Autore: Domenico Bonvegna

  • Torna l’angolo del Bonvegna: quando Papa Giovanni Paolo II ricordò la vittoria di Vienna nel 1683

    Torna l’angolo del Bonvegna: quando Papa Giovanni Paolo II ricordò la vittoria di Vienna nel 1683

    Il 12 settembre, la Chiesa ricorda il SS Nome di Maria, ma nessuno ricorda la grande vittoria delle armate cristiane guidate dal re polacco Giovanni Sobieski a Vienna nel 1683 contro l’immenso esercito ottomano di Kara Mustafà, che nonostante la sua superiorità ha dovuto soccombere anche per i suoi errori strategici come scrive lo storico militare Alberto Leoni. La storia dell’Europa poteva cambiare se la coalizione cristiana non avesse vinto quella battaglia. Interessante la descrizione di Leoni su Il Sussidario.net di oggi. Una vittoria fortemente voluta da un monaco cappuccino Marco d’Aviano e dal Papa di allora Innocenzo XI.

    “Da tutto l’impero, infatti, accorrevano milizie e volontari per essere inquadrati nell’armata di soccorso ed è giusto ricordare i nomi di alcuni loro capi: il principe Georg F. von Waldeck guidava 9mila uomini dai territori dell’Alto Reno; il principe Massimiliano conduceva 10mila bavaresi; l’elettore del Brandeburgo protestante dava 1.200 soldati e Sobieski altri 15mila. È al re polacco che spettava il comando supremo e Carlo di Lorena, positivamente influenzato da padre Marco d’Aviano, accettò di buon grado tale subordinazione. Il lettore moderno ha letto bene: soldati cattolici e protestanti marciavano in battaglia sotto la stessa bandiera, archiviando definitivamente, almeno nell’impero, i disastri della guerra dei Trent’anni conclusasi solo pochi decenni prima, nel 1648”. (Alberto Leoni, VIENNA 1683/ Da Sobieski a Eugenio di Savoia, le vittorie “sotto il segno della croce”, 14.9.23, Ilsussidiario.net).

    Giovanni Paolo II, ricorda la vittoria di Vienna del 1683.
    Quarant’anni fa il 19 settembre 1983 san Giovanni Paolo II tenne un discorso nella piazza degli eroi a Vienna. Un discorso che offre un’interpretazione storica quanto mai attuale.
    “È giusto – disse il papa – ricordare con ammirazione i difensori e i liberatori di Vienna che hanno opposto resistenza all’attacco con una collaborazione esemplare. Noi siamo soprattutto consapevoli del fatto che la lingua delle armi non è la lingua di Gesù Cristo e neppure la lingua di sua Madre, alla quale allora come oggi ci si appella come aiuto dei cristiani. Ci sono casi in cui la lotta armata è una realtà inevitabile a cui in circostanze tragiche non possono sottrarsi neanche i cristiani. Ma anche in questo caso è vincolante l’imperativo cristiano dell’amore per il nemico, della misericordia: colui che è morto sulla Croce per i suoi carnefici trasforma ogni mio nemico in un fratello, cui spetta il mio amore, anche se mi difendo dal suo attacco. Così questo Giubileo non sia il festeggiamento di una vittoria bellica bensì il festeggiamento di una pace donataci oggi in contrasto, annunciato con gratitudine, con un avvenimento che era legato a una così grande sofferenza. Dobbiamo dimostrarci degni della libertà che allora è stata difesa con così grande impegno.

    Voi cristiani in Austria e in tutti gli altri Paesi del Continente! Mostratevi degni di quei fratelli nella fede che anche oggi devono subire persecuzioni per la loro convinzione religiosa e per il loro modo di vivere il cristianesimo, e che devono fare grandi sacrifici. Abbiate il coraggio e la forza – che vi vengono dalla nostra responsabilità cristiana – di impegnarvi anche nella politica e nella vita pubblica per il bene dell’uomo e della società nel vostro Paese e oltre le frontiere.

    Nella Croce sta la speranza di un rinnovamento cristiano dell’Europa, ma solo se i cristiani stessi prendono sul serio il messaggio della Croce. Croce vuol dire: dare la vita per il fratello per salvare, con la sua, la nostra vita. Croce vuol dire: l’amore è più forte dell’odio e della vendetta: dare dà gioia più che ricevere. Impegnarsi è più efficace che chiedere. Croce vuol dire: non c’è naufragio senza speranza, non esiste buio senza stella. Nessuna tempesta è senza porto sicuro. Croce vuol dire: l’amore non conosce limiti: inizia col tuo prossimo ma non dimenticare chi è lontano. Croce vuol dire: Dio è sempre più grande di noi uomini, è la salvezza anche nel più grande fallimento. La vita è sempre più forte della morte.

    Come seguaci di Cristo, cari fratelli e sorelle, voi siete chiamati a dare una risposta liberatoria e una speranza agli uomini di oggi che vivono fra molteplici minacce e turbamenti, con la forza che vi deriva dalla Croce di Cristo, con la vostra parola piena di speranza e con l’esempio cristiano di vita. E curate soprattutto la preghiera.
    Pregate come hanno fatto i cristiani nella sofferenza del 1683. … Raccoglietevi con me in quest’ora sotto il segno della Croce, che oggi abbiamo innalzato in questa piazza per quella vera crociata dell’impegno cristiano e della preghiera.
    Come allora il beato Papa Innocenzo XI chiamava i popoli minacciati alla Santa alleanza, così oggi il suo successore al soglio di Pietro si appella alle vostre coscienze: la battaglia spirituale per una sopravvivenza in pace e libertà richiede lo stesso impegno e coraggio eroico, la stessa disponibilità al sacrificio, la stessa forza di resistenza con la quale i nostri Padri salvarono allora Vienna e l’Europa! Prendiamo questa decisione e affidiamola al simbolo della Croce di Cristo, del Signore di tutta la storia poiché nella sua Croce c’è veramente speranza e salvezza!”.

  • La verità su Isabella la Cattolica – A cura di Domenico Bonvegna

    “Ho deciso di affrontare subito il tema della straordinaria sovrana di Spagna, sposa di Ferdinando, che finanziò il viaggio di Cristoforo Colombo, ma non solo. Ho riletto (in biblioteca ne ho tanti altri NON letti) il testo, “La regina diffamata. La verità su Isabella la Cattolica”, di Jean Dumont, SEI (Società Editrice Internazionale), del 2003. Il testo è introdotto da un invito alla lettura di Vittorio Messori. E’ un lungo e accanito lavoro su una regina che ha veramente fatto la storia non solo della Spagna, ma di tutta la Cristianità occidentale”.

    E’ una sfida quella lanciata da Dumont, che, utilizzando una grande massa di documenti spesso inediti si propone di smontare la “leggenda nera”, provando la falsità delle accuse e dimostrando che è ben fondata la fama di santità di Isabella. Una figura che è stata infangata dai più svariati accusatori a partire dagli ebrei, islamisti, massoni, liberal di ogni tipo, ma anche da secessionisti catalani, baschi, galiziani, antifranchisti. L’obiettivo di tutti questi è impedire che la Chiesa beatifichi Isabella che qualche avversario ha definito, “un diavolo in forma di donna”.

    Isabella nasce il 22 aprile 1451 in un villaggio dell’altopiano della Vecchia Castiglia, Madrigal de las Altas Torres. I suoi genitori sono il re Giovanni II di Castiglia e la sua seconda moglie, Isabella di Portogallo. Dumont cerca di capire e descrivere l’ambiente di Madrigal, in cui “è sbocciato questo fiore della storia”. Un ambiente che lasciato un segno profondo in Isabel, sia dal punto di vista religioso, artistico, sociale e politico. C’è un ritratto che la ritrae giovane, con la carnagione molto chiara, bionda, sguardo gradevole e schietto, il viso molto bello e ridente. Dumont è convinto che per scrivere la storia di Isabella, “sia preferibile andarla a scoprire anche nel suo sicuro microcosmo d’epoca, anziché fare assoluto affidamento al macrocosmo delle ‘scienze umane'[…]”. Pertanto, per Dumont, “Isabella è prima di tutto Madrigal, villaggio dal passato di straordinaria ricchezza cristiana, sua culla profetica”. Naturalmente non mi soffermo sulle interminabili vicende, sulle contestazioni dei partiti nobiliari, su come sia arrivata a diventare regina di Castiglia. Lo hanno fatto gli autorevoli storici come Tarsicio de Azcona o Joseph Perez, per nominare quelli più celebri.

    Tuttavia il testo ci racconta anche come arrivarono al matrimonio i due giovani re, Isabella e Ferdinando, entrambi giovani coetanei affascinanti, che si sono scelti da soli. Un matrimonio frutto non di soli calcoli politici e finanziari (come si evince dal Concordato), che c’erano, ma c’era anche l’amore, la passione, al contrario di quello che sostengono Perez e Azcona. Isabella regina di Castiglia, Ferdinando re d’Aragona, si incontrano a Valladolid, dopo un viaggio da leggenda. Il matrimonio si svolge il 18 ottobre, celebrato dall’arcivescovo Carrillo. I giovani sposi all’inizio hanno avuto grosse difficoltà, a causa di principi e nobili, ma anche di Enrico IV, che non accettavano questo matrimonio, ma a poco a poco riescono a moltiplicare le alleanze a loro favore, come quella dei Mendoza, in particolare del marchese di Santillana. I futuri Re Cattolici, con il “Concordato” del 1475, prefigurano l’unità della Spagna attraverso l’unione dei due Regni. Dumont descrive la prima guerra che i due sovrani hanno affrontato contro il re del Portogallo, Alfonso V che pretendeva la corona di Castiglia. Quest’ultimo intanto si era alleato con Luigi XI.

    Creazione dello Stato moderno.
    I re cattolici dopo aver sconfitto la minaccia franco-portoghese, hanno iniziato a ristabilire la piena autorità dello Stato in Castiglia e riorganizzato il paese. Ben presto crearono un nuovo Stato, con caratteristiche moderne. Ma per ottenere questo risultato hanno dovuto combattere le pretese dei vari nobili locali. Poi c’era la situazione religiosa molto grave degli ebrei e dei conversos, che si sono convertiti al cristianesimo. Lo storico Diego Hurtado de Mendoza, figlio di uno degli uomini di fiducia di Isabella, potrà scrivere: “I Re Cattolici misero il governo della giustizia e delle altre cose pubbliche nelle mani di uomini di classe media, né grandi né piccoli, senza offesa per gli uni o per gli altri, la cui professione era la legge, la cortesia, il segreto, la verità, la vita retta e i costumi non corrotti, persone che non sollecitano e non ricevono regali […]
    Essi, invece, con dolcezza e umanità, si riuniscono nell’ora prevista per ascoltare le cause e giudicarle, e discutere il bene pubblico”. Isabella ha soddisfatto le aspirazioni popolari di difesa locale contro le oligarchie dei vari nobili. Rivolte di contadini e abitanti di città sollecitarono l’appoggio reale. “Fu allora che si rafforzò l’immagine della monarchia di Isabella e Ferdinando, attenta ai desideri del popolo e preoccupata a garantire loro protezione”. Lope de Vega di questa condotta, ne fece un’opera teatrale.

    A questo punto Dumont si pone una domanda che ci fa riflettere molto: “Ci si chiede perché gli storici, anche migliori, abbiano omesso di rivelare che Isabella e Ferdinando hanno risposto istituzionalmente all’attesa popolare creando rappresentanze elettive nelle municipalità”. Un’importante conquista, presente in molte città spagnole più importanti dell’epoca. “I rappresentanti agivano in collegamento diretto con i Consigli reali”. Dumont ha consultato gli archivi e sa cosa scrive.: “la rappresentanza popolare voluta da Isabella è così efficace e generalizzata che la troviamo in America nel 1530 […]”. E’ un “grande passo democratico”, scrive Dumont. “La monarchia di Isabella fu dunque una ‘monarchia popolare’, modello di modernità, come la memoria popolare non cessa di ricordare, e di celebrarla, fino ai nostri giorni”. Una lezione per chi non conosce la Monarchia spagnola. “I Re Cattolici vennero quindi in soccorso del popolo delle campagne, come erano giunti in soccorso del popolo delle città creando la rappresentanza popolare […]”.

    Interessante la descrizione della riorganizzazione di Isabella dello Stato dal punto di vista economico, in particolare del sostegno e della promozione del grande allevamento delle pecore, basato sula transumanza. Era la principale ricchezza propriamente castigliana. La lana di alta qualità delle pecore merinos, era ricercata sui mercati europei. La Spagna garantiva, mediante la transumanza, la migliore alimentazione degli ovini in ogni stagione.

    L’Inquisizione vista come ripristino dell’ordine.

    Realizzata progressivamente dal 1477 al 1490, “non è da parte di Isabella l’effetto di una pulsione aberrante e divergente, ma una delle numerose istituzioni attraverso le quali ella ha condotto a buon fine la ricostruzione dello Stato castigliano e la protezione del popolo: un’impresa compiuta a difesa del popolo castigliano inteso come ‘popolo di Dio’, il Dio cristiano”. Certo il tema è complicato, come ho scritto altre volte, c’è da fare la solita raccomandazione: per comprendere appieno bisogna calarsi in quell’epoca in cui è vissuta la regina di Spagna. Inquisizione rivolta principalmente nei confronti degli ebrei e dei conversos. Secondo gli studi di Dumont, “nell’inquisizione non vi è antisemitismo, nel senso moderno dell’odio biologico, razziale”. Non solo, avverte Dumont, Ferdinando stesso era, “di lignaggio in parte ebreo, per eredità materna”, peraltro elencando i vari consiglieri e collaboratori diretti, intimi della regina sono di origine ebrea o conversa. Perfino Thomas de Torquemada, era nota l’origine conversa. Inoltre Dumont chiarisce che, la repressione antigiudaizzante, era già stata rivendicata dagli ebrei conversi. “Questi nuovi cristiani sono generalmente convinti, e perfettamente avvertiti, del pericolo della giudaizzazione […]”. Uno di questi è Salomon Ha-Levi, un tempo rabbino, in seguito vescovo di Burgos con il nome di Pablo de Santa Maria, autore di un “Dialogus contra Judaeos”. Ma ce ne sono tanti altri, ex rabbini come principali inquisitori e grandi polemisti. Dumont fa cenno dell’intolleranza ebrea, maggiore di quella cristiana, come confermano altri storici come Fernand Braudel. Addirittura il liberale Salvador Madariaga, afferma che “L’inquisizione spagnola per molti fu un’idea ebrea”. Tuttavia, Dumont sostiene che l’Inquisizione in Spagna non ha mai raggiunto il carattere inquisitorio conosciuto in Francia, con i roghi dei Catari, quelli dei Templari o quello di Giovanna d’Arco. “In Castiglia non vi è d’altronde alcuna tradizione di roghi religiosi[…]”. E se poi si è giunti a una sistematica repressione, è perché era in gioco l’esistenza stessa della Spagna cristiana, osserva Ludwig von Pastor, autore dell’immensa “Storia dei Papi”.

    “La supremazia degli ebrei spagnoli si fece intollerabile per le masse”, masse che volevano restare cristiane”.
    Dumont fa riferimento a una serie di esempi di rivolte popolari contro l’ebraismo e i conversos (non convertiti) che cercano di riprendere il potere politico ed economico. Il rischio per la Spagna è grande e Isabella e Ferdinando lo hanno avvertito dopo la sanguinosa battaglia di Siviglia. Il problema dei converso è il nodo gordiano da risolvere senza esitare, in modo drastico, definitivo. Ecco il progetto dei sovrani spagnoli: un nuovo e rigoroso battesimo per tutti. Un certificato rilasciato dal Tribunale della fede, che “significava qualificare definitivamente i conversos come cristiani e spagnoli con pieni diritti”.

    Nonostante questa situazione, Dumont titola un paragrafo: “Una primavera di carità”, tuttavia la misericordia non era assente nei due sovrani, ricevendo la bolla papale, lanciarono a Siviglia, “una vasta campagna di catechizzazione dei conversos, per convincerli a rinunciare da soli alla loro infedeltà. Una campagna – precisa Dumont – che faceva ricorso, in primo luogo, alle ‘dolci ragioni e ai teneri ammonimenti’ invocati dal segretario reale converso Pulgar”. Mendoza redige un vero e proprio catechismo per i conversos. Lo scrittore francese ci invita a soffermarsi su questa primavera di carità, e soprattutto a sfatare alcuni luoghi comuni, ripresi da molti nostri media e dai manuali scolastici. Durante tutto il Medioevo a sud dei Pirenei è successo un fatto unico in Europa: “la fusione biologica fra cristiani ed ebrei: ciò permise, fenomeno inesistente altrove, l’ascesa delle discendenze ebree in cima alla gerarchia sociale cristiana. Questo riavvicinamento biologico fu dovuto alle donne ebree divenute cristiane”. Grazie a tutta questa tolleranza e fraternità, faceva della Castiglia il “regno delle tre religioni” (cristiana, musulmana ed ebrea). I cristiani sposavano le ebree perché particolarmente belle. Infatti, c’è una incredibile presenza maggioritaria conversa nell’alta nobiltà spagnola, fra gli alti funzionari, i consiglieri e collaboratori del re, era presente anche nell’alto clero.

    Alla fine consultando le fonti si può scrivere che per certi versi Isabella diventa “Protettrice degli ebrei”. Nel 1477 Isabella prende sotto la sua protezione gli ebrei, in particolare i loro beni, soltanto quando percepisce il pericolo dei giudaizzanti entra in azione l’Inquisizione, che deve essere considerata nelle sue giuste proporzioni. Certamente NON sono le cifre enormi fornite certi storici. In ventiquattro anni di governo di Isabella le vittime dell’inquisizione non furono superiore ai quattrocento. Certo, ammette Dumont, “un bilancio pesante, ma non paragonabile all’orgia di massacri con il fuoco che la cultura scolastica ha radicato nello spirito popolare”. Un numero relativamente limitato scrive Braudel. Sicuramente infinitamente più limitato rispetto alle centinaia e migliaia di ghigliottinati, delle fucilazioni di massa, delle deportazioni delle “colonne infernali” nei soli sei anni di Terrore (1793-1799) della Rivoluzione francese, “in nome della quale si giudica l’inquisizione spagnola senza nemmeno aver studiato la storia”. Ben presto i conversos si dimostrarono, “malvagi” e non dolci e povere pecorelle oppresse come ci vengono dipinte. Ormai erano diventati un pericolo sociale, organizzavano complotti, assassinii. Attenzione però ci tiene a precisare Dumont: la battaglia del governo spagnolo era contro i cristiani, “perchè l’inquisizione, bisogna ricordarlo, ha potere soltanto sui battezzati, e non sugli ebrei, che non subiranno mai repressione, salvo per crimini particolari, e che potranno continuare a professare liberamente la fede ebraica”. Dumont accenna alle prigioni che non erano l’”anticamera dell’inferno”, come è stato scritto. Poi c’erano le tante garanzie degli inquisitori per l’accusato. Gli accusati vengono giudicati tutti allo stesso modo, nobili o popolani, ricchi o poveri.

    Il V° capitolo si occupa dell’espulsione degli ebrei.
    Anche qui ci sono tante leggende da smascherare. L’espulsione ridusse certamente la repressione nei confronti dei conversos ed è stata decisiva per il ritorno alla pace religiosa. In merito all’espulsione degli ebrei, Dumont si sforza di trattare l’argomento e di dare delle risposte con giustizia sia per i cristiani che per gli ebrei. Lo fa in quattordici punti che non sto qui ad esporli. Accenno a qualche risposta. Intanto gli ebrei aiutarono i musulmani a conquistare i territori spagnoli. Per quanto riguarda l’accoglienza si possono accettare singole persone, non a titolo perpetuo un popolo intero. In quanto il popolo ospitante ha diritto alla propria identità, alla quale lo straniero non può attentare e gli ebrei erano considerati stranieri. Agli ebrei sono stati dati quattro mesi di tempo per lasciare il territorio spagnolo, non hanno subito molestie durante l’uscita dal territorio. Tuttavia la sorte peggiore toccò agli ebrei che si diressero nel Maghreb, in Marocco, numerosi trovarono la morte o la schiavitù nei battelli dei Mori. I beni degli ebrei sono stati donati alle chiese o ai signori che li avevano ospitati. Dumont precisa che soltanto un numero ridotto di ebrei ha lasciato la Spagna. Lo scrittore francese ha cercato di dimostrare che l’espulsione degli ebrei non è stata una macchia da non perdonare a Isabella. Peraltro l’assemblea dei dottori dell’Università di Parigi si è congratulata con i re cattolici. Quanto alla Chiesa, Alessandro VI accolse a Roma con generosità molti ebrei spagnoli espulsi.

    Infine Dumont espone un particolare che riguarda il nostro tempo. Durante la persecuzione nazista di Hitler, è proprio uno spagnolo tradizionalista, la cui famiglia ha origini in quei “battesimi affrettati” degli ebrei a venire in loro soccorso. “Quest’uomo aveva una doppia linea di discendenza conversa, paterna e materna: si chiamava Francisco Franco Bahamonde, due nomi di famiglie converse”. Dumont precisa che Franco era un “capo di uno Stato spagnolo cristiano e autoritario, aveva ristabilito, come prima decorazione ufficiale, l’Ordine di Isabella la Cattolica e dato allo Stato per emblema il simbolo dei Re Cattolici, il gioco e le frecce: quest’uomo si gettò in soccorso degli ebrei in pericolo”. Del resto Hitler e il suo Istituto della razza, sapevano delle origini ebraiche di Franco, ecco perché lo chiamavano “ufficialetto ebreo”. Peraltro Franco, discepolo di Isabella, fece una cosa inaudita nel pieno del trionfo di Hitler, diede la nazionalità spagnola ai discendenti degli ebrei espulsi dalla Spagna, ponendoli sotto la protezione di uno Stato neutrale, strappandoli così a sicura deportazione. “Si calcola che Franco abbia salvato così 400.000 ebrei […]”. Ogni anno il 20 novembre, anniversario della morte di Franco, gli ebrei svolgono una celebrazione di riconoscenza per la sua memoria.

    L’ultima crociata dell’Occidente europeo.
    Nel VI° capitolo, Dumont descrive la riconquista di Granada occupata dai Moriscos, l’ultimo regno musulmano della penisola, che aveva cancellato ogni vestigia del cristianesimo. E qui lo studioso francese smonta, l’immagine amabile, colta e tollerante che ci hanno lasciato i romanzieri e gli scrittori romantici. Ci vengono raccontati alcuni particolari come il gigantesco rogo della biblioteca del califfato di Cordova. Certo c’è l’Alhambra di Granada, testimone di una civiltà raffinata, nelle sue alte sfere, costruzione – ricorda Dumont – fornita dall’oro proveniente dal Sudan, dagli schiavi neri e dai prigionieri cristiani addetti al trasporto. Pertanto, “la riconquista del regno islamico di Granada non può quindi essere descritta come la vittoria dell’oppressione cristiana sulla giusta pace, né come quella delle tenebre castigliane sulla luce”. Come sostengono i terzomondisti del cancel culture. La Reconquista, “fu in realtà il frutto dell’ideale di un popolo, desideroso di recuperare le sue terre, e di riportarvi la fede che era stata strappata con la forza”. La riconquista di Granada fu anche un obiettivo non solo nazionale, ma un ideale internazionale, europeo. E questo particolare mi era sconosciuto.
    Il Papa Sisto IV nel 1482 aveva istituita il contributo alla Crociata (Cruzada), destinato in primo luogo a finanziare la lotta contro l’islam in Spagna. Tutti contribuirono, fino a raggiungere la somma di 500 milioni di maravedì. In tutta Europa gruppi consistenti di cavalieri e soldati si preparavano a venire in aiuto, volontariamente ai soldati e cavalieri di Isabella e Ferdinando. Di fronte a Granada si organizzava così l’ultima crociata dell’Occidente europeo. Gli archivi attestano la presenza di combattenti tedeschi, svizzeri, francesi, borgognoni e inglesi. In questo contesto, Dumont sottolinea il genio politico e militare del futuro Re Cattolico e quello della moglie. Non mi soffermo, ma vi lascio alla lettura del testo. Il 2 gennaio 1492 si compie la reconquista con la prima messa nel palazzo musulmano dell’Alhambra. Il potere dell’islam in Spagna è finito, le campane suonano fino a Londra e prima di tutto a Roma.

    Cristoforo Colombo e l’America.
    Probabilmente è l’impresa più conosciuta che riguarda la regina di Spagna. L’enorme storiografia colombina ha costruito romanzi inesauribili e contraddittori, non confermati da nessun documento d’archivio. Intanto i monarchi hanno deciso da soli, erano capaci di farlo. Il ritorno e l’incontro con i sovrani di Colombo in Spagna secondo Dumont non ha il carattere di apoteosi, come è stato scritto ovunque. Per il secondo viaggio di Colombo in America, i monarchi spagnoli gli danno una Istruzione fondamentale: “Colombo deve fare il possibile per convertire gli indigeni, con la precisazione che questi devono essere trattati ‘bene e con amore, senza far loro il minimo torto, in maniera tale da avere con loro molto dialogo e familiarità”.
    E’ una istruzione opera soprattutto di isabella, del popolo castigliano. Colombo però dimostra una inquietante doppiezza nel suo comportamento nelle “Indie”, in totale contraddizione con le istruzioni ricevute da Isabella. Praticamente nelle terre scoperte, installa “una semplice agenzia commerciale che il monopolio, in cui tutti gli spagnoli e gli europei erano dei salariati, e gli indiani degli schiavi: in questo modo è l’unico a profittarne”. Addirittura nel 1495, invia una prima nave carica di schiavi indiani, per metterli in vendita, ma Isabella fa tornare indietro la nave. Ben presto il rapporto con la regina si deteriora per via della schiavitù degli indiani e così la regina ordina che tutti quelli che hanno portato schiavi dalle Indie devono, “sotto pena di morte”, ricondurli o rimandarli in America. Intanto affida nelle Antille pieni poteri d’inchiesta e di governo, a due commissari, Francisco Bobadilla e Nicolas de Ovando, che fanno arrestare Colombo. Poi ci sarà per Colombo il quarto e ultimo disastroso viaggio e infine muore il 21 novembre 1504.
    A partire dal 1501, Isabella ha la responsabilità completa e diretta della colonizzazione in America, oltre alla responsabilità di evangelizzarla, obbligata dalla Bolla pontificia, Piis Fidelium, del 25 giugno 1493. Firma una istruzione al governatore Ovando, affinché ”protegga in ogni istante quelli che noi oggi chiamiamo diritti umani”. Infatti, Dumont scrive che “l’istruzione precisa con risolutezza che lo status degli abitanti delle terre scoperte è quello di uomini liberi, sudditi naturali della Corona castigliana”. Inoltre, la sovrana aggiunge: “è necessario informare gli indiani sulla nostra sante fede, affinché ne giungano a conoscenza”. Pertanto, i religiosi, dovranno informare e ammonire gli indiani con molto amore, “senza esercitare su di loro alcuna costrizione”. E’ giunta l’ora di Dio, affidata a quindici religiosi, in gran parte francescani, la schiavitù di Colombo è scomparsa. Dumont fa riferimento all’encomienda, istituita da Isabella, un’istituzione molto discussa. Aveva quattro obiettivi: Impedire che gli indiani rimangono dispersi nelle boscaglie e sottoalimentati. Creare villaggi indiani, in cui essi saranno nutriti, civilizzati e cristianizzati. Affidare il villaggio a un governatore per proteggere da abusi gli indiani e garantirgli un salario equo. Isabella lo precisa: “gli indiani lavoreranno come ‘uomini liberi e non come schiavi’ e dovranno essere trattati con umanità”. Attenzione non sono obiettivi di dissimulata schiavitù. Ancora una volta Dumont fa notare la grande rivoluzione di Isabella, “la libertà assoluta fu un passo da gigante in un periodo in cui la schiavitù era moneta corrente”. Possiamo affermare con certezza che “Isabella è la madre di quella che diventerà la libera America cattolica”.
    La prima Riforma cattolica.
    Un altro aspetto fondamentale della grande opera isabelliana. Allora si domandava Perez, “la Spagna dei Re Cattolici era davvero cristiana?”. Tutta la storia religiosa della Spagna lo dimostra. Isabella realizzò una riforma laica della Chiesa, senza eguali nel mondo. Una dura battaglia anche contro Roma, che Isabella ha intrapreso durante i trent’anni del suo regno. I vescovi devono essere laureati, impeccabili sul piano morale e quello spirituale, e non solo figli di famiglie nobili. Infatti, al termine del regno dei Re Cattolici, su 112 vescovi di nomina reale vi saranno soltanto 32 membri della famiglia reale o della nobiltà. Isabella ha agito prima e meglio del Concilio di Trento, in un tempo in cui la Chiesa di Roma era fortemente in crisi, c’era un abisso sui valori cristiani tra i riformatori reali e i religiosi di Spagnoli dalla Roma papale dell’epoca. Troppi religiosi, canonici, preti erano fuori controllo, mentre“i vescovi riformati scelti da Isabella si impegnano attivamente per riportare sulla retta via il popolo clericale con l’esempio quotidiano, la denuncia puntuale degli abusi, l’appello alla rettitudine nel servizio divino, alla carità effettiva, alla formazione universitaria dei migliori, ma anche con l’impiego di sanzioni severe”. Una riforma che attuò insieme a un vescovo designato dal Papa, si tratta dell’arcivescovo di Messina, Martin Ponce.
    In questo contesto troviamo uno dei tratti caratteristici della regina: la misericordia, la comprensione per i problemi degli umili. Isabella insieme al popolo cristiano attuò una Riforma caratteristica, profonda, i cui effetti permangono. Per tracciare un quadro di questa riforma del clero regolare di Spagna, sarebbe necessario un intero volume.
    Il volume dello studioso francese si chiude con due temi che andrebbero conosciuti: La bellezza e la santità. “La grandezza di Isabella non si esprime solo nella sua opera di riconquista sociale, politica, nazionale e religiosa, ma anche nella riscoperta della bellezza”. Secondo gli studiosi dell’arte, si è affermato e diffuso un vero e proprio “stile Isabella”. Isabella accoglie in Spagna una pleiade di crociati dell’arte europea, francesi, inglesi, tedeschi, italiani, ben presto divenuti spagnoli, per costruire splendide cattedrali, chiese, palazzi, tardo-gotico, con un ritorno all’identità cristiana della Spagna. Certo la concessione del titolo di “cattolici”, non è una sorta di canonizzazione personale, ma si canonizza in un certo senso gli elementi principali dell’azione religiosa e sociale di isabella. Tuttavia per Dumont Isabella aveva carattere di santità, anche i sostenitori meno calorosi, all’interno della Chiesa non ne dubitano. Chi non vuole la sua santificazione, riconosce che la regina di Spagna era santa, ma la questione degli ebrei frena la sua canonizzazione.
    Comunque la santità di Isabella è sancita, senza possibili contestazioni, nei 28 spessi volumi di documenti riuniti dal postulatore della causa di beatificazione di padre Anastasio Gutierrez Poza. Isabella in fondo è come santa Giovanna d’Arco, morirà povera, letteralmente sul lastrico. Hanno dovuto vendere all’asta i suoi beni personali, per i debiti contratti per le attività caritatevoli, fu considerata dal popolo, ma anche dai religiosi, “mater nostra”. Non posso non concludere questo mio studio con le parole del postulatore padre Gutierrez, nell’intervista concessa alla rivista Cristianità (La serva di Dio Isabella la Cattolica, modello per la nuova evangelizzazione [Intervista con padre Anastasio Gutiérrez Poza C.M.F.], Intervista con padre Anastasio Gutiérrez Poza C.M.F.,a cura di Francesco Pappalardo, Cristianità, n. 204, 1992)

    Un modello per i nostri tempi.
    D. Quali insegnamenti possiamo trarre oggi dalla vita della regina Isabella, che potrebbe essere la prima sovrana beatificata dopo i re santi del Medioevo?
    R. La Positio historica, pur rilevando l’assenza di fenomeni mistici straordinari in Isabella, la descrive come un’autentica contemplativa nell’azione, che ha saputo coniugare la pratica delle virtù cristiane con il difficile esercizio dell’azione di governo. Isabella ha intrapreso il cammino della santità proprio con il compimento puntuale dei suoi doveri di regina e ha mostrato che la vera missione dei reggitori degli Stati è di stabilire la pace e l’armonia fra i cittadini, affinché possa sbocciare la carità nelle anime e nelle società. È quindi anche modello di vita per i laici, ai quali insegna come devono procurarsi il Regno di Dio trattando le cose temporali, anche le più impegnative.

    Inoltre, è modello di virtù per le famiglie, come figlia, sorella, sposa fedele, madre sollecita e premurosa di cinque figli, ai quali si è dedicata senza trascurare i doveri di governo. In questo senso è anche modello di squisita femminilità, secondo l’insegnamento della Chiesa, ribadito da Papa Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Mulieris dignitatem, del 30 settembre 1988. Ma il suo principale insegnamento sta nella sollecitudine per l’impegno missionario, che anima tutte le sue grandi imprese e che induce a proporla come modello della prima e della seconda evangelizzazione del mondo in genere e dell’Europa in specie.

  • Essere consapevoli della superiorità della nostra Civiltà – Di Domenico Bonvegna

    Giusto ricordare il presidente Silvio Berlusconi come grande appassionato di calcio, con un Trofeo calcistico tra le sue squadre del cuore, il Milan e il Monza, ma ci sarebbe un altro Berlusconi da celebrare, almeno da ricordare, e mi riferisco a quello della politica e del buon senso, della nostra Storia Occidentale. Lo ha fatto la rivista di Alleanza cattolica, riprendendo un vecchio intervento di Giovanni Cantoni.

    (“Per l’Occidente e l’Occidente cristiano”, n. 421, Cristianità) Da presidente del Consiglio dei ministri, l’imprenditore di Arcore ha fatto un discorso coraggioso, giusto qualche settimana dopo dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, il 26 settembre del 2001. Berlusconi sosteneva che la civiltà occidentale è superiore rispetto a quella islamica. Lo ha fatto a Berlino esprimendosi chiaramente, notando una “singolare coincidenza”, fra fondamentalisti islamici e quelli del movimento No-Global, nella radicale critica ai valori del mondo occidentale. “Si cerca di criminalizzare l’Occidente – ha spiegato – come se fosse colpa dei paesi più industrializzati la povertà di cui soffre larga parte del mondo”. Le parole di Berlusconi hanno sollevato un vespaio, in molti lo hanno attaccato: ‘ma come si permette di dire queste cose’? Il significativo discorso non è passato inosservato, è stato accolto con un certo interesse da Giovanni Cantoni, allora reggente di Alleanza Cattolica.

    Anche a Genova, durante il G8, Berlusconi ha ricordato di “aver subito la pressione dei ragazzi occidentali che in modo estremo e violento manifestavano contro la civiltà occidentale e ciò che questa porta nel mondo”. Poi nella conferenza-stampa ha aggiunto: “Noi invece dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà; il nostro è un sistema che ha garantito il benessere, il rispetto dei diritti umani e, a differenza dei paesi islamici, il rispetto dei diritti religiosi e politici. Un sistema che ha come valore la comprensione delle diversità e la tolleranza”. Ancora il presidente osserva che, “l’Occidente è stato un grande crogiolo di culture, storie, modi di pensare e di vivere, tradizioni. E’ esattamente l’opposto del pensiero unico”. Inoltre Berlusconi fa notare che, “il valore della diversità è un valore riconosciuto. La capacità di integrazione, la tolleranza e la solidarietà per gli altri sono valori che fanno della nostra civiltà un fatto di cui dobbiamo essere orgogliosi”. Pertanto sbaglia chi, “vuole mettere le due civiltà [quella occidentale e quella islamica] sullo stesso piano”. “Dobbiamo essere convinti della superiorità della nostra civiltà – ripete il Presidente del Consiglio – una civiltà che mette al centro, come valore più grande la libertà, che non è patrimonio della cultura islamica”.

    A queste parole Cantoni nota come la cultura progressista, del politicamente corretto, pur di valutare come equipollenti tutte le visioni del mondo, è propensa“alla svalutazione e alla criminalizzazione della propria cultura” e fino a diventare “comprensivi”, anche nei confronti del terrorismo.
    Certo come sostiene il Prof Plinio Correa de Oliveira, “nella cultura e nella nostra civiltà occidentale, vi sono elementi positivi e negativi”. Una sacrosanta verità, ma secondo Cantoni, quella Occidentale, pur essendo una società degradata, possiede più elementi positivi che negativi. “Le luci hanno la meglio sulle ombre”, ebbe a dire Papa [san] Giovanni Paolo II a proposito della scoperta, della conquista e dell’evangelizzazione del Continente Americano.

    Naturalmente sappiamo benissimo che la libertà, non è tutto ma, come la pace, “è la possibilità del molto concesso all’umanità come singoli e come gruppi”. Pertanto, piuttosto che fare l’”apologia dell’illibertà religiosa e politica”, come faceva allora e fa oggi un certo mondo progressista, della cultura woke, del cancel culture, è opportuno che si facciano tutti gli sforzi “per provare storicamente e teoricamente che l’uomo occidentale ha fatto conquiste decisive e irrinunciabili perché ha “scommesso” sull’”ipotesi Gesù”- passo da un richiamo a Blaise Pascal a quello dal titolo di un’opera di Vittorio Messori”. Da questa scommessa, all’uomo occidentale gli è derivata “una straordinaria fecondità, anche scientifica, alla quale niente ci può indurre a rinunciare”.

    In conclusione, di fronte alle diverse “culture”, lo storico e filosofo Nicolas Davila, affermava: “Vi sono due atteggiamenti simmetricamente erronei: ammettere un solo modello culturale, concedere a tutti i modelli un identico rango”. E aggiungeva, non accettiamo, “Nè l’imperialismo petulante dello storico europeo di ieri; né il relativismo che si vergogna di quello attuale”.
    E se ci sono quelli che sono grati al Signore di essere nati in Occidente, nello stesso tempo, questo, non gli impedisce loro di sostenere che se i loro figli fossero nati in Biafra o in Iraq dell’embargo occidentale,“essi sarebbero morti di fame nell’indifferenza dell’Occidente per le sue colpe”. Al che Cantoni risponde che esistono anche quelli che sono grati al Signore di essere nati in Occidente e non nei Paesi islamici, come per esempio gli animasti sudanesi perseguitati e massacrati dal regime islamista di Kartum.

  • Alcune ombre ma tante luci nell’evangelizzazione dell’America Latina – A cura di Domenico Bonvegna

    Alcune ombre ma tante luci nell’evangelizzazione dell’America Latina – A cura di Domenico Bonvegna

    L’Estate arriva anche per leggere buoni libri, non so perché ma ho ripreso in mano “Il Vangelo nelle Americhe. Dalla barbarie alla civiltà”, di Jean Dumont, pubblicato da Effedieffe nel 1992, ora ripubblicato. Un testo che avevo letto negli anni ’90 e proprio in quegli anni, presentato in un settimanale locale della Riviera Jonica messinese, più volte utilizzato nella mia rubrica radiofonica a Raj stereo sound. Si tratta di una ricerca storica che fa tabula rasa degli “a priori”, delle parole d’ordine, delle leggende e che giunge – attenendosi unicamente ai fatti accertati – allo smantellamento della “leggenda nera” anticattolica e antispagnola.

    Jean Dumont (1923-2001) plurilaureato, insieme a Regine Pemoud e a Philippe Ariès incarna la scelta – tipicamente francese – di svolgere la professione di storico al di fuori delle università, a contatto diretto e spesso itinerante con gli archivi. Per oltre quarant’anni, in qualità di direttore editoriale, ha curato collane storiche presso importanti editori francesi. In questa veste ha pubblicato – ma spesso anche ideato, commissionato, rivisto, annotato – oltre mille opere storiche, diventando un punto di riferimento imprescindibile per tre generazioni di cultori francesi della materia. Maestro capace di suscitare e di organizzare intorno a se il lavoro degli storici, Jean Dumont viene considerato uno storico di fama mondiale per le sue ricerche sulla vita religiosa soprattutto dei secoli dal ‘500 al ‘700 in Spagna, nelle colonie spagnole e in Francia. Convinto della necessità di diffondere capillarmente la cultura storica e di sfatare i luoghi comuni propagati dalle ideologie.

    Il testo dell’infaticabile ricercatore francese risponde ad una serie di domande.
    Il cosiddetto Nuovo Mondo, all’arrivo dei conquistadores spagnoli, era una sorta di paradiso terrestre? Sono attendibili le denunzie storiche mosse dal grande accusatore Bartolomeo de Las Casas? Gli Indios vennero massacrati e maltrattati dai cattolici come avvenne nel caso degli Indiani d’America per mano dei protestanti? I Sovrani cattolici (in particolar modo Isabella di Castiglia) e la stessa Chiesa dell’epoca, si disinteressarono della sorte di quelle genti, travolte da una Conquista ingiusta e spogliatrice? Le encomendias servirono all’asservimento degli indigeni o alla loro protezione?

    L’autore, smonta larga parte delle accuse contenute nella famigerata “Leggenda Nera” antispagnola ed anticattolica e sfata il mito che il nuovo mondo fosse, all’arrivo dei conquistadores, una sorta di paradiso terrestre: basti pensare che alla vigilia della scoperta, nel 1487, gli Atzechi sacrificarono ventimila prigionieri in occasione dell’inaugurazione di un nuovo tempio. Ricorda come sia stato proprio Cortés, superata la prima fase della Conquista, a promuovere la protezione degli indiani e che le cause del primo regresso demografico delle popolazioni indigene non sono imputabili a massacri indiscriminati o a maltrattamenti, ma ai virus del morbillo e del vaiolo, di cui gli europei erano portatori sani e di cui gli indios non possedevano gli anticorpi; se vi furono uccisioni o maltrattamenti (isolati), questi furono prontamente repressi dietro le denunzie della Chiesa cattolica e per iniziativa dei Sovrani spagnoli, autori di una rigorosa legislazione a tutela degli indigeni (meno fortunati furono i nativi del nord America, identificati come il diavolo dai protestanti).
    Dunque, il libro di Dumont ci racconta una “bella lezione di storia”, che sapientemente illustra una meravigliosa pagina del cristianesimo di cui i cattolici dovrebbero tornare a sentirsi fieri.

    Il testo è sapientemente prefato dal compianto professore di Storia Medievale, Marco Tangheroni, che ringrazia il coraggioso editore controcorrente che ha deciso di pubblicare l’opera. In conclusione della sua prefazione, auspica che il libro possa avere,“ampia diffusione nella cultura italiana, ancora largamente egemonizzata da posizioni neoilluministe, neomarxiste, disordinatamente ecologiste e terzomondiste. E in particolare in quella cattolica tuttora infestata da complessi di inferiorità e subalternità nei confronti di queste posizioni”. Prima di passare al giudizio storico è opportuno vedere che cosa scrive la “Commissione teologica internazionale”, Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, L’Osservatore Romano, Documenti, supplemento a L’Osservatore Romano n.10, 10 marzo 2000, p.5, n.4).

    La Chiesa non entra nel merito delle vicende storiche ma si limita a dire che: «l’individuazione delle colpe del passato di cui fare ammenda implica anzitutto un corretto giudizio storico, che sia alla base anche della valutazione teologica. Ci si deve domandare: che cosa è precisamente avvenuto? Che cosa è stato propriamente detto e fatto? Solo quando a questi interrogativi sarà stata data una risposta adeguata, frutto di un RIGOROSO GIUDIZIO STORICO, ci si potrà anche chiedere se ciò che è avvenuto, che è stato detto o compiuto può essere interpretato come conforme o no al Vangelo, e, nel caso non lo fosse, se i figli della Chiesa che hanno agito così avrebbero potuto rendersene conto a partire dal contesto in cui operavano. Unicamente quando si perviene alla certezza morale che quanto è stato fatto contro il Vangelo da alcuni figli della Chiesa ed a suo nome avrebbe potuto essere compreso da essi come tale ed evitato, può aver significato per la Chiesa di oggi fare ammenda di colpe del passato».

    Allora quale è stata la vera storia del Vangelo nelle Americhe?

    Certamente molti conquistadores si macchiarono di gravi colpe e ci furono anche preti e vescovi complici di diverse nefandezze. Non bisogna dimenticare che la colonizzazione del Sud America è una storia di uomini e ogni storia di uomini è fatta di luci e d ombre. Tuttavia gli aspetti positivi superarono quelli negativi. Scrive Giovanni Paolo II: “- senza dubbio in questa evangelizzazione, come in ogni opera dell’uomo, vi sono stati esiti e sbagli, – luci ed ombre -, però, – più luci che ombre -“- (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica I cammini del Vangelo, 29 giugno 1990, n.8). A proposito dell’evangelizzazione dell’America Latina, il Papa nel suo secondo viaggio apostolico in Argentina ha detto: “Negli uomini e nelle donne di questa terra, nei suoi costumi e nel suo stile di vita, perfino nella sua architettura, si scoprono i frutti di quell’incontro di due mondi che ebbe luogo quando giunsero i primi spagnoli ed entrarono in contatto con i popoli indigeni che vivevano in questa regione […] Da questo incontro fruttuoso è nata la vostra cultura, vivificata dalla fede cattolica che, fin dall’inizio, si è radicata molto profondamente in queste terre”.

    Gli spagnoli, pur con tutti i loro difetti umani, hanno liberato gli indios da regimi che si possono considerare fra i più sanguinari e schiavistici della storia. Innanzi tutto bisogna sapere che gli Aztechi e gli Incas non erano pacifiche popolazioni locali ma erano essi stessi degli invasori che provenivano da altre terre.
    Gli aztechi erano un popolo bellicoso e crudele che aveva a sua volta distrutto la popolazione dei toltechi, degli zapotechi e quanto rimaneva dei maya. Gli aztechi tennero sempre in schiavitù gli indios dell’America centrale, essi avevano una macabra religione che si basava sui sacrifici umani di massa. Per gli aztechi il sangue umano era il nutrimento che bisognava offrire agli dei per continuare a garantire il funzionamento del mondo. Sostanzialmente era un popolo sempre in guerra, proprio perché avevano necessità di procurarsi nuovi schiavi da sacrificare agli dei. Un codice azteco racconta che nel 1487 furono sacrificati 20.000 prigionieri in occasione dell’inaugurazione di un nuovo tempio dedicato al dio colibrì. Ogni primo mese dell’anno uccidevano moltissimi lattanti e poi li divoravano. Come ha ben raccontato Mel Gibson nel film “Apocalypto”. Il rito sacrificale tipico consisteva nel portare le vittime in cima alle piramidi. Qui veniva strappato il cuore ancora pulsante e i corpi venivano precipitati dalle piramidi. I corpi venivano scuoiati, con le pelli venivano fatti abiti per la casta sacerdotale mentre le altre parti del corpo venivano mangiate: dopo il pasto si ubriacavano.

    Anche i Maya, in quanto a crudeltà, non sono stati da meno: essi praticavano sacrifici umani in relazione con i cicli del calendario, anche loro strappavano il cuore e procedevano allo scorticamento del cadavere come atto magico per appropriarsi dell’anima. Mentre gli Incas erano amerindi di stirpe Quechua della regione di Cuzco. Essi avevano invaso e sottomesso tutti i popoli delle Ande – l’attuale Perù, la Bolivia, l’Ecuador, il Cile, l’Argentina – e per ragioni economiche avevano deportato intere popolazioni in luoghi lontani. Sia gli Aztechi che gli Incas erano dei regimi collettivisti e razzisti. Tutta la vita privata era strettamente controllata dallo Stato – compreso i vestiti -, il matrimonio era controllato dalle autorità per evitare contaminazioni razziali e per assicurare la purezza del popolo. La posizione della donna nell’impero Incas era ancora più tragica. Ogni anno le bambine di nove anni di età venivano valutate dai funzionari imperiali: Quelle scelte – chiamate elette – erano prelevate ed educate in case speciali. Esse venivano divise in tre categorie. Un primo gruppo: dovevano restare vergini, impiegate nel culto del dio sole – vergini del sole -. Un secondo gruppo: donne che venivano divise tra i funzionari imperiali in qualità di prostitute. Il terzo gruppo era destinato ai sacrifici umani. Mentre nelle tribù indie vicine, la donna godeva di indipendenza.

    Pertanto di fronte a questi regimi potenti e sanguinari ben consolidati, come hanno fatto gli spagnoli a farli crollare. Attenzione tra il 1509 e il 1559, gli spagnoli che raggiunsero le indie furono in tutto poco più di 500. Come poterono poche decine di soldati far crollare degli imperi? Le poche armi non funzionarono quasi mai a causa del clima umido che neutralizzava le polveri, i cavalli non potevano essere utilizzati nell’assalto a causa delle foreste. La verità è che gli spagnoli ebbero l’appoggio determinante degli indios che li accolsero come liberatori e si unirono a loro per rovesciare la schiavitù azteca e Incas.

    Dunque scrive Dumont: “l’insediamento spagnolo non fu affatto ricevuto come una ‘aggressione’ da un gran numero di popoli indigeni […] Quando Cortes sbarca con la sua ridottissima truppa sulla costa di Vera Cruz, viene presto accolto come un alleato dai Cempoaltechi, appartenenti alla grande civiltà totonachi, creatori dell’arte più pura e più moderna dell’antico Messico”. A poco a poco anche altre popolazioni si schierano con Cortes, come i Tlaxcaltechi, che poi saranno i veri vincitori dell’impero azteco: essi entreranno a fianco di Cortes in Città del Messico. Inoltre anche le popolazioni del sud, gli Zapotechi di Oaxaca, accolgono gli spagnoli come ospiti e benvenuti. Alla fine molti storici messicani, possono sostenere, che la Conquista fu opera, “meno di Cortes, che non dei gruppi indigeni, stanchi della tirannia azteca e desiderosi di scuotersela di dosso, i quali si gettarono nelle braccia degli spagnoli”. Addirittura Alfredo Chavero, scrive: “non fu un gruppo di europei ad operare la Conquista, ma gli Indiani stessi”. Un fatto indiscutibile è che nei tre secoli di presenza spagnola mai ci furono rivolte contro gli spagnoli da parte degli indios. La morte di milioni di persone nella popolazione indigena ci fu ma non fu dovuta alle armi degli spagnoli ma alle nuove malattie infettive portate dagli spagnoli: Il morbillo e il vaiolo.

    Inoltre, gli spagnoli si sposarono con le donne indigene, creando così la popolazione meticcia.
    Infatti i cattolici spagnoli non esitavano a sposare le indigene perché la teologia cattolica le riteneva esseri umani a pieno titolo. Nel Nord America, invece, la colonizzazione protestante aborriva le unioni miste e i frutti degli incroci razziali venivano emarginati: la teologia protestante, infatti, considerava l’indiano inferiore in quanto predestinato ad esserlo (è lo stesso meccanismo che ha portato nel Sudafrica all’apartheid e in Australia alla quasi estinzione degli indigeni). Inoltre, nel Nord America la colonizzazione protestante ha effettivamente sterminato le popolazioni locali (il massacro sulla frontiera dell’Ovest nel XIX secolo).
    E allora perché è nata la Leggenda nera della conquista spagnola?

    Lo storico Pierre Chanu, calviniste e liberale, sostiene che è stata l’America protestante a crearla, probabilmente per liberarsi dal suo crimine. Il primo scritto utilizzato in funzione strumentale dagli olandesi e dagli inglesi, per costruire il mito del massacro degli indios da parte degli spagnoli, fu quello del frate cattolico Bartolomeo de Las Casas. Bartolomeo fino a 35 anni aveva praticato, prima della conversione, la schiavitù degli indios nei suoi possedimenti delle Antille. Lo scritto di Bartolomeo è frutto di un’esaltazione mistica e di un desiderio di espiazione.

    Bartolomeo, in modo del tutto ingenuo e infantile, dice che tutti i popoli delle Indie sono naturalmente buoni e pacifici, addirittura privi di ogni forma di aggressività. Le civiltà costruite da questi popoli sarebbero tutte perfette e paradisiache, comprese quelle sanguinarie degli aztechi e degli Incas. Pertanto, Il male non esisterebbe presso quei popoli ma solo nell’animo degli europei. Bartolomeo, con il suo scritto, è il primo a gettare le premesse di quella favola illuminista che darà origine al mito del buon selvaggio.

    Il libro di Dumont indugia molto sul francescano, gli stessi Re spagnoli, Ferdinando e Isabella, hanno concesso piena libertà di manifestare la propria visione utopistica. Isabella scrisse nel suo testamento una supplica al Re e alla principessa sua figlia affinché gli indios fossero sempre trattati con umanità, rispettati nelle loro persone e nei loro beni e affinché fosse riparato ogni eventuale danno che avessero ricevuto.

    Lo storico protestante nord-americano William Malty ha scritto che nessuna nazione eguagliò la Spagna cattolica nella preoccupazione per le anime dei suoi sudditi. A questo proposito c’è un altro francescano che potrebbe essere considerato il vero paladino degli indios, quel fra Toribio de Benavente, detto “Motolinia”, poco conosciuto.
    Anche in Perù avvenne la stessa cosa con Pizarro e i suoi spagnoli, le popolazioni indigene come i Canari taglieggiati dagli Incas si allearono con gli spagnoli ed entrarono a Quito.
    Un’appassionata adesione di massa. Insomma Dumont può scrivere che “la pretesa ‘aggressione culturale’ cristiana era di fatto un apporto da lungo tempo atteso, anche se inconsciamente”. Occorre riflettere molto sull’evangelizzazione dei popoli indigeni. Fu una vera epopea, “quasi dappertutto si ripete la sete indiana di cristianesimo; dappertutto investe le moltitudini e travolge la prudenza che i religiosi vorrebbero mantenere nell’amministrazione del battesimo”. Gli stessi accomodanti francescani
    cercarono prima di battezzare, di fornire una preliminare istruzione.

    “Gli indiani furono – salvo rarissime eccezioni – battezzati a “uno a uno’ […]”. Il francescano Torquemada, afferma che, “spesso i preti non riuscivano più a sollevare la brocca con la quale battezzavano, tanto erano stanche le loro braccia”.

    Addirittura uno studioso francescano rileva che gli indios in massa, importunavano i frati, “venivano a reclamare il battesimo”.
    E’ l’”ora di Dio”, secondo il gesuita padre Plaza, gli indiani si appassionano talmente che accorrono ad ascoltare più di una predica nello stesso giorno, girando di parrocchia in parrocchia. La sete indiana del cristianesimo, esplode in ogni città, in ogni villaggio.
    Nasce una nuova alleanza nella gioia. Lo -cattolica che nasce immadiatamente dopo la Conquista, come modello storico delle civiltà Arnold Toynbee, ha considerato “la civiltà indo-cattolica che nasce immediatamente dopo la Conquista, come il modello mondiale della felice fusione di due civiltà”. Lo storico ha sviluppato questa tesi dopo aver visitato le innumerevoli opere d’arte, “sovrabbondanti di luce e di gioia, contrariamente alla sinistra arte azteca, forniscono – proprio attraverso la gioia – la prova irrefutabile della liberazione umana portata dalla Conquista e dall’evangelizzazione”.

    E’ una bella lezione di Storia, l’auto evangelizzazione degli indiani. Il libro di Dumont prosegue ad evidenziare l’opera luminosa della stupefacente arte indo-cristiana, fino a parlare di una vera e propria età dell’oro. Non posso dilungarmi troppo.

    Prima di concludere il testo fa riferimento alla “Verità della Madonna di Guadalupe”, apparsa immaculada incinta a Juan Diego nel 1531, “Dio ha fatto ciò che non ha fatto per nessun’altra nazione”.

    La Vergine Maria ha voluto mettere il suo sigillo alla scoperta, alla conquista e all’evangelizzazione di quelle nuove terre.
    Una storia che va affrontata e raccontata bene per capire come la Provvidenza non manca di entrare nella Storia dell’uomo. Il testo di Dumont si arricchisce con un saggio su “Santa Isabella la Cattolica”, un processo di riabilitazione della regina spagnola, un processo che non va avanti proprio perché si tratta di una regina, “politicamente scorretta”, anche questa storia merita attenzione da parte nostra. Lo faremo in qualche altra occasione.

  • L’Eco-ansia: la nuova malattia creata dai sostenitori del cambiamento climatico – A cura di Domenico Bonvegna

    Mi ha negativamente impressionato il recente intervento di quella ragazza al Giffoni Film Festival. “E’ possibile piangere per l’eco-ansia?”, Se lo ha chiesto Jacopo Coghe di ProVita & Famiglia, durante la sua rubrica “Restiamo liberi” insieme alla giornalista Martina Pastorelli, che hanno definito la performance della ragazza come un teatrino, una sceneggiata, che ha visto protagonista una giovane attrice Giorgia Vasaperna e il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin per far scattare sull’attenti i giornali di fronte al nuovo, pericolosissimo morbo che indebolisce i giovani della Generazione Z, quelli che sono più attivi nella lotta contro i cambiamenti climatici. Certamente si tratta sempre di una narrazione sul clima da parte dei media che sta generando nuove ansie e fomentando vecchie ideologie come quella malthusiana: il mondo è sovrappopolato e l’uomo è il cancro del pianeta”.

    Quella andata in onda al Giffoni festival è stata un’operazione di comunicazione manipolatoria, per la Pastorelli, che è la somma della narrazione che finora abbiamo visto, è la ciliegina sulla torta di una narrazione. In questa vicenda risuonano due parole: paura (la ragazza) e dovere (il ministro Gilberto Pichetto Fratin), il tutto corredato dalle lacrime di entrambi. Secondo la Pastorelli, questa operazione presenta tre messaggi sublimali, tutti dannosi: 1 Non fare figli, un invito non esplicito, carico di paura e tristezza. “Se per le paure e le ansie delle loro epoche i nostri antenati avessero rinunciato a mettere al mondo un figlio, l’umanità si sarebbe estinta”, scrive Antonella Gramigna su Atlanticoquotidiano.it
    2 una contrapposizione tra generazioni, la giovane chiama in causa il ministro, che c’è cascato a pera e con la voce incrinata le ha risposto: «Ho la forza del dubbio, ma soprattutto, per la carica che ricopro, ho un dovere. Verso di voi e verso i miei nipoti». Certo il ministro dell’Ambiente poteva essere meno credulone, di fronte alla perfetta interpretazione della giovane. Che è attrice e che come ha svelato ieri su La Verità Patrizia Floder Reitter, fa «sceneggiate per mestiere». Dunque, trattandosi anche che il contesto era cinematografico, attoriale, interpretativo, forse Pichetto Fratin si sarebbe dovuto interrogare di più su chi fosse il lamentoso interlocutore ( molto simile a quello funebre degli antichi greci) che aveva di fronte.
    Greta Thumberg in una manifestazione diceva: “come osate, voi adulti a farci questo, a toglierci la speranza, il futuro”. Il colpevole diventa l’uomo di una certa età. In pratica stanno alimentando uno scontro generazionale. 3 fattore, eco-ansia, si promuove una neo-patologia, come se già non ne avessimo abbastanza di problemi, il lavoro, i disturbi del dopo-pandemia. Bisogna creare un altro problema, hanno un’altra malattia. Sostanzialmente si crea una società del paziente permanente. In pratica, “dobbiamo confrontarci con l’eco ansia perché così è deciso dalle alte sfere. Ad ogni emergenza la sua malattia. E i sostenitori del cambiamento climatico di matrice antropica, alla bisogna ne hanno creata una dal nulla: l’eco ansia”. (Andrea Zambrano, Neologismi e climatismi. Eco ansia (o eco delirio?). Come ti creo una malattia ad hoc, 31.7.23, lanuovabq.it)

    Naturalmente i giornali hanno subito preso la storia di Giorgia per imbastire la campagna dell’eco ansia come nuova peste che attanaglia le giovani generazioni. Una patologia che non è nemmeno considerata una condizione medica, ma come l’ha definita l’APA (American Psychological Association) una “paura cronica del destino ambientale”. Intanto al momento abbiamo conoscenza di un solo caso di autodiagnosticata eco ansia, quella dell’attrice ventisettenne. Piuttosto, “l’ansia climatica ha tutta l’aria di essere un prodotto confezionato ad hoc per orientare giudizi sul cambiamento climatico causato dall’uomo e soprattutto agire agire agire per la salvezza del pianeta”. Zambrano fa riferimento a un filosofo ambientale australiano Glenn Albrecht che ha definito l’eco-ansia nel 2011: «La sensazione generalizzata che le basi ecologiche dell’esistenza siano in procinto di crollare».

    Tuttavia, per Zambrano, non siamo “di fronte ad un luminare della psichiatria, né ad un patologo di chiara fama, ma ad un filosofo che, con rispetto parlando, crea termini per identificare malattie che ancora non ci sono con lo scopo di affermarle nel dibattito mediatico e poi scientifico. Si prepara il terreno e poi basta incontrare sul cammino un’attrice ben addestrata e un ministro che coltiva la forza del dubbio, scordandosi però di innaffiarla di tanto in tanto, e il gioco è fatto”.

    Pertanto, creata la malattia, ora serve una cura. E qui, sui siti specializzati (cliniche e psicologi di cui sopra pronti a ricevere eco ansiosi e a fatturare, anzi a eco fatturare) c’è tutta una casistica di interventi da fare che vanno dal partecipare a dei gruppi di attivisti del clima e – guarda caso – a rivolgersi ad uno psicologo. Anzi, ad un eco psicologo.
    Sembra che la cura sia quella di ridurre l’esposizione ai media durante la giornata e non leggere le notizie negative che i giornali danno sul cambiamento climatico, sull’apocalisse imminente e sulla devastazione che l’uomo sta facendo della nostra casa comune. Il rimedio è quello di buttare il televisore, lo stesso che per implicita ammissione degli eco ansiosi genera l’ansietà climatica, in un circuito all’infinito che assomiglia al cane che si morde la coda.

  • Covid e clima stessi sacerdoti, stessi dogmi autoritari – A cura di Domenico Bonvegna

    La stampa insiste nel dare risalto alla cosiddetta emergenza climatica, anch’io cerco di trattare il tema, e di dare il mio contributo partendo dal buon senso per smascherare la perniciosa ideologia verde condivisa più o meno consapevolmente dalla nuova sinistra.

    Gli effetti dell’ideologia che annebbia e acceca si vedono su certi articoli pubblicati sui giornali vedi quello di Beppe Sevegnini sul Corriere della Sera, segnalato da Atlanticoquotidiano.it (Gianluca Spera, Continuità Covid-clima: stessi dogmi autoritari stessi sacerdoti, 31.7.23, atlanticoquotidiano.it)


    Lo scrittore e saggista compone un bel minestrone per colpire e squalificare chi si oppone alla narrazione del pensiero verde. Senza troppe parole Sevegnini si scaglia contro il negazionista climatico associandolo in ordine cronologico a Putin, un No vax, un ammiratore di Donald Trump. Sostanzialmente secondo Spera, il Sevegnini è stato capace di condensare almeno tre luoghi comuni misti a una buona dose di inconsistenti associazioni tra situazioni tra loro separate. È chiaro che, secondo il Severgnini-pensiero (che poi è il medesimo dell’informazione mainstream) sono da annoverare tra i rivoltanti no vax anche coloro che erano (e sono) contrari ai trattamenti sanitari obbligatori e alle diavolerie normative tipo Green Pass.. Attenzione allo scrittore del Corriere bisognerebbe ricordare che Trump può essere simpatico o meno, ma è stato un presidente democraticamente eletto dal popolo americano e tra l’altro il principale. Si può condividere più o meno la sua politica, ma è indubbio che il potere mediatico quando non riesce ad arginarlo nelle urne cerca sempre di demonizzarlo. Per quanto riguarda il richiamo a Putin, sembra “un po’ la mossa della disperazione, come il lancio nel mucchio all’ultimo minuto delle partite di calcio quando si tenta di strappare in extremis un pareggio”. Se vogliamo essere precisi, non ci sembra che l’atteggiamento nei confronti di Putin sia stato così ostile da parte di tanti leader occidentali, italiani compresi, fino all’invasione dell’Ucraina. Basta sfogliare l’album dei ricordi.
    Infine, per quanto riguarda l’aspetto pandemia, si preferisce ricomprendere nell’ampio contenitore no vax chiunque sia ritenuto un pericolo per la società perché non si è allineato alla dottrina sanitaria.
    Andiamo alle soluzioni proposte dai novelli anabattisti verdi, vediamo se sono percorribili e sostenibili, e se i loro toni apocalittici sono adeguati oppure esagerati. Come dovremmo rispondere secondo loro alla catastrofe climatica in atto”?
    Se veramente ci stiamo avvicinando alla fine dei tempi, “quali sarebbero le soluzioni proporzionali e praticabili per arrestare questo cataclisma? Si chiede l’editorialista di Atlantico, “Consegnarsi alla Cina acquistando auto elettriche? Prosciugare i risparmi della popolazione per rendere le abitazioni conformi ai diktat green di Bruxelles? Ridurre o azzerare gli spostamenti come ai tempi del Covid? Bloccare il traffico aereo? Sono percorribili questo tipo di soluzioni o sarebbero l’ennesimo supplizio imposto ai cittadini senza aver la certezza di incidere realmente sul clima?”

    Comunque sia “tutte queste proposte oltre a essere utopistiche e costose racchiudono il solito germe autoritario”. Interroghiamoci, per caso, “siamo davvero tornati davvero ai tempi del Covid: da una parte la narrazione dominante che non ammette obiezioni e dall’altra una minoranza che prova a non soccombere di fronte a questo ennesimo delirio?”. L’unica risposta sensata è quella di non accettare ulteriormente a che la nostra libertà, dopo l’altare sanitario ora venga immolata su quello ambientalista.

  • Vittorio Emanuele III: il re discusso dalla Monarchia all’Italia unita – Di Domenico Bonvegna

    “Nonostante i miei pensieri sono altrove, e non solo per le non vacanze, tento di fare una presentazione del documentato libro del professore Aldo Alessandro Mola, “Vita di Vittorio Emanuele III 1869-1947. Il re discusso”, (Bompiani, 2023; pag. 581; e.22). Testo che il professore ha presentato dialogando con il giornalista Diego Rubero, direttore de Il Giornale del Piemonte e della Liguria, presso l’Auditorium del Circolo Unificato dell’Esercito in Corso Vinzaglio a Torino il 21 giugno scorso con la partecipazione di un attento e nutrito pubblico, tra cui il sottoscritto”.

    Aldo Mola è uno dei massimi esperti di Storia della Monarchia nella storia dell’Italia unita, non condanna né assolve il discusso sovrano, documenta in modo attento e preciso la vita del sovrano, figlio di Umberto I, assassinato a Monza dall’anarchico Bresci.
    Il testo si compone di XIV capitoli con una appendice. All’inizio troviamo una Cronologia sommaria del lungo Regno di Vittorio Emanuele III, che fu re d’Italia dal 1900 al 1946, imperatore d’Etiopia (1936-1943) e re d’Albania (1939-1943). Salì al trono all’assassinio del padre Umberto I, è stato protagonista in tutte le azioni politiche, ideologiche e militari della prima metà del secolo XX. Per molti storici il “peccato mortale” del re, fu quello di dare l’incarico nel 1922 a Benito Mussolini e quindi al suo regime. E’ da addebitare a lui il regime? Si chiede Mola.
    “Se così fosse , proporre il profilo di un sovrano ‘passato in giudicato’ parrebbe quanto meno un azzardo. Ma se non ora quando? Cent’anni dopo se ne può parlare, documenti alla mano”.
    Infatti, a Vittorio Emanuele III, gli “furono addebitate molte ‘colpe’, – scrive Mola – fra le tante ne ricorrono soprattutto quattro, tutte assai gravi: l’intervento dell’Italia nella Grande guerra a fianco della Triplice intesa anglo-franco-russa (24 maggio 1915); l”avvento del fascismo’ e il silenzio dopo il rapimento e la morte di Matteotti (1922-1924), che aprì la strada alla ‘dittatura’ personale di Mussolini, al ‘partito unico’ e al regime autoritario, da alcuni classificato totalitario; la emanazioni delle ‘leggi razziali’ (dette anche “razziste”), in specie contro gli ebrei (1938); la stipula della resa senza condizioni annunciata come armistizio l’8 settembre 1943, la ‘fuga’ da Roma e l’abbandono delle forze armate, esposte senza direttive chiare alla vendetta dei tedeschi”.
    Andiamo a vedere nei particolari queste quattro “colpe” di Vittorio Emanuele III. Cominciamo con l’intervento in guerra dell’Italia del 1915.
    Per il professore Mola, le valutazioni sulla guerra sono contrastanti sul merito e sopratutto sul metodo. In pratica “il Parlamento, nella stragrande maggioranza contrario all’intervento, venne forzato a subirlo e si piegò”. Fu un immane conflitto, sono intervenuto sul tema, presentando alcuni studi di autorevoli studiosi della Grande guerra. A giudizio del premier inglese David Lloyd George, fu la peggiore catastrofe dopo il diluvio universale, che spazzò via gli imperi russo, turco-ottomano, austro-ungarico e germanico. I sovrani di questi imperi o furono uccisi oppure mandati in esilio.

    L’Italia rimase l’unica monarchia nella terra ferma europea.
    Ritornando all’entrata in guerra, in un primo momento l’Italia rimane neutrale, ma questo secondo Mola non era ben visto né della triplice alleanza che la legava a Berlino e Vienna, ma neanche a quella anglo-franco-russa, che dominava il Mediterraneo e stava minacciando le coste italiane. Pertanto l’Italia secondo il pensoso Ferdinando Martini, per la sua posizione strategica, non poteva non fare la guerra. Anche se tutto faceva pensare che per ripianare le spese della guerra in Libia e per avvicinare il Mezzogiorno arretrato al Nord più sviluppato, “l’Italia aveva bisogno della pace”.
    Dopo tante trattativa il governo scelse di scendere in guerra a fianco della Triplice Intesa, confidando che il conflitto terminasse entro l’estate. Così il re, il governo Salandra il 23 maggio dichiarano guerra all’Impero austro-ungarico, affidando il comando supremo al capo di stato maggiore generale Luigi Cadorna.
    In pratica il re e il governo si sono arresi alla piazza, a chi sosteneva, “O la guerra o la rivoluzione”. Erano “alcune minoranze rumorose (nazionalisti, repubblicani, settori dei radicali e di socialisti rivoluzionari…) chiedevano a gran voce di agire armi alla mano, come prova di virilità, per ottenere il ‘confine naturale’”.
    Inoltre a favore della guerra c’erano quelli che agivano al “coperto”, come il caso del Grande Oriente d’Italia e della carboneria. Il testo di Mola descrive i vari passaggi degli interventisti come hanno strategicamente scatenato le piazze per convincere il governo ad entrare in guerra contro l’Austria-Ungheria. A capo dei rivoltosi c’era il vate, Gabriele D’Annunzio. Il 5 maggio a Quarto di Genova, gli interventisti organizzano una manifestazione per ricordare simbolicamente i Mille di Garibaldi. “D’Annunzio era il più facinoroso fautore dell’interventismo, dopo l’orazione di Quarto per lo scoprimento del monumento ai Mille fu vezzeggiato da rappresentanti delle istituzioni quasi fosse un padre della patria”.
    Ma c’erano anche altre manifestazioni imponenti contro la guerra, scrive Mola. A questo punto “il Governo italiano si trovò tra l’incudine e il martello. Aveva bisogno del consenso del Parlamento, ma per ottenerlo doveva scatenare la ‘piazza’, intimidire i rappresentanti della nazione, metterli con le spalle al muro e ottenere i pieni poteri”.
    Intanto l’ex presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, fautore della neutralità, al suo arrivo alla stazione di Roma, viene accolto con ostilità dai manifestanti che lo seguono fino al portone di casa. Sostanzialmente gli interventisti eccitati da Gabriele D’Annunzio invocano il “fuoco purificatore” della guerra, assalirono l’abitazione di Giolitti, che fu costretto a lasciare Roma, per poi ritirarsi a Cavour. Non solo ma nel “maggio radioso”, prevalgono i più aggressivi e così si espone il 15 maggio 1915, nella Galleria Vittorio Emanuele a due passi del Duomo di Milano, un macabro trofeo: la testa mozzata di Giolitti.“Il messaggio era chiaro – scrive Mola – tagliare la testa dello statista piemontese per piegare quelle degli esecrati pacifisti, ‘neutralisti’, ‘parecchisti’, ‘panciafichisti’, tutti dipinti quali traditori della patria”. Il tutto con la compiacenza della maggioranza della stampa di allora.

    Inoltre in quei giorni alcuni parlamentari “scomodi”, favorevoli alla trattativa diplomatica a oltranza per ottenere il più possibile dall’impero austro-ungarico, divennero bersaglio di invettive, minacce, assedio delle loro case e di aggressioni. Secondo Mola, queste rivolte del “maggio radioso” hanno iniziato quella “guerra civile” strisciante, destinata a imperversare nei decenni seguenti. Il risultato per Mola “fu l’eclissi della Corona quale istituzione super partes, garante della correttezza della dialettica politico-parlamentare”.

    Pertanto secondo lo storico cuneese, “L”idea di Italia’ e la sua ‘storia’ furono confiscate da una minoranza rumorosa, che classificò gli avversari quali nemici, li denunciò all’opinione pubblica come traditori, ne chiese e pretese l’eliminazione e si erse a depositaria dei ‘ destini’ nazionali”.
    Dunque scrive Mola, “la ‘piazza’ prevalse sul Parlamento, che ne uscì umiliato […]”. L’entrata in guerra dell’Italia per lo storico Luigi Salvatorelli, rappresenta il primo dei tre colpi di Stato messi a segno da Vittorio Emanuele III nel corso del suo regno. Per Salvatorelli, “il re abusò tre volte della potestà statuaria a danno del Parlamento e della libertà dei cittadini organizzati o meno in partiti”. La prima volta con l’entrata in guerra; la seconda, “con l’incarico a Benito Mussolini ‘colpevole’ di formare il governo il 30 ottobre 1922; infine il 25 luglio 1943, quando revocò il duce e nominò Pietro Badoglio capo del governo per salvare la monarchia a costo di affondare il Paese”. Per rispondere a queste tesi, il professore Mola cerca di tracciare quali fossero i veri poteri del sovrano e verificare come li abbia impiegati. Naturalmente io qui mi fermo, vi lascio alla lettura del libro. E continuo con il seconda colpa addebitata a Vittorio Emanuele III, che per alcuni è la peggiore.
    Governo Mussolini.

    Secondo lo storico Antonino Repaci, il re oltre ad essere il principale “colpevole” dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, fu anche dell’avvento di Mussolini al potere in Italia. Tra il 1918 e il 1922 si susseguirono ben sette governi e una girandola di ministri e sottosegretari, era ritornato al governo anche Giolitti, che poi fu costretto a gettare la spugna. Alla fine il re per scongiurare una guerra civile, fu costretto a varare un governo di coalizione costituzionale il 31 ottobre, presieduto da Mussolini, comprendeva tre fascisti, nazionalisti,liberali, demosociali ed esponenti del Partito popolare italiano, come il futuro presiedente della Repubblica Giovanni Gronchi. A nome dei popolari Alcide De Gasperi approvò il nuovo governo, che 306 voti a favore e 117 contrari alla Camera, 184 si e 19 no al Senato (dove c’era un solo iscritto al PNF). Un governo di coalizione costituzionale. “Il re lo nominò, – scrive Mola, ma furono i parlamentari ad approvarlo”. Lo stesso Giolitti, poco prima di votare a favore di Mussolini, “osservò che il Parlamento non aveva procurato un governo al Paese e il paese se l’era dato da se”. Intanto “col governo si schierarono Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Enrico De Nicola e tanti futuri antifascisti”.

    A questo punto Mola propone una tesi nuova (almeno per la mia cultura storica).“A differenza di quanto si legge e si ripete anche all’estero il 28 ottobre 1922, data canonica della nascita del ‘regime fascista’ o inizio del ‘buio ventennio’, non avvenne alcuna ‘marcia su Roma’. Anzi essa non ebbe affatto luogo”. Il professore Mola precisa che “quando gli squadristi entrarono nella capitale nella notte fra il 30 e il 31 ottobre non lo fecero per ‘espugnarla’. Il nuovo governo era già nominato. La ‘marcia per Roma’ da piazza del Popolo alla Stazione Termini tra le due e le sette pomeridiane si ridusse alla sfilata di reduci di una battaglia mai combattuta, quando Mussolini era già insediato alla presidenza del Consiglio”.

    Dunque secondo Mola, “non vi fu alcuna ‘marcia su Roma’, se per tale s’intende l’assalto dei fascisti per imporsi sui poteri costituiti, né vi fu la ‘resa dello Stato’ allo squadrismo”. Pertanto, nell’ottobre-novembre 1922 a differenza di quanto scrive Roberto Vivarelli, “gli italiani non ‘misero la loro sorte nelle mani di un uomo, che si proclamava duce e che molti di loro accettarono come tale’, rivelando così la ‘vocazione del gregge’”. E comunque anche lo stesso Vivarelli sostiene che il fascismo non arrivò mai ad essere un fenomeno totalitario, come quello che è successo in Germania con il Partito nazionalsocialista. Il fascismo “non arrivò mai ad immedesimarsi né con lo Stato (che rimase monarchico) né con gli italiani, la maggior parte dei quali, inclusi tanti iscritti al partito nazionale fascista, ne adottò e adattò la divisa, come aveva fatto con altre in passato e fece dopo il crollo del regime”.

    Comunque sia come argomenta Antonio Carioti, “il percorso dall’ottobre 1922 al partito unico e a quanto seguì non avvenne in un giorno e il governo non fu ‘subito regime’ (a differenza di quanto asserito da Emilio Gentile e da altri) ma un cammino lungo, accidentato e infine vittoriosamente concluso non per la superiorità politico-culturale di Mussolini ma per molti errori di chi aveva modo di avversarlo nelle aule parlamentari e nel Paese. Il re cercò di sciogliere i nodi via via che gli vennero proposti. Ma nei limiti dello Statuto”.
    Di questo parere è Claudio Fracazzi in “La marcia su Roma 1922. Mussolini, il bluff, il mito” (Biblioteca storica de Il Giornale 2022) E poi la decisione del re Vittorio Emanuele III ebbe immediato plauso da parte della Francia e Gran Bretagna.

    Dopo la morte violenta del deputato socialista Giacomo Matteotti, le opposizioni chiesero al re di intervenire, ma Vittorio Emanuele III rispose che non toccava a lui ma alle Camere trovare la via per risolvere la questione. “Il re era un sovrano costituzionale, non un despota”, scrive Mola. Tuttavia, “l’opposizione non scese in campo. Eppure aveva numeri e spazio politico per farlo”. Peraltro nel 1922 i deputati iscritti al PNF erano 35, con le elezioni del 6 aprile 1924 divennero 227 su 535. Molti, ma erano ancora minoranza, per di più raccogliticcia, frutto di ex liberali, popolari, democratici sociali. In buona sostanza come hanno scritto De Felice o Vivarelli, “Mussolini rimase al potere non perché fosse un genio politico superiore ma per gli errori delle opposizioni. Tutte le leggi che condussero dal regime parlamentare a quello del partito unico dominato dal ‘duce del fascismo’ furono via via approvate dal Senato e dalla Camera dei deputati eletta nel 1921 e nel 1924, sino alla svolta del 1928 che privò gli elettori del diritto di scegliere liberante i propri rappresentanti”. Mola rileva che questa involuzione del governo Mussolini, fu criticata dagli antifascisti, soprattutto all’estero, ma i governi stranieri sia liberali che quello come l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, conservarono relazioni regolari e non di rado amichevoli con quello di Roma. Per quanto riguarda gli italiani, il consenso elettorale era vastissimo sia nel 1929, 1934 e 1939.
    Veniamo alle Leggi razziali del 1938 e la seconda ondata del fascismo repubblicano. La terza colpa del Re.
    A questo punto il testo elenca i traguardi positivi, i successi conseguiti dal governo Mussolini in tredici anni. Il PNF era al culmine del consenso, mentre il re era sempre più isolato. Il 14 dicembre 1938 la Camera dei deputati, prona al capo del governo. Approvò le leggi razziali, senza alcun dibattito con voto unanime dei 351 presenti. Fra i 31 assenti spiccò Italo Balbo.
    Poi venne approvata anche il 20 dicembre approvò la “difesa della stirpe”, la legge passò col favore di un terzo dei senatori, tra i quali si contavano tredici ebrei che, dopo l’approvazione della legge rimasero in carica, come ricorda Aldo Pezzana nel saggio “Gli uomini del Re”.
    C’è stata qualche responsabilità di Vittorio Emanuele III nelle leggi razziali? Per Mola, nessuna. Anzi, li deplorò sin da quando gli vennero prospettate. Li ha dovute firmare perché erano state deliberate dal Parlamento che rappresentava gli italiani. “Non era stato il sovrano ma soprattutto la Camera elettiva a mettere il Paese su quella china”. Precisa Mola: “contro tale infamia non si levò alcuna voce di netta opposizione né di ferma condanna: non da parte di ‘liberali’, né da parte della Chiesa cattolica […]”.
    Passiamo alla quarta colpa: il 25 luglio 1943, il re Vittorio Emanuele III, salvò lo Stato con la revoca da capo del governo a Mussolini. Lo sostituì con Pietro Badoglio.
    “A quel punto occorreva salvare la continuità dello Stato, come è stato riconosciuto non solo da scrittori inclini ad apprezzare il regime monarchico quali Mario Viana, Giovanni Artieri, Francesco Perfetti, Domenico Fisichella, ma anche dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi”. Per farlo bisognava che la famiglia reale cadesse nelle mani dei tedeschi, ma nello stesso tempo neanche mettersi tra le braccia dei vincitori, ora alleati. Così in tutta fretta da Roma il re i familiari si spostarono a Brindisi, un lembo della Puglia, dove non c’erano né tedeschi né angloamericani. Si poteva fare di più in quei giorni fino all’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre? Forse.
    Naturalmente il professore Aldo Mola da storico, non intende emettere giudizi, né giustificare, ma propone documenti per comprendere. Su questo gesto del re si è scritto innumerevoli pagine di critiche, si è stratificata una vastissima letteratura (memorialistica, saggistica, atti di convegni), qualcuno lo ha bollato come un “piccolo re idiota”. Alla fine di questa lunga tragedia della guerra, il re Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946 abdico in favore del figlio Umberto II e partì per Alessandria d’Egitto, ove morì il 28 dicembre 1947.
    Furono momenti concitati e turbolenti che per comprenderli bisogna studiarli senza pregiudizi e soprattutto non giudicarli con i parametri odierni.
    “L’ufficio della storia non è di formulare postume condanne o assoluzioni, né di asserire che quanto avvenne non poteva non accadere e va quindi accolto come unica possibile realtà, ma documentare e spiegare gli accadimenti nella loro accertata sequenza e nella molteplicità delle loro cause e concause”.

  • Dai dogmi sanitari a quelli climatici – Di Domenico Bonvegna

    Dai dogmi sanitari a quelli climatici – Di Domenico Bonvegna

    Le inchieste giudiziarie sul Covid non servono a nulla, è il parere di Pierluigi Battista, sembra che il dibattito aperto, gli provoca fastidio. Secondo Battista si è vinta la guerra, ora bisogna gestire il dopoguerra.

    “Quindi, da tipico terzista, ci spiega che non ci sono eroi da premiare tipo Conte e Speranza i quali rivendicano i loro primati, ma neppure scheletri nell’armadio su cui si dovrebbe investigare in Parlamento. Pari e patta nel Battista pensiero e scurdammece ‘o passato”.(Gianluca Spera, L’epoca del post-umanesimo: dai dogmi sanitari a quelli climatici, 16.7.23, atlanticoquotidiano.it) Una tesi che potremmo rispettare, fino ad un certo punto. Occorre però approfondire tante cose, per Spera c’è soprattutto, la questione dello stato d’emergenza perenne: in pratica quali sono “I limiti normativi del potere statale durante un’emergenza”. “Ma, soprattutto, perché la gestione autoritaria del periodo pandemico da eccezione si sta trasformando in regola”
    Per il giornalista di Atlantico è un pericolo concreto che “le democrazie di stampo liberale entrino definitivamente in crisi di fronte a qualsiasi emergenza, o presunta tale, rendendo ordinari strumenti normativi in apparenza straordinari. Il rischio, a questo punto, è trovarsi catapultati in un perenne stato di eccezione i cui confini legislativi e temporali diventano sempre più labili e indefiniti”.
    Pare che ancora in Italia ci sia qualcuno che si scagli contro i no vax, i no mask, contro i no qualcosa. Ancora a emergenza abbondantemente terminata sopravvivono sia la mentalità che i metodi draconiani “giustificati” dal contrasto al virus.
    Non sembrano riflessioni esagerate quelle di Spera, anch’io ho l’impressione che in questi giorni di diffuso allarme ambientale, ritorna lo stesso schema dell’era pandemica.
    Qualche settimana fa, Luigi Manconi su Repubblica si interrogava su come comportarsi con i“negazionisti climatici”: “Sbatterli in galera o metterli in condizione di non nuocere?”. Per certi versi si ripropone lo stesso schema del Covid, con tanto di capri espiatori da offrire al pubblico ludibrio. Sempre sullo stesso giornale, il direttore Maurizio Molinari aveva parlato di una crociata di gruppi negazionisti contro i necessari provvedimenti da assumere per avviare la transizione ecologica.
    Eppure, fa notare Spera che l’intransigenza è tutta dall’altra parte, dai cosiddetti ambientalisti, “perché non solo è precluso il confronto (come durante il Covid), ma non si possono neppure discutere le severe misure previste per ridurre i livelli di Co2. Così, si scivola dai dogmi sanitari alla dottrina ecologista dando per scontato che le persone debbano adeguarsi rinunciando a cuor leggero ai propri diritti”.
    In conclusione pare che ci stiamo avviando verso un’epoca post-umanista, dove il presunto progressismo degli eco-ambientalisti ci porta verso un’evidente involuzione della società, imponendo pesanti limiti all’autonomia dei cittadini. Ne abbiamo parlato in questi giorni. Si scrive e si discetta tanto di un pianeta sostenibile ma ai maître à penser nostrani non sorge mai il dubbio che i sacrifici richiesti alla gente comune siano del tutto insostenibili (anche da un punto di vista economico).
    Siamo ormai proiettati verso una trasformazione delle nostre società “nelle quali le persone devono essere votate al martirio per il perseguimento di scopi imposti dall’ideologia dominante. Che da ciò derivino un peggioramento della qualità della vita, un considerevole aumento dei costi, la riduzione dei margini di libertà della popolazione poco importa a chi è abituato a sermoneggiare senza contraddittorio”.

  • L’ecologismo, il nuovo “Oppio dei popoli” – Di Domenico Bonvegna

    Da qualche settimana i tiggi si sono scatenati a comunicarci che la la Penisola italiana sta subendo l’assalto del caldo infernale ed è certamente vero. Del resto non è una novità, in ogni estate più o meno dobbiamo fare i conti con il caldo. Ma in tutta questa ossessione giornalistica c’è sicuramente un sostrato ideologico. Lo abbiamo capito scrive Il Giornale dal tweet di Greta Thunberg che rinfocola, semmai ce ne fosse bisogno, la polemica: in sintesi la novella Giovanna d’Arco dell’ideologia verde ci dice che abbiamo battuto tutti i record di caldo e quindi siamo in emergenza.

    Ci vuole un nanosecondo – scrive Francesco Maria Del Vigo – a passare dai giudizi scientifici ai deliri dei talebani dell’ecologismo che usano il termometro come una clava politica: «Di fronte a questa drammatica emergenza climatica è inaccettabile la sfrontatezza della presidente Meloni che parla di ultrà della transizione ecologica che vogliono mettere in ginocchio l’economia italiana. Il suo non è un comportamento né da premier e tantomeno da madre», firmato Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi. (Il caldo italiano news mondiale. E i “gretini” fanno gli sciacalli, 16.7.23, Il Giornale) E così pare che dai colpi di calore i primi ad essere colpiti sono proprio i fondamentalisti dell’ideologia verde.

    E proprio dell’ideologia verde come la nuova religione ne parla oggi anche Nicola Porro, il valido giornalista di Mediaset. “L’Europa, ormai scristianizzata e orfana delle ideologie novecentesche, sembrerebbe aver trovato nell’ecologismo il suo nuovo culto di riferimento.

    Una vera e propria fede, con i suoi santi e i suoi devoti, i suoi riti e i suoi profeti, i suoi dogmi e i suoi templi. Un’autentica religione civile, fatta di sacrifici, penitenze, rinunce e sanzioni con cui punire eretici e miscredenti. Con tanto di Messia, una giovane attivista svedese divenuta icona del movimento ambientalista mondiale e profetessa di quel «Dio verde» a cui in tanti si prostrano riverenti”. (L’estremismo verde ci lascerà “al verde”, 16.7.23, Il Giornale).

    Per Porro questa nuova ideologia, ha sostituito quelle del Novecento, e rappresenta per l’Europa, “Il nuovo oppio dei popoli” . Un’Europa, “priva di anima e di idee, inconsistente politicamente e incapace di fare i conti con sé stessa e con le proprie radici, che rinnega la propria cultura per fare spazio al mondialismo dilagante”, lo scrive Salvatore Di Bartolo in “Overgreen. L’altra faccia della rivoluzione verde (la Bussola editore), chiamando in causa proprio quel Karl Marx a cui così tanto i proseliti del green sembrano volersi ispirare. Sì, perché, come sosteneva Roger Scruton riferendosi al nuovo totalitarismo verde, «l’ecologismo presenta tutti i tratti distintivi di un’ideologia socialista». Utilizzando gli artifici retorici del marxismo, gli ecotalebani sono riusciti a sovvertire i termini della realtà per edificare un nuovo umanesimo in cui l’ambiente, motore di tutto, è posto al centro, e l’uomo, tormentato dai propri bisogni e dalle proprie miserie e ormai incapace di dominare se stesso, è relegato alla periferia”.

    Secondo la mentalità contorta dei verdi, nella loro società (che non è medievale caro Porro) “l’essere umano assurge a nemico dell’ecosistema, reo di sfruttarne sconsideratamente le risorse e di minarne la sostenibilità. Un po’ come il capitale nella dottrina marxista. Marxismo ed ecologismo possono pertanto essere considerati due facce della stessa medaglia, essendo l’ecologismo nient’altro che la più moderna e accattivante trasfigurazione del socialismo di stampo marxista. E dunque su tali presupposti ideologici si fonda quel fondamentalismo ambientalista capace di influenzare le decisioni dell’Ue”.

    In un recente discorso di Kamala Harris, il professore Eugenio Capozzi ha notato un lapsus freudiano, invece di “pollution”(inquinamento), ha detto “population”, così l’agghiacciante frase si legge così: “Quando investiremo in energia pulita e in veicoli elettrici e ridurremo LA POPOLAZIONE sempre più i nostri figli potranno respirare aria pura e bere acqua pulita”. Il professore fa notare che non solo l’oratrice non si corregge, ma la platea non si accorge della ennesima gaffe della vice-presidentessa e applaude convinta. Segno che l’affermazione alle orecchie del pubblico presente non appariva nemmeno strana. Questo aspetto soprattutto fa venire i brividi.

    Quel lapsus rivela in maniera imbarazzante come al fondo dell’ideologia apocalittica ambientalista dominante nelle élite occidentali ci sia l’antiumanesimo neo-malthusiano, e l’idea di una separazione tra esseri umani di serie A (i loro figli che vivranno meglio) e di serie B (quelli che affollano troppo il pianeta, consumano troppo, “emettono” troppa anidride carbonica, e vanno impoveriti, disciplinati, o meglio ancora “ridotti”).

    Ritornando a Porro, il giornalista seguendo l’efficace e brillante testo di Di Bartolo sottolinea che riesce a cogliere le principali criticità delle «direttive green» contenute nel pacchetto «Fit for 55», mettendo altresì in guardia il lettore dalle possibili conseguenze, potenzialmente devastanti per le economie dei Paesi membri, scaturenti dal recepimento delle stesse. La posta in gioco è dunque altissima: a repentaglio sono l’economia e il futuro del Vecchio Continente.

    Al pari dei capisaldi della cultura occidentale, che rischiano irrimediabilmente di crollare sotto le apocalittiche invettive dei sacerdoti della nuova ideologia dominante, della religione laica più professata d’Occidente: l’ecologismo.

  • Perché non celebro il 14 Luglio – Di Domenico Bonvegna

    I manuali di Storia raccontano che il 14 luglio scoppia la Rivoluzione Francese con la cosiddetta “Presa della Bastiglia”. Per Rino Cammilleri è il “mito di fondazione”, anche se sostanzialmente fu una “presa per i fondelli”, come ha scritto Vittorio Messori, che peraltro la abbina ad altre due prese, anch’esse “prese per i fondelli”, quella di Porta Pia e quella del Palazzo d’Inverno.

    La Bastiglia assediata da una settantina di insorti, tra delinquenti comuni, disertori e prostitute, si recarono alla fortezza sperando di trovare armi. Leggo dal testo di Cammilleri, “Fregati dalla scuola. Breve guida di liberazione ad uso degli studenti da affiancare al normale manuale”, (Effedieffe, 1997)
    La fortezza, “era presidiata da invalidi svizzeri, e deteneva alcuni falsari, un giovane depravato (fatto internare dalla famiglia) e due pazzi […]”. Il governatore della Bastiglia invitò a pranzo gli assedianti, ma finì decapitato. Per lo stesso avvenimento utilizzo il testo di Jean Dumont, “I falsi miti della Rivoluzione Francese” (Effedieffe, 1989), lo storico francese, che ha preferito il contatto diretto con gli archivi, invece di svolgere la professione nelle università. Dumont è diventato un punto di riferimento per tre generazioni di studiosi di Storia, avendo rivisto, annotato, commissionato oltre mille opere storiche. Così leggo nell’introduzione di Giovanni Cantoni. Il prezioso testo smonta ad una ad una le menzogne create ad arte sui vari miti della Rivoluzione Francese. Inoltre spiega perché si rifiuta di festeggiare di celebrare le menzogne, le incapacità, le ignominie e infine,“la morte di quanto ci sta a cuore”. In sintesi il libro si rifiuta di festeggiare il 1789.

    La prima è quella della pretesa “presa della Bastiglia da parte del popolo di Parigi”. Questo mito è la più grande costruzione della propaganda rivoluzionaria, montata nel corso della seduta dell’Assemblea succeduta ai fatti accaduti, allo scopo di trasformarli in un avvenimento storico. Poi il pittore David fu incaricato di dipingere un quadro che creasse il mito della Bastiglia. Gli stessi futuri capi rivoluzionari ammettono che si è trattato di un’azione di sparuti gruppi di vagabondi e di disertori, soprattutto stranieri. Il popolo di Parigi si è tenuto ostentatamente alla larga da quell’azione, contrariamente da quanto pretendono di far vedere le illustrazioni stampate appena dopo.
    I capi rivoluzionari appaiono soltanto dopo, quando comincia lo sfruttamento politico. “Non si è trattato di nessuna ‘presa’ ma di un ingresso dalla porta, aperta per ordine del governatore”. Ormai con questa narrazione sono d’accordo i più importanti storici di sinistra come Michel Vovelle, che parla di “interpretazione simbolica”.
    Dal 14 luglio 1789, la superpotenza del mondo di allora, finì travolta dalla follia rivoluzionaria, con la ghigliottina che lavorava a tempo pieno contro i “sospetti”, i “traditori”, i preti. “Senza il golpe – scrive Cammilleri – che a un certo punto eliminò Rebespierre nessun francese sarebbe rimasto vivo”.

    Il testo di Dumont è corredato da diverse tavole che rappresentano la Rivoluzione nella realtà dei fatti. Una delle prime rappresenta la catastrofica situazione economica della Francia sotto la Rivoluzione. La chiusura dei laboratori e gli operai nella disperazione. Una incisione che smonta la menzogna della pretesa “modernizzazione” portata dalla Rivoluzione. Il deputato conservatore inglese Edmund Burke, può scrivere: “I francesi [della Rivoluzione] si sono dimostrati i più abili artefici di rovina che mai siano esistiti al mondo […]”. Altra menzogna da sfatare è “il popolo al potere” sotto la Rivoluzione. Niente affatto governano le bestie feroci della borghesia. “La Rivoluzione fu un martirologio operaio. Rappresentò la disperazione per gli uomini e le donne del popolo che la miseria faceva cadere per inedia nelle strade e portava al suicidio”. Ecco rappresentata in due pagine “la carestia del pane”. Non ci fu durante la Rivoluzione neanche la pretesa della felicità del popolo. Di una grande evidenza è la tavola che rappresenta le teste decapitate delle varie classi sociali in Francia. Praticamente le vittime nobili della ghigliottina erano molto meno numerose di quelle del popolo.

    Per Dumont la menzogna maggiore è quello di nascondere il vero progetto della Rivoluzione: l’anticristianesimo. Il suo unico vero progetto sia iniziale che finale era l’anticristianesimo totalitario. Il 14 luglio 1792 e nei giorni successivi avvengono massacri di sacerdoti un po’ dappertutto in Francia. La Chiesa viene laicizzata, separandola da Roma, mentre i sacerdoti hanno l’obbligo di prestare giuramento alla Costituzione civile del clero.

    Ogni sacerdote refrattario in un individuo “sospetto” può essere trasferito o imprigionato.
    La 3a parte del testo si occupa del Terrore poliziesco e l’arresto dei “sospetti”, che comparivano davanti ai cosiddetti “Tribunali del popolo”. Il Terrore giacobino viene descritto senza giri di parole all’origine dei crimini totalitari moderni a cominciare dal Gulag sovietico o i Lager nazionalsocialisti. Del terrore giacobino saranno esemplari discepoli il KGB, la Gestapo, i Khmer rossi di Pol Pot. Il terrore poliziesco è meticoloso quanto universale: “da quando siamo liberi non possiamo più uscire dalla città senza passaporto”. Ma a volte non è sufficiente nel proprio comune di residenza occorre esibire anche il certificato di civismo, rilasciato dal comitato rivoluzionario di quartiere, in cui risiede la feccia della società. Senza certificato di civismo non vi è possibilità di nutrirsi, serve per comprare il pane e altri alimentari.

    Inoltre lungo la strada viene richiesto il passaporto sull’abbigliamento, dapprima solo per gli uomini, poi anche per le donne. C’è il controllo sistematico della coccarda tricolore, guai chi viene trovato senza. Peraltro fa notare Dumont, durante questi controlli, bisogna essere sempre entusiasti obbligatoriamente. Attenzione durante il terrore ci deve essere sempre una classe di individui punibili sempre e comunque.

    Con la Rivoluzione francese nascono le deportazioni e i campi di concentramento e di sterminio. 75.000 sacerdoti deportati, la metà del clero francese. “Bisognava rimandare questi appestati nei lazzaretti di Roma e dell’Italia”, tuonava l’ispiratore di questa deportazione il deputato Maximin Isnard. Un razzismo anticlericale, anticristiano molto simile a quello antigiudaico dei nazionalsocialisti.

    Siccome bisognava costruire l’uomo nuovo, allora con i cosiddetti massacri di settembre, si mette in atto un crimine eugenetico, un olocausto ordinato dai giacobini “filosoficamente puri” che annientano, compresi i sacerdoti, tutti i prigionieri politicamente e intellettualmente impuri. Un massacro di tutti quelli che possono rappresentare un insulto al Contratto Sociale di Jean-Jacques Rousseau. Una gigantesca epurazione razzista poi copiata da Adolf Hitler.

    Naturalmente poi viene raccontato il genocidio del popolo vandeano, quasi 600.000 vittime. Un genocidio che fino al 1989 era stato nascosto dalla storia ufficiale, ma che poi grazie soprattutto al professore Reynald Secher, è stato raccontato e conosciuto in Francia e in tutto il mondo.