Autore: Teo Parini

  • Elogio di Claudio Ranieri, che ci ha insegnato a non sentirci mai indispensabili

    Elogio di Claudio Ranieri, che ci ha insegnato a non sentirci mai indispensabili

    Nella settimana del maestro Gasperini, a cui la vittoria in Europa League non ha aggiunto ovviamente nulla a quanto fosse già doveroso sapere occupandosi di soccer, un altro allenatore di quelli catalogati come ‘perdenti’ dai tifosi resi miopi dalla propaganda sportiva – quindi, nella realtà, tecnici valorosi – lancia un segnale. L’ultimo della sua interminabile carriera. Claudio Ranieri da Roma, classe ’51, dopo 912 partite dirette dalla panchina ha detto che può bastare così. Aver salvato il Cagliari nell’anno della scomparsa di Gigi Riva, dopo averlo riportato in serie A trecentosessantacinque giorni prima, resterà la sua impresa finale. Perché è di ciò che si tratta, alla faccia di chi continua a considerare tali le Champions League vinte con i petrodollari che cadono a pioggia sulla testa.

    L’acme. Ranieri, professione giramondo con esperienze professionali praticamente ovunque, approda al Leicester nel 2015 quando l’età è già oltre la sessantina. Nella terra d’Albione, alla notizia se la ridono un po’ tutti. Gary Lineker, per esempio, che è un’istituzione in patria la definisce una “scelta poco opportuna” e, a rileggere le esternazioni dell’epoca, ci si accorge che la sua non è nemmeno la sentenza peggiore. Ranieri ha la pelle dura di chi ne ha già viste tante e non se ne cura più di tanto, nemmeno quando gli danno del bollito per essere rimasto seduto durante una conferenza stampa. Come finirà la cavalcata del suo Leicester è cosa nota e ora sono in tanti che la definiscono alla stregua della favola calcistica più grande di sempre. Mica male per uno che il presidente della federazione greca, solo qualche mese prima, riuscì a etichettarlo come la scelta più infelice della storia.

    Il Leicester, a bocce ferme era quotato cinquemila contro uno che, nel linguaggio dei bookmakers, significa avere le stesse possibilità di vittoria che uno come Fassino ha di mettere ko Tyson sul ring. Invece, il 2 maggio del 2016 la matematica sancisce la certezza della conquista della prima Premier League nella storia ultracentenaria del club. Assicurato il diritto a partecipare, sempre per la prima volta, alla massima competizione europea, la Champions, Ranieri si aggiudica anche il primato del girone staccando il biglietto per gli ottavi di finale, sempre a proposito di favole. Qualche tempo dopo, i tifosi delusi dai successori che come spesso accade subentrano con scarso tempismo, arrivano a firmare una petizione per dotare il piazzale antistante lo stadio di una statua in onore proprio del condottiero Claudio, quello bollito. A futura memoria di una stagione che, salvo stravolgimenti epocali, sarà irripetibile.

    Ranieri appartiene al ristretto club di quegli allenatori che non hanno la pretesa di inventare nulla in un mondo, quello del calcio, che resta di semplice comprensione. Un pregio enorme, considerata la pletora di sedicenti santoni che senza soluzione di continuità fanno irruzione sulla scena carichi di aspettative e di piani bellicosi, salvo poi finire inghiottiti dai rispettivi pensieri strampalati. Il tecnico romano, invece, adotta un principio semplice: in porta ci va quello con i guanti, a sinistra ci si mette il mancino e quello robusto finisce a fare a sportellate nell’area avversaria. Sarà pure lapalissiano – ma per molti non lo è – ma ciò significa ottenere dal materiale umano disponibile il rendimento migliore possibile. A ben pensarci, il motivo per il quale un presidente debba pagare qualcuno per stare in panchina.

    En passant, Ranieri è colui che prende il Napoli del dopo Maradona, e non serve specificare la complessità di una situazione non solo calcistica, e chiude quarto, gioca la Coppa UEFA (allora si chiamava così) e viene stoppato solo dal PSG di Weah, mica di Messi. A Firenze, prende per mano la squadra in serie B e, tempo tre anni, vince la Coppa Italia, la Supercoppa e fa semifinale nella Coppa delle Coppe che fu. Il Valencia, sprofondato all’ultimo posto in classifica, lo chiama come la più classica delle mosse della disperazione. Prima una comoda salvezza, poi un quarto posto e, infine, la Coppa del Rey messa in bacheca. Quando Abramovich lo conferma alla guida del Chelsea, il risultato è il secondo posto in Premier e la semifinale in Champions League. Le basi per i futuri successi del club. Dopo una Supercoppa, questa volta europea, di ritorno al Valencia, pensa bene di prendere un Parma malandato e di garantirgli la permanenza nella massima serie con il lavoro che non può passare inosservato ai dirigenti della Juventus che si assicurano i suoi servigi.

    L’esperienza torinese non è particolarmente significativa ma fa da preludio all’approdo alla Roma, la squadra che tifa da sempre. Chiude secondo ad un millimetro dallo scudetto. E se all’Inter riescono nell’impresa di preferirgli Stramaccioni, al Monaco ancora si leccano i baffi perché Ranieri, dal pantano della Ligue 2, risale la china fino al secondo posto in Ligue 1, anticipato solo dagli sperperi del PSG. Detto della Grecia, una parentesi da cancellare, il resto è gloria imperitura, quella del Leicester City. Transitato per il Watford, la storia recente significa salvezza, denominatore comune degli ultimi scampoli di carriera. Quella garantita ad una delle peggiori Sampdoria di sempre e, questione di qualche giorno fa, al Cagliari.

    A quest’uomo per bene, il cui peggior difetto (si fa per dire) è sempre quello di non abbandonarsi ad inutili proclami e di non conoscere la disdicevole arte dell’imbonimento, dev’essere riservato un sincero grazie. Per averci ricordato a più riprese che a sentirsi indispensabili, e non solo nel calcio, si commette un gravissimo errore.
    Buona pensione, Mister.

  • ll cerchio della Dea si chiude (senza mai dimenticare Emiliano Mondonico..e pure Stromberg))

    ll cerchio della Dea si chiude (senza mai dimenticare Emiliano Mondonico..e pure Stromberg))

    Emiliano Mondonico, ovunque esso sia, in questo momento è l’uomo più felice di tutti. Perché lui, quella coppa sfumata contro la saracinesca Preud’homme, il portiere più forte dell’epoca, se la sarebbe meritata tutta. Al pari del leggendario Stromberg, del bomber Garlini, di Bonacina e di Fortunato, e il momento di gloria è finalmente arrivato. L’Atalanta Bergamasca Calcio nella stagione ’87-’88, quindi una vita fa, milita nel campionato di Serie B ma per le stranezze dello sport e l’immensità di Maradona e del Napoli più forte di sempre, perché capace di fare doppietta Campionato-Coppa Italia, disputa la Coppa delle Coppe che teoricamente sarebbe riservata ai vincitori di dei trofei nazionali. Oppure ai finalisti, vedi Atalanta, in casi analoghi.

    Contro ogni regola calcistica, la cavalcata europea di una compagine retrocessa tra i cadetti soltanto qualche mese prima è di quelle epiche. Certo, le redini sono passate nel frattempo nelle mani sicure proprio del ‘Mondo’, già calciatore talentuoso e ora allenatore viscerale e competente, ma sopravvivere indenni a così tanti mismatch fuori dal suolo patrio è un vero capolavoro. Il Malines o Mechelen in lingua madre, che finirà per vincere il trofeo, gioca una doppia semifinale gagliarda e pure fortunata e la notte di Bergamo, quella del ritorno sommersa da quarantamila tifosi e aperta dalla rete della speranza del solito Garlini, finisce con l’urlo di una città intera strozzato in gola ad un passo dal sogno finale. Comunque, il momento più alto della storia del club, almeno fino a ieri, la notte del maestro Gasperini e del cerchio che si chiude, trentasei anni dopo.

    Il ‘Gasp’ non è tipicamente quello che si dice un tipo semplice da farsi amico, non fosse altro perché spigoloso come la pietra. Un visionario, però, depositario di un’idea di calcio moderna ad essere riduttivi che, se fino a qualche tempo fa predicava solo lui in un mare di diffidenza globale e financo di scherno, oggi fa la fortuna di un sacco di squadre e novelli santoni. Ma l’originale, cioè lui, è sempre l’originale, quindi un’altra cosa, e l’Atalanta prima distrugge a domicilio il Liverpool di Klopp in un Anfield che trasuda gloria da ogni seggiolino e poi maltratta una squadra che, oltre ad essere campione di Germania nonostante a quelle latitudini ci sia il Bayern, non perdeva da cinquantuno partite di fila e gli addetti ai lavori indicano come modello virtuoso, perché lo è: il Bayer Leverkusen di Xabi Alonso. Così, questa volta la coppa non può scappare. È Dublino, tira il solito vento gelido ma sembra Bergamo, del resto le due città hanno un sacco di sfumature in comune. L’urlo del popolo bergamasco nel sacro tempio dell’Ireland’s call e della marea verde è poesia pura applicata alle dinamiche pallonare in una notte già trascritta sui libri di storia.
    Al pari dei tre gol di Lookman, uno dei tanti giocatori che a Bergamo ci è arrivato carneade e da Bergamo se ne andrà via campione. Ma lo sport è spesso strano. Succede, infatti, che per gli addetti ai lavori, o molti di quelli che si fregiano indebitamente del titolo, Gian Piero Gasperini fino a ventiquattro ore fa fosse un perdente. Belle squadre le sue, ma che non vincono mai. Perché, nella stramba visione corrente del calcio, quelli preparati sono gli Ancelotti e i Guardiola, che sollevano trofei quasi senza soluzione di continuità, non i Gasperini o gli Italiano che, viceversa, di solito le finali le perdono. Fa niente se il capitano atalantino nella serata di gloria sia uno, peraltro strepitoso, come Djimsiti. Ragazzo che non più tardi di otto anni fa giocava in serie B a Lecce e che l’anno dopo retrocedeva dalla massima serie col Benevento. Mica Dias, Alaba o van Dijk, il cui costo è pari ad una finanziaria di uno Stato. Oppure che la fantasia in mezzo al campo sia assicurata da uno scarto del Milan e i gol da uno respinto dal campionato inglese, il più bello del globo nella narrazione comune. Bravi sono sempre quelli come Carletto, che vincerà l’ennesima Champions League schierando Bellingham, Kroos e Vinicius, e Pep, che non la vincerà nonostante in campo ci mandi De Bruyne, Rodri e Haaland.

    Gasperini è uno che dev’essere capito e meritato. Come ha fatto il presidente Percassi nei giorni bui, quelli a cantiere in corso, quando chiunque altro avrebbe pensato all’esonero. Perché, se ciò accade, uno come Ruggeri, che è nato in Val Brembana senza i galloni del campione ma con la Dea tatuata sul cuore, alza la coppa in mezzo alla sua gente. Il calcio operaio che è antitesi di quello marcio dei petrodollari, spedito in paradiso dalla forza di un’idea incrollabile, puntellata dall’assioma mutuato dall’ecosistema rugby per il quale il segreto del successo si chiama sostegno, la parola magica. Immolarsi affinché il compagno possa correre più svelto verso la meta, con il valore del gruppo che diventa superiore alla somma del valore dei singoli. A ben pensarci, ciò che fa di un un allenatore un condottiero. Grande squadra questa Atalanta, umile e sfrontata insieme, il cui principale merito è quello di aver scelto una linea stilistica identitaria e di averla difesa e mantenuta viva con fede inscalfibile anche nelle difficoltà. Fino a Dublino, che, appunto, sembra Bergamo.

    Così, il pensiero va ancora una volta al compianto Mondonico, probabilmente allenatore meno geniale del maestro Gasperini ma dall’attaccamento ai colori più solido di chiunque altro. Che, a valle di una delle sue imprese corsare perché strappate contro pronostico, un giorno disse che nello sport, quindi per estensione nella vita, possa sempre succedere che a vincere non sia il piu forte ma chi ci metta più voglia. Bergamo, oggi mamma della prima squadra italiana a vincere l’Europa League, non lo ha mai dimenticato e un pezzettino di questa impresa che viene da molto lontano è anche sua. Con lo sport che trova sempre il modo per farci commuovere.

  • Ma il Giro d’Italia non si merita di meglio (a parte un grande Pogacar?)

    Ma il Giro d’Italia non si merita di meglio (a parte un grande Pogacar?)

    Non è nostra abitudine vendere tappeti e qualcuno deve prendersi la briga di dire le cose come stanno. Il Giro d’Italia, evento nazionalpopolare, fenomeno identitario di costume, società e cultura, in questa edizione sta esplorando i suoi minimi storici. Un disastro su tutta la linea che è un attentato al nostro patrimonio genetico. All’uopo, la giornata di ieri ne è l’attestato tridimensionale. Tappa numero sedici, nata per far transitare i corridori dallo Stelvio (Cima Coppi) poi sostituito dal passo Umbrail per questioni di sicurezza, ma quest’ultimo era praticamente la stessa cosa per collocazione e altitudine quindi con buona probabilità anch’esso impraticabile, infine neutralizzata nella sua lunga parte iniziale dopo un tira-e-molla tra i corridori decisi a non fare la discesa dell’Umbrail sotto la neve – sacrosanto, ma quanto sono lontani i tempi del Lupo del Gavia – e gli organizzatori, più interessati agli affaire di contorno e relativi desiderata che a trovare una soluzione decente, sportivamente parlando.

    Così, la partenza è un caos dantesco, tra corridori che non si presentano nei tempi stabiliti, risibili passerelle pubblicitarie della carovana prima ideate (la sfilata cittadina a Livigno) e poi cancellate, il trasferimento in macchina imbastito in fretta e furia con i bus delle squadre già partiti e non si sa bene perché, fino allo ridefinizione della partenza con riduzione della tappa a poco piu di un centinaio di chilometri. Tutto deciso minchiam, sui due piedi, da un’armata Brancaleone organizzativa in evidente stato confusionario e in balia delle esigenze di chi paga la baracca, e ci può stare, e delle volontà dei corridori, peraltro comprensibili nel caso specifico. Ma chi pensa che le disgrazie siano finite con l’avvio della corsa commette un errore di sopravvalutazione delle nefaste circostanze.

    Se, infatti, il lato gestionale è paradigma di come non debbano essere fatte le cose, quello prettamente sportivo, che al solito ci interessa di più, è stato, se possibile, anche peggiore. Più che una tappa, a Milano, quella di ieri, la si definirebbe una mano di ‘ciapa no’ sotto alle intemperie. Insomma, non se la voleva aggiudicare nessuno. Chi per volontà, quelli della UAE, chi per stramba inadeguatezza tattica, gli altri, ed è finita nell’imbarazzo generale con il monarca Pogacar che se l’è dovuta prendere controvoglia e non è un’iperbole. È successo che sull’ascesa finale, dopo il pasticcio dei Movistar che hanno finito per inseguirsi da soli prima di mettere ko il loro stesso capitano, le operazioni ricadessero sulla squadra della maglia rosa, la cui voglia di vincere era pari a quella di farsi l’Umbrail nella tormenta, cioè nulla.

    Tanto che, nella pochezza generale, Pogacar ha giustamente pensato di concedere una giornata di gloria al fidato Majka, gregario enorme ma nell’occasione senza la gamba per correre in proprio. Così, terminato il solito lavoro del compagno, Pogacar si è ritrovato in testa al gruppo e pure da solo perché, nel frattempo, i rivali (si fa per dire) di classifica erano già rimbalzati tutti all’indietro. Davanti, reduce dalla fuga, un gigantesco Pellizzari, il più giovane dei partecipanti, che, seminato uno per uno i compagni di avventura, cominciava ad assaporare l’aria dell’impresa.

    Gli ultimi duemila metri, però, sono risultati surreali, non un bello spettacolo. Con Pogacar in pantofole che cercava di non raggiungere l’italiano e che si voltava di continuo nella speranza di scorgere una vita alle sue spalle che non c’era. Ripreso malvolentieri Pellizzari, e dopo aver cercato vanamente di tenerselo con sé a ruota per poi lasciargli la tappa, lo sloveno, con comprensibile imbarazzo, si è trascinato il più lentamente possibile fin sotto al traguardo nell’intenzione evidente di non cannibalizzare ancora di più un Giro d’Italia relegato ad esibizione personale. Spiace doverlo ammettere ma a guardare la classifica e i valori in campo nessuno dei primi dieci, dal secondo in giù, salvo miracoli finirebbe in top ten al Tour de France e forse nemmeno alla Vuelta. La colpa non è certo dell’epocale Pogacar, che fa tutto un altro mestiere, se potrebbe vincere pure in Graziella. Semmai, ci si potrebbe domandare se la strategia degli organizzatori di pagarlo profumatamente per essere al via, perché succede così, sia stata la migliore possibile. Quando, con lo stesso esborso e qualche scelta più lungimirante, si sarebbero potuti assicurare i servigi di qualche atleta qualificato in più per dare al Giro un minimo di competitività.

    Invece, bontà loro, hanno scelto l’assolo dell’uomo solo al comando, col risultato di una corsa dallo stesso interesse di una puntata di Porta a porta. Senza mancare di rispetto a nessuno, perché se c’è una cosa che non fa difetto ai ciclisti è l’amore per la disciplina e la più assoluta dedizione alla causa, non aver saputo portare al via di questa edizione del Giro corridori più attrezzati dell’eterno Thomas, a cui va la massima stima, o di Martinez, gregario formidabile con in tasca metà della vittoria rosa di Bernal, è una colpa irredimibile per chi ha il privilegio di organizzare un evento così italiano. Evento che, duole dirlo, per una serie di ragioni non propriamente fortuite è passato da avvicinare in qualche frangente l’egemonia e il blasone del Tour a perdere anche il primato sulla Vuelta che, oggi, è corsa di maggiore appeal e il lotto dei partecipanti lo conferma.
    Più in generale, si assiste ad un’epoca ciclistica per certi versi senza precedenti. Dove cinque corridori fanno uno sport e tutti gli altri ne fanno un altro.

    Così, nella malaugurata circostanza per la quale solo uno dei dioscuri risulti presente, come in questo Giro, il lato agonistico della vicenda è irrimediabilmente compromesso, tanta è la differenza di cilindrata. Tornando all’arrivo di ieri, vedere Pogacar fare brandelli della concorrenza senza volerlo e in conserva perché con un occhio già al Tour, il tutto nel contesto di una classifica che vede tra lui e gli altri lo spazio di un’era geologica, è motivo di grande rammarico. Perché il Giro d’Italia, per storia, tradizione e ruolo sociale, si merita di meglio. Fortuna vuole che Tadej sia proprio un bravo ragazzo: l’abbraccio finale con Pellizzari e lo scambio della maglia che ha reso orgoglioso l’azzurro, sono gesti che riconciliano con lo sport e ci ricordano che i ciclisti, anche quando tutto intorno butta male, sono sempre persone speciali.

  • C’erano una volta gli Internazionali di Roma…

    C’erano una volta gli Internazionali di Roma…

    Qualcosa è andato storto, bisogna avere l’onestà intellettuale per dirlo. Se in Italia la meravigliosa escalation di Jannik Sinner è efficace anestetico al tutto, il resto del mondo, per la verità già da un po’, si interroga sullo stato di salute del tennis che per usare un eufemismo versa in condizioni preoccupanti. Non che servisse fornire l’ennesima dimostrazione inconfutabile al suddetto pensiero ma, involontariamente, l’atto finale degli Internazionali d’Italia andato in onda nel tardo pomeriggio di domenica ha finito per farlo. Una prece, intanto, per chi ha speso cifre folli per uno spettacolo – si fa per dire – simile.

    Se l’universo femminile ha regalato la miglior finale romana possibile, quella tra la numero uno Swiatek e la numero due Sabalenka, quello maschile non ha saputo fare di meglio che concedere il palcoscenico al duo Zverev-Jarry che, senza mancare di rispetto a nessuno, ha lo stesso appeal della replica di una puntata di Beautiful ma confezionata con la qualità tecnica di una telenovela argentina degli anni ’80. Secondo pronostico ha vinto il tedesco, una partita nella quale il suo avversario in undici turni di ribattuta ha incamerato la miseria di cinque (!) punti, roba che se Zverev sul campo da tennis fosse un minimo cinico – e non lo è – questo strazio di match sarebbe durato un’ora, con premiazione, doccia e conferenza stampa comprese. Invece, il 6-4 7-5 finale ha costretto gli spettatori ad un calvario sensibilmente più lungo, oltre che a formulare un inevitabile paragone storico.

    Anno 2006, nemmeno un ventennio fa. In un pomeriggio, che sarebbe diventato immediatamente leggenda, andava in scena il Fedal che, seppur in assenza di controprova, ha indirizzato in maniera granitica i successivi lustri di una delle rivalità tennistiche più emozionanti di sempre, quella tra Federer e Nadal. Il più grande talento di questo o eventuali altri universi e l’uomo che più di ogni altro ha sublimato il concetto di rifiuto della sconfitta. Partita epica, tecnicamente ineccepibile, interminabile nello svolgimento e avversa alle coronarie, quella romana, vinta dal maiorchino dopo che il basilese, fin lì formidabile, da consolidata (per lui) tradizione ha dilapidato due match point con due dritti sparati nel nulla. Con il tarlo di quella partita donchisciottesca che lo ha relegato per anni a vittima sacrificale, almeno sulla terra battuta, del suo rivale per antonomasia. La nemesi capace di levargli sonno e lacrime. Tutto ciò, per dire che se dal Fedal, per giunta in versione deluxe, si è passati allo Zverev-Jarry di ieri, ecco che qualcosa non dev’essere andato per il verso migliore.

    A preoccupare, e non poco, due aspetti, ora che sembrano essere sopraggiunti i titoli di coda, quantomeno ufficiosi, anche per Djokovic, ma del serbo se ne saprà di più a Parigi, e Nadal, il cui fisico lo ha forse definitivamente abbandonato. Uno è legato alla condizione di Alcaraz, talento epocale con il compito e la qualità per non fare rimpiangere i dioscuri che l’hanno preceduto. Lo spagnolo, già vincitore di due Slam e depositario a più riprese della prima posizione mondiale, trascorre più tempo in infermeria che sui playground e, considerata l’età, ciò non fa presagire nulla di buono. La mancanza di continuità di gioco, inoltre, ne sta minando anche la fiducia tennistica, tanto che nelle ultime apparizioni agonistiche non è apparso nemmeno il lontano parente del giocatore meraviglioso che avevamo imparato a conoscere, finendo pure per perdere contro giocatori di un paio di fasce più basse. Non è un iperbole: oggi c’è un tennis con Alcaraz e uno senza, con la seconda nefasta opzione che ammazza la qualità globale del circus.

    Il secondo, invece, è connesso alla mancata esplosione di alcuni giocatori potenzialmente dominanti e l’estemporaneita congenita di altri. Shapovalov e Auger-Aliassime, ragazzi sui quali si era fatto un certo affidamento, annaspano. Il principe Kyrgios, bontà sua, ha sempre di meglio da fare. Dimitrov, il baby non più baby Federer, vive una seconda giovinezza ma gli anni migliori per lasciare una traccia indelebile sono andati. Medvedev, che affascinante non lo è ma interessantissimo nella sua ontologica avversione per il bello, brucia metà delle sue energie nervose per litigare col mondo che lo circonda anziché per disporre di avversari decisamente meno forti di lui. Poi c’è Sinner, l’uomo chiamato serietà e italica provvidenza che a breve sarà il più forte di tutti, anche per il computer visto che al lato pratico lo è già, ma, campanilismo a parte, è personaggio di una noia mortale dentro e fuori dal campo e, come non bastasse, a vent’anni già litiga con le anche. La kryptonite dei tennisti, vero, ma di solito più attempati di lui, vedi Murray. Sempre a proposito di notizie non buone.

    Tornando alla finale, c’è davvero poco da raccontare, qualcosa che fuoriesca almeno un minimo dalle desolante pochezza.
    Zverev, di livello superiore e paradossalmente tra i favoriti per l’imminente Roland Garros, è stato in perenne controllo delle operazioni, tutto senza mai fare qualcosa in più del compitino e che non fosse aspettare l’errore dell’avversario puntualmente arrivato. Al di là della rete, Jarry a fare con riconoscibile garra latina quel che ha potuto, cioè poco. In sintesi, qualche sportellata tirata col dritto ma che non sempre ha trovato il perimetro del campo e un certo coraggio nel fronteggiare la miriade di palle break concesse. Troppo poco per l’atto conclusivo di un Mille. Ancora meno, questa volta più in generale, per non fare apparire il dopo Federer-Nadal-Djokovic come uno sport differente, qualitativamente lontano anni luce dai fasti del triumvirato.

  • Atp Roma: provaci ancora, Sara!

    Atp Roma: provaci ancora, Sara!

    Per una che nella disciplina del doppio ha completato il Career Grand Slam, che significa aver vinto almeno una volta tutti i quattro Major, la finale degli Internazionali di Roma potrà anche non essere l’evento clou della carriera ma, da italiana e con ormai trentasette primavere sulle spalle, è comunque un bel traguardo. È lontano una decade il suo triennio d’oro, quello che va dal 2012 al 2014, e non dev’essere facile accettare la legge inesorabile del tempo, ma Sara Errani, per dirla come Vasco Rossi, è ancora qua che bagna di sudore una canottiera dopo l’altra e si sporca di mattone tritato dalla testa ai piedi con la voglia di una ragazzina. La sua storica compagna di doppio, la meravigliosa Roberta Vinci, è da qualche stagione che ha appeso la racchetta al chiodo, salvo poi imbracciare quella da padel, e per questa scorribanda romana Errani ha scelto di accompagnarsi a Jasmine Paolini, in questo momento la più forte tennista italiana nonché aspirante top ten delle classifiche mondiali.

    Una che, con Sara, ha molto di tennistico in comune e che se il talento non è quello della Vinci, del resto non sono molte a poterlo vantare, è giocatrice che contribuisce degnamente alla causa del tennis azzurro in gonnella che cerca faticosamente di non far rimpiangere troppo la golden age di Schiavone, Pennetta, Vinci e, appunto, Errani. Quartetto che, manco a dirlo, ha trionfato in tre edizioni di Fed Cup su quattro vinte in totale dall’Italia nella sua storia – la romagnola non era presente nel 2006 – portando il paese a più riprese in cima al mondo.

    Se n’è sentite dire dietro di tutti i colori, Sarita, nell’arco della carriera, perché, al solito, gli italiani sono sempre un popolo di commissari tecnici anche quando ignorano la materia per la quale sentenziano. Il tennis, nello specifico. Poco appariscente, dicono. Ancora, dotata di un servizio non all’altezza del ruolo, poco propensa a concedersi allo spettacolo, depositaria di un tennis monocorde e noioso. Tutto terribilmente falso ma, si sa, sono gli inevitabili effetti collaterali della sopraggiunta popolarità di una disciplina. Errani, innanzitutto, vanta una mano educatissima e l’essere stata la numero uno al mondo tra le doppiste ne è la riprova. Non abbandonarsi ad orpelli e arzigogoli balistici, tutto a vantaggio di una concretezza talvolta esasperata, non certifica né l’impossibilità di saperlo fare e nemmeno una scarsa qualità tecnica; significa più banalmente fare sempre ciò che è più funzionale al proprio tennis. Nel caso di Sara, sopperire ad un deficit di pesantezza di palla e soluzioni vincenti con armi altrettanto lodevoli quali l’intelligenza tattica, la geometria, la testa granitica, i polmoni capienti e le gambe che mulinano alla velocità della luce senza conoscere la fatica. Argomenti nei quali Errani è docente universitario.

    Competenza anche nel gioco di volo, alla faccia dei detrattori, Sara ha sublimato un frangente del gioco, quello della risposta al servizio, facendo di una situazione teoricamente disagevole la propria cifra stilistica nonché punto di forza. Consapevole di soffrire la potenza devastante di avversarie alte una spanna più di lei soprattutto all’atto di andare a servire, il suo tallone d’Achille, ha messo a punto negli anni la capacità di fare dei turni di ribattuta la sua comfort zone, per il principio per il quale le campionesse, con umiltà e sacrificio, trasformano sempre le necessità in virtù. Quella di Errani, pertanto, per anni è stata la migliore risposta del seeding. Non a caso può vantare di aver vinto più della metà dei giochi di risposta in un’epoca caratterizzata da donne capaci di scagliare palline con velocità non così dissimili da quelle raggiunte dai colleghi uomini.

    Nata in provincia di Ravenna e passata giovanissima per l’accademia del compianto guru Nick Bollettieri, Sara, che è professionista dal 2002, può vantare più di un record azzurro. Quello forse più significativo, perché paradigma di longevità, è il numero dei match vinti nel corso della carriera da una tennista italiana. Più di seicento, più di Francesca Schiavone che prima di lei deteneva il primato. Detto dei successi in doppio, anche in singolare Errani ha fatto sul serio e non poco. Nove tornei del circuito maggiore messi in bacheca, un best ranking fissato al numero cinque, novantaquattro settimane consecutive di permanenza in top ten e la finale al Roland Garros, fanno di lei un monumento della nostra storia tennistica. Sempre a proposito di giocatrici epocali, la divina Martina Navratilova ha detto un giorno, riassumendo in una frase l’essenza dell’italiana, che la forza di Errani è quella di sapere elaborare dentro di sé la complessità del gioco. Che tradotto significa la capacità di aver previsto l’andamento di un match, scendendo in campo già attrezzata delle necessarie contromosse. Testa bassa e pedalare, ma solo all’apparenza. Perché una partita di Errani è pedagogia tennistica ai massimi livelli e, purtroppo, sono sempre in troppi gli aficionados a non avere la sensibilità e la competenza per dargliene atto.

    Non è dato sapersi fino a quando Sarita avrà voglia di competere, ora che i suoi obiettivi sono giocoforza ridimensionati, ma la finale di questo pomeriggio, peraltro davanti al pubblico amico, è l’ennesimo regalo che fa al nostro tennis, oltre che a sé stessa. L’esito della partita, ovviamente, non potrà spostare di un millimetro il giudizio su una grande campionessa ma, non lo si nega, l’eventuale vittoria ci farebbe davvero felici. Vamos, Sarita, prendiamoci Roma.

  • La corte orobica del ‘Gasp’, palingenesi di una favola calcistica

    La corte orobica del ‘Gasp’, palingenesi di una favola calcistica

    Agosto 2016, Bergamo. Una vita, nelle dinamiche calcistiche. L’Atalanta Bergamasca Calcio del Presidente Percassi è a un bivio. I petrodollari stanno inesorabilmente scavando un solco profondo tra chi li ha e chi invece no e, forse come non mai, per ritagliarsi un minimo di gloria serve compensare il deficit con fosforo, fantasia e lungimiranza. E pure rischio, senza il quale non si va mai da nessuna parte. Gente laboriosa, i bergamaschi, e non è il solito cliché. Se dev’esserci un condottiero, quindi, che sia uno che dai suoi giocatori sappia estrarre fino all’ultima goccia di sudore, oltre che da sé stesso. Del resto, il mondo del calcio comincia a riempirsi di compagini costruite con la disponibilità di montagne di euro ma in assenza di competenza e ancor meno propensione al sacrificio, con risultati spesso inversamente proporzionali agli esborsi estivi. Percassi, anche perché impossibilitato a farlo, nel tranello emorragico decide di non cascare e, così, sceglie di affidarsi a Gian Piero Gasperini, uno che a definire divisivo si sottovaluta la situazione ma di idee granitiche e disciplina militare. In soldoni, con Gasperini fischietto in bocca, c’è da sudarsi la pagnotta.

    L’ultimo campionato non è stato dei più entusiasmanti, chiuso al tredicesimo posto sotto la guida di Edy Reja, tutto senza infamia e senza lode. Troppo poco per l’idea di Atalanta che s’è fatto Percassi, imprenditore abituato ad arrampicarsi in alto. Gasperini, dal canto suo, è reduce dalla seconda esperienza a Genova, sempre sponda grifone. Nulla di trascendentale anche per lui, con una salvezza tranquilla senza particolare enfasi. Assai meno tranquille le precedenti parentesi di Milano, con annesse epidermiche incomprensioni in casa Inter, e poi di Palermo. Che a guardare com’è andata avanti la vita dei vari attori protagonisti viene da pensare che la colpa degli insuccessi non fosse esclusivamente la sua. Ma tant’è.

    Il Direttore sportivo è ancora Giovanni Sartori, oggi artefice del miracolo bolognese e in passato pure di quello clivense e del minuscolo quartiere di Verona, per il quale la presentazione è superflua considerato il suo curriculum debordante di riconoscimenti. A Bergamo ci è rimarrà per otto stagioni, contribuendo in maniera decisiva a generare plusvalenze per la cifra stratosferica di trecentocinquanta milioni di euro e, alla luce dei risultati conseguiti, non serve aggiungere altro. Uno poco appariscente, infatti non lo si vede mai, ma che studia il mondo del calcio in maniera certosina e del quale conosce ogni impercettibile sfaccettatura. Di professione, Sartori scova talenti in giro per il globo e difficilmente sbaglia un colpo.

    Per il triumvirato Percassi-Gasperini-Sartori, però, l’inizio di quel campionato è un vero inferno. I giocatori non capiscono il tecnico e il tecnico fatica a farsi capire dai suoi. Pochi punti e tanti gol nella porta sbagliata relegano ben presto la compagine orobica nei bassifondi del classifica, posizionata in basso a destra sul teleschermo. Cinque partite, una vittoria, quattro sconfitte. La partita col Crotone, ovviamente non era ancora dato sapersi, sarebbe diventata l’inizio di una meravigliosa storia di sport perché il più classico degli spartiacque. L’Atalanta è spalle al muro, a Cuba direbbero vittoria o morte. Petagna, centroboa di una squadra per l’occasione fatta finalmente da ragazzi con la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue, dopo soli tre giri di lancette sigla il gol dell’uno a zero e il destino della Dea comincia a compiersi. Con quella, saranno otto vittorie in nove partite, il preludio al quarto posto finale che significa la conquista dell’Europa, un traguardo che mancava a Bergamo da un quarto di secolo

    Gasperini, a quel tempo, poté contare sulla stima incondizionata del Presidente che calcisticamente parlando lo ama in maniera viscerale, proprio per quel suo essere altisonante nell’interpretazione del soccer. Chiunque altro al suo posto gli avrebbe dato il benservito, a valle di due righe di comunicato ufficiale e una stretta di mano di commiato poco cordiale. Percassi, a cui va il merito saper coltivare dove altri pensino non possa crescere nulla, si disinteressa dei malumori della piazza e con ostinazione tira dritto fino alla svolta. È la genesi dell’Atalanta più forte di sempre. Migliore anche di quella che quasi sfiorò la Coppa delle Coppe, allora si chiamava così, e della banda di Mondonico (a proposito, ciao Maestro ovunque tu sia) trainata dal tridente Lentini-Inzaghi-Morfeo.

    Detto di Sartori, dirigente che sta alla scrivania come Cristiano Ronaldo sta al rettangolo verde, c’è, appunto, Gasperini a dirigere l’orchestra dalla panchina. Per troppi sedicenti addetti ai lavori, e per non dire degli aficionados, è solo un visionario nella peggiore accezione possibile, uno che fuori dalla provincia vale poco. Anzi, vale poco e basta. Dicono. Noncurante dei tromboni, con quel fare che se non è simpatico sornione lo è di sicuro, prende per mano ragazzi scelti con cura certosina e antesignanola intelligenza e fa sì che la risposta del campo progressivamente diventi esondante, una marea nerazzurra. Gli Ancelotti e i Guardiola saranno pure grandi tecnici, o almeno così sono considerati, tuttavia non serve ricordare che in campo ci vanno i giocatori a fare il macinato e a loro due spettano sempre i soggetti migliori. Nonostante ciò, quello del Gasp è il calcio in assoluto più moderno espresso dal nostro campionato che è omologato al ribasso senza più l’appeal da primi della classe come un ventennio fa. L’Atalanta, quindi, è uno spaccato di Europa nel Bel Paese ed il risultato è che per gli avversari doverla affrontare rappresenti un’esperienza inesplorata e (per loro) disagevole. Un calcio che significa intensità asfissiante, movimenti coordinati, coralità, talenti messi nelle condizioni di esprimersi che significa uomini giusti messi al posto giusto.

    Tutto ciò, affinché il valore complessivo di squadra possa essere infinitamente superiore alla somma algebrica del valore dei singoli, in quella che è un’interpretazione rugbistica del calcio. Ecosistema, quello della palla ovale, egemonizzato dalla parola ‘sostegno’, dunque il prodigarsi affinché il compagno possa avere più libertà di espressione possibile. Una sorta di uno per tutti e tutti per uno che Gasperini trasforma nell’epicentro della costruzione di una macchina da calcio concettualmente perfetta. Stagione dopo stagione, il team che erroneamente continua a essere definito una sorpresa, solidifica le proprie credenziali esibendo, oltre a un gioco identitario e riconoscibile tra mille, le stimmate dei grandi. Non sorprende, quindi, che già nel 2020 l’Atalanta sfiori il bersaglio grosso della semifinale di Champions League. Traguardo svanito ma solo sul filo di lana a valle della sconfitta contro il PSG e i suoi sceicchi, bravi e fortunati nel raddrizzare una partita che sembrava ormai in ghiaccio quando il cronometro già percorreva i minuti di recupero. E se in Italia la figura di Gasperini continua ad essere demonizzata, forse per via di quella cifra stilistica poco incline a divenire stereotipo ed alla mancanza del politically correct che piace al palazzo, in Europa è tutto un tributo. Il resto è storia recente, abbacinante anche senza più Sartori. E pure senza un sacco di giocatori formidabili; svezzati, cresciuti e valorizzati prima di essere venduti e sostituiti, senza che ciò potesse pregiudicare la qualità complessiva di squadra. Una storia, questa atalantina, che dice due cose, tante quante sono le finali che i ragazzi del Gasp si apprestano a disputare: coppa Italia ed Europa League. La prima contro la Juventus e la seconda contro quel Bayer Leverkusen che oltre ad aver vinto la Bundesliga non perde da una cinquantina di incontri. Uno: sebbene i miracoli non esistano, la possibilità di fare grandi risultati lontano dalle metropoli e con un occhio attento al bilancio è sempre possibile. Due: è facendo le cose per bene, dalla scrivania al campo, che si va a Liverpool per tuffarsi nella bolgia dantesca dell’Anfield vestito di rosso fuoco e vincere con tre gol di scarto, annichilendo tipi poco raccomandabili come Salah o van Dijk. Mica male per un allenatore che in patria nessuno o quasi prende mai sul serio. Al punto che parlare oggi di miracolo, riferendosi alle vicende atalantine, risulti grottesco. La dimostrazione tridimensionale che nulla è davvero precluso se dalla propria si hanno competenza e desiderio. Già, la volontà. Perché, parafrasando Mondonico che ne fece un cavallo di battaglia, non sempre a vincere è il più forte, spesso è colui che ha più voglia. La certezza Atalanta, perché oggi è di ciò che si parla, andrebbe quindi raccontata sui libri di studio per aspiranti tecnici di calcio tanto è elevata la sua carica pedagogica.

    Con due finali alle porte e la possibilità concreta di innalzare l’asticella fin dove sembrava impossibile a certe latitudini, quella dell’Atalanta è già da ora una parabola che dà lustro ad uno sport fatto di protagonisti non sempre all’altezza del ruolo e che riconcilia con il calcio pionieristico degli albori. Quello di Matteo Ruggeri, per esempio. Bergamasco doc e tifoso della Dea ben prima di diventarne un valoroso effettivo, che, nella serata forse più importante in un secolo abbondante di storia neroazzurra, con un gol alla Del Piero – quelli in cui la traiettoria della palla descrive una curva euclidea e inafferrabile – fa saltare in aria una città intera. Davanti agli occhi furbi del Gasp, il condottiero, che se la ride sotto ai baffi alla stregua di chi la sa sempre un po’ più lunga degli altri.

  • Atp Roma, la (troppo) dura lezione di Hurkacz a Rafa Nadal

    Atp Roma, la (troppo) dura lezione di Hurkacz a Rafa Nadal

    Hubert Hurkacz, ragazzo dal nome impronunciabile e di qualità tennistiche di prim’ordine che fanno di lui un gran bel giocatore, rischia seriamente di essere ricordato dagli appassionati, con almeno una trentina di primavere sulle spalle, più per una coincidenza che a definire nefasta si sbaglia per difetto che per i successi già conseguiti e quelli che per certo verranno. Il ventisettenne di Wroclaw, infatti, dopo aver messo fine alla carriera di Roger Federer sui sacri prati di Church Road, sconfiggendolo sul giardino di casa in quello che di fatto fu l’ultimo vero match dello svizzero, potrebbe aver messo per sempre la parola fine alle velleità di vittoria anche della nemesi del basilese, Rafa Nadal, avendogli impartito nella serata romana appena trascorsa la lezione più severa forse di un’intera carriera e, comunque, dell’ultimo ventennio, da quando Nadal è assurto a monarca dei campi rossi.

    Ad essere eloquente non è tanto lo score ma la sensazione che il gap tra il fenomenale maiorchino e un giocatore di prima fascia – Hurkacz è frequentatore con merito della Top 10 – non sia più colmabile. Nemmeno con la propensione al sacrificio estremo che ne caratterizza il corredo cromosomico, la competenza tennistica di uno dei giocatori più intelligenti della storia della disciplina, il sostegno del mattone tritato e l’amore incondizionato del pubblico presente. Insomma, se il 6-0 finale rifilato da Hurkacz a Federer a Wimbledon ci disse che l’epoca del giocatore più talentuoso di questo ed eventuali altri mondi era ormai solo motivo di nostalgia, i quattro giochi concessi a Nadal, peraltro senza nemmeno scomodare le marce alte per non infierire oltremodo, salvo miracoli ci raccontano più o meno la stessa cosa. L’inesorabile legge del tempo, Chronos che rende impotenti anche i dioscuri. Giocherà ancora Rafa, perché il Roland Garros e le Olimpiadi parigine sono alle porte e lui farà di tutto per esserne parte nella migliore versione possibile, proprio sui campi in Bois de Boulogne che lo hanno visto giganteggiare. Ma più per una dolorosa forma di commiato che per convinzione; spazzata via, quest’ultima, dalle bordate del granatiere polacco e da un linguaggio del corpo inequivocabile.

    Nadal, in palese affanno fisico e di timing, ha commesso in un’ora o poco più di partita la quantità di errori gratuiti che nei momenti belli avrebbe messo a referto in un torneo intero, forse due, apparendo spaesato nella gestione del match perché privo di ogni possibile contromossa. Vedere annaspare il dieci volte vincitore degli Internazionali d’Italia nell’oceano di mattone tritato, padroneggiato per due decadi come Nettuno, è stato sportivamente doloroso come la fine di un amore grande che ci ha visto crescere.

    Perché Nadal, che con Federer ha saputo catapultare l’universo tennis in una dimensione senza confini, dev’essere a ragione considerato il più feroce combattente che si sia mai cimentato nel gioco che fu pallacorda, l’uomo che meglio di ogni altro ha rigettato il concetto di sconfitta. Nadal, la più azzeccata definizione di agonista nelle pagine di un’enciclopedia. Uno capace di umanizzare financo il Federer della prima decade degli anni duemila, quello che pareva non poter essere battibile dagli umani e che, invece, è finito per perdere ogni particella di certezza al suo cospetto. Uno certosino, che ha sublimato il concetto di lavoro, grazie al quale ha saputo aggiungere al proprio tennis ogni volta qualcosa in più per anticipare il passo dei cambiamenti. Archetipo di dedizione e fede incrollabile.

    Lo sport, lapalissiano, sopravvive sempre alla pensione dei suoi più illustri protagonisti e il tennis non farà eccezione nemmeno per l’epocale spagnolo. Tuttavia, non è affatto scontato che chi arrivi poi possa esibire la stessa qualità di chi lo ha preceduto. Con Rafael Nadal, e con i tempi poco entusiasmanti che corrono, siamo proprio di fronte ad uno di questi casi ed è la ragione per la quale, noi aficionados dediti a pane e tennis, questa mattina ci siamo tutti svegliati un po’ più tristi.

  • Giro d’Italia: a Oropa rivive il mito di Marco Pantani, grazie a Pogacar

    Giro d’Italia: a Oropa rivive il mito di Marco Pantani, grazie a Pogacar

    È successo ancora, evidentemente a salire verso il santuario di Oropa in sella ad una bicicletta deve sempre succedere qualcosa di disdicevole al monarca. A quanto pare, è questa la volontà che si tramandano gli sceneggiatori del ciclismo. Così, quando ai piedi della salita una foratura ha disarcionato Tadej Pogacar, costretto a mettere le mani a terra e a rialzarsi precipitosamente, chi sul groppone ha almeno una quarantina di primavere non può che aver pensato a quel giorno in cui, stesso posto e stessa ora, Marco Pantani scrisse una delle pagine di ciclismo più luminose di sempre, divorando con la rabbia triste che lo ha reso immortale la scalata che più di ogni altra fu paradigma della sua tribolata esistenza. Oropa, appunto, quando si dice un back in the days.

    Pogacar, in questo Giro d’Italia forse tecnicamente più scarso a memoria d’uomo, è il faro e, al contempo, di questo ciclismo è un fuoriclasse destinato a riscrivere le regole e gli almanacchi.
    Un gigante e non è certo colpa sua se l’avversario più quotato nella corsa rosa 2024 è il sempre pugnace Geraint Thomas, uno che merita tanta ammirazione quanti sono i chilometri percorsi in carriera ma che ha nel mirino i quarant’anni. Viene da sé che la rincorsa che gli ha consentito di risalire il gruppo dei battistrada, detto dell’evidente ricordo storico, pur non avvicinando per epica quella che il Pirata mandò in onda ormai un quarto di secolo fa ha costituito comunque un bel momento di sport in un pomeriggio purtroppo scontato nel suo epilogo. Piccato per il contrattempo, lo sloveno, pilotato dai suoi gregari nella sfida al tempo perduto, una volta in testa ha assestato un solo scatto nemmeno troppo convinto per ritrovarsi tutto solo al comando, preludio dell’arrivo a braccia alzate sul traguardo al culmine di una ventina di minuti di agiata solitudine. Routine, il compimento della legge del più forte.

    O’Connor, Thomas e Uijdtebroeks, Lipowitz e Martinez, gli ultimi ad arrendersi, sono ciclisti di grande valore, e qualcuno pure di luminosa prospettiva, ma a nessuno verrebbe in mente di paragonarli a divoratori di pendenze ostili come Jalabert, Simoni, Gotti, Heras e Savoldelli che il 30 maggio dell’anno nefasto 1999 si videro sopravanzare a velocità doppia da Pantani, intriso di quella furia agonistica di chi ha per avversario soprattutto il destino. A nove chilometri dalla vetta, quando la salita si appresta a diventare tale, quel giorno a Marco salta la catena e non avrebbe potuto esserci momento peggiore. Sono almeno una trentina i secondi spesi con i piedi a terra mentre davanti alla corsa si cominciano ad innestare le marce alte. Velo, Borgheresi, Zaina, Brignoli e Podenzana, i suoi fidati gregari, si fermano per attenderlo. Il risultato è una cronometro di squadra, la mitica Mercatone Uno-Bianchi, ma Pantani, con i muscoli resi legnosi dal nervosismo, sembra non riuscire nemmeno a tenere il passo dei compagni. Sembra.

    Poi, però, il falsopiano diventa salita vera, la sua comfort zone, e d’incanto la pedalata riprende vigore quando davanti a lui sono una cinquantina gli avversari da dover riacciuffare. Il linguaggio del corpo è quello che riconosceremmo tra mille altri: faccia sofferente, mani basse sulle corna del manubrio e rapporto chilometrico nell’incedere ‘en danseuse’, come direbbero i cugini d’oltralpe; con la bicicletta furiosamente sballottata a destra e sinistra fin quasi a sfiorare l’asfalto. Ogni colpo di pedale è un sorpasso che viene impreziosito dalla voce narrante del compianto Adriano De Zan che ha il privilegio di raccontare, con il garbo e la competenza che lo contraddistinguono, un momento di sport di inesausta bellezza.

    Pantani scalcia forte sulle pedivelle, è contornato da avversari ma non vede nessuno. In strada come nella vita. La solitudine, quale cifra stilistica del più grande scalatore di questo o di altri eventuali mondi. Quando a due chilometri dalla vetta mette nel mirino la sagoma di Jalabert, l’ultima valorosa lepre di giornata, il destino è già compiuto. Marco non gli rivolge nemmeno uno sguardo, lo affianca e tira dritto verso il traguardo. Marco, la maglia rosa, il nastro d’asfalto che gli si inerpica sotto alle ruote, lo scatto perpetuo, l’agonia da abbreviare, il santuario sullo sfondo, le urla dei tifosi, i tormenti di una personalità inquieta, sono tutta una cosa sola: la sublimazione del ciclismo. Vede lo striscione d’arrivo sempre più da vicino ma l’espressione del volto non accenna minimamente a cambiare. Non c’è traccia di gioia e le braccia non si alzano a cercare il cielo. Solo il furore di chi ha necessità di combattere un nemico ogni volta più grande per sentirsi vivo. Nell’occasione, senza nemmeno sapere, perché non è ciò che più conta per lui, di essersi messo tutti alle spalle.

    Dev’essere ringraziato, Pogacar, per aver rinverdito e onorato con la sua classe sopraffina, seppur con tutti i distinguo del caso, quella che senza timore di smentita può essere considerata la più entusiasmante rimonta di sempre compiuta da un ciclista. Acme, prima che la cattiveria umana si accanì su Marco con l’epilogo che tutti conosciamo fin troppo bene. Sembra ieri ma sono passati venticinque anni in un mondo profondamente cambiato. A non cambiare mai, invece, è la passione che noi, popolo del ciclismo, nutriamo per uno sport meraviglioso e per interpreti come Marco, o come Tadej, che trasformano un esercizio di brutale sofferenza in un’opera d’arte. Sport che è vita, e viceversa. Dunque, grazie.

    A Marco.

  • Vorremmo tutti festeggiare i 29 anni di Nick Kyrgios (con lui e le sue amiche…)

    Vorremmo tutti festeggiare i 29 anni di Nick Kyrgios (con lui e le sue amiche…)

    Non è dato sapersi se abbia intenzione di giocare ancora. Nel 2023, del resto, il suo bilancio è stato di un solo match all’attivo e in questo primo scorcio di 2024 non si è registrato manco quello. In compenso fa un sacco di altre cose e da qualche tempo pure il telecronista, ambito nel quale pare divertirsi un mondo. Ma in campo no, non lo si vede proprio. Nick Kyrgios da Canberra ha appena compiuto ventinove anni e l’insieme di infortuni e priorità di vita diverse dal tennis fanno sì che praticamente sia già un ex tennista. Certo, la speranza di vederlo giocare di nuovo è dura a morire ma, detto con tutto il realismo del caso, nemmeno un talento esondante come il suo potrebbe cancellare facilmente gli effetti di due anni di inattività. Servirebbe uno sforzo psicofisico che Nick non ha mai dimostrato di avere nelle corde e, pertanto, non è il caso di farsi troppe illusioni. Ma, appunto, hai dire mai.

    Per quelli che gli almanacchi sono cartina al tornasole dello sport, la maggioranza bulgara dei fruitori del tennis, non sarà certo una grande perdita – Kyrgios a conti fatti non ha vinto quasi nulla – ma per chi, invece, compie lo sforzo di fare un passo oltre, il dramma sportivo è enorme. Perché nell’ultima decade, lasciando fuori dai ragionamenti Roger Federer che non è ascrivibile al genere umano, nessuno ha espresso la sua abbacinante qualità tennistica. Nemmeno lontanamente. L’australiano è in tal senso plastica definizione, nonché unità di misura, del talento, inteso come la capacità di compiere con semplicità azioni che agli altri risultano difficilissime se non impossibili. Per i bacchettoni bonipertiani del tennis, la pletora del ‘vincere è l’unica cosa che conta’, Nick è il classico esempio da non imitare perché allergico a protocolli e omologazione e poco incline a fare di un divertimento un incubo. Antitesi della famigerata cifra stilistica del tennista da copertina, quello che non mette insieme un’esternazione interessante manco a pagarlo, non rompe una racchetta neanche se fa un doppio fallo sul match point e ha il controllo robotico di sé e delle proprie emozioni.

    Kyrgios, sempre facendo quel famoso passo concettuale in più, ha costituito in quest’epoca l’eccezione alla regola, la tirannia della fantasia, l’antidoto alla noia. E non per i suoi atteggiamenti sopra le righe e talvolta da spaccone, ma per la luminescenza di un tennis ricco di varietà come Paperone lo è di monete d’oro. Paradosso vivente, Nick, un fenomeno che finisce sempre per veder trionfare gente brava un terzo di lui e che, soprattutto, non fa un plissé qualunque cosa accada perché fuori dal playground c’è un mondo meraviglioso che ha il difetto di non restituire mai il tempo andato. Lui, a differenza di altri, se lo gode tutto, quindi la sera prima del match lo si potrebbe trovare ovunque, men che dove dovrebbe essere, a letto. Kyrgios, all’universo tennis, si è presentato alla stregua del baro che fa irruzione nel saloon aprendo la porta con un calcio. Battendo in sequenza, e rigorosamente al primo tentativo, Federer, Nadal e Djokovic. Più che predestinato, una sentenza. Da ventenne, giusto per certificare quel ‘posso ma non voglio’ che ha via via aggiunto mistero alla figura di un ragazzo già misterioso di suo. Un suo match è un po’ come pescare dal mazzo di imprevisti e probabilità del Monopoli o rompere il biscotto cinese per leggere l’adagio che contiene. Sabbia per le dita.

    Perché potrebbe accadere di tutto. Anche di assistere alla partita forse più ricca di qualità dell’Era open come quella, persa ma chissenefrega, contro Re Roger a Miami nel 2017, quindi l’anno di grazia del basilese, a valle di tre tie-break disputati sul filo del rasoio e di balistiche mutuate dal paradiso. Figlio di Giorgios, greco, e di Norlaila, una sangue blu della Malesia, Kyrgios riesce ad essere anche nei fatti l’opposto di quel che in troppi vanno dicendo di lui con endemica superficialità. Avrà pure il piglio del bulletto, magari quando dilania una racchetta dietro l’altra o lancia una sedia in campo, ma è altresì possibile non rintracciarlo per giorni e giorni perché impegnato anima e cuore con la fondazione che porta il suo nome e il tennis nella vita dei bambini meno fortunati di lui. Oppure nella consegna a domicilio di una cesta della spesa a beneficio di anziani e malati, come nei giorni dolorosi della pandemia. Ancora, a dare una mano ai pompieri intenti a placare un incendio che sfregia la sua Australia.

    Kyrgios vive di esigenze non convenzionali e, qua e là, ribadisce l’assioma per il quale ogni amante dello sport del diavolo dovrebbe essergli grato. Quello per il quale, anche nell’epoca del post Bollettieri, esiste una via intrisa di bellezza che consente di guardare tutti dall’alto. Eccezionalità, appunto, che fa scopa con estemporaneità. Nick è una droga per chi fa della bellezza un caposaldo della propria routine: non perderlo mai di vista per non perdersi il quarto d’ora di allineamento dei pianeti. Prima che i Djokovic del mondo riprendano a tiranneggiare. È fatto così, un ineffabile cane sciolto del tennis, la migliore ragione possibile per dedicare un paio d’ore alla tivù.

    Tanti auguri, Nick.

  • Tennis: welcome  back Sasha (Dimitrov), domani finale con Sinner a Miami

    Tennis: welcome back Sasha (Dimitrov), domani finale con Sinner a Miami

    La pazienza, dicono, è la virtù dei forti. Noi, con questo ragazzo dalle qualità tennistiche epocali, ne abbiamo avuta in quantità industriale perché, appunto, di quelli come lui né passa uno ogni morte di Papa e la speranza è sempre stata quella di poterlo vedere raccogliere per quanto valesse. Sono passati tre lustri da quando lo abbiamo visto giocare per la prima volta. Era ancora tra gli juniores e non perdeva mai. Fu una sensazione strana, perché in quel periodo non avevamo occhi che per Roger Federer, nella convinzione che avvicinare quel livello di perfezione fosse umanamente impossibile. Invece, Grigor Dimitrov, del genio basilese, pareva essere la copia fedele e non serve dire come ciò si traducesse in un complimento enorme.

    Troppo ingombrante, forse, perché l’etichetta di Baby Federer cominciò a condizionarne la carriera fin dagli albori, questione di aspettative. Una pressione esagerata sulle spalle di un ragazzo che iniziava a proporre un tennis meraviglioso e non del tutto funzionale ai tempi correnti, fatti di picchiatori in pantaloncini capaci di correre come dannati e sparare traccianti ad ogni colpo più forti senza sbagliare mai. Lui, invece, brandiva un pennello ma, inutile girarci intorno, se contro gli epigoni del ‘bollettierismo’ ha dovuto ingoiare un sacco di pane duro Federer, l’originale, figuriamoci un ragazzo alle prime esperienze nel circus. Certo è che la somiglianza era da intelligenza artificiale, peraltro ancora era lontana dall’essere concepita, e il pensiero che animava noi drogati di bellezza fu quello di esserci garantiti anni di vacche grasse grazie al giovanotto bulgaro che faceva proprio le stesse cose di quell’altro. Giovanotto a cui madre natura aveva donato anche un’elasticità muscolare da ginnasta, oltre alla mano fatata, tanto per dire che gli ingredienti erano tutti al loro posto. Invece, con Djokovic e Nadal che fanno man bassa di Slam senza lasciare in terra nemmeno, Dimitrov fatica ad imporsi.

    Intendiamoci, le stagioni non sono certo negative per uno che raggiunge in fretta la Top 10, vince un Masters 1000 e un’edizione delle Finals, con in mezzo anche una semifinale a Wimbledon più buttata che persa. Ma il confronto tecnico e di talento con chi, al contrario di lui, sa solo vincere farebbe, appunto, presupporre altri e decisamente piu prestigiosi risultati. E, intanto, gli anni passano. Chissà, forse anche quel suo viso da copertine patinate e la passione per le belle donne non lo aiutano, tant’è che si arriva ben presto a parlare di lui come il vero grande rimpianto della generazione mancata, quella incapace di impensierire il triumvirato di dioscuri, più Murray e Wawrinka, che continuano ad imperversare. Lo sport, però, quando si pensa di possedere una certezza sembra essere lì apposta per farne brandelli. Perché a Dimitrov, ormai trentatreenne, scatta qualcosa.
    Siamo alla fine del 2023 e nei palazzetti teatro degli ultimi appuntamenti stagionali si verifica un accadimento che avevamo smesso di immaginare possibile. Fatte le debite proporzioni, il deja vu riporta ancora una volta alla mente Roger Federer e, in particolare, la sua svolta del 2017, quella della cura Ljubicic. Per chi se la ricorda, l’idea di tornare a lasciare il segno negli Slam accrescendo a dismisura l’aggressività nel gioco, tradotta da una posizione sul campo così avanzata da portarlo a giocare, per ore, di solo controbalzo. Flipper-tennis, livello di difficoltà: incalcolabile. Grisha, il cui principale difetto è sempre stato quello di avere la tendenza a stare troppo lontano dalla linea di fondo, deve aver rivisto quel Federer-Nadal di Melbourne – probabilmente la partita più bella dell’Era Open – per convincersi a percorrere la medesima strada. Il talento per immaginarlo realizzabile, ovviamente, non manca e inizia a raccogliere, deliziando.

    La semifinale a Shanghai e la finale a Bercy, prima dello spumante di fine anno, sono già un bell’indizio, ma è il livello di tennis esibito questa settimana a Miami che certifica prepotentemente lo switch. Alcaraz, il più talentuoso di tutti, a fine match ha dichiarato di essersi sentito un tredicenne sculacciato, tanto la lezione impartita da Dimitrov gli è parsa severa. Un pensiero simile deve averlo fatto anche Zverev, rispedito al mittente senza troppi complimenti, tant’è che Grigor contenderà al nostro Sinner un torneo prestigioso e vecchio quanto il tennis. Comunque vada, da lunedì, per Dimitrov si spalancheranno nuovamente le porte della Top 10 e chi l’avrebbe mai detto. Non ne abbia a male Jannik, che se dovesse vincere il titolo salirebbe al numero due del ranking mondiale, ma al tennis farebbe un sacco bene se a prevalere fosse il bulgaro.

    Questione pedagogica. Un messaggio in stampatello maiuscolo alle nuove leve. La dimostrazione plastica della possibilità, anche in questo tennis, di vincere percorrendo una strada diversa da quella convenzionale. Quella del talento, della fantasia, della varietà, dell’improvvisazione. Quella che, una volta ritiratosi Re Roger, pareva essere impraticabile. Fino a quando Dimitrov ha cominciato davvero a credere in sé stesso, scacciando etichette e somiglianze. Ben arrivato, Grisha, ti stavamo aspettando.