Autore: Teo Parini

  • Resta con noi Nick, non ci lasciar, la notte mai più scenderà.. di Teo Parini

    Resta con noi Nick, non ci lasciar, la notte mai più scenderà.. di Teo Parini

    Nick Kyrgios, quello che le anime belle del tennis descrivono come bad boy per qualche racchetta dilaniata al cambio di campo o per la sua incapacità di omologarsi al diktat insipido del politically correct nelle esternazioni pubbliche, deve fare un annuncio. Criptico: l’annuncio dell’annuncio. Questa sera alle ore 21 di un non meglio menzionato fuso orario dalle sue pagine social farà sapere qualcosa, a quanto pare, di importante. Tanto dal doverlo, appunto, preannunciare. E, considerato che non gioca una partita praticamente da un anno e mezzo, il dubbio di sentire ciò che noi adoratori viscerali del piu grande talento vivente del dopo Federer non vorremmo sentire è piuttosto assillante. Nick, non è che stai per dire che può bastare così e che lo switch da tennista a cronista è irreversibile? No, eh.

    Ventotto anni e una scarsissima propensione a sacrificare il bello della vita e pure il giusto, che nel suo caso significa aiutare chi sta indietro, Kyrgios, piombato come un uragano sul pianeta tennis quando giovanissimo fece secco Nadal (quello vero) a Wimbledon, numericamente parlando ha disatteso ogni attesa possibile. Insomma, tra cinquant’anni, quando la nostra generazione sarà ormai chiamata a fare altro e da altre parti, il rischio che saranno in pochissimi a parlare di lui, causa assenza dagli almanacchi, è concreto. Fortuna che siamo nell’epoca di YouTube e, chi avrà la fortuna di sentirlo nominare, potrà studiarsi la carriera dell’australiano che non vinceva mai, perché imbolsito dalle nottate al pub e allergico ad allenatori e metodi. Trofei a parte, Kyrgios, per almeno i prossimi due secoli, sarà considerato il più forte giocatore di ogni epoca a non aver sollevato al cielo manco un Mille ma, paradossalmente, il tennis gli deve tantissimo, checché se ne dica. Quando si è allenato se non con costanza almeno con una sporadicità non distruttiva, ha preso il trio Federer-Nadal-Djokovic al loro acme e li ha messi in riga. E lo ha fatto senza una straccio di idea tattica in testa che fosse una, così, di solo braccio.

    Un arto eterodiretto dagli dèi del gioco, il suo, e governato da una delle mani più educate di ogni tempo. Mano dalla quale, parafrasando il Clerici-pensiero dedicato a McEnroe ma fa lo stesso, vorremmo essere accarezzati per quanto sensibile. Così, imparato molto alla svelta a non riporre aspettative sul suo operato tennistico, abbiamo goduto dell’eccezione alla regola, l’antidoto alla noia del tennis post Bollettieri, l’elevazione del talento a unica regola di vita e non solo quella sportiva. E chissenefrega se gli abbiamo visto lanciare la sedia al cambio di campo o abbiamo sentito urlare al suo box le peggio cose, del resto non ha mai ambito ad essere considerato l’allievo modello da indicare ai giovani. Perché quello che gli si è ammirato fare imbracciando la racchetta con l’aria di chi non vede l’ora di stringere la mano all’avversario per catapultarsi al bancone del bar ci ha ripagato di decenni – peraltro lontani dal concludersi – di tennis orripilante e stereotipato; degrado stilistico del gioco che fu di Tilden, Laver, Panatta e McEnroe. Quindi meraviglioso.

    Per carità, tipo stano Kyrgios. Dunque, potrebbe essere la sua solita baracconata per informarci di quale sarà il torneo che lo vedrà fare il rientro nel circus. Magari proprio sull’erba di Wimbledon, dove un paio di stagioni fa a momenti ci scappava il colpo gobbo, con Djokovic puntuale e cinico nel ricordare all’ecosistema tennis che è sempre la meticolosità robotica l’unica via per il successo. Anche se i colpi sono quelli di Kyrgios. Altresì, potrebbe anche rendere partecipe i suoi tifosi dell’ennesima iniziativa benefica intrapresa per conto della fondazione che porta il suo nome e si impegna a fare sì che non esistano bambini di serie b su questo pianeta. È fatto così, Nick, buono come solo le peggiori teste di cazzo sanno essere. Noi, infatti, non dimentichiamo i giorni nefasti della pandemia e dell’impotenza generale. Quando lo potevi vedere rimbalzare da una casa all’altra del suo quartiere a consegnare la spesa a chi la spesa non poteva permettersi di farla. E di tante altre cose, al pari di un lungolinea di rovescio, il suo marchio di fabbrica, un tweener o una volée no look. Il tutto condito dal ghigno strafottente, ma che strafottente non è, di chi nella vita ha capito che è non prendendosi mai troppo seriamente che per definizione non si perde mai.

    Certo, in tempo di guerra le cose importanti sono altre – che scoperta – ma per gli estimatori dello sport quale diffusore di bellezza la giornata di oggi rischia di non essere la migliore possibile. Perché, sì, Djokovic è un gigante epocale e pure Sinner è un campione di razza, ma se l’occhio non esige la sua parte ci si diverte solo a metà. E un match di Kyrgios sta ad uno di Rune – o di chi volete voi, a scelta – come novanta minuti di Rivera in mezzo al campo stanno a quelli di Furino. Staremo a sentire. Sperando, con tutto l’egoismo del caso, che quel diavolo di un Kyrgios annunci alla sua maniera di voler concedere a sé e al tennis un’ultima chance. Così, di puro talento ignorante, come piace maledettamente a noi.

  • Lode e onori a Federica Brignone, la nostra ‘Signora delle Nevi’

    Lode e onori a Federica Brignone, la nostra ‘Signora delle Nevi’

    Noi che abbiamo visceralmente amato Deborah Compagnoni e la sua gentilezza nel tirare le curve e nella vita, quando ancora gli sci erano attrezzi lunghissimi e governabili solo da pochi eletti, a guardare la gara magistrale che è valsa il successo numero ventisette della carriera di Federica Brignone un emozionante back in the days lo abbiamo vissuto in pieno. La valdostana nata a Milano già trentaquattro anni fa, infatti, ha a fatto proprio l’ennesimo gigante della stagione infliggendo un distacco siderale alle avversarie, trasmettendo una sensazione di superiorità tecnica tale da ricordare quando a non avere rivali era proprio Debby, la più bella sciata da quando gli attrezzi hanno smesso di essere ricavati dai tronchi. Sì, l’impressione è stata quella e si immagina non possa esserci complimento migliore.

    Come le possa essere sfuggita la Coppa di specialità resta un mistero. Anzi no, perché la causa è quel maledetto mese di gennaio nel quale Fede ha bucato un paio di gare, finendo per essere scavalcata dalla costanza certosina di una altrettanto valorosa Lara Gut. Ma il secondo posto nella classifica finale di gigante, unito alla seconda piazza nella classifica generale sempre dietro alla ticinese e alle tante vittorie parziali più annessi podi a grappolo, fa della sua stagione un capolavoro. E, considerata la condizione psicofisica, spiace davvero sia finita qui. Brignone, per la verità, è una garanzia da almeno tre lustri, capace di vincere, prima italiana di sempre, la Coppa del Mondo del 2020 oltre che tre medaglie olimpiche e tre mondiali di cui una d’oro. Sessantotto, invece, sono le apparizioni sul podio, una sola in meno del mito di Gustavo Thoeni, tanto per rendere l’idea della grandezza di questa atleta.

    Del resto che potesse diventare la sciatrice più vincente della storia azzurra era scritto nel suo corredo cromosomico. Fede, infatti, è figlia di Maria Rosa Quario detta Ninna, campionessa degli anni Settanta con quattro successi all’attivo in slalom speciale, disciplina meravigliosamente interpretata. Non era facile raggiungere un livello superiore a quello materno, ci è riuscita e passeranno diversi anni prima che una connazionale possa insidiarle lo status di regina azzurra all-time. Meno estroversa ed empatica di Sofia Goggia – sempre a proposito di fenomeni epocali – ma forse è solo in apparenza, ciò che non le manca è la schiettezza, quella prerogativa di chi non si produce mai in esternazioni banali, come troppo spesso accade, invece, ai suoi colleghi sciatori e agli sportivi in generale. Pane al pane, anche se c’è da essere scomodi.

    Certo che a leggere la classifica finale, a voler essere più pignoli del dovuto, un minimo di rammarico c’è. Perché l’assenza prolungata dell’aliena Mikaela Shiffrin causa infortunio, una che fa uno sport tutto suo, e il risicato distacco dalla vincitrice Gut fanno rimpiangere quel paio di uscite dopo Natale senza muovere il punteggio intrise di un po’ di sfortuna. Insomma, il clamoroso bis nella Generale non era così tanto lontano e, appunto, dispiace che la stagione sia già passata in archivio, perché in questo momento a Fede le avversarie non vedrebbero nemmeno le code degli sci. Ma è giusto una considerazione statistica che nulla toglie a quanto di gigantesco ha fatto vedere quest’anno.

    Con gli auguri di pronta guarigione a Sofia Goggia, ma la bergamasca è dura come il granito e non ne ha certo bisogno, e rinnovando i complimenti a Federica, ringraziandola anche per aver fatto rivivere il mito di Deborah Compagnoni a chi come noi ha una certa età e tende a guardare più indietro che avanti, va in archivio il 2023-2024 dello sci alpino. Detto tutto il bene possibile di Brignone, e con Goggia e Bassino tra le migliori dieci della classifica nonostante le reciproche disavventure, un po’ di preoccupazione per il ricambio generazionale purtroppo c’è. Alle spalle del tris di regine Fede-Sofi-Marta – una compresenza che, peraltro, ha la stessa possibilità di accadimento di un passaggio della cometa di Halley – lo sci azzurro in gonnella fatica un po’ a rinnovarsi e si spera che la primavera faccia sbocciare qualche nuovo talento capace di non fare rimpiangere troppo questo inarrivabile periodo di vacche grasse.

    Del resto, ci hanno abituato troppo bene queste ragazze; talmente brave da veicolare una surreale sensazione di normalità quando, invece, di normalità non hanno proprio nulla: sono uno spettacolo della natura.

  • Tennis: salta il ‘due’. Take it easy e provaci ancora, Jannik

    Tennis: salta il ‘due’. Take it easy e provaci ancora, Jannik

    Prima o poi sarebbe dovuto succedere, la legge dei grandi numeri. Che sia stato Carlitos Alcaraz ad interrompere la striscia vincente di Jannik Sinner, campanilismo a parte, non è poi una cattiva notizia perché in questo periodo storico stitico in quanto a talenti non è pensabile fare a meno del tennis dello spagnolo, il giocatore in attività (Kyrgios, di fatto, non lo è più) per distacco piu virtuoso del seeding. La sua versione sbiadita degli ultimi sei mesi abbondanti non è ancora definitivamente messa alle spalle, il match di ieri lo ha confermato, ma per battere Sinner, benché l’azzurro non fosse al top della forma fisica causa palesi noie al ginocchio in chiusura di match, occorre comunque una prestazione di spessore e in casa Alcaraz non la si vedeva da troppo tempo, tanto da far allarmare gli addetti ai lavori dal cambio di umore facile già pronti a celebrare il suo funerale. A vent’anni, pazzi.

    Alcaraz è fenomeno epocale e il tunnel in cui si era impantanato rientra nella normalità del processo di maturazione di un tennista che, oltre alle insidie dell’età quasi adolescenziale, ha l’aggravante, si fa per dire, di giocare un tennis complicatissimo e fatto di mille cose, così tante che è un attimo incartarsi da soli quando la fiducia è quella che è. Chi pensa sia un paradosso è perché non ha mai incontrato il pensiero di Nick Bollettieri, il guru del tennis moderno, per il quale è a pensare più del minimo sindacale che si fanno dei gran casini giocando a tennis. Vien da sé che il possesso di un ventaglio inesausto di opzioni tecnico-tattiche, e Carlitos lo ha, può costituire un’arma a doppio taglio quando i pensieri sono meno automatici del dovuto. Ecco, l’impressione di questi ultimi mesi è che fosse un po’ vittima della confusione, oltre che dalla fine dell’effetto sorpresa sugli avversari ormai abituati a fronteggiare il suo illusionismo. Ma che qui ad Indian Wells qualcosa fosse cambiato lo si era già detto a valle della batosta rifilata al buon Zverev di questi tempi e la semifinale di ieri vinta in rimonta su Sinner non ha fatto altro che confermare l’assioma.

    Che bellezza: la palla sembra tornata a sanguinare, quando si mette in testa di sfondare come un prima linea del rugby, e a descrivere traiettorie inconsuete, quando decide di darle del tu con la delicatezza di una poesia di Rodari. Il test, come si diceva poc’anzi, non è del tutto veritiero perché il terzo parziale ha visto Sinner scendere troppo di livello per essere quello doc, probabilmente le scorie di tante partite giocate e vinte. Ma è altrettanto vero che l’Alcaraz di dieci giorni fa ci avrebbe tranquillamente perso lo stesso e lo switch fa presagire una primavera ad altissimi contenuti tennistici. In ballo, oltre al titolo, c’era la seconda piazza del ranking che, per ora, resta appannaggio dello spagnolo bravo a respingere l’assalto dell’italiano. Nessun problema, entro il 2024 è molto probabile che questi due diavoli si contenderanno il numero uno e, pertanto, in propositi bellicosi sono solo rinviati. Insomma, se ne vedranno delle belle.

    Tornando al torneo che ambisce al ruolo di quinto Slam, sarà una finale di lusso quella che vedrà Alcaraz affrontare Medvedev,
    più fortunato che bravo a regolare Paul, il giustiziere di Nardi che a sua volta ha estromesso Djokovic. Ma la brutta prestazione non deve ingannare, in finale il russo avrà tutta un’altra faccia. Daniil è un pigro, e pure mezzo matto, e in campo ha sempre la tendenza a giocare con voglia proporzionale al blasone dell’avversario e, con tutto il rispetto, Alcaraz non è certo il volitivo Paul. L’atto conclusivo, nonostante la delusione per la mancanza di Sinner, promette di valere il prezzo del biglietto. Jannik, dal canto suo, ha un team che non necessita di consigli ma, potessimo farlo, lo inviteremmo ad un po’ di stop per ricaricare le energie psicofisiche, adesso che la stagione della terra battuta, quella a lui meno congeniale, è già alle porte con tutto il suo carico di polverosa fatica. Obiettivo Parigi. Doppio, peraltro, con Roland Garros e Olimpiade.

    Buone notizie per l’altro azzurro, Matteo Berrettini, che torna a disputare una finale dopo un periodo che a definire sfigato gli si fa un complimento. Certo, non si tratta di Wimbledon ma di un Challenger come ce ne sono tanti. Tuttavia, occorre aver sempre a mente due cose. Una è che nessuno ti regala mai nulla e che tutte le partite devono essere vinte di merito e non di blasone. L’altra, assai più importante, è che a vederlo giocare pare abbia riposto la circospezione mista a paura di incappare nell’ennesimo infortunio che lo accompagnava come un’ombra. Facendo tutti gli scongiuri possibili, Matteo sembra essersi dato una nuova chance. Chissà che possa essere il preludio ad una stagione sui livelli che gli competono.

  • Italrugby: a Cardiff la brezza e il profumo della storia

    Italrugby: a Cardiff la brezza e il profumo della storia

    Un po’ di numeri, a briglia sciolta. Primo tris di risultati utili consecutivi della nostra storia, miglior differenza punti in un Sei Nazioni, tre ‘man of the match’ in cinque partite. Due sono di Nacho Brex che, a questo punto, si gioca pure il titolo di miglior giocatore della manifestazione. Aggiungiamo un piccolo rammarico, con la sfrontatezza di chi può permettersi di fare le pulci ad un capolavoro. Senza l’incredibile palo che ci ha tolto dalle mani la Coppa Garibaldi contro la Francia e con un calcio di punizione in più all’esordio contro gli inglesi, dove ci hanno separato la miseria di tre punti, e fatta salva la giusta scoppola di Dublino, oggi sarebbe seconda piazza. Hai idea?

    Tornando con i piedi per terra, ieri l’Italia, che per settanta minuti ha dilaniato un Galles per la verità inguardabile, ha messo un’altra bandierina sul percorso di crescita che la sta avvicinando ad ampie falcate al gotha europeo. Non era scontato, confermarsi è terribilmente più difficile che imporsi una prima volta, ed è sacrosanto essere fieri di questo pomeriggio al Millennium Stadium per l’occasione coperto dove, forse per la prima volta da quando il fu Cinque Nazioni ci ha incluso, il risultato non è mai stato in discussione con l’Italia che ha preparato, interpretato e gestito un piano tattico vincente con pochissime sbavature. Tutto ciò è riassumibile con una sola parola: maturità. Il bello è che la compagine azzurra è la più giovane di tutte le contendenti.

    Quesada, già lo si diceva settimana scorsa, ha tirato fuori dai suoi ragazzi l’italianità più pura: quella catenacciara nel senso più abbacinante del termine mutuato dal soccer, difesa commovente e perpetua, avanzante e furiosa. Così, a finire sgretolata dalla marea azzurra, dopo Francia e Scozia, è stato il Galles che ha assaggiato il pane duro dell’impotenza in mischia e le randellate nei punti di incontro. Con Brex ancora migliore in campo, menzione speciale va quest’oggi a Capitan Lamaro che, soprattutto nei primi quaranta minuti, ha rubato più palloni che i quadri da Lupin, ciò in mezzo al solito numero industriale di placcaggi, esercizio nel quale si colloca tra i migliori al mondo. Un bel pugno sui denti ai troppi detrattori che da anni gli imputano una scarsa propensione alla leadership. Oggi Michele non ha giocato a rugby, ha giganteggiato riempiendoci di orgoglio. L’eredità ingombrante dell’epocale Parisse da questa sera trova così la sua casa più bella, quella di Lamaro.

    Con Pani che nella meta messa a referto è sembrato il Tomba di Madonna di Campiglio e Garbisi che ha messo a punto un piede chirurgico, Menoncello si conferma diamante di inestimabile valore e Ferrari, al rientro dopo un lungo infortunio, ha aggiunto granito ad un pacchetto di mischia già eccellente che oggi ha ricordato quel pomeriggio benedetto a San Siro, quando a finire arati ai limiti dell’umiliazione furono i pari ruolo neozelandesi. Ed è tutto talmente bello che possiamo perdonare il calo di tensione finale che ha consentito al Galles di dare dignità allo score, con due mete in due minuti davvero evitabili. La strigliata che Quesada siamo certi non farà mancare, tuttavia, consentirà ad un gruppo che si sta cementando di aggiungere un altro tassello alla competenza necessaria a restare al vertice. Quello di non mollare mai, fino all’ultimo secondo di match. Piccolo peccato di gioventù all’interno di un torneo che ci restituisce con gli interessi le delusioni di anni di pane duro. Sì, siamo davvero felici.

    Per tornare ai numeri, da aggiungere l’otto: da lunedì, infatti, l’Italia, scavalcando proprio il Galles, salirà in ottava posizione nel ranking mondiale. E chissà cosa avranno da dire ora i sedicenti addetti ai lavori che da tempo immemore sostengono l’inadeguatezza italiana alle dinamiche del rugby. Sopra di noi, solo sette nazioni in tutto il mondo. Per chiudere, tutta la magia di uno sport unico e meraviglioso in un’istantanea. Minuto cinquantasette, Italia avanti per diciotto a zero. I tifosi gallesi, consci della sconfitta che verrà, estraggono dal cilindro i cucchiai di legno e con l’autoironia di chi per definizione non perde mai iniziano a sventolarli in aria, ovviamente ridendo di gusto. Cucchiaio che, per i meno avvezzi, spetta metaforicamente alla squadra che giunge ultima in classifica e toccherà proprio a loro. Accadimento foriero di una certa umiliazione, eppure a queste latitudini e in questo gioco brutale ma per cuori grandi ci si scherza su, prima di scolare una birra tutti insieme. Unico, no?

    Per i bilanci più articolati ci sarà tutto il tempo, adesso è il momento del terzo tempo più euforico possibile. È stato un cammino difficile quello che ci ha condotto fino a qui e spesso la tentazione di mollare tutto, una stagione nefasta dopo l’altra, è stata davvero forte. Abbiamo resistito, in un clima che a definire ostile si sbaglia per difetto, grazie ad una passione incrollabile. Ora, noi, popolo del rugby azzurro, ci godiamo la nostra rivincita. Che emozione.

  • Italrugby a Cardiff: passa il treno della storia..

    Italrugby a Cardiff: passa il treno della storia..

    Calmi, stiamo calmi. Con la calma, competente e ordinata, che gli azzurri ci hanno messo nel difendere il fortino per venti e più ondate durante l’ultimo assalto scozzese sabato scorso a Roma. Calmi, perché al Millennium Stadium significa andare ad esplorare un inferno rosso e perché i gallesi saranno incazzati come iene per un Sei Nazioni fin qui nefasto. E perché, è vero, abbiamo fatto un passo in alto scavalcando un gran bell’ostacolo ma non abbiamo mica spianato l’Everest e il movimento gallese è sempre un passo avanti a noi. Quindi, calmi perché a farsi prendere la mano ci si fa male da soli. Con questo non vuole dire essere remissivi, a Cardiff si va per vincere e non più per uscire dal campo a testa alta, perché quanto ha detto il torneo nelle sue prime quattro giornate ci obbliga a farlo, ma con il piglio di chi sa troppo bene che nel rugby ogni centimetro di campo costa sangue e sudore e nessuno è mai disposto a scansarsi.

    Che a ben pensarci è già una gran bella conquista perché, per noi che da ventiquattro anni febbraio-marzo vuole dire Sei Nazioni, non dimentichiamo la sgradevole sensazione di vedere avversari e tifosi prendere il match con l’Italia alla stregua di un giorno di festa nel quale infliggere una sonora lezione, senza nemmeno sudare più di tanto e con il ghigno stampato sul volto che più umiliante non si può. Ecco, da quei venti minuti di difesa epica con la quale abbiamo distrutto le certezze francesi a casa loro è nata l’Italia che poi ha domato la Scozia, in quella che è la partita di maggior qualità rugbistica della nostra storia, e che costringe tutti gli avversari che non siano Irlanda, Sud Africa e Nuova Zelanda a preoccuparsi di noi. Galles, ovviamente, incluso. Ma cos’è successo di così speciale a pochi mesi da un mondiale che ci aveva sbattuto in faccia tutta la durezza del rugby granitico nelle sue gerarchie?

    I cambiamenti sono sempre processi lunghi che affondano le radici diverso tempo indietro, figuriamoci nel rugby, dunque sarebbe sbagliato dare per intero il merito alla nuova gestione tecnica. Crowley, il predecessore, ha fatto un gran lavoro, chi lo nega è in malafede, insegnando agli italiani un gioco arioso, pieno di fantasia e spregiudicato nell’uso delle mani che passano l’ovale. È come se avesse messo in testa ai suoi giocatori che la competenza non fosse necessariamente prerogativa degli altri e che un minimo di arroganza nel provare a imporre il nostro gioco ci era concessa. Silurato in tutta fretta, gli si deve molto del macinato messo in cascina. Quesada, il coach attuale, ha chiuso il cerchio con un’intuizione che può sembrare banale ma non lo è per nulla. Ha ricordato a se, ai ragazzi e a noi tifosi, un concetto importante: siamo dei fottuti italiani.

    Quelli del catenaccio di Nereo Rocco e di Claudio Gentile che azzanna le caviglie di Maradona. Quindi, per lo champagne c’è sempre tempo ma prima si difende e si placca fino alla morte. E se l’avversario scavalca il Piave, perché nella guerra vince una battaglia, lo si ricaccia indietro placcando ancora di più. L’argine eretto da ragazzi con la bava alla bocca, l’ossigeno nei muscoli e il fosforo in libera circolazione che ha inchiodato la Scozia alla sconfitta, senza crepe fino a costringere l’avversario a chinare il capo, è un frame da far studiare nelle scuole del rugby per quanto sia stato impeccabile. Pagina trentasei del manuale della disciplina. Quesada, allora, ancorando il gioco proprio alla difesa con quella garra tipicamente latina, pur senza accantonare le ambizioni (e le conquiste) di Crowley, ha garantito il nostro equilibrio più stabile, nel quale tutti gli attori protagonisti sono sempre messi nelle condizioni di dare la loro migliore versione. Insomma, il mantra è quello di sfruttare tutto ciò che si ha fino all’ultima goccia per colmare la distanza che ancora c’è rispetto ai maestri anglofoni e transalpini. Il bello è che stiamo davvero provando a farlo.

    Certo, bisogna anche dire che abbiamo nel roster alcuni grandissimi fuoriclasse, perché va bene l’abnegazione collettiva ma senza talento sarebbe assai più duro il pane da mordere. La coppia di centri Brex-Menoncello, per esempio, se non è la più forte al mondo poco ci manca. Ioane e Capuozzo sulle ali, poi, sono motivo di invidia per molti, oltre che spina nel fianco delle difese. Placcatori granitici come Lamaro, il più prolifico di tutto il Sei Nazioni nel portare l’avversario a terra, e Cannone sono l’essenza del gioco. Le incursioni di Negri, uno che trova sempre il modo per avanzare palla in mano, stanno al rugby come le progressioni di Ganna stanno al ciclismo dei pistard. E molto altro ancora, con una coperta finalmente di lunghezza opportuna. Chi subentra, infatti, non fa rimpiangere chi esce. Si pensi a Zuliani il ruba-palloni o a Spagnolo, una delle più belle e recenti scoperte.
    A proposito di Capuozzo. L’ultima sua apparizione al Millennium non è glorificata su YouTube ma direttamente in paradiso. Ricordate, no? Tempo scaduto, punteggio sotto break, la palla che dal cielo piove nella metà campo azzurra e viene raccolta proprio da Ange che decide di coltivare grano dove tutti pensano non possa che nascere sterpaglia. Testa alta, un’occhiata al posizionamento di compagni e avversari prima di un’idea, folle ma solo per chi non ha né il suo cuore né le sue gambe atomiche. È il Tomba dei pali stretti a Calgary, il Maradona di Città del Messico: dribbla tutti. E quando una finta di corpo manda a stendere i panni l’ultimo gallese al culmine di ottanta metri di volata, lo scarico su Padovani per la meta, preludio della trasformazione di Garbisi che vale la vittoria, sancisce la nascita di un talento purissimo che oggi, due anni più tardi, è patrimonio dell’umanità rugbistica. Corsi e ricordi storici, prima del weekend scorso l’Italia non vinceva una partita proprio da quel giorno.

    L’appuntamento, quindi, è fissato per questo pomeriggio. Una vittoria azzurra significherebbe tante cose tra le quali il miglior posizionamento di sempre nel torneo, presumibilmente terzi, il primo filotto da tre partite utili consecutive, il superamento della famigerata prova del nove che spesso ci ha respinto. Nell’attesa delle scelte tecniche di Quesada, una certezza. Chi scenderà in campo darà sempre la sensazione di fare la cosa giusta al momento giusto, che nello sport significa aver fatto il possibile per essere migliori dell’avversario. Il vento è proprio cambiato e a Cardiff c’è la possibilità concreta che non possa essere fermato.

  • Tennis: Sinner-Alcaraz, si balla tra le stelle (e il numero 1 del ranking mondiale..). Di Teo Parini

    Tennis: Sinner-Alcaraz, si balla tra le stelle (e il numero 1 del ranking mondiale..). Di Teo Parini

    È per partite come questa che ci si allena ogni maledetto giorno. Immaginiamo lo stiano pensando entrambi, Jannik e Carlitos, a poche ore da un match che vale tutto l’oro che c’è. Non è la finale di Wimbledon, ma un giorno racconteremo pure di quella, ma solo – e si fa per dire – la semifinale di Indian Wells, torneo vecchio come il mondo e il prestigio pesante come granito che, nella mente degli organizzatori, avrebbe tutti i sacramenti per essere insignito dello status di quinto Slam. E chissà che un giorno possa diventarlo. Intanto è teatro di un accadimento importante per il tennis tout court e, ancora di più, per quello azzurro. Il perché è presto detto: vincesse Sinner la sfida titanica contro il più talentuoso giocatore in attività salirebbe al numero due del ranking mondiale, scapito proprio del rivale. Superfluo ricordare che per l’Italia sarebbe una prima assoluta.

    Sinner, al lato pratico, sono ormai settimane che gioca e vince da tirannico numero uno ma anche il computer vuole ma sua parte e, ad oggi, Alcaraz e Djokovic ancora lo sopravanzano. Ma, appunto, lo spagnolo ha ormai l’azzurro negli specchietti con la stessa foga di sorpasso da scomodare il Nigel Mansell d’annata, quello che trovava il pertugio per infilarsi anche dove non c’era. Un altro record da abbattere è quindi alle porte e, a guardare la contingenza, sembra essere alla portata dell’italiano che in questo 2024 non ha ancora perso una partita, inanellando un filotto di successi che lo colloca in compagnia dei più grandi interpreti del passato. Alcaraz, dal canto suo, è un enigma e pure di quelli belli grossi. Detto di lui come del miglior tennista attuale in quanto a qualità tecnica, Carlitos, dal trionfo di Wimbledon ormai di quasi un anno fa non ne ha più azzeccate molte e dal possibile domino incontrastato si è passati alla versione sbiadita che lo contraddistingue ormai da troppo tempo.

    Questa settimana, però, qualche automatismo si è rimesso in moto e la stesa riservata a Zverev, che lo aveva clamorosamente battuto in Australia, in tal senso è un discreto segnale di vitalità. Buon per il tennis, Sinner incluso, perché, considerata la penuria di talento che c’è in giro, il tennis ha bisogno come l’aria di un Alcaraz al top delle sue sconfinate capacità e, lo si è visto con il Fedal, le rivalità garantiscono la buona salute del circus. E non si vede cosa possa eguagliare la chance di vedere rivaleggiare all’ultimo sangue gli antitetici per eccellenza, Jannik e Carlitos. Il robot e l’artista: vi ricorda qualcosa? A Indian Wells, insomma, il piatto è bello ricco e che ne possa venir fuori un gran match ci sono tutte. Per i bookmakers è Sinner il favorito per il titolo, soprattutto dopo la clamorosa eliminazione di Djokovic per mano di un Nardi meraviglioso. Ma, si sa, i pronostici sono lì apposta per essere disattesi. La fiducia potrebbe essere l’ago della bilancia ed è inutile ricordare quanta ne abbia alle spalle l’altoatesino che ha disimparato la parola sconfitta.

    In ogni caso, alle nostre latitudini viviamo davvero un gran momento; momento che troverà il suo acme dopo l’estate quando – questa volta la previsione è nostra – avremo il primo numero uno al mondo della storia d’Italia. Nell’attesa di sapere chi si sveglierà lunedì mattina sul secondo gradino del ranking, un pensiero positivo va a Matteo Berrettini che, lontano dalla gloria che ha conosciuto nemmeno così tanto tempo fa, ha fatto il suo ritorno in campo e, considerata la sfiga endemica che si porta appresso, è di per sé un’altra bella notizia. Una delle tante dalle tonalità celesti.

  • La ‘garra’ latina di Italrugby.. e un futuro chiamato leggenda

    La ‘garra’ latina di Italrugby.. e un futuro chiamato leggenda

    Che fossimo diventati una signora squadra l’avevano detto i venti minuti di difesa furiosa che due settimane fa hanno sgretolato le certezze della Francia. Poi, il palo sfortunato che ha impedito agli azzurri di tornare da Lille con il trofeo Garibaldi ha un po’ offuscato i pensieri ma le avvisaglie che per la Scozia la trasferta a Roma di ieri non sarebbe stata una scorribanda di salute c’erano proprio tutte. Scozia che, per mettere le cose in chiaro, è uscita dai blocchi a cento all’ora sperando di spaventare questa nuova Italia facendo la voce grossa in avvio. Ha segnato due mete in dieci minuti ma proprio lì si è visto di che pasta è fatta la banda-Quesada. Perché non ha mollato di un millimetro, ha riordinato le idee e si è messa a macinare rugby. Di qualità.

    Quando hai in squadra due come Brex e Menoncello hai il dovere di pensare in grande perché quei due sono un’iradiddio, patrimonio dell’UNESCO, rappresentazione tridimensionale di ciò che è il rugby: cuore, testa, gambe, fosforo. Loro due, di tutto ciò ne hanno a chili e la meta di Brex, che è alba di una partita nuova e gloriosa, non è che la più scontata delle conseguenze. Spesso accade così: tu giochi le tue carte migliori ma l’avversario ti rende la pariglia sui denti, così l’inerzia ti sfugge di mano e non la riprendi più. Ecco, la sensazione che deve aver vissuto oggi la Scozia, che resta compagine fortissima ma il suo margine sull’Italia si è assottigliato al punto da costare loro il match odierno. Match nel quale gli highlanders sono rimasti a galla solo grazie alla competenza acquisita negli anni e il mestiere di chi è abituato a rigettare il concetto di sconfitta.

    Non vogliamo fare torto a nessuno perché ieri i ventitré in maglia azzurra hanno meritato tutti la lode, ma la capacità di placcare all’infinito con disciplina, Lamaro e Cannone in questo hanno due lauree a testa, è l’istantanea più bella che ci portiamo a casa da Roma, un pomeriggio di quelli che ti ripagano da anni bastardi nei quali le umiliazioni erano pillole amare da digerire. Invece siamo qua, con in mano la Cuttitta Cup a valle di un’impresa che racconteremo a sfinimento. Siamo belli anche perché ci complichiamo maledettamente la vita e le venti e passa fasi dell’ultima azione a possesso scozzese, con la possibilità concreta di perdere sul filo di lana in incontro già vinto, ci sono costate un infarto ma, si sa, senza sofferenza godi solo a metà.

    E poi c’è Lynagh e, per chi ha qualche annetto sulle spalle è questione di lacrimuccia. Già, perché il cognome è proprio quello di cotanto papà, uno dei più forti giocatori di ogni epoca che in passato impreziosì il campionato italiano. Non è finita, perché il figlio vestito d’azzurro ha messo a terra la meta della riscossa, sempre a proposito di belle storie da camino e amarcord. Menoncello man of the match a Lille, Brex a Roma. E pensa se quel palo nel cielo di Francia fosse rimasto due centimetri più in là. Vabbè, oggi è festa e terzo tempo sia. Birre in alto, questa volta è il caso di dirlo: eravamo pronti alla morte, abbiamo finito vivi e vegeti. Che meraviglia.

  • Rugby: Irlanda Inghilterra, molto più di una partita.. Go on home british soldiers!

    Rugby: Irlanda Inghilterra, molto più di una partita.. Go on home british soldiers!

    “For eight hundred years we’ve fought you without fear and we will fight you for eight hundred more”. È una strofa delle celebre canzone composta da Tommy Skelly all’indomani del 30 gennaio del 1972. Ricorda ai gendarmi di Sua Maestà che il popolo d’Irlanda non è in vendita, non lo è mai stato e non lo sarà mai.

    Ricorda, altresì, di quando i soldati del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico, in quella tristemente nota come ‘Operazione Forecast’, durante una manifestazione organizzata dalla NICRA, i difensori dei diritti civili negati dall’impero inglese ai repubblicani d’Irlanda, ricevuto l’ordine dal Colonnello Wilford fanno fuoco sulla folla pacifica. Derry, la domenica di sangue. Quattordici difensori dell’Irlanda libera restano sull’asfalto. Marciavano verso il ghetto cattolico di Bogside, reclamando uguaglianza, pari dignità lavorativa, diritto alla casa, la cancellazione del voto per censo. Contro la discriminazione razziale, l’apartheid nordirlandese, erano a migliaia. Finché incontrarono le mitragliatrici. Cinque uomini furono giustiziati alle spalle, disarmati. Non avevano che vent’anni. Uno, invece, lo freddarono guardandolo negli occhi mentre teneva le mani sul capo in segno di resa. Quattordici, in tutto, non faranno ritorno a casa. Quella giornata di ordinaria follia imperiale fu spartiacque, il punto di non ritorno. La protesta fin lì pacifica diventa lotta armata, resistenza per la sopravvivenza. IRA, Bobby Sands, gli eroi nelle carceri, il sogno di libertà. Il resto è storia.

    Tutto ciò per dire che Irlanda contro Inghilterra, qualunque sia il contesto, non potrà mai essere una vicenda normale, come un qualsiasi altro incontro di uomini. Figuriamoci nel rugby, dove le due anime d’Irlanda ancora divise si fondono per ottanta minuti in un’unica patria, accompagnati dalle note dell’”Ireland’s Call” in luogo dei rispettivi inni nazionali. Questione di orgoglio, memoria ed appartenenza. Rugby, più che mai paradigma di vita. “We’re not British, we’re not Saxon, we’re not English, we’re Irish and proud we are to be”, sempre attingendo dalla prosa di Skelly. E domenica pomeriggio, per la quarta giornata del Sei Nazioni 2024, le due compagini di Irlanda e Inghilterra tornano a fronteggiarsi, faccia a faccia, sulla strada del torneo sportivo più antico al mondo. No, non è mai una partita normale. Vecchie ferite mai cicatrizzate animano lo spirito degli irlandesi ogni qualvolta si tratti di sbrigare una faccenda che includa gli inglesi e il rugby – una guerra, detto con il senso della misura dovuto trattandosi pur sempre di un gioco – non fa ovviamente eccezione.

    A questo match, Irlanda ed Inghilterra ci arrivano in condizioni psicologiche opposte. I verdi sono la squadra più forte d’Europa, forse del mondo, e sono lanciati verso la conquista del trofeo e del secondo Grande Slam consecutivo. Una corazzata senza difetti, una meraviglia. I bianchi, invece, non se la stanno passando un granché bene dopo l’exploit mondiale, tanto che dopo aver rischiato di perdere all’esordio contro l’Italia sono finiti tritati dagli scozzesi abbandonando ogni velleità di successo finale. Sono pur sempre inglesi, dunque gente dalla competenza rugbistica intagliata nei cromosomi, ma c’è il rischio concreto che domenica possano vivere un pomeriggio terribile e di sognarsi a lungo quelle maglie dal colore dei prati. Sarà anche il primo scontro senza Sexton, il condottiero d’Irlanda nonché mediano d’apertura tra i più forti di ogni epoca, che ha da poco appeso le scare al chiodo e che per un ventennio ha suonato la carica.

    Sarà strano non vederlo dirigere le operazioni ma Jack Crowley ha testa, mani e gambe per farlo rimpiangere il meno possibile. Appuntamento, quindi, a domenica. Quando le lacrime che al solito segneranno il viso di qualche gigantesco alfiere d’Irlanda durante le note dell’inno che è patriottica appartenenza – perché succede sempre – ci ricorderanno una cosa importante. La bellezza di sentirsi parte di una nazione e di quanto si possa essere fieri della propria storia. “Ireland, Ireland together standing tall, shoulder to shoulder we’ll answer Ireland’s call!”. Già, spalla a spalla.

  • 51 per Dejan Bodiroga, il genio slavo scoperto da Mozart-Tanjevic che rifiutò sempre l’Nba- di Teo Parini

    51 per Dejan Bodiroga, il genio slavo scoperto da Mozart-Tanjevic che rifiutò sempre l’Nba- di Teo Parini

    Anni Novanta, penisola balcanica. La guerra che metterà fine al sogno della Jugoslavia dei popoli è tristemente in atto e, così, un ragazzino parecchio alto e con l’espressione stralunata di chi nasconde qualcosa, spesso un talento, per continuare a fare ciò che gli riesce meglio, che significa giocare a basket, molla tutto, aggira l’Adriatico e si trasferisce in Italia. A Trieste, dove un Vate della palla a spicchi lo accoglie a braccia aperte. Perché sa benissimo come andrà a finire. Dejan incontra Bogdan e, più che il titolo di un film, è la genesi di una parabola cestistica che in Europa non avrà eguali. Quella di Bodiroga e, ovviamente, di Tanjevic. E se il secondo definiva il primo il “Magic Johnson bianco”, perché quando una guardia palleggia come un play e fa venti punti di media a partita il paragone lo si può azzardare, ecco che quello che si verificò nella decade successiva fu obbligatoriamente meraviglia cestistica.

    E chi se ne importa se Dejan, chiamato dai Sacramento Kings per trasferirsi in NBA, disse no grazie, resto qui. Perché il talento non conosce i lati degli oceani e ben si sposa di qua e pure di là, questione di gusti. E a Bodiroga piaceva maledettamente il Vecchio continente, così noi ce lo godemmo sotto casa fino all’ultimo canestro. L’epopea inizia a Milano quando, da Trieste, il signor Stefanel sposta armi e bagagli nella casa delle Scarpette Rosse. Sempre a Milano, lo scudetto non lo si vinceva da un po’ e, si sa, da quelle parti la pazienza ha una scadenza breve. Anno 1995, il roster è di quelli potenzialmente esplosivi. Il regista è Nando Gentile e non serve aggiungere altro. Rolando Blackman, già un fattore in NBA, sa fare mille cose ma la più importante di tutte non se la fila mai nessuno. Ha i piedi talmente veloci che sul palleggio avversario difende con la pipa in bocca. Fucka, l’airone, ha mani di seta e più la palla scotta e più viene fuori la sua arte. I lunghi non sono proprio i primi della classe, detto per onestà, ma Baldi e Cantarello hanno comunque il pregio di farsi notare poco e lavorare molto, anche di gomito. E poi c’è il miglior sesto uomo della lega, il lupo Portaluppi, che esce dalla panchina, mette a posto i piedi sulla sua sua mattonella preferita e inanella triple come bere un bicchiere d’acqua. Infine, lui. Dejan Bodiroga, l’uomo che trasforma una buonissima squadra in una corazzata. La transizione da bello a vincente.

    Manco a dirlo, quel campionato se lo aggiudica Milano e, ciò che più conta, il popolo meneghino del basket torna a riempire il palazzo. Bodiroga al termine della cavalcata saluta tutti, lo attende il Real Madrid dove resterà un paio di stagioni prima di trasferirsi in Grecia, sponda Panathinaikos, dove inizia il suo rapporto privilegiato con la Coppa Campioni o come diavolo si chiama oggi. Ne solleva due e, poi, pure una terza, ma con la casacca blaugrana del Barcellona. In nazionale la musica non è troppo diversa: chi ha Bodiroga come compagno vince. Così, con la canotta della Jugoslavia e delle sue derivazioni successive sulle spalle, mette in bacheca due ori mondiali, un argento olimpico e tre ori europei. Un saccheggio inesausto.

    Prima di dire basta, Dejan fa ritorno in Italia, a Roma. Ventiquattro mesi, o giù di lì, nei quali non vincerà nulla di significativo ma, all’annuncio del ritiro, il pubblico capitolino gli riserva trenta minuti (trenta) di standing ovation. Tutti in piedi, a spellarsi le mani. Questione di DNA, quello che lo accomuna ad un altro gigante, forse il più grande di tutti, Drazen Petrovic. Già, perché era proprio suo cugino. Duecentocinque centimetri di abbacinante eleganza, Dejan sul parquet ha ricoperto con la stessa efficacia tutti ruoli previsti dal protocollo, fulgido esempio di futuristico All-Around. Un antesignano del gioco totale, campione che sta al basket come Cruijff al soccer. Leggenda vuole che Bodiroga attendesse sempre il minuto numero sette della partita per effettuare il primo tiro a canestro, mai prima, studiando meticolosamente compagni e avversari per sette giri di lancette. Ciò al fine di comprendere in quale veste, quel giorno e in quel contesto, potesse assurgere a fattore decisivo per spaccare in due la partita. Illusionista dai mille trucchi e calcolatore scientifico, quindi, tutto in uno.

    “Prima va a destra, poi va a sinistra, prende la mira e ciuff!”. Lo cantavamo noi supporter delle Scarpette Rosse che riempivamo gli spalti, tra estasi e incredulità. Un coro che, per le vie di Milano nei giorni dedicati all’Olimpia, sembra echeggiare ancora. Tanti auguri, Genio.

  • In difesa del calcio romantico: una lezione dalla Germania- di Teo Parini

    In difesa del calcio romantico: una lezione dalla Germania- di Teo Parini

    La domanda sorge spontanea. Chissà cosa avrebbero combinato le tifoserie tedesche se la situazione fosse stata quella barzelletta che è lo spezzatino italiano. Visto che per molto di meno in Germania hanno messo realmente a ferro e fuoco il mondo di un calcio sempre più intrattenimento e sempre meno sport. C’è, dunque, chi dice di no e, come vedremo, che vince la partita. Una volta era il soccer, disciplina popolare semmai ne esistesse una perché giocata dal popolo ad ogni angolo delle strade. Un lembo di terra spelacchiato, il cuoio di un pallone mezzo scucito, due maglioni a segnare i limiti di una porta dalla traversa virtuale. Spaccati polverosi di società entro i quali, del calcio, si apprendeva la tecnica di base, quella che adesso rischia di mancare anche sotto alle telecamere, oltre a qualche utile insegnamento di sport, quindi vita. Un bacino inesausto, quello di allora, di papabili campioni del domani. Infatti, il calcio italiano, in un mondo senza Euro e con decisamente meno globalizzazione capitalistica alle calcagna, fu faro nel mondo. Finito, tutto a puttane. Al prezzo che basta una Macedonia qualunque – detto con rispetto parlando – per farci osservare il Mondiale dal divano.

    Ma con le frontiere liquide e i confini un vecchio ricordo di mappe ormai ingiallite, non è che la situazione intorno a noi sia tutta rosa e fiori. Con la differenza che, come successo proprio in Germania, ad un certo momento i tifosi, del gioco e non della moda collaterale, si sono rotti il cazzo di veder fare carne di porco dai signori del profitto di un tassello di essenza popolare. Germania, dunque. La DFL, l’equivalente della nostra Lega che rappresenta le compagini della Bundesliga e della seconda serie, si apprestava a consentire l’ingresso di un fondo di investimenti che, versando la modica cifra di un miliardo di euro, avrebbe messo i tentacoli per i prossimi vent’anni sulla gestione televisiva, i famigerati diritti, e sulle sponsorizzazioni annesse. Cash, immediato e, sostanzioso, in un ecosistema sociale dove tutto è in vendita, passioni incluse. In soldoni, è proprio il caso di dirlo, con meccanismi siffatti le varie leghe cedono una fetta dei propri ricavi futuri in cambio di danaro anticipato. Liquidità facile e polvere sotto al tappeto. I burattinai del soccer teutonico, però, non avevano fatto i conti con l’oste, quindi i tifosi. Che, apprese le intenzioni e con la prospettiva di ripercorrere le sciagurate strade dello spezzatino televisivo già sperimentate altrove, oltre all’ovvia subordinazione ad un fondo libero di fare e disfare a piacimento, si sono messi di traverso.

    Così, da dicembre in qua, hanno scatenato tutta la fantasia di questo mondo per inscenare una protesta sacrosanta e pacifica. Non una pagliacciata: le partite, infatti, spesso sono incominciate e poi fermate dal nein del popolo del calcio. Lancio di monete di cioccolata, maiali di plastica, macchine telecomandate che rilasciano scie di fumogeni, porte lucchettate con biciclette legate ai pali, pioggia di aeroplanini dagli spalti, striscioni di scherno, invasioni di campo. Insomma, un no autoritario al calcio dei ricchi e alla brama di danaro della DFL. Vivaddio, a qualcuno la svendita della patria, in tutte le sue caleidoscopiche espressioni, continua a non piacere. Purtroppo succede in Germania e non qui, ma tant’è. Così, l’establishment pallonaro si è visto costretto a rispedire al mittente le avance del private equity britannico CVC Capital Partners. Quello che ha già avuto modo di arraffare il Sei Nazioni di rugby e il circuito WTA (le donne) del tennis. Riassumendo, il calcio tedesco, forte dei voleri della lega e della maggioranza dei due terzi dei club, ha prima accettato di dare il fianco all’invasione dei fondi, sulla scia di Inghilterra e Francia, salvo poi vedersi costretti alla precipitosa retromarcia.

    La posta in palio era, anzi è, alta, si chiama tradizione.
    Per rendere l’idea dell’ontologica differenza tra il loro mondo e il nostro, in Germania vige ancora la regola del “50+1” che, in parole povere, significa che la maggioranza delle quote di un club debba rimanere nelle mani dei soci, quindi i tifosi, e non di un unico soggetto, magari straniero. Tipicamente, un fondo che mandi a puttane anni di storia e viscerale passione. Perché, dicono i tifosi, va bene la voglia di alzare i ricavi che agita i sonni dei club, fino ad un certo punto, ma senza che si mandi in vacca l’idea di un soccer depositario di cultura popolare e, per quanto possibile, ancorato a valori sociali. Come lo è stato. Allo scopo è nata la cosiddetta “Unsere Kurve”, una sorta di sindacato di tifosi trasversale ai vari club capace di raccogliere e veicolare il malcontento e trasformarlo in una protesta unisona, quindi efficace. È proprio vero che l’unione fa sempre la forza e, pertanto, nello spirito del no allo snaturamento, no alla frantumazione del calendario, no alle partite giocate in qualche emirato dentro stadi irraggiungibili e deserti e no al prezzo proibitivo dei biglietti, i tifosi tedeschi hanno urlato sì: al calcio di tutti.

    È comunque una goccia in un oceano, vero. Ma è carica di un eccezionale valore simbolico e, soprattutto, foriera di un messaggio che può assurgere al ruolo di punto di svolta per chi avrà la forza di reagire: non tutto di questa vita può essere prezzato. L’anima di un popolo, per esempio. E, considerato il momento storico nefasto a fargli un complimento, non è certo il caso di fare gli schizzinosi. È una buona notizia e la speranza è che faccia proseliti. Perché no, anche qui da noi.