Autore: Massimo Moletti

  • Regionali. Faccia da astenuto nel Paese che governa sul nulla

    Regionali. Faccia da astenuto nel Paese che governa sul nulla

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore,

    La tornata elettorale si è conclusa e il vero vincitore è l’astensionismo: quasi il 60% degli italiani ha scelto di non scegliere. I politici festeggiano, ma festeggiano sul nulla: hanno semplicemente mantenuto ciò che già avevano.

    Le Regioni, introdotte decenni fa, hanno prodotto soprattutto quattro cose: più leggi, più debito, più politici e più consulenze. Ricordo ancora la consulenza milionaria per stabilire se a Cerano fosse possibile costruire una piscina: una relazione costosa che confermava ciò che tutti già sapevano.

    I consiglieri regionali hanno titoli e stipendi da parlamentari nazionali, creano norme su norme e dispongono di un apparato di funzionari ben retribuiti. Eppure la Regione resta un ente distante, che i cittadini non sentono proprio. Stato e Comune sono percepiti come più vicini, più concreti.

    Non sorprende quindi che l’astensionismo domini anche nelle elezioni regionali. Molti cittadini non conoscono neppure le competenze delle Regioni. De Gasperi non le aveva previste: sono arrivate dopo, e oggi ci si chiede se questo Stato possa davvero poggiare su un sistema regionale. Non sarebbe stato meglio mantenere le Province, più aderenti alla nostra realtà “provinciale” che non “regionale”?

    Il federalismo, in Italia, si è tradotto troppo spesso in qualunquismo e in nuovi posti di spesa senza resa. La sanità gestita dalle Regioni mostra forti disuguaglianze, i trasporti pubblici in molte aree non funzionano, la povertà è più diffusa in alcune regioni che in altre.

    Si festeggia una vittoria che, in realtà, è solo incoscienza interessata. Forse è tempo di ripensare la politica a 360 gradi. Perché oggi, più che sui voti, si governa sugli astenuti”

    Massimo Moletti

  • Un Paese non più nel pallone. A cura di Max Moletti

    Un Paese non più nel pallone. A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, siamo ancora un Paese nel pallone? Viviamo davvero solo di calcio? La risposta è sempre meno scontata. Oggi l’Italia vince altrove: nel tennis, nella pallavolo, negli sport invernali. I cosiddetti “sport minori” non sono più tali: sono diventati discipline nazionali, capaci di conquistare spazio sulle grandi TV generaliste e persino sulle emittenti locali.

    ⚽ Il calcio, un gigante stanco
    Il pallone italiano somiglia a chi vive di immagine riflessa, senza sostanza. Le scuole calcio sono sempre più costose e sempre più vuote. Gli stadi, spesso, non sono luoghi di tifo ma di consumo, di litigi e di esibizionismo. La nazionale non ferma più il Paese, e i derby riempiono San Siro più per “fare un giro” che per sostenere i colori.

    Le TV a pagamento hanno vissuto la loro fortuna, trasformando i bar in remake degli anni ’50. Ma oggi i bar non vogliono più svenarsi per ospitare clienti che non consumano, ma urlano contro l’arbitro. E quando le pay-TV faranno i conti, addio stipendi d’oro: dalla Serie B in giù, il calcio è già un’agonia finanziaria.

    🎾 I nuovi protagonisti
    Mentre il calcio arranca, altri sport brillano. I ragazzi del tennis hanno dato il massimo e conquistato tutto. La pallavolo continua a regalare emozioni. E presto arriveranno le Olimpiadi invernali, dove l’Italia può contare su molti talenti. È la dimostrazione che il Paese è cambiato, e spesso in meglio.

    🌍 Un’Italia moderna
    Siamo più cosmopoliti, più aperti, più moderni. Ma tre settori restano indietro: la politica, la televisione e alcuni territori che non hanno ancora compreso il cambio di passo. Questa è un’opportunità da cogliere al volo, come un rovescio vincente, per portare sempre più modernità a un Paese che vuole correre e aprirsi.

    🇮🇹 Due Italie
    Il rischio è la divisione: da un lato un’Italia moderna e vincente, dall’altro un’Italia costosa, perdente e litigiosa. Ma il futuro è chiaro: un’Italia che vince senza urlare, senza lamentarsi, senza offendere. Un esempio che prima o poi obbligherà anche la parte più restia del Paese a cambiare.

    In un Paese che è nel pallone, ma dove il pallone non ha più il Paese. Massimo Moletti – Cerano (NO)

  • Faccia da Eternità: Ornella e l’ appuntamento in cielo

    Faccia da Eternità: Ornella e l’ appuntamento in cielo

    Egregio Direttore, l’ eternità ! Può un uomo vivere in eterno come un moderno immortale ?

    Può un artista dare l’ impressione di esserci sempre stato nella nostra memoria
    Mia nonna conosceva la Vanoni ??? Era pure una legge !!

    E forse pure la mia bisnonna ; mia madre sapeva tutto
    Mio padre la criticava ma guai a girare canale o cambiare frequenza radio se lei era presente !

    Io ho imparato a conoscerla nei numerosi San Remo
    Fine anno 80 ! Era in gara ; un mostro sacro e una grandissima presenza scenica senza esagerare

    Una grande sua peculiarità era il non esagerare ; era se stessa
    Un mito di eleganza e vera classe non ostentata
    Io come farò 1989 al Festival canzone con lo zampino del suo ex compagno artistico e forse più Gino Paoli

    36 anni sono passati da quel festival ma con lei sembrava sempre il primo appuntamento
    C’era sempre una ragione di più per stare a sentirla e ammirarla
    Le sue interviste erano poesia e perle di saggezza pura

    Il modo di stare sul palco e tenere il microfono era un corso per la vita
    Non stufava mai perché sapeva essere discreta e presente allo stesso tempo
    Perché con lei la tristezza d’ incanto andava via !

    Un amore senza fine tra lei e il suo pubblico ; tutto il pubblico
    Come una casa bianca dove c’era solo leggerezza del suono dell’ amore
    Perché lei il suo pubblico lo amava davvero ; un amore discreto ma sincero
    Un amore iniziato in tenera età e mai finito

    Ora che lei va in cielo la musica è finita ? No ! Vivrà in un mondo che lei ha saputo valorizzare

    Il web ; perché non è lo strumento che fa il musicista ma il musicista che valorizza lo strumento

    Ornella era partita con la sua carriera che non c’era neanche la TV
    Ha cavalcato tutte le tecnologie portando il suo valore che esaltava ogni cosa
    Ora sarà in cielo a spiegare a tutti cos’è il ” sarchiapione!!!! Dove troverà Walter Chiari e Carlo Campanini per rifare quello stitigo sketch!!!!

    Moletti Massimo
    Cerano

  • Faccia da TV e un futuro da riscrivere. A cura di Max Moletti

    Faccia da TV e un futuro da riscrivere. A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, noi ragazzi degli anni ’80 siamo cresciuti davanti a un camino magico: la televisione. Un piccolo elettrodomestico dei sogni che ha acceso le serate delle famiglie, prima per pochi, poi per molti, infine per tutti.

    Sono passati settant’anni da quando i nostri nonni hanno sognato e goduto di questo mezzo. La TV ha accompagnato generazioni, tra trasmissioni, telegiornali, film e telefilm, segnando la svolta dal cinema al piccolo schermo. Oggi, però, la televisione deve fare i conti con il web: ha già ceduto molto alla rete, ma resiste ancora in certe fasce di pubblico.

    Troppi canali, troppe repliche, troppa pubblicità: spesso i programmi sembrano solo interruzioni di reclame. Una TV che da professionista è diventata dilettante, che rincorre i social con reality e litigi virali, perdendo la sua forza originaria.

    Il futuro? Tornare a fare la TV. Non rincorse, ma risorse. Non spettacoli improvvisati, ma emozioni vere. La televisione deve ritrovare la gioia degli inizi, quando le famiglie si riunivano e le TV private portavano entusiasmo e libertà.

    La TV ha regalato emozioni che il web non potrà mai sostituire. W la TV, ma fatta da chi sa fare TV”.

    W la TV ma fatta da chi sa fare TV …basta guardare al passato

    Cordiali saluti,

    Massimo Moletti

  • La puntura del Duca. Faccia da largo ai giovani… o solo uno slogan?

    La puntura del Duca. Faccia da largo ai giovani… o solo uno slogan?

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, Sono cinque anni che mia madre non c’è più. Era nata nel 1942: avrebbe oggi 83 anni, un’età che dovrebbe essere dedicata alla pensione e al riposo. Una donna cresciuta in un tempo in cui la pensione arrivava in età giusta, soprattutto per gli statali. Mio padre, invece, ha lasciato la terra a 80 anni, ripetendo sempre: “fin che strusuuuuu i oeeee”, cioè finché si riesce a trascinarsi.

    Il lavoro pesante non si può fare fino a 84 anni. Eppure in Italia sembra che il simbolo del potere debba restare anche oltre la morte. “Largo ai giovani” è una frase che non ho mai capito: è davvero un invito sincero o una battuta per prenderli in giro? Perché i giovani arrivano, ma i vecchi parrucconi non mollano mai.

    Nessuno ha il coraggio di accompagnare al giusto riposo i “mostri sacri” della politica. Sacri? Forse più dinosauri. Le vecchie riunioni politiche erano dominate da matusa che volevano far pesare la propria voce. Oggi la riconferma non è più eccezionale, ma diventa routine. Una parte non ha la forza di cambiare, l’altra aspetta solo di fare casino.

    Così la democrazia rischia di diventare stallo. E allora si evocano dittatura, fascismo, complotti. In Italia i complotti sono sempre esistiti, ma la malafede sembra aumentare. Forse sarebbe il caso di cambiare una volta per tutte una Costituzione vecchia e immobile, scritta da uomini che defecavano come noi, ma in un momento storico diverso.

    Alla fine, “largo ai giovani” resta uno slogan vuoto. I giovani servono solo per fare rumore, o al massimo per ricevere un contentino se sono parenti o amici. E intanto il Paese dei “senza palle” continua a trascinarsi, senza mai avere il coraggio di rinnovarsi davvero”.

    Massimo Moletti

  • La puntura del Duca. Faccia da parassita time.

    La puntura del Duca. Faccia da parassita time.

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, nelle ballate della musica contemporanea sembra che gli Stati Uniti abbiano mantenuto una vitalità che noi, purtroppo, abbiamo perso. In Italia avevamo una tradizione ricca e profonda, ma a molti, evidentemente, dava fastidio: c’era sempre qualcuno a cui quelle melodie facevano “venire il mal di pancia”. Così, lentamente, abbiamo smarrito la nostra identità musicale.

    Negli ultimi anni la musica – e, in un certo senso, anche la società – ha assunto il tono di una festa d’asilo: tanto entusiasmo, molti “ieeee ieeee”, e genitori compiaciuti che scambiano ogni rumore per un segno di genialità. Tutti desideriamo avere in casa un piccolo “genio della lampada”, ma a volte ci ritroviamo con semplici soprammobili che producono parole e confusione, e che riempiono la testa di sciocchezze.

    Ripensando alle ballate americane, mi torna in mente un’idea ricorrente: “Parassita Time”. Perché, proprio come nelle città spariscono i parcheggi e nei paesi si svuotano le chiese, sembra che i parassiti – metaforici, s’intende – aumentino in modo proporzionale.

    Le tecnologie hanno dato visibilità a chiunque, persino agli squilibrati; e l’abbondanza di diritti e rivendicazioni ha finito talvolta per elevare chi si limita a sfruttare il sistema. Esistono due grandi categorie di parassiti: quelli di famiglia e quelli acquisiti. Pochi risultano simpatici: sono sempre convinti di avere ragione loro, di sapere tutto loro, di controllare tutto loro. E, naturalmente, criticano sempre e solo gli altri.

    Ci sono poi i parassiti pubblici e quelli privati: i primi si dividono tra dipendenti e mantenuti, i secondi tra miracolati e assunti fortunati. In ogni caso, un parassita rimane tale per tutta la vita: non ti abbandona mai, ti condiziona i pensieri, ti trascina nei litigi e ti infila tarli in testa. Il suo livello culturale, spesso fermo all’asilo, lo porta a ripetere sempre gli stessi versi: ieeee ieeee, come un ritornello vuoto che serve solo a coprire il silenzio.

    “Parassita Time” è un ritornello che non vuole dire nulla, proprio come le scuse e le giustificazioni di chi vive alle spalle degli altri. E il problema più grande è che qualcuno, purtroppo, continua a crederci.
    E così, mentre i soldi privati scarseggiano, quelli pubblici vengono utilizzati troppo spesso con leggerezza.

    Ieeeee ieeee ieeee…”

    Massimo Moletti

  • Faccia da gemelle. A cura di Max Moletti

    Faccia da gemelle. A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Erano un sogno. Un sogno doppio, perché erano sempre insieme. Troppo piccola per contenerle, la notte del nostro Paese: un Paese da gambe corte e gola lunga dove, un giorno, arrivarono loro, con quel passo di gambe lunghe e il mito della bionda teutonica che non apparteneva solo all’estate, ma a tutto l’anno. Portavano una classe che dall’Eurofestival arrivava fino al cinema, ma fu il piccolo schermo a regalar loro il tempo eterno.

    In una terra di piccoli borghesi e provinciali, loro erano l’Europa vera che si affacciava su un mondo straniero. Tra la censura delle calze e il carosello, la loro bellezza faceva discutere un Paese
    che aveva nelle manifestazioni religiose i suoi centri di aggregazione. Eppure, di notte, donne belle come loro erano imbattibili.

    Rivedere oggi quelle sigle, quei filmati, fa capire tre cose: che la concorrenza non è sempre positiva,
    che la Rai ha saputo fare programmi da Oscar, e che questo Paese, allora, aveva voglia di crescere non solo in altezza, ma anche in bellezza.

    Il boom economico, il desiderio di una vita migliore, un’esistenza più internazionale, arricchita dal fascino delle straniere.

    In un Paese corrotto e bigotto, loro insegnavano a distinguere un pasticcino da un biscotto:
    la fattura di una leggenda.
    La loro presenza e arte si univano a una professionalità rara.

    Ho avuto l’onore, nella mia carriera, di intervistare la prima “Signorina Buonasera”: Fulvia Colombo. Allora ho capito davvero il mito di quel periodo, quando le donne erano oceani di misteri, non esplicite e senza segreti come oggi, nell’era della rete.

    Ogni loro ritorno in Italia era un successo: negli occhi degli uomini di allora si accendeva un sorriso
    misto a rispetto. Bellezza e arte, insieme. Irraggiungibili, eppure vicine: l’opposto di oggi, dove tutto è troppo vicino, ma distaccato da un’aria di boria.

    Loro non erano fuggenti come il fritto nell’aria: erano scolpite nella memoria. Una vita insieme, e una morte che le ha unite ancora, perché la loro leggenda non avrà mai fine.
    Ora balleranno con tutti i santi: perché ciò che scandalizzava non era il sex appeal, ma la loro bravura.

    Molte hanno provato a imitarle, ma nessuna è mai riuscita a raggiungerle. Così si chiude una storia della nostra TV. Forse un invito a guardare indietro, a quel tempo in cui si osava, ma si sapeva fare.

    La perfezione dava l’illusione di poter essere raggiunta, ma era un dono raro. E quel passato non va dimenticato: va ammirato, e ringraziato.

    La notte vola, nelle loro apparizioni. Sono arrivate fino a noi, e non ci lasceranno mai più”.

    Massimo Moletti – Cerano (NO)

  • Faccia da SuperEnalotto e gli illusi influencer

    Faccia da SuperEnalotto e gli illusi influencer

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, desidero condividere una riflessione nata quasi per caso: questa settimana non ho giocato al SuperEnalotto… e, paradossalmente, ho “vinto” dieci euro.
    È la stessa somma che avrei speso per alimentare un sogno destinato a durare appena cinque minuti, quando un tempo bastava una schedina tra le dita per fantasticare un’intera settimana.

    Ricordo bene quei momenti: cene immaginate, automobili desiderate, viaggi sognati. Nelle officine, negli uffici, nei bar dei lavoratori, perfino sui banchi di scuola, la vincita diventava un modo per evadere dalla realtà. Il gioco era bello proprio perché durava poco, ma alla fine si era sempre in passivo, proprio come spesso accade con le grandi speranze della vita.

    Poi arrivava il “grande colpo”, discusso nel bar dello sport: chi avrebbe portato via la “bionda del paese”, chi sarebbe diventato ricco dall’oggi al domani. In realtà, la maggior parte di noi contribuiva soltanto ad alzare un jackpot che sarebbe stato diviso malissimo, mentre ci si accontentava di piccoli premi che non coprivano neppure le spese.

    I giochi istantanei e il SuperEnalotto sono il riflesso perfetto di questa società moderna: frenetica, impaziente, sempre più povera di sogni e ridotta a una semplice “grattata”.

    Lo stesso accade nel mondo dei social. Perché pubblichiamo video e foto? Forse, per non parlare da soli. La tecnologia ha dato voce a chiunque, rivalutando anche i “pazzi” del nostro tempo, quelli che un tempo si credevano Napoleone e oggi si credono influencer.

    Nel mio piccolo, posso dire di essere stato contattato più volte grazie ai miei video e alle mie foto, soprattutto su Instagram. Non sarà qualità, ma quantità sì. E conosco bene quanto lavoro, soldi e fortuna servano per ottenere grandi numeri. Per noi attori e caratteristi, serve più di un’agenzia: non esistono filtri.

    Ci sono tre aspetti positivi: non ci sono intermediari, si può essere contattati da persone che altrimenti non ci avrebbero mai conosciuto e non occorre dividere nulla.
    Ma c’è anche il lato oscuro: fenomeni che pretendono senza pagare, gente che insulta o ostenta, creando terreno fertile per chi vive di invidia o per i ladri di case. Tutto ciò alimenta il gigantesco sistema economico del web e dei social.

    “Gioca con responsabilità”, ci dicono. Ma la verità è che ci si irrita se non si vince subito. “Usa i social con moderazione.” Oggi è quasi impossibile, perché molti credono più alle proprie potenzialità virtuali che a quelle reali, inseguendo una vita immaginaria che supera la vita vera, sperando nel “grande colpo” o fingendo di averlo già fatto. In fondo, non è cambiato nulla: si sogna meno, e si raccontano più balle.
    Balle virtuali”.

    Massimo Moletti

  • “Il deserto commerciale che avanza”. Di Max Moletti

    “Il deserto commerciale che avanza”. Di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, nel mio paese non ci sono più supermercati né ipermercati.

    Il commercio online invece cresce, fagocita tutto. Cerano è un comune della pianura padana come tanti: circondato da grandi centri commerciali – anche loro ormai in crisi – che resistono solo grazie ai grandi numeri. Nel frattempo, i nostri paesi si svuotano: il centro è diventato un’isola disabitata, e in certe ore del giorno regna un silenzio irreale.

    La provincia di Novara, un tempo ricchissima di piccole attività, oggi mostra le saracinesche abbassate perfino nel capoluogo. In pieno centro, nella città di San Gaudenzio, il deserto commerciale è evidente e preoccupante. Non è più un problema dei paesi: è un problema di tutti, anche delle città.

    La spesa online e gli acquisti sui giganti del web stanno distruggendo il tessuto urbano.
    Un tempo c’era il negozio di fiducia, quello che segnava sul quaderno e ti faceva pagare a fine mese, quello che conosceva la tua famiglia e con cui non potevi raccontare frottole. Non esistevano i social, ma la comunità esisteva eccome.

    I centri commerciali hanno allontanato la gente dai negozi sotto casa. Ora l’online ci allontana anche dai centri commerciali: si compra ovunque, senza più uscire. Chiudono banche, poste, assicurazioni ed esercizi commerciali. Tutto è dentro un’app.
    E intanto paesi e città si trasformano in deserti, soprattutto nei weekend.

    Come ci siamo arrivati non è più la domanda fondamentale.
    La domanda è: come ne usciamo? Forse iniziando a far pagare tasse e dazi a chi guadagna miliardi da questa situazione, pretendendo che reinvesta parte dei profitti nelle piccole realtà locali. Sarebbe un risarcimento minimo per un saccheggio continuo e prolifico.

    La politica? Da quarant’anni ascoltiamo sempre le stesse promesse, ma nella realtà non cambia nulla. Forse certe poltrone, consigli di amministrazione e consulenze fanno troppo gola.

    Bisogna capire se c’è davvero volontà e coraggio per cambiare”.

    Massimo Moletti

  • C’era una volta la Nazionale di calcio….

    C’era una volta la Nazionale di calcio….

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, il calcio italiano è davvero in crisi?
    Forse quello che un tempo veniva definito “il campionato più bello del mondo” si è trasformato in un contenitore vuoto. Abbiamo un’Italia che fatica a battere la Moldavia, una Nazionale che non riesce più a esprimere un vero talento italiano, due Mondiali visti dal divano e un Europeo vinto — con un livello da Grecia anni 2000 — come unica illusione recente.

    Dopo il 2006 siamo passati dalla “Pietà” di Michelangelo alla pietà sportiva, in un Paese sempre più diviso. Una volta bastava la Nazionale per unirci; oggi neppure questo. Le grandi squadre sono piene di stranieri, ma il fenomeno è diffuso: accade nelle piccole, in Serie B, in C, e basterebbe fare un giro di distinte fino alla D e alle Eccellenze regionali per rendersene conto.
    Ma esistono ancora i vivai?

    Le Nazionali giovanili sembrano comportarsi dignitosamente, eppure nel nostro calcio un ragazzo a 24 anni è ancora “giovane”, mentre a 25 diventa già “vecchio”. Perché non far giocare questi ragazzi invece di lasciarli invecchiare in tribuna o in panchina? Ma forse, in un Paese ottuso e anziano, questa è la regola non scritta.

    Un Paese diviso, anche nel pallone. Un Paese di parrucconi e pannoloni, pure nello sport. L’interesse prima del benessere sportivo. Gli italiani, si dice, erano più da copertina con la velina che da campo, ma io ricordo gli anni in cui — come Fantozzi — giravo per Milano senza trovare nessuno a cui chiedere il risultato perché tutti erano davanti alla TV, su Rai 1, a tifare gli Azzurri. Le città si svuotavano. Oggi? “Gioca la Nazionale?” Mah…

    Forse questo è il contrappasso per aver trattato male il calcio. Abbiamo avuto Nazionali sempre paurose, incapaci di schierare insieme i migliori per giocare a viso aperto. Schemi, tattiche, moduli: due palle di gioco all’italiana. Abbiamo scartato fior di campioni e ora raccogliamo ciò che abbiamo seminato. Ci sarebbe da mandare all’inferno calcistico mezza Federazione, passata e presente.
    Il Dio del calcio ama i soldi, ma non perdona il brutto gioco — e soprattutto non perdona le bestemmie contro i propri profeti. In Italia, purtroppo, siamo blasfemi e arroganti.

    C’era una volta la Nazionale. Estate 1994: il cuore in gola tra le curve, il televisore di un’amica durante una sfilata a Cerano, i gol di Baggio alla Spagna. Quella era passione. Grande Baggio, perdona loro: non sanno neanche più che gioco stanno giocando”.

    Massimo Moletti