Autore: Emanuele Torreggiani

  • Gli spettri di Milano e i ghisa di Sala. Niente e nessuno- di Emanuele Torreggiani

    Gli spettri di Milano e i ghisa di Sala. Niente e nessuno- di Emanuele Torreggiani

    Il bigio odierno richiama il pomeriggio di decenni andati avanti, ch’è qualità del passato dove il tempo si dispone a platea ed ora un suono, una luce, un’ombra, una voce, un profumo, un gesto, aprono una quinta che illumina la recita. Milano, Pizza Armando Diaz, s’era al crinale dei Settanta e nominare il generale era la carne viva della Vittoria e, come mi accadde in una cena in un albergo montano, i commensali, al toponimo Vittorio Veneto, si levarono in piedi tutti dal desco ed io, richiamato all’istante, mi alzai arrossendo. Il bigio odierno dunque richiama il portico di Piazza Diaz, quel gelo decembrino fasciato di smog di camini fumanti carbone, olio combustibile, kerosene.

    Lì, sotto il porticato post bellico rivestito di granito grigio, un uomo in piedi. Osservandolo al volto rubizzo lavorato dall’aria gelida e incorniciate le guance da un berretto con para-orecchi di foggia militare, scorsi che indossava una sciarpa di lana grossa lavorata ai ferri, due capotti lunghi al polpaccio, i mezzi guanti, le dita carpiate e violacee, un paio di stivali di gomma dai cui gambali s’intravvedeva una imbottitura di paglia. Dinanzi teneva un tavolino di legno ripiegabile ove aveva disposto in ordine una dozzina di libri di editori d’anteguerra ed un Enrico Ibsen “Spettri” in quella BUR dei primi Cinquanta, un tascabile dalla copertina grigia. Scrivendo questa nota lo individuo sugli scaffali deposto con un’altra cinquantina a tombe di militi presto ignoti. Ma sia.

    Lo pagai trecento lire, più o meno l’equivalente di venti centesimi e feci scivolare il piccolo tomo, gelido a selce, nella tasca del loden d’ordinanza. Trapassò una ventata e scossi il capo a riaccomodare i capelli e lui disse, non a me, ora lo so, disse ad alta voce per incidere la voce nel grande spettro dell’aria, anche tu come Marco e s’assise in un sorriso, radi i denti tra le labbra bianche e accettò la lusinga d’una Gitanes e dell’accendino a pietra focaia e del fuoco ch’è, ogni fuoco, il padre della parola. Parlava intercalando strofe, quindi era il suo unico Marco che tendeva la pargoletta mano e lui, il padre perse l’abbrivio per la città dolente, per l’eterno dolore. E andai che parlava ancora, a quel sé in cui si riconosceva e s’incantava. Dormiva lì. Si levava lì. Viveva lì. Al bar sotto il portico gli concedevano il bagno, un latte, un cornetto. Non era che un barbone. Non toccare la macchina barbon, cantava Jannacci, con quella voce sua impastata di pianto antico, conosci la strada per l’idroscalo? quella voce ancora capace di vedere la realtà e non già prigioniera della caverna 2.0. Al limitare dell’estate non lo vidi più, chiesi al bar e scossero il capo, non era rimasta traccia di lui, niente e nessuno.

    E così l’altro giorno, leggendo della multa comminata per occupazione abusiva di suolo pubblico ai barboni radunati in Galleria dall’associazione Pro Tetto per un desinare all’aperto, eccolo, niente e nessuno, ricomparire. Lo spettro, mai titolo così più coincidente, barbone tra barboni. I moralisti affermano che i vigili hanno fatto il loro dovere. Già, anche Franz Stangl lo fece. Anche i signori di Dio che l’altro ieri hanno impiccato la giovinetta a Theran la mattina sul presto, anche il direttore di banca che vende prodotti tossici e marci ai correntisti che hanno risparmiato ogni briciola, tutti fanno il loro dovere. Tutti. E poi, alla fine, e vale per tutti, niente e nessuno. Spettri.

  • Alla sua (impareggiabile) maniera, Emanuele Torreggiani ricorda Matteo Pinoli. Era un uomo.

    Alla sua (impareggiabile) maniera, Emanuele Torreggiani ricorda Matteo Pinoli. Era un uomo.

    A Matteo. L’onda d’urto della tua morte, la morte è sempre un fatto personale, mi sbatte ora contro la scogliera di un lustro andato. S’era al tramonto d’un settembrino e mi cogliesti al tavolo di un bar della piazza Formenti. Ero, pur seduto, visibilmente anestetizzato. Il volto rivelava. Ti sei seduto con me, Matteo. Ti sei seduto lì con me. Non hai detto niente. Non mi hai detto niente. Hai acceso una sigaretta e, con un cenno del capo in assenso, un bicchiere di bianco. L’ombria, lassù in Veneto.

    Io piangevo. Vedi, l’indicibile distanza che oggi ci separa, viene frantumata dall’onda d’urto della tua morte. Sono in treno ora, e sto piangendo. Ora come quel pomeriggio tardi. Piangevo. E tu mi hai preso la mano. E sei stato lì con me per tutto il tempo che mi sono preso. E a quelli che vedendomi così si avvicinavano, tu, tenendomi sempre per mano, con un sorriso cortese, fermo, li smistavi altrove. Puoi stare qui tutta la notte, io sto qui. E mi tenevi per mano. Ecco. Ora che sei morto mi ritorna tutto quel tramonto. È arrivato, ch’era sera, il nostro comune amico Giovanni P che ti ha semplicemente detto, adesso sto qui io Matteo. E tu hai annuito dicendogli tu si, va bene. Ora sei in paradiso Matteo Pinoli. Eri un uomo e il tuo posto è lì.

  • La morte della piccola Indi. I diavoli sono qui. Di Emanuele Torreggiani

    La morte della piccola Indi. I diavoli sono qui. Di Emanuele Torreggiani

    L’inferno è vuoto e tutti i diavoli sono qui, William Shakespeare – La tempesta, il più grande scrittore italiano di lingua anglosassone. Già, poiché all’understatement, il dire le cose un po’ meno delle cose, W.S. oltrepassa, trapassa di gran lunga quel confino. E la dice tutta, da gigantesco par suo. I diavoli sono qui.

    Eh, certo. Sufficiente leggere, con un solo occhio che due son troppi, i commenti in dedica alla morente frugoletta che sta appassionando il peninsulare. La verità non è mai pura e semplice, scrive Oscar Wilde, autore messo all’indice dalla Chiesa e prima ancora al bando dall’anglicanesimo che lo volle in carcere, e ne gioì. La verità non è mai pura e semplice, infatti la malattia di cui è affetta la piccola è curabile ma non guaribile. La differenza verbale, per nulla esigua, s’alza agli occhi.

    Curare/ guarire. Non siamo capaci, s’intenda il siamo a razza umana. Non ancora. Del diman non v’è certezza, certo. Ma oggi no. Oggi non ancora. E i diavoli che sono qui lo sanno, ne gioiscono. La zizzania è loro seme. Dispiace che la piccola muoia. Dispiace. Si.

    È quel dispiacere, per altro sincero, ma dispiacere altro. Se ne parla, a tavola, rovistando tra i denti con un flessibile Samurai. Immagine sgradevole ma è quella che è. Si dice, soffermandosi in analisi sul puntale Samurai, di Dio. Il misericordioso. Così purtuttavia non pare. Non si capisce perché. Infatti non si capisce. Si capisce, al riguardo, che Dio non ragiona. La ragione è il nostro basto, la grossa e rozza sella di legno che si mette sul dorso delle bestie da soma per caricarli. Dio non ragiona. Le cose vanno così, dice, adoperati. Ma oggi non si sa cosa fare. Ci pensa il demonietto. Gli inglesi sono macellai. Il tribunale decide. Beh, certo non Dio. Ha stabilito illo tempore.

    Tutti i nati devono morire. E infatti sono tutti là sotto la collina. A momenti non c’è più posto. Riesumare i corpi, sfarinare le ossa a cruenta polvere e oblio perenne. Inoltre, siamo liberi di farcela, la morte. Liberi. Assolutamente liberi.

    Le guerre in corso come le consideriamo se non capitalismo che si impasta di morte. Ma forse, per le anime più belle, il morire in guerra vien meno che al morire in corsia per sottrazione di cura. Per cui sviare, sviare, sviare. E sviando sviando e sviando eccoci qui. Nel peninsulare.

    Dove si adotta la bimba, si adotta politicamente, la si invita in un ospedale italiano di gran nome. E sia. La politica che protegge la vita. Cazzate. Quella stessa politica che non interviene sui tempi di attesa del servizio pubblico che son mesi e mesi e mesi e, pagando, in quel medesimo servizio pubblico non son che poche ore. No. Lì la politica non interviene. Chissà perché. Perché non vuole. La politica non interviene a modificare il sistema. La politica è il sistema. Lo governa e ne trae giovamento economico. I soldi.

    La politica interviene a fare spettacolo. Contende una bimba grave di malattia inguaribile per farne spettacolo. Giocare l’illusione che lo stato peninsulare ha a cuore la vita. I diavoli sono qui.
    A coloro che non hanno i danari per accedere ai servizi statali il giorno appresso, la medesima politica che ha a cuore la bimba, allarga le braccia. Stiamo facendo del nostro meglio. Stiamo studiando un app. Stiamo… lavorando per voi. Così dicono. Seppoi qualcuno in trepidante attesa crepa, senza per altro luce mediatica… come dire…

    È il destino. Quanti anni aveva… poteva farsi un’assicurazione privata. Il privato funziona. Ma insomma, cosa pretende questa gente…

  • Dal 1975 senza Pier Paolo Pasolini: da leggere e rileggere, per renderlo immortale. La ‘lettura’ di Emanuele Torreggiani

    Dal 1975 senza Pier Paolo Pasolini: da leggere e rileggere, per renderlo immortale. La ‘lettura’ di Emanuele Torreggiani

    Sono quarantanove gli anni ch’è morto, assassinato, Pier Paolo Pasolini. Avevo diciassette anni e frequentavo la quarta liceo. Stavo percorrendo la via Volta, erano le due del pomeriggio di domenica 2 Novembre. Cielo coperto, acquerugiola, ventate di freddo, indossavo un loden nero, un basco nero, una camicia militare verde, calzoni grigio scuro infilati nelle cavigliere degli anfibi lucidi come ciocchi, le mani in tasca, fumavo Gitanes, Ray Ban con lenti da vista ma Ray Ban, e me ne andavo (camminando inconsapevole del mio ridicolo) al Bar Kappa con un certo qual vago, ma certo timore che al lunedì c’era un compito di chimica che nessuno, dicansi nessuno, dei venti che s’era, aveva mai studiato. Nessuno. Già l’idea di mettermi sotto quel pomeriggio, che tanto era inutile, c’era da ricostruire un mese di lezioni, non mancate, inascoltate.

    Povero diavolo di un prof, di lì a due settimane venne comandato ad un’altra scuola e se n’andò rosso di rabbia imprecando contro di noi, ma lui non sapeva di didattica. Proprio t’ammazzava di solida noia. Seppi che alla fine dell’anno passò come ricercatore in una ditta farmaceutica. Quello era il suo. Via Volta sbuca in Piazza, che ora è chiusa al traffico (mi auguro per sempre) ma allora ci passavano ancora i rimorchi, i motocarri e quelli in due sul motorino che era vietato ma non proprio vietatissimo. Infatti sento lo stridore di un freno a tamburo e mi vedo affiancare da un Benelli tre marce un ragazzo della quinta (che povera stella è morto, sarà un pugno d’anni, ma è morto abbandonato da tutti in modo infame) che sul sellino si portava dietro uno che non so.

    Eschimo verde, sciarpone rosso arrotolato tutto intorno al collo, Clarks con la para, Nazionale Esportazione in bocca (il corrispettivo dell’altra fazione) “Domani mattina raccogliamo subito le firme per un’assemblea straordinaria”. Io lo guardo e gli faccio un cenno che vuol dire e perché, considerando che un’assemblea s’era appena fatta la settimana prima. “Hanno ammazzato Pasolini”. “L’hanno detto al telegiornale”, fece quello sul sellino e se n’andarono lasciando dietro l’odore acre del ricino bruciato, il Castrol. In casa mia era proibito mangiare con la televisione accesa e quindi io non ne sapevo niente. Al Kappa ci rimasi poco e rientrai ch’era appena metà pomeriggio e mi tuffai nella chimica aggiustandomi per un eventuale sufficienza. Poi raccolsi dal mio scaffale Ragazzi di vita che non riuscivo ad ingranare nella lettura, non così era stato per Una vita violenta. Alla tivù della sera, al tiggì delle ore otto, la notizia era in prima pagina.

    Si parlava di un efferato delitto maturato in ambienti torbidi, insomma un linguaggio di legno che rispecchiava l’ipocrisia del tempo: non c’è come la tivù come specchio della società. Io ero stato entusiasta del Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte che per andare vederli dovevi barare sull’età. Credo, ancora oggi, che soprattutto con l’ultimo, P.P.P. solo lui da regista (la baronessa Blixen ne La mia Africa) e per davvero avesse capito cosa sono Le mille e una notte e come non filmare mai, mai, mai, il facile superficiale esotismo. Non ricordo più nulla dell’assemblea, che fu un caos di urla e rabbie. L’unico che si levò per dire una frase sensata fu Padre Carlo Pellegrini che invitò a dire un Ave Maria, ma fu sommerso da ululati e se n’andò senza alcuna stizza. Credo che P.P.P. avrebbe apprezzato, anzi ne sono certo. Se l’avessimo poi tutti recitata in ginocchio avrebbe pianto di gioia, da morto come da vivo. Qualche mese prima, sulle pagine del Corriere che leggeva mio padre, in un articolo a firma P.P.P. il genitore aveva tracciato con il pennino una parentesi graffa: “L’Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c’è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra, soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra”. Credo che l’unico modo per tenere in vita uno scrittore sia leggerlo, rileggerlo.

  • Sulla grandezza di Luciano Prada da Corbetta e di Caldarina e pan giald

    Sulla grandezza di Luciano Prada da Corbetta e di Caldarina e pan giald

    Corbetta, anno del Signore 1983, mese di Febbraio. Quaderni del Ticino. Numero monografico intitolato Caldarina e pan giàld, scrive Luciano Prada, fotografie di Gianni Saracchi, disegni di Patrizia Comand, 180 pagine, Lire 5.000. Quaranta gli anni da quella stampa. Trenta dalla morte dell’Autore nel novembre A.D. 1994. Novembre, Gustave Flaubert ne avrà scritto in definitiva, si legge ancora? Non so. Luciano Prada si schianta in auto. Portava una Citroen GS. Notte da nebbia bagnata che specchia, al riflesso dei fari, lattiginosi miraggi. Finisce così.

    Fu, del territorio suo, forse nostro, il cantore aspro e appassionato perché l’amava e l’amore, come si sa, non è pulsione ma cultura. Non era un sentimentale, ad uso di banale svenevolezza. Al contrario, fu uomo di sentimento. Orecchio fino e occhio acuto. Lettore onnivoro. Quando il Prada scrive guarda ad un mondo in trapasso, “l’homo curbitinus” cui si riferisce testualmente l’Autore sono i suoi padri ed i suoi coscritti, la gens cresciuta tutt’intorno la terra. E Corbetta, con il suo territorio di notevole estensione, era paese profondamente rurale mentre la Magenta, traversata dalla ferrovia era già l’industria, la grande industria quindi la giornata non più ciclica sull’andare delle stagioni e delle campane ma lineare, scandita dalle sirene e dai trilli dei telefoni che rimbombavano nei vari reparti.

    La lingua nella Corbetta delle sue genti è ancora il dialetto, già in Magenta l’italiano, per altro esiguo ma purtuttavia italiano è regola. Nel corso dei decenni sopraggiunti, ed il Prada lo seppe cogliere molto bene, queste differenze antropologiche dettate da diversi metodi di vita sono totalmente svanite. Persistono in altre terre, sempre italiane, ancora profondamente rurali. Ciò che il Luciano Prada mette in luce, ciò che gli interessa, ovviamente, è il linguaggio. Dentro la lingua del latte materno si sugge il sapore della materia, che il contadino esprime in sapienza diretta, trasmessagli a eredità nel corso dei secoli, la sua è parola che immediatamente si fa figura, la concettualità è prerogativa dell’italiano. Tutto questo popolo minuto ora è a dimora.

    Quindi ancora più prezioso il libro che… Perché scrivo di Lui? Il caso ne ha ordinato la necessità. Suona perentorio ‘tu devi’, l’imperativo categorico. Ricollocando, per così dire, la mia biblioteca, sono più di ottomila e mi orizzonto per editori… ecco che, a mano aperta, aggancio una cinquina di volumetti e, il caso vuole, da uno scivola al suolo un cartiglio a lista: “Lucciola, Addio – incontriamo Luciano Prada dieci anni dopo. Venerdì 19 novembre 2004, ore 21, Corbetta, Municipio, sala Grassi: Francesco Prina (Sindaco), Mario Comincini, Giuliano Grittini, Fulvio Rondena, Emanuele Torreggiani, Fabrizio Provera. Era fuoriuscito, il cartiglietto a segnalibro, dal Caldarina e pan giàld. Quindi, ancora all’impiedi, apro il volume, e l’occhio scorre a pagina 74, lato destro, motto catalogato 162, leggo: “Un pà al mantègn dès fioeù, dès fiuoeù mantègnan no un pà. Un padre mantiene dieci figli, dieci figli non mantengono un padre. Proverbio dell’amor paterno e dell’ingratitudine filiale. Già vivo in passato remoto, vivissimo al presente, cupo di prospettive. Ma il progresso, si sa, predispone piscine all’onda e gerontocomi da cortile”.

    Dunque mi siedo. Accendo il tabacco e riprendo il testo, Indice: Parole povere; Storia di un titolo; Salvacondotto (in forma di prologo); Proverbi, motti, facezie, massime, locuzioni, detti popolari; Modi di dire, frasi fatte, scherzi di parole; Filastrocche, nenie, tiritere, conte, litanie, pive, cantilene; Richiami, inviti, mottetti del mondo animale; Invocazioni, sospiri, lamenti, ingiurie, scongiuri, grida, giuramenti, battibecchi, sfoghi, spavalderie e altro; Indovinelli; Commiato dal numero 13; Note, Controritratto d’autore, a cura del medesimo. Di sé scrive: “Umanista, uomo di fantasia, esteta del quotidiano, scrivano di contado”. Quando s’incarta con la morte in quella nebbia spessa, il Luciano Prada scrive d’arte per il Corriere della sera e nel 1994 il Corriere era ancora il Corriere. Questo volume, oggi, dopo quarant’anni, oh, certo, quando uscì fu un gran dire… chi scrive ha metà del proprio sangue originario di Corbetta, mia madre Maria detta Angela, i miei nonni Giuseppina Sala e Francesco Cislaghi residenti in corte di proprietà lungo la via Manzoni, ora tutti in dimora, ed io bimbo andavo, accompagnato dal nonno presso la Malpaga, alla terra, la vigna, a dorso di cavallo, di asino, munsi una vacca, decapitai, istruito dal vecchio caporalmaggiore degli alpini Grande Guerra, un gallo feroce che mi aveva beccato allo zigomo, trattenuto al ceppo, con una roncola e arrostito nel forno a legna della cucina economica in ghisa… quando uscì il Caldarina fu clamore, allora, quarant’anni fa, in molti si riconobbero o direttamente o per ceppo (ripetizione voluta ad indicare dapprima l’albero e di poi l’origine che in lombardismo coincidono) di famiglia e la lingua che si parlava nelle case, la lingua era il dialetto tanto che, quando si andavano ad esprimere in italiano, l’italiano pareva lingua tradotta. Oggi, dopo quarant’anni e tutto quel mondo a dimora, e definitivamente significando che mai più risorgerà, il libro assume valore antropologico. Una mappa, come da indice riportato, precisa, ampia e dettagliata, di un modo di vivere, costume, tradizione, culto, cultura, seppellito. Andrebbe ripubblicato. Un libro ricchissimo. Le Note presenti a chiusura danno la dimensione di come l’Autore avesse lavorato in prospettiva. Emerge la Sua capacità di cogliere, dal vernacolo, la lingua colta, classica, riferendo autori, italiani e stranieri, che collimano nel detto, sia alto che basso. Un libro che un qualche studente potrebbe affrontare per una tesi di laurea… le fotografie di Gianni Saracchi, tutte in bianco e nero restituiscono la fissità e la profondità abissale delle lapidi cimiteriale a tal punto che sembra osservino il lettore il che procura il chiasmo dell’anima, mentre i disegni di Patrizia Comand, pur richiamando squarci riconoscibili del paese che fu già affrescano una scena metafisica. Libro d’anime, quindi. Ed a questa chiamata devo la mia bagatella.

    E concludo riportando i nomi delle aziende che si prestarono a finanziare l’impresa dei Quaderni del Ticino, diretti da Ambrogio Colombo, già senatore della Repubblica e specificatamente questo numero monografico. Honeywell; Opel Riccardi Magenta; Ediemme Magenta; Cariplo; Bruno Romeo, Magenta; SA.GI.Auto Ford, Magenta; Binishells Milano; Canale 6 Teleinform 80, Milano; Associazione Legnanese dell’Industria, Legnano; Assimoco, agenzia di Magenta; STF Magenta; Alfa Romeo, concessionarie Fespa Abbiategrasso, Cozzi Legnano, Pagani Magenta, S.A.R.A.V. Vigevano; Banca Popolare di Abbiategrasso; Transco spedizioni, Milano, Firenze, Roma.

    di Emanuele Torreggiani

  • Esselunga, pesca, allegoria (e dolore).

    Esselunga, pesca, allegoria (e dolore).

    La soggettiva inquadra un bimbo, un preadolescente quindi ancora la specie, che nel suo cercare tra i prodotti coglie una pesca. Il frutto dalla buccia tanto serica e vellutata quanto aspra al morso che allega i denti; sbucciata, la polpa luminosa e dolce, invita.

    Allegoria: non rimanere in superficie, apri, entra. Svestite il rancore, guardatevi nudi.
    Un bimbo, ancora estraneo al canone adulto, la gabbia d’acciaio del linguaggio pari per grandezze e meschinità, manifesta mimicamente la potenza del sentimento, poi, molto poi verrà il suo saper dire: nessun maggior dolore, che ricordarsi del tempo felice nella miseria; accadrà da adulto e forse saprà, nei giorni duri, che in ogni sentimento s’affresca l’ombra della malinconia. Ma non ancora. L’amore, il contenuto autentico del cortometraggio meta commerciale, che sente un bimbo per i genitori è indiscutibile. L’ora del vero sentire coincide in lui nel coricarsi sotto le coperte del letto genitoriale. Sarà poi, molto poi, dall’adolescenza alla vecchiezza, quell’amore, perduto, soggetto di costante ricerca, vana. In quell’amore, infantile, si coglie il puro disinteresse, bello di per se stesso bello.

    Simmetria, proporzione, armonia. L’incrinatura e la frattura, costante in ogni rapporto umano da tempi immemorabili del due fratelli gemelli, il bimbo la rigetta e, quando la deve accettare, il dovere fatto obbligo dinanzi al quale egli è impotente, si adopera nel ricomporlo. Ancora non comprende, è in formazione, o forse ha già compreso tutto e non lo accetta. Tenta di aggiustare con un gesto, il dono ch’è allegoria per definizione. L’oggetto è la forma della sostanza: l’amore. Il kintsugi, l’arte giapponese di cucire la ceramica saldandola con l’oro, si coglie nel sorriso del bimbo. Non sa ancora il bimbo la complessità, il cum plexo, il piegato dentro, tutto da aprire per comprendere, se mai sarà possibile.

    Il cortometraggio Esselunga fa discutere, certo, è interessante. Non è immediato. Non è un commerciale scontato, del tipo IKEA: squarcio di un catalogo in movimento con un bimbo a comparsa, infatti l’attenzione viene sollecitata dal prezzo in chiaro dei prodotti. Questo “corto” non provoca alcuna discussione. Lo vedi e non lo pensi. Il ‘corto’ di Esselunga, al contrario, è metacommerciale. Va di là dal suo perimetro di pura vendita, accende una luce nella notte nera del conformismo. Fa pensare. Quindi fa male, è invitabile. Ed è un bene. Il dolore illumina.

    Emanuele Torreggiani

  • In omaggio a Georges Simenon, magistrale narratore del Novecento

    In omaggio a Georges Simenon, magistrale narratore del Novecento

    In quell’oggi di trentaquattro anni fa, 4 settembre del 1989, muore a Losanna Georges Simenon. Trascrivo dal sito a lui intitolato alcune cifre. Tradotto in 58 lingue, oltre 700 milioni di libri venduti, 200 film e telefilm ridotti dai suoi scritti che ammontano a 450, cui si aggiungano 3000 reportage giornalistici e un fondo non ancora quantificato di migliaia di fotografie. Ne ho una, a schermo del mio portatile, terribile e bellissima. Prussia orientale, crinale del ’30. In quel bianco e nero che ovunque ci circonda, la nostra ombra quotidiana, quattro case di legno di cui si contano le assi, i tetti impagliati, le piccole finestre dai vetri ondulati, e, in attesa sullo sterrato polveroso, davanti ad una baracca con la scritta Volkskuche, un nugolo di uomini donne bimbi. Tantissimi bimbi scalzi. La scritta è in tedesco ed in yddisch, la lingua degli ebrei orientali, in quell’oriente che è nostro occidente. Uno shtetl, così si chiamava il villaggio ebraico. Non so dove si trovi esattamente, non si saprà mai, la foto non dà indicazioni precise. Si vedono tutti nei caffettani, le tracolla di vecchia pelle raggrinzita, le scarpe scalcagnate, le madri infagottate in grembiuli e scialli, s’intuiscono i rammendi, le rappezzature, i bimbi infagottati in abiti da riporto. Tutti in attesa che apra la mensa popolare. Se si leggesse Joseph Roth, i fratelli Singer, Isaac e Joshua, di equivalente bravura, se ne assorberebbe anche l’odore di abissale povertà. Ed ogni povertà è diversa dall’altra, la lezione che arriva dal conte Tolstoj, Anna Karenina, è ben viva pur così, drammaticamente difficile, difficilissima da narrare. Occhio aperto, polso fermo nella lingua pulita e allora… allora si coglie l’uomo nudo. Nudo. Semplicemente svestito da ogni pudore, vergogna, finzione. Carne viva. Due bambine fissano l’obbiettivo. Tra gli otto ed i quattro anni. La grandicella col suo braccio tiene la sorellina per una spalla. Una protezione esigua che non basterà quando, di lì a pochi inverni, arriveranno i soldati del Reich e li condurranno tutti al forno. Di quei villaggi neppure la polvere rimane. Solo nei libri si legge che furono. Solo nei libri. I libri, oggi così dileggiati. Ridotti ad inutile… Ma sia. Quante notti ho passato guardando questa foto. A volte mi coglieva la certezza di aggirarmi dentro la foto. Vedevo nitidamente le barbe degli uomini filigranate di bianco, le donne dai seni pesanti e le bocche sdentate che coprivano con la mano parlando, nel fondo dei loro occhi il terrore dei pogrom, che con cadenza secolare accompagnava le loro misere vite. Spesso mia moglie Giovanna mi teneva compagnia, mi accendeva una sigaretta ed io le dicevo quello che vedevo, mia moglie che compirebbe posdomani cinquantatre anni e solo Dio sa dove sia, solo Dio sa parlare della morte, e ne parla in silenzio. O, perlomeno, così è per me. Nessun scrittore ci dice cos’è la morte. Ci dice com’è. Ed ogni morte è individuale, pur essendo così comune. Il fatto più comune della storia. A volte copriva lo schermo con la mano chiedendomi se fossi sicuro che anche quelle due bimbe sarebbero passate per il camino. Certo. L’uomo è anche questo qui. Un uomo della mia età, di allora, quarantenne, laureato in filosofia, filologia, medicina, ingegneria, che nella sua impeccabile divisa di ufficiale nazista, fumando una sigaretta di tabacco egiziano, li osserva sfilare sui carri e non vede uomini ma insetti. Zek. I bambini che urlano vengono abbattuti sul posto. Si strascica il passo sulla polvere, sulla neve intrisa di sangue. Non lo so. Non so rispondere. Credo che con sincerità nessuno lo sappia. Viene meno quello che Don Luigi Giussani, a lezione, sgolandosi con quella sua voce arrotata dal toscano, definiva “la metafisica dell’esperienza”. E così andavano stramazzando le ideologie, i tentativi di costruire “l’uomo nuovo”, di cui il Novecento, aveva portato a compimento. Ed oggi, a compimento del totalitarismo capitalista, se ne prosegue l’opera trasformando la misetia in spettacolo. E invitava i suoi studenti a leggere romanzi. I romanzi dove c’è l’uomo. Dove si va incontro a quell’uomo lì. E quell’uomo lì, il personaggio ti spiega com’è la sua vita. Non cos’è, ma com’è. E in quel com’è, tu, lettore, vieni investito di quella esperienza. E diventa, così, anche la tua. E spiega anche la tua di vita. Simenon ne ha scritti centinaia, ed in ciascuno si coglie l’uomo nudo. Nella sua bellissima e terribile verità. Io amo Simenon. Spero di vivere quel lungo sufficiente per leggere tutti i suoi libri. E alla fine si potrà dire, ah, era tutto così semplice. E sarà quel dire, appagante. La grande letteratura anticipa ogni morte individuale. Te ne fa cogliere il profondo abissale respiro. George Simenon, 1903 Liegi; 1989 Losanna. Tolle, legi.

    Emanuele Torreggiani

  • Magenta, in morte di un grande uomo di bancone: Peppino Piscopo. Un anno dopo.

    Quasi esattamente un anno fa, agosto 2022, moriva Peppino Piscopo, padre di Stefano e commerciante iconico della movida magentina in ‘bianco e nero’. Riproponiamo lo splendido affresco che (ne) scrisse Emanuele Torreggiani. Da rileggere, tutto d’un fiato.

    L’ultima volta che ti ho incontrato, ero a Magenta. Piazza Liberazione già Umberto I. Eri lì con la tua badante, una signora, e vedendomi mi hai stretto la mano. Aveva il calore di quella di mio padre. Mi hai conosciuto giovanissimo. Pepp, come stai.

    Mi hai tenuto la mano e ci siamo seduti su di una panchina. E abbiamo parlato nella nostra lingua. Quella delle madri. Peppino, tuo papà aveva fatto la Marcia su Roma. Grandissimo. Gli strinsi la mano. Lo vedo ancora. Gli diedi del Voi, come dicevo a mio nonno. Abito scuro, camicia bianca, cravatta nera saluto alla romana. Grandissimo.

    Forse ho vissuto più notti nel tuo locale che a casa mia.

    Senza forse. Non andavate via mai.

    L’ultima volta mi hai trattenuto la mia mano nella tua, come non ha mai fatto mio papà anche se avrebbe molto voluto, lo so ora, mi hai domandato due volte: tu come stai, dottore.
    Va.

    Peppino Piscopo, Stefano e il nipote Filippo.

    Hai avuto una vita pesante, ma tu ce la fai. Te sei sempre stato uno matto, ma di quelli giusti.

    E mi tenevi la mano. Grande Pepp. Piazza Liberazione, panchina di legno semimarcio dirimpetto la farmacia Cattaneo.

    La Carla, ci pensi mai?

    Io sono andato insieme solo con lei.

    Ch’è la più bella dichiarazione d’amore mai sentita.

    E come stai?

    Siamo arrivati alla fine della pista.

    Perché lo dici?

    Perché lo so… alla mia età le cose si sanno.

    Ma adesso, ora, voglio scrivere senza filtri. Ma non sarà possibile. Non lo è mai. La scrittura non scrive per sé stessa. Grande Pepp. Bar Piscopo. Fine anni Settanta, tutti gli Ottanta. Il tuo era il bar dell’ospedale. Venivano i medici in camice bianco a prendere il caffè. Noi, le bestie nere, si veniva dal bar Kappa. Che aveva chiuso per sempre. Noi si veniva da lì. Eravamo quella gente lì. Hai tentato di arginarci, poi hai lasciato fare. Questi qui sono tutti suonati. Lo dicevi in vernacolo, suonati. E ci hai lasciato fare. La notte, tiravi giù la saracinesca ma non ritiravi più i tavolini di vimini da sotto il porticato. L’alba, venivi giù dall’appartamento per mettere in forno le brioches, e noi s’era lì.

    Ancora?

    Sì, siamo qui ancora.

    Ogni tanto davi di testa.

    Basta, non ne possiamo più. Non si può sopportare questo casino. Carte: al Due, alla Scopa d’assi, al Mariannone, allo Spizzico, al Non Prendere. Dadi: Back gammon. Dama. Scacchi. Ma poi. Poi te la facevi andare. La signora Carla mediava. Il tuo bar la nostra casa. Abbiamo bivaccato lì da te un decennio prima di passare al Blue Harmony quando hai venduto. La gente entrava e usciva ma i nostri tavoli li tenevi sempre occupati. Ci siamo diplomati, laureati lì più o meno tutti. E di questo tu eri silenziosamente fiero. Un giorno me l’hai detto col tuo schietto: voi altri siete suonati ma non scemi. Potrei scrivere tanti nomi. Ma no, ma che importa. Scrivo quattro nomi di ragazze bellissime che quando entravano sgranavano ogni sguardo mozzando il respiro. Bellissime. Grazia Golosi, Anna Monno, Nadia Nisoli, Ester Possenti. Solo la bellezza rimane, è un fatto. Poi la vita ci ha portati tutti lontano.

    Qualcuno è andato via, qualcun’altro è andato via per sempre. È così. È la nostra vita.

    Ora, di tutti, fra tutti, ora ho il nitido rammemoro di una notte di gennaio. Di quel gennaio gelido e greve della malinconia post natalizia. Entrò Mirko Marinoni accompagnato dalla Susi Galeazzi. Ordinò due Glenlivet doppi. Erano due straordinarie solitudini che accompagnandosi ci indirizzavano alla vita. Tu Peppino hai versato l’anestetico, la Susi ha preso i bicchieri dal banco e portati al tavolo. Al primo sorso accesero una sigaretta. Ecco, questa scena mi è tornata al cuore mentre sto scrivendo queste righe. In quell’istante noi tutti, tu compreso dietro il bancone, si era in un dipinto. Eravamo fasciati da un perfetto silenzio. Dipinti dentro una tela. Immortali lì dentro. Caro Peppino Piscopo, ora che sei morto e conosci la verità, accogli il mio affettuoso saluto e la mia gratitudine. Mi permetto di scrivere la ‘nostra’ gratitudine. Sei stato un grande barista magentino.

    P.S.
    Chiedo scusa per le citazioni dirette. Chiedo scusa. Non ho potuto farne a meno.
    Emanuele Torreggiani

  • L’ultimo giorno di…. un Uomo.

    Si alzò dal tavolo poggiando entrambe le mani aiutando a leva le gambe, rinunciò con un diniego del capo alle braccia che prontamente s’erano distese per bilanciarlo. Il cuore pompava così forte che lo stordiva.

    Con l’indice sfiorò il Renè Lalique Sauterelles che andava fissando da un po’ mentre s’adoperava svogliatamente al men che frugale pasto. La sola vista del cibo lo saziava. La cuoca era entrata in sala con sguardo interrogativo vedendo il rifiuto di ogni piatto concordato in mattinata. La ringraziò sorridendo. La propria voce lui stesso faticava a riconoscere, monocorde d’una nota arida. Preferiva tacere. Scorreva con l’indice le venature del freddo vetro bluastro, cicatrici superficiali e profonde in trama e ordito, gli mostravano quello che sapeva del suo cuore e quello che non voleva sapere più. Fece un passo indietro, gli parve un miglio. Sbandò. L’uomo, la sua ombra protettrice da trentacinque anni era lì, lo sapeva. No. Non intendeva coricarsi per il riposo pomeridiano. Ogniqualvolta si sdraiava si vedeva dall’alto. Vedeva il suo corpo immobile, il volto trasudante il pallore marmoreo, imminente, certo, ma non ancora. Non oggi. Forse già domani. Ma non oggi. Disse di chiamare l’auto. Camminarono, al suo passo, dalla sala all’atrio. Pattugliava con lo sguardo argenti, dipinti, sculture. Ricordava benissimo dove li aveva acquistati e quando e quanto. Calcolò che fossero stati buoni investimenti. L’avrebbero sopravvissuto. Da secoli, più o meno, sopravvivevano a chiunque. Dal fondo della memoria gli apparve un’immagine che gli aveva mostrato mesi addietro un nipotino, era di un antico re che, deposto nella bara, mostrava le mani fuori dalla cassa. Le dita aperte. Il nipotino aveva chiesto il significato di quella cosa così orrida, doveva scrivere un pensierino. Già, era novembre. E lui, il nonno, gli aveva detto che quella posa, significava che non si può portare niente dentro la morte. Niente. E aveva aggiunto, ma non lo disse al nipotino, si arriva nudi e nudi si riparte. Non glielo disse perché commisurò che tanto un bambino quanto un uomo non hanno dimensione della morte fin quando essa non si annuncia. Beh, è molto semplice da comprendere, ogni giorno non torna indietro. Un libro, insomma, magnifico e terribile, volti pagina e non puoi riaprirla. Lui l’aveva capito subito, sin da piccolo. All’età del nipotino lo sapeva. Glielo aveva imposto la sua natura. Era nato così. La vita è adesso. Adesso, adesso, adesso. Ogni giorno l’aveva spremuto sino all’ultimo istante. Anche oggi, ch’era arrivato ad un passo dal confine, lo sapeva. Non sapeva cosa fosse la morte, sapeva com’era. Si lascia tutto. E sapeva d’essere ad un passo. L’auto era già pronta con la portiera aperta. Il pomeriggio limpido di sole, la brezza tiepida, una carezza le ombre degli alberi secolari. “La consolazione dell’ombra”, dove aveva letto questa frase? Ci sarà tutto anche dopo di me. Mentre saliva in auto, il suo uomo gli accomodava le gambe e il busto, ricolse quel verso, l’aveva recitato un attore al passo in casa sua. Una notte, in una sospensione dalla sarabanda, quell’uomo aveva inciso il silenzio recitando una poesia di un tedesco che camminando lungo un ponte della Senna si era buttato. Ecco, si chiamava Paul Celan, la testa gli funzionava ancora bene. L’attore gli aveva mostrato il libro. Era un volume elegante, rilegato, stampato su carta india. La sua casa editrice l’aveva pubblicato. Commisurò il costo dell’operazione industriale e già sapeva molto bene che non sarebbe rientrato nell’investimento. Ventotto milioni di italiani sono analfabeti funzionali. Ma andava fatto e ne fu felice, quel verso oggi, ad un passo dal confine, lo consolava. Quell’uomo aveva lasciato versi, li aveva seminati qui, ad impronta del suo passaggio. Germogliavano ogni giorno. Indicò all’autista indirizzi e percorso. Voleva vedere la Milano in quel pomeriggio di sole, in quell’aria tiepida, nel taglio delle ombre dei viali alberati, ai semafori le ragazze che traversavano tenendo per mano i loro innamorati. Anche domani e dopodomani, ebbe un sussulto, un moto di ribellione del cuore e del respiro espresso in roco suono, ed io non ci sarò più. La sua ombra si voltò, lui fece un cenno d’assenso. Andiamo avanti tutto bene grazie. In pieno centro non gli importava guardare i palazzi ben conosciuti, banche d’affari, uffici, sedi di multinazionali, cercava una gelateria, abbassò il finestrino, eccola, al plateatico i camerieri andavano e venivano, coppe di gelato, caffè, il fumo di una sigaretta, sorrisi, confidenze bisbigliate, complicità, una giovane mamma imboccava la sua bimba ancora nel marsupio, gli parve di udirne il grido di meraviglia e le minuscole mani che tentavano di afferrare il cucchiaino. La gran luce della vita, il sole, l’aria tiepida, la consolazione dell’ombra, tutta la vita che vedeva, che entrava e che andava via. Tagliavano la metropoli. Auto, tram, autobus, furgoni, moto, monopattini, biciclette, pedoni. S’affiancò un mezzo dei carabinieri, l’autista fece un cenno, tutto bene, quelli svoltarono. Lui si prendeva tutta quella vita dal palcoscenico, non poteva più recitare, salire sul palco. E sapeva che era l’ultima volta che la vedeva dalla platea. Arrivarono nel quartiere che aveva costruito. Era stata la prima grossa impresa della sua vita. Una città con migliaia di abitanti. Riscorse le pagine delle riviste che ne avevano scritto. Questo rimane, si disse. Gli alberi erano cresciuti, molti tra questi, già impiantati adulti, avevano scollinato il secolo. Ogni primavera danno fiori, disse, il nostro tempo non è eguale al loro. Eppure viviamo insieme. Chiese che l’auto si fermasse. Lì, in una piazzuola sotto la chioma di un magnifico pino atlantico. La sua ombra gli aprì lo sportello. Grazie, disse, non scendo. Stiamo qui un momento. Osservò le formiche che andavano e venivano. Respirò il profondo profumo di resina. Guardò le palazzine, le cento e cento finestre tutte abitate. Tutta quella vita sarebbe continuata. Disse che era pronto, che si poteva rientrare. La sua ombra lo informò che aveva ricevuto decine e decine di chiamate. Fece dei nomi. Lui disse che voleva stare ancora un poco solo. Ancora un poco, disse. Nell’auto che andava silenziosa il profumo della resina lo accompagnava. il suo cuore era lì, sulla mensola, pieno di cicatrici. Andava pacificandosi così come deve essere.

    di Emanuele Torreggiani

  • L’inverno- e la solitudine- di Silvio Berlusconi. Di Emanuele Torreggiani

    Cinque anni fa, un mercoledì d’un freddo marzolino pungente, un ristorante qui nei dipressi, poco oltre le ventuno. A un chilometro circa da Gernetto. Ceno con mia madre pronta agli imminenti novantadue. Una serata men che quieta, una dozzina gli avventori.

    Il fuoco del camino ogni tanto scoppietta nel silenzio in bisbiglio. Ed ecco che i tre camerieri si affrettano a preparare due tavoli, uno da due e l’altro da quattro. Nel buio, dagli ampi finestroni che s’aprono al giardino interno, un lampeggiare azzurro. Un van ed un’auto. Dall’ingresso un tramestio. Voci. Mia madre, di spalle, mi chiede cos’è. Sto guardando. Buonasera a tutte le signore e a tutti i signori. L’è rivaa, fa mia madre. Ogni tanto viene qui. Parte un applauso. Presidente si grida dai tavoli. Era lui. Silvio Berlusconi in compagnia della sua penultima consorte, e quattro uomini di scorta. Doppiopetto, camicia collo all’italiana e cravatta a pois. Saluta ad ogni tavolo, porgendo ad ogni signora una rosa rossa con un nastro tricolore al gambo, gli uomini gli allungano sguaiatamente seduti la mano. Mi alzo per saluto e scorgo sulla guancia all’altezza dello zigomo, sotto il maquillage, la traccia della ferita ricevuta. Porge a mia madre una rosa, lei gli dice che si sono già incontrati in questo ristorante e che è prossima ai novantadue e di rose ne vuole tre, perché la trinità porta bene. Il cavaliere esprime il suo gesto di giubilo a braccia aperte e prende la mano a mia madre che gliela stringe e gli dice che ha la mano fredda e che deve trovare una donna che gliela scaldi per davvero. E lo guarda fisso con l’occhio di una donna che sta per finire di vedere tutto. E lo sa. E Berlusconi le sorride e la ringrazia e le augura buona serata, e lunghissima vita. E in quel sorriso l’impronta di un bimbo rimproverato per la marachella scoperta. Ritorna al tavolo dove la penultima consorte siede con aria svogliata consultando il telefonino. Poco dopo, ad ogni tavolo, viene deposta una bottiglia di champagne offerta dal presidente. Mi raccomando bevila tutta sino all’ultima goccia, mi raccomando perché senò fiocca. Ed è esattamente quello che farò. Figuriamoci, se non vedi il fondo non sei sazio. Perché gli hai detto così? chiesi. Perché è vero. Non vedi com’è stanco. Tutte quelle lì gli stanno addosso per i soldi. Quelle lì, per mia madre era la somma insolenza. Ma lui è cosi, non si può cambiare la natura. E non farmi parlare di te che solo ad aprire il libro si bruciano le mani. Ti rendo noto che hai qui due bottiglie. La prima e la seconda. Siamo apposto. Solo sua figlia gli vuole bene per davvero. Per quello che è. Solo la figlia. Lui è così. Comunque meglio lui di tutti i ciaparatt della politica e degli ipocriti che gli stanno intorno per farsi mantenere. Stai attento che se ti alzi e ti vedo sbandare chiamo un ncc o un taxi o il maresciallo. Chiama il presidente, è lì. Se glielo dico mi fa portare a casa sicuro. Rientrando a prima notte mi disse che era un uomo solo. E anche questa solitudine era la sua vera natura.

    Emanuele Torreggiani