Autore: Domenico Bonvegna

  • Luigi Calabresi nel clima acido del ’68: un uomo giusto per il nostro tempo

    Luigi Calabresi nel clima acido del ’68: un uomo giusto per il nostro tempo

    A maggior ragione va quindi riscoperta la luminosa figura di quest’uomo, che san Giovanni Paolo II definì “eroico difensore del bene comune”.

    A cosa può servire raccontare la vita e le opere di un uomo tutto di un pezzo come il commissario Luigi Calabresi, martire negli anni di piombo. Ricordo che quando ero adolescente, in tv e sui giornali del tempo appariva con maglioni dolcevita, le basette lunghe, lo sguardo fiero e mediterraneo. E poi la sua “500”, le spranghe e le catene, i poliziotti, i cortei, gli insulti, il linciaggio a mezzo stampa, l’assassinio. Siamo negli anni del “68”, gli anni dell’ubriacatura ideologica, della lotta politica che degradava nella lotta armata, nelle stragi.

    “Le premesse di una stagione di contestazione e rivolta erano in incubazione e che il 1968 portò alla luce segnando l’inizio di un periodo che porterà negli anni successivi anche alla lotta armata con la creazione di diversi gruppi e movimenti che si muoveranno all’interno della cosiddetta “sinistra extra-parlamentare”. Scrive Enzo Peserico, uno studioso milanese prematuramente scomparso, in “Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, Terrorismo e Rivoluzione”, Sugarcoedizioni (Milano 2008) “La preparazione e l’avvio della lotta al sistema cominciò con l’occupazione di alcune università: in particolare a Trento, presso la facoltà di sociologia nacque quella che sarà la “fucina della rivoluzione” e questo grazie al contributo di studenti di area cattolica, convinti che la sintesi tra cristianesimo e rivoluzione fosse che il Regno di Dio doveva corrispondere al regno dell’uguaglianza teorizzato dal marxismo. Tra questi studenti di formazione cattolica il più importante fu Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse. Questa “meglio gioventù” – o gioventù bruciata – aprì lo scenario del terrorismo di sinistra in Italia ed è in questo modo che cominciarono a muoversi gruppi e sigle nel contesto dello stesso filone marxista-leninista.

    Comunque le BR costituiranno il “nucleo d’acciaio” di rivoluzionari che spenderanno la propria vita per il successo della Rivoluzione in perfetta sintonia con il ‘Che fare?’ di Lenin, «in cui s’ipotizza […] un gruppo di rivoluzionari di professione, che consacrano la loro vita alla rivoluzione e che operano interpretando le istanze del proletariato affinché esso prenda coscienza”.

    In questo clima inacidito si erge la figura di “un uomo che aveva il senso dello Stato, che credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, che aveva la responsabilità di uomo d’ordine”. Luigi Calabresi, con un’espressione antica, demodè, si definiva, “servitore dello Stato”, proprio in questo restò fedele fino alla morte per solo 270mila lire mensili, uno stipendio medio per quei tempi.
    Il commissario Luigi Calabresi era un fervente religioso, aveva scelto di lavorare nella polizia per vocazione, non tanto per lo stipendio, poteva fare benissimo altri lavori magari più remunerativi; nelle difficoltà, spesso ripeteva di essere nelle mani di Dio. In una discussione registrata del 1964, rispondendo a delle domande, aveva detto: “Se volessi intascare e magari spendere medaglie come questa non andrei in polizia, dove si resta poveri.

    Non andrei coltivando ideali buffi di onestà e di purezza. Purtroppo sono fatto in un certo modo, appartengo a un gruppo neanche tanto scarso di giovani che vuole andare controcorrente (…) In questo mondo neopagano, il cristiano continua a dare scandalo, perché il fine che persegue, lo scopo che dà alla sua vita non coincide con quello dei più”.
    Un libro racconta in maniera dettagliata la vicenda Calabresi, “Gli anni spezzati. Il Commissario. Luigi Calabresi”, di Luciano Garibaldi, Edizioni Ares, Albatross Entertainment S.P.A (2013). Peraltro da questo testo è tratta la fiction televisiva “Gli anni spezzati. Il Commissario”, andata in onda su Rai 1 ai primi di gennaio di quest’anno.

    “Luciano Garibaldi – scrive Marcello Veneziani nella prefazione – fu il primo giornalista che riuscì a far parlare in un’intervista su “Gente” la vedova di Luigi Calabresi, Gemma Capra(…)Garibaldi seguì negli anni la vicenda Calabresi con passione civile e rigore di cronista, ne fece una battaglia di principio e di verità storica. Anche grazie a testimonianze come la sua, a Calabresi fu data dal presidente Ciampi, con trentadue anni di ritardo la medaglia d’oro al valor civile. Un riconoscimento postumo, che si insinuava come una piccola parentesi nel fiume di parole, interventi, pressioni per la grazia a Sofri e Bompressi. Nell’immaginario collettivo del Paese, i martiri erano diventati loro, non Calabresi”.

    Veneziani evidenzia il grave episodio degli 800 intellettuali che hanno firmato un manifesto pubblicato da L’Espresso per delegittimare Calabresi. In pratica tutto l’establishment culturale, accademico, editoriale e giornalistico italiano, tra questi Alberto Moravia, Norberto Bobbio, Umberto Eco, Margherita Hack, nel manifesto-lettera, Calabresi veniva definito “commissario torturatore” e “responsabile della morte di Pinelli”. A tutti questi si aggiunse “(…)il Movimento nazionale giornalisti democratici, sorto nei pensatoi controllati dai partiti comunista e socialista, fonte inesauribile di autentica disinformazione e di ricostruzioni arbitrarie dei fatti, basate sulle fantasie più assurde e indimostrabili, vera sorgente alla quale si abbeveravano giornalisti che scrivevano sui quotidiani e sui settimanali più diffusi”.

    Per Garibaldi gli “Ottocento” sono i veri mandanti (im)morali, dell’uccisione del commissario, come vengono definiti in un capitolo del libro. Peraltro “costoro condannarono Calabresi senza disporre di un benché minimo indizio, dopo che la magistratura lo aveva prosciolto in un regolare processo, senza assolutamente chiedersi, prima di firmare, chi veramente fosse l’uomo che accusavano di assassinio, che indicavano – con l’autorevolezza dei loro nomi – al pubblico ludibrio e al linciaggio dei fanatici dell’estrema sinistra”. Poi bisogna anche dire che le istituzioni, come bene evidenzia la fiction televisiva, per certi versi hanno abbandonato al suo destino il povero commissario. Pertanto si può senz’altro sostenere con Garibaldi che “Lo Stato disertò. Gli “ottocento” firmarono. E, sulla base di quelle firme, Lotta Continua uccise”.

    Garibaldi racconta con passione, attento anche ai dettagli e alle sfumature, documentando la vicenda Calabresi. Ma soprattutto mostra con chiarezza la vera figura di Calabresi, la sua vocazione, la sua professionalità, “una fedeltà non a una carta, ma a uno stile, a una patria, a uno Stato. Che li mandava allo sbaraglio e poi si dimenticava di loro; e ciononostante, i cavalieri come Calabresi partivano alla carica”. Il libro inizia con una polemica nei confronti delle istituzioni che non hanno fatto abbastanza per i tanti caduti sotto la violenza politica negli anni di piombo, poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, che non hanno ottenuto giustizia. “sono ricordati con memore gratitudine da tutto il popolo italiano?

    Le loro famiglie hanno ricevuto sostegno che spettava loro? E lo stesso Luigi Calabresi, nonostante la generosità del figlio Mario che, con voce coraggiosa, scrivendo il libro “Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo”, edito da Mondadori nel 2007(…) ha davvero ottenuto giustizia?” Difficile affermarlo – scrive Garibaldi – se si pensa alle scritte ‘Calabresi Assassino’ comparse sui muri di Torino dopo la nomina di Mario Calabresi a direttore de ‘La Stampa’”.

    Probabilmente per alcuni è un passato che non vuole passare. Il commissario Calabresi fu assassinato da un commando di “Lotta Continua”, organizzazione comunista, il 17 maggio 1972 in Via Cherubini, proprio sotto casa a Milano, fu la prima vittima degli “anni di piombo”. Per questi rivoluzionari il commissario, era l’assassino di Giuseppe Pinelli, arrestato e interrogato per la strage della bomba presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969.

    In occasione del trentennale della sua morte, nel corso di una commemorazione, monsignor Francesco Salerno, segretario del Supremo Tribunale della segreteria Apostolica, diede lettura di un messaggio fattogli pervenire dal santo padre Giovanni Paolo II. Nel messaggio Papa Wojtyla definiva Calabresi “generoso servitore dello Stato e fedele testimone del Vangelo”, e ricordandone “la costante dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni”. Il Papa auspicava che il suo esempio potesse diventare “uno stimolo per tutti ad anteporre sempre all’interesse privato la causa del bene comune”. In conclusione Wojtyla assicurava per lui “particolari preghiere e invocando da Dio Padre misericordioso sostegno per la sua famiglia”.

    La vita di Calabresi rappresenta una storia esemplare, tanto che il suo ex confessore e padre spirituale, don Ennio Innocenti insieme all’organizzazione religiosa “Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis”, hanno avanzato la richiesta di un procedimento canonico di verifica dell’eroismo delle virtù del commissario Calabresi in considerazione della sua fede cristiana. Peraltro una proposta che ha trovato consensi ad alti livelli ecclesiastici.

    Garibaldi riporta il giudizio del cardinale Camillo Ruini: “Il suo sacrificio è degno della Chiesa di Roma, nel cui seno egli è stato educato. La fama dell’eroismo cristiano di lui, lungi dall’appannarsi in tutti questi anni, si è estesa e si è consolidata con testimonianze, studi e ripetute argomentazioni di laici, di sacerdoti e di Vescovi”.

    Peraltro, qualche giorno dopo l’assassinio del commissario, padre Virginio Rotondi, il fondatore del movimento “Oasi”, al quale il giovane Calabresi aveva aderito, fa una straordinaria testimonianza: “(…)E’ stato uno dei migliori giovani da me incontrati. Non l’ho mai sentito dire una parola ostile contro qualcuno; e quando sorprendeva me a dirla, mi guardava con aria di rimprovero. Nel vivo della polemica condotta contro di lui da una parte della stampa che lo accusava di aver ucciso l’anarchico Giuseppe Pinelli dopo la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, gli dissi più volte: ‘Ma perché non vai, per esempio, alla redazione di qualche giornale cattolico a farti conoscere personalmente, affinchè qualcuno prenda le tue difese e proclami l’inattendibilità assoluta delle accuse mosse contro di te?. ‘Non ce n’è bisogno’ mi rispose: ‘io sono tranquillo. Sono nelle mani di Dio. Faccio il mio dovere’”

    E quando don Innocenti chiamandolo al telefono, lo invitava ad essere prudente, tra l’altro, il commissario girava sempre disarmato, perché non intendeva rispondere alla violenza con la violenza, soprattutto quando si trattava di difendere la sua persona, gli disse: “Preferisco affidarmi solo a Dio”.

    Tra le tante testimonianze interessanti, c’è quella di Achille Serra, che era allora giovane collaboratore di Calabresi, successivamente diventerà questore di Milano, prefetto di Roma e deputato in Parlamento. Il Serra ha sempre ammesso di aver ricevuto gran parte della sua professionalità dal grande insegnamento di Luigi Calabresi: “Era un uomo colto, allegro, molto religioso, altruista”. Ancora dirà di lui: “(…)Rimasi affascinato dal suo modo di rapportarsi con i suoi uomini e con gli interlocutori. Di lui mi colpirono il carisma particolare, la voce bassa ma risoluta di chi non ha bisogno di urlare per essere ascoltato (…)Con i manifestanti, poi, Calabresi cercava sempre di instaurare un dialogo (…) Cercava di evitare sempre, finché possibile, lo scontro. Mi sembrava un eroe, un modello da prendere come esempio, un uomo di una umanità e di un coraggio come se ne vedono pochi. Concepiva la professione con la consapevolezza di doversi confrontare con persone che, per quanto colpevoli di azioni criminose, avevano comunque sempre una possibilità di riscatto”.

    Soprattutto in questi tempi di decadimento dei valori fondamentali, la figura di Calabresi potrebbe diventare “un punto di riferimento e un modello di comportamento. La sua è stata una parabola di un uomo che ha sacrificato la propria vita per difendere la società civile e il sistema democratico, con coerenza e coraggio”.

    Il libro di Garibaldi nelle Appendice & Documenti oltre alla prima intervista di Gemma Calabresi, pubblica l’articolo uscito su “La Nazione” che ha scritto Enzo Tortora, amico di Calabresi, proprio il giorno dopo uccisione del commissario. “Luigi Calabresi era un ragazzo di incredibile bontà, di un rigore morale, di uno scrupolo e di una umanità che lo allontanavano le mille miglia dal ruolo di ‘sbirro’ che certuni, per vile calcolo o per comoda polemica, gli avevano appiccicato addosso(…) Quando una volta gli chiesi, nel periodo più buio delle accuse, degli attacchi, degli insulti, come faceva a resistere, senza mai un cedimento di nervi, senza uno scatto, a quell’autentico linciaggio morale al quale era sottoposto, mi rispose sorridendo: ‘E’ semplice. Credo appunto in Dio. E credo nella mia buona fede. Non ho mai fatto nulla di cui io possa vergognarmi. E non odio nemmeno i miei nemici. Ho angoscia per loro, non odio. E’ una parola, ‘odio’, che non conosco”.

    Come si può dedurre il commissario è un santo, un eroe, un soldato cristiano, peraltro con queste caratteristiche è stato descritto in un altro testo che negli anni scorsi ho letto e recensito, “Luigi Calabresi. Un profilo per la storia”, di Giordano Brunettin, pubblicato da Scuola d’Arte “Beato Angelico” di Milano Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, Milano – Roma 2008). “Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le ‘assurdità’ cristiane – scrive monsignor Angelo Comastri nella prefazione – non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all’onestà.
    Per questo è stato ucciso; e, dopo l’uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole”. Calabresi conoscendo bene l’esortazione di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”(Lc 9, 23), di fronte alle alluvioni di ingiurie e minacce, confida solo in Dio.
    Qualcuno gli suggerisce il trasferimento in qualche altra città, ma lui risponde, che l’attacco è rivolto allo Stato non a me, quindi, “lo Stato non può fuggire. Non voglio che domani a qualcuno dei miei figli possano dire: tuo padre è fuggito”.
    Mario Càristo, paragona la vicenda Calabresi a quella di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia, “entrambi rigorosi e pacifici testimoni di Cristo in ambienti fortemente ostili e aggressivi, entrambi colpiti alle spalle dall’odio cui essi contrapponevano la civiltà dell’amore”.

    Sia per don Santoro che per Calabresi era difficile stare in quegli ambienti, ma bisognava stare era il Vangelo che l’imponeva.
    Il cardinale Fiorenzo Angelini definisce Calabresi una figura esemplare di servitore dello Stato, di marito e di padre, di credente convinto e credibile, e per chi non lo ha conosciuto, egli è un personaggio che è doveroso scoprire nella sua straordinaria levatura morale e spirituale.
    Il libro di Brunettin, ha un particolare merito per il cardinale, “presentare il Commissario Calabresi quale modello ideale anche per le giovani generazioni, che oggi, travolte da un vortice di informazioni approssimative che si riversano in tempo reale sugli schermi informatici, sono costrette, loro malgrado, ad ignorare il passato, sia pur recente, nel quale possono scoprire le radici di valori autentici degni di essere abbracciati e vissuti fino all’eroismo”. E in una stagione di emergenza educativa come la nostra, mi sembra un invito da prendere in considerazione.

    E un altro cardinale, Andrea Cordero L. di Montezemolo, dopo averlo indicato come esempio eroico del compimento del dovere e come testimone del Vangelo, si augura che il profilo fatto in questo libro, “venga letto da sempre più vaste cerchie di giovani, specie se essi sono a servizio della Legge e dello Stato, a dimostrazione dei perfetti fondamenti dell’educazione civile e delle ragioni indefettibili della speranza cristiana in qualunque situazione storica”. Anche se bisogna obiettare che probabilmente un lavoro del genere meritava essere pubblicato da case editrici più conosciute e presenti nel grande mercato dell’editoria.

    Qualche anno fa monsignor Giovanni D’Ascenzi sollecitava di valutare tutti i documenti e verificare se siamo di fronte ad un credente che ha vissuto la fede e l’amore del prossimo in maniera eroica e quindi si augurava che l’autorità ecclesiastica avviasse un processo canonico, perché sia riconosciuta l’eroicità delle virtù del commissario di Polizia Luigi Calabresi.
    Il professore Giuseppe Maria ha scritto che Calabresi ha “vissuto la vita nella imitazione di Cristo (…)il mondo, anche oggi, ha bisogno più di santi che di eroi. E Calabresi, uomo del nostro tempo, ha vissuto come sacrificio la sua vita, che è appunto l’eroismo della santità”.
    Pertanto mi sembra doveroso ripensare la straordinaria figura del commissario Calabresi, per riflettere sulla sua vita professionale, l’apostolato, la sua spiritualità ignaziana, la vita matrimoniale, come ha affrontato le insidie del mondo.

  • Il Mediovero l’unica epoca che qualcuno definisce ‘buia’ che ci ha lasciato Cattedrali

    Il Mediovero l’unica epoca che qualcuno definisce ‘buia’ che ci ha lasciato Cattedrali

    “Luce del Medioevo”, di Regine Pernoud, è uno dei primi libri non scolastici che ho letto. Convinto che non eravate “in pensiero” per la mia presentazione, ho pensato di rileggerlo e presentarlo ai miei quattro lettori interessati.

    Sono tentativi di “rileggere” la Storia, in questo caso del Medioevo, epoca che ha spesso subito troppe deformazioni a cominciare dalle nostre scuole e università. Da troppo tempo in testi, anche autorevoli (?) “copia incolla” si ripete la solita “leggenda nera”, sul tema. Una leggenda, totalmente ideologica. A proposito di certi studiosi sul Medioevo, (tipo Le Goff, o Duby)la Pernoud sostiene che “preferiscono scrivere i loro libri sulla base di altri libri, piuttosto che verificare le fonti”.

    Il testo di Pernoud, è la migliore sintesi sui dieci secoli che dalla pseudo storiografia illuminista sono stati chiamati per disprezzo “Medioevo”. La storica francese per oltre quarant’anni ha studiato direttamente le fonti, i documenti per comprendere quei secoli tanto discussi, tanto che è stata chiamata “la signora Medioevo”.

    Io avevo letto l’edizione pubblicata da Giovanni Volpe nel 1978. Ora ho letto l’edizione di Piero Gribaudi anno 2000, curata da Marco Respinti. Presentata da monsignor Luigi Negri, con contributi finali di Massimo Introvigne, Marco Respinti e Marco Tangheroni.

    Merita un gesto di gratitudine, una grande maestra che ci ha rivelato il vero volto e il fascino della grande civiltà medievale. “Regine Pernoud, – scrive monsignor Negri – ha navigato contro corrente ed ha opposto al pregiudizio secolare sul Medioevo (è il titolo di uno dei suoi volumi più importanti) le linee di una riscoperta rigorosamente scientifica, appassionatamente critica, fino all’entusiasmo, della nostra comune eredità medievale”.

    La studiosa francese ci guida “passo dopo passo a prendere coscienza di tutti i tasselli che compongono il grande mosaico reale del Medioevo cristiano: dalle personalità dei santi, dei guerrieri, delle donne, all’ambito della vita famigliare, al coniugarsi delle varie forme di esperienza ecclesiale, all’irresistibile energia della grande cultura e della grande arte, in cui la civiltà medievale ha racchiuso il suo messaggio per gli uomini di tutti i tempi, quindi anche di questo tempo”.

    La Luce del Medioevo è la fede che lentamente ha impregnato tutte le cose, fino a creare la civiltà cristiana medievale che ha richiesto un lungo cammino. Attenzione, monsignor Negri precisa che il Medioevo non è la forma definitiva della fede e dell’impegno cristiano alla missione e quindi alla civilizzazione e certamente non è “la creazione sulla terra definitiva del Regno di Dio che deve venire”. E’ sicuramente una testimonianza, nella varietà delle forme, un tentativo che i popoli europei di allora hanno ogni giorno fatto per costruire una vera società cristiana.

    Il testo della Pernoud è composto di 13 capitoli, con un dizionarietto finale del Medioevo convenzionale. Con tre appendici alla nuova edizione.
    Torniamo al testo che mette in discussione intanto il termine appiccicato a mille anni di Storia. Non è possibile definire così tanti secoli come un semplice passaggio tra l’Antichità e il Rinascimento. Come un qualcosa di cui sbarazzarci al più presto e passare subito alla civiltà susseguente. Naturalmente seguendo le pagine dell’opera questa tesi dell’età di mezzo viene egregiamente confutata dalla studiosa francese. Basterebbe accennare alla completa scomparsa della schiavitù in questi secoli, ( il servo non era considerato come lo schiavo dell’antichità).

    Il primo argomento affrontato dal libro è “L’organizzazione sociale”. Per troppo tempo si è classificata la società medievale con la classica e rigida, fittizia e superficiale divisione in tre ordini: clero, nobiltà e terzo stato. “Nulla di più lontano dalla realtà storica”.

    E’ una suddivisione che può essere attribuita all’Ancien Regime, al XVII e XVIII secolo. Se vogliamo affrontare il tema dei privilegi, secondo Pernoud, nel Medioevo si ebbero privilegi sia alla sommità che alla base della scala sociale. “Considerare solamente i privilegi della nobiltà e del clero significa farsi un’idea completamente falsa dell’ordinamento sociale”. Per capire la società medievale occorre studiare l’organizzazione della famiglia, è questa la “chiave” del Medioevo. Tutti i rapporti si rifanno al modello familiare, quello che contava non era l’ammontare della popolazione, ma dei “focolari”.
    Il secondo argomento affrontato dalla Pernoud è “Il vincolo feudale”.

    Il Medioevo “è una società che vive secondo un modello sociale completamente diverso dal nostro, di cui la nozione di lavoro salariato, e in parte addirittura quella di denaro, sono assenti o del tutto secondari”. La base dei rapporti umani è la fedeltà da una parte e la protezione dall’altra. L’autorità non era concentrata in un solo punto (organismo o individuo) veniva ripartita sull’insieme del territorio.

    E qui la Pernoud si attarda sul rapporto tra il re e il feudatario, il giuramento sui Vangeli, l’atto sacrale, l’onore. Rinnegare un giuramento, secondo la mentalità medievale è la peggiore mancanza. In questo rapporto, nel cerimoniale, il rito trionfa. Nel Medioevo, la persona era valorizzata. Si valorizzava esclusivamente gli accordi da uomo a uomo. Certo “concepire una società basata sulla fedeltà reciproca era certamente audace: come ci si può immaginare, ci furono degli abusi, dei tradimenti; le lotte dei re contro i vassalli recalcitranti ne fanno prova”. Tuttavia, “per più di cinque secoli la fede e l’onore rimasero la base essenziale, la ossatura dei rapporti sociali”.

    In questo periodo centrale diventa il feudo e la sua difesa, in particolare dei suoi abitanti. Essere nobili comporta onori ma anche obblighi. A proposito dei nobili Regine Pernoud fa una riflessione interessante: il grave errore di strappare i nobili dalle loro terre, li ha portati ad abbracciare le idee illuministe, l’irreligiosità di Voltaire degli enciclopedisti che portarono Luigi XVI al patibolo.
    Il terzo capitolo (La vita rurale) in questa sezione si esamina la questione della servitù, differente dalla schiavitù, del possesso della terra, i cosiddetti uomini liberi del Medioevo. Anche qui attenzione a non guardare l’epoca storica con gli occhi del nostro tempo. Gli uomini liberi delle città, ma anche molti contadini sono liberi, chiamati villani, colui che abita un podere, una villa.

    La questione servi, è stata spesso fraintesa, spesso il servo viene confuso con lo schiavo dell’antichità. Della schiavitù, fondamento della società antica, non si trova nessuna traccia nella società medievale. “La condizione del servo è completamente diversa da quella dell’antico schiavo: lo schiavo è un oggetto, non una persona; è sotto la potestà assoluta del padrone che ha su di lui diritto di vita e di morte; gli è preclusa ogni attività personale, non ha famiglia, né sposa, né beni”.

    Al contrario secondo Pernoud, il servo, “è una persona e non un oggetto, e come tale lo si tratta. Ha una famiglia, un’abitazione, un campo e quando gli ha pagato ciò che gli deve, non ha più obblighi verso il suo signore”. Insiste la Pernoud nel descrivere la situazione del cosiddetto servo, “egli non è affatto sottomesso a un padrone, è vincolato a un feudo: il che non è una servitù personale, ma una servitù reale. L’unica restrizione alla sua libertà è che non può lasciare la terra che coltiva”.

    Comunque sia da questa situazione secondo la studiosa francese, può essere intesa, una limitazione, però che ha dei vantaggi: “se non puoi la sciare il fondo che hai in godimento, questo non gli può nemmeno essere tolto”. Pertanto, secondo gli storici dell’epoca, i servi, “hanno il privilegio di non poter essere rimossi dalla loro terra”.

    Aggiunge la Pernoud, oggi di fronte alla disoccupazione diffusa potrebbe rappresentare, una specie di garanzia contro la disoccupazione.
    Il vincolo con la terra secondo la Pernoud, rivela molto della mentalità medievale, anche il nobile per certi versi “ha gli stessi obblighi del servo poiché anche lui non può in nessun caso alienare il suo possesso o in qualche modo disfarsene: agli estremi della gerarchia si ritrova la stessa esigenza di stabilità […]”.

    La Pernoud insiste nella sua tesi: il contadino francese, “tenuto per secoli sullo stesso fondo, senza responsabilità civili, senza obblighi militari, è diventato il vero padrone della terra […]”. la leggenda del contadino miserabile, incolto, disprezzato, come viene descritto nei manuali scolastici, non viene accettata dalla studiosa francese. Certo il contadino nel Medioevo ha sofferto quanto l’uomo in tutta la storia dell’umanità. Ha subito le conseguenze delle guerre, la carestie, la peste etc. Tuttavia la figura del contadino è presente, prevale in tutto il Medioevo. Il lavoro nei campi è il tema più comune, il contadino appare nella sua autentica vita.

    Segue il tema della Vita urbana. L’uomo medievale nell’XI secolo si sposta dal feudo alla città. E questo accade quando i mestieri e il commercio prendono piede. “L’evoluzione di una città nel Medioevo è uno degli spettacoli più affascinanti della storia […]”. Città mediterranee, come Marsiglia, Arles, Avignone o Montpellier, rivaleggiano in audacia con le grandi città italiane. A poco a poco acquistano le libertà necessarie per il loro sviluppo. Ogni città aveva le loro usanze, i loro costumi, c’era tanta varietà, che dava al Paese un aspetto gradevole e molto seducente.

    Il commercio si sviluppa perchè sono state indette le Crociate. Così si acquista nuovo vigore i rapporti con l’Oriente. Per la scrittrice francese inizia una epopea, fatta di commerci, di fondachi, piccole città, con la loro cappella, bagni pubblici, magazzini, fino ai castelli. Non posso dilungarmi nella descrizione, ma c’è un episodio interessante raccontato dalla Pernoud, che non conoscevo. San Luigi, il re “aveva intravisto una possibilità di alleanza con i Mongoli, che, se fosse stata realizzata, avrebbe forse cambiato completamente il destino del mondo orientale e occidentale”. Poi la sua morte improvvisa, la ristrettezza di vedute dei suoi discendenti, alla fine tutto è svanito. Intanto precisa Pernoud, “solo i Mongoli potevano opporre una barriera efficace all’Islam; essi cercarono l’alleanza con i Franchi e protessero i cristiani nel loro impero”.

    La Monarchia nella società medievale appare come un organismo completo paragonabile a quello umano: con una testa, un cuore e delle membra. I tre ordini, nobiltà, clero e terzo stato, più che disuguaglianze rappresentano, un sistema di ripartizione delle forze, di divisione del lavoro. Tuttavia, chiarisce la Pernoud, nel Medioevo non c’era posto per un regime autoritario o per una monarchia assoluta. Le caratteristiche della monarchia medievale sono interessanti perché ognuna di esse offre la soluzione di un particolare problema.

    Nel capitolo sui Rapporti Internazionali, si descrive l’organizzazione dell’Europa, che non è né impero, né una federazione: è la Cristianità. E qui naturalmente c’è il ruolo della Chiesa e del Papato, fattori essenziali per l’unità europea. Sempre con la distinzione e non separazione dei due poteri temporale e spirituale. “Siamo abituati a considerare l’autorità spirituale e l’autorità temporale due potenze nettamente distinte […]”.

    L’ingerenza della Chiesa nelle cose temporali è stata giudicata negativamente, ma spesso sono stati gli stessi principi e popoli a volerla, perché credenti, e quindi vogliono confermare la loro autorità e i loro diritti dalla Chiesa un potere super partes. Tuttavia, è innegabile che vi siano stati degli abusi, da parte della Santa Sede, ma anche del potere temporale. Comunque grazie alla Cristianità, l’Europa non si è trasformata in un campo di battaglia.

    A questo proposito la Pernoud approfondisce la questione della guerra, con le frequenti Pace di Dio e Tregue per le tante feste religiose, e poi la guerra era riservata solo a chi era preparato a battersi. Molti erano esentati dal partecipare alle guerre. Molto spazio è dedicato alla cavalleria e al cavaliere, il prototipo del combattente e dell’uomo medievale, ubbidiente alla Chiesa, rispettoso delle sue leggi, devoto a San Michele e a San Giorgio.

    La storia della Chiesa è intimamente legata a quella del Medioevo in generale. Non si può capire l’epoca se non si possiede qualche conoscenza della Chiesa. Carlo Magno ha capito subito dell’importanza e dell’organizzazione della Chiesa. Certo i rapporti tra i due poteri non erano privi di rischi come abbiamo visto poi con le lotte per le investiture. L’unico rimprovero, secondo la studiosa francese che si può fare al clero medievale è di non aver saputo dominare la propria ricchezza. Ma ecco subentrare i monaci benedettini e poi i francescani e domenicani che lavorato contro gli abusi presenti all’interno della Chiesa.

    L’insegnamento nel Medioevo si è sviluppato intorno alla parrocchia o al monastero. Ogni chiesa ha vicino una scuola. Talvolta queste scuole sono private, nate dall’associazione degli abitanti di un villaggio, che mantengono un maestro per istruire i fanciulli. L’insegnamento è gratuito per i poveri e a pagamento per i ricchi. Molte sono le figure importanti nate in famiglie povere. Le università sono creazioni ecclesiastiche, create dal Papato, hanno un carattere completamente ecclesiastico: i professori appartengono tutti alla Chiesa, due nomi per tutti: san Bonaventura e San Tommaso d’Aquino. L’università un mondo variegato, con una lingua comune, il latino, l’unica parlata all’università. Le università sono state il grande orgoglio del Medioevo, ma anche il sapere ha un posto rilevante: “muore giustamente senza onore chi non ama i libri”, recitava un proverbio.

    C’era un appetito di sapere, scrive Pernoud. Continuando la presentazione, salto le pagine delle Lettere, a questo punto devo fare delle scelte. Passo alle Arti, un tema centrale per l’epoca medievale, che apprezzo più di altri. “Il Medioevo ignora l’arte per l’arte”, già questo potrebbe innescare una serie di discussioni. In questa epoca si è ancorati all’utilità, che determina tutte le creazioni. Ma questo no va a discapito della bellezza dell’opera. Ogni costruzione a cominciare dalle chiese e poi i castelli, subiscono modifiche per rendere più utile la costruzione. L’espressione più completa dell’arte medievale in Francia, si trova nella sua architettura, nelle sue cattedrali, dove il Medioevo ha espresso tutta la sua anima.

    Naturalmente la nostra studiosa dedica molto spazio alla cattedrale in stile gotico, una specie di miracolo, dove c’è una varietà spettacolare, infatti, sembrerebbe una costruzione disordinata, senza regole precostituite. Per alcuni storici, il Medioevo amava il buio, falso: nelle cattedrali medievali l’architetto si preoccupava di avere santuari luminosi, immense vetrate che dovevano far passare il sole e illuminare sempre meglio lo splendore delle celebrazioni religiose.

    Il mondo medievale era colorato, basta vedere le vetrate delle cattedrali di Chartres, di Saint-Denis. Nulla è lasciato al caso: la bellezza deve coniugarsi con l’utilità. Ogni dettaglio aveva la sua importanza, ogni statua, tutte hanno un significato e costituiscono un simbolo, un segno. Il simbolismo delle cattedrali va studiato, approfondito.

    La Pernoud insiste sull’aspetto del colore, colpisce nel costume del Medioevo. “Lo spettacolo della strada doveva essere allora un incanto per gli occhi: ornamento di facciate dipinte e insegne rutilanti, il movimento di questi personaggi tutti vestiti di colori vivaci, uomini e donne, […]

    Nel mondo moderno non si può in alcun modo immaginare simile festa di colore, se non in quelle sfilate, che non molto tempo fa conosceva l’Inghilterra, in occasione del matrimonio di un principe o dell’incoronazione di un re e in certe cerimonie ecclesiastiche come quelle che si svolgono in Vaticano”. Il 3 settembre scorso ho visto per la prima volta il “Palio di Asti”, una manifestazione dove essenzialmente si rievocano alcuni passaggi della vita medievale della città e mentre assistevo alla sfilata dei circa milleduecento figuranti in costume medievale, con tutti quei colori che accenna la Pernoud, pensavo chissà se tutta questa gente cosa pensa del Medioevo, o se ha qualche conoscenza di quell’epoca in modo corretto come l’ha descritta la grande studiosa Regine Pernoud.

    Chiusa parentesi. Salto il tema delle Scienze e passo alla vita quotidiana.
    La studiosa si sofferma sulla costruzione e disposizione delle strade nei villaggi, nelle città. Le case si aprono sulla strada; è il segno di una vera rivoluzione nei costumi. La strada diventa un elemento della vita quotidiana – come era in passato l’agorà – o il gineceo. Tutti i bottegai espongono la loro mercanzia all’aria aperta. Lo studio di Regine Pernoud, prende in considerazione tutti gli aspetti delle città medievali (le fogne, le latrine, le sale da bagno, la cura della salute pubblica, le campane delle chiesa, le case). Il Medioevo è stato un’epoca di igiene e pulizia. L’Abbazia romanica di Cluny, che risale all’XI secolo, aveva non meno di dodici sale da bagno.

    E poi l’arte culinaria, le tradizioni della gastronomia, certamente l’uomo medievale non era un perpetuo “morto di fame” come è stato rappresentato spesso nei manuali scolastici.
    L’ultimo intervento è su “La mentalità del Medioevo”. I nostri antenati pare che hanno avuto come caratteristica il senso dell’utilità, il senso pratico in tutti i campi. Anche la bellezza deve essere collegata all’utilità. C’è orrore per l’astrazione, per l’ideologia. Due preoccupazioni coinvolgono gli uomini: la casa e il pellegrinaggio.

    I medievali nonostante il loro legame con il territorio, furono sempre in continuo movimento. Abbiamo assistito a grandi spostamenti di folle, ad una circolazione intensa, che non si è vista in altre epoche storiche. Basti pensare alle Crociate, ai pellegrinaggi verso Roma, San Giacomo di Compostella. Una febbre del viaggiare, che fa del mondo medievale un mondo in marcia. Pernoud sottolinea a questo proposito come il giovane all’età di quattordici o quindici anni, si allontana dalla propria famiglia per fondarne una sua. Nel Medioevo ovunque brilla, la gioia di esistere, un’epoca in cui seppe apprezzare le cose semplici, sane e gioiose: il pane, il vico e l’allegria.

  • L’angolo del Bonvegna: un libro sul coraggio di Israele

    L’angolo del Bonvegna: un libro sul coraggio di Israele

    La rivista di geopolitica atlanticoquotidiano.it ha consigliato ai suoi lettori di leggere quattro libri per capire e conoscere il popolo di Israele. “Letture utili per andare oltre la saggistica di estrema sinistra terzomondista e mettere da parte tutti i peggiori luoghi comuni su Israele”. (Nathan Greppi, Quattro libri per capire (davvero) Israele e il suo popolo, 29.11.23, atlanticoquotidiano.it)

    Io suggerirei anche il libro di Giulio Meotti, “Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele”. Pubblicato da Lindau nel 2009. A costo di passare come uno di parte, insisto con i miei lettori ad affrontare il tema “Israele” e quello del terrorismo islamista che vede coinvolto una parte del popolo palestinese.

    Come per ogni altro evento al centro dell’attenzione mediatica, anche il conflitto israelo-palestinese, fa impennare nelle vendite i libri delle librerie che si occupano dell’argomento. Soltanto che secondo Atlantico è più facile vedere in vetrina quelli di autori vicini all’estrema sinistra terzomondista, come il guru dell’antiamericanismo Noam Chomsky o lo storico comunista Ilan Pappé (quest’ultimo, negli anni ’90, si candidò per un seggio nella Knesset, il Parlamento israeliano, con il partito comunista Hadash, senza essere eletto). E anche se si guardano le ultime classifiche di vendita su IBS, la situazione non è affatto confortante”.Pertanto, è doveroso presentare senza paraocchi ideologici testi come quelli di Meotti, giornalista de Il Foglio, studioso attento del conflitti Mediorientali e di terrorismo islamista.

    La prefazione al libro viene fatta da Roger Scruton, che parla degli ebrei, non tanto come razza o tribù, ma come “famiglia metafisica”, che non hanno mai dimenticato la propria cultura e la città sacra dei loro sogni, Gerusalemme. Per Scruton, “nessun altro popolo nella storia ha fatto esperienza di una simile ingiusta sofferenza o impiegato così tanta energia per ricordare e piangere i propri morti”. In questo libro Giulio Meotti racconta dettagliatamente la storia di Israele, “ricordandoci i crimini dei terroristi di cui il popolo israeliano è stato vittima, il crescente antisemitismo in Medio Oriente e la riluttanza di molti politici e pensatori occidentali a riconoscere la malvagità degli stati islamici verso il loro vicino”. Meotti ci invita, con questo testo, “a sbarazzarci della nostra doppiezza e a riconoscere il diritto di Israele a esistere e del suo popolo a difendersi”.

    Inoltre, per Scruton, con questo testo Meotti cerca di farci comprendere che “Israele non è la causa ma l’obiettivo dell’attuale belligeranza e non può esserci soluzione in Medio Oriente che non incolpi coloro che vivono di odio e che non hanno altro da offrire che la distruzione”. Infine si augura che il testo possa risvegliare gli europei “sui loro doveri verso gli ebrei, la cui veglia lungo i secoli è stata un esempio per tutti noi”.

    Di seguito il testo pubblica una “Lettera all’Autore” di Robert Redeker, giornalista che da tempo vive sotto scorta perché minacciato di morte dai fanatici islamisti. “Hai scritto un libro sul coraggio del popolo israeliano”. Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001a New York, per Redeker, sono aumentate le occasioni per assistere alla risurrezione della giudeofobia di sinistra. Di un fantasma, politicamente localizzato a sinistra, “di un complotto mondiale giudaico-americano simmetrico a quello, oggi estinto, del giudeo-bolscevismo, di moda verso l’estrema destra fin tanto che l’URSS fu in piedi”.

    Per Redeker l’antisemitismo è un virus che resiste nella storia, ecco che registriamo perfino alla profanazione dei cimiteri ebrei, con l’”obiettivo di gettare gli ebrei nella non-morte, di tentare di escludere gli ebrei dalla compagine umana escludendoli dalla morte […]”. L’ebreo, secondo gli antisemiti, non deve avere il diritto ad essere vivo, ma nemmeno quello di essere morto. Bisogna escluderlo dall’umanità, per relegarlo nell’animalità.

    Redeker sottolinea “che solo il fatto di pronunciare il nome di Israele fa perdere la ragione a molte persone”. Redeker insiste, Israele deve essere condannato nella perpetua clandestinità, “deve essere proibito pronunciare il nome dello Stato di Israele con accenti di simpatia, pena una tempesta di riprovazione”. Per molti a sinistra, Israele è divenuto un nuovo nome del Male assoluto. Addirittura per Redeker sembra che per la sinistra, Israele è diventato un “comodo sostituto laico di Satana, che si oppone alla figura angelica del palestinese o del giovane delle periferie cittadine”.

    Secondo Meotti anche il terrorismo islamico per certi versi si comporta come i nazisti che oltre ad annientare fisicamente gli ebrei, intendevano sterminarli cancellandoli dalla Storia umana. “La minaccia di un nuovo sterminio degli ebrei è oggi un fatto e una promessa, ma in Occidente i custodi della memoria usano distinguere fra l’antisemitismo, condannato con animo pietistico fino a rendere digeribile l’Olocausto, e il veleno antisionista, l’odio per Israele, accettato e propagato a piene mani”.

    Paradossalmente Israele, per Meotti, “può essere minacciato esistenzialmente perchè non esiste nelle carte geografiche su cui studiano generazioni di arabi e di iraniani, può essere messo in stato di assedio perchè la sua storia è negata in Europa”.Meotti ricorda che studiosi che hanno monitorato la propaganda antisemita palestinese, sostengono che “i capi della propaganda di Hamas e della TV dell’ANP, con i loro sermoni in televisione, vignette, cartoni animati, libri e manuali scolastici, hanno realizzato un’opera di incitamento alla morte simile a quella die giornalisti hutu che fomentarono il genocidio tutsi in Ruanda”.

    E’ notorio che il movimento islamico descrive gli ebrei come “figli di scimmie e maiali” da sterminare esattamente come i suprematisti hutu parlavano dei tutsi come “serpenti” da schiacciare. E’ stranotorio che Hamas e Hezbollah, due delle organizzazioni terroristiche che perseguono la distruzione di Israele, chiamano gli ebrei ‘maiali’, ‘cancro’, ‘immondizia’, ‘germi’, ‘parassiti’, etc.

    “Negli ultimi quindici anni in Israele – scrive Meotti – sono stati colpiti i centri nevralgici dove lo Stato degli ebrei esiste e si ripete nella sua routine. Mariti e moglie uccisi sotto gli occhi dei figli, fratelli e sorelle, così come nonni e nipoti, assassinati insieme e bambini ammazzati fra le braccia delle madri”. Attenzione Israele è il primo Paese ad aver sperimentato il terrorismo suicida di massa. Una famiglia su trecento è stata toccata dagli attentati. Oltre 23.000 azioni terroristiche, più di 500 attentati suicidi sventati e oltre 150 portati a termine.

    In pratica in Israele hanno sperimentato prima di Ground Zero, il terrorismo suicida di massa. “Schiere di giovani, donne, vecchie e bambini carbonizzati negli autobus, caffetterie e pizzerie distrutte dalle bombe umane, centri commerciali trasformati in mattatoi, pellegrini ebrei presi a fucilate, madri e figlie uccise davanti a una gelateria, intere famiglie sterminate nei propri letti, neonati giustiziati con un colpo alla nuca, ragazzi torturati e il cui sangue è servito a colorare le pareti di una grotta, mercati di frutta spazzati via, discoteche sventrate assieme a decine di studentesse e seminaristi assassinati durante lo studio.

    In totale, oltre 1723 morti e 10.000 feriti. Fra le donne si registra la percentuale più alta: 378 vittime”. Naturalmente ora bisogna aggiungere la carneficina del 7 ottobre scorso. In un bollettino di Ezzedin Al Qassam, l’ala militare di Hamas, si legge: “Busseremo alle porte del Paradiso con i teschi degli ebrei”. Accanto a questa frase hanno messo un’ascia che distrugge una parola “Al-Yahud”, ebrei.
    I terroristi hanno scelto e continuano a scegliere gli obiettivi in Israele con grande cura, per provocare la massima distruzione possibile. In particolare preferiscono ammazzare bambini ebrei. Si tratta di una guerra in cui i terroristi non hanno mai distinto tra vittime ‘civili’ e ‘militari’. Infatti per loro i civili sono trattati alla stessa stregua dei militari.

    Meotti giustifica la pubblicazione del suo libro come un doveroso atto di testimonianza ai tanti morti d’Israele. “E’ stato scritto senza alcun pregiudizio contro i palestinesi, è un racconto mosso dall’amore per un grande popolo e la sua meravigliosa e tragica avventura nel cuore del Medio Oriente e lungo tutto il XX secolo”. Polemicamente scrive Meotti, “ogni progetto di sterminio di una intera classe di esseri umani, da Srebenica al Ruanda, ha avuto la sua migliore narrativa.

    A Israele non sembra concesso, dalla storia si è sempre dovuto lavare via in fretta il sangue degli ebrei. Gli ebrei uccisi perché ebrei e le cui storie sono state ingoiate nella disgustosa e amorale equivalenza fra israeliani e palestinesi, che non spiega nulla di quel conflitto e anzi lo ottunde fino ad annullarlo”.

    Questo stillicidio di morti è cominciato nel 1972 alle Olimpiadi di Monaco, quando undici atleti della delegazione israeliana vennero trucidati da un commando di guerriglieri dell’organizzazione palestinese ”Settembre Nero”. “Da allora ogni cittadino di Israele sa che può morire in qualsiasi istante”.

    In questo libro di 352 pagine racconta le storie dei “caduti in battaglia” di questa guerra condotta a fari spenti, (non così oggi) che spesso passa come e soltanto la “questione palestinese”. Sono storie ampiamente occultate, “come se neanche fossero vere”.

    Leggere queste pagine, che raccontano ognuna una storia, una morte, tanti morti e feriti, secondo Meotti può rappresentare un atto di resistenza alla barbarie. E’ un lavoro certosino, documentato, il giornalista ha intervistato, ha consultato diversi fonti, ha riportato nel libro una marea di nomi, con relative fotografie. Israele con queste storie insegna al mondo l’amore per la vita, sono storie non solo di eroi, ma anche di martiri, solo il 25% erano militari, la maggioranza erano e sono civili, generalmente sono persone che prendono l’autobus anziché la macchina, vivono nei quartieri più poveri.

  • Io sto con Israele che ha il diritto di difendersi. Di Domenico Bonvegna

    Io sto con Israele che ha il diritto di difendersi. Di Domenico Bonvegna

    Leggevo questa mattina le ultime notizie da Gerusalemme, nonostante la tregua in corso tra esercito israeliano ed Hamas per lo scambio degli ostaggi, si registra l’ennesimo attentato terroristico da parte di due palestinesi contro civili israeliani, al momento tre morti e otto feriti gravi.

    E’ uno stillicidio di morti e feriti che dura da 70 anni, come ha dimostrato in un libro ben documentato Giulio Meotti. (“Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele”, Lindau, 2009)
    “Dal 7 ottobre alla scorsa settimana sullo Stato ebraico sono caduti circa 9mila missili, tra Holon, Tel Aviv, Rishon Lezion, Ashdod, Ashkelon, Petah Tikvah, nonostante l’occupazione del quadrante nord della Striscia”.

    È appunto questo scenario a preoccupare perché, se le tregue e la pace dovessero lasciare sul campo una specie di semilavorato inconcludente, si sarebbe esattamente al punto di prima, anzi: sarebbe peggio, vista l’esacerbazione delle rispettive posizioni, la rabbia montante delle popolazioni islamiche, ma anche il timore israeliano di non aver affatto eliminato la possibilità di subire nuovi attacchi. Una non-bonifica dal terrorismo non può consentire una pax duratura, nemmeno con la creazione (difficile, ma non impossibile) di un doppio Stato”. (Albert Bozo, TREGUA A GAZA/ Le “impossibili” condizioni per avere uno Stato palestinese guarito dal terrorismo, 30.11.23, IlSussidiario.net)

    L’attentato terroristico del 7 ottobre scorso ha segnato uno spartiacque nella lunga guerra Israele-palestinese. Alcuni l’hanno definito la “Pearl Harbor” di Israele. L’11 settembre di Israele. La tranquilla mattinata dello Shabbat di Simchat Torah, che concludeva la festa ebraica dei Tabernacoli, si è improvvisamente trasformata in un bagno di sangue. Bilancio finale almeno 1.200 morti, e 2.700 persone di 35 nazionalità, sono rimaste ferite, è stato il giorno più letale per gli ebrei dai tempi della Shoah. La barbarie dell’attacco di Hamas è stata così senza precedenti che persino il mondo è stato brutalmente, seppur fugacemente, scosso dalla sua consueta apatia e sconvolto dall’orrore.

    In queste settimane si è fortemente dibattuto in Israele su come comportarsi contro un nemico come Hamas. “Vincere significa distruggere Hamas, i suoi leader, i suoi terroristi e i suoi sostenitori con ogni mezzo necessario, e proteggere il territorio da dove i miliziani sono entrati in azione in modo che non possa essere utilizzato per compiere attacchi simili”.Questo è il punto fondamentale oggi per il governo israeliano. E qui sorgono diversi interrogativi, a cominciare del coinvolgimento dei civili palestinesi o israeliani nella guerra contro Hamas che sarà inevitabile. E poi ci sono gli ostaggi in mano ai terroristi di Hamas, che potrebbero subire ritorsioni da parte dei loro carcerieri.

    Naturalmente l’esercito israeliano avrà valutato tutto questo prima di entrare nella Striscia di Gaza per stanare il nemico. Del resto, “È risaputo che l’IDF [Le forze di difesa israeliane] avvisa i civili palestinesi tramite volantini, messaggi di testo e persino telefonate di evacuare le aree vicine agli obiettivi militari prima che vengano attaccati. Mentre l’IDF fa di tutto per ridurre al minimo il numero delle vittime civili, Hamas e altri gruppi terroristici palestinesi fanno tutto il possibile per massimizzarlo, non solo uccidendo indiscriminatamente gli israeliani, ma anche nascondendosi tra la propria popolazione civile e usandola come scudi umani”. (Andree Villeneuve, Quando la neutralità è immorale: Israele, Hamas e il problema dell’equivalenza morale,26.11.23, GatestoneInstitute.org)

    Tuttavia, l’atteggiamento di Israele sta facendo sorgere delle reazioni a catena nel mondo, quasi tutte contro e a favore del popolo palestinese. Una indignazione di breve durata. “Non appena Israele ha dato inizio alla sua risposta militare alla dichiarazione di guerra di Hamas, sono scoppiate manifestazioni filo-palestinesi in tutto il mondo, molte delle quali si sono rapidamente trasformate in festeggiamenti contraddistinti dall’odio contro gli ebrei. Qualcuno ha addirittura negato che il massacro del 7 ottobre abbia avuto luogo, nonostante le numerose testimonianze oculari dei sopravvissuti”.

    GatestoneInstitute, ha monitorato le reazioni del mondo cattolico, in particolare quelle dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese di Gerusalemme, che sostanzialmente si sono mantenuti neutrali. Atteggiamento, forse giustificabile, visto che si trovano a convivere in prima linea con entrambi i contendenti.
    I Patriarchi e i capi delle Chiese potrebbero rispondere che non possono condannare apertamente Hamas e altri gruppi jihadisti palestinesi perché una tale condanna metterebbe in pericolo i cristiani palestinesi che vivono tra loro. Sì, d’accordo, ma questo non può essere una scusa per falsificare la narrazione del conflitto attraverso una discutibile equivalenza morale […]”

    Anche se i Patriarchi hanno condannato inequivocabilmente qualsiasi atto che prenda di mira i civili palestinesi e israeliani. Il 24 ottobre il Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha diffuso una “Lettera all’intera diocesi”. A suo merito, Pizzaballa ha brevemente affermato (pur senza nominare i responsabili) che “quanto accaduto il 7 ottobre nel sud di Israele non è in alcun modo ammissibile e non possiamo non condannarlo. Non ci sono ragioni per un’atrocità del genere”.

    “Se qualcuno ha sostenuto il diritto di Israele a difendersi, altri hanno optato per la neutralità, ritendendo una posizione più caritatevole e “cristiana” quella di non schierarsi e di condannare in egual misura la perdita di vite umane da tutte le parti”.

    Si tratta di una posizione di equivalenza morale, “che sta a indicare che entrambe le parti in conflitto condividono la stessa colpa e l’equivalente responsabilità morale per le conseguenze delle loro azioni. Razionalmente, questa è una strada facile da percorrere. Ma è moralmente giusta?”. Una posizione sostenuta non solo da un certo mondo cattolico, ma anche dalla sinistra, che da tempo flirta con la causa palestinese. Si equivoca sull’improvvisa esplosione di violenza, come se entrambe le parti fossero ugualmente colpevoli.

    L’Ambasciata israeliana ha ammonito che, data la portata del massacro di Hamas in corso, “l’uso di ambiguità linguistiche e di termini che alludono a una falsa simmetria dovrebbe essere deplorato”. La risposta di Israele all’”orribile crimine di guerra” è stata una legittima difesa e “tracciare parallelismi dove non esistono non è pragmatismo diplomatico, è semplicemente sbagliato”.
    In pratica per chi ha manifestato in questi giorni nelle piazze, “Israele dovrebbe sopportare il peso degli attacchi barbari e lasciare che Hamas la faccia franca per gli omicidi, interrompendo immediatamente la sua risposta militare. Non importa il fatto che Hamas abbia iniziato unilateralmente e brutalmente la guerra invadendo Israele e commettendo crimini senza precedenti contro una malcapitata popolazione civile”.

    Le ambasciate israeliane e il governo reclamano un po’ di chiarezza morale, distinguendo senza confusione e ambiguità, cosa è successo, chi fossero gli aggressori e chi le vittime”.

    Tuttavia, Papa Francesco, commentando il conflitto a Gaza, ha chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi presi dai militanti di Hamas e ha affermato che Israele ha il diritto di difendersi. Inoltre, ha anche espresso grave preoccupazione per l’assedio imposto da Israele a Gaza. “Continuo a seguire, con dolore e apprensione, ciò che sta accadendo in Israele e Palestina. Tante persone uccise e altre ferite.

    Prego per quelle famiglie che hanno visto un giorno di festa trasformarsi in un giorno di lutto, e chiedo che gli ostaggi saranno immediatamente rilasciati”, ha detto. “Chi è attaccato ha diritto a difendersi, ma sono molto preoccupato per l’assedio totale in cui vivono i palestinesi a Gaza, dove ci sono state anche molte vittime innocenti”, ha detto.

    Il governo israeliano continua a ripetere che “l’azione di autodifesa di Israele è diretta contro Hamas e la Jihad Islamica. Israele non prende di mira intenzionalmente i civili”. Si ribadisce che “Gaza è la base da cui l’attacco genocida contro Israele è stato concepito, pianificato ed eseguito”. Chi è allora responsabile della “morte e della distruzione”? In effetti, secondo gli ultimi sondaggi, la maggioranza dell’opinione pubblica palestinese sostiene la “lotta armata” (il terrorismo) di Hamas contro Israele e la formazione di gruppi armati per assassinare gli israeliani, una triste realtà che mette in dubbio l’innocenza dei “palestinesi comuni” di Gaza.

    Per quanto riguarda la situazione umanitaria, l’Ambasciatore ha risposto asserendo che “I livelli di cibo e acqua sono monitorati quotidianamente e sono oltre la soglia che definisce la ‘crisi umanitaria’. C’è ancora una quantità sufficiente di carburante ed elettricità nelle mani di Hamas, che però preferisce utilizzarla per continuare le proprie attività criminali terroristiche contro Israele anziché aiutare i bisogni della popolazione che domina”.

    A questo punto la rivista online fa alcuni chiarimenti sulla questione “occupazione” di Gaza negli ultimi 18 anni. E’ notorio che nel 2005, Israele, evacuò unilateralmente tutti i coloni ebrei dalla Striscia di Gaza, cedendola, interamente e senza riserve, ai palestinesi nella speranza che autogovernandosi essi potessero finalmente cercare di convivere pacificamente con i loro vicini.

    Diversi milionari americani acquistarono addirittura 3 mila serre per la cifra di 14 milioni di dollari, da donare agli abitanti di Gaza per farli partire avvantaggiati nella costruzione di una “Singapore sul Mediterraneo”. Nel giro di pochi giorni, le serre vennero saccheggiate e distrutte.

    I palestinesi, purtroppo per loro e per tutti gli altri, poi favorirono l’ascesa al potere di Hamas, nelle elezioni legislative del 2006. A seguito di una sanguinosa guerra civile con la fazione rivale palestinese Fatah, Hamas, nel giugno 2007, assunse il pieno controllo della Striscia di Gaza.

    Da allora, i civili israeliani nel sud di Israele, come pure i palestinesi gazawi, vivono nel terrore. Un recente video mostra una donna di Gaza che dice: “Quei bastardi di Hamas”, prima che un uomo le chiuda rapidamente la bocca con la mano. Nel frattempo, Israele, grande all’incirca quanto il New Jersey (22 mila kmq), è stato preso di mira anno dopo anno da decine di migliaia di attacchi missilistici mortali lanciati dalla Striscia di Gaza. Se c’è un problema di “occupazione” a Gaza, l’occupante è Hamas, non Israele.

    La questione dopo il 7 ottobre è sempre la stessa: Israele non pùò sedersi ad un tavolo e trattare con una associazione terroristica jihadista che lotta per il suo annientamento, come c’è scritto nello Statuto di Hamas. In tutte le manifestazioni anti-Israele si fa sempre riferimento all’occupazione di Israele e si ignora il raccapricciante incitamento alla violenza presente nella società palestinese, in cui ai bambini viene insegnato fin dalla più tenera età a odiare e uccidere gli ebrei, e i terroristi che lo fanno vengono glorificati e lodati come “martiri”?

    Avviandosi alle conclusioni il professore Andrè Villeneuve sostiene che, in definitiva,
    “adottare una posizione di equivalenza morale nei confronti del conflitto tra Israele e Hamas non è solo dettato da una pigrizia intellettuale, è anche immorale. Sebbene le perdite tra i civili palestinesi siano tragiche, sono l’inevitabile conseguenza della loro scelta di eleggere e mantenere al potere un gruppo terroristico genocida che ha promesso di condurre una guerra perpetua con Israele”.

    Tutti noi faremmo bene a ricordare le parole del sopravvissuto alla Shoah Elie Wiesel: “Dobbiamo sempre schierarci. La neutralità aiuta l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio incoraggia il carnefice, mai il torturato”.

    In questa guerra, i cristiani, e tutti noi, abbiamo la responsabilità morale di sostenere la lotta di una nazione civile contro la barbarie. Israele deve sradicare un gruppo terroristico, Hamas, proprio come abbiamo affrontato l’ISIS. Pertanto, non esiste altra soluzione praticabile se vogliamo preservare l’Occidente.

  • Ma quale ‘patriarcato’ , abbiamo bisogno di figure paterne. Di Domenico Bonvegna

    Ma quale ‘patriarcato’ , abbiamo bisogno di figure paterne. Di Domenico Bonvegna

    In questi giorni dopo l’assassinio della povera Giulia Cecchettin abbiamo ascoltato e letto un profluvio di commenti, alcuni aberranti a cominciare dai sinistri che son partiti lancia in resta per combattere la “crociata” contro il patriarcato e i maschi sempre e comunque selvaggi.

    Ha cominciato la stessa sorella di Giulia, che invece di chiudersi nel dolore ha lanciato una specie di appello generico accusando tutti i maschi di patriarcato. Certamente le sue parole sono musica per le orecchie di una certa sinistra, che voleva sentire proprio questo.

    A proposito come mai non abbiamo sentito una parola, una manifestazione contro quel cattivo “patriarcato” all’interno delle comunità islamiche che ha fatto fuori la povera Saman e tante altre donne? Un’altra dichiarazione è quella del Ministro Antonio Tajani, che ha purtroppo debordato (sempre se l’abbia pronunciata).

    Di fronte alla mattanza di donne, vittime della follia degli uomini. “Come uomo chiedo scusa a tutte le donne, a cominciare da mia moglie e da mia figlia per quello che fanno gli uomini”.

    Ho letto diversi commenti, ne prendo qualcuno tra i più significativi. A cominciare da quello di don Antonello Lapicca è intervenuto su fb con una interessante nota cogliendo alla radice la vera questione:

    “L’odio per il patriarcato è l’odio mascherato verso Dio Padre. La follia di questa società che, eliminando Dio padre e con lui il padre, pretende di instaurare una fraternità di rivoluzionaria memoria, libera ed egalitaria.

    Ma senza Dio Padre gli uomini si trasformano in fratellastri di menzogna, senza identità, orfani condannati a mendicare vita gli uni dagli altri, senza mai saziare la fame inestinguibile d’amore”. Continua don Antonello: “È questa una generazione che sorge dalla più grave delle mancanze, figlia del taglio violento con il proprio Padre, fonte unica di vita e amore”.

    Sullo stesso tema è intervenuto padre Francesco Solazzo, che fa un elogio dell’ambiente patriarcale, dove lui è cresciuto. Senza giri di parole scrive: “A questi criminali, manca proprio il patriarcato (quello vero e genuino, non la caricatura di cui si parla in questi giorni). Questi criminali sono stati educati dai media, dai giornali, dai film: è questa la realtà. Sono stati educati a pensare che ogni capriccio è diritto, che è bello essere guidati unicamente dal ventre e dai genitali.

    Un esempio celebre è quello di Alessandro Serenelli che uccise S. Maria Goretti: quando molti anni dopo l’evento funesto ebbe cambiato realmente vita e uscì dal carcere, fu egli stesso ad ammettere che furono i cattivi giornali e i cattivi libri ad averlo abbrutito fino al punto di arrivare ad accoltellare una bambina che non si piegava a ai suoi insani desideri.

    Quindi, cari amici giornalisti, registi, attori e strimpellatori d’ogni genere, non colpevolizzate il patriarcato, perché i colpevoli siete voi. Io non sono Filippo Turetta, perché Filippo Turetta è opera vostra”.

    Infine, un altro intervento meritevole di attenzione è quello di Massimo Gandolfini, dottore in neurochirurgia e presidente del Family Day, pubblicato dal quotidiano “La Verità” (L’uomo ha cancellato Dio dalla sua vita. Così qualsiasi dolore diventa violenza, 22.11.23) Certo di fronte a un fatto di morte così dolorosissimo, dovremmo fare silenzio e pregare. Ma non basta, segue la naturale ricerca del perché, per tentare di dare risposte a tanta disumanità.

    Tutti si interrogano e avanzano spiegazioni di ogni genere, ma spesso si ripete, “per l’ennesima volta, un copione che, purtroppo, abbiamo detto e ascoltato ad ogni tragico appuntamento”.

    Neanche Gandolfini ha la pretesa di esaurire il problema, è d’accordo sulle “pene più dure, di norme giuridiche di prevenzione più stringenti, di programmi di educazione scolastica e culturale incentrati sul tema della violenza di genere: tutto vero, tutto importante, tutto necessario”. Ma queste sono misure parziali, occorre fare uno sforzo di analisi della “condizione morale in cui tutti noi, oggi, viviamo”.

    Esiste una “cultura diffusa” che caratterizza questo nostro tempo il terreno fertile dove allignano e si sviluppano odio e violenza. Di genere e non di genere, perché la radice è unica. Una “cultura diffusa”, trasmessa dallo strapotere delle agenzie della comunicazione di massa, che sta condizionando e rimodellando la nostra “coscienza comune”, imponendo che ogni valore assoluto di riferimento debba essere riletto, manipolato, decostruito,[…]”.

    Pertanto, per Gandolfini, se questa è la situazione, di fondo, “appare molto parziale e semplicistico prendersela solo con le famiglie e con l’educazione scolastica, con il “patriarcato” e la cultura sessista: se pensiamo a Caivano può essere così, ma se pensiamo a Filippo Turetta, cresciuto in ambiente familiare ed educativo ottimi, i conti non tornano”.

    E’ indispensabile una riflessione più profonda: “chi e che cosa ha così tragicamente manipolato le coscienze, le menti, i pensieri, i sentimenti di quelle povere “brave persone”? Tentare una risposta è doveroso, anche se scomodo, difficile, anche doloroso e, soprattutto, non politicamente corretto: perché si tratta di avere il coraggio di dire che l’aver cancellato Dio dalla storia dell’uomo, l’aver costruito e deificato un “superuomo” cittadino di un nuovo umanesimo che può fare a meno di Dio, ponendolo al centro dell’universo, “etsi Deus non daretur”, sta provocando la perdita della dimensione umana, di creatura, che riconosce valori e norme iscritte nella legge naturale, che l’uomo stesso non si è dato, ma che deve imparare a conoscere e servire”.

    Pertanto in una società così delineata, “tutto è possibile, fruibile, addirittura lecito, al fine di ottenere felicità, soddisfazione, appagamento o, almeno, lenimento del dolore. La cultura della felicità ad ogni costo, la cui cifra fondamentale è la negazione di ogni senso e significato del dolore e della sofferenza, fisica e spirituale – coniugata con la visione di un uomo infinitamente potente, dotato di libertà assoluta e pieno possessore dei suoi diritti – sta producendo la società dell’ “homo homini lupus”(Plauto), l’unica soluzione diventa la cancellazione del dolore, con la droga, il suicidio, l’eutanasia fino all’omicidio”.

    Continua Gandolfini, pertanto, “Amore e odio, nel cuore dell’uomo, sono sentimenti fortissimi perché strutturanti la vita stessa, e la linea di separazione fra i due è terribilmente fragile, al punto che assai spesso il primo si trasforma nel secondo.

    Così l’amore – parola vergognosamente manipolata tanto da diventare possesso per la soddisfazione personale, basta guardare fiction, telenovelas, pubblicità, slogan mediatici, con corpi trattati come pupazzi per il godimento – scompare nel suo significato originale di donazione per la felicità dell’amato, e diventa solo capriccio e piacere, potendosi trasformare in ’odio violento quando l’altro non corrisponde, rifiuta e si allontana”.

    L’unica via d’uscita per il professore “è quella di ritornare a Colui che duemila anni fa ci aveva indicato il fondamento della vita comune “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato”. Occorre tornare a Gesù Cristo.

    All’inizio del mio intervento avevo fatto riferimento all’assenza del padre nel compito educativo in famiglia. Il tema viene affrontato in un interessante volumetto di qualche anno fa del professore Claudio Risé, “Il mestiere di Padre”, edito da San Paolo. Un testo che potrebbe aiutarci a comprendere certi disagi della nostra gioventù.

    Scrive Risè: “Ad insegnare all’uomo- maschio a diventare tale è sempre stato il padre e una serie di figure che lo affiancavano: dal maestro d’arti e mestieri, all’insegnante, all’istruttore militare, a quello ginnico (sopravvissuto, ma non basta). Senza questa iniziazione – scrive Risé – l’uomo non si sente tale a livello profondo”.

    Interessante il racconto estratto da un testo di uno studioso americano, dove un giovane uomo cresciuto con la madre lesbica, circondata da un gruppo di donne intraprendenti, l’uomo alla fine si ritrova senza una sua identità istintuale, sessuale, nessun padre gliel’aveva trasmessa. Infatti, “il giovane senza padre, che non viene ‘iniziato’ al maschile, non ha volto: è portatore di un’identità debole, e ha paura”.

    Così secondo Risé, “Il padre assente, insomma, già figlio matrizzato a sua volta, tende a diventare un eterno adolescente, in perenne ricerca di rassicurazioni narcisistiche alla sua esistenza”. Tuttavia, secondo lo psicanalista, tutte queste patologie scompaiono, quando il padre accetta di fare il mestiere di iniziatore dei figli.

    Certamente è “un lavoro complesso, abbastanza impopolare, difficile da mettere a fuoco, anche perché richiede di andar contro pregiudizi, luoghi comuni, e superficialità di ogni genere”.

    Un altro aspetto che il libro di Risè prende in considerazione è quello della scuola. Anche qui si nota una mancanza di docenti uomini. La femminilizzazione del corpo insegnante nella scuola italiana, ma anche in tutto l’Occidente, è un dato di fatto documentato. E l’assenza nella scuola della figura maschile può portare a un disturbo che può influire nella psiche degli allievi, che non vedono una figura simile a quella paterna.

    Risè, è fortemente critico della nostra “società dove le attività educative, di addestramento e formazione dei giovani, a tutti i livelli (tra cui la scuola e la famiglia), non sono più svolte da figure maschili, legate all’immagine archetipica del padre e alla sua particolare energia. Bensì da figure femminili, che rimandano al mondo della madre, con la sua diversa energia e cultura”.

  • Il nostro futuro: saremo destinati ad essere “sottomessi”?

    Il nostro futuro: saremo destinati ad essere “sottomessi”?

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – L’altra sera (15.11.23) la trasmissione “Fuori dal coro” condotta da Mario Giordano su rete 4 di Mediaset, il giornalista ha “confezionato” un interessante e ben documentato reportage sulla questione Islam in Europa, con riferimenti all’Italia. Giordano ha introdotto il tema ricordando la povera bambina inglese di otto mesi, Indy Gregory, uccisa per ordine di un giudice inglese, che fiscalmente ha rispettato il cosiddetto protocollo inglese. Ma una società, un mondo che non è in grado di rispettare e condanna a morte una bambina, è destinato ad essere “sottomesso”.
    A Chi? Ad una cultura, ad una religione identitaria come l’islam, in particolare, a quella fondamentalista che imperversa in tutta Europa e che soprattutto quest’ultima, sembra opportunamente piegarsi ai dettami della cultura islamica.

    Per certi aspetti sembrerebbe che Giordano oltre ai libri e ai servizi di Giulio Meotti, abbia letto il poderoso e articolato studio, “L’Islam in Europa” della prof.ssa Silvia Scaranari pubblicato nell’ultimo numero della rivista Cristianità, organo ufficiale di Alleanza Cattolica (n. 422, luglio-agosto 2023).
    La questione islamica o musulmana è sempre attuale, soprattutto in queste settimane che si é “svegliato” il terrorismo del movimento filo palestinese di Hamas con un terribile sanguinoso attentato nei confronti del popolo israeliano, che ha causato la violenta reazione dell’esercito israeliano. Naturalmente con questo non vogliamo sostenere che tutto il mondo musulmano sia fatto di terroristi come Hamas pronti ad attaccare l’Occidente, per fortuna.

    La Scaranari ammette che studiare la complessa e variegata presenza islamica in Europa non è cosa facile, tuttavia si può tentare di disegnare un quadro sommario dei fatti. Se prima negli anni, ’60, l’immigrazione di persone di religione musulmane in Europa avveniva singolarmente, perché c’era bisogno di manodopera. Successivamente è cresciuta con i ricongiungimenti familiari, modificando il modus vivendi della comunità. Prima i lavoratori musulmani accettavano di vivere la pratica religiosa a livello individuale e privato, ora con la presenza di mogli e figli, cominciarono a sentire il bisogno di avere luoghi di culto, di alimenti conformi alle norme coraniche, di spazi di sepolture, di negozi di abbigliamento tradizionale, di cure sanitarie separate da maschi e femmine.

    Dagli anni ’90 si è generata un nuovo e forte e caotico flusso migratorio, che ha coinvolto Paesi lontani dall’Europa come il Bangladesh, il Pakistan, lo Sri Lanka. Tutti Paesi con un Islam variegato, fatto di diverse scuole giuridiche e nazionali, poi c’è l’Islam che riguarda gli Stati, in particolare quello dell’Arabia Saudita o del ricco Qatar, che fanno parte della Lega del mondo islamico. Questi con caratteristiche “missionarie”, “prendono iniziative e cercano di coagulare fra loro i fedeli emigrati, favorendo una serie di attività, come la costruzione di moschee, l’istituzione di fondazioni culturali e di banche, la creazione di scuole coraniche…”.

    Lo studio della Scaranari elenca alcuni luoghi di culto, finanziati dai Paesi musulmani a partire dalla moschea di Roma, iniziative analoghe sono quelle di Colonia, finanziata dalla Turchia di Erdogan. Sempre in Germania dovrebbe sorgere un gigantesco complesso edilizio a Francoforte sul Meno, finanziato dal Qatar. Grandi moschee sono in costruzione in diversi Paesi. Per esempio, nella sola Albania, c’è un progetto di costruirne duemila. Ultimo progetto è quello di costruire di una mega moschea di diecimila quadrati a Strasburgo di ventotto cupole con minareti di 44 metri.

    Quando c’è l’intervento degli Stati islamici, fa notare la professoressa torinese, c’è sempre la volontà di non far perdere l’identità ai propri concittadini emigrati. Il contrario di quello che pensano glie europei, che si illudono, immaginano che queste emigrati musulmani a poco a poco si integrano e vengono assorbiti diventando cittadini europei.

    Prima o poi sulla questione islamica occorrerà aprire un tavolo di discussione e soprattutto smetterla di guardare il fenomeno al puro livello umanitario, anche perchè negli ultimi tempi è cresciuto il coinvolgimento degli Stati di origine. Anche la Scaranari sottolinea il grande impegno “missionario” in Europa del governo qatariano di Abdullah Bin Nasser al-Thani della famiglia reale del Qatar. Esiste la più grande e influente organizzazione umanitaria controllata dai salafiti, il suo fondatore sarebbe legato ad al Qaida. A questo proposito rileva la Scaranari che un po’ ovunque a Londra, Parigi, a Berlino, esistono dei centri chiamati “King Fahd Academy” che “devono favorire la reislamizzazione dei giovani musulmani e offrire un’immagine accattivante, pacifica e quasi suadente dell’islam agli occhi degli europei”.

    Oltre a queste forme di appartenenza, esiste un islam politico, in particolare quello radicale dei Fratelli Musulmani. Ha diverse sfaccettature, si passa da una reislamizzazione dal basso a quella dei colpi di Stato o atti terroristici volti a destabilizzare i governi. Poi viene descritto l’islam delle confraternite, molto attivo. Successivamente si prende in considerazione del fenomeno abbastanza preoccupante che é quello dell’islam cosiddetto “sfuggente”, del web. Quest’ultimo è presente tra i giovani, apertamente in polemica con le autorità dei Paesi di provenienza. “E’ un mondo facile preda dei gruppi radicali e jihadisti, che sono molto presenti in rete e che hanno elaborato una valida strategia di comunicazione soprattutto con i giovanissimi, molto proiettati, come tutti i loro coetanei, a vivere un mondo virtuale”.

    In questo mondo è reso più facile la diffusione di materiale estremista, accelerando il processo di radicalizzazione. E’ un mondo che rappresenta un problema sia per le comunità islamiche che per l’ordine pubblico. Legato a quest’aspetto esiste anche l’islam “Fai da te”, sempre presente sul web. Qui la Scaranari fa presente che non sempre, in particolare la maggioranza dei giovani, vive l’islam, del resto come molti giovani cristiani, con pratiche ridotte al minimo, con molti compromessi.
    A questo punto lo studio avvia una domanda fondamentale per la questione che si sta trattando. Come vive l’Europa questo forte impatto col mondo musulmano?

    Intanto in Europa si è ragionato riconoscendo a tutti la libertà religiosa, come diritto fondamentale, ha concesso diverse richieste agli immigrati di origine musulmana: macellazione halal, menù halal nelle scuole, aperture di centri culturali e moschee. Dopo queste aperture ci si aspettava da queste comunità ordine e trasparenza. Purtroppo non è stato così, “moschee, scuole, centri culturali si sono trasformati in punti di coagulo e di formazione all’islam radicale”.

    Spesso il controllo sui fedeli, in particolare sulle donne è diventato più pesante del Paese d’origine. “La comunità tende a irrigidire le norme e i costumi per non rischiare di perdere la propria identità e il proprio senso di appartenenza alla Umma e per marcare la distinzione rispetto al mondo occidentale, infedele e ‘satanico’”. Allora ecco apparire i matrimoni combinati anche con minori, se non addirittura con bambine, controllo sistematico in certi quartieri delle città europee del rispetto del digiuno. Attenzione quartieri dove gli stessi poliziotti si rifiutano di entrare per i pericoli in cui potrebbero incorrere. In Francia ci sarebbero almeno 1514 quartieri (circa 859 comuni) circa quattro milioni di francesi, che vivono con una legge islamica, chiamata dal politicamente corretto, “diversamente legale”.

    Questo è un fenomeno che penalizza altre comunità come quella ebrea, che subiscono attacchi antisemiti e pressioni, fino all’isolamento, tanto da indurli esasperati ad abbandonare certi quartieri a maggioranza islamica. Pertanto non si può parlare di integrazione dove questi gruppi di musulmani diventano maggioranza. “Invece di promuovere l’integrazione, si cade nell’esclusione reciproca”.

    Un altro fattore che non fa comprendere la questione dell’islam in Europa è quello di una certa retorica esistente tra gli europei e gli immigrati musulmani, mi riferisco all’islamofobia che ha conquistato quegli europei per la paura, l’indignazione e la rabbia suscitate dal terrorismo. Certo è un grave errore generalizzare e vedere in ogni musulmano un potenziale terrorista. Tuttavia è difficile non ammettere che i terroristi erano e sono anche musulmani. Così di fronte al barbaro attentato alle Torri Gemelle di New York nel 2001, ai preti uccisi in Francia, e alle stragi dei cristiani in Nigeria e in Congo, alcuni ambienti musulmani, invece di riconoscere l’orrore di questi selvaggi attentati commessi dai loro correligionari, “hanno incominciato ad accusare il mondo occidentale di fare di tutta l’erba un fascio, hanno sostenuto che l’islam è una religione di pace e protestano ovunque si mette in dubbio le loro buone intenzioni, imponendo l’idea che qualunque osservazione critica verso l’islam sia animata da ostilità, sia cioè appunto ‘islamofobia’”. La libertà di parola viene censurata anche sui media, chi cerca di dire la verità, è costretto ad autocensurarsi, se non lo fa finisce come il professore Samuel Paty o come i giornalisti di Charlie Hebdo.

    Poi si prendono in esame gli aspetti demografici legati alla realtà musulmana confrontati con quelli degli europei. Da decenni l’Europa è esposta a un calo demografico, da poco i politici hanno preso consapevolezza del pericolo. Le proiezioni ci dicono per esempio che la popolazione della sola Nigeria nel 2058 supererà quella di tutta l’Europa, dove il tasso di natalità nelle comunità islamiche è decisamente superiore. Attualmente in alcuni Paesi della Francia, la popolazione musulmana supera il 20 % e poi c’è l’aspetto delle scuole da esaminare, dove c’è una presenza multietnica abbastanza significativa.

    Pertanto in simili contesti non è possibile parlare di integrazione: “la presenza di numeri così forti porta necessariamente a un cambio di cultura, di usi, di costumi…e si rischia di arrivare a un cambio di norme giuridiche”. Un imam in Danimarca ha reclamato decisamente la liceità delle spose-bambine, perché conforme alle consuetudini dei Paesi di provenienza di molti migranti, i giudici danesi invece di rispondere con un secco NO, hanno risposto che il problema va studiato.

    Tuttavia per la Scaranari in Europa si sta assistendo a preoccupanti fenomeni di sostituzione culturale, invece che l’auspicata politica di integrazione graduale del mondo musulmano. Certamente l’Europa nella sua lunga storia ha affrontato massicce ondate di immigrazione, ma nel nostro secolo stiamo assistendo a qualcosa di diverso. Le popolazione piombate sull’impero romano spesso avevano un atteggiamento di gratitudine per quello che trovavano. “Gli stessi popoli barbari, con la loro sete di dominio, riconobbero il patrimonio culturale esistente e ne fecero tesoro”. Ma adesso con un islam identitario forte con un senso di rivalsa, tutto cambia anche perchè dall’altra parte c’è un atteggiamento dimissionario e suicida degli europei.

    Oggi, in diversi casi, “assistiamo a una immigrazione che disprezza l’Europa, le nostre tradizioni, la nostra cultura, la nostra storia e che assume un atteggiamento di sfrontatezza e di rivendicazione”. Anzi spesso questi popoli sono convinti di avere una superiorità culturale, talvolta “dominati da una sete di “vendetta” contro il Vecchio Continente, evidenziandone solamente le colpe e negandone i meriti”. Con queste premesse in certi quartieri e scuole delle città europee si crea un clima di suggestione collettiva, di “jihadismo d’atmosfera”, da cui vengono condizionati sia i musulmani che i non musulmani, un misto di paura, di tacito consenso, di condivisione, spesso per opportunismo e per quieto vivere. Chi non è disposto a piegarsi a questa perversa atmosfera, è costretto a cambiare città o quartiere.

    Lo studio di Silvia Scaranari si chiude con delle interessanti riflessioni socio-politiche mettendo a confronto l’islam radicale che non può essere paragonato all’iper-tradizionalismo di qualche comunità cattolica: la visione coranica come verità religiosa, sociale, politica, vuole sottomettere il mondo, come ricorda Remi Brague.

    Di fronte abbiamo “l’uomo occidentale post-moderno, privo di verità a cui fare riferimento, non è capace di comprendere una simile prospettiva esistenziale e finge che tutto l’islam sia pace e fratellanza”. L’Occidente spesso non comprende che gli Stati islamici, “non desiderano assolutamente l’integrazione, anzi operano per l’esatto contrario”. Anzi insiste la professoressa, “L’integrazione in Occidente è vista come un pericolo, il rischio di acquisire abitudini, culture e usi degli ‘infedeli’ e per questo si prodigano in sforzi significativi di reislamizzazione”.

    Occorre mettere in guardia l’uomo occidentale, quello cristiano che ragiona con le nostre categorie, per comprendere quelle dell’islam, è un errore epocale. “Le belle parole “libertà religiosa”, “accoglienza”, “fratellanza” non bastano, occorre riempirle di significato e, soprattutto impiantare dei ‘paletti’ entro cui possono stare, altrimenti non è integrazione ma anarchia, in cui vince il più forte”.

  • L’angolo del Bonvegna – La Donna che salverà il mondo

    L’angolo del Bonvegna – La Donna che salverà il mondo

    A volte non sai da dove cominciare a presentare un libro che hai appena letto. Per la verità non è un obbligo tassativo recensire un libro letto. Da alcuni anni ho preso questa “strana” abitudine, leggere e raccontarlo ad altri. Il saggio che ho appena letto mi sembra di poterlo definire uno straordinario inno alla Donna, si tratta però di una donna speciale: Maria Vergine, Madre di Dio, la Madonna, il testo, “Il primo amore del mondo”, scritto nel 1953 da uno dei più grandi scrittori del mondo anglosassone americano.

    Mi riferisco a Fulton Sheen, arcivescovo americano di Newport, il 5 luglio 2019, il Santo Padre Francesco, in seguito ad un miracolo attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Fulton Sheen, ha autorizzato la Congregazione a promulgare il Decreto per la sua beatificazione. Nato a El Paso nel 1895 da genitori irlandesi, muore a New York nel 1979. Prima di passare al libro, è indispensabile descrivere la sua figura. Il testo che ho in mano, pubblicato nel 1953 dalle Arti grafiche Richter, Napoli, sotto al suo nome si può leggere: Dottore in Filosofia, Dottore in Teologia, Docente in Filosofia nell’università di Lovanio e nell’Università Cattolica d’America.

    Ha partecipato a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II (1962-1965). Attivo in una delle Commissioni per la stesura dell’Apostolicam actuositatem, il decreto sull’apostolato dei laici, proporrà di mettere a tema il ruolo sociale della maternità. Si potrebbe continuare con altri titoli. Fu scrittore di 73 libri popolarissimi, molti dei quali diventati classici della spiritualità e di numerosi articoli su giornali e riviste.

    Sheen è stato uno dei primi e più celebri telepredicatori cattolici. Condusse infatti la radiofonica The Catholic Hour (1930-1952) e le televisive Life Is Worth Living (1951-1957) e The Fulton Sheen Hour (1961-1968) che, nei massimi picchi di popolarità, raggiunsero i trenta milioni di spettatori. Negli Stati Uniti, il suo nome è talvolta posto accanto a quelli di san Giovanni Paolo II (1978-2005) e a quello di santa Madre Teresa di Calcutta (1910-1997) nella triade degli evangelizzatori più dinamici del secolo XX.
    La spiritualità di Fulton J. Sheen fu essenzialmente mariana ed eucaristica. Mons. Sheen, il cui nome in gaelico significa pace, comprese che le persone andavano raggiunte là dove vivevano, nella situazione concreta della loro vita e ad essa, a quella vita, era necessario annunciare il Cristo.

    Il suo legame con la Vergine Maria fu particolarmente intenso e significativo tanto che in ogni sua trasmissione e intervento trasparì il suo legame con la Madre di Dio. In pratica per certi aspetti è stato un padre Livio ante litteram. Qualcuno l’ha chiamato, l’amico della Madonna.

    E un altro amico della Madonna, il 2 ottobre 1979, due mesi prima della sua morte, San Giovanni Paolo II visitò la cattedrale di San Patrizio a New York e abbracciò l’Arcivescovo Sheen, dicendo: «Hai scritto e parlato bene del Signore Gesù Cristo, della Chiesa». Nella presentazione di Fulton Sheen sulla rivista Cristianità, (n.398, 2019) Maurizio Brunetti fa notare come monsignor Sheen ha anticipato di trent’anni il Decreto conciliare sull’apostolato dei laici; l’arcivescovo americano sottolineava il carattere non accessorio delle sue proiezioni civico-culturali.
    Inoltre, del santo arcivescovo non stupirà, perciò, né il fiero e consapevole anticomunismo, né che nelle opere maggiori, molte delle quali tradotte in italiano fin dagli anni 1950, non manchi mai un riferimento alla cornice socio-politica o agli imperativi pseudo-valoriali che la modernità impone all’uomo contemporaneo.

    Aspetti che non mancano anche nel libro Il primo amore del mondo. “Opera nella quale l’autore delinea i fondamenti teologici e scritturali della devozione mariana, occasionalmente ricorrendo — come pure è tipico del suo stile — all’aneddoto e alla battuta mordace”.
    Il libro è diviso in due parti. Nei capitoli della prima, intitolata La Donna che il mondo ama, Fulton Sheen ripercorre gli eventi chiave della vita della Madonna, dall’Annunciazione all’Assunzione, proponendo spunti di meditazione teologico-spirituali, che a vari decenni di distanza ancora conservano la propria freschezza.

    Partendo dall’annunciazione dell’Angelo a Maria, Sheen fa delle riflessioni interessanti all’Età Moderna, all’amore come viene inteso nel mondo e come viene inteso da Maria che accetta liberamente di partorire il Salvatore del mondo. Il suo Fiat, ovvero “si faccia di me secondo la volontà di Dio”. Tutte le religioni pagane cominciano con gli insegnamenti di adulti: il Cristianesimo comincia con la nascita di un Bambino.

    Da quel giorno i cristiani sono stati sempre i difensori della famiglia e dell’amore dei figli. Da Dio, scrive Sheen,”l’ultima cosa che ci saremmo aspettata sarebbe stata di vederlo imprigionato per nove mesi in un ciborio di carne […]”. E durante la Visitazione di Maria a sua cugina Elisabetta, Maria diventa la prima infermiera della civiltà cristiana, si fa serva-infermiera della sua vecchia cugina, definendosi schiava di Dio. Sheen giunge a scrivere che nel Magnificat, c’è un brano, quello dove c’è tra l’altro, (“Egli ha rovesciato dal loro trono i potenti, ed esaltato gli umili…”) che rappresenta il documento più rivoluzionario che sia stato mai scritto, mille volte più rivoluzionario di qualsiasi scritto di Karl Marx. E poi confronta la rivoluzione di Maria a quella di Marx e del comunismo.

    “C’è un antagonismo intrinseco tra la rivoluzione di Maria e ogni altra rivoluzione, perchè quella di Maria è basata sulla vera psicologia della natura umana, sulla realtà di un bisogno immenso, così serio e imperativo che ogni cuore onesto deve bramarne l’appagamento”. Il quarto capitolo (“Quando gli uomini cominciarono a credere nella nascita verginale?”). Qui Sheen sottolinea come ancora prima che venissero scritti i Vangeli o Epistole, “prima che alcuno si fosse deciso a scrivere una sola riga del Nuovo Testamento”, la Chiesa dei testimoni, dei cristiani dei martiri c’era già. Infatti, “Gli Apostoli dapprima insegnarono, e poi due – soltanto due – su dodici lasciarono il Vangelo”. La Chiesa c’era già con Pietro e sono passati venticinque anni, prima che venisse scritto il primo Vangelo. “Perciò quelli che isolano un singolo testo della Bibbia dalla tradizione apostolica o lo studiano senza tener conto di essa tradizione, vivono e pensano invano”. Pertanto, “I Vangeli hanno bisogno della tradizione come i polmoni dell’aria”, scrive Sheen. Più avanti insiste su questo punto: “I Vangeli non diedero inizio alla Chiesa; la Chiesa diede inizio ai Vangeli”. Così la Chiesa ha preceduto il Nuovo Testamento.

    Il capitolo quinto Sheen si occupa di una falsa contrapposizione all’interno della Chiesa, ci sono quelli che pensano di attribuire troppa riverenza alla Madonna a discapito di Suo Figlio Gesù. E qui ci sono dei passaggi interessanti sull’Incarnazione di Nostro Signore, Dio fatto uomo, nel corpo di Maria Vergine. Come ella ha formato Gesù nel proprio corpo.

    “In questa sola Donna Verginità e Maternità si trovano riunite, come se Dio volesse mostrarci che entrambi le condizioni sono necessarie al mondo”. Più avanti nel sesto capitolo, Sheen scrive che verginità e maternità non sono così inconciliabili tra loro come sembrerebbe. Il settimo e ottavo capitolo il testo si occupa del “matrimonio più felice del mondo”, quello di Giuseppe e Maria. Anche qui Sheen risponde ad alcuni particolari che riguarda la vita sponsale dei due giovani che Dio ha prescelto. Si perché Giuseppe era probabilmente un giovane, forte e virile, atletico, bello, casto, padrone di sé. “Nessun marito e moglie si amarono mai come Maria e Giuseppe”. Il tutto in obbedienza e amore.

    La seconda parte è invece intitolata Il mondo che la Donna ama. In questa sono posti a tema, fra le tante altre cose, il matrimonio; il valore della verginità; il ruolo sociale della donna e il femminismo radicale; la potenza santificante del Rosario e il Messaggio di Fatima; l’islam; la psicanalisi; il comunismo, definito icasticamente «la volontà di distruggere Dio», nel capitolo in cui l’arcivescovo spiega come gli esiti distruttivi dell’energia atomica, di cui il mondo aveva fatto da pochi anni tragicamente esperienza, non suggeriscono che Dio abbia abbandonato il mondo: è il mondo che ha optato per una natura «divorziata dalla natura di Dio».
    Quello di Fulton Sheen è un libro datato ma straordinariamente attuale, almeno per ogni cristiano, che vuole combattere la “Buona Battaglia” del XXI secolo.

    Il dodicesimo capitolo affronta i due poli dell’amore umano: l’uomo e la donna. Le riflessioni sono di una profondità notevole. Interessante la posizione delle donne nella Passione del Signore Gesù. Loro ci sono, gli uomini scappano. Il quindicesimo capitolo è tutto da leggere (Equità ed eguaglianza) I due errori del comunismo e del liberalismo storico sono quelli che “le donne non sono mai state emancipate fino ai tempi moderni, perchè la religione soprattutto li ha tenute in schiavitù”. Invece ribadisce monsignor Sheen che “la soggezione della donna è cominciata nel secolo diciassettesimo, con la scissione della Cristianità, e si è affermata al tempo della Rivoluzione Industriale”.

    Anche Sheen come altri storici onesti come Regine Pernoud sostiene che le donne nella civiltà cristiana (cioè nel cosiddetto Medioevo) ebbero diritti, privilegi, onori e dignità, che poi sono stati inghiottiti dall’età della macchina. Per la verità il venerabile cita un’altra donna, Mary Beard con la sua dotta opera dal titolo “Woman as Force in History” (“La Donna come forza della Storia”). Sulla cosiddetta emancipazione della donna sono diverse le riflessioni.

    La donna oggi è vittima dell’uomo e della macchina, non è felice. La soluzione non si trova nella eguaglianza ma nella equità. Pertanto alla base di qualsiasi rivendicazione femminile ci dovrebbe essere l’equità e non l’eguaglianza. L’equità, “ha il vantaggio di ammettere le differenze specifiche tra l’uomo e la donna, vantaggio che l’eguaglianza non ha”. L’uomo e la donna sono eguali perché hanno gli stessi diritti e le stesse libertà. Ma l’uno e l’altra hanno una certa superiorità nelle rispettive funzioni.
    Mi fermo vi lascio alla lettura del testo del venerabile Fulton Sheen.

  • L’Angolo del Bonvegna: gli immigrati come armi di migrazione di massa

    L’Angolo del Bonvegna: gli immigrati come armi di migrazione di massa

    C’è una strategia politica in questi sbarchi a getto continuo di immigrati sull’isola di Lampedusa? Qualcuno sostiene che dietro ci sono i russi della Wagner a spingere questi disgraziati sulle coste italiane. Altri danno la colpa alla sinistra europea e italiana che stanno spingendo l’UE per far fallire il memorandum di Tunisi che prevede l’erogazione “immediata” di 150 milioni al governo tunisino per fermare le partenze degli immigrati clandestini. Bruxelles e Pd remano contro il blocco delle frontiere, hanno scritto i giornali di “destra”, “considerandolo una violazione dei diritti umani”. Sarebbe dunque una violazione dei diritti umani quella di impedire che si paghi anche 10 mila euro agli scafisti e magari si muoia in mare?

    Intervistata da Paolo Del Debbio a “Dritto e Rovescio”, Giorgia Meloni, non ha esitato a denunciare il Pd che palesemente rema contro l’Italia, per smontare l’accordo che il Governo italiano ha fatto con la Tunisia.
    Ora dopo la visita di Ursula von der Leyen a Lampedusa si spera che Bruxelles modifichi il suo pensiero sulla questione immigratoria. Anche se non è semplice risolvere qualcosa che dura da decenni e non è solo qui sulle coste italiane. Qualcuno parla di immigrazione planetaria che non esiste da ora.

    Qualche anno fa usciva un libro con un titolo abbastanza singolare, “Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera” (Leg Edizioni) di Kelly M. Greenhill. «L’autrice di questo libro, studiosa delle relazioni internazionali in una università americana, ha descritto alcuni casi degli ultimi decenni in cui i gruppi umani sono stati usati come “armi di migrazione di massa”», scrive Sergio Romano nella prefazione.

    Il libro della Greenhill, fa l’esempio di Cuba, dove Fidel Castro in alcuni periodi aveva cercato di fermare l’esodo di cubani verso gli Usa, ma «in altri casi si era occasionalmente sbarazzato in questo modo dei suoi dissidenti e in una particolare circostanza, nel 1980, si era spinto sino ad aprire le prigioni dell’isola per gettare sulle spiagge americane un buon numero di criminali comuni» con vari scopi, uno dei quali era «costringere gli americani a negoziare un accordo».

    Kelly M. Greenhill «nelle sue ricerche ha individuato fra il 1951 e il 2006 non meno di 56 casi in cui i movimenti organizzati di popolazione sono stati usati per raggiungere un obiettivo politico». Circa tre quarti di questi casi secondo Romano, «sono riusciti a raggiungere almeno in parte gli obiettivi prefissati». E conclude: «Uno studioso americano ha scritto che i migranti non sono soltanto gli effetti di un conflitto: sono anche un’altra arma, non meno efficace di quelle che vengono usate nelle guerre moderne».
    Pertanto, al di là di come finisce la collaborazione Meloni van der Leyen, la dichiarazione di Matteo Salvini dei giorni scorsi, va letta nel contesto storico che accennava Romano. «Gli sbarchi di Lampedusa sono il simbolo di un’Europa che non c’è. Quando arrivano 120 mezzi navali in poche ore non è un episodio spontaneo, è un atto di guerra. Seimila persone in 24 ore non arrivano per caso». Non bisogna scandalizzarsi per la parola “guerra”, scrive Antonio Socci su Libero del 17 settembre (“chi usa i migranti come un’arma”). Molti “buonisti” e sinistri “non sanno che sono tanti i casi in cui si è dato il via a delle migrazioni per scopi politici (talvolta possono dichiarare questa “guerra” anche organizzazioni criminali o terroristiche o mafie)”.

    Comunque sia non è uno scandalo porsi delle domande su chi organizza questi approdi sul territorio italiano. Tuttavia, scrive Socci, “una cosa è certa. L’emigrazione di massa dall’Africa non è un’inevitabile calamità naturale come il terremoto. Lungi dall’essere un destino ineluttabile a cui bisogna rassegnarsi e che non si può fermare (come ripetono le sinistre e i media), è invece un fenomeno squisitamente politico”. Se si vuole le cause si possono rimuovere, a cominciare dalla povertà africana. Infatti “l’Africa è di per sé uno dei continenti più ricchi del mondo, forse il più ricco. Essa è più grande della somma di Cina, Usa ed Europa, è sottopopolata ed ha una popolazione giovane. Ha la più alta percentuale di terre coltivabili del mondo e potrebbe garantirsi da sola l’autonomia alimentare. È ricchissima di petrolio, gas naturale, uranio, coltan, ferro, legno, cobalto, platino, oro, diamanti e molte altre ricchezze”. Pertanto, a fronte di queste condizioni, certamente ha tutti i requisiti per garantire agli africani condizioni di vita che evitino l’emigrazione di massa. Per fare questo, però, occorre eliminare tutte le zavorre che la penalizzano, in parte dovute alle classi dirigenti locali (spesso pessime), in buona parte allo sfruttamento di potenze di altri continenti.

    L’idea del “Piano Mattei”, voluto e proposto a livello internazionale da Giorgia Meloni, guarda l’Africa non più come un problema, ma come una grande chance, anzitutto per le popolazioni africane, ma anche per il resto del mondo perché – oltre a evitare le migrazioni di massa – il suo sviluppo può essere trainante per tutti. Però occorre abbandonare l’approccio rapace e devono essere la Ue e il G20 a farsi carico di varare un piano così ambizioso e promettente.
    Poi secondo Socci in questo nuovo sguardo sull’Africa la Meloni ha un alleato molto importante: il Papa. Il 6 novembre scorso, dopo aver sottolineato che l’Italia non può essere lasciata sola a fronteggiare le emigrazioni e che deve farsene carico la Ue, citò la Merkel che diceva: «Il problema dei migranti va risolto in Africa».

    Papa Francesco però sostiene che l’Africa non va sfruttata. “L’Europa deve cercare di fare dei piani di sviluppo per l’Africa. Pensare che alcuni Paesi in Africa non sono padroni del proprio sottosuolo, che ancora dipende dalle potenze colonialiste! È un’ipocrisia risolvere il problema dei migranti in Europa, no, andiamo a risolverlo anche a casa loro. Lo sfruttamento della gente in Africa è terribile a causa di questa concezione. Se vogliamo risolvere il problema dei migranti definitivamente, risolviamo l’Africa».

  • Torna l’angolo del Bonvegna: quando Papa Giovanni Paolo II ricordò la vittoria di Vienna nel 1683

    Torna l’angolo del Bonvegna: quando Papa Giovanni Paolo II ricordò la vittoria di Vienna nel 1683

    Il 12 settembre, la Chiesa ricorda il SS Nome di Maria, ma nessuno ricorda la grande vittoria delle armate cristiane guidate dal re polacco Giovanni Sobieski a Vienna nel 1683 contro l’immenso esercito ottomano di Kara Mustafà, che nonostante la sua superiorità ha dovuto soccombere anche per i suoi errori strategici come scrive lo storico militare Alberto Leoni. La storia dell’Europa poteva cambiare se la coalizione cristiana non avesse vinto quella battaglia. Interessante la descrizione di Leoni su Il Sussidario.net di oggi. Una vittoria fortemente voluta da un monaco cappuccino Marco d’Aviano e dal Papa di allora Innocenzo XI.

    “Da tutto l’impero, infatti, accorrevano milizie e volontari per essere inquadrati nell’armata di soccorso ed è giusto ricordare i nomi di alcuni loro capi: il principe Georg F. von Waldeck guidava 9mila uomini dai territori dell’Alto Reno; il principe Massimiliano conduceva 10mila bavaresi; l’elettore del Brandeburgo protestante dava 1.200 soldati e Sobieski altri 15mila. È al re polacco che spettava il comando supremo e Carlo di Lorena, positivamente influenzato da padre Marco d’Aviano, accettò di buon grado tale subordinazione. Il lettore moderno ha letto bene: soldati cattolici e protestanti marciavano in battaglia sotto la stessa bandiera, archiviando definitivamente, almeno nell’impero, i disastri della guerra dei Trent’anni conclusasi solo pochi decenni prima, nel 1648”. (Alberto Leoni, VIENNA 1683/ Da Sobieski a Eugenio di Savoia, le vittorie “sotto il segno della croce”, 14.9.23, Ilsussidiario.net).

    Giovanni Paolo II, ricorda la vittoria di Vienna del 1683.
    Quarant’anni fa il 19 settembre 1983 san Giovanni Paolo II tenne un discorso nella piazza degli eroi a Vienna. Un discorso che offre un’interpretazione storica quanto mai attuale.
    “È giusto – disse il papa – ricordare con ammirazione i difensori e i liberatori di Vienna che hanno opposto resistenza all’attacco con una collaborazione esemplare. Noi siamo soprattutto consapevoli del fatto che la lingua delle armi non è la lingua di Gesù Cristo e neppure la lingua di sua Madre, alla quale allora come oggi ci si appella come aiuto dei cristiani. Ci sono casi in cui la lotta armata è una realtà inevitabile a cui in circostanze tragiche non possono sottrarsi neanche i cristiani. Ma anche in questo caso è vincolante l’imperativo cristiano dell’amore per il nemico, della misericordia: colui che è morto sulla Croce per i suoi carnefici trasforma ogni mio nemico in un fratello, cui spetta il mio amore, anche se mi difendo dal suo attacco. Così questo Giubileo non sia il festeggiamento di una vittoria bellica bensì il festeggiamento di una pace donataci oggi in contrasto, annunciato con gratitudine, con un avvenimento che era legato a una così grande sofferenza. Dobbiamo dimostrarci degni della libertà che allora è stata difesa con così grande impegno.

    Voi cristiani in Austria e in tutti gli altri Paesi del Continente! Mostratevi degni di quei fratelli nella fede che anche oggi devono subire persecuzioni per la loro convinzione religiosa e per il loro modo di vivere il cristianesimo, e che devono fare grandi sacrifici. Abbiate il coraggio e la forza – che vi vengono dalla nostra responsabilità cristiana – di impegnarvi anche nella politica e nella vita pubblica per il bene dell’uomo e della società nel vostro Paese e oltre le frontiere.

    Nella Croce sta la speranza di un rinnovamento cristiano dell’Europa, ma solo se i cristiani stessi prendono sul serio il messaggio della Croce. Croce vuol dire: dare la vita per il fratello per salvare, con la sua, la nostra vita. Croce vuol dire: l’amore è più forte dell’odio e della vendetta: dare dà gioia più che ricevere. Impegnarsi è più efficace che chiedere. Croce vuol dire: non c’è naufragio senza speranza, non esiste buio senza stella. Nessuna tempesta è senza porto sicuro. Croce vuol dire: l’amore non conosce limiti: inizia col tuo prossimo ma non dimenticare chi è lontano. Croce vuol dire: Dio è sempre più grande di noi uomini, è la salvezza anche nel più grande fallimento. La vita è sempre più forte della morte.

    Come seguaci di Cristo, cari fratelli e sorelle, voi siete chiamati a dare una risposta liberatoria e una speranza agli uomini di oggi che vivono fra molteplici minacce e turbamenti, con la forza che vi deriva dalla Croce di Cristo, con la vostra parola piena di speranza e con l’esempio cristiano di vita. E curate soprattutto la preghiera.
    Pregate come hanno fatto i cristiani nella sofferenza del 1683. … Raccoglietevi con me in quest’ora sotto il segno della Croce, che oggi abbiamo innalzato in questa piazza per quella vera crociata dell’impegno cristiano e della preghiera.
    Come allora il beato Papa Innocenzo XI chiamava i popoli minacciati alla Santa alleanza, così oggi il suo successore al soglio di Pietro si appella alle vostre coscienze: la battaglia spirituale per una sopravvivenza in pace e libertà richiede lo stesso impegno e coraggio eroico, la stessa disponibilità al sacrificio, la stessa forza di resistenza con la quale i nostri Padri salvarono allora Vienna e l’Europa! Prendiamo questa decisione e affidiamola al simbolo della Croce di Cristo, del Signore di tutta la storia poiché nella sua Croce c’è veramente speranza e salvezza!”.

  • La verità su Isabella la Cattolica – A cura di Domenico Bonvegna

    “Ho deciso di affrontare subito il tema della straordinaria sovrana di Spagna, sposa di Ferdinando, che finanziò il viaggio di Cristoforo Colombo, ma non solo. Ho riletto (in biblioteca ne ho tanti altri NON letti) il testo, “La regina diffamata. La verità su Isabella la Cattolica”, di Jean Dumont, SEI (Società Editrice Internazionale), del 2003. Il testo è introdotto da un invito alla lettura di Vittorio Messori. E’ un lungo e accanito lavoro su una regina che ha veramente fatto la storia non solo della Spagna, ma di tutta la Cristianità occidentale”.

    E’ una sfida quella lanciata da Dumont, che, utilizzando una grande massa di documenti spesso inediti si propone di smontare la “leggenda nera”, provando la falsità delle accuse e dimostrando che è ben fondata la fama di santità di Isabella. Una figura che è stata infangata dai più svariati accusatori a partire dagli ebrei, islamisti, massoni, liberal di ogni tipo, ma anche da secessionisti catalani, baschi, galiziani, antifranchisti. L’obiettivo di tutti questi è impedire che la Chiesa beatifichi Isabella che qualche avversario ha definito, “un diavolo in forma di donna”.

    Isabella nasce il 22 aprile 1451 in un villaggio dell’altopiano della Vecchia Castiglia, Madrigal de las Altas Torres. I suoi genitori sono il re Giovanni II di Castiglia e la sua seconda moglie, Isabella di Portogallo. Dumont cerca di capire e descrivere l’ambiente di Madrigal, in cui “è sbocciato questo fiore della storia”. Un ambiente che lasciato un segno profondo in Isabel, sia dal punto di vista religioso, artistico, sociale e politico. C’è un ritratto che la ritrae giovane, con la carnagione molto chiara, bionda, sguardo gradevole e schietto, il viso molto bello e ridente. Dumont è convinto che per scrivere la storia di Isabella, “sia preferibile andarla a scoprire anche nel suo sicuro microcosmo d’epoca, anziché fare assoluto affidamento al macrocosmo delle ‘scienze umane'[…]”. Pertanto, per Dumont, “Isabella è prima di tutto Madrigal, villaggio dal passato di straordinaria ricchezza cristiana, sua culla profetica”. Naturalmente non mi soffermo sulle interminabili vicende, sulle contestazioni dei partiti nobiliari, su come sia arrivata a diventare regina di Castiglia. Lo hanno fatto gli autorevoli storici come Tarsicio de Azcona o Joseph Perez, per nominare quelli più celebri.

    Tuttavia il testo ci racconta anche come arrivarono al matrimonio i due giovani re, Isabella e Ferdinando, entrambi giovani coetanei affascinanti, che si sono scelti da soli. Un matrimonio frutto non di soli calcoli politici e finanziari (come si evince dal Concordato), che c’erano, ma c’era anche l’amore, la passione, al contrario di quello che sostengono Perez e Azcona. Isabella regina di Castiglia, Ferdinando re d’Aragona, si incontrano a Valladolid, dopo un viaggio da leggenda. Il matrimonio si svolge il 18 ottobre, celebrato dall’arcivescovo Carrillo. I giovani sposi all’inizio hanno avuto grosse difficoltà, a causa di principi e nobili, ma anche di Enrico IV, che non accettavano questo matrimonio, ma a poco a poco riescono a moltiplicare le alleanze a loro favore, come quella dei Mendoza, in particolare del marchese di Santillana. I futuri Re Cattolici, con il “Concordato” del 1475, prefigurano l’unità della Spagna attraverso l’unione dei due Regni. Dumont descrive la prima guerra che i due sovrani hanno affrontato contro il re del Portogallo, Alfonso V che pretendeva la corona di Castiglia. Quest’ultimo intanto si era alleato con Luigi XI.

    Creazione dello Stato moderno.
    I re cattolici dopo aver sconfitto la minaccia franco-portoghese, hanno iniziato a ristabilire la piena autorità dello Stato in Castiglia e riorganizzato il paese. Ben presto crearono un nuovo Stato, con caratteristiche moderne. Ma per ottenere questo risultato hanno dovuto combattere le pretese dei vari nobili locali. Poi c’era la situazione religiosa molto grave degli ebrei e dei conversos, che si sono convertiti al cristianesimo. Lo storico Diego Hurtado de Mendoza, figlio di uno degli uomini di fiducia di Isabella, potrà scrivere: “I Re Cattolici misero il governo della giustizia e delle altre cose pubbliche nelle mani di uomini di classe media, né grandi né piccoli, senza offesa per gli uni o per gli altri, la cui professione era la legge, la cortesia, il segreto, la verità, la vita retta e i costumi non corrotti, persone che non sollecitano e non ricevono regali […]
    Essi, invece, con dolcezza e umanità, si riuniscono nell’ora prevista per ascoltare le cause e giudicarle, e discutere il bene pubblico”. Isabella ha soddisfatto le aspirazioni popolari di difesa locale contro le oligarchie dei vari nobili. Rivolte di contadini e abitanti di città sollecitarono l’appoggio reale. “Fu allora che si rafforzò l’immagine della monarchia di Isabella e Ferdinando, attenta ai desideri del popolo e preoccupata a garantire loro protezione”. Lope de Vega di questa condotta, ne fece un’opera teatrale.

    A questo punto Dumont si pone una domanda che ci fa riflettere molto: “Ci si chiede perché gli storici, anche migliori, abbiano omesso di rivelare che Isabella e Ferdinando hanno risposto istituzionalmente all’attesa popolare creando rappresentanze elettive nelle municipalità”. Un’importante conquista, presente in molte città spagnole più importanti dell’epoca. “I rappresentanti agivano in collegamento diretto con i Consigli reali”. Dumont ha consultato gli archivi e sa cosa scrive.: “la rappresentanza popolare voluta da Isabella è così efficace e generalizzata che la troviamo in America nel 1530 […]”. E’ un “grande passo democratico”, scrive Dumont. “La monarchia di Isabella fu dunque una ‘monarchia popolare’, modello di modernità, come la memoria popolare non cessa di ricordare, e di celebrarla, fino ai nostri giorni”. Una lezione per chi non conosce la Monarchia spagnola. “I Re Cattolici vennero quindi in soccorso del popolo delle campagne, come erano giunti in soccorso del popolo delle città creando la rappresentanza popolare […]”.

    Interessante la descrizione della riorganizzazione di Isabella dello Stato dal punto di vista economico, in particolare del sostegno e della promozione del grande allevamento delle pecore, basato sula transumanza. Era la principale ricchezza propriamente castigliana. La lana di alta qualità delle pecore merinos, era ricercata sui mercati europei. La Spagna garantiva, mediante la transumanza, la migliore alimentazione degli ovini in ogni stagione.

    L’Inquisizione vista come ripristino dell’ordine.

    Realizzata progressivamente dal 1477 al 1490, “non è da parte di Isabella l’effetto di una pulsione aberrante e divergente, ma una delle numerose istituzioni attraverso le quali ella ha condotto a buon fine la ricostruzione dello Stato castigliano e la protezione del popolo: un’impresa compiuta a difesa del popolo castigliano inteso come ‘popolo di Dio’, il Dio cristiano”. Certo il tema è complicato, come ho scritto altre volte, c’è da fare la solita raccomandazione: per comprendere appieno bisogna calarsi in quell’epoca in cui è vissuta la regina di Spagna. Inquisizione rivolta principalmente nei confronti degli ebrei e dei conversos. Secondo gli studi di Dumont, “nell’inquisizione non vi è antisemitismo, nel senso moderno dell’odio biologico, razziale”. Non solo, avverte Dumont, Ferdinando stesso era, “di lignaggio in parte ebreo, per eredità materna”, peraltro elencando i vari consiglieri e collaboratori diretti, intimi della regina sono di origine ebrea o conversa. Perfino Thomas de Torquemada, era nota l’origine conversa. Inoltre Dumont chiarisce che, la repressione antigiudaizzante, era già stata rivendicata dagli ebrei conversi. “Questi nuovi cristiani sono generalmente convinti, e perfettamente avvertiti, del pericolo della giudaizzazione […]”. Uno di questi è Salomon Ha-Levi, un tempo rabbino, in seguito vescovo di Burgos con il nome di Pablo de Santa Maria, autore di un “Dialogus contra Judaeos”. Ma ce ne sono tanti altri, ex rabbini come principali inquisitori e grandi polemisti. Dumont fa cenno dell’intolleranza ebrea, maggiore di quella cristiana, come confermano altri storici come Fernand Braudel. Addirittura il liberale Salvador Madariaga, afferma che “L’inquisizione spagnola per molti fu un’idea ebrea”. Tuttavia, Dumont sostiene che l’Inquisizione in Spagna non ha mai raggiunto il carattere inquisitorio conosciuto in Francia, con i roghi dei Catari, quelli dei Templari o quello di Giovanna d’Arco. “In Castiglia non vi è d’altronde alcuna tradizione di roghi religiosi[…]”. E se poi si è giunti a una sistematica repressione, è perché era in gioco l’esistenza stessa della Spagna cristiana, osserva Ludwig von Pastor, autore dell’immensa “Storia dei Papi”.

    “La supremazia degli ebrei spagnoli si fece intollerabile per le masse”, masse che volevano restare cristiane”.
    Dumont fa riferimento a una serie di esempi di rivolte popolari contro l’ebraismo e i conversos (non convertiti) che cercano di riprendere il potere politico ed economico. Il rischio per la Spagna è grande e Isabella e Ferdinando lo hanno avvertito dopo la sanguinosa battaglia di Siviglia. Il problema dei converso è il nodo gordiano da risolvere senza esitare, in modo drastico, definitivo. Ecco il progetto dei sovrani spagnoli: un nuovo e rigoroso battesimo per tutti. Un certificato rilasciato dal Tribunale della fede, che “significava qualificare definitivamente i conversos come cristiani e spagnoli con pieni diritti”.

    Nonostante questa situazione, Dumont titola un paragrafo: “Una primavera di carità”, tuttavia la misericordia non era assente nei due sovrani, ricevendo la bolla papale, lanciarono a Siviglia, “una vasta campagna di catechizzazione dei conversos, per convincerli a rinunciare da soli alla loro infedeltà. Una campagna – precisa Dumont – che faceva ricorso, in primo luogo, alle ‘dolci ragioni e ai teneri ammonimenti’ invocati dal segretario reale converso Pulgar”. Mendoza redige un vero e proprio catechismo per i conversos. Lo scrittore francese ci invita a soffermarsi su questa primavera di carità, e soprattutto a sfatare alcuni luoghi comuni, ripresi da molti nostri media e dai manuali scolastici. Durante tutto il Medioevo a sud dei Pirenei è successo un fatto unico in Europa: “la fusione biologica fra cristiani ed ebrei: ciò permise, fenomeno inesistente altrove, l’ascesa delle discendenze ebree in cima alla gerarchia sociale cristiana. Questo riavvicinamento biologico fu dovuto alle donne ebree divenute cristiane”. Grazie a tutta questa tolleranza e fraternità, faceva della Castiglia il “regno delle tre religioni” (cristiana, musulmana ed ebrea). I cristiani sposavano le ebree perché particolarmente belle. Infatti, c’è una incredibile presenza maggioritaria conversa nell’alta nobiltà spagnola, fra gli alti funzionari, i consiglieri e collaboratori del re, era presente anche nell’alto clero.

    Alla fine consultando le fonti si può scrivere che per certi versi Isabella diventa “Protettrice degli ebrei”. Nel 1477 Isabella prende sotto la sua protezione gli ebrei, in particolare i loro beni, soltanto quando percepisce il pericolo dei giudaizzanti entra in azione l’Inquisizione, che deve essere considerata nelle sue giuste proporzioni. Certamente NON sono le cifre enormi fornite certi storici. In ventiquattro anni di governo di Isabella le vittime dell’inquisizione non furono superiore ai quattrocento. Certo, ammette Dumont, “un bilancio pesante, ma non paragonabile all’orgia di massacri con il fuoco che la cultura scolastica ha radicato nello spirito popolare”. Un numero relativamente limitato scrive Braudel. Sicuramente infinitamente più limitato rispetto alle centinaia e migliaia di ghigliottinati, delle fucilazioni di massa, delle deportazioni delle “colonne infernali” nei soli sei anni di Terrore (1793-1799) della Rivoluzione francese, “in nome della quale si giudica l’inquisizione spagnola senza nemmeno aver studiato la storia”. Ben presto i conversos si dimostrarono, “malvagi” e non dolci e povere pecorelle oppresse come ci vengono dipinte. Ormai erano diventati un pericolo sociale, organizzavano complotti, assassinii. Attenzione però ci tiene a precisare Dumont: la battaglia del governo spagnolo era contro i cristiani, “perchè l’inquisizione, bisogna ricordarlo, ha potere soltanto sui battezzati, e non sugli ebrei, che non subiranno mai repressione, salvo per crimini particolari, e che potranno continuare a professare liberamente la fede ebraica”. Dumont accenna alle prigioni che non erano l’”anticamera dell’inferno”, come è stato scritto. Poi c’erano le tante garanzie degli inquisitori per l’accusato. Gli accusati vengono giudicati tutti allo stesso modo, nobili o popolani, ricchi o poveri.

    Il V° capitolo si occupa dell’espulsione degli ebrei.
    Anche qui ci sono tante leggende da smascherare. L’espulsione ridusse certamente la repressione nei confronti dei conversos ed è stata decisiva per il ritorno alla pace religiosa. In merito all’espulsione degli ebrei, Dumont si sforza di trattare l’argomento e di dare delle risposte con giustizia sia per i cristiani che per gli ebrei. Lo fa in quattordici punti che non sto qui ad esporli. Accenno a qualche risposta. Intanto gli ebrei aiutarono i musulmani a conquistare i territori spagnoli. Per quanto riguarda l’accoglienza si possono accettare singole persone, non a titolo perpetuo un popolo intero. In quanto il popolo ospitante ha diritto alla propria identità, alla quale lo straniero non può attentare e gli ebrei erano considerati stranieri. Agli ebrei sono stati dati quattro mesi di tempo per lasciare il territorio spagnolo, non hanno subito molestie durante l’uscita dal territorio. Tuttavia la sorte peggiore toccò agli ebrei che si diressero nel Maghreb, in Marocco, numerosi trovarono la morte o la schiavitù nei battelli dei Mori. I beni degli ebrei sono stati donati alle chiese o ai signori che li avevano ospitati. Dumont precisa che soltanto un numero ridotto di ebrei ha lasciato la Spagna. Lo scrittore francese ha cercato di dimostrare che l’espulsione degli ebrei non è stata una macchia da non perdonare a Isabella. Peraltro l’assemblea dei dottori dell’Università di Parigi si è congratulata con i re cattolici. Quanto alla Chiesa, Alessandro VI accolse a Roma con generosità molti ebrei spagnoli espulsi.

    Infine Dumont espone un particolare che riguarda il nostro tempo. Durante la persecuzione nazista di Hitler, è proprio uno spagnolo tradizionalista, la cui famiglia ha origini in quei “battesimi affrettati” degli ebrei a venire in loro soccorso. “Quest’uomo aveva una doppia linea di discendenza conversa, paterna e materna: si chiamava Francisco Franco Bahamonde, due nomi di famiglie converse”. Dumont precisa che Franco era un “capo di uno Stato spagnolo cristiano e autoritario, aveva ristabilito, come prima decorazione ufficiale, l’Ordine di Isabella la Cattolica e dato allo Stato per emblema il simbolo dei Re Cattolici, il gioco e le frecce: quest’uomo si gettò in soccorso degli ebrei in pericolo”. Del resto Hitler e il suo Istituto della razza, sapevano delle origini ebraiche di Franco, ecco perché lo chiamavano “ufficialetto ebreo”. Peraltro Franco, discepolo di Isabella, fece una cosa inaudita nel pieno del trionfo di Hitler, diede la nazionalità spagnola ai discendenti degli ebrei espulsi dalla Spagna, ponendoli sotto la protezione di uno Stato neutrale, strappandoli così a sicura deportazione. “Si calcola che Franco abbia salvato così 400.000 ebrei […]”. Ogni anno il 20 novembre, anniversario della morte di Franco, gli ebrei svolgono una celebrazione di riconoscenza per la sua memoria.

    L’ultima crociata dell’Occidente europeo.
    Nel VI° capitolo, Dumont descrive la riconquista di Granada occupata dai Moriscos, l’ultimo regno musulmano della penisola, che aveva cancellato ogni vestigia del cristianesimo. E qui lo studioso francese smonta, l’immagine amabile, colta e tollerante che ci hanno lasciato i romanzieri e gli scrittori romantici. Ci vengono raccontati alcuni particolari come il gigantesco rogo della biblioteca del califfato di Cordova. Certo c’è l’Alhambra di Granada, testimone di una civiltà raffinata, nelle sue alte sfere, costruzione – ricorda Dumont – fornita dall’oro proveniente dal Sudan, dagli schiavi neri e dai prigionieri cristiani addetti al trasporto. Pertanto, “la riconquista del regno islamico di Granada non può quindi essere descritta come la vittoria dell’oppressione cristiana sulla giusta pace, né come quella delle tenebre castigliane sulla luce”. Come sostengono i terzomondisti del cancel culture. La Reconquista, “fu in realtà il frutto dell’ideale di un popolo, desideroso di recuperare le sue terre, e di riportarvi la fede che era stata strappata con la forza”. La riconquista di Granada fu anche un obiettivo non solo nazionale, ma un ideale internazionale, europeo. E questo particolare mi era sconosciuto.
    Il Papa Sisto IV nel 1482 aveva istituita il contributo alla Crociata (Cruzada), destinato in primo luogo a finanziare la lotta contro l’islam in Spagna. Tutti contribuirono, fino a raggiungere la somma di 500 milioni di maravedì. In tutta Europa gruppi consistenti di cavalieri e soldati si preparavano a venire in aiuto, volontariamente ai soldati e cavalieri di Isabella e Ferdinando. Di fronte a Granada si organizzava così l’ultima crociata dell’Occidente europeo. Gli archivi attestano la presenza di combattenti tedeschi, svizzeri, francesi, borgognoni e inglesi. In questo contesto, Dumont sottolinea il genio politico e militare del futuro Re Cattolico e quello della moglie. Non mi soffermo, ma vi lascio alla lettura del testo. Il 2 gennaio 1492 si compie la reconquista con la prima messa nel palazzo musulmano dell’Alhambra. Il potere dell’islam in Spagna è finito, le campane suonano fino a Londra e prima di tutto a Roma.

    Cristoforo Colombo e l’America.
    Probabilmente è l’impresa più conosciuta che riguarda la regina di Spagna. L’enorme storiografia colombina ha costruito romanzi inesauribili e contraddittori, non confermati da nessun documento d’archivio. Intanto i monarchi hanno deciso da soli, erano capaci di farlo. Il ritorno e l’incontro con i sovrani di Colombo in Spagna secondo Dumont non ha il carattere di apoteosi, come è stato scritto ovunque. Per il secondo viaggio di Colombo in America, i monarchi spagnoli gli danno una Istruzione fondamentale: “Colombo deve fare il possibile per convertire gli indigeni, con la precisazione che questi devono essere trattati ‘bene e con amore, senza far loro il minimo torto, in maniera tale da avere con loro molto dialogo e familiarità”.
    E’ una istruzione opera soprattutto di isabella, del popolo castigliano. Colombo però dimostra una inquietante doppiezza nel suo comportamento nelle “Indie”, in totale contraddizione con le istruzioni ricevute da Isabella. Praticamente nelle terre scoperte, installa “una semplice agenzia commerciale che il monopolio, in cui tutti gli spagnoli e gli europei erano dei salariati, e gli indiani degli schiavi: in questo modo è l’unico a profittarne”. Addirittura nel 1495, invia una prima nave carica di schiavi indiani, per metterli in vendita, ma Isabella fa tornare indietro la nave. Ben presto il rapporto con la regina si deteriora per via della schiavitù degli indiani e così la regina ordina che tutti quelli che hanno portato schiavi dalle Indie devono, “sotto pena di morte”, ricondurli o rimandarli in America. Intanto affida nelle Antille pieni poteri d’inchiesta e di governo, a due commissari, Francisco Bobadilla e Nicolas de Ovando, che fanno arrestare Colombo. Poi ci sarà per Colombo il quarto e ultimo disastroso viaggio e infine muore il 21 novembre 1504.
    A partire dal 1501, Isabella ha la responsabilità completa e diretta della colonizzazione in America, oltre alla responsabilità di evangelizzarla, obbligata dalla Bolla pontificia, Piis Fidelium, del 25 giugno 1493. Firma una istruzione al governatore Ovando, affinché ”protegga in ogni istante quelli che noi oggi chiamiamo diritti umani”. Infatti, Dumont scrive che “l’istruzione precisa con risolutezza che lo status degli abitanti delle terre scoperte è quello di uomini liberi, sudditi naturali della Corona castigliana”. Inoltre, la sovrana aggiunge: “è necessario informare gli indiani sulla nostra sante fede, affinché ne giungano a conoscenza”. Pertanto, i religiosi, dovranno informare e ammonire gli indiani con molto amore, “senza esercitare su di loro alcuna costrizione”. E’ giunta l’ora di Dio, affidata a quindici religiosi, in gran parte francescani, la schiavitù di Colombo è scomparsa. Dumont fa riferimento all’encomienda, istituita da Isabella, un’istituzione molto discussa. Aveva quattro obiettivi: Impedire che gli indiani rimangono dispersi nelle boscaglie e sottoalimentati. Creare villaggi indiani, in cui essi saranno nutriti, civilizzati e cristianizzati. Affidare il villaggio a un governatore per proteggere da abusi gli indiani e garantirgli un salario equo. Isabella lo precisa: “gli indiani lavoreranno come ‘uomini liberi e non come schiavi’ e dovranno essere trattati con umanità”. Attenzione non sono obiettivi di dissimulata schiavitù. Ancora una volta Dumont fa notare la grande rivoluzione di Isabella, “la libertà assoluta fu un passo da gigante in un periodo in cui la schiavitù era moneta corrente”. Possiamo affermare con certezza che “Isabella è la madre di quella che diventerà la libera America cattolica”.
    La prima Riforma cattolica.
    Un altro aspetto fondamentale della grande opera isabelliana. Allora si domandava Perez, “la Spagna dei Re Cattolici era davvero cristiana?”. Tutta la storia religiosa della Spagna lo dimostra. Isabella realizzò una riforma laica della Chiesa, senza eguali nel mondo. Una dura battaglia anche contro Roma, che Isabella ha intrapreso durante i trent’anni del suo regno. I vescovi devono essere laureati, impeccabili sul piano morale e quello spirituale, e non solo figli di famiglie nobili. Infatti, al termine del regno dei Re Cattolici, su 112 vescovi di nomina reale vi saranno soltanto 32 membri della famiglia reale o della nobiltà. Isabella ha agito prima e meglio del Concilio di Trento, in un tempo in cui la Chiesa di Roma era fortemente in crisi, c’era un abisso sui valori cristiani tra i riformatori reali e i religiosi di Spagnoli dalla Roma papale dell’epoca. Troppi religiosi, canonici, preti erano fuori controllo, mentre“i vescovi riformati scelti da Isabella si impegnano attivamente per riportare sulla retta via il popolo clericale con l’esempio quotidiano, la denuncia puntuale degli abusi, l’appello alla rettitudine nel servizio divino, alla carità effettiva, alla formazione universitaria dei migliori, ma anche con l’impiego di sanzioni severe”. Una riforma che attuò insieme a un vescovo designato dal Papa, si tratta dell’arcivescovo di Messina, Martin Ponce.
    In questo contesto troviamo uno dei tratti caratteristici della regina: la misericordia, la comprensione per i problemi degli umili. Isabella insieme al popolo cristiano attuò una Riforma caratteristica, profonda, i cui effetti permangono. Per tracciare un quadro di questa riforma del clero regolare di Spagna, sarebbe necessario un intero volume.
    Il volume dello studioso francese si chiude con due temi che andrebbero conosciuti: La bellezza e la santità. “La grandezza di Isabella non si esprime solo nella sua opera di riconquista sociale, politica, nazionale e religiosa, ma anche nella riscoperta della bellezza”. Secondo gli studiosi dell’arte, si è affermato e diffuso un vero e proprio “stile Isabella”. Isabella accoglie in Spagna una pleiade di crociati dell’arte europea, francesi, inglesi, tedeschi, italiani, ben presto divenuti spagnoli, per costruire splendide cattedrali, chiese, palazzi, tardo-gotico, con un ritorno all’identità cristiana della Spagna. Certo la concessione del titolo di “cattolici”, non è una sorta di canonizzazione personale, ma si canonizza in un certo senso gli elementi principali dell’azione religiosa e sociale di isabella. Tuttavia per Dumont Isabella aveva carattere di santità, anche i sostenitori meno calorosi, all’interno della Chiesa non ne dubitano. Chi non vuole la sua santificazione, riconosce che la regina di Spagna era santa, ma la questione degli ebrei frena la sua canonizzazione.
    Comunque la santità di Isabella è sancita, senza possibili contestazioni, nei 28 spessi volumi di documenti riuniti dal postulatore della causa di beatificazione di padre Anastasio Gutierrez Poza. Isabella in fondo è come santa Giovanna d’Arco, morirà povera, letteralmente sul lastrico. Hanno dovuto vendere all’asta i suoi beni personali, per i debiti contratti per le attività caritatevoli, fu considerata dal popolo, ma anche dai religiosi, “mater nostra”. Non posso non concludere questo mio studio con le parole del postulatore padre Gutierrez, nell’intervista concessa alla rivista Cristianità (La serva di Dio Isabella la Cattolica, modello per la nuova evangelizzazione [Intervista con padre Anastasio Gutiérrez Poza C.M.F.], Intervista con padre Anastasio Gutiérrez Poza C.M.F.,a cura di Francesco Pappalardo, Cristianità, n. 204, 1992)

    Un modello per i nostri tempi.
    D. Quali insegnamenti possiamo trarre oggi dalla vita della regina Isabella, che potrebbe essere la prima sovrana beatificata dopo i re santi del Medioevo?
    R. La Positio historica, pur rilevando l’assenza di fenomeni mistici straordinari in Isabella, la descrive come un’autentica contemplativa nell’azione, che ha saputo coniugare la pratica delle virtù cristiane con il difficile esercizio dell’azione di governo. Isabella ha intrapreso il cammino della santità proprio con il compimento puntuale dei suoi doveri di regina e ha mostrato che la vera missione dei reggitori degli Stati è di stabilire la pace e l’armonia fra i cittadini, affinché possa sbocciare la carità nelle anime e nelle società. È quindi anche modello di vita per i laici, ai quali insegna come devono procurarsi il Regno di Dio trattando le cose temporali, anche le più impegnative.

    Inoltre, è modello di virtù per le famiglie, come figlia, sorella, sposa fedele, madre sollecita e premurosa di cinque figli, ai quali si è dedicata senza trascurare i doveri di governo. In questo senso è anche modello di squisita femminilità, secondo l’insegnamento della Chiesa, ribadito da Papa Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Mulieris dignitatem, del 30 settembre 1988. Ma il suo principale insegnamento sta nella sollecitudine per l’impegno missionario, che anima tutte le sue grandi imprese e che induce a proporla come modello della prima e della seconda evangelizzazione del mondo in genere e dell’Europa in specie.