Autore: Domenico Bonvegna

  • Aborto. Caso Boccia: perchè dire la verità fa scandalo. A cura di Domenico Bonvegna

    Aborto. Caso Boccia: perchè dire la verità fa scandalo. A cura di Domenico Bonvegna

    Quando una donna soprattutto di una certa notorietà, ma vale anche se fosse un uomo, dice qualcosa di profondamente importante, soprattutto se è politicamente scorretto, che si allontana dal pensiero unico, oggi diremmo dalla cultura woke, bisogna subito “sfruttare”, “approfittare” dell’occasione e utilizzare la frase, la dichiarazione.

    E’ capitato con la scozzese JK Rowling, l’autrice di Harry Potter, per la campionessa di sci Sofia Goggia, in un post su Fb che circola in questi giorni, ripete lo stesso pensiero della Rowling: “I trans non devono gareggiare con le donne. Donne sono donne; gli uomini, uomini”. Qualcosa di simile sta capitando con la vice direttrice del Tg 1, Incoronata Boccia, aggredita per avere detto che“l’aborto è un delitto non un diritto”.

    Praticamente sono tre donne che hanno espresso in libertà una Veritàdi buon senso così evidente che si fa fatica a negare. Tuttavia inevitabilmente sta facendo molto discutere la dichiarazione, che poi è diventata testimonianza, della Boccia durante una trasmissione a Rai 3. Cosa ha detto Incoronata – detta Cora – Boccia? Semplicemente nel corso di uno scambio tra diverse ospiti, ha detto che l’aborto è un delitto e non un diritto:«Lungi da me giudicare persone e storie – ha detto -, si giudica il principio: stiamo scambiando un delitto per un diritto».

    Tra l’altro la Boccia ha anche fatto riferimento alle dichiarazioni di Madre Teresa di Calcutta, quando gli conferirono il premio Nobel per la Pace. I potenti della terra allora tremarono per le coraggiose parole della piccola donna: il più grande peccato, il più grande dramma dell’umanità è l’abortoe non la guerrao la fame nel mondo.

    Alle parole della giornalista si è scatenata la bagarre: “Apriti cielo, piovono critiche feroci da tutte le parti, giudizi di indegnità a ricoprire un incarico importante nella tv di Stato, dal Pd si arriva fino alla richiesta di dimissioni. Ovviamente sono gli stessi che con la stessa violenza denunciano la censura per il monologo di Scurati”. (R. Cascioli, “Caso Boccia, da diritto l’aborto è diventato un dovere”, 23.4.24, lanuovabq.it) Peraltro, anche Cora Boccia aveva previstogli attacchi feroci come ha detto in una successiva intervista in cui ha comunque confermato quello che ha detto in tv «parola per parola». (Hoara Borselli, “Il vero bavaglio in tv è per chi critica l’aborto”, 22.4.24, Il Giornale)

    Quindi Cora Boccia merita un doppio applauso perchè ha avuto il coraggio di affermare la verità e di non rimangiarsela dopo gli attacchi personali. E merito ulteriore perché sapeva già in partenza che non sarebbe stata difesa neanche dai politici di centro destra: «Anche la politica ha paura di dire che l’aborto è un omicidio», aveva infatti detto in tv. “E così infatti è – scrive Cascioli – ci si è fermati al massimo a difendere il diritto a esprimere le proprie opinioni, ma senza entrare nel merito, anzi preoccupandosi di dire che la Legge 194 non si tocca”. A questo proposito, aggiungo, è impensabile cercare di cancellare la Legge se poi non c’è il consenso della maggioranza degli italiani. Prima serve un lavoro di sensibilizzazione.
    Comunque sia la vice-direttrice del Tg1 ha toccato il punto vero della questione: l’aborto è un omicidio.

    È un dato evidente, una realtà che si impone se si guarda al fatto in sé: oggi, con la tecnologia e le conoscenze che abbiamo a disposizione, nessuno può dire seriamente che non si tratta di una vita, che è soltanto un grumo di sangue. E allora perche chi afferma questa evidenza è trattato come un marziano, ridicolizzato ed espulso dal consesso delle persone civili? “È la forza e la violenza dell’ideologia, che occulta la realtà spostando l’attenzione altrove, in questo caso sulla donna: il dramma della donna, la libertà della donna, il diritto della donna”. Ma nel caso dell’aborto c’è il feto, che diventa la vittima sacrificale. In tutti i discorsi sull’aborto e sulla 194 è il grande assente, si parla solo della donna. Peraltro si parla, scrive Cascioli,“della donna in astratto, si potrebbe dire; perché ad esempio non si parla mai delle donne che hanno avuto l’aborto e si portano dietro il dramma – questo sì – di aver fatto fuori il proprio figlio. Non si parla mai del grande peso che le donne si trascinano tutta la vita per aver rifiutato quel figlio”.

    E’ la legge dell’ideologia che “non può ammettere sconfinamenti nella realtà. Ed è per questo che è violenta; è necessariamente violenta”. Accade anche con il gender o con i cambiamenti climatici: il Potere stabilisce una verità e tutti devono convincersi che sia così, anche se la realtà quotidiana dimostra esattamente il contrario. Così è per l’aborto. Se tu dici che è un omicidio, perchè è la realtà che lo dice, allora ti minacciano e ti squalificano perchè lo hai detto. Perché hai evidenziato che “il re è nudo”.

    La realtà è che la nostra società sta scivolando nel totalitarismo, e soltanto il rifiuto della menzogna può invertire la tendenza. L’aborto è un omicidio e la Legge 194 purtroppo lo permette, per il momento si può chiedere che almeno venga applicata, a cominciare dall’ingresso del personale pro-life nei consultori. Un’ultima considerazione dedicata ai cosiddetti antifascisti freschi di indignazione per un monologo, Cascioli paragona l’aborto che sopprime una vita umana a una riedizione contemporanea delle leggi razziali, qualcosa di simile fa in un post su Fb don Antonello Lapiccache riporto per intero, “Come non vi era alcuna ragione plausibile perseguitare e deportare gli ebrei e altre minoranze, così non ha alcuna ragione plausibile uccidere i figli in grembo. Erano persone di uguale valore e dignità quelli, lo sono i figli nel grembo, sin dal concepimento. Non erano e non sono le leggi a stabilirlo. Non lo erano i politici di ieri, non lo sono quelli di oggi. Non lo erano gli esagitati sostenitori del regime fascista, non lo sono gli esagitati sostenitori del pensiero unico oggi.

    Quando l’ideologia nemica dell’uomo vuole imporre le sue menzogne, e con esse lavare i cervello delle generazioni, usa ogni metodo e arma per far tacere la verità. Usa la storia pretendendo di raccontarci che la sta studiando. Usa le donne, spose e madri, pretendendo di raccontarci che le vuol difendere. Usa i bambini, pretendendo di raccontarci che li vuol proteggere. Usa la persona e la vita, demolendo l’una e l’altra, pretendendo di raccontarci che le vuol mettere al centro della cultura, della politica e della società. Non siamo stolti,- scrive don Antonello – sappiamo discernere le voci starnazzanti di inclusione, tolleranza, diritti, rispetto di quanti tramano contro chi non la pensa allo stesso modo e, con la vita e le parole, contesta le menzogne che li ingannano e seducono”.

  • Pace con Giustizia per l’Ucraina. A cura di Domenico Bonvegna

    Pace con Giustizia per l’Ucraina. A cura di Domenico Bonvegna

    Come abbiamo visto il libro di Andrea Riccardi, “Il grido della pace. Perché è necessario ascoltarlo”, pubblicato dalle edizioni San Paolo, (2023), fa un accorato, insistente e appassionato inno alla pace in particolare per la guerra in Ucraina nel cuore dell’Europa. Certo tutti vogliamo la pace, che è un valore fondamentale ma occorre ricordare che va sempre invocata insieme alla Giustizia.

    E’ la giustizia la chiede Myroslav Marynovich, oggi vicerettore dell’Università Cattolica di Lviv e cofondatore di Amnesty International Ucraina. In una intervista pubblicata la settimana scorsa dal blog di alleanzacattolica.org il professore rispondendo alle domande di Marinellys Tremamunno, affermava, riferendosi all’invasione russa dell’Ucraina, «Il male non si ferma mai da solo: bisogna fermarlo.

    Non possiamo percorrere una via di mezzo tra il bene e il male come una ‘terza via’. NO! Dobbiamo opporci radicalmente a ogni forma di male, compreso il male politico ed economico» (“Non si può negoziare con il male”, 2.4.24)Marynovich, ha partecipato il 12 marzo scorso al Congresso internazionale “Verità, Giustizia e Libertà in un Mondo Pluri-antropologico”, tenutosi nel gremito auditorium della Pontificia Università Gregoriana a Roma.

    Marynovich ha 75 anni ed è sopravvissuto a un gulag sovietico, dove ha subito sette anni di isolamento, lavori forzati e torture per mano degli agenti del KGB. Sono interessanti altri passaggi delle risposte del professore in merito alla guerra, “È evidente che l’Ucraina sta facendo grandi sforzi nella lotta per la propria libertà e indipendenza come Stato. Noi siamo ancora disposti a lottare e la percentuale di ucraini che vuole difendersi è molto alta, ma d’altra parte abbiamo una grande carenza di armi e, purtroppo, gli aiuti tardano ad arrivare. Quindi il problema non sono gli ucraini, il problema sono i nostri partner, che non possono o non vogliono aiutarci con le armi. Abbiamo un disperato bisogno di armi, non siamo preparati per una guerra di questo tipo e vogliamo chiarire che non si tratta di una guerra esclusivamente ucraina, ma non perché vogliamo coinvolgere altre nazioni, ma perché è un problema di giustizia”.

    Come possono i valori cattolici aiutarci a contrastare questa situazione?

    “Ciò che affrontiamo ora è il male assoluto incarnato in Russia. – ha risposto Marynovych – E, secondo il Vangelo, non possiamo servire Dio e il male allo stesso tempo, dobbiamo scegliere da che parte stare.Pertanto, il principio win-win tradizionalmente utilizzato nella diplomazia europea non è applicabile al caso di Putin. Nessuno al mondo ha applicato questa logica a Osama bin Laden perché era un terrorista. Non ci sono stati negoziati con Osama bin Laden, quindi perché dovrebbero esserci negoziati con Putin, se ha commesso molti altri crimini contro l’umanità in Ucraina? Putin è veramente un terrorista, ma poiché ha il vantaggio delle armi nucleari c’è il timore di prendere posizione.

    Ma quando il mondo capirà che questa logica della paura, la logica dell’appeasement con il male, è sbagliata? Ho la sensazione che Ucraina e Russia siano considerate due nazioni in conflitto che in qualche modo devono sedersi a un tavolo delle trattative. E non è così, non possiamo tollerare il male, dobbiamo affrontarlo. Il mio messaggio al mondo è: per favore, abbiate il coraggio di affrontare il male”.

    E’ interessante fare riferimento a un’altra interessante intervista rilasciata da Marynovych al quotidiano Avvenire, alla domanda: In Ucraina si ritiene che l’aggressione russa abbia anche modificato la visione cristiana alla costruzione della pace.

    Perché?” Risponde il professore ucraino: “Da tempo si tende a sostituire il concetto di “guerra giusta” con quello di “pace giusta”. Ma, come mostra la guerra russo-ucraina, anche l’idea di “pace giusta” rischia di non rispondere a tutti i problemi che si presentano: talvolta il termine “pace”, in astratto, può nascondere interessi ben lontani dalla pace stessa.

    Non è possibile consentire una pace che renderebbe l’aggressione un metodo efficace per appropriarsi di territori stranieri. La pace giusta è una pace duratura. Inoltre, più crimini di guerra commette la Russia in Ucraina, più significativi diventano gli argomenti etici nella valutazione degli eventi. Pertanto le democrazie mondiali dovrebbero risolvere correttamente il dilemma “sicurezza-valori”. Se i politici ignorano i valori attraverso ingiuste concessioni all’aggressore, egli diventa arrogante ed è minore la sicurezza che otteniamo.

    Ed è stato Gesù a metterci in guardia su questo: “Chi cerca di salvare la propria vita, la perderà; e chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. (Giacomo Gambassi, Ucraina.”Grati al Papa e a Zuppi per l’impegno a liberare i prigionieri e i bambini”, 2.8.23, Avvenire)

  • Inchiodato e processato dal ‘politicamente corretto’. Su Acerbi una sentenza già scritta

    Inchiodato e processato dal ‘politicamente corretto’. Su Acerbi una sentenza già scritta

    La questione del presunto insulto razzista del calciatore dell’Inter, Francesco Acerbi nei confronti del calciatore napoletano Juan Jesus tiene banco sui giornali sportivi e non solo.

    Attenzione, condanno qualsiasi frase offensiva che viene detta in campo o fuori dal campo. Ho giocato tante partite, capisco che talvolta non è facile mantenere la calma, tuttavia non ho mai utilizzato frasi offensive contro nessuno. Questa mattina mi è capitato di ascoltare qualche passaggio di una nota radio sportiva, un giornalista rispondeva alle domande dei radioascoltatori. Con un accorato sermone antirazzista cercava di convincere il radio ascoltatore che metteva sullo stesso piano le due invettive: “Italiano di…” con “Africano di…”.

    Il giornalista si affrettava a dire che non sono la stessa cosa, perché chi dice all’altro “Africano di…”significa che sta emettendo un giudizio etico razzista, in pratica pensi che la tua razza bianca, occidentale, sia superiore a quella africana. Pertanto è giusto che venga sanzionata la seconda invettiva e non la prima.

    In questo modo si arriva così a processare le presunte intenzioni con un passo didattico e ortopedizzante, direbbe qualcuno. Qualcosa di simile succede in Scozia, dal 1 aprile con la legge ,“Hate crime Act”, i crimini d’odio. Una legge che tende a punire i pensieri e le opinioni. “il pericolo concreto è che ogni idea contraria all’ideologia dominante divenga perseguibile penalmente”.

    Non credo di esagerare ma il pensiero di quel giornalista risente di quel senso di colpa dell’uomo bianco occidentale; l’Occidente è sempre colpevole, per il partito del “Politicamente corretto”. Oggi è diventato impossibile fare un discorso di appartenenza senza essere tacciato di etnocentrismo, di imperialismo culturale, se non di razzismo.

    Praticamente «tra gli intellettuali, politici, classi dirigenti si è imposto un relativismo culturale che condanna a priori qualsiasi gerarchia di organizzazione sociale, di costume, di valore». Ricordo sempre tanti anni fa quando una collega mi riprendeva a scuola perchè io sostenevo che gli Atzechi con i sacrifici umani non potessero essere considerati popoli civili.

    Tornando al caso dei due calciatori (i due ragazzi, perchè di questo si tratta) alla fine della partita si sono riappacificati, come capita in tante altre partite. Ma questo non basta ai paladini del pensiero unico, per i giornalisti e il sistema che guida la Fgci, l’Uefa. Soprattutto per certi giornalisti sportivi, ossessionati ideologicamente, succubi anche loro del “politicamente corretto”, ne approfittano di questo presunto insulto razzistico per “buttarla in politica”.

    Questa volta, anche la giustizia sportiva, ha scelto che non può fermarsi deve procedere. Il metodo è sempre quello si mette in moto il linciaggio mediatico, isolando il soggetto interessato, attribuendogli frasi e concetti che questi non ha mai pronunciato.

    Un pensiero per i tifosi interisti, magari per quelli della “Curva”, encomiabile il vostro sostegno al calciatore, ma sappiate che la “Polizia del Pensiero”, ha già deciso. E probabilmente anche la società Inter si piegherà al partito del politicamente corretto, abbandonando il calciatore al suo destino.

    Praticamente sia Acerbi che Juan Jesus sono finiti in un“tritacarne mediatico”, in una querelle più grande di loro. Forse neanche il calciatore napoletano voleva arrivare a tanto. Probabilmente dopo la bolgia che si è scatenata, si è già pentito.

    L’uomo bianco che si è permesso di apostrofare l’uomo di colore dev’essere punito così ha deciso la “Polizia del Pensiero”. Non basta chiedere scusa, caro Acerbi, secondo la polizia del pensiero unico, devi essere punito con una pena esemplare. Sembra di essere a Teheran, con la “Polizia morale”, pronta a intervenire. Addirittura un radioascoltatore auspicava una pena più severa delle fatidiche dieci giornate di squalifica.

    Del resto ai tifosi che si sono macchiati di razzismo, gli viene impedito per anni di accedere allo stadio, per un calciatore, per un professionista che deve dare l’esempio, la pena dev’essere più estesa. Una volta si diceva “colpirne uno per educarne cento”.

    I giudici ad Acerbi probabilmente non gli riconoscono nessuna attenuante, nemmeno quella che lui è stato provato dal cancro. Il “Tribunale” della Polizia del pensiero unico non vuole sentire ragione, Acerbi si è macchiato del peggior crimine, quello di essersi allontanato dal cosiddetto pensiero del partito politically correttista, che decide che cosa è giusto o sbagliato. Forse qualcuno potrà pensare che sto esagerando, qualche anno fa è uscito un interessante libro del professore Eugenio Capozzi,

    “Politicamente corretto. Storia di un’ideologia”, Marsilio (2018) Qui il professore napoletano spiega bene che cos’è il “partito” del politicamente corretto, che ormai condiziona in ogni settore la nostra vita sociale.
    Leggendolo potremmo capire quello che sta succedendo in questi giorni al tesserato dell’Inter. Azzardo un invito alla lettura, anche se so che in certi ambienti significa proporre l’impossibile.

    Tuttavia per chi è interessato può trovare una sintesi del testo nel mio blog (mimmobonvegna1955.altervista.org)
    Chiudo il mio intervento precisando che oggi non esiste un pericolo razzista in Italia e in generale in Europa. Certo esistono degli “scappati di casa”, che possono essere definiti razzisti, ma si trovano soltanto negli stadi pronti a fischiare i giocatori di colore e in pochi altri luoghi significativi.

    Anche se qui io credo che non si tratta di vero e proprio razzismo, perché ormai i calciatori di colore sono presenti in tutte le squadre. E se ci sono cori razzisti sono solo strumentali a favore della propria squadra.
    Purtroppo servono e “allarmano” solo i giornalisti e intellettuali, a volte, anche “religiosi” animati da velleità ideologiche, alle varie sinistre che cercano di creare un clima di odio fondato sul pericolo razzista, del quale la gente normale neppure si avvede. Tuttavia si dovrebbe stare attenti a non creare questo clima di odio artificiale.

    Molti giovani diventano per reazione violenti, magari simpatizzando anche politicamente verso movimenti estremi para militari, utilizzando simboli razzisti e nazisti, senza nulla capire di questi movimenti.

  • Il grido di Papa Bergoglio: “L’aborto è un omidicio”

    Il grido di Papa Bergoglio: “L’aborto è un omidicio”

    Il giornalista Pietro Senaldi a Stasera Italia davanti a Bianca Berlinguer ha colto nel segno, rilevando che spesso il giornalismo di sinistra è pronto a citare Papa Francesco quando fa comodo, per esempio quando interviene per la pace in Ucraina o a favore degli immigrati, mentre quando dice cose che non sono gradite alle sinistre, tipo che l’aborto è un omicidio, allora la musica cambia.

    In questi giorni è uscita una vera e propria autobiografia di papa Francesco il libro-intervista con il giornalista Fabio Marchese Ragona, vaticanista Mediaset, intitolato ‘Life.

    La mia storia nella Storia‘ edito da Harper Collins e in uscita il prossimo 19 marzo. Parole decisive su punti chiave del suo pontificato, come emerge da alcune anticipazioni di agenzia. Papa Francesco con straordinario coraggio affronta il tema dell’aborto, con parole chiare e precise, che non ammettono equivoci o manipolazioni di sorta: “Dobbiamo difendere sempre la vita umana, dal concepimento fino alla morte, non mi stancherò mai di dire che l’aborto è un omicidio, un atto criminale, non ci sono altre parole: significa scartare, eliminare una vita umana che non ha colpe. È una sconfitta per chi lo pratica e per chi si rende complice: dei killer prezzolati, dei sicari! Mai più aborti, per favore! È fondamentale difendere e promuovere sempre l’obiezione di coscienza. Papa Francesco condanna anche “la pratica dell’utero in affitto, inumana e sempre più diffusa che minaccia la dignità dell’uomo e della donna, con i bambini trattati come merce”.

    Sul tema è intervenuto Massimo Gandolfini, presidente dell’associazione Family Day, con un articolo apparso sul quotidiano La Verità del 16 marzo. Dopo aver commentato le coraggiose parole del Santo Padre, fa riferimento ad una udienzache il Santo Padre gli ha concesso il 18 gennaio scorso.“Avevo avuto modo di parlare con Lui di questi temi, registrando una grande determinazione nel difendere la vita dal concepimento alla morte naturale. Pertanto non mi sorprende affatto che Papa Francesco abbia deciso di confermare e ribadire la sua ferma volontà di contrastare ogni tentativo di rendere la vita un bene manipolabile a piacimento”. (“Ma sull’aborto Francesco è netto: ‘Chi lo esegue è un killer prezzolato’”, 16.3.24, La Verità).

    E’ interessante l’intervento di Gandolfini perché offre una serie di numeri che riguardano gli aborti in Italia e nel mondo. Siamo di fronte a una enormità di numeri: “nel 2023 gli aborti nel mondo sono stati circa 72 milioni. Vuol dire 72 milioni di innocenti cui è stato negato il diritto di vivere!”. In Italia, dal 1978 ad oggi, con la legge 194, le interruzioni volontarie di gravidanza sono state più di sei milioni. Il picco massimo nel 1983, con 243.000 aborti, ed ora siamo a 66.400. “Ma attenzione,- scrive Gandolfini – nel “tragico” report non sono compresi gli aborti ottenuti con le pillole abortive, immesse sul mercato solo da pochi anni: dunque, è lecito pensare che siano, purtroppo, molti di più”.
    Il presidente di family Day rileva che la Legge 194 prevede almeno cinque articoli dove si prevede di rimuovere le cause che portano la donna a richiedere di
    interrompere la gravidanza. Articoli che non sono mai stati neppure minimamente applicati.
    “Solo il mondo delle associazioni pro-life– grazie alla beneficenza di privati cittadini – ha organizzato il sostegno economico, lavorativo e assistenziale che ha consentito a più di 260.000 mamme di tenere il proprio bimbo. E oggi vivono la gioia di guardare negli occhi i loro bambini. Giovanni Paolo II, nel 1995, aveva detto e scritto che le vittime dell’aborto sono due: il bimbo e la sua mamma.

    Pertanto, “una società che voglia essere davvero civile ha l’obbligo, morale e civile, di mettere in atto ogni provvedimento che aiuti la donna a tenere il “frutto del suo grembo”.
    Si tratta del “diritto a non abortire”, che in fondo la stessa legge 194 aveva individuato, sotto il titolo “Tutela sociale della maternità”. “Purtroppo, a distanza di tanti anni, è difficile non pensare che si sia trattato soltanto di una dichiarazione ipocrita, fumo negli occhi per nascondere ben altra volontà”.

    “Le parole del Papa sono di grande aiuto e conforto per chi lavora per aiutare mamme e bimbi, e sono di altrettanto grande incentivo a non rassegnarsi mai di fronte all’ingiustizia e alla cultura della morte. Il Santo Padre, con il cuore e la mente ricolmi di dolore per le migliaia di bimbi uccisi in Ucraina, Gaza, Israele, ancora una volta, si erge a difensore della vita, sempre, ovunque, in ogni circostanza, proprio a partire dalla prima scintilla di vita nel grembo materno. L’aborto non può mettere dimora né nella nostra testa, nella nostra mente, né nel nostro cuore”.

  • Ci fu un tempo che la Sicilia era ricca e prospera. Di Domenico Bonvegna

    Ci fu un tempo che la Sicilia era ricca e prospera. Di Domenico Bonvegna

    Il testo è interessante, probabilmente indirizzato soprattutto a studiosi, a specialisti, anche se l’autore umilmente scrive il contrario. Nei XXI capitoli di ben 468 pagine, l’autore racconta straordinariamente anche nei particolari la storia della cosiddetta dominazione Normanna in Sicilia e nel Sud Italia. E’ un continuum elenco di nomi, date, episodi, battaglie, intrighi diplomatici, descrizioni di personaggi più o meno importanti.

    Un racconto non sempre scorrevole, si fa fatica a seguire, a volte può diventare anche noioso, tuttavia possiamo affermare che Norwich conosce abbastanza bene la nostra Storia. Almeno per quanto riguarda l’argomento trattato. Lo storico inglese ha delle conoscenze particolareggiate, anche perché ha visitato e non solo studiato, i luoghi, il territorio, appartenente al regno Normanno. Inoltre si può affermare che Norwich è un buon conoscitore dell’arte normanna siciliana e del nostro Meridione.
    Il testo è corredato da una serie di fotografie rigorosamente in bianco e nero di alcune opere d’arte normanna, infine oltre a una nutrita bibliografia, è presente l’albero genealogico degli Altavilla e tre cartine tematiche per seguire la complessa Storia di quel tempo.

    Questo libro riprende la narrazione de “I Normanni nel Sud. 1016-1130”, che arrivava fino all’incoronazione di re Ruggero II nella cattedrale di Palermo, nel giorno di Natale 1130. Invece il Regno del sole giunge fino al 1194, all’altra notte di Natale quando è stato incoronato, Enrico IV di Hohenstaufen. Sono sessantaquattro anni intensi che separano i due avvenimenti, che costituiscono l’intera durata del Regno Normanno nel Sud Italia, in particolare in Sicilia.
    La cultura siculo-normanna.

    “Nel corso di questi anni – scrive Norwich – l’isola conobbe il periodo del maggior splendore quando, per la prima e unica nella storia, le tre grandi entità razziali e religiose del litorale mediterraneo si fusero, sotto il sole del Meridione, in quel meraviglioso gioiello dalle infinite sfaccettature che fu la cultura siculo-normanna”. Di questa cultura dovrebbero essere segni ben evidenti i monumenti, i palazzi, le chiese, che ancora miracolosamente possiamo ammirare e attirare turisti in Sicilia.

    Si tratta delle realizzazioni politiche degli Altavilla che sono riusciti ad amalgamare nelle tecniche e negli stili dell’Europa occidentale sia Bisanzio, che l’Islam, “in uno scenario di meravigliosa ricchezza che lascia abbagliato e incredulo lo spettatore”. Infatti questo volume non solo narra la storia di persone e di avvenimenti, ma vuole essere anche una guida ai monumenti della Sicilia Normanna. L’autore è riuscito a descriverli nei particolari legandoli il più possibile ai loro fondatori, o alle circostanze che li videro sorgere.

    E’ opinione degli storici che il governo di Ruggero d’Altavilla la Sicilia sia entrata in un’epoca di prosperità mai prima raggiunta. “Una vera età dell’oro che vide fiorire una accanto all’altra le culture più disparate, i popoli più diversi: normanni, italiani, greci, arabi e inglesi fusi in un’atmosfera cosmopolita e aperta, vero fatto anomalo considerati i tempi”.

    Un’epoca che purtroppo è durata poco, ma che bastò per lasciarci meravigliose testimonianze d’incomparabile valore artistico, come il Duomo di Monreale, di Cefalù, la Cappella Palatina di Palermo. Se durava di più poteva farci risparmiare molte sofferenze che hanno afflitto nei vari secoli i popoli del Sud in particolare la Sicilia, che poteva essere l’isola più felice, “anziché la più disgraziata delle isole del Mediterraneo”.

    Lo Stato multietnico di Ruggero II.

    Ruggero II ha continuato l’opera di suo padre, è cresciuto in un’atmosfera cosmopolita di tolleranza e di reciproco rispetto. Il suo Regno stava raggiungendo un’integrazione totale. “Non vi sarebbero più dovuti essere siciliani di razza inferiore. Tutti, normanni e italiani, longobardi, greci, saraceni, avrebbero avuto un ruolo da svolgere nel nuovo Stato”. Infatti Ruggero nei posti chiave del suo governo ha nominato uomini di origine saracena o greca.

    “Le moschee rimasero affollate come prima, mentre chiese e monasteri cristiani, di rito latino come di rito greco, molti dei quali fondati dallo stesso Ruggero, sorsero ovunque, in numero sempre crescente, nel territorio dell’isola”. Un periodo di pace che aprì le vie del commercio e degli scambi con Costantinopoli e con i giovani Stati del Levante, sorti per opera dei crociati. Sostanzialmente per Norwich, la Sicilia, stava diventando lo Stato più bello e prospero del Mediterraneo, se non dell’Europa.

    Ma questo non significa che il re normanno non abbia avuto delle difficoltà per governare, ha dovuto affrontare delle “tempeste”, come scrive Norwich, che minacciavano il suo regno. A cominciare dell’imperatore Lotario, che stava marciando su Roma e poi sui domini siciliani. Qui nel Meridione, non gli mancavano gli appoggi, erano in tanti i grandi vassalli, nobili, che mal tolleravano la loro sudditanza agli Altavilla. Nel testo si fanno i nomi di questi “ribelli”, come Tancredi di Conversano e il principe Grimoaldo di Bari.

    Oltre ai vari sommovimenti e insurrezioni nei territori, Ruggero doveva vedersela con il Papa, che non sempre gli era amico. I Papi di allora avevano il loro esercito e ci tenevano a mantenere i propri territori. In quel periodo il Papa doveva guardarsi da Nord dove l’imperatore premeva e da Sud dagli eserciti del Regno dei Normanni. Ruggero era sposto con Elvira, figlia di Alfonso VI di Castiglia, un matrimonio felice, con la nascita di ben sei figli.
    Non sto qui a raccontare i vari e complessi avvicendamenti tra eserciti e varie fazioni che si scontravano in Puglia, ai confini con i territori del papa.

    Nel 1133 Ruggero II dovette affrontare i vari notabili ribelli della Puglia, alla fine ha la meglio e come capita spesso i perdenti devono pagare ingenti somme di denaro o nel peggiore dei casi li aspetta la prigione o la morte. Non solo anche le città non vengono risparmiate, spesso vengono distrutte o incendiate.

    Ristabilita la pace il re ritornava a Palermo, intanto muore la regina Elvira nel febbraio 1135, di lei si sa poco, Norwich quando non ha notizie sugli avvenimenti lo scrive. A proposito le sue fonti principali sono gli scrittori Falco Beneventano, Alessandro di Telese, Romualdo Salernitano, Ugo Falcando e Pietro da Eboli. Poi c’è tutta la bibliografia esposta alla fine del libro.

    Norwich ci tiene a precisare che nel Medioevo, la storia italiana “è piena di racconti di guerra inconcludenti; una marea fluttuante di battaglie […] città assediate e conquistate, da liberare e riconquistare […]. Spesso si tratta di “di una lotta tetra e monotona che sembrava non dovesse mai aver fine”.Una storia di racconti che potrebbero essere insopportabili. Ecco perché il libro di Norwich ci risparmia molti dettagli delle varie campagne militari dei contendenti di quel periodo storico.

    Tuttavia in questo periodo una figura straordinaria di Chiesa si fa strada, mi riferisco a S. Bernardo di Chiaravalle, che per la verità Norwich non ha tanta simpatia. Viene descritto come un intrigante, che non sempre lavora per la pacificazione degli animi. Il religioso si intromette nelle varie diatribe tra il Papa Innocenzo, che doveva vedersela con un antipapa, un certo Anacleto, e l’imperatore Lotario. Intanto subentra un altro personaggio, l’imperatore bizantino Giovanni II Comneno di Costantinopoli, che ha delle pretese nei territori del Meridione italiano.

    Nel IV capitolo (Riconciliazione e riconoscimento) sono da segnalare gli interventi di Ruggero per sedare le continue e monotone insurrezioni in Puglia, ottenute anche con le consuete repressioni dei perdenti. Le pressioni di S. Bernardo sul re Normanno per convincerlo ad abbandonare l’appoggio ad Anacleto che poi muore e quindi viene scongiurato lo scisma. Intanto il Papa Innocenzo II dopo lo scontro armato con il re normanno, fu costretto a riconoscere a Ruggero il titolo di re di Sicilia e piena giurisdizione su tutta l’Italia meridionale. Poi i due insieme cavalcarono fino a Benevento. Ruggero può tornare in Sicilia da trionfatore avendo sconfitto tutti i suoi nemici. Il capitolo si chiude con una interessante descrizione di Norwich del Palazzo Reale, poi chiamato dei Normanni, della Cappella Palatina.

    Ruggero II dopo dieci anni di strenua lotta che aveva subito delusioni, tradimenti e sconfitte, il Regno adesso era tutto suo scrive Norwich. Il Paese era unito e pacificato. Lo studioso inglese sottolinea l’importante Codice di Ariano (il sistema legislativo del governo di Ruggero II), un documento unico del suo genere nella storia del Medioevo. Sarebbe importante descrivere le norme stabilite alle Assise di Ariano. Comunque pare che adesso Ruggero sia diventato il protettore delle Chiese cristiane e “acclamato come uno dei più devoti e generosi sovrani della cristianità”.
    La Sicilia di Ruggero II diventa un Eldorado.

    Con Ruggero II, sostiene Norwich,“la Sicilia era diventata sempre più ricca e, con l’accrescersi della sua prosperità, si era pure accresciuta la sua stabilità politica”. Mentre nel resto della penisola italiana regnava la confusione più totale,“l’isola era un modello di buon governo, illuminato e giusto; la sua popolazione pacifica ed osservante delle leggi, era un amalgama di razze e lingue diverse, fonte di potenza e non elemento disgregatore; e, con l’accrescersi del suo benessere, la Sicilia attirava un numero sempre maggiore di ecclesiastici, di amministratori, di studiosi, di mercanti e, pure, di spudorati avventurieri d’oltremare. Questi giungevano dall’Inghilterra, dalla Francia, dall’Italia per stabilirsi in quello che sarà apparso loro un vero Eldorado, un regno nel sole”.

    Lo scrittore inglese dopo averci ricordato che il re normanno aveva ereditato dal padre una schiera multietnica di funzionari di Stato composta da normanni, greci, latini ed arabi. Sostiene che “la corte di Ruggero a Palermo era, di gran lunga, la corte più brillante dell’Europa del secolo XII. Il re stesso era noto per la sua insaziabile curiosità intellettuale e per la sua passione per i fatti concreti”. C’era un profondo rispetto per l’erudizione; intorno al 1140, il re fece stabilire a Palermo, “molti tra i più ragguardevoli uomini d’ingegno, studiosi, scienziati, dottori e filosofi, geografi e matematici, sia d’Europa, sia del mondo arabo […]”.

    Pare che abbia istituito una commissione di studiosi per costruire il primo planisfero d’argento, dove erano incisi “la configurazione dei sette climi, insieme a quella dei paesi e delle coste, sia vicini che lontani; golfi, mari e corsi d’acqua, l’ubicazione dei deserti e delle aree coltivate […]”. Un’altra perla per la corte di Ruggero è un volume di geografia, “Opera di un uomo desideroso di giungere a completa conoscenza dei vari paesi del mondo”, più conosciuto come “Il Libro di Ruggero”, probabilmente a detta di Norwich questa rappresenta l’opera geografica più insigne del Medioevo. Tutta questa erudizione presente nella corte di Ruggero secondo lo studioso inglese è dovuto al fatto che si respirava un’atmosfera prevalentemente araba. Pare che l’Islam, aiutava a perseverare nella ricerca del sapere.

    Solo in Sicilia si poteva studiare de visu sia la cultura greca che quella araba. Ecco perché “i ricercatori della verità giungessero numerosi a Palermo e che, alla metà del secolo, l’isola avesse acquistato la fama di essere il più importante centro di smistamento, non solo commerciale, ma anche culturale, di tre continenti”. Qualcuno ha scritto che Ruggero non ci ha lasciato nessuna opera letteraria sua come invece ha fatto suo nipote Federico II o Riccardo Cuor di Leone, è vero, ma Ruggero aveva eccome spirito creativo, amava la bellezza e lo splendore, ma amava di più il sapere.

    Senza di lui non avremmo avuto il fenomeno culturale della Sicilia, unico del suo genere. Ruggero era una guida sia intellettualmente che politicamente, che teneva saldamente insieme tutte le componenti della società. Ruggero era la Sicilia nel vero senso della parola.
    A questo punto potremmo scrivere “dopo di lui il nulla”, forse, ma non è stato proprio così.
    Ruggero II e la crociata.

    Intanto arriva la Seconda Crociata. Troviamo diversi protagonisti a partire di Luigi VII re di Francia e poi ancora l’abate di Chiaravalle, S. Bernardo con i suoi accorati discorsi convince il popolo ad abbracciare la Crociata per liberare i Luoghi Santi. Non solo cavalieri con la croce, ma anche donne, provenienti da tutti i ceti.

    Affinché la seconda Crociata riuscisse era essenziale che il re Ruggero si mostrasse favorevole e ben disposto. Anche se non era tanto entusiasta come suo padre; del resto in una Sicilia con la presenza araba, non era facile. Del resto fa notare Norwich che “Ruggero era cresciuto insieme agli arabi e ne parlava la lingua; per tutta la vita si era fidato di loro più dei suoi conterranei normanni”.

    Tralascio gli esiti fallimentari della seconda crociata per ritornare al Regno Normanno, dal fallimento della spedizione in terra Santa, tra i grandi sovrani d’Europa, quello che ne usciva integro era Ruggero II. Ora tutti i delusi degli esiti disastrosi della Crociata guardavano a lui come guida per un possibile riscatto, ma Ruggero scrive Norwich, “non era crociato né per temperamento, né per convinzione […]”. Anzi senza troppi scrupoli, si era avvantaggiato della tragica situazione.

    Tuttavia, Ruggero sembra accettare di buon grado il ruolo che gli veniva offerto, diventa il vendicatore dell’Occidente, ma c’era Corrado, l’imperatore geloso che non accettava questa nuova prerogativa del re di Sicilia. Poi subentra il Papa, S.Bernardo e la storia si complica. Mi fermo per non affaticare il lettore e arrivo alla morte di Ruggero II, il 16 febbraio 1154. Tralascio le considerazioni finali del testo sul grande re di Sicilia. E con la Terza parte si passa al dopo Ruggero.
    Guglielmo I “Il Malo”.

    Il figlio di Ruggero, detto il “Malo”, probabilmente un soprannome che non meritava. Esiste una descrizione di un monaco: Guglielmo è alto, folta barba, aspetto selvaggio, che incuteva terrore, una straordinaria forza fisica, certamente superava il padre, ma non in abilità politica. Era l’opposto del padre, pare che non era stato preparato a svolgere il ruolo regale. Si sposò giovanissimo con Margherita di Navarra e poco si interessò dei suoi quattro figli.

    Anche con Guglielmo i nemici tradizionali del Regno venivano dall’Impero d’Occidente, da Bisanzio e dal Papa. In quel momento a guidare l’Impero c’era Federico Barbarossa, a Bisanzio, Manuele Comneno, il papa era Adriano IV, inglese, l’unico della Storia. A proposito degli inglesi, sono rimasto colpito che in questi anni in Sicilia, troviamo, vescovi inglesi come Riccardo Palmer, vescovo di Siracusa e Walter of the Mill, che si fece chiamare Gualtiero del Mulino, prima arcidiacono di Cefalù e poi arcivescovo di Palermo.

    Naturalmente anche Guglielmo dovette affrontare le ribellioni dei notabili pugliesi, ha subito delle sconfitte, ma poi arrivarono anche le vittorie in Puglia in particolare a Bari, con lo scontro navale contro i greci e i locali del 28 maggio 1156. Guglielmo trattò i prigionieri secondo le leggi di guerra, con i sudditi però si mostrò spietato. Durante il Regno di Guglielmo I viene assassinato Maione di Bari, che era diventato uno degli uomini di Stato più influenti in Europa. Tra gli organizzatori dell’agguato troviamo Matteo Bonello, che cercò di contrastare anche il re e la sua famiglia, aizzando la plebe palermitana, che arrivò a saccheggiare il Palazzo Reale.

    Il re a stento si salvò, rifugiandosi nella Torre Pisana. Guglielmo dopo due mesi di malattia a quarantasei anni cessò di vivere il 7 maggio 1166. Gli subentra il figlio dodicenne, che dovrà aspettare la maggiore età, la reggenza del Regno passa alla madre la regina Margherita, carattere forte e volitivo, aveva trentotto anni, assistita nel governo da Riccardo Palmer, da Matteo d’Ajello e dal caid Pietro. Successivamente la regina si affida a Stefano di Perche. Il giovane Guglielmo II era amato dal popolo, sicuramente più simpatico del padre, capelli biondi ereditati dagli antenati vichinghi.

    “Cala la notte” sul Regno Normanno.
    Raggiunta la maturità Guglielmo II, chiamato il “Buono”, dopo cinque anni di reggenza della madre, assume il potere e il governo del regno. Il fanciullo nel giorno dell’incoronazione ai siciliani era apparso come un angelo, ora appare come un dio, secondo Norwich. Ben presto al giovane re fu data una sposa, dove certamente influirono i numerosi e influenti inglesi in Sicilia, fu una giovane donna inglese, Giovanna, figlia di Enrico II d’Inghilterra.

    Dopo un lungo e tortuoso viaggio il 2 febbraio 1177 la giovane principessina Giovanna arriva a Palermo, naturalmente è stata preparata una accoglienza trionfale, alla vigilia di San Valentino, furono celebrate le nozze, e subito dopo Giovanna si inginocchio ai piedi del suo conterraneo, l’arcivescovo Gualtiero, che la incoronò regina di Sicilia. Giovanna conquistò il cuore dei suoi sudditi, così come era avvenuto per il marito. Ci furono anni di pace e di tranquillità ma che durarono poco.

    Era un Regno nel sole, scrive Norwich, prospero e pacifico, sarà apparso agli altri principi in Europa come un privilegio benedetto da Dio. Però al giovane re gli mancavano tre doni: una lunga vita, un erede maschio, un minimo di saggezza politica. Mancando queste condizioni, la Sicilia normanna era già condannata. E fu proprio Guglielmo che la condusse in rovina, prima con la spedizione militare contro Costantinopoli di Andronico. Poi con le nozze del 27 gennaio 1186 della principessa Costanza, ultima erede degli Altavilla, zia di Guglielmo, con Enrico VI di Hohenstaufen nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.

    A 36 anni muore Guglielmo II a Palermo, sappiamo poco delle circostanze della morte. La fine del Regno Normanno secondo Norwich è dovuta al fatto che Guglielmo ha pensato alla pericolosa e irresponsabile politica estera, invece di pensare a rafforzare la posizione del suo paese.

    Per concludere, naturalmente chi è interessato andrà a leggere lo splendido libro di Norwich, Costanza ed Enrico VI ereditano l’Impero e tutti i possedimenti del Regno di Sicilia. Nella notte di Natale del 1194, l’imperatore Enrico VI, fu incoronato re di Sicilia nella cattedrale di Palermo.

  • Indagine storica sulla verità di Lourdes

    Indagine storica sulla verità di Lourdes

    Ho inteso leggere il libro di Vittorio Messori, “Bernadette non ci ha ingannati”, sottotitolo: “Un’indagine storica sulla verità di Lourdes”, Mondadori (2012) per presentarlo proprio nel giorno della festa di Nostra Signora di Lourdes, l’11 febbraio.

    La Madonna è apparsa a una giovinetta, Bernadette Soubirus, l’11 febbraio 1859 in una Grotta vicina al villaggio di Lourdes. Successivamente Bernadette ha visto e sentito la Madonna in altre occasioni fino all’ultima del 16 luglio 1859. In totale sono diciotto apparizioni.

    C’è un altro e ben fondato motivo che mi lega a questa devozione di Nostra Signora di Lourdes, sono nato in precarie condizioni, al punto che mia mamma preoccupata mi ha affidato ancora in fasce ad un’amica di famiglia (poi divenuta mia madrina) per farmi prontamente battezzare dal parroco del paese.

    Particolare importante, ho ricevuto il sacramento del Battesimo proprio davanti all’altare dove è posizionata la Madonna di Lourdes e Bernadette. Non voglio enfatizzare l’episodio, ma da quel momento mi sono gradualmente ripreso.

    Torniamo al libro inchiesta di Messori. Il testo comincia con una domanda: “Quella Grotta perché?” (E’ il I capitolo), “perché Maria, in quell’incavo di pietra, e non un santo o Gesù stesso? Perché, fra i tanti nomi, ha scelto quello di Immacolata? Perchè proprio quel posto chiamato Lourdes? perchè proprio allora? È vero che questo era un luogo predestinato da secoli a simili eventi? Che dire di altre apparizioni che sembrano annunciare questa e di altre che sembrano seguirla e completarla?”.

    Si è scritto tantissimo, forse troppo, sulle apparizioni; digitando “Lourdes”, su internet si ottengono più di centocinque milioni di rimandi.

    Le diciotto apparizioni della Vergine Maria nella Grotta di Massabielle sono da più di centocinquant’anni motivo di accese polemiche, soprattutto sulla credibilità dell’unica testimone, la quattordicenne Bernadette Soubirous. “Lei sola ha visto, ha sentito, ha riferito”, scrive Messori, consapevole che questo libro, dividerà, ma comunque è nato da trent’anni di studio, di ricerca, di sopralluoghi.

    Nei numerosi libri su Lourdes, nessuno si è mai posto l’obiettivo di Messori: indagare fino in fondo, con tutte le risorse della ricerca storica, sulla figura di Bernadette Soubirous. Sulle gracili spalle di questa quattordicenne di misere origini, analfabeta e malata, grava il peso immenso del maggior santuario mariano del mondo. Lei sola ha visto la “bellissima signora”, lei sola è la testimone delle diciotto apparizioni della Vergine.

    Ormai è trascorso un secolo e mezzo da quel lontano 11 febbraio 1858, ma gli arrivi di pellegrini a Lourdes aumentano sempre più e si avvicinano ai 6 milioni annui.

    Vittorio Messori è il più grande scrittore cattolico, nessuno più di lui può darsi patenti di attendibilità e di serietà: sia Karol Wojtyla che Joseph Ratzinger si sono affidati alla sua penna per i loro primi libri-intervista.

    L’autore ha studiato e lavorato per decenni con passione, competenza, pazienza per rispondere a una sola ma decisiva domanda: e’ credibile, Bernadette? O ci ha ingannati, scambiando per realta’ le sue allucinazioni?

    Addirittura: e’ stata forse la complice inconscia di un imbroglio? Secondo lo scrittore, nulla è più’ “cattolico” di Lourdes, che peraltro conferma un dogma papale, che ha avuto l’onore (unico tra i santuari del mondo) di una enciclica tutta per sé, firmata da Pio XII.

    Una apparizione, che e’ entrata nel calendario liturgico della Chiesa universale, che fu carissima a tutti i pontefici da Pio IX sino a Giovanni Paolo II (che volle farne la meta del suo ultimo viaggio fuori d’Italia), e a Benedetto XVI, che vi si è recato per i 150 anni dalle apparizioni. Nel testo Messori non prende in esame i prodigi di guarigione fisica, piuttosto si concentra sulla verità storica e non sanitaria di Lourdes.

    Ma, “se Bernadette non ci ha ingannati – spiega Messori – e’ disponibile per tutti quella guarigione dello spirito che e’ la scoperta, o riscoperta, della fede”.

    In ogni caso , Lourdes e’ “uno straordinario appoggio per un’apologetica solida: la storia, qui, si apre a un mistero che la ragione conferma”.

    Messori insiste: “Se Bernadette non ci ha ingannati (e se non si è ingannata), se dunque Lourdes è “vera”, tutto il Credo della tradizione cattolica è “vero”: Dio esiste; Gesù è il Cristo; la Chiesa che ha per guida il Papa è la custode e la garanzia di questa verità”.

    La Grotta per Messori è come un appiglio, un salvagente, che “è stato regalato ai credenti per aggrapparvisi, proprio nella svolta drammatica della modernità, quando il razionalismo, il positivismo, il socialismo, il liberalismo e tutti gli altri ‘ismi’, tutte le altre ideologie postcristiane, organizzavano il grande attacco alle radici della fede stessa”. Pertanto secondo Messori, l’Altissimo nel momento giusto a Massabielle ci ha voluto dare “uno scudo difensivo e un antidoto potente…”.

    Messori cita lo studioso Jean Guitton, che sottolinea le conseguenze logiche delle apparizioni: “Accettare Lourdes come ‘vera’ significa anche accettare come legittime e approvate dallo spirito di Dio la pietà popolare cattolica, le statue, le cappelle, la vita religiosa come quella scelta da Bernadette, retta da regole approvate dalla Chiesa come sicure via di salvezza, i pellegrinaggi, le processioni, i miracoli”.

    Messori ha scritto tanti libri, l’anno scorso le Edizioni Ares ha ripubblicato tre opere fondamentali dello scrittore cattolico, “Ipotesi su Maria”, “Il Miracolo” (la Madonna del Pilar) e “Gli occhi di Maria” (I miracoli del 1796 a Roma durante l’invasione napoleonica).

    «Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio». Questo ha detto Messori, intervistato da Riccardo Caniato a gennaio scorso.

    Tornando al nostro libro, Messori ci ricorda che le apparizioni che accompagnano ogni secolo la storia della Chiesa, sono un di più che Nostro Signore ci concede, sono considerate “rivelazioni private”, non necessarie, potrebbero non esistere, ci basterebbe la “Rilevazione pubblica”, contenuta nella Scrittura che si è chiusa con la morte dell’ultimo apostolo.

    In ogni caso, nulla aggiungono, né possono aggiungere alla Rivelazione. I credenti sono liberi di accettarle o no. E se qualcuno pensa di aggiungere o togliere, è un impostore, se non un emissario delle Tenebre.

    Il II capitolo (Quando? Dove? Come?) descrive le diciotto apparizioni, la società del tempo in cui è vissuta la veggente e la sua famiglia, il luogo particolare dove gli appare la Santa Vergine e come si è presentata.

    La storia delle apparizioni è notissima, non sto qui a dilungarmi raccontandola nei particolari. Anche se dalla lettura del libro ho appreso qualche informazione che non conoscevo come i continui sorrisi della “signorina”, o “el petito Damiselo”, ancora, “Aquerò” (Quella là), i tre nomi che dava Bernadette alla Madonna prima che Lei dichiarasse il suo nome.

    Tra l’altro la signorina parlava in dialetto e non la lingua nazionale francese. Apparsa non come una signora, adulta, ma della stessa età e altezza di Bernadette, alta 1,40 cm. Anche qui da rilevare un altro particolare, il mondo cattolico era abituato a vedere la Madonna mai separata dalla maternità, di solito col bimbo in braccio, pertanto tutti si attendevano nella Grotta un rapporto da Madre a figlia.

    Così voleva la Tradizione, fissata almeno da mille anni di storia della Chiesa. Invece a Lourdes, questa apparizione, sorprende, addirittura, provoca imbarazzo, “perché suggerisce l’idea di due compagne, di due ragazzine, se non bambinette, piccole, sorridenti, anzi talvolta ridenti, come fossero pronte a giocare tra loro, a improvvisare un girotondo sotto le volte oscure di Massabielle”.

    Fino al punto che il loro intenso dialogo assomigliava molto a quello di due adolescenti spensierati. Infatti, la “signorina” a volte si limitava solo a sorridere, senza parlare. “Di che sorridevano e ridevano quelle due ragazzine, della stessa età e della stessa statura minuscola? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai, almeno quaggiù”, scrive Messori.

    Il III capitolo è dedicato alla famiglia di Bernadette, ai suoi genitori. E’ un argomento affrontato da quasi tutti gli studiosi, soprattutto per buttare fango sull’onestà e la trasparenza del racconto della giovane ragazzina. Messori indica soprattutto, tra i tanti che hanno cercato di screditare Lourdes e la veggente, lo storico Emile Zola che si è speso tanto per sostenere che tutta la storia era una messa in scena dei preti o una presunta allucinazione della ragazza.

    Occorre osservare che queste apparizioni ebbero un impatto molto forte con la comunità e con le autorità, sia quelle civili che quelle religiose. Anzitutto vi fu un affollamento di gente sempre crescente, nei momenti delle apparizioni, che circondava la ragazza. Il suo comportamento, come riportato da vari testimoni che l’avevano vista da vicino, era considerato estatico.

    Le autorità civili, soprattutto quelle giudiziarie, sottoposero Bernadette a prolungati e pressanti interrogatori, nei quali la fanciulla, rispondendo a tutte le domande, riferiva i fatti così come le erano capitati, non cambiando versione neppure davanti alla minaccia della prigione. Presso le autorità ecclesiastiche, all’inizio vi fu molta incredulità che, tuttavia, venne gradualmente ad attenuarsi, fino al giorno in cui il vescovo di Tarbes, Bertrand-Severe Laurence, dopo 4 anni di profonde indagini, il 18 gennaio 1862, emise un documento in cui si dichiarava che le apparizioni della Immacolata Vergine Maria a Bernadette Soubirous erano realmente avvenute.

    Come è noto Bernadette, dopo le apparizioni trascorse diversi anni in umili lavori presso la scuola-ospizio delle Suore della Carità di Nevers, e all’età di 22 anni si ritirò nel loro convento a Nevers, dove all’età di 35 anni morì (18 aprile 1879).

    Il libro di Messori, basato anche sulle ricerche dell’abate René Laurentin, il maggior studioso di Lourdes, si sofferma soprattutto ad analizzare le varie ipotesi sulle quali si basa l’incredulità di molti studiosi, e a smontarle una per una. Il punto di partenza sono le ipotesi avanzati dalle autorità civili (il commissario di polizia di Lourdes Dominique Jacomet, il procuratore presso il tribunale locale Vital Dutour e il maresciallo della stazione della gendarmeria Adolphe D’Angla).

    In sostanza venivano fatte tre ipotesi: 1. che il tutto fosse istigato da qualcuno (in particolare i genitori di Bernadette, per lucro, 2 oppure il clero per ragioni ovvie); 3 che la vicenda fosse una commedia inscenata da Bernadette per vanità; che la vicenda fosse frutto di allucinazioni isteriche.
    Non è facile riassumere tutte le argomentazioni di Messori per dimostrare la veridicità delle apparizioni e quindi smontare tutti i tentativi di non veridicità.

    Partendo dalle tre ipotesi della cosiddetta “commedia”, lo studioso cattolico sostiene che non è vero che vi sia stata istigazione da parte dei genitori perché tutte le prove testimoniali dimostrano che i genitori, almeno nei primi tempi si opponevano al fatto che Bernadette andasse alla grotta.

    Non è vero neppure che vi sia stata istigazione da parte di preti: anzi, all’inizio i preti giudicavano negativamente il racconto di Bernadette, come dimostra la reazione quasi violenta di don Dominique Peyramale, il curato della parrocchia di Bernadette. Del resto non è una novità che il clero, almeno all’inizio, si dimostra abbastanza diffidente. Pertanto era facile dimostrare che il clero fosse estraneo e abbia giudicato le vicende con molta prudenza prima di accettare la veridicità dei fatti, come fece il vescovo di Tarbes nel 1862. “La Chiesa – scrive Messori – pratica quella cautela che non è altro che una delle forme di una virtù essenziale per il cristiano, una virtù che deve accompagnare tutte le altre; la prudenza”.

    Per quanto riguarda la seconda ipotesi, la vanità di Bernadette, Messori ha facilmente smontato questa ipotesi: tutte le testimonianze sul comportamento, il modo di sentire, di reagire di Bernadette dimostrano come fosse lontana da lei ogni idea di vanità; anzi, ogni tentativo di offrirle dei soldi, di aiutarla finanziariamente, la vedeva respingere le opportunità offerte. Non solo, ma alle insistenti domande, rispondeva sempre con assoluta tranquillità e coerenza, limitandosi a riportare gli inviti fattole da Aqueró. Bernadette non si è mai inorgoglita del grande favore che ha ricevuto. E mai ne ha parlato di sua iniziativa, ma sempre e solo dietro richiesta precisa.

    “Bernadette si considerava un rien – scrive Messori – un niente, come diceva. Era assente, in lei, il pur minimo calcolo umano, del tutto dimentica di se stessa”. Sostanzialmente nella veggente troviamo una grande umiltà. Amava dire che lei è servita alla Santa Vergine come una scopa. “Quando non ha avuto più bisogno di me mi ha rimesso al mio posto, cioè dietro la porta”.

    Per dirla in breve Bernadette era umanamente “insignificante”, come disse padre Sempè, rettore del santuario di Lourdes. La santità di Bernadette era priva di visibilità, povera, appartata e nascosta, la Chiesa stessa impiegò più di cinquantaquattro anni per innalzarla sugli altari.

    Messori ci tiene a precisare che se la Chiesa ha dichiarato santa Bernadette, “non è perché ha visto la Madonna […] E’ santa perché della Madonna ha vissuto l’insegnamento che, poi, null’altro è che quello del Vangelo”. Pertanto, si può sostenere che la migliore prova della verità delle apparizioni è Bernadette stessa…La sua umile appartata e nascosta persona…”Lei stessa è una apparizione”, disse padre Leonard Cros.

    L’ultima ipotesi, cioè quella che le apparizioni siano state solo un’allucinazione, è smontata da tutte le testimonianze di medici e specialisti che hanno avuto occasione di avvicinare Bernadette, nella quale non sono mai riusciti a trovare segni che potessero far percepire alterazioni mentali causa di allucinazioni.

    A questo proposito Messori riporta la testimonianza del dottor Robert de Saint-Cyr, medico del convento di Saint Gildard che smonta totalmente con una lettera tutte le fandonie messe in atto dai colleghi sulle presunte turbe della suora Marie Bernard, così si chiamava in convento Bernadette. Un altro medico citato nel libro è lo scomodo dottor Pierre-Romain Dozous, che aveva definito la veggente, una “stupidina” esibizionista e piccola imbrogliona, ma ha dovuto ricredersi dopo aver assistito ad una apparizione, è stato l’unico medico. Bastò una volta per restare colpito e pensoso. Successivamente per il resto della sua vita diventò un difensore delle apparizioni.

    Ci sarebbe tanto altro di interessante da riferire, tipo la difficile e complicata costruzione della grande area del santuario a Lourdes, le spese enormi da affrontare che la Chiesa locale e il popolo tutto riuscirono alla fine a realizzare il grande sogno.

  • Ilaria Salis e “la banda dei martelli”. Perché è giusto riportarla a casa ma non santificarla…

    Ilaria Salis e “la banda dei martelli”. Perché è giusto riportarla a casa ma non santificarla…

    Un altro tema che rischia di non essere seguito dai miei lettori è quello che riguarda la nostra connazionale Ilaria Salis, insegnante di 39 anni in prigione in Ungheria, accusata di aver aggredito e ferito un simpatizzante “nazista” durante una manifestazione.

    “Nelle sue tasche, lo ricordiamo, è stato rinvenuto un manganello e ciò non depone a suo favore. “Solo per sua difesa”, la giustifica il padre. Salis, spesso comparsa in passato in manifestazioni dei centri sociali contro la destra, fu coinvolta insieme ad altri militanti nell’assalto ad un gazebo della Lega a Monza, il 18 febbraio 2017.

    Quel giorno, le due ragazze nel gazebo furono attaccate con insulti e sputi da un nutrito gruppo di facinorosi, tra cui lei, che per quei fatti andò a processo. Poi assolta”.(Antonella Gramigna, Caso Salis: le catene, la presunzione di innocenza, l’insegnamento, 3.2.24 nicolaporro/atlanticoquotidiano.it)

    Anche in questa situazione mi preme sottolineare il comportamento dei sinistri di casa nostra che minimizzano la presunta aggressione della Salis. Il pestaggio ad opera di attivisti di estrema sinistra? «Massì», si è detto, «solo qualche pugno, che sarà mai, i neonazisti sono stati dimessi dall’ospedale con una prognosi di pochi giorni»…

    “Più passa il tempo e più si ingrossa la pattuglia dei “giustificazionisti”, scrive Alberto Busacca su Libero del 4.2.24. Fa il nome di un certo fumettista Zerocalcare, e poi lo stesso Piero Sansonetti, direttore dell’Unità: «La Salis è accusata di aver tirato un paio di cazzotti a un nazista che inneggiava alle SS e alla Gestapo. Anch’io, se incontro un nazista che inneggia alle SS, gli tiro un pugno sul naso. Se ci riesco anche due». (Alberto Busacca, “a sinistra cresce il partito di chi giustifica le spranghe: “Giusto picchiare i neonazisti”)

    Fare il tifo per i pestaggi non è mai giusto, “Nemmeno se il pestato di turno è un fan di Hitler o di qualche altro dittatore – scrive Busacca – Lo avete visto il video? Un gruppo di persone che si scaraventa sulla vittima prescelta colpendola più volte alla testa. Davvero vi sareste uniti alla bella combriccola? Davvero sareste andati ad abbracciare gli aggressori? Davvero sono tutti fratelli e sorelle vostri? C’è da augurarsi di no. E c’è da augurarsi che di quella brigata non facesse parte neanche la Salis…”.

    Certo è giusto preoccuparsi per un’italiana arrestata in un Paese straniero. Giusto chiedere al governo di non lasciarla sola. Giusto fare di tutto perché le sia garantito un trattamento dignitoso e un processo equo. Nello stesso tempo però ha fatto bene il ministro Salvini a sottolineare se sia opportuno che una maestra così possa insegnare ai nostri figli.
    Di cattivi maestri nelle scuole ce n’erano e ce sono già tanti. Io ricordo quando ero supplente, negli anni ’80, una collega è stata prelevata in classe dai carabinieri, accusata di terrorismo.

    Naturalmente ciascun cittadino è libero di agire e vivere le proprie esperienze e idee politiche in uno stato democratico, “ma è anche vero – scrive Gramigna – che se si ritiene ragion di vita (come appare) intervenire con estrema irruenza in manifestazioni politiche diventa difficile rivestire un’immagine di laicità e assenza di pregiudizi, come una insegnante dovrebbe essere”.

    Inoltre c’è un altro fattore da prendere in considerazione, è che i compagni de sinistra hanno la memoria corta. La storia si ripete, almeno per l’Italia, certe cose le abbiamo già vissute. Oggi si parla di questo gruppo antifascista di sinistra chiamato in tedesco “Hammerbande” (cioè “la banda dei martelli”), che organizza attacchi ben pianificati contro militanti di estrema destra, colpendo a mano armata teste, tibie e ginocchia degli avversari. Vi dice niente? Si domanda l’editoriale di Busacca. Siamo negli anni Settanta. “Non si usavano i martelli, ma le mitiche chiavi inglesi tanto care a certa sinistra. Il coro era questo: «Hazet 36, fascista dove sei?». E giù botte.

    Per dire, Sergio Ramelli, militante del Fronte della gioventù ucciso a Milano nel 1975 da un commando di Avanguardia operaia, è morto proprio così”.

    Il povero Sergio Ramelli è stato colpito ripetutamente alla testa con una chiave inglese, finito in coma in ospedale, è morto dopo un mese.

    La stessa sorte di Ramelli è toccata a un altro militante del Fronte delle Gioventù Paolo Di Nella, ucciso a Roma nel 1983, colpito alla tempia con un oggetto contundente da estremisti di sinistra mai identificati. Anche allora si parlava di antifascismo militante. E anche allora, a sinistra, c’era chi minimizzava.

    Da rilevare che il solo presidente Sandro Pertini, si recò al capezzale di Paolo, per solidarizzare con i parenti del giovane di destra, lui che i fascisti li ha combattuti davvero, aveva capito che certi agguati criminali con l’antifascismo non dovrebbero centrare nulla. Bisognerebbe spiegarlo a quelli che fanno parte della “banda dei martelli”. E anche a quelli che li difendono…

  • Dietro le multe agli automobilisti “indisciplinati” c’è una certa etica giustizialista e giacobina

    Dietro le multe agli automobilisti “indisciplinati” c’è una certa etica giustizialista e giacobina

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – Anni fa avevo fatto due interventi sulle multe agli automobilisti indisciplinati che i vari amministratori Comunali somministrano agli italiani. Premetto che vivo ora da tanti anni in città ed ho deciso di fare a meno dell’automobile. Quindi l’argomento mi tocca fino ad un certo punto. Scrivevo che dietro alla pioggia di multe, oltre al bisogno di fare cassa, ravvisavo una certa mentalità giustizialista, forse meglio scrivere giacobina, di certi amministratori di solito di sinistra.

    Citavo un amministratore che si azzardava a dire che il calo delle multe, non era il risultato che gli automobilisti erano più disciplinati, ma solo perchè “i trasgressori l’hanno fatta franca”.
    Naturalmente l’assessore lamentava un calo del gettito dovuto a contravvenzioni, che nel 2019 è sceso dai 298 milioni dell’anno prima, a “soli” 271 milioni.

    Poi ci sarebbe un’altra dichiarazione, anche se riguarda un altro tema, abbastanza inquietante di un alto membro togato che sosteneva, la dichiarazione fa riferimento a quattro anni fa, di fronte alle ingiuste detenzioni, “ non esistono innocenti ma solo “colpevoli che l’hanno fatta franca” grazie anche ad avvocati bugiardi che tentano, spesso riuscendoci, di allontanare la verità ostacolando il lavoro degli incorruttibili pubblici ministeri».

    Per l’altro intervento, sono stato ispirato da un documentato articolo uscito su La Verità di Carlo Piano, “Denunciati i Comuni che fabbricano multe”, in prima pagina, del 17 giugno 2017.

    Il giornalista de La Verità intervista il presidente dell’Aci, Angelo Sticchi Damiani, che fa una denuncia netta delle amministrazioni comunali che incassano milioni con gli autovelox e con tante altre multe irregolari. Pare che la sicurezza stradale sia l’ultima delle preoccupazioni dei sindaci e che si pensi solo a fare cassa per tappare i buchi creati da altre voci di bilancio. Se i nostri amministratori comunali per pareggiare i loro bilanci, sono costretti a multare e a tassare a più non posso i propri cittadini, non sarebbe meglio chiuderli questi Comuni e andare a tutti a casa?

    La Verità riporta le grosse cifre che hanno pagato gli automobilisti e sono veramente scandalose. In pratica secondo Piano, per i Comuni le multe sono diventate una fabbrica di soldi. Nessun settore economico registra una crescita così enorme. Su 100 multe, 84 sono elevate dalle polizie locali e “vanno a rimpinguare le prosciugate casse dei nostri Comuni”, che per legge dovrebbero reinvestire il 50 per cento in sicurezza stradale, ma non lo fanno mai. Le contravvenzioni per la maggior parte riguardano il divieto di sosta ed eccesso di velocità riscontrato dagli autovelox. Infatti per queste infrazioni non è necessaria la presenza fisica del vigile. Per quanto riguarda l’autovelox, è diventato un vero e proprio tormentone per gli automobilisti. Spesso sono piazzati nascosti e in presenza di limiti di velocità assurdi. Pare che in Europa siamo i primi nell’incremento di sanzioni per eccesso di velocità.

    Può capitare anche che gli autovelox sono segnalati ovunque per disorientare gli automobilisti. Inoltre secondo La Verità, esistono dei limiti di velocità esageratamente ridotti rispetto alle caratteristiche della strada, messi lì apposta per non essere rispettati. So di un Comune nell’interland milanese che ha chiuso una strada per alcune ore della notte e così gli ignari automobilisti, non vedendo il minuscolo cartello, quando l’attraversano si beccano 100 euro a notte.

    E’ chiaro che è giusto e doveroso dissuadere gli automobilisti da comportamenti pericolosi. Nessuno vuole o istiga il far west nella guida automobilistica. Certamente chi sbaglia e mette soprattutto a repentaglio la vita di tutti deve pagare, magari fino al ritiro della patente o con il carcere.
    Recentemente ha affrontato il tema anche atlanticoquotidiano.it (Romana Mercadante di Altamura, Supereroe o vandalo? Perché Fleximan è così popolare, 23.1.24)

    Anche la Mercadante rileva nella Legge, nei funzionari dello Stato, un certo “terrorismo giudiziario”, sul cittadino italiano per sua natura anarchico, quindi bisognoso di essere bacchettato. Perché Flexman (ad oggi sono dodici autovelox abbattuti) è così popolare si domanda la Mercadante. Probabilmente perchè la gente è esausta. Ecco il motivo per cui la giornalista suggerisce di incasellare il fatto, o il fenomeno, più che in un’apologia di reato in quella disobbedienza civile che porta i cittadini a disapplicare o anche a violare le leggi che ritiene ingiuste”.

    In pratica hanno rimosso gli autovelox, che vengono percepiti come sanguisughe fotoelettriche, armi dei comuni che, dichiaratamente, li usano per fare cassa.
    “Ciò su cui ci si dovrebbe interrogare, non è tanto l’inclinazione a delinquere dell’italiano medio o la fascinazione per l’eroe senza volto, per il criminale alla Robin Hood, segare autovelox per non far pagare multe salate ai poveri automobilisti, quanto valutare una certa propensione diffusa a non obbedire del tutto allo Stato guardiano”.

    La Mercadante continua a porre delle domande: “È apologia di reato desiderare di potersi muovere più velocemente da un luogo all’altro senza dover incorrere in sanzioni eccessive e ad oggi ormai spropositate, ridicole, folli, rispetto al potere d’acquisto e allo stipendio di una famiglia media, magari monoreddito?”.

    Ancora, “Sarebbe così socialmente disdicevole mantenere i limiti di velocità di 50 all’ora in città invece di doversi fermare ad uno stop o un attraversamento pedonale ogni cento metri? Ah, già, gli incidenti per eccesso di velocità. Eppure, gli studi dicono che i danni maggiori li fa la guida al telefono…”. A me pare che gli incidenti causati dall’alta velocità sono da attribuire a quei giovani usciti storditi dalle discoteche si schiantano in un muro a 200 all’ora con una automobile di grossa cilindrata.

    Tornando agli autovelox, pare che in Germania sono meno della metà rispetto all’Italia. E il limite di velocità in alcuni tratti non esiste. A questo punto la Mercadante entra nel vivo della questione e si chiede, ma tutti questi limiti del 30 all’ora, non è che sono il frutto delle ideologie green, di certe amministrazioni? Quasi sempre di sinistra (ci puoi scommettere), ecco perché piazzano dappertutto autovelox ovunque.

    “Dobbiamo andare piano per motivi di sicurezza o perché i comuni devono fare cassa? E se invece cominciassimo a ribaltare il concetto, per cui, forse, le amministrazioni locali sono mal gestite e costano troppo?”. Pertanto, tagliamo i costi pubblici “ivi compresa l’installazione di telemetrie varie, magari facenti capo a qualche lobby come è stata quella dei monopattini? (e abbiamo visto che fine hanno fatto, Parigi li ha addirittura vietati, mentre a Roma sfrecciano ancora di notte persino sulle strade extraurbane guidati perlopiù contromano da extracomunitari che il codice della strada non lo hanno mai nemmeno sfogliato)”.

    Nessuno pone l’attenzione sul costo di queste amministrazioni, dobbiamo solo subire, pagare e muti, senza avere in cambio i servizi promessi. Un anno per un passaporto, sei mesi per una carta di identità, cavalcavia fatiscenti, autostrade in concessione che costano ogni anno di più e il cui costo erode persino gli stipendi di chi l’autostrada deve prenderla per forza per poter lavorare. E però devi andare piano, punto. Pagare e muto, suddito.

    Concludo, certamente,“Fleximan non è un eroe, tecnicamente è un vandalo, ma che nome dare a chi ci ha ridotti schiavi di multe e tasse, debiti – pubblici e privati – rendendoci prigionieri di città lumaca?”.

  • Quelle panchine rosse contro la violenza

    Quelle panchine rosse contro la violenza

    Le violenze in questo mondo sono molte e, se proprio ne vogliamo parlare, non c’è che da coglierne “fior da fiore”: si fa violenza a chi, mediante aborto, viene eliminato prima di nascere (in Italia sette milioni, legali, dal 1978), se ne fa con l’ucciderlo quando è già nato per sbaglio o perché non gradito (lo chiamano con un neologismo mezzo latino “aborto post-natale”); se ne fa ai figli quando i genitori si dividono; se ne fa al giovane papà che, abbandonato dalla moglie/compagna, rischia di finire sotto un ponte senza il soccorso dei genitori anziani e talvolta non gli permettono neanche di vedere i figli; c’è anche la violenza contro le donne di cui in questi giorni, giustamente, si fa tanto parlare.

    Per frenarle tutte, anche quelle contro le donne, sono convinto che non bastano le panche rosse nei parchi, né le passatoie e le scarpe rosse nella scalinata del Municipio, né il fiocco, anch’esso rosso, sulle auto della Polizia locale, come c’è scritto su “Rozzano News” di dicembre.

    Sì, possono servire anche quei “segni” se ci aiutano a ricordare il gravissimo problema e a stimolare qualche riflessione sensata o almeno un moto del cuore; ma non bastano, anzi, senza un discorso più ampio e “a monte”, come si suol dire, rischiano di sembrare perfino innocuo folklore.

    Sicuramente, invece, non sono “folklore” le adunate di donne arrabbiate contro il cosiddetto “patriarcato”. Mi spiego. Qualche “manovratore” occulto, in alto – il “Grande Fratello” o il “Padrone del mondo”… – ha inventato per loro quel vocabolo orwelliano e tramite i servi delle televisioni, lo ha dato in pasto a torme di ragazzette poco più che bambine – volto dipinto, anelli al naso – che, ubbidienti, hanno urlato slogans in rima e a comando nelle piazze, mostrando il vecchio simbolo femminista degli indici e pollici a rombo. Ora, se per “patriarcato” costoro intendono – come sembra – la figura del “padre” e la vogliono distruggere, allora per la società futura “senza padri” non ci sarà salvezza perché è destinata a regredire sempre di più nella barbarie e nella violenza che tutti, a parole, vorremmo frenare.

    Mi domando, infatti: come si può bestemmiare il nome del “padre” senza con ciò demolire la Famiglia vera – uomo-padre, donna-madre che possono generare figli – e, quindi, l’intera società? È tragico che una verità così semplice e lampante venga ignorata e calpestata da tanta parte delle nuove generazioni. Ed è ancora più tragico che tale “ignoranza” venga avvalorata da politici qualificati eletti dal popolo sovrano! La cosa, comunque, non deve meravigliare ove si guardi a quanto è stato insegnato da molti “cattivi maestri” ai giovani almeno in questi ultimi 50 anni: il processo degenerativo, infatti, non avviene mai improvvisamente come un fungo dopo una pioggia di fine estate, esso matura in tempi lunghi anche di decenni e perfino di secoli.

    Così, posso dire di essere stato testimone diretto di un segmento importante di tale “processo” fin da quando – protagonista, 1968, nelle università – l’ho potuto studiare man mano che esso procedeva nella corruzione della società; insomma ho avuto la ventura di vedere con qualche anno di anticipo i risultati negativi a cui saremmo andati incontro e lo dicevo ai miei “cinque” amici.

    E, infatti, in quell’ “anno” furono poste le premesse che in seguito, un po’ alla volta e con strategie studiate dei “tre passi avanti e due o uno indietro”, ci avrebbero regalato quel mondo di cui oggi godiamo. Ricordo bene quando si cominciò a parlare di rivoluzione sessuale, di distruzione della morale detta con disprezzo “tradizionale”, di auspicata abolizione di ogni freno agli istinti, quando si separò il sesso dall’amore, si ridusse l’accoppiamento a sola attività meccanica, si diffuse la pornografia e si “democratizzò” la droga nel “basso popolo” dicendo perfino che essa avrebbe aperto la mente e la fantasia; ricordo che già allora un caro e indimenticabile amico, Emanuele Samek Lodovici, studiando bene l’argomento, aveva intuito con lucidità profetica che il nucleo del femminismo radicale era quello che in seguito sarebbe sfociato nella teoria del gender: puoi essere quello che vuoi, o maschio o femmina! E tutto ciò fu chiamato “libertà” e “progresso”.

    I libri di Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Herbert Marcuse, “cattivi maestri”, furono in quel periodo letti da molti nelle università e citati come oracoli indiscutibili.

    Da qui un capovolgimento epocale di tutto quello che – anche se con evidenti umani difetti – aveva, comunque, sostenuto la civiltà cristiana fino ad allora. Le vestali femministe, che, vecchie, compaiono ancora e applaudite nelle televisioni per raccontare le loro prodezze giovanili, invocarono all’epoca tutti i “diritti” possibili in una corsa folle che dura ancora ai nostri giorni; gridavano allora “non più madri, non più figlie, distruggiamo le famiglie!”, uno slogan sciagurato che ritorna ancora nelle femministe a distanza di decenni, infatti “Dio, patria, famiglia, che vita de mer..” c’era scritto in un cartello che una senatrice del Partito Democratico non si vergognava di esibire anni fa a Verona dove si era recata per impedire un convegno di cattolici sulla Famiglia.

    Le ragazze urlatrici di adesso, di cui dicevamo, sono “nipoti” magari inconsapevoli di quelle vestali; le “migliori”, poi, sfuggono loro di mano e si scontrano con la polizia per dare l’assalto alla sede di “Pro Vita e Famiglia”, l’associazione cattolica di volontari che aiutano le donne povere che decidono di non abortire.

    Perché meravigliarsi? In breve, voglio dire che allora si preparò un mondo capovolto e sicuramente più squilibrato rispetto a quello che conoscevamo prima: nel relativismo incipiente, nella distruzione di riferimenti precisi e di principi fermi, quello che in passato era creduto bene fu scambiato per male e viceversa: un disastro.

    Così, il cosiddetto “femminicidio” e le violenze di oggi possono essere alcuni dei prodotti più tragici di questo capovolgimento che qualcuno si ostina ancora a chiamare “progresso”. Forse si vorrebbe che tale disordine che io, raffazzonando tra le cose che ho visto nella vita, cerco di interpretare e descrivere con mezzi artigianali, producesse pace, quiete, assuefazione e magari rassegnazione, atarassia, panacea, insomma felicità; purtroppo non è e – a viste umane – non sarà così; i più deboli, i più fragili, i più soli, i falliti, gli impazziti e presi nel vortice, sbandano, perdono il lume e uccidono perfino o si uccidono…; anche loro, però, sono vittime del disordine morale, civile e fisico preparato da chi ora ha i capelli bianchi e, dagli schermi televisivi, pretende ancora di catechizzarci! Può esserci una via di salvezza?

    L’unica, in teoria, sarebbe l’inversione di marcia, cioè fare il contrario del male che anche dall’alto è stato versato in questi 50 anni! Ma ognuno s’avvede che la mia è solo fantasia di un pover’uomo perché, salvo miracoli di Dio, questo è impossibile in quanto le cose che negli ultimi decenni hanno corrotto la società, imposte anche dalle “leggi” come “conquiste di civiltà”, sono diventate costume radicato; e chi è quel pazzo che oserà discutere le “conquiste”? I politici? Non scherziamo! Molti di loro, post-comunisti di vari colori e gradazioni, sono ancora fermi alla “religione oppio dei popoli”, del vecchio Marx, una sentenza famigerata di condanna che, sebbene aggiornata e riveduta, dopo quasi due secoli resiste ancora nascosta nel cuore di tanti; così, nonostante i sorrisi e i giri di parole edulcorate e di circostanza di cui sono sopraffini maestri, è sempre l’antico odio che ripolla ad ogni occasione.

    Costoro correranno verso sempre nuove “conquiste” e, quindi, è meglio non contare su di loro. Ma neanche sui loro contrari a Destra – adesso detti “conservatori” – si può contare perché per andare controvento dovrebbero avere un coraggio eroico che nessuno, nelle odierne circostanze, onestamente può pretendere! Alla prima mossa del più onesto ministro, il “Padrone del mondo” gli scatenerebbe contro tali orde violente che quelle che abbiamo visto assalire la sede di “Pro Vita e Famiglia” sarebbero solo una pallida immagine. E, infatti, tempo fa, una donna che in un comizio si è permessa di dire ad alta voce “io sono mamma!” è stata lapidata come se avesse proferito una volgare bestemmia. Un segno tragico dei tempi! Scartati i politici, a noi, poveri ma uomini liberi, che non dobbiamo rendere conto a nessuno se non alla nostra coscienza, non resta che una spontanea azione che io chiamo “privata”: parlare apertamente e scrivere a singole persone di buona volontà e cogliere in loro e valorizzarli quei coaguli di bene che esistono e resistono ancora abbondanti nel corpo del vero popolo.

    Le famiglie naturali, cosiddette “tradizionali”, ci sono – grazie a Dio – e operano sicuramente per il bene dei loro figli; su queste bisogna contare, soprattutto sui genitori giovani che hanno bambini e ragazzi nelle scuole statali che rischiano di essere indottrinati da cricche di insegnanti post-sessantottini, nipoti – maschi e femmine – di quelle “vestali” e “cattivi maestri” a cui abbiamo accennato prima: costoro intervengono nella scelta dei programmi cosiddetti “culturali” in cui usano parole apparentemente innocue come “Educazione all’affettività” o “Educazione affettiva” e simili, invitano a parlare a scuola quegli “esperti” che vogliono loro, monopolizzano i consigli di classe e i collegi dei docenti, ostracizzano i pochi professori contrari, nel silenzio della maggioranza degli altri colleghi che, per quieto vivere, più spesso per ignoranza, non sanno e non vogliono intervenire: io ne ho avuto quarantennale esperienza e ne parlo a ragion veduta!

    Ecco perché vorrei che i genitori, in prima persona si informassero e, se del caso, intervenissero con la loro legittima e naturale autorità sulle cose che sono veramente importanti e non su risibili quisquiglie come il più delle volte avviene: i figli li hanno generati loro e non sono “figli della lupa” e della Scuola!”.

  • I tanti perseguitati nel mondo e le troppe guerre dimenticate

    I tanti perseguitati nel mondo e le troppe guerre dimenticate

    Non dimentichiamo i tanti uomini e donne che trascorreranno un Natale di guerra e di persecuzione. Assieme alle guerre di Ucraina e Gaza è combattuto, negli ultimi due anni, un terzo conflitto alle cui vicende si è prestata, però, molta meno attenzione.

    Mi riferisco al Nagorno Karabakhun territorio dove santuari e monasteri risalenti al primo secolo sono il simbolo dell’essenza cristiana della regione. In questi due anni i 130mila abitanti di quell’enclave cristiana sono stati costretti a un drammatico esodo di massa.

    Eppure la loro tragedia è rimasta sorda e inascoltata. In loro difesa non si è levata una sola voce. Questo sciagurato silenzio ci ricorda come il conflitto del Nagorno Karabakh rientri nell’immensa tragedia delle comunità cristiane perseguitate.

    Alessandro Monteduro direttore di Acs «Aiuto alla Chiesa che soffre»– la Fondazione della Santa Sede, deputata alla salvaguardi della libertà religiosa – affronta così, in vista del Natale, il tema della persecuzione dei cristiani. Un tema spesso dimenticato ignorato o sottovalutato, ma le cui cifre non sono meno tragiche di quelle della guerra in Ucraina o a Gaza. Secondo Acs almeno 360 milioni di cristiani nel mondo sperimentano «alti livelli di persecuzione e discriminazione a motivo della loro fede».

    I Paesi dove la libertà religiosa non viene rispettata sono quelli più popolosi del mondo. Dalla Cina all’India, dal Pakistan al Bangladesh per arrivare in Nigeria, Burkina Faso e Pakistan le violazioni della libertà di fede riguardano, direttamente o indirettamente, quasi 5 miliardi di persone. Di fronte a questa immensa persecuzione il mondo occidentale se ne frega delle libertà religiose. Anche, o soprattutto, quando sono in ballo quelle dei nostri fratelli cristiani.

    «Accettare l’idea che si possa morire per non abiurare alla propria fede– spiega Monteduro –è qualcosa che stride con il relativismo politico e ideale dilagante nella nostre società.

    Accettare l’idea che 120mila cristiani della piana di Ninivein Iraq abbiano abbandonato tutto pur di non rinunciare alla propria identità e alla fede in Cristo significa misurarsi con un’idea di libertà religiosa che l’Occidente non comprende più.Anche perché l’ha relegata a un livello inferiore rispetto alle libertà più di moda come le libertà sessuale o la libertà di genere».

    Prendiamo il caso del Burkina Faso, dove il 50% del suo territorio è in mano a micro-califfati e i cristiani sono costretti alla fuga per timore di quest’avanzata jihadista. Se guardiamo le cifre dei flussi migratori provenienti dalle coste del Nord Africa, tra le prime dieci nazionalità dei migranti sbarcati in Italia quest’anno scopriamo che quelli provenienti dal Burkina Faso sono letteralmente decuplicati passando dai circa 300 del 2022 agli 8.410 di quest’anno. Con un paradossale incremento del 2.512%.

    Sarà certamente un Natale amaro per Jimmy Lay, l’imprenditore e attivista pro-democrazia, processato a Hong Kong,accusato di sedizione e collusione con forze straniere, reati che ai sensi della Legge sulla sicurezza nazionale verrebbero puniti con la pena dell’ergastolo. Lai – 76 anni, cattolico, fondatore del giornale indipendente Apple Daily, costretto alla chiusura dalle autorità comuniste nel 2021– è già in carcere da più di mille giorni, dopo la stretta imposta da Pechino che nel 2020 ha portato dietro le sbarre tutti i protagonisti del movimento pro-democrazia e sta già scontando una condanna a cinque anni e nove mesi per “frode”, sulla base di accuse legate ai finanziamenti del giornale.

    Jimmy Lai è apparso magro ma sorridente: ha salutato da lontano la moglie Teresa presente in aula, insieme a tanti amici tra cui il card. Joseph Zen,che a 92 anni e dopo essere stato lui stesso alla sbarra come imputato ha voluto in questo modo esprimere il proprio sostegno al fondatore dell’Apple Daily. Fuori dal tribunale – tra le forze dell’ordine in assetto di massima sicurezza, con persino un furgone anti-bomba come parte della narrazione del “pericolo” rappresentato da Jimmy Lai – è andata in scena la protesta pacifica di Alexandra Wong, 67 anni, attivista pro-democrazia conosciuta come “nonna Wong”. Ha gridato “Sostengo Jimmy Lai perché voglio la verità. Voglio leggere di nuovo l’Apple Daily”, prima di essere portata via dalla polizia.

    Jimmy Lai pur avendo come molti cittadini di Hong Kong un doppio passaporto, gli è stata negata nei mesi scorsi la possibilità di essere difeso dall’avvocato britannico Timothy Owen, un giurista di fama internazionale. Jimmy Lai è accusato di aver cospirato per stampare, pubblicare, vendere o distribuire “pubblicazioni sediziose” tra l’aprile 2019 e il 24 giugno 2021 – quando l’ultima edizione dell’Apple Daily è stata pubblicata in seguito a un raid della polizia e all’arresto anche degli altri dirigenti.

    Intanto a favore di Jimmy Lai ieri è intervenuto il ministro degli Esteri di Londra David Cameron, chiedendone la liberazione in quanto cittadino britannico. “Come giornalista ed editore – ha scritto in una dichiarazione ufficiale – èstato preso di mira in un chiaro tentativo di fermare l’esercizio pacifico dei suoi diritti alla libertà di espressione e di associazione. Chiedo alle autorità di Hong Kong di porre fine all’azione penale e di rilasciare Jimmy Lai”.