Autore: Domenico Bonvegna

  • La rivoluzione di Trump è iniziata subito. A cura di Domenico Bonvegna

    La rivoluzione di Trump è iniziata subito. A cura di Domenico Bonvegna

    Senza voler polemizzare troppo con chi ha iniziato a denigrare la nuova amministrazione Trump cercherò di sintetizzare (aiutandomi dai giornali che seguo ogni mattina)le principali misure varate nelle stesse ore del suo insediamento da presidente americano, che, naturalmente, rappresentano forti segnali non solo per l’America ma per il mondo intero. Forse non è l’età dell’oro annunciata ma sicuramente un nuovo capitolo nella storia del pianeta.

    “L’America che Trump ha descritto è molto diversa da quella col cappello in mano dell’era Obama-Biden: è una superpotenza che si è stancata di autoflagellarsi ed è determinata a riaffermare i propri interessi nazionali senza guardare in faccia a nessuno. Le reazioni scomposte della sinistra mondiale sono prova provata di quanto questa nuova America ambiziosa e sicura dei propri mezzi faccia paura alla mafia globalista. (Luca Bocci,Torna Trump e torna l’America: una superpotenza stanca di autoflagellarsi, 21.1.25,atlantico.it)

    Si è capito fin dalle prime battute che non si sarebbe trattato del solito discorso pacato, istituzionale, di quelli che fanno addormentare dopo cinque battute. Trump ha sempre usato con parsimonia immagini religiose ma stavolta non ha problemi a dire che “Dio ha salvato la mia vita per una ragione: perché rendessi l’America di nuovo grande”. Per questo il 20 gennaio 2025 sarà per i cittadini americani il “giorno della Liberazione”. Nel discorso di Trump qualcuno addirittura ha visto la retorica reaganiana del Morning in America, spingendo forte sulle corde del cosiddetto “eccezionalismo americano”, vedremo.

    “La più importante decisione di Trump, secondo me, è stata quella di ristabilire la libertà di parola e opinione anche in pubblico, come previsto dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, dopo che, negli ultimi 4 anni, «la precedente amministrazione ha calpestato i diritti di libertà di parola censurando il discorso degli americani…con il pretesto di combattere “disinformazione” e “misinformazione”, il governo federale ha…promosso la narrazione preferita dal governo su questioni significative del dibattito pubblico».

    Una decisione, scusate il gioco di parole, decisiva anche per la libertà religiosa nel paese e dovrebbe essere presa sul serio anche dalle istituzioni europee, sempre più affascinata dalla censura politicamente corretta. (Luca Volontè, La rivoluzione di Trump è iniziata subito. E favorisce la vita, 23.1.25,lanuovabq.it)

    Altri fattori evidenziati da Volontè, senza volerli sottolineare tutti, sono quelli che interessano il valore della vita nascente, l’ideologia gender e woke, l’educazione.

    Pertanto, Trump ha dato riprova anche della sua avversione alle pericolose e fantasiose ideologie del gender e un ordine esecutivo specifico sull’ideologia di genere, o in difesa della specificità femminile e maschile, riafferma la evidenza biologica e biblica dei due sessi e delle loro differenze e complementarietà che Joe Biden, con le sue politiche ed iniziative ossessive, negli ultimi quattro anni ha cercato di cancellare, imponendo dapprima la confusa ideologia dell’istintività gender, poi la promozione del transgenderismo. Al posto di confusione ed equivoci su “identità di genere” e “sesso assegnato alla nascita”, questo ordine esecutivo cerca di radicare la legge e la politica federale sul fondamento della biologia e cancellare la promozione federale dell’ideologia di genere, anche nelle prigioni femminili, vieta il finanziamento federale delle procedure di “transizione” di genere e, di conseguenza, annulla tutti i precedenti documenti di orientamento del Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti relativi all’ideologia di genere. In estrema sintesi, se Biden si era impegnato per cancellare quanto fatto da Trump in quattro anni, la squadra di Trump ha un obiettivo più ambizioso: riportare l’orologio della politica americana al 2008, prima della nefasta era Obama.

    E, “poco importa che molte di queste decisioni vedranno una feroce resistenza sia nel Congresso che nei tribunali: Trump ha fatto capire a tutti che stavolta ha fatto i compiti a casa e che non si farà distrarre dal raggiungere i suoi obiettivi”. Non si sa esattamente se i decreti sono 200, è probabile che sono di meno, tuttavia, sono tanti, giusto “per far scoppiare il fegato ai sinistrati, che stanno già perdendo la voce a forza di ululare alla luna”. Comunque sia, “Arrivare con un numero tale di decreti già pronti è un segnale chiaro di quello che molti avevano fatto finta di non vedere: Trump ha usato gli ultimi quattro anni per selezionare un gruppo di lavoro di ottimo livello e definire passo dopo passo cosa farà nel corso del suo secondo e ultimo mandato presidenziale”.(Luca Bocci, Partenza a razzo: in 200 decreti ecco la rivoluzione Trump. Ed è solo l’inizio 22.1.25, atlantico.it)

    L’evento storico dell’insediamento è stato rilevato anche dal professore Eugenio Capozzi, raramente era capitato, negli ultimi decenni, che l’insediamento di un nuovo presidente degli Stati Uniti d’America fosse atteso con tanto interesse e partecipazione come quello di Donald Trump.“La sensazione che il mandato del nuovo presidente stesse per segnare uno spartiacque, la fine di una fase storica e l’inizio di un’epoca nuova”, è abbastanza evidente per Eugenio Capozzi.

    “Il secondo mandato di Donald Trump viene inquadrato già dalla maggior parte degli osservatori non soltanto come il segno di un cambiamento decisivo negli equilibri della società statunitense e di quelle occidentali, bensì anche come l’annuncio di un complessivo riassetto degli equilibri di potere e di potenza a livello mondiale”. (Eugenio Capozzi, Trump 2: un’America ambiziosa ma pragmatica in un mondo multipolare, 20.1.25, Lanuovabq.it)

    I motivi di questa svolta storica sono diversi. I democratici sono stati costretti in campagna elettorale in corso al cambio del candidato presidente e poi è stata oggettivamente l’ultimo atto di un drammatico scontro politico e culturale cominciato nel 2016. “L’irruzione, allora, di Trump nella politica statunitense e la sua inattesa vittoria contro Hillary Clinton avevano travolto l’intero establishment del partito democratico e di quello repubblicano, del conservatorismo e del progressismo tradizionalmente intesi”. Non solo aveva modificato drasticamente le linee di frattura nella dialettica politica del Paese, ma anche nel mondo, in tutto l’Occidente. “L’”intruso” tycoon, con la sua radicale alterità, – scrive Capozzi – per tutto il suo mandato dovette fronteggiare una potente reazione di rigetto da parte di quell’establishment che aveva sfidato, tra le false accuse di compromissione con Putin (il Russiagate), le innumerevoli inchieste giudiziarie ad personam, l’ostracismo feroce del sistema mediatico mainstream, lo scatenamento della piazza estremista dei Black Lives Matter”.

    La sua sconfitta contro Biden nelle contestatissime elezioni del 2020, e poi le accuse di eversione a lui mosse dopo l’invasione del Campidoglio del 6 gennaio 2021, avevano convinto gran parte dei suoi avversari che il suo astro fosse tramontato definitivamente. Ma non è stato così. In questi quattro anni di amministrazione democratica, l’immigrazione clandestina incontrollata favorita dall’ideologia multiculturalista è aumentata. La transizione energetica forzata imposta dalla dottrina “gretista” green ha accentuato l’inflazione e favorito ulteriormente la deindustrializzazione a favore della concorrenza cinese.

    “In questo contesto il trumpismo è riemerso e si è consolidato come unica plausibile alternativa a una deriva distruttiva e disgregante. Ha mantenuto la sua radice originaria di rappresentanza dei “dimenticati”, ma è diventato qualcosa di più ampio: una dottrina della crescita, della riaggregazione sociale in nome dell’interesse nazionale”. The Donald è tornato a vincere perché ha promesso di dare un taglio alle follie DEI, gender e woke in scuole e servizi pubblici; di porre fine all’ondata di immigrazione selvaggia; di consentire la ricerca del massimo possibile di materie prime energetiche abbassandone il prezzo; di tagliare gli sprechi della burocrazia e le spese per guerre all’estero; di proteggere il sistema industriale dal dumping asiatico, abbassando la pressione fiscale e incentivando gli investimenti.

  • Karol Wojtyla, un uomo straordinario che ha segnato il Novecento

    Karol Wojtyla, un uomo straordinario che ha segnato il Novecento

    Mentre leggo altro, non ho smesso il mio interesse per lo studio di Karol Wojtyla, prima e dopo di diventare Pontefice della Santa Romana Chiesa. Nonostante il poco interesse che ha suscitato il mio libro sulla sua figura, continuo i miei approfondimenti. Ho appena finito di leggere una biografia di un giornalista scrittore a me sconosciuto, si tratta di Enrico Nassi, “Karol Wojtyla. La Biografia”, Shakespeare and Company S.a.S. (1995) Ho consultato la rete ed ho visto che ancora si trova e può essere acquistato.

    Enrico Nassi ha indagato in profondità sull’avventura umana, apostolica e politica del “papa superstar”. In questa biografia, Nassi traccia i percorsi che hanno caratterizzato la vita di Wojtyla, dall’infanzia all’università; dal teatro al pulpito; dall’amore terreno a quello esclusivo per Cristo e Maria; dalla lotta la nazismo, sostenuta con il Rosario, al crollo del Muro di Berlino e quindi del comunismo; un crollo a cui ha contribuito, anche con la minaccia di trasferire in Polonia la Sede Apostolica; ai misteriosi attentati e minacce subite, ai viaggi intorno al mondo. Naturalmente il testo si ferma al 1995, composto di tre Parti, per complessivi quindici capitoli, con due appendici finali, due interventi, uno Sergio Quinzio e l’altro di Rocco Familari, un interessante e documentato profilo su Karol Wojtyla un drammaturgo papa.

    Non starò qui a presentare i diversi e documentati capitoli dello studioso che presenta diversi aspetti e particolari della vita della famiglia Wojtyla e in particolare di Lolek (il futuro Giovanni Paolo II) nella sua Wadowice, Cracovia, le sue intense relazioni con gli altri giovani, in particolare con le ragazze, che erano affascinate dal giovane Lolek. Nassi cita lo splendido libro di Maria Antonietta Maciocchi, “Le donne secondo Wojtyla”, dove si dà conto di questo particolare rapporto di Wojtyla col genio femminile. Il Papa vede in Maria, la Madre di Cristo, vede tutte le madri, l’essenza stessa della femminilità. Ecco perchè lo stesso papa potrà dire: “[…] ho visto, in tanti anni duri della vita del mio Paese, le donne polacche custodire, anche sotto il comunismo, le tradizioni spirituali, la cultura, l’amore per l’indipendenza, la passione per la nostra identità nazionale. In verità, loro non si sono mai piegate”.

    Nassi racconta il peso doloroso della guerra, l’invasione nazista del Paese, il duro lavoro di operaio a spaccare pietre nella miniera e poi quello nel laboratorio chimico. Nonostante tutte le difficoltà della vita, il testo sottolinea l’impegno di Lolek per il teatro della parola, l’organizzazione delle rappresentazioni, le letture poetiche. Gli approfondimenti e le letture in biblioteca a studiare i mistici spagnoli, i grandi pensatori medievali. Naturalmente anche in questo testo ho trovato numerosi particolari che arricchiscono la mia conoscenza sul grande pontefice che ha certamente segnato tutto il Novecento.

    Come ho fatto nella mia antologia, “Giovanni Paolo II e il suo vivo magistero” (Fondazione Thule, 2022) il mio sguardo di studioso e ricercatore si concentra di solito all’aspetto socio-politico. Anche nel testo di Nassi cerco di “catturare” questi aspetti. Tuttavia nel testo di Nassi mi ha colpito particolarmente le sue sottolineature della passione teatrale di Wojtyla. In particolare il teatro rapsodico, i suoi personaggi che devono parlare e sviluppare soprattutto l’universo psicologico dell’universo, lo “spazio interiore”. Per essere vivi a loro basta la parola, “proprio come è stato per lui, prima al Wawel, come arcivescovo di Cracovia, e poi in piazza San Pietro, impugnando il bastone pastorale come una spada, alta e dritta, contro l’azzurro del cielo romano, mentre grida agli eserciti in guerra, come ha fatto il giorno di Natale del ’94: ‘Fermatevi davanti al Bambino’”.

    Di fronte ai drammi della guerra, Wojtyla non si accontenta di dire come Papa Pacelli che “con la guerra tutto è perduto, mentre con la pace tutto è possibile”. Giovanni Paolo II alza il tiro, scrive Nassi, “si perde tutto quando ci si piega a vivere senza Cristo”. O peggio “marciando contro”. Allora c’è da porsi la domanda, come fanno gli intellettuali magari amici di Wojtyla, se è più giusto scendere nelle strade come a Poznan, o battersi contro i carri armati sovietici, come a Budapest? “O non è invece più giusto – e quindi santo – impegnarsi in una grande progetto di evangelizzazione della società a prescindere dal sistema di potere che la governa?”. Erano degli interrogativi posti a fine anni cinquanta in Polonia.

    L’arcivescovo di Cracovia dove si pone di fronte al regime comunista di Varsavia a destra di Wyszynski o a sinistra? Comunque ormai anche a monsignor Karol Wojtyla gli hanno intestato un dossier a Varsavia e soprattutto alla Lubianka moscovita, per gli archivisti, è un elemento
    socialmente rilevante e da tenere sotto osservazione del KGB.

    Perché oltre ad essere prete è anche un intellettuale. Secondo Nassi in Wojtyla seppure ancora in maniera sotterranea, si stava facendo avanti una terza via rispetto ai tradizionale centri di gravità del dopoguerra: “la sua alternativa ha l’impronta eroica del Teatro rapsodico. I suoi modelli sono quelli della grande tradizione romantica della Polonia, degli uomini che, come il mitico re Boslaw, hanno concepito lo Stato come un cuneo cattolico fra gli opposti regimi d’Occidente e d’Oriente, fra i protestanti e gli ortodossi”. In pratica fa appare estraneo sia alla violenza della protesta che a quella della repressione. Del resto Wojtyla aveva scelto la terza via anche tra i padri conciliari del Vaticano II, non era né per la condanna del comunismo, né per il dialogo.

    Wojtyla, riesce a far passare fra i 65 vescovi polacchi, una terza via teologica, ma anche politica, “quasi come una sorta di ponte fra le trincee dei conservatori e l’avamposto dei progressisti”. Wojtyla cerca di superare l’attualità politica della lotta del regime comunista che divide la Chiesa, è convinto che “la cosa più importante sia quella di ipotecare il futuro con una scala di valori certa e concreta”. Per il futuro papa era più importante sapere e decidere “dove si vuole andare”, rispetto alla scelte tattiche da adottare. Pertanto secondo Wojtyla, “oggi, si può patteggiare, ma senza mai allontanarsi dall’obiettivo finale, che è quello della cristianizzazione della società, l’unico futuribile possibile per la Chiesa”. Insomma, Per Wojtyla, “la pratica del realismo politico, può anche essere tollerata, ma a condizione che non diventi un alibi, specialmente nei confronti delle società, come quella comunista, dove il potere laico sta tentando di rimuovere Dio dalla coscienza dell’uomo”.

    E’ un apostolato totalizzante che per Wojtyla, c’è un punto fermo: “la Chiesa deve occuparsi soltanto dell’ateismo che nasce da convinzioni individuali, anche se non può restare indifferente a quello di massa che il potere laico punta a introdurre nella società come sistema obbligatorio”. In queste condizioni l’ateo per la Chiesa è la pecorella smarrita che occorre andare a cercare nel mondo. In pratica il testo di Nassi non nasconde che dentro al Concilio c’erano posizioni conservatrici e progressiste; per esempio, come porsi di fronte al pericolo del potere comunista che stava dietro al Muro di Berlino, un potere duro e compatto. Un potere che provocava peraltro, “allarme e sgomento in chi pensava che fosse possibile sgretolarlo dall’interno con una strategia di sistematica evangelizzazione della società”, del resto, questa era la teoria di Karol Wojtyla. Salto qualche capitolo del testo e mi soffermo sulla Terza Parte (Un Papato itinerante), qui c’è il ruolo chiave che ebbe Karol Wojtyla negli avvenimenti politici polacchi, i suoi rapporti con il Sindacato Solidarnocs di Lech Walesa, i rapporti tra i falchi del sindacato e quelli moderati.

    Nassi parla di brutale franchezza di Giovanni Paolo II nei confronti del generale Jaruzelski che conosceva bene da quando era arcivescovo. Il Papa ha costretto il generale polacco a fare una lenta e progressiva marcia indietro, a ripristinare un governo che rispetti i diritti civili, gli aveva dato un ultimatum: avrebbe trasferito la Sede Apostolica in Polonia. Per Nassi, l’ultimatum a Jaruzelski, rappresenta la prima grande picconata sul Muro di Berlino. E’ l’inizio della svolta epocale che Wojtyla ha perseguito sotto il segno delle profezie, a cominciare da Fatima, nel cui mistero ha fatto confluire gli avvenimenti più importanti del suo pontificato. Non a caso, uscendo dalla sala operatoria del Gemelli, la prima cosa che ha detto è stata che l’ha protetto la Vergine di Fatima: la Madonna che salverà il mondo.

    Sostanzialmente Giovanni Paolo II, “non solo ha evitato guai ed amarezze alla Polonia, ma ha salvato la distensione e ha indicato uno sbocco concreto alle ribollenti spinte del dissenso in tutto il mondo comunista”. Inoltre, “ha anche convinto l’Occidente che contro il comunismo quella vincente era la strategia della non violenza, forse più lunga, ma certamente più efficace della dissanguante corsa al riarmo teorizzata da Reagan”. Anche se poi come abbiamo constatato che la politica reaganiana è stata per certi versi convincente e a far implodere l’impero sovietico. Sarebbe interessante continuare con il capitolo terzo, dove si dà conto dei numerosi viaggi per i cinque continenti del mondo, diventando “parroco del mondo” e quindi invitando tutti i parroci a “uscire” dalla canonica per andare a cercare i fedeli nelle strade. Mi fermo, buona lettura.

  • Venezuela, Nicaragua, Cuba e le dittature comuniste non cedono

    Venezuela, Nicaragua, Cuba e le dittature comuniste non cedono

    In un dettagliato servizio su Lanuovabussola, Luca Volontè, (Comunismo latinoamericano. Nicaragua e Venezuela, nuova stretta contro gli oppositori, 16.1.25) fornisce precise notizie sui tre regimi comunisti dell’America Latina. Comincia con quello cubano, cancellato da Biden dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo, in cambio della liberazione «graduale» di 553 prigionieri che gli USA considerano ingiustamente detenuti, tra gli applausi del Vaticano e le proteste sdegnate dei rifugiati politici cubani di tutto il mondo.

    Infatti, Volontè segnala che l’Observatorio cubano de derechos humanos (OCDH) ha criticato l’eccessiva genericità dell’annuncio sulla liberazione dei prigionieri e chiesto che la misura includa le persone detenute per motivi politici, tra cui i principali leader dell’opposizione, come José Daniel Ferrer García, Félix Navarro, Sayli Navarro e Luis Manuel Otero Alcántara, «così come quasi un migliaio di persone che hanno manifestato pacificamente nel 2021 e negli anni successivi e anche un numero significativo di malati e anziani», pure loro detenuti.

    Mentre per quanto riguarda i governi totalitari di Nicaragua e Venezuela proseguono, nella loro persecuzione di chiunque ritengano sia loro oppositore. Il regime nicaraguense di Daniel Ortega ha cancellato, nei giorni scorsi, la personalità giuridica di 15 organizzazioni non profit, che si aggiungono alle oltre 5.400 organizzazioni non governative chiuse dal 2018. L’8 gennaio scorso, lo «scioglimento volontario» di 11 di queste organizzazioni, tra cui Save the Children e la Fondazione delle Suore Domenicane del Nicaragua. Diverse tra quelle sciolte oltre a quelle cattoliche, sono delle chiese evangeliche e protestanti.

    Infine, Nicolás Maduro, il presidente golpista del Venezuela confermato nei giorni scorsi alla guida del Paese nonostante la volontà certa e differente del voto popolare espresso a luglio 2024, ha annunciato restrizioni nei confronti dei diplomatici francesi, italiani e olandesi presenti sul suo territorio. «In risposta alla condotta ostile» dei governi di Paesi Bassi, Francia e Italia, caratterizzata dal «sostegno a gruppi estremisti e dall’ingerenza negli affari interni».

    Volontè giustamente definisce questi regimi come dittature totalitarie. Per esempio il caso di Maduro è emblematico, ha perso le elezioni nell’estate scorsa, ma non accetta il responso democratico popolare. Il caso Venezuela ci fa fare alcune considerazioni sociopolitiche sulla natura delle dittature.

    Nel 1999, lo studioso di scienze politiche Giovanni Cantoni in un intervento presso i corsi di politica del Dipartimento di Formazione di Alleanza Nazionale della Federazione Provinciale di Frosinone ha fatto un interessante intervento, il testo inedito viene riportato integralmente nel recente libro, “Scritti di dottrina sociale 1961-2005” di Giovanni Cantoni, (Cristianità, Piacenza, 2024; e.20,00) Il titolo del capitolo è “Dittatura e totalitarismo”. Intanto prima di sviluppare l’argomento in merito ai due termini di dittatura e totalitarismo, Cantoni propone una lunga premessa su che cosa sia la società, lo Stato, e quindi la politica.

    Ogni società, ha la necessità, ha bisogno delle regole, è la natura che lo impone, per questo nasce lo Stato che organizza la società stessa. Tuttavia la società può avere dei problemi, perché convivere non è semplice, ci sono infinite relazioni, ognuno fa esperienza oggettiva personale di queste relazioni a partire dal matrimonio, dal lavoro, la scuola. Perfino ai monaci serve una regola di convivenza. La regola per Cantoni serve “a rendere visibile ciò che sarebbe straordinariamente difficile da vivere”.

    Chiaramente un conto è amministrare un condominio, un piccolo comune, una città, un altro conto è il Paese intero di milioni di persone. Si ha una dittatura, quando a fronte di turbative che colpiscono il corpo sociale, provenienti dall’esterno o dall’interno, si è costretti a irrigidire l’organizzazione sociale del Paese. Allora si dà incarico a “un signore al quale viene detto pro tempore, cioè fino a quando dura questa condizione, che bisogna che sia lui il responsabile di tutto”.

    Due sono per Cantoni le caratteristiche fondamentali della dittatura: 1a caratteristica:, “la pendenza di un surplus di problemi, rispetto alla norma, della vita organizzata”. Esempio quando arrivano dei nemici dall’esterno, oppure vi è un marciume nella società, si prende qualcuno e si irrigidisce la struttura. Cantoni ama fare degli esempi per far capire meglio, se ti rompi un braccio, vai all’ospedale e lo ingessano. Ma se non hai niente e per caso ti presenti all’ospedale e chiedi di essere ingessato, ti mandano da un’altra parte.

    “La dittatura è una ingessatura del corpo sociale”. “Quindi, perché ci sia dittatura occorre che vi sia un pericolo per il corpo sociale o di natura interna o di natura esterna, un pericolo inconsueto, perché, se è consueto, evidentemente, essa non serve più a niente”. A questo punto Cantoni, fa un esempio concreto con esplicito riferimento al generale cileno, Augusto Ugarte Pinochet [1915-2006]. Che cosa ha fatto Pinochet? Il dittatore. “Ha deciso di fare il dittatore dopo che per giorni e giorni la popolazione di Santiago del Cile – cinque milioni di persone – stazionava fuori dalle caserme urlando ‘vigliacchi, conigli: dovete salvarci!’ Ecco nel caso del Cile c’era una evidente gravità inconsueta della situazione.

    2a caratteristica: la temporaneità dell’intervento. C’è scritto da qualche parte quanto deve durare una dittatura? Certamente No. Il medico che vi ha ingessato non potrà mai dire quando vi toglierà l’ingessatura. Tradotto in politica, “il dato certo è che l’”ingessatura” non è una condizione normale del soggetto: è una condizione utilissima per il soggetto fratturato, ma non si può dire: l’uomo nasce per farsi ingessare. Nessuno di noi ragionerebbe così”. Tornando al discorso della società e dello Stato. Lo Stato serve alla società, “quando la società ha particolare bisogno, lo Stato interviene di più. Però, non per sempre”. Quando lo Stato interviene sempre sulla società e pretende di avere un primato stabile e non temporaneo, non solo ma sostiene di aver generato la società, proprio in questo caso abbiamo il regime totalitario.

    Cantoni precisa, “Lo Stato interviene dove può intervenire, ma non sempre e non per sempre: questo è il distinguo radicale, fondamentale”. Ecco noi oggi, sostiene Cantoni, “siamo stati abituati a considerare ogni dittatura obbligatoriamente come un regime totalitario”. Mi avvio verso la conclusione, rendendomi conto che il tema è abbastanza difficile e scomodo, siamo stati abituati ad adorare il sistema democratico, ci sono momenti in cui si è costretti a sospendere le istituzioni democratiche. Continuando con l’esempio del Cile del generale Pinochet, Cantoni afferma che il generale “è intervenuto quando è stato chiamato: non è stata una decisione da Stato Maggiore. Giorni e giorni di invito da parte della pubblica opinione perché intervenisse”.

    Lo studioso cattolico fa ancora un altro esempio. Quando sta bruciando la vostra casa e voi passate giornate intere sotto la caserma dei pompieri dicendo: venite a spegnere il fuoco. Poi quando arrivano i pompieri, qualcuno dice: “Avete visto? I pompieri vanno in giro ad allagare il Paese”. Ecco i termini sono questi. Pinochet quando ha ritenuto che all’”arto” si poteva togliere il gesso, lo ha fatto, in pratica ritirandosi in buon ordine. Certo poteva farlo qualche giorno prima, per qualcuno era meglio invece qualche giorno dopo. “Il totalitarismo assomiglia a una dittatura, ma non lo è. Per Cantoni, non è obbligatorio che abbia le caratteristiche della dittatura, cioè un capo, con i baffi o senza baffi, pelato o non pelato, che si fa vedere o non si fa vedere: non è quello il problema”. La questione è l’intervento dello Stato dove non gli compete. Facendo riferimento al Regnante Pontefice, cioè a Giovanni Paolo II, che sull’argomento dice esiste un totalitarismo che è più subdolo di ogni altro ed è il totalitarismo democratico. (“Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia”)

    E siamo al punto, alla cronaca di oggi, Maduro in Venezuela, Ortega in Nicaragua, e i despoti comunisti a Cuba non vogliono mollare il potere perchè hanno instaurato una dittatura totalitaria, che non prevede elezioni libere e se per caso vengono fatte come in Venezuela, il tiranno al potere non accetta il responso popolare. Mi rendo conto che il tema ha bisogno di ulteriori approfondimenti, tuttavia, per quanto riguarda come si è arrivati alla dittatura in Cile, con il Golpe dell’11 settembre 1973, segnalo a chi è interessato i testi pubblicati in Italia dalla casa editrice Cristianità, “Frei Il Kerensky cileno” di Fabio Vidigal Xavier da Silveira, e “Il crepuscolo artificiale del Cile cattolico” di Plinio Correa de Oliveira. Inoltre per una conoscenza della figura del generale Pinochet, segnalo la pubblicazione sul sito di alleanzacattolica.org, del “testamento politico” del Senatore a vita, generale (Riserva) Augusto Pinochet Ugarte: il «testamento politico» (28 febbraio 1999) Testo completo del messaggio inviato ai cileni dal senatore a vita generale (Riserva) Augusto Pinochet Ugarte, reso noto a Londra l’11 dicembre 1998.

    A cura di Domenico Bonvegna

  • “Perché si nega la matrice islamica del terrorismo Jihadista?”. Di Domenico Bonvegna

    “Perché si nega la matrice islamica del terrorismo Jihadista?”. Di Domenico Bonvegna

    Sia a Magdeburgo che a New Orleans, ma anche a Rimini, “le classi dirigenti hanno un’unica preoccupazione: negare la matrice islamica jihadista del terrorismo.

    Ci sono almeno tre tipi di ragioni per cui lo fanno: ideologiche, politiche e partitiche”. Lo scrive su Lanuovabussola, il professore Eugenio Capozzi.

    L’effetto di tutto questo è la crescita di forze d’opposizione sempre più radicali. Addirittura a New York il giorno di Capodanno, mentre ancora venivano raccolti i corpi per le strade di New Orleans, “c’è stata una protesta pro Intifada. Una protesta pro-terrorismo. Sì, avete letto bene”, lo rileva Giulio Meotti su Il Foglio del 6 gennaio, riportando una nota giornalistica di Douglas Murray sul New York Post. ( “New Orleans e le folle che inneggiano al jihad”).

    Il giorno di Capodanno, centinaia di persone si sono radunate a Times Square. Oltre ai partecipanti che urlavano agli ebrei che avrebbero dovuto ‘tornare in Europa’, questi dimostranti hanno anche inneggiato ininterrottamente per il jihad. “Per anni, i cittadini di Israele hanno avuto jihadisti maniaci che li hanno raggiunti e hanno cercato di falciarli per strada. Ma questo ha suscitato solo applausi da parte degli idioti nei campus universitari degli Stati Uniti e dei manifestanti di strada di New York. Poi, poco prima di Natale, la Germania ha avuto di nuovo un assaggio di questa ‘intifada’.

    E’ stato allora che un immigrato saudita ha deciso di travolgere con il veicolo che guidava la folla felice di un mercatino di Natale. Ha ucciso così cinque persone e ne ha ferite quasi duecento. Questa volta, i desideri degli studenti della Columbia e di altri campus universitari sono arrivati nelle strade di New Orleans. Un uomo con una bandiera dell’Isis ha guidato un pick-up tra i festeggiamenti di Capodanno, uccidendo 14 persone e ferendone gravemente decine di altre”.

    Se per caso l’attacco di Capodanno non fosse stato jihadista, ma ad esempio, un suprematista bianco di estrema destra, ogni angolo dei nostri media e della nostra politica si sarebbe giustamente schierato per chiedere risposte. Chi lo ha aiutato? Chi lo ha incoraggiato? Chi ha detto che era giusto, anzi buono, fare una cosa del genere? Anche dopo quasi un quarto di secolo, è ancora diverso con i jihadisti. Ci sono troppe persone che pensano che ci siano ‘sensibilità culturali’ che devono essere rispettate. Allora perché siamo così vigliacchi mentre le persone per le strade e nei campus di questa città in realtà invocano il terrorismo mentre i cittadini di New Orleans lo hanno appena subito? Una domanda a cui bisogna rispondere”.

    Tornando all’intervento di Capozzi, il professore napoletano scrive: “Ormai è uno schema fisso, un luogo comune, quasi un genere letterario. Davanti ai continui, sempre più frequenti e minacciosi, episodi di aggressioni violente e attentati motivati dall’integralismo islamico nei paesi occidentali, i media mainstream e gran parte della classe politica rispondono all’unisono sempre nello stesso modo: tentando di rimuovere, negare, mascherare il fatto evidente, piuttosto che affrontarlo in tutta la sua gravità”. (ISLAM. Le classi dirigenti negano la realtà del terrorismo jihadista 4.1.25, Lanuovabq.it)

    E’ successo anche per il “lupo solitario” di Rimini, con il coltello in mano cercava di colpire contro passanti ignari. Il genere letterario è sempre lo stesso: “Se un attentatore si getta con un’auto contro un mercatino di Natale o una strada piena di turisti i media producono titoli che recitano più o meno “Auto sulla folla”, come se si trattasse di veicoli impazziti senza pilota, e non dell’atto intenzionale perpetrato da una persona”.

    Poi, quando non si può negare che la strage sia volontaria, comincia sempre la stessa messa in scena, in 4 fasi: 1) si nascondono il più possibile il nome e la foto dell’assassino; 2) si premette subito che non è detto si tratti di un atto terroristico, e le forze dell’ordine stanno ancora indagando; 3) ci si affretta a comunicare che l’assassino ha la cittadinanza del paese in cui l’attentato è avvenuto, o di altra nazione occidentale, anche quando il nome e le fattezze indicano inequivocabilmente l’origine da un paese islamico; 4) si afferma con sicurezza che il responsabile “aveva problemi psichiatrici”. Sono modalità, scrive Capozzi, che vengono riprese, in forma difensiva, da rappresentanti dei governi ed esponenti politici anche quando qualcuno evidenzia la gravità e la consistenza della minaccia rappresentata da atti del genere per la convivenza civile e la sicurezza.

    In pratica, c’è uno sforzo colossale, sistematico “per negare l’evidenza, per impedire che il tema della minaccia terroristica islamista costantemente incombente sulle nostre società venga percepito come tale dalla popolazione, e trattato come questione prioritaria”. Per qualcuno possono sembrare delle esagerazioni quelle del professore, ma non è così per chi segue la cronaca di questi fatti.

    Naturalmente dietro a questo modo di pensare delle classi dirigenti occidentali, quasi sempre progressiste, ci sono dei moventi di natura ideologica, a cominciare dalla dottrina multiculturalista, secondo la quale, “l’immigrazione nei paesi occidentali è un fenomeno positivo”.

    Pertanto, è un dovere morale per noi occidentali, accogliere tutti i migranti che provengono da Paesi ex colonizzati e in via di sviluppo come un “risarcimento” per i danni che abbiamo causato nel passato. Inoltre, l’”integrazione” degli immigrati nei nostri paesi è un fenomeno naturale e ovvio, e se essa non avviene, la colpa va addebitata alla chiusura, al razzismo, all’intolleranza nostra.

    Secondo Capozzi, “Si tratta di petizioni di principio astratte, para-religiose, fondate su una spinta all’autoflagellazione e sulla convinzione che l’Occidente nel suo complesso debba “espiare” i suoi peccati”. Tuttavia, seguendo le teorie di Samuel Huntington, le classi dirigenti occidentali, non comprendono che le civiltà possono soltanto coesistere, ma non fondersi.

    In uno stesso territorio, sotto le stesse istituzioni, difficilmente le due religioni monoteistiche non potranno mai produrre una “integrazione” piena. Pertanto, le democrazie liberali europee e americane, smettano di ascoltare le sirene ideologiche multiculturaliste, cambino radicalmente linea sull’immigrazione. Occorre limitare numericamente al massimo l’accoglienza, e selezionare severamente gli immigrati accettando solo quelli che, per istruzione e cultura, siano più assimilabili su un piano individuale e qui ritorna il consiglio del cardinale Biffi di tanti anni fa.

    Oltre al movente ideologico, per il professore napoletano, le classi dirigenti credono di non avere la forza per fermare l’invasione migratoria. Infine, il terzo movente è legato a calcoli di politica interna e di partito. Cercano di negare il problema del terrorismo islamista e dello “scontro di civiltà” interno ai confini degli stati occidentali per non aumentare il consenso a partiti e movimenti di destra conservatrice e sovranista.

    Ma anche questo calcolo si rivela chiaramente un boomerang. Le destre sovraniste sono cresciute nei consensi nelle democrazie occidentali ovunque innanzitutto perché hanno intercettato la rabbia e la frustrazione dei cittadini davanti alla rimozione della questione da parte delle altre forze politiche. E, più si continua a cercare di “nascondere la spazzatura sotto il tappeto”, più aumentano gli elettori che, per sfondare il muro dell’indifferenza e della manipolazione, passano dalla loro parte.

  • Epifania, festa del Signore della Storia. A cura di Domenico Bonvegna

    Epifania, festa del Signore della Storia. A cura di Domenico Bonvegna

    Da qualche anno, il 6 gennaio, la Diocesi di Torino festeggia anche la “Festa dei popoli”, infatti in una chiesa gremita di folla, erano presenti anche le comunità etniche cattoliche di Torino, accompagnate dalle rispettive cappellanie, hanno partecipato alla S. Messa del giorno dell’Epifania. Come i Re Magi, vengono da lontano per portare i loro doni, nelle lingue più diverse pregano insieme, a rappresentare al ricchezza e la vivacità delle comunità cattoliche presenti nella Diocesi di Torino. Lingue, culture, costumi differenti, tanti colori per celebrare la fede che li unisce. La Messa è stata seguita dal coro multietnico che ha cantato in latino, in francese, in inglese e in spagnolo. Lo stesso per quanto riguarda le letture e le preghiere.

    Ero presente alla solenne celebrazione e sono rimasto sbalordito dalla partecipazione dei tanti e diversi gruppi etnici, delle tante famiglie in abiti tradizionali che hanno animato la celebrazione. Io ero seduto vicino a due ragazze del Madagascar. Una festa di identità e colori uniti dalla fede. Questa mattina c’era la evidente dimostrazione dell’universalità della religione cristiana, il mondo era presente al Santo Volto di Torino.

    Una meraviglia espressa nell’omelia dal cardinale, quando ha detto che “C’è qualcosa di davvero sorprendente e persino commovente nel fatto che siamo in tantissimi qui riuniti, provenienti da continenti diversi, avendo imparato sin da piccoli delle lingue estremamente differenti, incomunicabili l’una con l’altra, affondando la nostra vita dentro culture che sono a volte anche molto distanti tra di loro. C’è qualcosa di davvero sorprendente e commovente nel fatto che siamo tutti qui non soltanto per dire il nostro desiderio di una solidarietà degli uni nei confronti degli altri, ma per professare l’unica fede che ci unisce nel Cristo Signore di tutti; per ascoltare quella Parola, la Parola di Dio, che ci permette di rimanere vivi in profondità; per nutrirci insieme dell’unico corpo di Cristo e sentire di avere bisogno di una vita che non è semplicemente la vita fisica, la vita biologica, ma è la vita di Dio”. La giornata di festa poi è continuata con il grande banchetto condiviso preparato dalle varie comunità. Successivamente è previsto uno spazio per la musica e le danze, proposte dalle varie comunità e da alcune associazioni e gruppi di origine migrante. Naturalmente non bisogna dimenticare Chi è oggi il festeggiato.

    Omelia di monsignor Repole.
    Il cardinale lo ha ben sottolineato, “il bambino, deposto nella greppia di Betlemme, non appare semplicemente come il compimento della promessa del popolo di Israele, ma appare come il Signore di tutta la storia, come Colui, l’unico, che è capace di dare salvezza a tutta l’umanità, a tutti i popoli”.

    E’ importante meditare quello che hanno fatto i Magi, questi uomini hanno avuto coraggio, afferma monsignor Repole, che hanno lasciato, “alle spalle le loro certezze, le loro comodità, le loro sicurezze, le loro conoscenze e soprattutto, e perfino, la loro fiducia nella conoscenza che sapevano attingere dalla scienza, per mettersi in cammino e cercare qualcosa di inedito e intuire in quel cammino che il desiderio profondo che hanno nel cuore è un desiderio che va percorso, che va attraversato”. Al contrario dei vari capi dei sacerdoti e degli scribi del popolo che sono a Gerusalemme, che stanno fermi, sono statici, potrebbero leggere la Scrittura, tuttavia, sono “incapaci di cogliere che in quel volto, nel volto di quel bambino, c’è tutta la salvezza di cui ha bisogno l’umanità”. Monsignor Repole punta l’attenzione ancora sui Magi che si sono messi in cammino seguendo una stella.

    Sono astrologi e vengono dall’Oriente, “davanti a quel bambino, si prostrino, riconoscano che lì c’è l’unico dono di tutto ciò che esiste, c’è la sorgente di ogni dono, eppure sentono la necessità di portare a loro volta dei doni: l’oro, l’incenso e la mirra, simboli del fatto che quel bambino è re, è Dio ed è uomo. Quasi a dire che non si attinge alla ricchezza del dono di Dio se non ci si mette in gioco, se non si offre qualcosa di sé. È l’epifania del Signore, la “manifestazione” del Signore, che ci dice che ancora oggi è davvero commovente e per certi aspetti sconvolgente che siamo qui tutti insieme a celebrare Lui”. Anche oggi come i Re Magi abbiamo bisogno “di metterci in viaggio se vogliamo essere vivi, se vogliamo incontrare l’Autore della vita. Se siamo statici, se siamo fermi, non c’è possibilità che il Signore si manifesti a noi per quello che è”.

    Domenico Bonvegna

  • Il coraggio nella fede dei Cristiani perseguitati. A cura di Domenico Bonvegna

    Il coraggio nella fede dei Cristiani perseguitati. A cura di Domenico Bonvegna

    Anche quest’anno intendo dare il mio modesto contributo con questo intervento, anche se sono convinto che sarà puntualmente poco “visitato” come ogni anno dai lettori.

    Il messaggio che si vuole diffondere ogni anno è quello, non solo di celebrare la figura di Santo Stefano, ma di richiamare a una rinnovata consapevolezza della condizione dei cristiani e per una sensibilizzazione sulle persecuzioni che affrontano. La giornata di oggi dovrebbe essere, quindi, un’opportunità per tutti di riflettere, pregare e agire in favore della giustizia e della libertà religiosa per tutti.

    Oggi Il Giornale pubblica un intervento dell’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo (Le feste tristi dei cristiani senza libertà, 27.12.24) Dobbiamo ringraziare il Signore che possiamo “celebrare liberamente e apertamente il più grande dono di Dio. Quest’anno, però, dovremmo tutti prenderci del tempo per ricordare le famiglie che non godono della stessa libertà e pregare per loro”. Pompeo invita a pregare per i cristiani in Siria e ricorda le persecuzioni orribili del califfato dell’Isis e il suo impegno nella prima amministrazione Trump, per la libertà religiosa perché è profondamente legata alla stabilità, alla prosperità e alla libertà globali. “Pregate affinché i cristiani in Siria non subiscano ulteriori terrori e privazioni nelle prossime settimane e mesi, e pregate affinché i nostri leader difendano i fedeli”. Poi ricorda l’Ucraina dove la Russia ha portato nuove minacce alla libertà religiosa. Mentre in patria Vladimir Putin si è presentato come un giusto difensore del cristianesimo, l’esercito russo ha cercato attivamente di distruggere la presenza della Chiesa ucraina. Più di 500 chiese sono state distrutte o gravemente danneggiate dalle forze russe dall’inizio dell’invasione nel 2022.

    Le chiese ortodosse fedeli a Dio, piuttosto che al regime di Putin, sono state chiuse, i membri del loro clero sono stati arrestati e i fedeli intimiditi. Infine un pensiero alla Cina comunista di Xi Jimping, dove la soppressione dell’espressione religiosa ha raggiunto livelli mai immaginati prima. “Il governo cinese detiene più di un milione di musulmani uiguri nei più grandi campi di concentramento mai costruiti”, scrive Pompeo. Infine invita a pregare per i cristiani cinesi, “molti dei quali celebreranno la nascita del Salvatore in luoghi nascosti e noti solo a Dio”. Del dramma dei cristiani perseguitati si è espresso anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana. Traggo la notizia da il Sussidiario.net (Niccolò Magnani, Santo Stefano e il dramma dei cristiani perseguitati ancora oggi: il monito del presidente Lorenzo Fontana, 26.12.24) In occasione della festa del protomartire Santo Stefano non si può dimenticare il dramma globale di una molteplice ideologia di morte contro la semplice manifestazione della fede in Cristo. Una persecuzione anticristiana che coinvolge circa 400 milioni di persone. “Santo Stefano, ritenuto il primo martire cristiano, ci ricorda il coraggio della fede e la difficile realtà dei cristiani perseguitati oggi. Buon onomastico a chi porta il suo nome e buona giornata a tutti”. Con queste parole il presidente Fontana ha postato su X. Anche Papa Francesco con l’Angelus in San Pietro ha ricordato, “la difficile realtà dei cristiani perseguitati ancora oggi”. Papa Francesco sottolinea nell’Angelus di oggi come Santo Stefano appaia come primo testimone martire della Chiesa, sfidando i propri carnefici ma anche pregando per la salvezza della loro anima. I cristiani “Non si lasciano uccidere per debolezza, né per difendere un’ideologia, ma per rendere tutti partecipi del dono di salvezza. E lo fanno in primo luogo per il bene dei loro uccisori».

    Per conoscere i numeri della persecuzione dei cristiani nei vari Paesi del mondo rinvio al servizio dettagliato proposto dal blog CulturaCattolica.it (Mazzucchelli don Pinuccio, Santo Stefano Primo Martire – I DIMENTICATI: i Martiri cristiani oggi, 26.12.24) Ma anche al settimanale Tempi.it (“Cristiani perseguitati, la cartina di tornasole del rispetto dei diritti umani”, 10.12.24) che tra l’altro riporta l’audizione di Shahid Mobeen, presidente della Consulta Italiana per la Libertà Religiosa, alla Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati dello scorso 3 dicembre. Intervento che iniziava con le chiare parole di Giovanni Paolo II sul significato della difesa della libertà religiosa: “La difesa di questo diritto è la cartina di tornasole per verificare il rispetto di tutti gli altri diritti umani”. E’ un richiamo forte che papa Wojtyla rivolse nel 2003 ai partecipanti all’Assemblea parlamentare dell’Osce.

    “Questa affermazione è ancora attuale, evidenzia come la negazione della libertà religiosa sia spesso indicativa di una violazione più ampia dei diritti umani fondamentali. Tale diritto, universalmente riconosciuto, deve essere protetto senza compromessi, poiché la sua violazione mette in pericolo la coesione sociale e la pace tra i popoli”.

    Domenico Bonvegna

  • Hong Kong: dove si processa la Democrazia.

    Hong Kong: dove si processa la Democrazia.

    L’altra mattina a Radio Maria nella consueta rubrica settimanale “Sette giorni nella Chiesa, in Italia e nel mondo”, Marco Invernizzi ha ricordato commentando un articolo che la Cina comunista di Xi Jinping, sta processando 45 attivisti pro-democrazia di Hong Kong, alla sbarra esponenti del movimento democratico che avevano manifestato nel lontano 2020, tra cui Joshua Wang e l’editore Jimmy Lai.
    Duecentoquarantacinque anni e cinque mesi di carcere.

    Il braccio giudiziario del regime comunista di Hong Kong, teleguidato da Pechino, ha seppellito ieri il movimento democratico della città sotto una valanga di sentenze durissime, condannando 45 tra attivisti, giornalisti e politici per il reato di «cospirazione al sovvertimento del potere statale», con pene che vanno dai quattro ai dieci anni di prigione.

    Naturalmente il processo dei 45 democratici, la maggior parte dei quali si trova in carcere dal gennaio 2021, è una violazione dei diritti umani e di azzeramento dei diritti civili a Hong Kong da quando la Cina ha introdotto a forza e in modo illegittimo la legge sulla sicurezza nazionale nell’ex colonia inglese.

    «Il processo è una farsa», dichiara al settimanale Tempi Mark Sabah, direttore per il Regno Unito e l’Unione Europea della fondazione Comitato per la libertà a Hong Kong. «I 45 condannati non hanno violato alcuna legge. Hanno soltanto esercitato i propri diritti garantiti dalla Costituzione: libertà di associazione e di espressione». (Leone Grotti, Il regime a Hong Kong condanna la democrazia a 245 anni di carcere, 20.11.24 tempi) Praticamente siamo a un vero e proprio “reato di democrazia”.

    Tra le personalità condannate ci sono alcuni degli esponenti più in vista del movimento democratico di Hong Kong: il docente di Giurisprudenza Benny Tai (10 anni), uno degli iniziatori nel 2013 del movimento Occupy Central with Love and Peace per chiedere il suffragio universale; Joshua Wong (4 anni e 8 mesi), uno degli attivisti più giovani e noti dell’isola (nel 2020 ho recensito il suo libro, “Noi siamo la rivoluzione”); Wu Chi-wai (4 anni e 5 mesi),presidente partito democratico; la giornalista Gwyneth Ho (7 anni), diventata famosa per aver filmato l’aggressione ai manifestanti pro democrazia nella stazione della metropolitana di Yuen Long, dove anche lei è stata aggredita.

    Tutti sono stati accusati di aver organizzato l’11 luglio 2020 le primarie del fronte pandemocratico o di avervi partecipato come candidati. L’obiettivo delle primarie, come in ogni parte del mondo, era quello di selezionare i candidati migliori per provare a ottenere la maggioranza al Consiglio legislativo nelle elezioni parlamentari che si sarebbero dovute tenere il 6 settembre di quell’anno.
    Chiaramente queste condanne sono un messaggio ai giovani di Hong Kong.

    «Le autorità di Hong Kong vogliono far credere al mondo che queste 45 persone siano dei criminali, ma organizzare primarie non costituiva reato per la legge», spiega ancora a Tempi il direttore europeo del Cfhk, Sabah. «Queste condanne esorbitanti rappresentano un messaggio da parte delle autorità di Hong Kong e della Cina per tutti i giovani che ancora vogliono combattere per il futuro democratico della città». Ma è anche un messaggio a tutti i cittadini della città: «Se fate qualcosa che risulterà sgradita al regime di Pechino finirete in prigione oppure in esilio. I vostri diritti sono finiti, ormai comandiamo noi: arrendetevi, obbedite o passate il resto della vostra vita in carcere». In aula ad ascoltare il verdetto c’era il cardinale Joseph Zen ed ora tocca essere processato a Jimmy Lai, imprenditore dei media di Hong Kong e attivista che negli ultimi anni è diventato molto noto in tutto il mondo per il suo sostegno e la sua partecipazione alle proteste a favore della democrazia nella città, è accusato di avere cospirato contro il governo cinese per conto degli Stati Uniti e di avere diffuso idee sovversive attraverso l’Apple Daily, il quotidiano di cui era editore, chiuso nel 2021 a causa della repressione del governo cinese. Se giudicato colpevole Lai, che ha 76 anni, potrebbe essere condannato all’ergastolo.

    Anche a Lai viene contestato il reato di violazione della legge sulla sicurezza nazionale, voluta nel 2020 dal partito comunista cinese e pensata tra le altre cose per consentire al governo della Cina di esercitare un maggiore controllo sulla regione amministrativa di Hong Kong e limitare la libertà di stampa.

    La crocifissione di Jimmy Lai
    Il 27 febbraio scorso sempre il settimanale Tempi aveva dato notizia di un dipinto di Gesù crocifisso, fatto da Lai, esposto nella cappella della Catholic University of America a Washington. Padre Robert Sirico, fondatore dell’Acton Institute, ha dichiarato che il quadro «testimonia non solo la battaglia di Jimmy Lai, ma quella di tutto il popolo di Hong Kong e di tutti i cinesi che, attraverso la fede, resistono all’oppressione».

    Il fondatore dell’Apple Daily, è il simbolo della resistenza pacifica della popolazione dell’isola al regime comunista cinese.

    L’editore, convertito al cattolicesimo nel 1997, ha deciso di restare in città e di testimoniare con la sua vita gli abusi perpetrati dalla dittatura. Il figlio di Lai Sebastien intervistato da Tempi a Milano, ha dichiarato: «senza la fede non potrebbe esserci la sua lotta per la libertà. I principi che difende sono diretta emanazione della sua fede. E per la sua fede sta pagando più di quanto si creda: se non fosse stato cattolico, infatti, non gli avrebbero dato così tanti anni di carcere. Lui però sa di fare la cosa giusta e per questo il suo cuore è in pace. Non solo: continua a preoccuparsi per chi sta fuori dal carcere, nonostante la sua difficile condizione».

    Un’altra figura rappresentativa della resistenza del popolo di Hong Kong è Gwyneth Ho, giornalista, condannata a 7 anni di carcere.

    In questi giorni Asianews pubblica una riflessione della giornalista in carcere dal 2021. Dopo un lungo silenzio, ieri sul suo profilo Facebook è comparsa una lunga riflessione che è riuscita a far uscire dal carcere perché fosse diffusa nel giorno della sentenza. Il blog del Pime pubblica ampi stralci. (Gwyneth Ho: ‘Le condanne non cancellano la verità su Hong Kong’, 20.11.24, asianews.it). “Abbiamo osato chiedere: la democrazia sarà mai possibile qui? La risposta è stata un giro di vite su tutti i fronti”.

    L’appello al mondo: “Difendete e riparate le vostre democrazie. Date ai dittatori autoritari un esempio in meno di fallimento e ai combattenti per la libertà un’ispirazione in più per continuare la propria lotta”.

    A cura di Domenico Bonvegna

  • Illuminiamo il mondo di rosso per i Cristiani perseguitati. A cura di Domenico Bonvegna

    Illuminiamo il mondo di rosso per i Cristiani perseguitati. A cura di Domenico Bonvegna

    La redweek è giunta alla 10a edizione. A oggi sono stati illuminati complessivamente circa 600 edifici di culto e civili nei 24 Paesi dove Acs è presente con una sede.

    Particolarmente evocativa in Italia è stata l’illuminazione di rosso del Colosseo (2018) con la testimonianza dal vivo di Rebecca Bitrus, una giovane cristiana rapita e ridotta in schiavitù nel 2014 dal gruppo terroristico «Boko Haram» in Nigeria.

    L’appuntamento con la Red Week vuole essere una manifestazione per la libertà religiosa e, in particolare, per sensibilizzare sulla situazione dei cristiani perseguitati. Un’iniziativa internazionale di Aiuto alla Chiesa che soffre (ACS), fondazione di diritto pontificio con sedi in 24 nazioni e con una rete di progetti di aiuto estesa pressoché in tutto il mondo (circa 140 nazioni). Il 20 novembre prossimo si svolgerà il Mercoledì Rosso (Red Wednesday), giorno in cui è concentrato il maggior numero di iniziative, che vanno dalla preghiera in comunità alle mostre, dalle testimonianze di chi vive o ha vissuto in contesti gravemente persecutori all’illuminazione di rosso di luoghi di culto e monumenti. Il colore rosso intende simboleggiare il sangue versato dai cristiani perseguitati a motivo della loro fede, quindi i martiri di ieri e di oggi, il cui dramma è in buona parte ignorato. Acs pubblica ogni anno un “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo”. Sarà presentato durante la settimana, l’edizione 2024 “Perseguitati & dimenticati?”, che si sofferma sulla situazione di 18 Paesi dove le condizioni di vita per i cristiani sono particolarmente difficili.

    Le origini di questa iniziativa risalgono al 2015, quando ACS illuminò di rosso la statua del Cristo Redentore di Rio de Janeiro per sensibilizzare sulla situazione dei cristiani in Iraq, perseguitati dai jihadisti dell’Isis fino ad essere costretti a lasciare la propria terra. Ogni anno sono centinaia le città coinvolte in tutto il mondo, dall’America all’Oceania. E anche quest’anno si illumineranno di rosso luoghi ed edifici di grande richiamo, dal santuario di Lourdes alla Sagrada Familia di Barcellona, fino all’Oratorio di San Giuseppe di Mount Royal, a Montreal (Canada), il più grande santuario al mondo dedicato allo sposo di Maria Santissima.

    Tante anche le iniziative in Italia, con un programma che interessa fin qui trenta città, dalla Sicilia alla Lombardia. Variegato il calendario nell’arcidiocesi di Milano con alcuni eventi che si terranno già domani, 17 novembre. Nella città ambrosiana, in Piazza della Scala, è prevista per il 20 novembre – in collaborazione con il Comitato Nazarat – la recita del Santo Rosario, presieduta da monsignor Carlo Azzimonti, con l’accensione di ceri rossi. Oltre al capoluogo lombardo, ecco tutte le altre città italiane che hanno aderito in vario modo alla Red Week, promuovendo iniziative quali preghiere, testimonianze e mostre. Soltanto pochi blog hanno dato notizia dell’evento organizzato da Acs, la grande stampa ha totalmente ignorato la manifestazione.

    Adesso si auspica che almeno le parrocchie organizzano qualcosa. Ecco l’elenco delle città dove si manifesterà per i cristiani perseguitati:

    Ancona, Brindisi, Busca (CN), Celano (AQ), Ceglie Messapica (BR), Comacchio (FE), Conegliano (TV), Crema (CR), Forlì, Genova, Giussano (MB), Legnano (MI), Lomagna (LC), Muggiò (MB), Novara, Ottaviano (NA), Palermo, Perito (SA), Pianoro (BO), Pizzighettone (CR), Prato, Prignano Cilento (SA), Rimini, Roma, Sesto Fiorentino (FI), Siena, Soncino (CR), Torino, Torno (CO).

    Il 20 novembre, saranno illuminate di rosso la cupola della Basilica di San Gaudenzio a Novara e la facciata del Duomo di Rimini. Partecipare è importante perché, come ha detto alla Nuova Bussola monsignor Francesco Cavina, membro del consiglio di amministrazione di ACS Italia, «la Settimana Rossa tiene desta l’attenzione su un problema che è quello della persecuzione dei cristiani. I nostri fratelli nella fede, con la loro testimonianza, ci richiamano a una fedeltà al Signore che dovrebbe riguardarci tutti». Un fatto che riguarda direttamente anche noi cristiani in Europa. Come aggiunge il vescovo emerito di Carpi: «Questi fratelli sono un richiamo ad avere il coraggio della testimonianza, anche se non ci viene chiesto, almeno per il momento, l’effusione del sangue, ma di testimoniare la novità di vita che il Signore Gesù ha portato nel mondo. Questo è veramente il compito del cristiano e della Chiesa. E attraverso questa testimonianza noi rendiamo beneficio al mondo, perché richiamiamo l’umanità a riscoprire il senso vero e profondo della vita, senza cui tutto perde di senso e viene a cadere, come vediamo».

  • L’oblio sulla Giornata Europea in memoria delle vittime dei regimi totalitari nazista e comunista

    L’oblio sulla Giornata Europea in memoria delle vittime dei regimi totalitari nazista e comunista

    Dal 2008, l’Unione Europea celebra il 23 agosto la Giornata Europea della memoria delle Vittime dei Regimi Totalitari, che era nata come Giornata Europea della Memoria per le vittime dello stalinismo e del nazismo.

    La data scelta è il 23 agosto, perché fu in quel giorno che fu siglato il patto Molotov – Ribbentrop nel 1939. Nazisti e sovietici si spartivano Romania, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Finlandia in zone di influenza. E, in fondo, quel patto fatto con i nazisti poi viene mantenuto anche dagli alleati. Nessun giornale o televisione ne ha parlato. Ne ha dato notizia soltanto Lanuovabussolaquotidiana(Walter Lazzari, Ribbentrop-Molotov. Il 23 agosto, memoria delle vittime di entrambi i totalitarismi, 23.8.24)

    “In Italia,- scrive Lazzari -il mainstream (a cominciare da Istituti storici della Resistenza e Anpi, passando ai manuali scolastici, giornali, tv e cinema, premi letterari ecc ecc) è rimasto all’antifascismo all’italiana” . E si vede visto che nessuno fa memoria di questa data, forse la colpa è delle ferie estive.“Più comodo e redditizio trattare l’avversario politico come un nemico dandogli del fascista. Fino a stilare patentini di antifascismo che qualsiasi associazione, pure la bocciofila, deve esibire per poter chiedere una sala comunale. Quanta fatica a fare i conti col comunismo. Come il 10 febbraio: si onorano i giuliano-dalmati per la pulizia etnica, ma non si vuol riconoscere l’evidenza, che cioè l’Italia ha subito non solamente il nazi-fascismo ma altresì il comunismo, sia pure solo per una porzione del nostro territorio”.

    Tuttavia, la data è molto sentita nei paesi Baltici, che furono, forse, quelli più colpiti da questo patto tra comunisti e nazisti. Non è un caso che fu proprio il 23 agosto del 1989, nel cinquantesimo anniversario del Patto, le popolazioni delle nazioni baltiche fecero una gigantesca catena, la Catena Baltica, formata da 2 milioni di persone che si unirono mano nella mano in un percorso di 675 chilometri, toccando Tallinn, Riga e Vilnius per chiedere l’indipendenza delle loro nazioni. Dopo pochi mesi, sarebbe poi caduto il Muro di Berlino. Infatti, queste tre piccole repubbliche baltiche furono tra le vittime del Patto Ribbentrop – Molotov. Subirono una prima annessione sovietica, dall’estate del 1940. Poi l’occupazione nazista, dal 1941 al 1944. Quindi nuovamente l’occupazione comunista, dal 1944 alla dissoluzione dell’Urss.

    “Ne sorse una Resistenza partigiana, i “Fratelli della Foresta”, le cui cifre parlano di oltre 100mila combattenti lituani,40mila, lettoni, 30mila estoni. Impegnarono 260mila unità sovietiche. Le operazioni si protrassero per anni e furono debellati solo a metà degli anni ’50: l’Occidente, come per l’Ungheria, onorava gli impegni di Yalta, così che senza alcun aiuto militare la Resistenza fu soffocata”.

    Il governo bolscevico intraprese una sistematica operazione di deportazione, chi in Kazakistan, chi alla Kolyma, chi ben sopra il Circolo polare artico.

    A questo punto il servizio de LaNuovabq fa la storia dei tre piccoli Paesi Baltici, la loro lotta per l’indipendenza. Un percorso che accomuna ed esalta questi tre piccoli paesi. Fino ad arrivare al 1991, quando nelle capitali furono erettele barricate a difesa dei palazzi delle istituzioni e le torri dei centri radiotelevisivi. Le piazze erano presidiate dagli operai, con fuochi e bivacchi cui la gente portava cibo e bevande; per molti mesi; e ci furono scontri e vittime. Ad agosto, l’indipendenza fu proclamata dalle legittime supreme istituzioni (ormai democraticamente elette). Nel settembre 1991 l’indipendenza delle tre nazioni era ufficialmente riconosciuta dall’Urss.

    “Tre popoli maturi e fieri, che per ben due volte in un secolo, pagando altissimo prezzo, hanno saputo conquistarsi da soli la propria libertà”. E qui il discorso si rende attuale secondo Lazzari, il riferimento è alla pressione politica postsovietica-putiniana: da molti anni e ben prima del 24 febbraio 2022, essi temono per la loro sovranità. Non è un caso se in questi paesi, come in tutti quelli che con la Russia confinano, dalla Finlandia alla Romania, dovunque sventolano moltitudini di bandiere ucraine: ogni edificio pubblico (ma pure commerciale) che porta la bandiera nazionale, vede accanto sventolare la bandiera ucraina”.

    Non solo ma capita di vedere, cosa che indignerebbe i pacifintinostrani, accanto alla bandiera blu della Ue, c’è anche la bandiera blu della Nato(mai visto cosa simile da noi). Mentre davanti alle ambasciate della Federazione russa, nelle capitali, la gente ha apposto (evidentemente tollerata dalle autorità) manifesti diNavalnye degli altri prigionieri politici.

    A Riga la via dell’ambasciata è stata re-intitolata con una targa che testualmente recita: «Via dell’indipendenza ucraina. In ricordo della potente lotta dell’Ucraina contro la guerra lanciata dalla Federazione Russa nel 2022».

    Tornando al 23 agosto, “se non è per malafede e per rendite di posizione, per quali altri motivi si continua pervicacemente a ignorare la raccomandazione del Parlamento europeo il quale con la Risoluzione 19 settembre 2019 ribadisce di onorare il 23 agosto, firma del patto Hitler – Stalin, come “Giornata europea di commemorazione delle vittime di tutti i totalitarismi”, istituita già dall’ormai lontano 2008?”.

    Domenico Bonvegna

  • Il sequestro di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori

    Il sequestro di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori

    Durante le vacanze estive finalmente ho letto, “Vaticano. Un affare di Stato.Le infiltrazioni – l’attentato – Emanuela Orlandi”, un dossier scritto da Ferdinando Imposimato, Koinè (II ristampa 2009) Una ristampa, che peraltro ha venduto 25.000 copie. Il testo si occupa di vent’anni di indagini e ricerche portate avanti, nonostante ostacoli di ogni genere, anche dopo la caduta del Muro di Berlino. Una storia vera e affascinante, dall’uccisione di Moro, all’attentato al Papa, dalle infiltrazioni delle spie dell’Est in Vaticano al sequestro di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori. L’autore è Ferdinando Imposimato, investigatore di razza, giudice istruttore dei più importanti casi di terrorismo. Eletto al Senato della repubblica e alla Camera dei Deputati per tre legislature.

    Il testo prefato da Francesco Bruno è dedicato a Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, vittime della guerra fredda. Nonostante scritto due decenni fa, il testo, può ancora essere utile per comprendere la complicata e intrigata storia che ha condizionato per diversi anni l’attività di Giovanni Paolo II, assoluto protagonista degli anni ’80. Infatti, il tutto nasce dalla elezioni al soglio pontificio di Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia della Polonia comunista. Breznev capo politico dell’URSS, lo aveva capito, la sua elezione sarebbe stata una vera e propria sciagura per il Comunismo internazionale. Interessante il colloquio tra Breznev e Gierek, il segretario politico del partito comunista polacca, riportato dal Dossier Mitrokhine ripreso da Imposimato. I comunisti erano convinti che “Giovanni Paolo II avrebbe messo in discussione l’intero blocco sovietico”. Il rapporto del KGB poneva l’accento sul fatto che Wojtyla si era definito più volte non solo il ‘Papa polacco’, ma anche frequentemente il ‘Papa slavo’”.

    Pertanto la visita del Papa in Polonia era vista come un cataclisma per il governo comunista. Bisognava dissuaderlo con tutti i mezzi secondo i sovietici. E’ evidente che il Papa polacco era un nemico per il sistema comunista per questo il KGB ha organizzato la sua eliminazione fisica che doveva avvenire il pomeriggio del 13 maggio 1981 in Piazza S. Pietro a Roma ad opera di un killer turco ingaggiato dai servizi segreti bulgari (X-HVA): “Bisognava assassinare il Papa”. I bulgari hanno una lunga tradizione di attività terroristiche e sono i più sicuri ed i più servili. Sono i prediletti dell’URSS, dice l’ex capo dei DS bulgaro, Stefan Svedlev. Wojtyla diventa il nemico numero uno di Mosca. Imposimato scrive che subito i sovietici misero in moto tutte le spie e agenti infiltrati in Vaticano. Tuttavia, dopo il fallito attentato, la situazione peggiorò, per i Paesi del patto di Varsavia:“l’attivismo di Giovanni Paolo II divenne inarrestabile. Colpire il Papa era diventato ancora più necessario anche se più difficile”. Ma era necessario farlo attraverso “operazioni speciali”, sequestri e omicidi contro persone dello schieramento nemico. Così nacque il progetto contro giovani cittadine vaticane appartenenti a famiglie molto legate al Papa e quindi si pensa di sequestrare alcune familiari, le figlie di alcuni operatori del Vaticano. Prima il 7maggio 1983, Mirella Gregori e poi il 22 giugno 1983, Emanuela Orlandi. Questi rapimenti servono per ricattare il Papa, i giudici italiani e il governo italiano. Non solo, ma le due ragazze, soprattutto Emanuela serviva come merce di scambioper la liberazione dell’attentatore turco Ali Agca, appartenente ai cosiddetti “Lupi Grigi”. Il testo di Imposimato descrive tutti i vari passaggi della cattura della povera Emanuela, basandosi su documenti e dichiarazioni a volte dei protagonisti di queste oscure storie, che hanno tenuto in apprensione non solo i familiari delle due ragazze ma la gran parte degli italiani. Per la verità anch’io ho dato poca importanza o perlomeno minimizzato, i due casi dei sequestri delle due ragazze. Come si può notare nella mia Antologia su San Giovanni Paolo II, ho fatto soltanto qualche breve accenno all’attentato al Papa. Peraltro ancora oggi, sottovalutato e minimizzato anche dal mondo cattolico. Infatti, esistono poche pubblicazioni sul grave episodio.

    Imposimato descrive nei particolari, lo stato d’animo del Papa, per la sofferenza dei familiari e delle ragazze sequestrate, il ricatto dei servizi segreti comunisti era rivolto direttamente alla sua persona. I comunisti erano determinati, bisognava colpire il Papa per via trasversale e poi soprattutto fare di tutto per delegittimarlo.

    Mai nessun Papa aveva ispirato tanta paura e avversione a Mosca. L’intento del KGB era quello di distruggere moralmente il Santo Padre, prima che fisicamente. Si fece di tutto per trovare anche materiale compromettente. Il compito fu affidato al servizio polacco, l’SB, che aveva più possibilità di creare una rete di spie in Vaticano. Almeno questa è la tesi di Imposimato. Lenin era convinto che un segretario di un partito comunista, per essere all’altezza del suo compito, se serve doveva essere capace all’occorrenza di vestirsi anche col saio francescano. Imposimato nel testo fa un elenco di nomi pure di religiosi, coinvolti nell’attività spionistica. Il secondo viaggio in Polonia del Papa divenne un incubo per i comunisti. A Mosca, a Berlino e a Sofia si prese la decisione di accelerare il sequestro dei cittadini italiani e vaticani per usarli come mezzi di pressione per costringere il Papa a cambiare condotta. Non c’era più tempo bisognava agire in fretta.

    Il rapimento della Orlandi ha coinvolto diversi Stati: Vaticano, Italia, URSS, Bulgaria, Germania Est, Polonia, Turchia, Cecoslovacchia, Germania Ovest…Imposimato anche qui fa i nomi di quelli che hanno partecipato come organizzatori, tutti portano alla pista bulgara. Interessante l’episodio raccontato nel libro, come hanno fatto i bulgari a minacciare Ali Agca all’interno del carcere di Rebibbia. Il turco se voleva salvare la sua vita, doveva ritrattare tutto quello che aveva detto intorno alla pista bulgara. Ecco perchè Agca simulò un delirio religioso farneticante, una lucida follia. Più volte Imposimato chiarisce che l’attentato al Papa in Piazza S. Pietro è stato opera di un complotto e non l’opera di un cavaliere solitario o di un folle farneticante. In quei mesi in molti si ostinavano a sostenere il contrario. Del resto anche la Corte d’Appello di Roma ha sostenuto la tesi di Imposimato. Dietro l’attentato al Papa c’era l’Unione Sovietica, il quale prevedeva, nel caso di un fallimento, la rapina di una personalità di spicco da usare come merce di scambio per la liberazione di Agca. “Emanuela e Mirella– scrive Imposimato – furono le vittime innocenti del piano terroristico-criminale ordito dai complici del killer turco […] furono il debito pagato dai mandanti dell’attentato al Papa per dimostrare ad Agca che egli non era stato abbandonato, tanto che una cittadina vaticana ed una italiana erano ostaggi dei suoi amici in vista della sua liberazione”.

    Certo il killer vivo sarebbe stato, e lo fu, un pericolo per i complici. La sua cattura in Piazza S. Pietro, per certi versi, gli salvò la vita.
    Sono interessanti i passaggi che il libro offre sull’inquietante sequestro Orlandi. Il nodo principale era quello di dissuadere il Papa nella sua ostinata decisione di andare nel giugno 1983 in Polonia, sostenere la battaglia di Solidarnocs di Lech Walesa contro il regime di Jaruzelski e contro l’URSS. I comunisti hanno attuato una strategia chiara, evitare di sequestrare sacerdoti o uomini del clero di alto rango, non si voleva creare martiri nella Chiesa e poi così il Papa non si sarebbe piegato. La scelta doveva cadere su persone estranee alla gerarchia vaticana ed al clero in generale. Occorreva puntare su giovani vittime. E così si individuarono le figlie adolescenti di impiegati, sconosciuti agli italiani. Sostanzialmente una strategia molto simile a quella della mafia.“Per quelle giovani vite, meglio se bambine, per innocenti creature il Papa si sarebbe dovuto piegare al ricatto. Avrebbe avvertito un senso di colpa nel sapere che incolpevoli fanciulle, sue suddite, appartenenti a famiglie di uomini che tutti i giorni rischiavano la vita per lui vegliando su ogni passo […]” . E’ evidente la raffinatezza, ma soprattutto la malvagità perversa degli organizzatori dei sequestri delle povere ragazze. L’obiettivo dai rapitori era quello di mettere pubblicamente in difficoltà il Santo Padre umiliandolo agli occhi del mondo.

    Dopo il rapimento il Papa interviene con ben otto appelli rivolti ai rapitori per la liberazione delle ragazze. Imposimato nel libro racconta fin nei dettagli le varie telefonate, le missive dei rapitori della Orlandi. Nonostante le diverse prove, c’era gente che dubitava che si trattava di un sequestro di matrice terroristica. E forse ancora oggi, anche se leggo dai giornali che il giudice Ilario Martella, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui cold case delle due ragazze scomparse a Roma nell’estate del 1983. Il magistrato, ora in pensione, indagò sui sequestri di Emanuela e Mirella dal 1985 al 1990. I sequestri furono “un’operazione di distrazione di massa ideata e compiuta dalla Stasi (i servizi segreti dell’allora Germania”, per evitare che “la Bulgaria e tutto il mondo dell’Est venissero coinvolte nell’attentato al Papa, dopo che Ali Agca, interrogato da me, aveva iniziato ad accusare tre funzionari bulgari”. Quanto alle sorti delle giovani rapite, Martella ha detto: “Credo siano state sacrificate, uccise non subito, ma magari dopo un po’. Tenerle in vita sarebbe stato pericoloso perché avrebbero potuto essere dei testimoni fondamentali”. (Rosa Scognamiglio, Orlandi-Gregori, il giudice che indagò sui cold case: “Rapite e uccise dai servizi segreti dell’Est”, 28.6.2024, Il Giornale).

    L’attentato al Papa può essere “un punto di partenza”. È”emerso che sin da 1982 la Bulgaria era molto preoccupata di poter essere coinvolta nell’attentato al Papa”. Martella, che ha indagato sull’attentato al Santo Padre, ha ricordato le indagini sul caso del bulgaro Antonov e ha aggiunto che il collegamento con i casi Orlandi e Gregori è che si voleva “determinare una disattenzione totale” e una”sorta distrazione di massa.E chi poteva porre in essere una simile operazione? Non era certo una cosa di bassa manovalanza tipo la banda della Magliana ma serviva che le cose venissero fatte con altissima qualità professionale”, da un’organizzazione “quale era la Stasi all’epoca”. “Questa operazione di distrazione di massa doveva fare in modo di creare episodi su cui attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica”, ha concluso.

    Torno al libro di Imposimato, ci sono diversi drammatici passaggi, spesso ignorati, dalla stampa di allora. Talvolta i genitori di Emanuela, direttamente interessati, venivano ignorati. Il testo si sofferma sulla figura del Papa che sostanzialmente con questo sequestro e con il consequenziale ricatto, stava subendo anche un vero “calvario mediatico”, preso di mira dai servizi segreti bulgari e russi. Bisognava tenere sotto scacco il Papa e il Vaticano. Imposimato usa la frase drammatica ben precisa: “si vuole assassinare moralmente il Papa, dopo aver fallito di eliminarlo fisicamente”. Il Papa aveva capito bene la portata del ricatto dei sequestratori, prendeva sul serio i loro messaggi, i loro Komunicati, a differenza degli inquirenti, quello dei sequestratori,“era un piano criminale lucido e preciso, tutt’altro che delirante e illogico”. Drammatica era la lettera di Emanuela del 29 agosto 1983, anche questa non sarà presa sul serio. Intanto la disinformatia dei servizi segreti della Stasi in particolare, opera incontrastata. Nell’opera di disonformazione, Ivan Ivanovic Agayants, il capo dei Servizi del KGB, afferma:“Dobbiamo continuamente incoraggiare i giornalisti occidentali a scrivere ciò che rappresenta l’esatto contrario delle nostre vere intenzioni […]”. In pratica chi scrive la verità sul complotto terroristico del KGB, “deve venire prontamente ridicolizzato come fascista o esponente della destra”.

    Imposimato sa quello che scrive perché ha anche intervistato Gunther Bohnsack, collaboratore della Stasi. L’obiettivo era quello di destabilizzare con qualsiasi mezzo i Paesi occidentali, non solo ma anche il Vaticano e il Papa. Il libro si chiude con la significativa lettera che il giudice ha scritto al Santo Padre. Imposimato sottolinea la sua fede di cattolico, apprezza la battaglia per la libertà di Wojtyla contro la tirannide comunista. Successivamente il Papa lo riceverà, esortandolo a proseguire nella ricerca della verità.