Autore: Domenico Bonvegna

  • Perchè sostenere l’Ucraina è una causa di destra – Di Domenico Bonvegna

    Finalmente un servizio sulla guerra di difesa dell’Ucraina, che chiarisce quale dovrebbe essere la posizione di chi si definisce di destra o meglio conservatore.

    Lo ha scritto Stefano Magni su atlanticoquotidiano.it, (Perché la difesa dell’Ucraina è una causa di destra, 13.7.23) probabilmente, forse, non riuscirà a convincere quella frangia minoritaria che ancora si definisce di destra, magari cattolica, che si schiera apertamente contro la guerra in Ucraina e che probabilmente strizza l’occhio al dittatore Vladmir Putin. Posizione che, forse, poteva avere qualche motivazione nei primi giorni del conflitto, quando ancora non era chiaro l’insano progetto putiniano. Per la verità ero caduto anch’io nel tranello, mantenendo una posizione neutrale. E per questo motivo tra l’altro ho perso l’amicizia di un noto esperto di temi geopolitici.

    Tuttavia il giornalista mi sembra abbastanza convincente soprattutto per chi usa un poco il buon senso. Spesso la frase che viene sbattuta in faccia a una persona che da sempre si è sentita di condividere una politica di “destra” è la seguente: “Sostieni l’Ucraina? Ma non mi dire che sei diventato un Dem?!”.“Io sapevo che eri di destra, ma proprio non riesco a capire perché sull’Ucraina vai con la sinistra. Che delusione!”. Paradossalmente per Magni, in questo mondo ultra polarizzato, la causa dell’Ucraina è diventata di sinistra, addirittura per qualcuno è diventata, “la nuova religione della sinistra”. I Democratici sono abili nell’alimentare questa polarizzazione: “in pratica, affermano che chiunque sia contro di loro è complice di Putin”. E peraltro, secondo Magni, a destra non si fa nulla per smontare questo teorema. “Anzi, ormai si dà per scontato che a destra si debba stare, se non al fianco di Putin, almeno contro Zelensky, contro la Nato e soprattutto contro Biden”.

    Invece Magni smonta questo mito, sostenendo che appoggiare l’Ucraina è una battaglia di destra. Per sostenere la sua tesi, Magni, porta almeno tre motivi: 1° è una difesa di uno Stato sovrano da un invasore, 2° è la difesa della Mitteleuropa cristiana da un regime post-comunista; 3° infine, è una battaglia di civiltà, in difesa dell’Occidente per come l’abbiamo sempre conosciuto.
    La difesa della sovranità di uno Stato sovrano, è sacrosanto che dovrebbe accomunare tutte le anime della destra: liberali, cattolici, che ritengono che l’unica guerra giusta sia quella difensiva, i sovranisti difendono le frontiere e le tradizioni di una nazione. Insomma, non dovrebbero esserci dubbi da che parte stare.
    Eppure… molti di queste frange politiche che si sentono di “destra”, ricorrono a trucchi concettuali e lessicali, che sembrano attinti dalla propaganda russa, per dire che l’Ucraina non è stata invasa dalla Russia. Anche se per la verità non possono dire il contrario, ma comunque dicono che “è una questione complessa” e nella complessità vale tutto”.
    E tuttavia questi signori messi alle strette, spesso sostengono che questa è una guerra per procura e che Putin è l’unico grande attore internazionale che si oppone all’intero sistema liberale, soprattutto americano. Pertanto sei costretto a scegliere da che parte stare. “E devi scegliere una parte, specie in tempo di guerra”.
    Per la verità questa tesi di Magni l’ho poco sentita, tuttavia mi convince in pieno. La difesa della Mittleuropa cristiana.

    Infatti, oltre a difendere uno Stato sovrano invaso, quella dell’Ucraina è una battaglia per la Mitteleuropa cristiana contro un impero post-comunista. E’ un concetto che hanno chiaro in Polonia, “la nazione più cattolica d’Europa, governata dai successori di Solidarnosc, il primo responsabile del crollo dei regimi comunisti”. Tutti dalla Polonia ai paesi Baltici si identificano correttamente con l’Ucraina invasa. Sono disposti a sostenerla con tutte le loro forze, perché non vogliono correre il rischio di finire di nuovo sotto il Cremlino e la stella rossa.

    Per Magni gli ucraini si battono come leoni, fino all’ultimo uomo perché hanno riscoperto la loro storia. Una storia di cui fa parte anche il genocidio per fame, ordinato da Stalin, l’Holodomor (quasi 6 milioni di morti dal 1932 al 1933) di cui si è potuta celebrare la memoria liberamente solo dopo che il Paese si è liberato, non solo dall’Urss, ma anche dal regime post-sovietico e pro-russo che ha governato ininterrottamente fino al 2004.
    Pertanto, definire la Russia come un impero post-comunista non è un’esagerazione. “I valori cristiani, tanto sbandierati dalla propaganda di Mosca destinata ai conservatori occidentali, sono evidentemente solo un paravento”.
    E’ evidente, piuttosto, per Magni che esiste un certo revanscismo sovietico di Putin. Ci sono diverse prove, soprattutto quelle di simboli:“La stella rossa su tutti i mezzi militari, gli aerei e gli elicotteri, la bandiera “della vittoria” (del 1945) issata nelle città conquistate, sono lì da vedere. E dove arriva l’Armata tornano le statue di Lenin e la toponomastica sovietica, le ricorrenze sovietiche e i vecchi inni”. i russi puntano alla riparazione del “torto” subito nel 1991, con la dissoluzione dell’impero rosso. A questo punto, Putin, che ritiene la fine dell’Urss come “la più grande catastrofe geopolitica” della storia recente, vuole la sua rivincita.
    Contro chi? Ovvio: contro chi ha sconfitto, pacificamente, il comunismo. Contro il blocco occidentale di Reagan e dei conservatori, contro i cattolici e il Papa polacco, contro i popoli che hanno conquistato la loro indipendenza da Mosca. Pertanto, stare dalla parte di Putin, per un conservatore, per uno di Destra è un tradimento della propria storia e un ripudio del proprio trionfo.
    Stare dalla parte dell’Ucraina significa difendere l’Occidente. E siamo alla terza motivazione.

    “Questa è innegabilmente una guerra di civiltà, – scrive Magni – anche se per ora resta localizzata a una sola nazione. Lo è perché lo dicono gli aggressori: sono ormai innumerevoli le dichiarazioni dei vertici russi contro l’Occidente. La guerra è vissuta dall’opinione pubblica russa come una lotta esistenziale contro l’America e l’Europa”.
    Tra l’altro È un conflitto che ha anche una sua dimensione spirituale, come si legge chiaramente nelle prediche del patriarca Kirill contro la “degenerazione” occidentale, non molto differenti dalle parole che siamo soliti sentir pronunciare dagli ayatollah iraniani o dagli imam radicali sunniti. Certamente è vero che l’Occidente per certi versi è corrotto, ma non possiamo pretendere di convertirlo a cannonate con i tank di Putin. Sull’aspetto spirituale della guerra, ne parla convintamente in continuazione padre Livio Fanzaga il direttore di Radio Maria. E’ una guerra che riguarda tutta la nostra civiltà, “non solo perché gli ucraini sono sostenuti da (poche) armi americane ed europee”, ma soprattutto perché la causa stessa è da rintracciarsi nella fuga a Occidente del popolo Ucraino. Praticamente prima con la rivoluzione arancione del 2004 e poi ancora di più con quella del Maidan del 2013-14, la repubblica ex sovietica ha tentato di dare un taglio al suo passato comunista e all’abbraccio della Russia post-sovietica, per guardare al modello occidentale, fatto di democrazia, mercato libero e diritti individuali.
    Di fronte a questa scelta occidentale, il regime post-sovietico russo si è sentito in dovere di intervenire con la forza, prima in Crimea, poi nel Donbass, infine invadendo tutto il Paese. E allora ribaltiamo la domanda: perché mai chi si definisce di destra dovrebbe schierarsi contro l’Ucraina?

  • L’essenza e la missione del Papa – Di Domenico Bonvegna

    Potremmo mettere un altro titolo: “Il Papa secondo il cardinale Gerhard Ludwig Muller”, ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex S. Ufficio). Da qualche mese è uscito il suo ultimo libro, “Il Papa. Ministero e Missione”, pubblicato dalla casa editrice Cantagalli di Siena. (372 pp. 26 e)

    La faticosa lettura del documentato testo del cardinale tedesco certamente ha irrobustito la mia cultura sulla figura fondamentale del Pontefice. Il libro rafforza l’idea che noi cattolici siamo dei privilegiati rispetto ad altre religioni, abbiamo una guida e un punto di riferimento sicuro per la nostra Fede. Arcivescovo-vescovo emerito di Ratisbona, Incaricato personalmente da Benedetto XVI di pubblicare le sue Gesammelte Scriften, gli scritti di carattere teologico e quindi di curare la pubblicazione dell’Opera Omnia. Un progetto di 16 volumi. Muller ha all’attivo oltre cinquecento pubblicazioni scientifiche. In questo libro, racchiude e ci consegna, in un unico quadro, note, riflessioni e osservazioni di tutta una vita, sull’origine, l’essenza e la missione del successore di Pietro. Così “Il Papa” diventa un’opera imponente che, proprio in questi tempi di enorme confusione sulla figura del Papa, offre un contributo determinante per una corretta comprensione del ministero petrino. Un ministero unico al mondo, che nel corso dei secoli fino ai nostri giorni ha sempre provocato grande devozione, ma anche forti critiche, sia dentro che fuori della Chiesa. Il cardinale Muller ha tracciato le linee fondamentali del suo libro in una affollata conferenza del 7 maggio presso Palazzo Madama a Torino, organizzata dall’associazione “Logos e Persona” di don Salvatore Vitiello.

    Per qualcuno Muller passa come un reazionario “nemico” di Papa Francesco. Invece il cardinale ha risposto a queste dicerie con un libro che trasuda amore e fedeltà al magistero pontificio. Tuttavia, l’ex prefetto, intervistato da Il Giornale, non rinuncia a parlare chiaramente di tutto ciò che non va nel governo della Chiesa e non risparmia critiche dure alle autorità ecclesiastiche e a quelle politiche. Rispondendo alle domande di Nico Spuntoni (“Anche se malato, il Papa non deve dimettersi”, 3.4.23, Il Giornale) Muller afferma di essere stato sempre difensore del Papa e dei papi. “Ciò che è cambiato oggi è che gli anti-papisti sono diventati super-papisti. Non per rispetto del papato come istituzione divina, ma piuttosto perché vogliono strumentalizzare Francesco per l’introduzione della loro ideologia modernista nella Chiesa. A questo scopo distinguono tra ‘amici’ e ‘nemici’ del papa.”. Comunque Muller rifiuta qualsiasi etichetta o categoria. Risponde citando S. Tommaso che difendeva il ruolo del Papato nella Chiesa e che il Papa come persona umana può avere i suoi limiti e talvolta le critiche nei suoi confronti non solo sono un diritto, ma addirittura un dovere. Secondo Muller il Papa anche se malato non deve dimettersi.

    In passato c’erano la vecchiaia e le malattie per papi e vescovi, ma Gesù è morto sulla croce. “Non si può pensare ad un apostolo che va in pensione! Ho accettato la decisione di Benedetto XVI, ma resto convinto che la missione del Papa sia per sempre, ad vitam.”
    Ritornando al Libro “Il Papa”, è suddiviso in sette capitoli. Nel I (I papi della mia vita), il cardinale racconta la sua vita in rapporto ai sette papi che si sono susseguiti negli anni. A cominciare dal venerabile Pio XII, durante la sua infanzia e poi giovinezza. Nato e cresciuto in una famiglia cattolica praticante, sotto il pontificato del venerabile Pio XII (1939-1958), egli ha dunque conosciuto la cosiddetta cattolicità “preconciliare” che gli ha insegnato a venerare la “figura” del Papa, e a difenderlo dai connaz
    ionali tedeschi seguaci del protestantesimo luterano e da quell’anti-romanità senza più freni.

    Il clima di confronto — scontro — continuo con i luterani hanno fatto nascere in lui un profondo desiderio di ecumenismo, di cambiamento di rapporti fra cattolici e protestanti. Per questo aderì, fin da giovane seminarista e teologo, alle richieste di rinnovamento della Chiesa che il “vento” franco-tedesco esigeva da Roma. La Chiesa non doveva più rifiutare in toto le “riforme” — come fece ai tempi di Lutero, verso il quale il Cardinale è molto comprensivo —, ma mettersi a capo di esse, come ha fatto col Vaticano II. Il Concilio Vaticano II, afferma il card. Muller, è stato una svolta per la Chiesa, ma non è stato una rottura col suo passato.

    I “maestri” del Cardinale sono stati Henri de Lubac, SJ (1896-1991) e Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (1927-2022), quindi egli non può che essere un convinto sostenitore dell’ermeneutica della riforma nella continuità. La Chiesa ha cambiato atteggiamento, teologia, ma non la sua missione e la sua morale. E il Papa dev’essere il “garante” di tutto questo.
    Nell’introduzione il cardinale precisa: “ho voluto di proposito evitare il titolo di ‘Papato’, per sottolineare il primato della persona sull’istituzione. Per la fede cattolica, Cristo ha trasformato un semplice pescatore del lago di Tiberiade, Simone, il figlio di Giona, primo di una lunga serie di successori, nella roccia su cui avrebbe costruito la propria Chiesa”. Scrive Muller: “le persone cambiano, ma il compito rimane lo stesso. Il compito particolare del papa è servire l’unità e la comunione della Chiesa con Dio e di testimoniare la verità della fede in ‘Cristo, il figlio del Dio vivente’ (Mt 16,16)”.

    Nelle sue riflessioni teologiche sul Papa e la Chiesa Muller al famoso teologo di Tubinga Johan Adam Mohler (1796-1838). Alla “Storia dei Papi” di Ludwig von Pastor (1854-1928). E poi al professor Cardinale Karl Lehmann. Per la libertà della Chiesa dallo Stato durante la Kulturkampf (1871-1878) ricorda le battaglie del grande vescovo di Magonza, Wilhelm Emmanuel Barone von Ketteler (1811-1877). Naturalmente sono frequenti i passaggi in riferimento ai vari Papi, come Giovanni XXIII che “aiuta a superare il giudizio superficiale di una Chiesa polarizzata fin da questa epoca in un’ala conservatrice e una progressista”. In questo tempo il cardinale comprese come all’interno della Chiesa c’era tensione tra chi intendeva trasmettere fedelmente l’oggetto della fede e chi invece voleva illustrarla al passo con i tempi. Fu evidente l’ostilità e la reazione all’enciclica Humanae vitae da parte di certi ambienti ecclesiastici. A questo proposito, Muller accenna all’incomprensione e il disprezzo sia da parte dei conservatori che dei progressisti, di cui fu oggetto l’enciclica di san Paolo VI. Enciclica oggi riconosciuta come profetica. Sul tema, “c’era chi, da una parte, puntava il dito contro il Concilio per l’ormai diffusa crisi della fede, dall’altra chi riteneva che le riforme conciliari non fossero state attuate in modo abbastanza radicale. In realtà – scrive Muller – è stato proprio un’interpretazione ideologica del Concilio, a dividere la Chiesa in scettici ed entusiasti. Così al posto dell’auspicato rinnovamento nella vita e nella missione della Chiesa è arrivata la confusione babilonica”. Per Muller un magistero, soprattutto un concilio ecumenico, non può fondare una nuova Chiesa o abolirne una vecchia.

    Interessante poi le riflessioni di Henri de Lubac (1896-1991) insieme a Hans Urs von Balthasar (1905-1988) che hanno aiutato Muller a trovare la sua strada al di fuori dell’opposizione distruttiva tra conservatorismo (integralismo) e progressismo (modernismo). A questo proposito il cardinale precisa che queste due posizioni, infruttuose e distruttive, “enfatizzano un elemento importante dell’insieme, ma che lo separano da esso, si fonda sulla confusione tra la fede, che deriva dall’ascolto della parola divina, e una ideologia pensata dai suoi sostenitori, che non è altro se non auto-redenzione gnostica”. Muller ricorda la canonizzazione del grande papa San Giovanni Paolo II. Uno dei papi più importanti degli ultimi secoli. Muller ricorda i punti essenziali della vita di Karol Wojtyla a combattere prima l’ideologia razzista del nazismo e poi quella comunista. “Giovanni Paolo II ha sperimentato sulla propria pelle, e in quella del popolo polacco, l’applicazione del darwinismo sociale nei Paesi sotto il dominio nazionalsocialista e comunista e ne ha riconosciuto le conseguenze omicide”. Muller, ricorda che il “darwinismo sociale non è un errore spirituale, ma un crimine contro lo spirito”.

    L’alternativa per san Giovanni Paolo II è la civiltà dell’amore, l’unica via d’uscita dall’autodistruzione dell’umanità. Interessanti le riflessioni del teologo Muller sugli anni della cosiddetta “Guerra fredda”, del sistema economico capitalista e di quell’umanesimo senza Dio che era destinato a fallire come progetto filosofico e sociale, destinato a sfociare “nella più grande barbarie della storia umana, nell’umanesimo senza esseri umani, nella disumanità assoluta e nella follia di un trans e post-umanesimo”. Sempre in questo primo capitolo Muller racconta il suo incontro a Lima con Gustavo Gutierrez, il padre della Teologia della Liberazione. Vado oltre se no diventa una mega recensione del libro. L’ultima parte è dedicata al suo rapporto con Papa Benedetto XVI da Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede. Le brevi analisi delle encicliche del Papa tedesco, la lezione tenuta all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006. E poi quella sui tre volumi di “Gesù di Nazareth”, che raggiunge il culmine della vita di Ratzinger teologo e studioso. Infine Papa Francesco, “differente per temperamento ed esperienza dai suoi predecessori fortemente radicati in Europa, il primo papa latino-americano ha posto i poveri, i sofferenti e gli scartati delle periferie al centro del suo pontificato”. Muller accenna ai documenti pubblicati da papa Francesco, Evangelii gaudium, Laudato si, Amoris Letitia, che cercano di costruire ponti anche verso coloro che si sentono esclusi o lontani. “Occorre superare gli scontri ideologici tra conservatori e progressisti, che paralizzano la vita e la missione della Chiesa”. Papa Francesco ci mette in guardia, “da uno stile di vita mondano e dall’adeguamento della Chiesa al mondo, come se la Chiesa di Cristo fosse soltanto una delle tante organizzazioni di carattere umanitario-spirituale”. Al centro della Chiesa il Papa ha messo i poveri, è necessario che ci facciamo evangelizzare da loro. Il povero è considerato un grande valore, la nuova evangelizzazione deve partire da loro.

    Il II capitolo tratta de “Il Papato come realtà della Storia e della Rivelazione”. Una istituzione divina, a partire da San Pietro, si sono succeduti 266 uomini in veste di detentori del ministero. Il Papato con le sue luci ed ombre, è un fenomeno unico, di cui la Storia non può ignorare. In questa parte il cardinale esamina il profilo teologico e spirituale del supremo servizio per la Chiesa e per il mondo, che il suo Capo ha affidato a San Pietro e ai suoi successori. Neanche la storiografia liberale, scrive Muller, che nel primato della Chiesa di Roma ha visto una semplice creazione umana o il prodotto casuale di congiunture storiche […] può sottrarsi al fascino di una tradizione lunga duemila anni. Non mi soffermo sui vari passaggi storici del Papato esaminati dall’autore del poderoso testo, non mancano i riferimenti alla cosiddetta Riforma di Martin Lutero, la Libertà religiosa di fronte agli Stati assoluti dell’epoca Moderna.
    Il III° capitolo (“Il Creatore della Chiesa è anche il fondatore del papato”) Qui Muller dopo aver rievocato i sette Papi della sua vita, risale all’origine del papato: il rapporto di Gesù con quel pescatore del lago di Tiberiade, da lui definito la pietra su cui avrebbe edificato la Chiesa. “Solo in relazione a Gesù Cristo può avere senso qualsiasi discorso sull’origine divina della Chiesa, sui suoi inizi nella storia, sulla sua missione universale e sul suo mandato apostolico”. La lettura di questa parte del testo rinforza la nostra fede che talvolta vacilla di fronte agli attacchi della Modernità ma nello stesso tempo arricchisce la nostra debole cultura teologica sulla nascita della Chiesa, il ministero e il primato di Pietro.
    Il IV° capitolo (“La Chiesa Cattolica nella Tradizione Apostolica”) IL Papa riceve il suo mandato direttamente e personalmente da Cristo, non da una comunità, né da una Chiesa locale né dalla Chiesa universale. Qui il cardinale Muller spiega perché come sede del Papato è stata scelta Roma e non un altro luogo. Ci sono tutte le risposte ai possibili interrogativi. Perché è stato scelto solo uno degli apostoli, che poi sarà il vescovo di Roma, a governare la Chiesa. Nel capitolo viene affrontato il dualismo tra Pietro e Paolo. Anche qui il rapporto tra il papa e il concilio dei vescovi. Poi le tensioni tra Oriente e Occidente nella Chiesa.

    Il V° capitolo (“Il dogma del primato di dottrina e giurisdizione del Pontefice romano”) Nel testo Muller chiarisce quanto sia importante e attuale mostrare con urgenza il primato romano del Pontefice per preservare la verità della rivelazione. E qui fa riferimento a Pio XI nell’enciclica Mit brennender Sorge contro il nazionalsocialismo evidenziò come di fronte alla brutale minaccia nei confronti dell’uomo, la fede nella Chiesa non si manterrà pura e incontaminata se non si appoggerà nella fede al primato del vescovo di Roma. E oggi anche se non c’è più il totalitarismo nazista, ci sono altri pericoli totalitari di “stampo mediatico, pseudoreligioso e laicista-statalista”. Pertanto per Muller, “Il vecchio agnosticismo e il relativismo contemporaneo dominante, opposti alla verità naturale e rivelata, non hanno portato affatto libertà di coscienza e tolleranza. Al contrario, non sono mai al riparo dal trasformarsi in pretese ideologiche e politiche totalitarie”. Muller insiste scrivendo che proprio nell’era della scristianizzazione o “secolarizzazione” in Europa e nel mondo, si giunge alla maggiore persecuzione dei cristiani mai vista in passato. VI° capitolo affronta il tema dell’Integrazione del Papato nella Chiesa e nel Collegio dei vescovi. Sulla presunta mancata continuità tra il Concilio Vaticano I e II, il cardinale Muller fa riferimento alla Lumen Gentium 18, dove si dice un chiaro no a tutte le teorie e ipotesi di una rottura nella tradizione della fede cattolica. “Una banalizzazione populista – scrive Muller – vede nella differenza tra i due concili un cambiamento dell’immagine della Chiesa da una piramide a un cerchio”. Sembrerebbe che all’improvviso i laici dal “basso” della Chiesa costruiscono il vertice dandogli un mandato di rappresentanza. Ne deriva una specie di democratizzazione, come se l’origine del potere risiederebbe nel popolo. “Si dimentica però che la gerarchia non rappresenta una struttura di potere perché i ministeri ecclesiastici possiedono un fondamento apostolico”. Peraltro qualsiasi autorità nella Chiesa deriva da Cristo. Il cardinale accenna a quel spirito del concilio interpretato da certe forze progressiste nella Chiesa che avrebbero il compito di schiacciare l’interpretazione conservatrice ed emarginare i suoi esponenti. Non esiste contrapposizione tra l’episcopato e il Papa, nessuna contrapposizione tra il Concilio e il Papa. Il teologo Johan Adam Mohler ha esposto chiaramente con la massima chiarezza la dottrina della Chiesa sul primato e sull’episcopato. Tuttavia il Papa ha bisogno dei vescovi, il Papa non può fare tutto, non si può farsi carico delle molteplici situazioni di ciascun Paese del mondo. “Un’eccessiva centralizzazione non aiuta la Chiesa, ma ne ostacola il dinamismo missionario”. La Chiesa non può permettersi lotte di potere tra forze centraliste e particolariste. Così avremmo una Chiesa secolarizzata e politicizzata, simile alle Ong. Per Papa Francesco occorre “superare la passività e la rassegnazione di fronte all’estrema secolarizzazione e di porre fine ai paralizzanti conflitti interni tra ideologie tradizionaliste e moderniste”.

    Tuttavia secondo il cardinale nella Chiesa serve una riforma della curia romana. Del resto, “ogni volta che la Chiesa si è liberata dai modelli terreni di esercizio del potere e ha eliminato il veleno del pensiero mondano dal suo spirito e dal suo corpo, ha aperto la via a un profondo rinnovamento spirituale in Gesù Cristo, suo capo e fonte di vita”. La Chiesa storicamente ha sempre avviato riforme come quella del grande movimento gregoriano dell’XI secolo, oppure quella tridentina, o la grande apertura del Concilio Vaticano II. Attenzione ai vescovi cortigiani, gli esempi del passato sono tanti, “i criteri d’azione del vescovo non stanno nel cercare il favore del popolo, o nel tacere per non ferire la sensibilità, ma nell’amore per Gesù, il Buon Pastore che ha dato la sua vita”. Paolo scrivendo a Timoteo delinea l’ideale biblico del vescovo: “Combatti la buona battaglia della fede”. Muller insiste sul comportamento degli uomini di Chiesa, “a dar senso alla Chiesa non è il consenso della società, né servirsi del cristianesimo come religione civile, o il contatto con i più importanti politici, ma l’annuncio della salvezza per i poveri nelle periferie esistenziali”. A questo proposito il cardinale fa l’esempio di pastore universale che ha favorito la riforma ecclesiastica san Pio X con il suo motto: “Omnia in Christo instaurare”. Occorre evitare da un lato di secolarizzare la Chiesa, ma anche di spiritualizzarla e di respingerla nel regno dell’ideale e dei sogni. La Chiesa è santa, ma è sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento (Lumen Gentium 8) L’invito di Papa Francesco a fare un esame di coscienza, non significa “confermare chissà quali leggende nere ‘dietro le mura del Vaticano’”. Muller chiarisce che cosa intende per riforma: “la bussola del rinnovamento non consiste nel patrimonio ecclesiastico, nella vastità delle nostre istituzioni e nel personale alle dipendenze di diocesi e ordini (o scuole e ospedali), ma nello spirito d’amore con cui la Chiesa serve gli uomini mediante l’annuncio, i sacramenti e la carità”.

    La Chiesa è per sua natura missionaria, guidata e governata universalmente dal successore di Pietro, è il contrario dell’europeizzazione della Chiesa. L’ultimo capitolo è dedicato alla “Missione del Papa nel disegno divino di salvezza universale”. Tutti i programmi di autoredenzione umana erano e sono condannati al fallimento, nessun uomo può essere salvato né con la gnosi mitologica, né con le utopie di una “new age”, né per le utopie sociali marxiste, né del capitalismo liberale. Occorre superare “i burroni ideologici”. La Chiesa, i suoi pastori, devono ritornare ad essere “pescatori di uomini per Cristo”, “predicatori della misericordia divina”, per andare contro il vortice del secolarismo e del mondo senza Dio.
    Concludo con parole significative rivolte al Papa, che trovano posto nella IV di copertina: “la critica priva di amore finisce per disgregare. L’amore senza critica non è altro che una stucchevole lusinga. Il supremo ministero che Gesù ha conferito a Pietro e ai suoi successori si contraddistingue proprio perché il suo titolare non si gloria della sua dignità, ma rimane all’ombra del Signore e lo segue”.

  • Silvio Berlusconi, il visionario prestato alla politica. Ma adesso?  Di Domenico Bonvegna

    Silvio Berlusconi, il visionario prestato alla politica. Ma adesso? Di Domenico Bonvegna

    “Ho assistito alla “discesa in campo” di Berlusconi nella politica dalla Sicilia, fresco del trasferimento da Milano. Tra le tante mosse del cavaliere ho apprezzato il suo chiaro ed evidente anticomunismo, senza ambiguità, non solo nelle sue dichiarazioni ma soprattutto quando ha “offerto” ai suoi militanti di Forza Italia il volume appena uscito de “Il Libro Nero del comunismo”. Un altro particolare intervento che non mi è sfuggito è stato quando Berlusconi è intervenuto alla festa dei giovani del PDL “Atreju”, con una battuta, ha mandato all’aria centocinquanta anni di storiografia ufficiale”.

    Sponsorizzando uno dei libri di Angela Pellicciari, (Risorgimento da riscrivere) in quell’occasione, Berlusconi ha testualmente detto: “in preparazione per l’anno 2011 del centocinquantenario della storia d’Italia consiglio a tutti ragazzi e meno ragazzi di andare a rivedere la nostra storia degli ultimi 150 anni” perché “è stata raccontata in una maniera diversa dalla realtà quindi credo che per una esigenza di verità sia bene per tutti andarsi a rinfrescare la memoria o a correggere ciò che è stato scritto erroneamente”. “Musica per le mie orecchie”, io che da una vita studio testi controcorrenti e revisionisti. Qualcuno potrà obiettare che forse il cavaliere è stato imbeccato da qualche solerte consigliere, sarà così, intanto l’ha dichiarazione è stata fatta.

    In questi giorni com’era prevedibile stiamo assistendo a un profluvio di commenti, sulla figura di Silvio Berlusconi. Anch’io voglio contribuire a lasciare qualche messaggio. Naturalmente il mio intervento non ha la pretesa di tracciare un profilo del cavaliere e neanche della sua politica. Tra i tanti profili che ho ascoltato, quello più toccante, insuperabile e completo è stato del giornalista Toni Capuozzo. L’ha definita una “lettera” indirizzata al Presidente. Una biografia ben fatta, un prosit a Capuozzo, un professionista veramente serio. Un’altra “Lettera” che voglio fare riferimento, è quella di Giorgia Meloni, pubblicata oggi dal Corriere della Sera. E se come afferma il sociologo Giovanni Orsina, autore di un fondamentale saggio sul “Berlusconismo nella storia d’Italia” (Marsilio, 2013).

    L’erede di Silvio Berlusconi è proprio Giorgia Meloni. Anche se per lui si tratta di “un’eredità che non è stata trasmessa, ma rubata”, mi sembra un atto fondamentale quasi come una sorta di scambio di “testimone”. “Esce di scena da protagonista […]Sul suo nome gli italiani si sono divisi e il giudizio della storia sarà diverso da quello della cronaca”. La sua scomparsa non cancellerà tutto il suo operato che ha rivoluzionato l’Italia. La Meloni ha inteso sottolineare una differenza di merito tra chi ha fatto opposizione politica in maniera civile e chi invece ha utilizzato “mezzi impropri per provare a sconfiggerlo”. Sostanzialmente alla fine di questa storia per la Meloni gli sconfitti sono proprio gli avversari di Berlusconi. Che peraltro in queste ore ci sono quelli che non sono riusciti ad evitare i soliti stereotipi e l’ondata di odio provenienti da una certa parte della sinistra nostrana. Il capo del governo ha spiegato le ragioni che hanno portato gli italiani a provare una naturale empatia per Berlusconi: “Dall’essere uno di loro, uno che ce l’aveva fatta e che non apparteneva a quei mondi esclusivi e inaccessibili, tipici delle storiche famiglie influenti italiane”.

    Il merito di Berlusconi è quello di essere arrivato a Palazzo Chigi in veste di presidente del Consiglio dopo essersi affermato nel settore privato. Meloni l’ha definito l’imprenditore prestato alla politica “che rompeva uno schema ormai consolidato in Italia”.

    Tra i tanti traguardi raggiunti il Cavaliere ne ha sempre rivendicato uno con particolare orgoglio: aver impedito ai comunisti di prendere il timone del nostro Paese. Meloni ha inteso sottolineare l’anticomunismo del Cavaliere, riconoscendo all’ex leader azzurro di aver fatto sì che i postcomunisti non “prendessero il potere in Italia pochi anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che aveva sancito la fine del comunismo in Europa”. Infine Meloni ha voluto sottolineare la fase importante della politica estera di Berlusconi: “un formidabile difensore del nostro interesse nazionale e del nostro tessuto produttivo e sociale”. “È questa la grande eredità che Berlusconi lascia all’Italia. Ne sapremo fare buon uso. Grazie Silvio”, ha concluso il capo del governo.

    Sulla figura di Berlusconi imprenditore è intervenuto lo studioso di Alleanza Cattolica Oscar Sanguinetti (In morte di Silvio Berlusconi, 12.6.23, alleanzacattolica.org). Certamente Berlusconi può essere definito un imprenditore “prestato alla politica”. Ma vi sono due specie di imprenditori.“l’imprenditore vero, quello che rischia del suo e guida — pallido barbaglio del cavaliere medioevale — l’impresa, quello contaminato dall’odore delle sue maestranze, quello che guadagna una fortuna ma la investe creando posti di lavoro; e poi vi è l’altra figura, quella del tecnico capitalista, banchiere o finanziere, che ha molte incarnazioni in Italia: Amato, Prodi, Ciampi, Monti e infine, il top: Mario Draghi. Cioè, chi ha sempre trafficato il denaro ma quasi mai il suo, bensì quello dei contribuenti”.

    Quale sia da preferire — ovviamente se non si può scegliere un politico puro e di statura elevata — è facile dirlo: è il primo”. Naturalmente le sue virtù imprenditoriali forgiate e collaudate nell’agone della lotta economica sono più simili — anche se non uguali — alle virtù che il politico deve avere per svolgere al meglio il suo compito.
    Poi Sanguinetti ricorda alcune originalità del Cavaliere nel campo dell’imprenditoria e poi in quello politico. Temi che sono stati evidenziati anche da altri commentatori.

    Nato dal nulla, salito sino ai vertici dell’imprenditoria italiana, ha coltivato con passione le sue aziende — a loro volta non poco innovative nel panorama dell’industria italiana — immobiliari, mediatiche e calcistiche, ma ha anche avuto sempre un chiodo fisso: l’economia italiana dipendeva troppo dalla politica, troppo Stato invadeva l’economia, e troppa politica e troppo Stato significavano allora troppa sinistra. E Silvio Berlusconi capiva che l’economia del quarto Paese più industrializzato — all’epoca —, in una epoca di forti cambiamenti e di incipiente crisi del modello socialista ovunque nel mondo non poteva fare da sgabello alla sinistra.
    Così, vedrà sempre il suo successo come mattoni tolti da sotto i piedi del potere antifascista a dominante comunista instauratosi in Italia nel secondo dopoguerra. La sua discesa in politica nel 1994, quando lo strapotere delle sinistre, dopo Tangentopoli, concretizzava la prospettiva di un ingresso dei post-comunisti nel governo di Roma va letta anche in questa chiave. Uno che aveva questo progetto non poteva che essere attaccato o essere distrutto.

    Dal momento della sua discesa in politica, la Sinistra ha mobilitato tutti i suoi apparati da quello o culturale, sociale, politico sindacale, dichiarandogli guerra. Sanguinetti conclude con un bilancio dell’avventura politica del Cavaliere. Come in tutte le vicende umane, ci sono luci ed ombre. Probabili che le ombre sono molto meno. Certo “non ha combattuto tutte le battaglie per la vita e per la famiglia, ma quanto meno non si è schierato dall’altra parte: quando ha potuto, forse incalzato ma generoso, si è reso disponibile a salvare il più debole, come nel caso di Eluana Englaro”. Anche se non era un liberal, era un liberale e non un conservatore. Non era certo un uomo religioso ma, spesso tirando in ballo la zia suora, rispettava la religione cattolica e non favoriva nulla che la ledesse. Anzi, quando la Cei è stata guidata da mons. Camillo Ruini vi è stato parecchio terreno per un’azione comune sulle sempre più scottanti e centrali questioni bioetiche. Infine Sanguinetti fa riferimento all’odio tenace che gli hanno riservato tanti odiatori seriali, alcuni senza pudore si sono distinti anche oggi. Tanto per fare qualche nome la piddina Rosy Bindi (è riuscita a far parlare di sé) che contesta le esequie ufficiali a Berlusconi e poi un rettore di università che si rifiuta di ammainare la bandiera della sua università.
    “Un odio tenace ripagato però con altrettanta tenacia, con una serie inimmaginabile di risurrezioni e di ritorni sulla scena, dopo l’infinita serie di processi imbastiti contro di lui e contro le sue aziende dalla magistratura “rossa”, specialmente dopo la grave impasse seguita alla sua condanna definitiva al carcere, alla privazione dei diritti civili e dei titoli onorifici”.
    Altro merito che si può attribuire a Berlusconi è che il processo rivoluzionario in Italia è proceduto meno spedito e ha trovato ostacoli.

    Non solo: “grazie a lui è avvenuto anche il relativo sdoganamento della destra politica, che con i suoi governi è tornata, non dico al centro, ma nel novero delle forze politiche legittimate a governare. I governi di centro-destra da lui presieduti hanno cercato di rompere la gabbia “giacobino”-socialista che dai primi anni 1960 gravava sulla politica italiana, di ridare respiro all’iniziativa privata, di ridisegnare un ruolo di prestigio per l’Italia nello scenario delle nazioni e delle istanze sovra-nazionali. Certo, ci si aspettava di più e gli anni della sua impotenza sono coincisi con avanzate irrimediabili dell’ideologia che egli combatteva. Ma così è stato, la sua storia è ormai, appunto, storia”.

    Assistendo al funerale di Silvio Berlusconi nel Duomo di Milano si è conclusa la vicenda terrena di Silvio Berlusconi, però “la sua eredità rimane e la folla che lo ha accompagnato per l’ultimo saluto durante i funerali di Stato è la conferma che è morto un uomo importante, che ha dato un’impronta alla storia italiana dell’ultimo mezzo secolo costruendo “qualcosa” che è molto di più del partito che ha fondato e che rimane presente nel sentire comune della nazione italiana”. Scrive Marco Invernizzi, (“Il berlusconismo dopo Berlusconi, 14.6.23, alleanzacattolica.org

    Che cosa sia questo “qualcosa” è quanto si dovrà indagare e scoprire nei prossimi mesi e anni, studiando la storia del berlusconismo e appunto ciò che ne rimane e rimarrà nel tempo. Naturalmente uno che ha studiato e compreso il fenomeno Berlusconi è stato il professore Orsina. Le sue analisi profonde e lontane dall’ossessione odiosa degli antiberluscones e anche dall’esaltazione “a prescindere” dei suoi sostenitori.

  • La scuola torni a bocciare, basta col troppo buonismo. Di Domenico Bonvegna

    Alcuni gravi episodi di bullismo nelle scuole italiane hanno posto l’attenzione sulla grave crisi scolastica del nostro Paese. E quindi ricompare sempre più grave l’emergenza educativa che non interessa a nessuno. Il caso più eclatante è quello della prof “impallinata” dagli studenti che poi sono stati promossi col 9 in condotta. Su questo ed altro è intervenuta Paola Mastrocola, ex insegnante di Torino, che ha scritto interessanti libri sulla scuola, ne segnalo due, tra l’altro che ho ampiamente letto, studiato e recensiti.

    “Togliamo il disturbo” e “La passione ribelle”. Ebbene, Mastrocola, intervistata da Francesco Borgonovo su “La Verità” del 30 giugno scorso, ha detto che le regole vanno ricalibrate arrivando, a mali estremi, anche alla bocciatura laddove ci si trovi in presenza di violente aggressioni al corpo docente: impallinare una prof come a Rovigo non dovrebbe portare alla promozione, come ha fatto intendere anche il Ministro che ha richiesto una riconsiderazione del caso valutato dal Consiglio di Classe (e un pena più dura dal prossimo anno per chi si macchia di atti del genere). Sebbene non sempre sia la soluzione la bocciatura, occorrono atti importanti che – accompagnati da solida educazione e vicinanza – possano realmente incidere sulla quotidianità di giovani generazioni spesso apparse “allo sbando”. Rileva ancora Paola Mastrocola, “Il punto è che non si dovrebbe arrivare a tanto: se un ragazzo arriva anche solo a pensare di poter puntare una pistola ad aria o un coltello davanti al suo insegnante, vuol dire che non è stato educato mai al rispetto, mai alle più elementari regole del vivere civile, né in famiglia né a scuola, fin da quando era bambino»”.

    Si è inclinato il rapporto tra insegnanti e studenti. “Si è rotto il patto su cui si fondava la scuola, e in due sensi. Il primo senso è culturale: l’insegnante non è più il depositario di un sapere che trasmetteva ai giovani, ma è l’intoppo, colui che interrompe la superficie piana del piacere e del divertimento, dando compiti e infliggendo voti. Un nemico da abbattere, non più un maestro da cui farsi guidare. Il secondo senso è educativo: non esiste più il “superiore”, ma tutti sono sullo stesso piano, l’insegnante e l’allievo, il bambino e l’adulto, il figlio e il genitore. Tutti pari grado, tutti amici, tutti complici. Se qualcuno incrina questa mirabile, e fittizia, uguaglianza, se qualcuno osa imporre qualcosa, foss’anche una minima regola, gli si va contro, con proteste, ricorsi, oppure insulti e aggressioni. I genitori per primi: difendono i figli a oltranza, combattono perché vadano a scuola sereni, mai offuscati da frustrazioni e doveri. Non sono genitori, ma sindacalisti, avvocati e vendicatori dei figli. Se invece già in famiglia si ristabilisse una normale severità, affettuosa ma ferma, fatta anche di premi e punizioni, forse le cose migliorebbero».
    Perchè si è giunti a questa deriva? E’ colpa del Sessantotto?
    Per la Mastrocola il Sessantotto è lontano, piuttosto parla di un Sessantotto degenerato, “che negli ultimi trent’anni si è diabolicamente mescolato al consumismo sfrenato e alla cultura dello spasso, dando origine a una società del benessere a tutti i costi, dove vige il diritto al divertimento e alla soddisfazione immediata di ogni desiderio e appetito, e dove nessun dovere è previsto, tanto meno il rispetto dell’altro. Il tutto condito dall’esorbitante potere dei social, che ci hanno abituati a una libertà verbale che è spesso pura violenza, protetta per giunta dall’anonimato e quindi sempre impunita».

    Esiste la possibilità di una inversione di marcia?

    “No. Il clima dominante è fatto di un permissivismo venato da buone intenzioni. Le parole d’ordine sono accoglienza, inclusività, diritti. Regole blande, che perlopiù si disattendono. E al posto delle sanzioni, l’analisi delle cause (economiche, sociali, psicologiche), la comprensione, l’ascolto, la lezioncina morale affidata agli esperti. Tutto viene ricondotto al “disagio giovanile”: troppo facile, e ingiusto; il disagio c’è, ma non credo riguardi la maggioranza dei giovani, e semmai riguarda tutti, anziani compresi (non esiste forse anche un “disagio senile”?). La Mastrocola come è il suo stile è categorica: “Ogni critica allo stato di cose esistente, ogni protesta, ogni pur timido accenno a voler cambiare viene preso come forma reazionaria, un tornare indietro, una ridicola nostalgia dei tempi andati. Mentre sarebbe solo il ripristino di alcune norme fondamentali di comportamento. Dare valore alla condotta, al voto di condotta, mi sembra un buon passo avanti, non indietro”.

    Qualche anno fa in un’altra intervista Paola Mastrocola si era espressa sugli esami di Stato, sul quotidiano ItaliaOggi, poi ripresa da Fondazione David Hume, ( “Maturità, sarà un esame farsa”. Intervista a Paola Mastrocola” a cura di Alessandra Ricciardi, 17 giugno 2020, ItaliaOggi) Non voglio dilungarmi ma sono interessanti le sue riflessioni, magari farò un altro intervento sul tema. Certo si trattava dei primi esami dopo la pandemia e i ragazzi erano rimasti a casa a studiare a cuasa del Covid. Quindi quegli esami si sono ridotti ad una semplice farsa. «saranno tutti promossi. Questa maturità diciamo che è un modo per rivedersi e salutarsi tra insegnanti e allievi. Una pacchia per chi ha studiato poco in tutto il triennio, una sciagura per chi si è impegnato seriamente». Per la scuola che servirebbe nel dopo coronavirus dice: «Dovremmo buttare tutto all’aria e ricominciare da zero. Il Covid ci ha fatto capire definitivamente che cosa le famiglie chiedono alla scuola: essenzialmente un luogo dove lasciare i figli mentre si lavora, dove possano «socializzare», e dove qualcuno si prenda in carico la loro educazione in senso lato. Ebbene, prendiamone atto e facciamola». Il governo ha eliminato i voti alle elementari? «Andrebbero subito ripristinati, senza si fa un danno ai bambini».Lo ha proposto giusto ieri la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti.

    Infatti la Mastrocola va oltre e fa una severa critica dell’esame di maturità, che è ormai un rito stanco, non tanto da abolire, perché “È bene che, almeno una volta ogni tanto, il giovane sia messo davanti a qualcuno a cui rispondere di sé. Li farei solo un po’ più veri, questi esami di maturità, cioè più difficili: una vera montagna da scalare, non pareti fittizie e addomesticate. Solo se la prova è reale si può provare soddisfazione e felicità nel superarla. Per esempio la smetterei con i quiz, i test, gli schemini da riempire. Prendiamoli sul serio, i nostri ragazzi!”
    Ritornando all’intervista di Borgonovo che definisce i giovani di oggi, una generazione che non ha abitudine alla fatica. L’ex prof risponde: «Siamo noi adulti che stiamo facendo, dei giovani, una generazione di vittime, frustrati e fragili. Alimentiamo in loro il vittimismo, li sproniamo a esigere solo diritti, protezioni, tutele, e non esigiamo più niente da loro. Non crediamo abbastanza nella loro forza, temo. O ci va bene così, perché la loro fragilità ci assicura un ruolo di protettori. Ma i genitori e i maestri dovrebbero essere una guida per affrontare sfide e responsabilità, non una tana dove trovare riparo e coccole. Se molti ragazzi abbandonano, è perché la scuola non li ha preparati abbastanza a seguire corsi di studio elevati. Da lì la pioggia di cattivi voti, e lo stress che ne deriva. L’impreparazione a cui li abbiamo condannati spiega gran parte dell’attuale “dispersione scolastica”. Siamo noi i colpevoli, noi che abbiamo voluto una scuola facilitata e fragile. La scuola sì, è oggi fragile!”.

    A questo punto dell’intervista la professoressa torinese dà delle interessanti risposte sulla didattica scolastica, sul livello dell’istruzione in Italia che è certamente calato, basta consultare studi, analisi e dati. E’ un declino che la Mastrocola ha sempre denunciato nei suoi libri, a partire dagli anni Novanta. “Dolorosamente accoglievo ragazzi in prima liceo sempre meno preparati, con lacune madornali, non più in grado di scrivere correttamente, di costruire frasi sintatticamente complesse, di ordinare logicamente il pensiero, orale e scritto. Le assicuro, uno spettacolo desolante, a cui abbiamo tutti, chi più chi meno, assistito inermi, senza reagire. Dovremmo ora chiedere scusa ai giovani, per questo”.

    Possiamo criticare gli insegnanti?
    “Molti insegnanti per primi non credano più al loro ruolo, culturale innanzitutto. Credono nelle sirene del nuovo, accettano compiti insulsi e inutili, si lasciano sopraffare da una burocrazia demenziale, e hanno deviato il loro lavoro (culturale prima di tutto, lo ripeto) diventando psicologi e amici dei loro allievi. Non tutti, naturalmente. Ci sono ancora molti insegnanti che invece continuano a fare il loro mestiere, ma temo si sentano sempre più soli. Bisognerebbe aiutarli, affermando che la cultura è ancora un valore, oggi più che mai, nonché l’unica vera chance per le classi svantaggiate di poter raggiungere posizioni elevate, vincendo la sfortuna delle loro origini”. Quest’ultimo è un tema fondamentale che Mastrocola sviluppa nei suoi libri. Peraltro anche il ministro Valditara intervenendo a Fenix, la festa di Gioventù Nazionale si è espresso su questo tema:“Nel 1975, a metà degli anni Settanta, sono dati di Bankitalia e non di propaganda, si blocca l’ascensore sociale, la scuola non è più in grado di promuovere socialmente chi parte da posizioni svantaggiate. Non è un caso, perché arriva a ridosso di una stagione che ha compromesso la capacità della scuola di promuovere lo sviluppo e dare opportunità a ogni ragazzo”. Naturalmente il ministro si riferisce alla stagione del Sessantotto.
    Un altro tema è quello della tecnologia nelle classi, che non ha portato a grandi risultati. “La tecnologia è un mezzo, un preziosissimo mezzo. Un aiuto, non la soluzione di tutti i mali. Un abuso tecnologico mi farebbe paura, disumanizzerebbe la scuola, la consegnerebbe nelle mani delle macchine, indebolendo ancor di più la figura del maestro e svilendo il valore dello studio. Illuderebbe i ragazzi che imparare non sia più necessario”.

    Sulle lezioni a distanza Mastrocola è estremamente critica, per lei è “un ossimoro: la lezione è per definizione in presenza. È il centro stesso dell’insegnamento, il più potente se non unico strumento con cui si può ancora tentare di appassionare un giovane ai libri, al sapere, alla cultura”. L’intervista si conclude prendendo in esame gli eventuali cambiamenti più importanti di cui la scuola italiana avrebbe bisogno oggi, per l’ex insegnante si tratta di “rivedere i programmi e i compiti culturali di elementari e medie, in modo da fornire una preparazione di base altissima. Dare più potere agli insegnanti. Esigere uno studio serio dai ragazzi, senza blandirli con vie facilitate e l’abolizione di ogni ostacolo: le difficoltà fanno crescere, e il giudizio, anche espresso in voti, serve a dare ad ognuno la misura di quel che vale e di quanto può migliorare”.

    Sarebbero interessanti prendere in esame alcuni commenti all’intervista della Mastrocola. Segnalo quella di Sussidiario.net, già il titolo è significativo: “Mastrocola: La Scuola sconta il peso del Sessantotto, troppo buonismo senza sanzioni”. Mentre La Tecnica della Scuola è critica, un fondo di Reginaldo Palermo, (Studenti senza regole: per Paola Mastrocola le colpe risalgono al ’68; secondo Valditara l’ascensore sociale si è bloccato a metà anni 70, 30.6.23). In riferimento alle parole della Mastrocola, scrive che si tratta di un suo vecchio mantra quello del Sessantotto, inoltre secondo il giornalista del quotidiano online, “Mastrocola e Valditara sembrano però trascurare o dimenticare un dato molto semplice: dal 1970 in avanti l’Italia non è stata certamente governata da pericolosi bolscevichi”.

    E qui il giornalista giustamente fa l’elenco di tutti i governi a partire dal 1972, perlopiù democristiani, poi Berlusconi, poi quelli di sinistra; “7 anni di governi di centro-destra con due ministre che tutti ricordano per due riforme che non appaiono proprio ispirate al ’68 o a Don Milani. Quindi se proprio vogliamo e dobbiamo individuare dei “colpevoli” dovremmo forse riconoscere che le responsabilità sono piuttosto diffuse”.

    Tutto vero, il problema che tutti i ministri (che si avvalevano dei famosi 60 esperti, come diceva il compianto professore Giorgio Israel, erano quasi tutti espressione di una certa cultura) compresi quelli di centrodestra erano succubi, prigionieri di una cultura propria sessantottina, che al massimo hanno prodotto “pseudo riforme”, e per questo non hanno fatto “quel salto di qualità”, che giustamente auspica la professoressa Paola Mastrocola, che credo non faceva parte degli esperti del ministero.

  • La Destra ha ‘rubato’ il Papa alla Sinistra ?

    “Il titolo giornalistico può sembrare una forzatura, ma per certi versi non lo è. Da qualche giorno rifletto sulla visita di papa Francesco alla Convention a Roma degli “Stati Generali della Maternità”, insieme al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per giunta vestita di bianco come il Papa. La sintonia d’intenti su famiglia, maternità e denatalità della Meloni e Papa Francesco, ha di fatto andare in tilt la sinistra che ora è sotto choc e disorientata. Non si era ancora ripresa dopo quell’altro “quadretto” di Papa Francesco in Ungheria con i sovranisti di Victor Orban e Katalin Novak, che subito subentra un’altro “quadretto” con un’altra sovranista”.

    L’argomento è stato egregiamente trattato da Antonio Socci su Libero del 15 maggio scorso. (“Il Papa, la Sinistra e la Destra”, 15.5.23, Libero)
    La segreteria del Pd dopo aver registrato l’uscita dal partito di diverse personalità ora registra la debacle del “Papa alleato della Meloni”. Sul “Fatto quotidiano” , ieri, Antonio Padellaro – pur essendo di quell’area – ironizzava sulla “sinistra disorientata” di fronte all’evento di venerdì: “Papa Francesco e Giorgia Meloni, seduti l’uno accanto all’altra al Forum della Natalità… Risultato, la celebrazione, urbi et orbi, della trinità fondante della destra: Dio, Patria e Famiglia”.
    “In realtà – scrive Socci – il Papa non è “di destra”, come non è “di sinistra”: è semplicemente il Vicario di Cristo. Parla a tutti e dovrebbe far riflettere tutti. Però a Sinistra non hanno ben compreso la sua missione e ora sono sotto choc”. Ancora Padellaro che insiste: “Provate a pensare allo sgomento di quel mondo illuminato che ha trascorso l’ultimo decennio a celebrare il Pontefice progressista, pauperista, pacifista… immaginate cosa avranno provato vedendo duettare Francesco con la Sorella post missina d’Italia”.

    Ma la sinistra non dovrebbe scandalizzarsi perché il Papa da anni lancia allarmi sulla denatalità del nostro Paese. E’ la Sinistra che non l’ha mai voluto raccogliere, non capendo che il crollo demografico è un’emergenza che rischia di far saltare il welfare e l’ Economia Italiana. Non ha capito che fare figli conviene anche a tutti, non è un problema dei cristiani, della Chiesa o della destra. Conviene anche anche agli amministratori di sinistra che stanno vedendo lo spopolamento dei propri Comuni. Socci nel suo intervento accenna all’attivismo politico di Papa Francesco che non piace ai sinistri, infatti, non solo ha “benedetto le politiche fasciste di Meloni su Dio, patria, famiglia”, ma anche per essere andato di recente nell’ Ungheria di Orban “cianciando di battaglia comune contro l’ideologia gender”.
    Socci fa alcune riflessioni in merito al viaggio di Francesco in Ungheria. Effettivamente ha fatto dichiarazioni che “provocano l’orticaria a sinistra sulla famiglia, la vita o la difesa delle identità dei popoli. Ma ha anche esortato all’accoglienza. Come ha fatto venerdì scorso. Solo che il – precisa Socci – è l’insegnamento cristiano, non quello ideologico della Sinistra. Non a caso, per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, ha voluto titolare il suo messaggio “Liberi di scegliere se migrare o restare” , ben sapendo che l’emigrazione è quasi sempre dolore e sradicamento e ricordando che il primo diritto è quello di non emigrare”.

    Il professore Agostino Giovagnoli, sulla visita in Ungheria, ha scritto: “Se qualcuno vuole leggere questo viaggio in funzione dell’eredità che Francesco vuole lasciare a chi verrà dopo di lui lo può interpretare anche come uno smarcamento dall’immagine di ‘progressista’ che gli è stata cucita addosso dal primo giorno di pontificato… l’eredità di Francesco non sarà certamente un’eredità conservatrice ma neppure angustamente progressista ”.
    A questo punto nonostante il mio titolo, certamente la Destra non avrà l’infelice idea di “appropriarsi” di Francesco. Piuttosto secondo Socci è venuto il momento per tutti di interrogarsi e lasciarsi mettere in discussione, senza pregiudizi, da quello che egli dice. Si può non essere d’accordo con lui, ma non per “partito preso”.

    Del resto il Papa ha insegnato anche e soprattutto ai vescovi a non schierare la Chiesa in modo partitico. Infatti, scrive Socci: “durante la campagna elettorale quando la Cei era in gran parte vicina al Pd, ma dalla Santa Sede è arrivata l’indicazione di stare fuori dalle mischie elettorali”. E tuttavia papa Francesco, ha anche demolito i pregiudizi di un certo mondo clericale verso il governo di centrodestra mostrando che bisogna dialogare con tutti.
    Comunque sia per Socci il Papa ha augurato lunga vita al governo Meloni. “perché il governo è per tutti e io spero che possa portare l’Italia avanti. E vorrei dire agli altri, quelli che sono contrari al partito vincitore, di collaborare con la critica e l’aiuto […]. Vi pare giusto che l’Italia dall’inizio del secolo fino ad adesso abbia avuto almeno 20 governi? Ma finiamola con questi scherzi”.
    Per quanto riguarda l’ondata migratoria, Papa Francesco, ricordando la Merkel, ha dichiarato che l’Italia non va lasciata sola, l’Europa deve farsi carico. E aggiunge che “il problema dei migranti va risolto in Africa”. Peraltro anche dopo la tragedia di Cutro rimase deluso chi si aspettava un suo attacco al governo. Dopo aver espresso il suo dolore aggiunse: “I trafficanti di esseri umani siano fermati, non continuino a disporre della vita di tanti innocenti!”. Infine anche sulla questione della guerra sembra che Papa Francesco considera utile il ruolo dell’Italia.

  • Regine Pernoud, la regina che diede luce al Medioevo- di Domenico Bonvegna

    La nuovabussolaquotidiana per la penna di Stefano Chiappalone, ricorda a venticinque anni dalla scomparsa Regine Pernoud, la grande storica francese, che ha studiato a fondo i dieci secoli del Medioevo.

    “È provvidenziale che non sia stato uno storico ma una storica a sfatare le varie leggende nere sulla condizione femminile in quei “secoli bui” che lei definiva invece il “tempo delle cattedrali”. (Stefano Chiappalone, “Regine Pernoud: il Medioevo oltre i pregiudizi”, 22.4.23, lanuovabq.it)

    La storica francese moriva esattamente 25 anni fa a Parigi, il 22 aprile del 1998, all’età di 89 anni, dopo una vita trascorsa negli archivi, a diretto contatto con i documenti con i quali poteva vantare una familiarità maggiore di alcuni storici, cui non risparmiava critiche, dicendo che scrivevano libri basandosi su altri libri piuttosto che sulle fonti. E’ nata nel 1909 a Château-Chinon e cresciuta a Marsiglia, conseguì il diploma di laurea in lettere all’Università di Parigi, diplomandosi anche all’École nationale des chartes e all’École du Louvre. Conservatore al Museo di Reims, poi al Museo della Storia di Francia, e quindi agli Archivi nazionali francesi. Alla sua intensa ricerca, basata sulla documentazione, ha saputo coniugare una capacità divulgativa dei suoi studi, che ne permette la lettura anche a chi sia infarcito di luoghi comuni su quel Medioevo tanto vituperato quanto poco e mal conosciuto. Pernoud ha scritto ottimi libri sulla storia medievale, come non ricordare “Luce del Medioevo”, uno dei primi libri che ho letto, io possiedo una copia della gloriosa casa editrice Volpe del 1978, con la presentazione del prof. Marco Tangheroni. Possiedo anche una copia della casa editrice Gribaudi, del 2000 con una presentazione del compianto monsignor Luigi Negri. Da segnalare, “La donna al tempo delle cattedrali”, “Medioevo un secolare pregiudizio”, “I Templari”, “I Santi del Medioevo”, le biografie su Giovanna d’Arco, Eleonora d’Aquitania, Eloisa e Abelardo e molti altri testi che hanno scavato oltre i pregiudizi tuttora vivi in chi si accosta al millennio medievale.

    Quante volte abbiamo sentito esclamare siamo “tornati al Medioevo”, oppure “sei medievale”, tutte frasi utilizzate come una clava per demonizzare l’avversario. O per dire che siamo come i Paesi dove vige il fondamentalismo islamico. “Peccato che a guardare affreschi e miniature medievali si faccia un po’ fatica a trovare donne col burka. Regine Pernoud ci ricorda che le donne al potere le ha inventate il Medioevo, non certo noi”.

    Chiappalone ricorda alcune donne a capo di governo nei cosiddetti “secoli bui”. Andiamo “dalle bizantine Irene e Teodora alla polacca Edvige, passando per Melisenda di Gerusalemme, Costanza d’Altavilla, Matilde di Canossa e via tutto un pullulare di regine che oggi neanche ci sogniamo”. Ma non si finisce con le regine, poi ci sarebbero le badesse come Ildegarda, investite di influenza sociale e culturale oltre che religiosa, e di tante altre figure femminili il cui ruolo sarebbe stato impensabile nell’antichità, notava la Pernoud, secondo la quale addirittura «nel Medioevo le donne leggevano più degli uomini».
    A questo argomento ho dedicato un mio studio, qualche anno fa, recensendo lo splendido libro della storica francese, “La donna al tempo delle cattedrali”. Stupidamente alcuni pseudo storici hanno sostenuto che nel Medioevo le donne non avessero l’anima, è una delle più note “favole” o leggende nere raccolte dallo stupidario contemporaneo. “E così per secoli si sarebbero battezzati, confessati, ammessi all’Eucaristia deli esseri sprovvisti di anima!», obiettava la Pernoud, facendo inoltre notare che i primi martiri canonizzati sono proprio donne: Agnese, Cecilia, Agata… (basterebbe la lista di donne enumerate nel Canone romano, preghiera eucaristica risalente al IV secolo)”.
    Ma poi c’è il grande culto tributato alla Madonna. Certo il nostro intento non sarà quello di voler dimostrare a tutti i costi che leggendo i testi della Pernoud vogliamo sostituire la cosiddetta leggenda nera sui secoli del Medioevo con una leggenda rosa. Sappiamo che ogni epoca è costellata dal male, dal peccato, dai difetti sempre presenti in ogni epoca storica. Tuttavia, a chi si ostina a bollare acriticamente il Medioevo con l’etichetta di “barbarie e oscurantismo” rispondiamo con Régine Pernoud: «È l’unica epoca di sottosviluppo che ci abbia lasciato delle cattedrali».