Autore: Teo Parini

  • ‘You cannot be serious..’. Mac, 65 anni di genialità tennistica, di Teo Parini

    ‘You cannot be serious..’. Mac, 65 anni di genialità tennistica, di Teo Parini

    Per le truppe cammellate del politically correct, noiose e bacchettone, fu Super Brat, lo spaccone capace di inquinare con i suoi atteggiamenti sopra chissà quali righe il contesto impomatato di circoli spesso nobiliari. Wimbledon per esempio. Per tutti gli altri aficionados dell’universo tennis, invece, fu Super Mac, un essere mitologico spedito dagli dèi della disciplina sul pianeta Terra per cambiare l’ordine precostituito delle cose. Quindi, divisivo come solo le personalità più ingombranti, c’è chi lo detestò e chi non seppe più farne a meno. Al punto che, finita in soffitta la sua racchetta di legno, nulla di un gioco come il tennis fu più lo stesso. Nemmeno con Federer, detto con il religioso rispetto per il dioscuro svizzero.

    Di John McEnroe si possono dire un sacco di cose, magari che fu, anzi lo è ancora, il volleatore più forte che abbia mai messo piede su un playground. Oppure che, parafrasando Gianni Clerici che lo cantò in maniera mirabile, tutti dovremmo ambire nella vita a farci accarezzare da una donna come McEnroe fu in grado di fare con la pallina. Aspetti meravigliosi di un tennista meraviglioso, tuttavia ciò che è più importante, perché baciato dal requisito dell’oggettività, è che fu spartiacque, il punto di non ritorno. Prima c’era un tennis e poi ne sopraggiunse un altro, quello odierno. In mezzo, solamente lui, a sublimare il gioco che fu pallacorda e archetipo di eleganza stilistica. Un gioco esigente se si pensa all’educazione tecnica che si rendeva necessaria allora, molto meno democratico di quanto non sia adesso che attrezzi tecnicamente perfetti concedono una chance quasi a tutti; un gioco che McEnroe, se da una parte lo ha reso planetario come solo le cose belle sanno essere, dall’altra ne ha fatto il suo personale giardino di casa, con gli altri a guardarlo dipingere un tennis, naif e ingestibile, spesso impotenti.

    Come nel 1984, l’anno di grazia impresso sugli almanacchi come il vertice della sua parabola tennistica. Una dittatura, aristotelica e feroce, che per gli amanti dei numeri significa ottantatré match vinti e tre soli presi in dodici mesi, uno ogni quadrimestre. Uno di questi, rimediato contro l’odiato e antitetico Lendl, è il paradosso che forse meglio dice di Mac. Quel giorno, calcando i campi di mattone tritato in Bois de Boulogne, esibì – per dirla alla maniera di Rino Tommasi – le due ore di tennis giocate sul rosso, lui che fu forgiato per dominare il cemento, più formidabili di sempre. Dimostrando, al cospetto di uno che ha aperto l’epopea purtroppo perdurante dei corri-e-tira moderni e che sulla terra battuta contava su almeno un paio di lauree, che l’arte del serve-and-volley non conoscesse limiti di efficacia e applicazione. Non un esercizio donchisciottesco, quindi, ma la presa del Palazzo d’Inverno percorrendo il sentiero più scosceso. Coraggio e talento. L’acme – un pomeriggio che sta al tennis come la finale di coppa dei campioni persa a Istanbul dal Milan forse più forte di sempre sta al soccer – nel giorno di una sconfitta, forse l’unica che ancora gli toglie il sonno. Perché, si sa, i geni come lui non riescono mai ad essere banali in ciò che fanno e, magari, disfano.

    Lo ricordiamo oggi perché per John le primavere sono nel frattempo diventate sessantacinque. Metà delle quali spese combattendo, racchetta in pugno, contro avversari assai più valorosi di quelli che avrebbe incontrato ora e contro i demoni di una personalità abbacinante e complessa. Noi, che comunque vada non smettiamo mai di cibarci di tennis e un occhio di riguardo lo abbiamo sempre per chi fa lo sforzo di elogiare più la bellezza che l’efficacia, non possiamo che essergli grati. In tal senso, McEnroe è la Venere del Botticelli, ogni volta che la guardi ti sorprende con un dettaglio mai notato prima. E se la bellezza, anche la sua, con buona pace di Dostoevskij non ha salvato il mondo (del tennis) considerata la contingenza, Super Mac ci aiuta a comprendere ed apprezzare una delle definizioni, sempre di bellezza, più azzeccate che siano mai state concepite. Quella sussurrata da Alda Merini, per la quale “la bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”. La poetessa dei Navigli sembra proprio parlare di lui, il discolo che a scuola tormenta la pazienza dei professori con quel ghigno beffardo stampato sul volto. John, buia tormenta dentro e luce tutt’intorno a illuminare il nostro sport preferito.

    Tanti auguri, Genius.

  • I primi 60 anni di Gianni Bugno, tra Italo Calvino e Michelangelo- di Teo Parini

    I primi 60 anni di Gianni Bugno, tra Italo Calvino e Michelangelo- di Teo Parini

    Quelli che la facevano facile, una follia trattandosi di sport, erano soliti ripetere a quel tempo che, con tutto il talento del quale era stato dotato da Madre Natura, il suo palmares non è che fosse poi così ricco. Bontà loro, si immaginavano che si potesse vincere un Tour de France per diritto divino, quando l’avversario era forse il più grande corridore sulle tre settimane di corsa degli ultimi cinquant’anni, Miguel Indurain. O una Parigi – Roubaix, tanto cosa volevi che fosse mettere la bicicletta davanti a Museeuw sulle pietre coperte di fango? Un brutto vizio culturale, che italiano lo è sicuramente, quello di credere che per vincere sia sufficiente mettersi in testa di farlo. Ma non è così nemmeno alla sagra del paese, figuriamoci tra i satanassi del professionismo.

    Gianni Bugno nato in Svizzera ma trapiantato in Lombardia, e per un po’ a Carpenzago nella nostra terra, è vero, ha potuto godere di doti naturali esageratamente sopra la media degli avversari, infatti la sua ruota è finita spesso e volentieri per varcare per prima la linea d’arrivo, altroché. Va bene, il Tour che ha finito per respingerlo anche nei suoi anni migliori, ma c’è davvero qualcuno che, anche con la ragione del poi, ha ancora la faccia tosta per criticare la sua carriera? Con un Giro d’Italia vinto indossando la maglia rosa dal primo all’ultimo giorno – e chi l’ha mai più rifatto? – due titoli di campione del mondo, la Sanremo scappando già sulla Cipressa, il Fiandre infilzando un triumvirato da pelle d’oca come quello composto da Museeuw, Ballerini e Tchmil, tappe a ripetizione nei GT con doppietta in cima all’Alpe d’Huez, tutte le classiche del calendario italiano, la San Sebastian e di sicuro ci stiamo dimenticano di altro, davvero c’è ancora qualcuno con l’indice alzato?

    Uomo per tutti i terreni, il Gianni, con l’articolo determinativo davanti perché era sufficiente il nome per capire di chi si stesse parlando, faceva la voce grossa ovunque. In pianura come in salita, a cronometro o in volata. Da febbraio a ottobre, come si usava una volta, quando a computer di bordo, misuratori di dati clinici e diavolerie elettroniche varie, si facevano preferire sensazioni, ascolto del proprio corpo e improvvisazione. Tutto senza stagioni, che sembra, proprio perché lo è, tutta un’altra epoca. Ma per noi che il ciclismo non sarà mai una spulciata di almanacchi, Bugno è sì il plurivincitore di cui sopra, ci mancherebbe, ma è soprattutto inavvicinabile paradigma di una bellezza ciclistica mai più avvicinata. Gianni, in sella, fu opera d’arte, appagamento degli occhi e del palato, sincera invidia per chi provasse nel tempo libero a scalciare sulle pedivelle il più forte possibile. Nureyev che balla, McEnroe che gioca una volée di rovescio, Maradona che dribbla, Deborah Compagnoni che pennella una curva, Leonard che combina destro e sinistro, Campese che si invola verso la meta: siamo a questi livelli. La pedalata di chi faceva sembrare che la fatica si fosse scordata di lui, tanto fu intrisa di eleganza biomeccanica e di una leggerezza ingannatrice, perché capace di celare il vigore di quadricipiti inesausti e potenti.

    Ci sono due tipi di campioni. Il primo è quello di coloro che, pur non godendo di una particolare forma di talento, suppliscono con abnegazione, che a ben pensarci è anch’essa una forma di talento, e cuore per scalare le gerarchie. La sensazione che emanano – errata, ovviamente, ma comprensibile – è quella di uomini proprio come noi aficionados, solo più determinati, tanto da far credere di poter essere come loro se solo lo si volesse. Il Diablo Chiappucci quale splendida nemesi del Gianni, per esempio. Lo dice uno che ha visceralmente venerato (e preferito) il varesino e pianto con lui sulla strada del Sestriere e della leggenda, proprio perché archetipo e protagonista di quelle belle storie da brutto anatroccolo che diventa cigno; storie di sport che suscitano nei tifosi un senso di appartenenza fortissimo. Il secondo, invece, è quello elitario dei predestinati, la nobiltà genetica. Li guardi e ti chiedi se anch’essi umani o di qualche genere superiore, tanto li si vede compiere gesti non replicabili da chicchessia. Il sottoinsieme del ciclismo che annovera tra le sue fila Coppi e Bartali, Merckx e Gimondi, Saronni e Pantani, Contador e Pogacar. E Gianni Bugno. Esserci dentro non significa affatto bypassare la necessità di lavoro e fatica che sono l’essenza del ciclismo, ma la specificità di questi campioni è proprio l’impressione che ne potrebbero fare a meno. Bugno, che il compianto e irripetibile cantore delle due ruote Gianni Mura ribattezzò “Vedremo” per quel suo modo ricorrente di rispondere agli intervistatori e per quel suo fare serioso ed enigmatico, fu, a scanso di equivoci, un professionista serissimo; uno che non ha mai saltato una sessione d’allenamento perché, prima di tutto, il ciclismo esige rispetto. Al pari delle fatiche paterne. “Papà lavora in lavanderia – diceva – e io lavoro in strada”. Che piova, faccia caldo o tiri vento. Roba da ciclisti.

    Se oggi siamo qui a parlarne, è perché Gianni ha da poco fatto cifra tonda, quella dei sessant’anni, anche se il viso è sempre quello di un ragazzino, con Chronos che pare sia sempre benevolo con lui. Se la rivalità con Chiappucci ha inchiodato alla tivù milioni di spettatori e creato fazioni quasi calcistiche, è proprio il confronto di stili con il rivale, antitetico semmai ce ne fosse uno, che consente di sintetizzare con una breve chiosa quel che ha rappresentato Bugno per noi, quindi tantissimo. La prendiamo in prestito da un articolista della Gazzetta – che ringraziamo – perché brillante ed esemplificativa. Bugno, scrisse, è il gentiluomo che si veste di tutto punto senza lasciare alcun dettaglio al caso per inginocchiarsi di fronte a una donna, con il rischio gli possa rifiutare l’anello. Chiappucci, invece, è quello che tocca il culo a tutte, finché qualcuna ci sta. Similitudine che, probabilmente, gli strapperebbe un sorriso. Odiava le interviste, era allergico alle luci dei riflettori, non conosceva il significato della parola loquacità. Eppure diventò mito, mito di anni mitici, quelli della decade del novanta, che per il ciclismo hanno significato il punto apicale della grandeur degli albori, la sublimazione della pionieristica concezione di essere ciclisti, l’anticamera felice di stravolgimenti un po’ meno felici.

    “Non ero forte in salita, non ero forte in volata, non ero forte neppure a cronometro. Mi arrangiavo un po’ dappertutto. Di certo non ero capace ad andare in bici. Cercavo solo di fare quello che fanno tutti: restare il più possibile in equilibrio per non cadere”. È l’attacco destabilizzante della sua prima autobiografia che, non ce ne vorrà, non corrispondendo affatto al vero esemplifica efficacemente il concetto di umiltà quale dote imprescindibile degli uomini realmente virtuosi. Disse a riguardo Italo Calvino: “Le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure; per poco uno le dichiari o se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso o addirittura meschino”. Gianni, in tal senso, silente e schivo per desossiribonucleico ha sempre fatto parlare le sue imprese. E se per Michelangelo “L’esperienza ha poco da insegnare se non viene vissuta con umiltà”, è proprio dai campioni come Bugno che non si smette mai di imparare. Ha fatto grande il nostro sport preferito e il ciclismo di rimando lo ha reso uno dei suoi miti più belli. Pertanto, agli auguri per il traguardo anagrafico e al calice sollevato, aggiungiamo un grazie financo commosso per il privilegio di averlo potuto ammirare così da vicino. Alla tua, Gianni.

  • Tennis: elogio al talento di Ernests Gubils, che perse mezzo milione al casinò di Riga- di Teo Parini

    Tennis: elogio al talento di Ernests Gubils, che perse mezzo milione al casinò di Riga- di Teo Parini

    Questione di fame, si dice in questi casi. Basterebbe chiedersi come possano avere dentro lo stesso sacro fuoco uno che il tennis ha iniziato a giocarlo su campi improbabili schivando le bombe che dilaniavano la sua nazione e uno che, invece, per uscire di casa aveva la possibilità di scegliere tra una Ferrari, un jet privato e un sottomarino. E non è un’iperbole. Infatti non ce l’hanno. E il talento, purtroppo ma solo per gli amanti della bellezza sopra ogni cosa, non c’entra nulla; perché nel tennis, si sa, è paradossalmente piuttosto remota la possibilità che il più talentuoso sia anche il più forte. Non a caso, il primo, quello abituato a guardare che dal cielo non piovano ordigni, è diventato il giocatore più forte della storia del gioco, della Terra e di eventuali altri pianeti, mentre il secondo, baciato da una forma epocale di talento, con gli almanacchi non è che abbia costruito chissà quale feeling. Uno, sempre il primo, è ovviamente Novak Djokovic; l’altro è quello che, a farci quattro chiacchiere, non capisci mai se è pazzo o geniale, ma solo perché è entrambe le cose, e all’anagrafe fa Gulbis, Ernests Gulbis.

    Figlio di Ainars, magnate dell’energia nonché terzo uomo più ricco della Lettonia, e di Milena, attrice e donna meravigliosa, che non si sia dedicato al tennis per diventare ricco, del resto lo era già, o famoso, idem, o per girare il mondo, vedi i mezzi di locomozione di cui sopra, è una cosa che ripete spesso. “Gioco per darmi un obiettivo”. Quello di poter dire a sé stesso di aver raggiunto il livello dei migliori, se possiamo permetterci di interpretare il suo pensiero, vanitoso e criptico. Vien da sé una certa allergia per il lavoro duro che, se per i colleghi è pane quotidiano, per lui è congiura. Così, difficilmente lo si è visto tirato a lucido e con il serbatoio della benzina pieno all’atto di scendere in campo. Ernests, e qui si rischia di sbagliare per difetto, ha dilaniato nell’arco della carriera qualcosa come mille racchette, che non è certo un motivo di vanto, anzi, ma è l’assist buono per provare a delineare gli strani connotati del personaggio che, troppe volte e troppo in fretta, lo si è etichettato come negativo. “Ne rompevo una sessantina a stagione – racconta – e poi, per sentirmi ancora più un idiota di quanto già non fossi, mi recavo alla fabbrica per guardare gli operai che producevano i miei attrezzi. Così mi ci sentivo”. Sipario.

    Tornando al tennis giocato, chi pensa sia stato solo un fenomeno da baraccone – effettivamente in più di una circostanza si è davvero messo d’impegno per sembrarlo – prende un abbaglio. Ernests, che se oggi parliamo di lui è perché ha deciso che con il tennis agonistico possa bastare così, è stato giocatore vero. Verissimo. Detto di una forma abbacinante di talento e, aggiungiamo adesso, di una mano che parafrasando il vate Clerici vorremmo ci accarezzasse tanto è raffinata, non si diventa il numero dieci al mondo per le casualità della vita, serve sostanza e neppure poca. Obiettivo centrato all’indomani di una semifinale Slam, in quel di Bois de Boulogne, disputata e persa – guarda un po’ – contro Djokovic, quello delle bombe, ma solo dopo averlo messo alle corde su una superficie per giunta non ideale fino all’inevitabile accensione prematura della spia della riserva. Fa niente se, una volta fatta la doccia, anziché partire per Londra con destinazione Queen’s Club Championships come da programma scelse di tornare a Riga con il gruzzolo racimolato a Parigi, mezzo milione di euro mal contati, per farsi accompagnare dal cugino spiantato al casinò. Dove un rosso e nero sbagliato fece evaporare in una sola puntata il frutto delle fatiche (si fa per dire) parigine, con il suo accompagnatore costretto a pagare cocktail e, si dice, signorine.

    Non dev’essere mica tanto facile vincere sei tornei ATP, battendo qua e là un paio di volte Federer, con attitudini simili e un addome più riempito che scolpito. Cose da Gulbis, insomma. Come il suo rovescio, per esempio, uno dei colpi bimani più belli ed efficaci del tennis moderno. Per intenderci, siamo ai livelli elitari di un Safin, sempre a proposito di follia, e di un Nalbandian; detto a beneficio di chi ancora si ostina, perché accecato dal bigottismo del politicamente corretto e che vorrebbe i tennisti stereotipati in fotocopia e silenti, a non voler ammettere che Ernests è di quelli che non capitano tutti i giorni. E se la dinamica del dritto era bizzarra e inaffidabile almeno quanto lui, in compenso il servizio sapeva essere demoralizzante ma solo per gli avversari. Una sentenza, al pari della morte e delle tasse, quando la testa era sgombra da nubi.

    Si diceva del talento che, se inteso come la capacità di risolvere situazioni intricate e ad altri precluse con disinvoltura, fa proprio scopa con Gulbis. Per il semplice fatto che la sua competenza tecnica è stata realmente da primo della classe. È bravo ma non si impegna, come si direbbe allo scolaro discolo e brillante insieme. Del resto, la vita è una sola e se finisci in galera, magari a Stoccolma, è logisticamente difficile che ti stia adeguatamente preparando per il prossimo torneo. Ernests, in arresto, ci è finito davvero. “Agente – disse al poliziotto che lo scortava – lei, quando conosce una ragazza, prima di andarci a letto domanda che mestiere fa? Vede, agente, a me non interessa”. La donna in questione, di lavoro faceva la prostituta e pare che a Stoccolma non fosse cose gradita quella di chiudere la nottata con lei. Il nome, Ernesto, lo deve alla passione dei genitori per Hemingway mentre il corredo cromosomico molto probabilmente è eredità del nonno, cestista che fece grande la nazionale sovietica. Di Ernests capì tutto quella vecchia volpe di Niki Pilic, manco a dirlo il primo allenatore di Djokovic e mentore di chissà quanti campioni, che osservandolo giocare ancora ragazzino decise saggiamente di non compromettere il fegato inseguendo le traiettorie sinusoidali del lettone: “Troppo ricco e troppo talento – disse – per cavar fuori qualcosa di buono”, prima di lasciarlo andare incontro al suo imprevedibile destino tennistico.

    Se il suo sogno è sempre quello di poter incontrare, chissà dove, Einstein per conversare un po’ sul senso delle cose, pur nella convinzione probabilmente infondata che il genio della relatività mai avrebbe accettato l’invito di “uno stupido atleta”, tanto per usare le sue stesse parole, con quelli come Federer o come Nadal, dioscuri in campo ma molto meno fuori, non è mai stato troppo tenero. “Noiosi in ciò che esternano – era solito ripetere, attirando, così, l’ira di milioni di tifosi – mica come quei pugili che alla cerimonia del peso se ne urlano in faccia di tutti i colori”. Eppure, anche se sembra impossibile, ci sono stati dei momenti nei quali Gulbis ha tentato di violentare l’indole inadatta a fare fronte alle insidie psicologiche che propone la disciplina del diavolo per alzare quella benedetta asticella che le sue qualità tecniche avrebbero potuto spedire in cielo. Allora, per recuperare un minimo di condizione dopo settimane di bagordi, lo si è visto fare a sportellate in tornei Challenger, dove i campi fanno schifo, l’organizzazione è alla viva il parroco e si incontra gente che pur di arrivare dorme in auto e sputa sangue su ogni palla, come se da ciò dipendesse la propria sopravvivenza. Sempre a proposito di fame. Non troppo tempo fa, poi, si è giocato anche l’ultima carta del mazzo, assoldando Piatti e trasferendosi a Bordighera nel tentativo di tornare in alto. Ma si sa, c’è poco da inventare nello sport, figuriamoci nel tennis e non c’è Piatti che tenga.

    Anche noi, che tennisticamente lo amiamo in maniera viscerale, lo avevamo perso di vista ormai da un po’, tanto per dire che l’annuncio a mezzo social del ritiro non è che ci abbia colto di sorpresa. Se è vero che il tennis farà benissimo a meno di uno che, sovente, non è stato archetipo di dedizione alla causa, per usare un eufemismo, è altrettanto vero che, di un tennis omologato, robotico e allergico alla fantasia, Gulbis ha rappresentato la ventata d’aria fresca. L’effetto sorpresa, l’idea che potesse accadere qualcosa di non preventivato, l’elogio dell’eccesso e della bellezza. Hai detto niente. “I pazzi e gli ubriachi sono gli ultimi santi della terra”, disse Charles Bukowski. Se il pensiero del guru del realismo sporco corrispondesse a realtà, e a noi piace terribilmente pensarlo, Ernests Gulbis, che vivaddio è sia uno che l’altro, in un giorno che si spera essere il più lontano possibile lo si vedrà scorazzare in Paradiso. Con una coppa di Gout de Diamants in mano e il sorriso beffardo di chi a prendersi troppo sul serio non ne vuole proprio sapere.

    Hey Ernests, dov’è che si va stasera? Sì, va bene, ma offri tu.

  • Italrugby, la dura (e prevedibile) lezione irlandese- di Teo Parini

    Italrugby, la dura (e prevedibile) lezione irlandese- di Teo Parini

    Un bambino che canta l’Ireland’s call, inno che unisce le due anime irlandesi, sarebbe già sufficiente a giustificare la scelta di dedicare la domenica pomeriggio al rugby. Elogio della bellezza. Anche senza più un mito come Sexton, capitano inscalfibile che era solito commuoversi anche dopo mille battaglie ascoltando l’invito canoro a stringersi spalla a spalla, che ha appeso le scarpette al chiodo. Espletati i convenevoli, la partita è andata così come fosse logico preventivare: un corrosivo monologo verde. Troppo forte questa Irlanda, e non solo per gli azzurri, costretti a spendere tutto il serbatoio già nei primi venti minuti, chiusi sotto per cinque a zero e con un calcio di punizione piuttosto facile sbagliato da Garbisi che avrebbe addirittura portato l’Italia a muovere per prima il punteggio. Per chi non lo sapesse, venti minuti di palla ovale, mischie e placcaggi sono un’era geologica.

    L’Irlanda è un collettivo impressionante, toglie il fiato per quanta pressione riesca a mettere in campo, tanto che dev’essere davvero un incubo sportivo quello di trovarli di fronte. Furia agonistica sì, ma tutt’altro che cieca, perché i verdi ci vedono benissimo e uniscono al vigore bestiale una competenza tecnica con pochi eguali. Ferro e piuma, questi diavoli si passano la palla alla stregua di playmaker da NBA, no look, traiettorie telecomandate che incontrano mani solide nella presa e idee piene di fosforo. Mani dure come il granito ed educate come il velluto. La lezione è severa, certo, ma tutto nella normalità delle differenze strutturali che nel rugby difficilmente possono essere sovvertite in una sola partita.

    Per la verità qualcosa di interessante l’Italia l’ha anche fatta vedere qua e là, ma la competenza avversaria ha finito per amplificare a dismisura i nostri limiti. Che sono i soliti: non portiamo a casa una touche nemmeno a pagarla e la mediana non è in grado di gestire palloni con la necessaria rapidità. E con queste lacune, unite a troppi errori individuali dettati dallo stato permanente di apnea, affrontare l’Irlanda significa sofferenza alla potenza enne. Anche la mischia, a ben pensarci, è stata sbriciolata dai pari ruolo avversari e così il punteggio finale di 36 a zero non è nemmeno così terribile. Certo, non segniamo punti ed è un bel problema, ma non è dalla trasferta di Dublino che passa il giudizio del nostro Sei Nazioni.

    In uno sport che più di squadra non si può, una menzione speciale ci si sente di farla per il neozelandese d’Irlanda, James Lowe. Uno che probabilmente di quadricipiti ne ha quattro e che unisce alla cinetica di una massa che invece alla velocità della luce una qualità nei fondamentali del rugby da manuale, oltre ad un’eleganza nella falcata da duecentista olimpico che non guasta mai. Uno spettacolo della natura. In casa Italia, invece, è purtroppo particolarmente negativa la partita di Varney, sono spuntate le ali Ioane e Capuozzo, i due che più hanno risentito della mancanza di possessi, è fragile come cristallo la prima linea. Caparbi i placcatori, vedi capitan Lamaro ma non solo, e se qualche uomo verde è scappato dalla rete azzurra non è certo imputabile alla scarsa abnegazione dei difensori ma alla necessità di fermare uno tsunami con le mani. Bisogna essere onesti: l’Italia fa passi da gigante, e chi lo nega è in malafede, ma le tre o quattro squadre che comandano il ranking mondiale, tra le quali ci sta l’Irlanda che forse guarda tutti dall’alto, fanno un altro sport. Giù il cappello.

    Con in mano la birra del terzo tempo, perché nel rugby si usa così e oggi regna la Guinnes per dovere di ospitalità, è già ora di pensare alla Francia che tra due domeniche ci ospiterà per il terzo turno del torneo. A Lille, perché Parigi è già in modalità olimpica, abbiamo il dovere di dimostrare che la lezione incassata a Dublino è stata presa dal verso giusto. Nello sport, lapalissiano, si cresce un pezzetto alla volta, non ci si inventa niente e, più di tutto, l’importante è non fermarsi mai nella volontà di migliorarsi. Avanti, allora, con il giusto ottimismo. Perché, fortunatamente, non ci sarà sempre una marea verde ad agitare i nostri pomeriggi e abbiamo le qualità per insinuare qualche dubbio nella mente di tutti gli altri. Senza paura.

    -foto tratta da pagina Facebook Federazione Italiana Rugby-

  • Ciclismo: salvate (salviamo..) il soldato Pozzovivo- di Teo Parini

    Ciclismo: salvate (salviamo..) il soldato Pozzovivo- di Teo Parini

    Nel caso si facesse avanti con in mano una proposta contrattuale una squadra Professional, quelle di seconda fascia immediatamente sotto al gotha costituito dalle WorldTour già con tutti gli effettivi sotto contratto, per Domenico Pozzovivo si spalancherebbero le porte del Giro d’Italia numero 18 – sì, diciotto- affiancando in testa a questa speciale classifica all time Wladimiro Panizza. Un’attestazione che certificherebbe a suon di record la sua longevità ciclistica peraltro già sotto gli occhi di tutti. Non è un raccomandato, il Pozzo, quindi se da un ventennio l’ingaggio puntualmente bussa alla sua porta è perché, nonostante un rapporto conflittuale con la sorte che a chiamarlo mortificante lo si sottostima, è corridore vero, serio e affidabile come una vecchia Panda che mai si sarebbe sognata di lasciarti a piedi.
    Non è mai stato un grande campione ma, cadute a parte, Pozzovivo è uno di quelli che quando infuria la battaglia in salita lui immancabilmente risponde presente. Sempre, anche quando ha in corpo più bulloni che ossa, che lo costringono ad una postura in sella ai limiti dei principi che regolano l’equilibrio dei corpi e che non si capisce, da quanto brutta a vedersi e assimetrica, come possa sprigionare cotanto vigore. Ciò, sommato al fatto che la corporatura minuta lo rende scalatore vecchia maniera, quindi baricentro basso, massa grassa con percentuali da prefisso telefonico e rapporto infinitamente lungo a scandire il passo quando la strada si imbizzarrisce sotto le pedivelle, frangente nel quale fila come un treno. L’obiettivo Giro non è l’unico.

    Due, infatti, i desiderata di Domenico per questa sua possibile ultima stagione da Pro che si spera lo collochi in un team all’altezza: la kermesse italiana, come gia detto, e nel contempo una laurea da chiudere. Si, perché il Pozzo ha sempre pensato che macinare chilometri in sella alla bicicletta, e basta, lo avrebbe fatto godere solo a metà, nella convinzione sacrosanta che anche la mente sia sempre qualcosa da tenere allenata. Pertanto, al quasi-Dottore tascabile che viene da Policoro serve urgentemente un Team che si faccia avanti, ora. Perché, tempo un mese, si comincia a fare sul serio, tra Strade bianche e Sanremo e con il Giro nemmeno troppo più in là da preparare. Con la meticolosità che, per un quarantenne come lui, non è la stessa cosa di un giovanotto.
    A proposito, disse un tempo Gianni Faresin, un altro che con serietà certosina ha allungato a dismisura la sua carriera, che passati i trent’anni occorre aggiungere sempre più intensità nella preparazione alla stagione che verrà, ogni anno che passa di più, per riconfermare i valori dei test biomeccanici fissati nei dodici mesi precedenti. Lo sa bene, Pozzo, che, non a caso, morde il freno per saltare in sella. Insomma, fatevi avanti che Pozzo scalpita. Il che, giusto dirlo, non sarebbe un’opera di carità applicata al ciclismo e gentilmente concessa dalla filantropia del magnate di turno, si tratterebbe di mettere nella propria squadra un capitano vero per la corsa rosa; uno capace di dare il meglio di sé quando le telecamere internazionali aprono la diretta, per tutta la gioia degli sponsor. Con la sua maglia attorniata dai campioni che hanno ambizioni di gloria intagliate nei cromosomi. Morale, un investimento a capitale garantito.

    Nato nel novembre del 1982 e professionista dal 2005, Pozzovivo per la bellezza di sette volte ha chiuso il Giro in top 10 e quando non ci è riuscito è perché la sfiga ha storicamente trovato godimento nell’accanirsi su quella sagoma sgraziata perché violentata dai chirurghi. Chiamati, questi ultimi, a rimettere in ordine ogni volta il suo corpo a mo’ di puzzle da duecento pezzi. Sicuramente, Domenico alleati di pedalare è riconoscibile tra mille: in sella, infatti, il suo corpo pende tutto da una parte da sembrare una minuta riproduzione della torre di Pisa, tra gambe di lunghezza e muscolatura diversa, pose posturali compensative e una messa in sella che, giusto ammetterlo, anche nei giorni belli non è mai stata quella di un Gianni Bugno. Il treno migliore della sua carriera si ferma in stazione nel 2018, quando fino alla tappa numero diciotto del Giro rimane terzo in classifica, prima di pagare a carissimo prezzo la giornataccia di Bardonecchia che lo costringe a chiudere le tre settimane di gara in una comunque prestigiosa quinta piazza nonché primo degli italiani. Ventunesimo, invece, è il piazzamento ottenuto ad Innsbruck, sede dei mondiali dello stesso 2018, gli unici da lui disputati.

    E se di incidenti, come detto, ne ha dovuti incassare molti, quello in cui incappa il 12 agosto del 2019, con una macchina che fuoriuscendo dalla corsia legittima lo mette sotto, rischia di avere risvolti tragici. Braccio in mille pezzi, gamba e costole fratturate, mani pure. Per salvare il braccio, i dottori lo sottopongo a ben nove interventi chirurgici che per fortuna lasciano in dote cicatrici profonde e poco alto. Se la tecnologia medica cresce, la tempra per rialzarsi da ogni avversità o c’è o non c’è. Al Giro d’Italia di due anni fa, Pozzovivo chiude ottavo e mette a segno l’ennesimo record: è lui il più anziano a riuscire a chiudere nei primi dieci dai tempi pionieristici di Giovanni Rossignoli, un’era geologica fa in un ciclismo assai più competitivo di allora. Con in bacheca una tappa al Giro e qualcuna di più al fu Giro del Trentino, il suo status è quello che può essere definito di ‘gregariano’, mezzo gregario e mezzo capitano. Non si capisce come si possa non voler bene ad un uomo il cui rispetto per la bici transita su quote poco esplorate. Il minimo che si possa fare, a nostro avviso, è auspicare di rivederlo con il numero appiccicato sulla schiena al via del nostro Giro che potrebbe chiudere ancora una volta da primo italiano.

    A quarantuno anni, mezzo incerottato e in mezzo a diavoli che potrebbero essere quasi figli suoi, per quel che vale e cioè poco, chiediamo a gran voce che qualche patron lo metta sotto contratto per fare sì che, un domani, possa smettere per una legittima e ragionata decisione e non per una triste mancanza di opportunità. Che, per quanto ha saputo dare al ciclismo, sarebbe davvero la riconoscenza che merita un ragazzo sul quale calzano a pennellano due adagi legati al vino. Quello della botte piccola che finisce per ospitare sempre il vino buono e, soprattutto, quello che utilizza la legge di Chronos, il signore del tempo, per giustificare un progresso qualitativo senza soluzione di continuità. Morale: Pozzo, alla stregua del vino, più invecchia e più migliora. Coriaceo come l’aglianico della sua terra, un nettare che è ovunque famoso per la sua straordinaria longevità. Guarda, a volte, il caso.

  • Rugby/Sei Nazioni: verso Irlanda Italia. Un’ultima Guinness per e con Johnny Sexton-di Teo Parini

    Rugby/Sei Nazioni: verso Irlanda Italia. Un’ultima Guinness per e con Johnny Sexton-di Teo Parini

    Questa domenica, l’Italia farà visita all’Irlanda e, trattandosi di rugby, la notizia non è certo delle migliori. O meglio, sfidare i più bravi al mondo è sempre un accadimento meraviglioso ma il rischio di prendere un’imbarcata solenne è incombente. Come questa squadra di marziani non abbia vinto l’ultimo mondiale è un mistero spiegabile solo dalla maledizione che, puntuale come le tasse, ogni quattro anni si abbatte sui verdi nell’occasione più importante, frantumando le legittime ambizioni di gloria di un popolo intero che si nutre di mete e placcaggi. Una delle tante e strane storie che lo sport è in grado di raccontare. Disfatta a parte, perché di quello di è trattato, in questo momento storico nessuno gioca bene a rugby quanto loro e la rullata inferta alla Francia all’esordio del Sei Nazioni, per giunta a domicilio, vale più di troppi discorsi.

    Insomma, nel weekend ci tocca alzare il culo dal campo base e prendere di petto l’Everest. Ad essere pignoli, sarebbe stato molto più funzionale al nostro piano di crescita procrastinare la sfida per provare a dare un seguito, contro un avversario meno terribile, alla buonissima prova disputata contro gli inglesi lo scorso sabato. Ma il calendario non si tocca e, pertanto, l’obiettivo è quello di non fare troppo male al nostro morale in previsione del proseguo del torneo e, al contempo, di dimostrare, per quanto ci sarà consentito dalla presenza di fenomeni che non regaleranno nulla, di essere una squadra dalle giuste credenziali per il contesto.

    Nell’attesa che il nostro allenatore metta a punto il quindici titolare e la composizione della panchina, si spera di pote contare sul rientro di Capuozzo e di ben supplire al forfait di una garanzia come Negri, il pensiero va ad un irlandese che purtroppo domenica non ci sarà: Jonathan Jeremiah Sexton, detto Johnny. Niente di grave, intendiamoci, ha semplicemente detto basta, la sua carriera si è chiusa per comprensibili questioni anagrafiche. Orgoglio di un popolo intero che respira rugby in ogni angolo di strada e mediano d’apertura come se ne sono visti pochi nella storia secolare della disciplina, Sexton, ormai quasi quarantenne, ha infatti appeso gli scarpini al chiodo proprio alla conclusione dell’ultimo mondiale.

    Una lunga carriera, la sua, da tremila punti a referto di cui un migliaio in nazionale e di vittorie a ripetizione. In una squadra che più competitiva non si può come quella irlandese, è stato titolare inamovibile dal 2009 fino al match di commiato tanto da far dire ad un giornalista dell’Equipe che essere un mediano d’apertura in Irlanda, anche bravo, è un po’ come commerciare vino in Arabia Saudita, una vita senza prospettive. Mani educatissime nel passare l’ovale in qualunque situazione di gioco e di pressione e piede destro che lo è altrettanto, Johnny ha viaggiato con percentuali di trasformazione spesso sopra all’ottanta per cento, tra gli infiniti trucchi di un illusionista come lui ha sempre svettato una particolarità che lo ha reso unico. Sexton, la cui comprensione istantanea del gioco anticipò la scoperta dell’intelligenza artificiale, utilizzava i primi scampoli di partita per fare la radiografia delle qualità difensive dei suoi avversari e una volta individuata la falla individuale o collettiva, perché tutti ce l’hanno, dirigeva le operazioni affinché il coro dei suoi compagni potesse andare a punire proprio quella debolezza riscontrata, chirurgicamente. Così, ogni suo passaggio finiva per attivare il compagno che, in quel frangente e in quello spazio, aveva le maggiori possibilità di incidere. Insomma, Johnny altro non era che la palla giusta al momento giusto. Abbacinante definizione di talento, fare sembrare facili le azioni più complesse, e di intelligenza tattica.

    Nativo di Dublino e orgoglioso di esserlo, è sempre l’Equipe che, come sovente accade, trova la metafora più azzeccata. Per il rotocalco d’oltralpe, quindi, l’importanza di uno come lui era tale che se avesse dato un colpo di tosse ad ammalarsi sarebbe stata tutta l’Irlanda. Per una vita intera, quindi, due le certezze: l’emozione struggente dell’Ireland’s Call – inno vergato dalla penna di Phil Coulter che unisce sotto lo stesso tetto le due facce dell’Irlanda, ricordando che tutti gli isolani, spalla a spalla, rispondono sempre presente alla chiamata della nazione – e che il collettivo di strumentisti con lo shamrock sul cuore avrebbe avuto per guida Sexton. Con la sua bacchetta a strutturare armoniosamente il suono d’insieme, dal colore verde dei prati. Appunto, come un direttore d’orchestra a teatro.

    Per noi, che Sexton sta al rugby come Iniesta sta al soccer, domenica sarà strana, dopo tanti anni, la sensazione di cercare sul campo la maglia irlandese numero dieci per poi scoprire che ad indossarla non sarà lui. Perché, se è vero che è prima di tutto il rugby a fare grandi i suoi interpreti più che il viceversa, è altresì lapalissiano che nel contesto di una una disciplina meravigliosa ci sono campioni più campioni di altri. Parlando di Johnny, in definitiva, è stato davvero un privilegio quello di aver goduto della sua parabola sportiva, appagante come solo una Guinnes tracannata in Temple Bar sotto il cielo di Dublino.

  • Italrugby, a un passo dalla storia contro la perfida Albione.. Di Teo Parini

    Italrugby, a un passo dalla storia contro la perfida Albione.. Di Teo Parini

    Una maledizione e quel centesimo che manca sempre per fare una Lira. Difficile, a valle di una partita del genere, decidersi sul bicchiere, se mezzo vuoto o mezzo pieno. Intendiamoci, chiunque dotato di buon senso rugbistico avrebbe messo la firma per vedere disputare dagli azzurri la miglior partita di sempre contro gli inglesi, per fare una meta più di loro, strappargli il punto di bonus difensivo e, ancora, di potersi permettere con la birra del terzo tempo in mano di essere rammaricati dall’esito finale. Contro gli inglesi, i terzi classificati dell’ultimo mondiale. Quindi bicchiere mezzo pieno.

    Ad aver rivisto in campo Menoncello, futuro top player e forse già del presente, e l’esordio col botto di Spagnolo in prima linea, in aggiunta a tante conferme di qualità, verrebbe da annuire. Che avrebbe potuto finire male per loro, gli inglesi hanno iniziato a capirlo piuttosto in fretta e senza fare un plissé, nonostante la congenita spocchia, hanno immediatamente virato sul match di conserva, smettendo di cercare la touche acchiappa-meta preferendo il macinato dei calci piazzati e il diluvio di palle calciate il più in alto possibile. Per buttarla nella caciara che noi, ancora, fatichiamo a gestire. Una paura che è una medaglia bella grossa al petto dei nostri ragazzi e che non passerà di certo inosservata. Quindi?

    Quindi, in giornate come questa, sarebbe ora di passare all’incasso, perché non è così scontato possano tornare o, comunque, con i problemi proposti dagli avversari che potrebbero essere decisamente peggiori. E per farlo, pizzico di fortuna a parte che da Roma non passa davvero mai, serve dare una aggiustata – qui il bicchiere mezzo vuoto – ai soliti endemici problemi nostrani: quando la palla sta in cielo, e non in terra, è sempre un dramma. Perdere sistematicamente la touche, infatti, è come pensare di vincere ai cinque birilli del biliardo senza poter usare le sponde. Perdere sistematicamente i recuperi sulle palle alte, poi, significa cedere chilometri di campo ogni volta e senza fare spendere sudore all’avversario. La somma dei due deficit fa gran parte della sconfitta odierna, perché va a vanificare quanto di eccellente siamo in grado di esibire in altri settori del gioco. Le tre mete meravigliose messe a referto con un gioco alla mano di sublime fattura, per esempio. O l’intensità difensiva. Insomma, sensazioni del post gara contrastanti.

    Per il nuovo tecnico italiano, Quesada, l’esordio numericamente positivo nel punteggio consentirà di affrontare il proseguo del torneo con un pelo di pressione in meno sulle spalle. Quella che in caso di imbarcata, peraltro possibile, avrebbe immancabilmente travolto il movimento. E sempre a proposito di sfortuna, un vero peccato la rinuncia forzata dell’ultimo istante a Capuozzo, le cui gambe ipersoniche avrebbero potuto causare qualche imbarazzo ai placcatori inglesi. Idem per il calcio sbagliato da Allan a metà ripresa, che avrebbe riportato l’Italia a soli meno quattro punti in un momento di capitale importanza per le sorti del match. Nessuna croce addosso a Tommaso, ovviamente, che è tornato a commettere un errore dopo mesi di infallibilità e gliene siamo grati.
    In definitiva, in questi vent’anni abbondanti di Sei Nazioni abbiamo assistito ad esordi assai peggiori. Da scongiurare, adesso, il quasi consueto scivolone che fa seguito ad una buona prestazione, la famigerata prova del nove fallita a causa della coperta corta, ora lo è un po’ meno, o di una mentalità da costruire. Facile a dirsi ma terribile da farsi: a restare sempre in scia agli avversari più quotati, la giornata di gloria prima o poi arriva. Il rugby è uno sport di pazienza, crudo ma democratico e quando lo meriteremo compiutamente, limiteremo gli errori e sapremo punire quelli degli altri, saremo noi a vincere. Sabato ci ha detto male ma con questa garra non potrà piovere per sempre. Avanti così, il torneo è solo all’inizio.

  • Buon Sei Nazioni (e assalto al cielo..) a tutti! Di Teo Parini

    Buon Sei Nazioni (e assalto al cielo..) a tutti! Di Teo Parini

    Nemmeno il tempo di metabolizzare un mondiale meraviglioso per alcuni, terribile per altri e sufficiente per noi che è già tempo di Sei Nazioni, quindi di fare sul serio nella competizione sportiva più antica al mondo. Correva l’anno 1883 e l’Inghilterra sconfiggeva il Galles nella prima storica partita di un torneo che sarebbe presto diventato leggendario. All’epoca battezzato Home Nations, in quanto a parteciparvi erano le sole quattro compagini britanniche, due le svolte epocali e una orgogliosamente ci riguarda. La prima con l’ammissione della Francia e la seconda, a noi più cara, con l’invito esteso all’Italia nell’anno 2000, l’alba di una nuova dimensione azzurra. Tempo ne è passato, lasciando in eredità gioie, poche ma preziose come diamanti, e dolori, tantissimi. Frutto, questi ultimi, di una legge non scritta ma inviolabile di un gioco crudo come solo il rugby sa essere per la quale a vincere è sempre il più attrezzato per farlo e, misurando la nostra forza con il gotha della disciplina, abbiamo sempre dovuto inseguire col fiatone il livello degli altri. Soffrendo ma crescendo, in un processo, quello della costruzione di una squadra vincente, che è comprensibilmente lungo ed estenuante e che ci vede stazionare ancora in mezzo ad un cantiere ma con una certa consapevolezza riguardo alle nostre virtù.

    Per rendere l’idea della complessità dell’impresa è sufficiente ricordare che la Francia ha impiegato mezzo secolo per vincere in solitaria la sua prima edizione del fu Cinque Nazioni e nessun transalpino si crucciò più del necessario. L’Italia, a beneficio di chi ad ogni sconfitta se ne esce con la tiritera sulla nostra congenita inadeguatezza per questo sport, vi partecipa da meno di un quarto di secolo nel quale, Inghilterra a parte, li abbiamo sconfitti tutti in almeno una occasione e chi pensa sia poca cosa dimostra una scarsa capacità di lettura della questione che resta un assalto al cielo.

    Tornando alla contingenza, oggi pomeriggio ci farà visita all’Olimpico proprio l’Inghilterra, quella maledetta armata che ci ha sempre sconfitto e che piu appare in difficoltà e più trova conigli nel cilindro. Come negli ultimi mondiali dove, zitta zitta, a momenti fa il colpo gobbo. E scenderà in campo con una formazione che include diversi debuttanti ma, considerato il bacino inesausto e di qualità dal quale Steve Borthwick può attingere, non è lecito arrendersi regali. Anzi. Noi, intanto, abbiamo un coach nuovo che ha preso il posto di un Crowley ottimo e non sufficientemente considerato, l’argentino Gonzalo Quesada. Il quale ha a disposizione due aspetti che non tutti i suoi predecessori hanno avuto la fortuna di avere, forse nessuno. Una squadra con un gioco identitario e riconoscibile e un roster ampio. Un po’ falcidiato dagli infortuni in prima linea, dove mancheranno Ferrari, Riccioni e Lamb ma che, in generale, consente più di un’opzione di gioco. Insomma, l’allenatore non avrà la formazione perennemente obbligata.

    Le buonissime notizie sono date dal rientro di Menoncello, un ragazzo che (qui ci giochiamo la reputazione) avrà una carriera da primo della classe, e di Lucchesi, entrambi reduci da in campionato del mondo visto in tivù. Quesada, giustamente, almeno in questo inizio di avventura non farà sconvolgimenti rispetto al lavoro egregiamente svolto da Crowley e la sua prima formazione né è la conferma con qualche piccola aggiustata. A nostro parere, il meglio che oggi si possa proporre. Triangolo allargato con Allan nel ruolo di estremo e nel momento migliore della carriera e la copia di ali supersoniche composta da Ioane e Capuozzo. Due schegge alle quali se concedi un metro li ritrovi a schiacciare la palla in meta. Sorpresa ma fino ad un certo punto in mediana, dove Quesada propone i fratelli Garbisi, insieme. E se per Paolo è ormai quasi consuetudine, per Alessandro, invece, è investitura pesante.

    Inutile rimarcare l’importanza del ruolo del numero 9 nell’economia del gioco, quindi in bocca al lupo. Menoncello e Brex saranno i centri dai quali ci si aspetta davvero tanto, mentre la seconda linea vedrà per protagonisti Ruzza, alla presenza numero 50, e Niccolò Cannone. Con il rientrante Lucchesi a tallonare, in prima linea spazio a Ceccarelli e Fischetti, con gli infortuni di cui sopra ad accorciare un po’ la coperta dei primi tre uomini. A chiudere il quindici titolare, infine, la collaudata terza linea presidiata da Lamaro, il capitano, con Negri e Lorenzo Cannone. Due, quindi, le coppie di fratelli in campo, un bellissimo affare di famiglia. In panchina, tra gli altri, c’è un giocatore che vale oro quanto pesa e che, siamo certi, in questo Sei Nazioni farà il decisivo salto di qualità: Manuel Zuliani. Un’iradiddio che quando entra in campo spacca in due la partita.

    Non siamo certo qua a vendere tappeti, l’Italia non vincerà la partita di oggi anche se, in caso contrario, saremmo felici di non averci capito un granché. Tuttavia, che alla complicatissima partita che ci attende al varco l’Italia possa restare agganciata e protagonista è qualcosa di realmente possibile, nelle nostre corde. Nel rugby, se le vittorie sono ovviamente fondamentali come in ogni altro sport, conta parecchio – per chi come l’Italia è nano sulle spalle dei giganti – ricordare all’establishment della disciplina, ma anche agli avversari, che non hanno sbagliato ad includere gli azzurri al banchetto del Sei Nazioni. Abbiamo la qualità tecnica e morale per farlo e, soprattutto, il dovere di offrire di noi la migliore versione possibile. Perché il rugby esige il suo tributo.

    Buon Sei Nazioni a tutti, senza paura.

  • Sinner, anatomia di un trionfo che ci ripaga da decenni di pane duro. Di Teo Parini

    Sinner, anatomia di un trionfo che ci ripaga da decenni di pane duro. Di Teo Parini

    E così, siamo stati più fortunati dei bookmakers. Medvedev favorito, ovviamente, ci poteva stare ma, per dirla alla maniera tommasina, i pronostici li sbaglia soltanto chi li fa e questa volta ha detto bene a noi che nella cavalcata di Sinner avevamo intravisto la gloria. È stata dura, anzi durissima. Perché se c’è qualcosa che non si può allenare è proprio l’esperienza che esige sempre il suo tributo e così anche un ragazzo glaciale come Jannik Sinner si è visto costretto a mettere mano al portafoglio. Un obolo lungo e pesante due set, i primi, di fatto non giocati perché, appunto, la finale Slam da debuttante è comprensibile faccia brutti scherzi. Medvedev che, al contrario, da queste parti ci era già passato più volte, dai blocchi di partenza è scattato come una molla; uno squalo che fiuta l’odore del sangue. Le ultime scoppole rimediate con l’azzurro sul finire del 2023, inoltre, devono averlo ben consigliato, del resto Daniil è ragazzo estremamente intelligente, perché alcune correzioni tattiche – la posizione avanzata in risposta su tutte – hanno scompaginato i piani del suo avversario che, complice la tensione, ci ha capito davvero poco per almeno un’ora e mezza. Quella che è servita al russo per incamerare due parziali simmetrici, 6-3 6-3 lo score, senza appello, frutto anche di una concretezza al servizio da scoraggiare qualunque tipo di ambizione.

    In piena tormenta, però, tra prime palle di servizio che non trovano il campo e una diagonale rovescia che incoccia la versione deluxe di Medvedev finendo sbriciolata, c’è qualcosa che fa pensare non sia ancora finita, che ci sia vita dentro Jannik: il body language. Quello di chi ha imparato a rigettare il concetto di sconfitta, almeno finché non finisce fuori l’ultima palla. Non a caso, l’essersi trovato sul cornicione è stato motivo di switch mentale, quello che può sempre aprire una nuova partita. Con Medvedev che ha sciaguratamente dilapidato energie preziose nel corso dei primi turni e che, snaturando un po’ il suo tennis canonico, ha dato fondo alle riserve mentali per fare da lepre in questa finale, il pensierino che deve aver dominato la mente di Sinner in quel frangente è quello di avere come migliore alleato il tempo, quindi un’ultima fiche pesante da giocare. Perché, ragionando lucidamente, il suo tennis non avrebbe potuto che crescere mentre quello del suo avversario avrebbe presto imboccato il ramo discendente della parabola. La pazienza dei forti, un’arma micidiale.

    E un’altra partita è iniziata davvero, con Sinner che si è messo a fare il Sinner post novembre 2023, quindi ingestibile, imponendo ai rally talvolta infiniti un ritmo forsennato e svuota-polmoni, e con Medvedev, a fare da contraltare, che si è visto rubare progressivamente campo da un rivale che sembrava nutrirsi di fatica per essere sempre più dominante, punto dopo punto, minuto dopo minuto. La sensazione, strappato il terzo set con un break chirurgico in chiusura di esso, era che Jannik avesse messo la freccia e che per tagliare in solitaria il traguardo fosse, appunto, solamente questione di tempo. Detto del linguaggio del corpo dell’italiano, robotico, lo sguardo di Medvedev si è invece fatto cupo, parallelamente alla perdita di aggressività dei colpi che lo ha costretto a subire il cannoneggiamento dell’azzurro e a macinare chilometri alla stregua di un maratoneta. Se il risultato è rimasto comunque in bilico fino alla fine è perché – giusto ribadirlo – il russo è un campione vero. Uno di quelli che con la spia della riserva accesa e senza più frecce nella faretra trova lo stesso il modo di vendere cara la pelle, vada come vada. Aggrappandosi al servizio, Daniil è rimasto lì, stanco ma non disposto a fare regali e dev’essergli riconosciuto.

    Tuttavia, quando dalla metà del quarto set è tornato ad assumere una posizione in risposta al servizio così arretrata da uscire dal campo visivo delle telecamere è stato definitivamente chiaro a tutti che non sarebbe stato lui il nuovo campione dello Slam australiano. Nel gergo rugbistico, Medvedev è arrivato corto alla linea di meta mentre, sempre attingendo dal mondo della palla ovale, le ondate di Sinner hanno spezzato i placcaggi a difesa del fortino. In sostanza, si fosse trattato di boxe, una vittoria per ko tecnico, con lancio dell’asciugamano dall’angolo del russo. L’autorità, infine, con la quale Sinner ha chiuso il match sancisce un’appartenenza, quella al club di chi, in prossimità della fiamma rossa dell’ultimo chilometro, non trema nemmeno di fronte alla morte. Insomma, l’Italia ha per le mani un campione vero. Moderno, che potrà non essere il più spettacolare di tutti nel gioco ma che vincente lo sarà di sicuro.

    In questa giornata di vera gloria, un pensiero va immediatamente al nostro Adriano Panatta che finalmente non è più solo e immaginiamo possa essere felice di condividere il privilegio che spetta ad un vincitore Slam insieme a Jannik. I tempi sono cambiati, con il tennis che sembra non essere nemmeno più un parente di quello reso entusiasmante da Panatta, e noi, inguaribili romantici nonché fanatici della bellezza, fatichiamo un po’ ad entrare in sintonia con l’evoluzione dello sport del diavolo. Jannik Sinner, però, di questo tennis è espressione luminescente e ci ripaga di tanti, troppi anni di pane duro, quando giocoforza ci siamo abituati a vedere vincere sempre gli altri. Per chiudere, un bravo va anche alla coppia di coach Vagnozzi-Cahill e a chi nella peggior diffidenza possibile, quella del post-Piatti, ha creduto con coraggio proprio in Vagnozzi. Uno che da giocatore alla pallina sapeva dare del tu e che qualche aggiustata tecnica a Sinner – il back di rovescio, per esempio – oltre ad un pizzico di fantasia qua e là ha saputo darla. Più che un azzardo un’altra scommessa stravinta dal team.

    Non riusciamo ad aggiungere altro. Oggi, per chi il tennis è sempre meraviglioso paradigma di vita, è una giornata davvero speciale. Quindi, grazie Jannik, ci hai reso davvero felici.

  • Sinner Medvedev: ok.. ma adesso chi vince? Di Teo Parini

    Sinner Medvedev: ok.. ma adesso chi vince? Di Teo Parini

    Per i bookmakers, il favorito è Daniil Medvedev. Perché? Proviamo a entrare nella loro testa. Gli head-to-head, i precedenti, mandano la bilancia dalla sua parte anche se, per amor di verità, consuntivo escluso non è che le ultime esperienze con Jannik Sinner al di là della rete gli abbiano detto particolarmente bene. Anzi, ci ha lasciato le penne. Ma, sempre i bookmakers che sprovveduti non sono, sempre su quella bilancia potrebbero mettere altri due sassolini non da poco. Il primo: Medvedev ha già vinto uno Slam e fatto altre finali e la questione dell’esperienza può fare tutta la differenza del mondo in uno sport mentalmente diabolico. Il secondo: il tennis al meglio dei cinque set, quello degli Slam, non è lo stesso sport giocato sulla breve distanza. E, almeno, sulla carta è il russo ad essere più rodato.

    Chi di scommesse ci campa, quindi, sembrerebbe preferire Medvedev. Evidentemente non hanno dato molto peso all’andamento del suo torneo nel quale in almeno un paio di circostanze è sembrato in procinto di salutare anzitempo la competizione. E se è ancora qui a giocarsi il titolo è solo perché lo sciagurato Zverev proprio non ce la fa a non regalare partite già in ghiaccio e anche in semifinale non si è smentito, tenendo in corsa l’avversario che probabilmente già pensava alla doccia fino al punto di lasciarlo scappare. Poi hai voglia a parlare di miracolo russo. Medvedev, semmai, è un miracolato perché ci ha messo ben poco del suo per uscire dal pantano, aspettando sornione che il suo avversario si decomponesse dalla tensione per passare all’incasso. Un’arte anche questa ma intrisa di fortuna. E su quest’ultima, si sa, meglio non fare mai troppo affidamento.

    Tutta un’altra musica, invece, il cammino di Sinner che se ha perso un set in sei partite è solo perché Djokovic gode anche nelle giornate peggiori di un rapporto benevolo con la sorte, finendo per strappare a Jannik un parziale dopo aver annullato il consueto match point. Per il resto, quindi, percorso netto per l’azzurro, apparso a tratti fare un altro sport rispetto ai malcapitati avversari; serbo incluso, al quale ha riservato un paio d’ore di brutale mattanza come forse non si era mai visto. Insomma, comprensibili le elucubrazioni dei bookmakers di cui sopra ma, ad aver seguito queste due settimane australiane, noi comuni aficionados non vediamo così nitidamente come Sinner possa essere considerato in difetto di credenziali. Non ci fosse in ballo la scaramanzia, ci verrebbe quasi da dire che la solidità psicofisica esibita, la competenza tecnico-tattica messa a punto col duo Vagnozzi-Cahill al box e la fiducia incamerata negli ultimi strepitosi mesi, siano argomentazioni sufficienti da metterlo al riparo da brutti risvegli. Ma non lo diremo.

    Quello che, al contrario, ci sentiamo di dire è che Medvedev, al di là di tutto, è un giocatore fenomenale ma Sinner è forgiato con lo stesso metallo pregiato e che siamo in procinto di vivere una giornata comunque storica per il tennis azzurro. Riportata a Roma la Coppa Davis lo scorso novembre, potrebbe essere la volta dell’agognato titolo Slam che manca ormai da mezzo secolo, quando fu il leggendario Panatta, tra ‘veroniche’, notti romane e donne meravigliose, a portarci sul tetto del mondo, sollevando nel cielo di Parigi la coppa dei Moschettieri nell’anno di gloria 1976. Nient’altro da aggiungere, per adesso, tanto ci si becca giù in trincea, questione di qualche ora.