferiore né superiore a quella europea, bensì ad essa estranea. Ma c’è di più: quando Cardini afferma che “la globalizzazione ha imposto una serie di ponti e di vie di comunicazione che sta dando e darà senza dubbio adito a crisi e a scontri, ma che nel suo complesso è irreversibile”, non si fa semplicemente apologeta del presente, quanto piuttosto finisce per contraddire radicalmente proprio quel principio più sopra indicato. Perché di certo non è per nulla semplice far convivere il ricorso al criterio della specificità irriducibile di ogni cultura e civiltà con ciò (la globalizzazione) che la nega per principi’.

    E’ tutto estremamente complesso, e rimanda al recente scontro politico con l’Amministrazione di centrodestra, che nella disputa giuridica ed amministrativa, sinora persa in attesa del responso che arriverà l’11 settembre, ha secondo noi riscosso una vittoria ed una sconfitta, ancorché la seconda sia molto più fragorosa. La sconfitta è comunicativa, ancora una volta. La gestione dell’affaire, da parte di Chiara Calati, è stata disastrosa, come avviene ormai da troppo tempo. E lo abbiamo già detto.

    Sbaglia però chi NON riconosce al centrodestra di Magenta l’aver posto un tema che è dirimente per il vivere civile, da Corbetta ad Abbiategrasso passando per via Crivelli: la convivenza, il vivere civile, la coesistenza di una comunità islamica forte nel contesto di una Nazione che è passata dal diritto romano e vive nel contesto di un Continente segnato dalla Magna Charta, mentre l’Islam ha una radice completamente diversa.

    E fa sinceramente pensare che la punta più avanzata di una politica laica, secolarizzata e protesa all’estensione di diritti civili che poco o nulla hanno a che vedere col mondo islamico- la sinistra tout court e il Partito Democratico- facciano a gara nell’apertura incondizionata ai mussulmani.

    Però il PD c’è, si fa vedere e compie certamente un gesto eminentemente politico, nell’esserci.

    Chissà che ragione Paolo Razzano quando- puntando più in alto l’asticella- dice che ‘solo rafforzando la nostra identità potremo praticare una vera accoglienza, ma ci vogliono coraggio ed equilibrio per entrambe’.

    Di certo non si va lontano con una politica dei divieti, ma neppure con un’accettazione incondizionata di un modus agendi del tutto estraneo alle nostre millenarie consuetudini.

    Insomma, il centrodestra di Magenta- sgaruppato, scalcagnato, mascariato e scazonte- il tema l’ha posto, e giustamente.

    Adesso ci sarà il secondo tempo. Ma il panorama, là fuori, resta lo stesso. Scristianizzazione e secolarizzazione marciano senza requie, facendo strame di Riti, Costumi e Tradizione.

    Ed è questo, il vero problema. Il vuoto spinto, che di certo qualcuno riempirà.

    Fabrizio Provera

    Close-up of a Woman in a Hijab

  • La pizza “Perfetta” di Federica e Mattia: un sogno che si realizza. Perché chi non sogna…

    In principio fu il panettone… L’esordio di un grande appassionato di panificazione e lievitazione, che nella vita (professionale) faceva e fa altro, ma che insieme alla sua compagna di vita ha realizzato un sogno.

    Da qui nasce PERFETTA, la nuova pizzeria gourmet di via Volta a Magenta. Andiamo a scoprirla…

    Magenta – Siamo stati in via Volta 60 (a due passi dalla sede di Confcommercio e dal centro cittadino), dove Mattia Milazzo e Federica Romani hanno coronato una grande aspirazione tramutandola in realtà: Perfetta nasce da lì. Da una smisurata passione.

    L’IDEA
    Quando è cominciato tutto?
    “Beh, anzitutto siamo stati e siamo consumatori di pizza buona, abbiamo girato parecchio e fatto corsi che ci hanno introdotto a questo magnifico mondo: la panificazione e la lievitazione, un settore che sta crescendo vorticosamente segnando il wine and food”, ci hanno detto Mattia e Federica, seduti a uno dei loro bei tavoli interni al locale, che nasce tuttavia prettamente come locale da asporto.

    “Il passo successivo fu con gli amici: una battuta, fai una pizza così buona… Mattia nel 2017 cominciava già a sfornare, e la prima cosa che produsse… fu panettone. Magari lo faremo a Natale, vediamo. Le mani in pasta le abbiamo da tanti anni”.

    Nella vita Federica fa la farmacista e Mattia si occupa di web e comunicazione conducendo un’avviata agenzia con sede proprio a Magenta. “Il cibo se buono influisce molto sulla salute, quindi…” In effetti non fa una piega. Con loro, a bordo di questa nuova avventura condotta da giovani preparati e appassionati (degli Under 40 dinamici e attivi, quanto bisogno ce n’è) ci sono anche Andrea Bianchi e Alessandro Pappani.

    L’idea di aprire una pizzeria matura nel 2022, si lavora sul modello e i dettagli, arriva il business Plan, la scelta degli ingredienti e come comunicarli (i ragazzi sono del mestiere, si vede e sono assai bravi: efficace il claim “Non è la solita pizza.”).

    L’opportunità di aprire in via Volta arriva a fine febbraio, i ragazzi cercavano “una location centrale e ben servita”. Perfetta ha aperto i battenti venerdì 12 maggio e venerdì 26 maggio, dalle 18 alle 21 ci sarà l’inaugurazione: accorrete numerosi, perché la pizza è davvero da non perdere.

    Quanto alle materie prime, ‘primo’ segreto di una grande pizza, Mattia e Federica hanno scelto le farine di Molino Pasini, abbinati a ingredienti e topping di qualità per guarnirle al meglio.

    IL MENU
    Ci saranno 10 pizze fisse più le stagionali, insomma “niente funghi ad agosto”. Giusto! A mezzogiorno spazio alla pizza in teglia di tipo romana, la sera pizza tonda da asporto, ci sarà possibilità di consumare in loco ma l’obiettivo principale è recapitare la pizza a casa.

    “proponiamo un prodotto che se scaldato è buonissimo anche il giorno successivo”

    Assieme alla pizza sono proposti diversi vini (intelligentemente scelti), pensati proprio in abbinamento alla pizza e a temperatura adeguata, scelti da esperti sommelier.

    “Nei prossimi mesi abbiamo diverse idee ‘in forno’; ci piacerebbe proporre dei veri aperipizza, assieme a serate di degustazione di pizza, puntanto su quello che è il nostro target: il livello medio alto”. Assieme alle pizze, oltre a ottimi vini (non perdetevi il Rosato altoatesino, provare per credere) ci sono anche le (ottime) birre artigianali di Zona Mosto, che nasce a Rho. “Quello della pizza um mondo in fortissima evoluzione. Consolidare questa impresa e dare forma ai nostri sogni è ad oggi il nostro sogno”, ci dicono all’unisono.

    Perfetta è presentissima sui social e ovunque serva, nel web. Colori accattivanti, grafica emotivamente calda, azzeccata, tanta passione che trasuda da grafiche e pagine social.

    Esiste una pagina Facebook, ma per ordinare si può cercare Perfetta su JustEat, Deliveroo e le altre piattaforme. A questo link tutte le pizze e le possibilità di prenotazione. Le pizze vengono consegnate a Magenta, Corbetta, Marcallo, Robecco e Boffalora.

    Alcune pizze per ingolosirvi? Perfetta, Cantabrica, Crudo 24, Norman, Carbonara… La pizza ‘romana’ di mezzodì che abbiamo assaggiato e ha fatto centro (e crunch….). I ragazzi hanno puntato davvero alto.

    UN MONDO CHE CAMBIA
    La pizza non è più quella di una volta, questo lo sappiamo ormai. Si può avere nostalgia di tutto, delle torte della nonna e dei sapori di una volta. Difficilmente della pizza: sarà che scriviamo questo articolo da Milano, ma oggettivamente parlando, la pizza è migliorata in modo radicale negli ultimi 10 anni – da Nord a Sud, e persino all’estero.

    La pizza è parte della nostra identità, uno dei cibi più amati e consumati del mondo, rito sociale ancora prima che gastronomico che tutti osserviamo più o meno di frequente. Uscire a mangiare una pizza è come vedersi per un caffè, uno stile di vita, ma se prima era sinonimo di occasione-economicamente-non-impegnativa, oggi mangiare una pizza ha la stessa valenza di andare al ristorante.

    La ‘gourmettizzazione della pizza’ è arrivata inesorabile insieme a quella della cucina e degli hamburger, iscrivendo le pizzerie a tutti gli effetti fra i locali di ricerca (e di tendenza) da segnare in agenda e in cui fare un’esperienza gastronomica di tutto rispetto.

    La direzione intrapresa da Federica e Mattia è esattamente questa, e il fatto che arrivi da giovani e dinamici imprenditori è un incredibile valore aggiunto. Magenta e tutto l’est Ticino hanno assoluto bisogno di ragazzi e ragazze così. In bocca al lupo da tutti noi, team di Perfetta!