Autore: Massimo Moletti

  • Living in the Box – Anni ’80 per sempre

    Living in the Box – Anni ’80 per sempre

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – Egregio Direttore, come posso spiegare gli anni ’80 a un ragazzo o, peggio ancora, a un radical chic? Il secondo non avrebbe nulla da dire, il primo potrebbe imparare molto.

    Negli anni ’80 c’era speranza per tutti. Gruppi musicali nati e calati dopo aver toccato l’apice del successo: meteore, sì, ma capaci di segnare un’epoca, un periodo della nostra vita. Come i pantaloni dell’Uniform, con quella enorme “U” sul didietro — «Ku!», diceva mio padre bestemmiando dopo aver speso 110.000 lire.

    La morte di Richard Darbyshire, leader dei Living in a Box, è un’altra tegola che cade dal tetto, ormai non più uniforme, degli anni ’80. Era la seconda parte del decennio d’oro, e la vita scorreva tranquilla tra una moneta nel juke-box e una figurina dell’album Panini.

    Poi, come un fulmine, arrivarono loro: Living in a Box con Living in a Box. Un ritornello semplice, quasi banale, ma irresistibile. Un tormentone che ti prendeva subito.
    D’estate si ballava alle giostre di Cerano, imitando come perfetti cloni quei movimenti semplici ma efficaci.

    La BMX lasciava il posto al Ciao, che con un po’ di miscela ti portava fino a Trecate — per sentirti più grande. Il walkman con la cassetta duplicata era la nostra playlist, e non poteva mancare la canzone: dolce cantilena dance, top.

    Erano gli anni ’80: bastava un mito per segnare un’epoca, o magari solo un’estate. Il successo arrivava e se ne andava, ma non era una dittatura di like come oggi. Niente corpi tatuati fino all’eccesso, niente volgarità gratuite o gesti estremi. Giacca e cravatta, sì, ma con taglio moderno,
    e con un occhio di riguardo — per piacere anche alle mamme.

    La loro stella brillò, eccome se brillò. Poi l’eclissi, e la fine di un gruppo… ma anche di un’epoca.
    Un periodo che ha tracciato un solco e dettato la via, spesso dimenticato e mai pienamente riconosciuto nel suo valore.

    Non voglio dilungarmi troppo, ma tre cose vorrei dire per spiegare il nostro decennio:

    La felicità era nell’aria, forse pure ingiustificata.

    C’era voglia di piccole conquiste, in attesa di quella grande.

    E soprattutto, c’erano emozioni che sapevano di gomma americana dopo un bacio.

    Le pedalate per far partire il motorino, le monete per far suonare la nostra canzone preferita:
    bastava questo per sognare una serata.

    Forse abbiamo davvero vissuto in una scatola di cartone, convinti che fosse oro del Giappone.
    Ma eravamo felici — pensando più a noi che a odiare gli altri.

    Un altro piccolo, grande mito ci lascia. Un fiume di ricordi che molti, purtroppo, non potranno mai avere. Meglio vivere in una scatola di cartone che in una prigione di pensiero. Devo avere ancora quel 33 giri… e la cassetta che duplicavo per le belle del paese. Noi, si “scaricava” così. Per rimorchiare”.

    Massimo Moletti

  • Faccia da “Sposerò Elly Schlein”. A cura di Max Moletti

    Faccia da “Sposerò Elly Schlein”. A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, Negli anni ’80 spopolò un libro e poi un film: Sposerò Simon Le Bon. Le ragazze impazzivano per il leader dei Duran Duran, simbolo di una leggerezza che oggi pare lontana.

    Era l’epoca in cui l’eternità poteva aspettare, perché bastavano un diploma, un panino con le patatine e una musicassetta del cantante del cuore per sentirsi felici. In camera, i poster dei divi italiani e stranieri; nelle orecchie, il walkman e i sogni.

    Certo, eravamo una generazione accusata di vuoto e consumismo, ma i ricordi restano felici. Non eravamo sempre nel giusto, ma cercavamo di fare bene — anche quando compravamo un “tarocco” solo per non sentirci esclusi.

    C’erano gruppi, mode, motorini truccati, corse in BMX. La politica sembrava una cosa da vecchi, ma il voto era ancora un atto popolare, spesso ereditato dai genitori.

    Oggi, invece, i giovani hanno mille principi e mille paure. Forse crescono troppo in fretta. Forse siamo noi a diventare vecchi.
    Negli anni ’80 ci accusavano di disinteresse; oggi accusiamo loro di essere perduti. Eppure, allora, il sogno più grande era sposare Simon Le Bon — e dentro quel sogno c’era speranza.

    Oggi viviamo in un tempo di allarmi, sospetti e piazze che gridano. Vincono gli estremi, e la ragione arretra. Ci siamo fatti guidare troppo spesso dalla rabbia e da “gente da pizzeria”, quella che criticava i fast food ma poi correva alle cucine etniche per sentirsi alternativa.

    Forse è tempo di tornare alle urne più che alle piazze, e dire basta a questo periodo di tensione, paura e sospetto. Forse serve un po’ di quella leggerezza di allora, anche solo per ricordarci che si può essere felici — senza dover avere sempre “ragione”.

    Massimo Moletti

    Nella foto sopra Barbara Blanc, protagonista del film cult anni ’80 ‘Sposerò Simon Le Bon’ e sotto la segretaria del PD Elly Schlein

  • Faccia da Beppe. Una vita per la musica

    Faccia da Beppe. Una vita per la musica

    RICEVIAMO PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore,

    Una vita per la musica. Lui andava dove c’era musica. Portava tutti noi dentro la musica,
    perché la sua vita era fare musica. Un uomo simpatico, affidabile. Avevamo imparato a conoscerlo: era pittoresco, con quella barba che non nascondeva mai il suo sorriso coinvolgente.

    I Sanremo mitici degli anni ’90, poi altri festival, tante collaborazioni, tanti brani arrangiati. Aveva prestato la sua professionalità a tutti: allo Zecchino d’Oro, in molte trasmissioni TV.

    Non usciva mai dal suo ruolo, non faceva mai pesare il suo bagaglio d’esperienza. Donava a tutti la sua passione per l’arte. Un maestro d’orchestra “vecchio stampo”, ma con una luce rivolta al futuro.

    Anni fa volevo proporgli un format TV — un talent dedicato alle orchestre: lui, grande tra i grandi, insieme a giovani musicisti. Ma la timidezza, e forse un po’ di sconforto per un ambiente chiuso, mi trattennero.

    Eppure, credo che sarebbe stato il migliore per creare un ponte tra il grande pubblico e la magia della composizione d’insieme, dove le nostre eccellenze spesso brillano ma restano dietro le quinte.

    Non ha mai cercato il successo come fine, né di diventare un influencer dei nuovi media. Lui era il Maestro, e basta. La sua passione era la sua vita, la sua musica. Lascia un mare di ricordi e un oceano di note sul pentagramma della sua esistenza. Scale e chiavi di un mistero sonoro che lui sapeva mettere nel cielo della nostra vita.

    Il miglior ricordo sarà continuare a portare avanti il suo stile gentile e simpatico. La sua figura resterà indimenticabile, perché unica nell’aspetto e nello spirito. La musica non si fermerà mai se daremo spazio all’estro e alla fantasia. Uomini come lui vivono di pane, musica e qualche bicchiere di vino, di gioia.

    L’arte può essere bella e fatta bene, ma deve essere trasmessa con coinvolgimento contagioso.
    Così era lui: un uomo e un maestro.

    Ciao Beppe! Siamo invecchiati insieme, come la tua barba, da corvina a bianca, senza mai perdere la tua classe purissima.

    Un simbolo di un Paese che ha talento, gioia e semplicità. Facile dire che ora suonerai con l’orchestra degli angeli, perché, qui sulla terra, hai fatto cantare i nostri cuori”.

    Massimo Moletti

  • Faccia da specchio in un Paese di mele bacate. A cura di Max Moletti

    Faccia da specchio in un Paese di mele bacate. A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, sono passati trent’anni da quando una macchina, in giro per il mio paese, gridava: «Cerano sta morendo!» Ma la cura doveva essere proprio lui!

    Il paese muore. È moribondo. In questi ultimi tre decenni le trombe hanno suonato anche in tutta Italia, e nel mondo: libertà in pericolo, ambiente, tecnologia…

    Le tecnologie hanno fatto proseliti dappertutto — usate bene o male, con profitto o per diletto.
    L’ambiente interessa solo a una piccola parte del mondo, mentre la grande parte, quella che inquina, non se ne cura affatto.

    La libertà! È relativa.

    La gente non vota: democrazia in pericolo. Vota troppo: la maggioranza, tante volte, sbaglia.
    Vota sempre allo stesso modo: ottusi. Governare da settant’anni senza conoscere i confini: scelta responsabile. Governare senza maggioranza, o con profughi della libertà: bene. Governare senza vincere le elezioni: la Costituzione lo permette.

    Non abbiamo la bacchetta magica, si dice. E intanto questo governo è un pericolo per la democrazia, e dimentica gli ultimi.

    Buttano via soldi con strutture inutili… Poi dicono: “Aiutiamo con il reddito di cittadinanza!”

    Bisogna difendere le donne — giusto. Ma certe donne sono escort, anche di lusso. Offendono una donna: grave, da punire. Offendono altre donne: meglio tacere.

    Bisogna mettere le donne in posti di comando! Domani.
    Prima donna Presidente della Repubblica? “Fascista, meglio di no.” Finalmente una donna a Palazzo Chigi? “Fascista, pericolosa e maschilista.”

    Tre persone sfilano a Novara: pericolo per la libertà di stampa. Distruggono la città e picchiano la polizia: “vittime della società.”

    Grande vittoria a New York: roccaforte democratica. Trump, dimettiti! Perché la democrazia — dicono — è quella che piace a noi.

    Specchio, specchio della democrazia, chi è il migliore a governare? Ogni tanto lo specchio non risponde,
    e la mela è bacata.

    Speriamo che un bacio svegli la società alla cruda, ma sana realtà. In questo momento di nani che si credono giganti, purtroppo, in una cristalleria”.

    Massimo Moletti

  • Faccia da Forattini – la satira vera. A cura di Max Moletti

    Faccia da Forattini – la satira vera. A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, la morte di Giorgio Forattini non segna solo la fine della vita terrena di un uomo. Non porta in cielo soltanto un artista. Non lascia un vuoto nelle pagine dei giornali. Non chiude un’epoca. È la fine della satira vera.

    Un’arte che colpiva chi comandava e deteneva il potere. Un modo semplice e geniale di prendere per il naso chi muoveva le pedine del mondo. Un giorno mia madre mi disse: “Quel professore ti terrorizza? Immaginalo seduto sul wc — sul cess, come diciamo noi.” Ecco, Forattini riusciva a far sedere tutti i potenti sul trono della normalità, sulla turca della realtà.

    Nessun uomo è libero se non può scherzare il potere.
    Oggi manca la sua finezza di frecciata, la sua capacità di sintesi e concretezza: un disegno che in poche linee svelava debolezze e difetti di una classe che si crede superiore a tutto e a tutti.

    Ha ricevuto denunce, ha subito sconfitte, ma non ha mai smesso di colpire. Anche quando ti vogliono far andare il morale in cantina, la satira resta una finestra d’aria.

    Non voglio mettere il dito nel costato sinistro, ma ricordare che senza satira libera non esiste satira.
    Il senso unico porta solo in una direzione. Forattini aveva un ginepraio di idee per colpire tutti — perché tutti siamo uomini, e questo non va dimenticato. Senza affiliazioni, senza indottrinamenti.
    In un mondo dove o sei con me o contro di me, lui non risparmiava nessuno. E nessuno ha risparmiato lui.

    Ma non gli importava: un artista dev’essere libero, e la satira ancora di più.
    Il potere perdona tutto — tranne chi osa ridere di lui. Peggio ancora, chi lo fa con ironia e fantasia.

    Ciao Giorgio, esempio per i nuovi e per i vecchi uomini. In un paese libero da pregiudizi e integralismi, il popolo deve poter ridere di tutto. Oggi, invece, non si ride più: ci si offende, e basta. Viviamo in un mondo a senso unico, che gira intorno a sé stesso mordendosi la coda.

    Quando un uomo è veramente libero, al suo passaggio viene poco celebrato. Ma sono certo che Forattini ora disegnerà vignette in Paradiso — su tutte le confessioni religiose, come sempre, senza sconti per nessuno”.

    Massimo Moletti

  • Faccia da bestemmiatore! E la parodia che aiuta. A cura di Max Moletti

    Faccia da bestemmiatore! E la parodia che aiuta. A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, l’uomo bestemmia fin dall’inizio delle religioni monoteiste – e forse anche di quelle politeiste, con ancora più scelta.

    In un comune del Veneto si è verificato un fatto molto particolare, che ha trovato ampia risonanza sul web: una vicenda comica e tragica insieme, come spesso accade in Italia.
    Un episodio di provincia che mette bene in luce la desertificazione dei centri urbani locali.
    Nei nostri paesi e nelle piccole città ormai non si vede quasi più nessuno: solo anziani e immigrati.
    Molte volte sembrano già paesi d’Africa o del Medio Oriente.
    Ma come può esserci integrazione, quando questi nuovi arrivati diventano la maggioranza?

    Tutti i popoli hanno una propria cultura e tradizione, ma bisogna anche vedere se le persone ne sono consapevoli. Spesso reagiamo in modo poco lucido: o tutti “bravi”, o tutti “diavoli”.

    Il fatto del paese veneto racconta di giovani, figli di immigrati, che sarebbero entrati in chiesa in bicicletta, bestemmiando e inveendo contro il prete.

    Certo, il web ha tirato fuori il peggio dell’essere umano, sdoganando molti comportamenti sgradevoli – anche perché ormai “le brutte cose” le sanno fare tutti.

    Perché la TV ha scelto come modello l’oratorio o la recita scolastica in versione “amministrazione di condominio”? Perché chiunque può identificarsi con il protagonista. Siamo tutti capaci di bestemmiare, gridare, sbraitare e litigare. Potrei fare molti discorsi, già sentiti mille volte… meglio o peggio, poco cambia.

    Credo che – come nella mia partecipazione alla Gialappa’s, “ladro del Louvre” mascherato per far piacere a un’amica – la parodia del Mago Forest possa aiutare molto. Prendere la vita con un pizzico di ironia, ridere finché si può, può servire più di tante parole.

    La situazione oggi è triste. Meglio allora provare a metterci un po’ di sorriso e di leggerezza: magari, prendendo in giro certi personaggi, riusciranno a provare un po’ di sana vergogna e a capire meglio di mille prediche. Forse la situazione ci è sfuggita di mano. E, come diceva il Marchese del Grillo al suo amico francese:

    “Quando tu prendi in giro il Papa, io rido. Quando tu prendi in giro Napoleone, tu ti arrabbi.”

    A me hanno tirato dietro perfino una sedia – e non da parte dei “maranza”, ma da persone “con la cultura in mano”! Forse chi si crede custode del sapere dovrebbe essere il primo a saper stemperare.
    Purtroppo, oggi abbiamo troppi “benzinai sul fuoco”… anzi, fuoco sulla benzina”.

    Massimo Moletti

  • Faccia da senza biglietto e quello che non si può dire. A cura di Max Moletti

    Faccia da senza biglietto e quello che non si può dire. A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, ieri ho preso il treno da Saronno in direzione Novara. La mia stazione di discesa era Galliate: un viaggio di poco più di mezz’ora, non troppo lungo, ma sufficiente per osservare una realtà che, a mio avviso, molti dovrebbero vedere.

    Durante questo breve tragitto, mi sono chiesto quanti passeggeri avessero il biglietto regolare.
    Purtroppo, ho avuto l’impressione che fossero pochi.
    Molti, forse troppi, erano completamente sprovvisti di titolo di viaggio, come se il trasporto pubblico su ferro fosse un servizio gratuito.

    Un controllore, muovendosi appena, ha trovato una dozzina di viaggiatori senza biglietto — segno che il fenomeno è tutt’altro che marginale.

    I trasporti lombardi sono in generale di buon livello, sia per materiale rotabile che per puntualità.
    Certo, alcune tratte e fasce orarie potrebbero essere migliorate, ma il problema più grave è un altro: la mancanza di senso civico di chi usufruisce del servizio senza contribuire al suo mantenimento.

    Ogni passeggero che viaggia senza pagare provoca un danno doppio: economico e morale. Economico, perché riduce le entrate e mette a rischio la sostenibilità del servizio. Morale, perché trasmette l’idea che “tanto non paga nessuno”. Le conseguenze? Aumenti delle tariffe per chi è onesto o riduzione delle corse. E alla fine a rimetterci siamo tutti.

    La cosa più disarmante è la totale assenza di volontà di mettersi in regola: c’è chi chiede di scendere, chi pretende uno sconto, chi viaggia persino con la bicicletta senza biglietto, occupando le uscite.
    Non voglio entrare nel merito della provenienza delle persone: un abusivo è abusivo, punto.
    Tuttavia, ho notato che con cittadini italiani la legge sembra essere applicata con maggiore fermezza.

    Ricordo che anni fa, in una situazione simile, nessuno intervenne in mia difesa.
    Oggi, invece, assisto talvolta a improvvisi “paladini dei diritti” pronti a giustificare comportamenti sbagliati in nome di un presunto principio di solidarietà.
    Ma la vera solidarietà si costruisce rispettando le regole e pagando il biglietto, perché il servizio pubblico non è gratuito.

    Basti pensare che la quota coperta dai viaggiatori rappresenta solo circa il 30% del costo complessivo del trasporto locale. Se quella percentuale scende ancora, non resteranno che due soluzioni: aumentare le tariffe per chi paga o tagliare le corse. E questo non è giusto.

    Il mio messaggio è semplice: se si guadagna, si paga il biglietto;
    se non si guadagna abbastanza, siano i sindacati e le istituzioni a battersi per salari dignitosi e per politiche sociali adeguate. Ma viaggiare senza pagare non può e non deve essere una soluzione.

    Buon viaggio – e buon biglietto – a tutti“.

    Massimo Moletti

  • Faccia da no ponte! A cura di Max Moletti

    Faccia da no ponte! A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, questa festa dei Santi — o Halloween, come ormai si dice — cade di sabato. Niente ponte. Nessun ponte! Una tragedia nazionale. Uno degli ultimi ponti caduti… e non per colpa delle infrastrutture.

    Avevamo già prenotato il costume da strega sexy per la nostra compagna, moglie o amica. Tutto ordinato online, tanto i fattorini lavorano sempre, loro.
    Le vecchie feste… ricordo che quarant’anni fa ne organizzai una delle prime: noi, giovani e curiosi, influenzati dalle produzioni TV americane. Questa festa in maschera horror la sentivamo nostra.
    “Dolcetto o scherzetto?”, magari con il trucco da Esorcista, la musica giusta e tutto l’occorrente per un party da brividi.
    Non era una tradizione nostra, ma l’abbiamo importata — come gli hamburger, la cheesecake, la Coca-Cola e perfino il sushi.

    In un Paese dalle grandi tradizioni, è facile perdere le proprie e adottarne di nuove. Perché?
    Forse perché sono più semplici, più accattivanti… o forse solo più pubblicizzate. In tutti i telefilm che abbiamo divorato negli anni ’80 e ’90 c’era questa festa irlandese, naturalizzata americana.
    Ora quei ragazzi sono diventati genitori, qualcuno perfino nonno, e comprano il vestitino da Dracula per il nipotino.

    I morti sono ancora i nostri cari, che in un modo o nell’altro restano con noi — magari anche in casa, oggi. Ma i Santi? Quelli preferiamo vederli uno alla volta… e magari con un ponte paesano in mezzo. Il tema, in fondo, è semplice: il ponte sopravvive solo se è spirituale. Passa da padre a figlio, da festa religiosa a pagana, da solenne a consumistica, fino a diventare horror o sexy.

    Un ponte che aspetta da due secoli, dal tempo delle Due Sicilie, forse troppo stretto…
    Ma oggi lo piangono tutti — anche chi non è mai andato oltre il Po. Eppure, il prossimo anno avremo un Ponte in più: San Francesco. E allora dicono che i ponti non li fanno più!

    Speriamo solo che il calendario non ci faccia scherzi. Passa tutto, tranne i ponti… mannaggia. Halloween o Tutti i Santi, purché si faccia ponte — e festa. Gli altri ponti possono aspettare”.

  • Faccia da Jalisse….e il nome mollare mai

    Faccia da Jalisse….e il nome mollare mai

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, Era il 1997: già allora un fiume di parole scorreva ovunque. Internet stava nascendo e la Prima Repubblica aveva lasciato spazio alla Seconda.
    Nessuno avrebbe mai immaginato la vittoria dei Jalisse: moderni Al Bano e Romina, forse una loro versione anni ’90. Ma quella loro vittoria non si sarebbe più ripetuta.

    Un Titanic: un solo viaggio, e poi il naufragio nel silenzio.

    Non voglio dire che, in questi ventinove anni, abbiamo assistito a cantanti improponibili, a canzoni indecenti, a performance da mani nei capelli… Non voglio dire che bastasse la costanza per meritare almeno una nuova partecipazione.
    Eppure, fino alla fine, continueranno a combattere — come un moderno Moby Dick. Ma forse è una tipica prescrizione italiana: mettere qualcuno al bando, inserirlo in una sorta di libro nero.

    Perché?
    Quale reato hanno commesso questi due artisti? Perché non hanno mai più avuto la possibilità di calcare il palco dell’Ariston?

    Troppo anziani? Non direi: altri, anche più vecchi, si sono esibiti con bastone e badante al seguito.
    Reati connessi? Non mi risulta. Non iscritti al partito giusto? Non credo che per cantare al Festival serva una tessera politica.

    Forse pagano il fatto di aver vinto “a sorpresa” il concorso canoro più famoso d’Italia. Non mi pare, però, che siano andati con la pistola a convincere la giuria!

    Mi chiedo perché, in un Paese dove tutto si dimentica in fretta, in certi casi non si riesca a chiudere un occhio. Non sanno cantare? Beh, il mondo è pieno di cantanti stonati. Hanno canzoni brutte? A Sanremo ne sono passate di terrificanti. Non si vestono bene? Di look da barboni se ne sono visti parecchi.

    La costanza con cui i Jalisse si ripresentano alle selezioni è ammirevole, mentre è davvero patetico e incomprensibile il rifiuto sistematico della commissione.

    Io, al loro posto, non avrei avuto tutta questa forza: avrei snobbato la manifestazione con dignitosa indifferenza, in nome di un amore non corrisposto.

    Un applauso, dunque, al duo che — in un Paese così provinciale, autoreferenziale e a senso unico —
    continua a sperare nel proprio momento.

    Spero che, prima che sia troppo tardi, possano tornare. Ma in un Paese dove si dichiara di smettere e poi si festeggia il “traguardo di carriera”, mi permetto un consiglio:
    dichiarate di ritirarvi! Magari vi inviteranno… solo per farvi un dispetto.

    In un Paese sempre più capriccioso, umorale, che ha bisogno ogni giorno di un nuovo bersaglio per il proprio scherno”.

    Max Moletti

  • Faccia da nero per caso. A cura di Max Moletti

    Faccia da nero per caso. A cura di Max Moletti

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, Ieri, passeggiando per Corso Venezia a Milano, respiravo aria degli anni ’90. Un vero tuffo nel passato: le prime giornate in città, i ricordi del diploma e della tempesta tra scuola e università. Ah, una volta… quanta gente ricordava quegli anni con le lacrime agli occhi, come se fossero andati in vano.

    La festa di fine anno non mi vide protagonista: avevo dato troppo negli anni precedenti. Era il 1995, trent’anni fa ormai. Le ragazze erano sempre complicate ed emozionanti, e i tormentoni musicali di allora… beh, tutti li cantavano e li adattavano per feste private, matrimoni, battesimi o la fine dell’anno scolastico. Io non cantavo, finivo sempre per leggere la rivista.

    Oggi, tutto è cambiato: un ragazzo mi chiama “visto su Instagram”, mi manda foto via WhatsApp, e io le inoltro senza perdere qualità. Non sento nemmeno la voce, solo messaggi scritti, o vocali. Gli affari si trattano online, come un vero procuratore: aggiudicato al web!

    Poi arrivo in studio: vedo i grandi artisti, il gruppo dei “Neri”, attori e ballerine. Le ragazze sono diventate mamme, qualcuna persino nonna. Molte saranno ancora zitelle, ma quella canzone che non avevo cantato trent’anni fa… oggi l’ho intonata con i diretti interessati.

    Il passato non è sempre come vorremmo, ma guardare al futuro è il modo migliore di onorare tutto. Io arrivo piano, come un diesel, ma arrivo: e basta un giorno così per sentirsi soddisfatti. Canto solo con i grandi, mai per caso. Mi bastano loro… i Neri.

    E le ragazze? C’erano tante, ma la mia preferita resta sempre la mia figlia da set. Una soddisfazione in più da conservare”.

    Con affetto e un po’ di nostalgia, Max Moletti

    Massimo Moletti