Autore: Teo Parini

  • Ciclismo: salvate (salviamo..) il soldato Pozzovivo- di Teo Parini

    Ciclismo: salvate (salviamo..) il soldato Pozzovivo- di Teo Parini

    Nel caso si facesse avanti con in mano una proposta contrattuale una squadra Professional, quelle di seconda fascia immediatamente sotto al gotha costituito dalle WorldTour già con tutti gli effettivi sotto contratto, per Domenico Pozzovivo si spalancherebbero le porte del Giro d’Italia numero 18 – sì, diciotto- affiancando in testa a questa speciale classifica all time Wladimiro Panizza. Un’attestazione che certificherebbe a suon di record la sua longevità ciclistica peraltro già sotto gli occhi di tutti. Non è un raccomandato, il Pozzo, quindi se da un ventennio l’ingaggio puntualmente bussa alla sua porta è perché, nonostante un rapporto conflittuale con la sorte che a chiamarlo mortificante lo si sottostima, è corridore vero, serio e affidabile come una vecchia Panda che mai si sarebbe sognata di lasciarti a piedi.
    Non è mai stato un grande campione ma, cadute a parte, Pozzovivo è uno di quelli che quando infuria la battaglia in salita lui immancabilmente risponde presente. Sempre, anche quando ha in corpo più bulloni che ossa, che lo costringono ad una postura in sella ai limiti dei principi che regolano l’equilibrio dei corpi e che non si capisce, da quanto brutta a vedersi e assimetrica, come possa sprigionare cotanto vigore. Ciò, sommato al fatto che la corporatura minuta lo rende scalatore vecchia maniera, quindi baricentro basso, massa grassa con percentuali da prefisso telefonico e rapporto infinitamente lungo a scandire il passo quando la strada si imbizzarrisce sotto le pedivelle, frangente nel quale fila come un treno. L’obiettivo Giro non è l’unico.

    Due, infatti, i desiderata di Domenico per questa sua possibile ultima stagione da Pro che si spera lo collochi in un team all’altezza: la kermesse italiana, come gia detto, e nel contempo una laurea da chiudere. Si, perché il Pozzo ha sempre pensato che macinare chilometri in sella alla bicicletta, e basta, lo avrebbe fatto godere solo a metà, nella convinzione sacrosanta che anche la mente sia sempre qualcosa da tenere allenata. Pertanto, al quasi-Dottore tascabile che viene da Policoro serve urgentemente un Team che si faccia avanti, ora. Perché, tempo un mese, si comincia a fare sul serio, tra Strade bianche e Sanremo e con il Giro nemmeno troppo più in là da preparare. Con la meticolosità che, per un quarantenne come lui, non è la stessa cosa di un giovanotto.
    A proposito, disse un tempo Gianni Faresin, un altro che con serietà certosina ha allungato a dismisura la sua carriera, che passati i trent’anni occorre aggiungere sempre più intensità nella preparazione alla stagione che verrà, ogni anno che passa di più, per riconfermare i valori dei test biomeccanici fissati nei dodici mesi precedenti. Lo sa bene, Pozzo, che, non a caso, morde il freno per saltare in sella. Insomma, fatevi avanti che Pozzo scalpita. Il che, giusto dirlo, non sarebbe un’opera di carità applicata al ciclismo e gentilmente concessa dalla filantropia del magnate di turno, si tratterebbe di mettere nella propria squadra un capitano vero per la corsa rosa; uno capace di dare il meglio di sé quando le telecamere internazionali aprono la diretta, per tutta la gioia degli sponsor. Con la sua maglia attorniata dai campioni che hanno ambizioni di gloria intagliate nei cromosomi. Morale, un investimento a capitale garantito.

    Nato nel novembre del 1982 e professionista dal 2005, Pozzovivo per la bellezza di sette volte ha chiuso il Giro in top 10 e quando non ci è riuscito è perché la sfiga ha storicamente trovato godimento nell’accanirsi su quella sagoma sgraziata perché violentata dai chirurghi. Chiamati, questi ultimi, a rimettere in ordine ogni volta il suo corpo a mo’ di puzzle da duecento pezzi. Sicuramente, Domenico alleati di pedalare è riconoscibile tra mille: in sella, infatti, il suo corpo pende tutto da una parte da sembrare una minuta riproduzione della torre di Pisa, tra gambe di lunghezza e muscolatura diversa, pose posturali compensative e una messa in sella che, giusto ammetterlo, anche nei giorni belli non è mai stata quella di un Gianni Bugno. Il treno migliore della sua carriera si ferma in stazione nel 2018, quando fino alla tappa numero diciotto del Giro rimane terzo in classifica, prima di pagare a carissimo prezzo la giornataccia di Bardonecchia che lo costringe a chiudere le tre settimane di gara in una comunque prestigiosa quinta piazza nonché primo degli italiani. Ventunesimo, invece, è il piazzamento ottenuto ad Innsbruck, sede dei mondiali dello stesso 2018, gli unici da lui disputati.

    E se di incidenti, come detto, ne ha dovuti incassare molti, quello in cui incappa il 12 agosto del 2019, con una macchina che fuoriuscendo dalla corsia legittima lo mette sotto, rischia di avere risvolti tragici. Braccio in mille pezzi, gamba e costole fratturate, mani pure. Per salvare il braccio, i dottori lo sottopongo a ben nove interventi chirurgici che per fortuna lasciano in dote cicatrici profonde e poco alto. Se la tecnologia medica cresce, la tempra per rialzarsi da ogni avversità o c’è o non c’è. Al Giro d’Italia di due anni fa, Pozzovivo chiude ottavo e mette a segno l’ennesimo record: è lui il più anziano a riuscire a chiudere nei primi dieci dai tempi pionieristici di Giovanni Rossignoli, un’era geologica fa in un ciclismo assai più competitivo di allora. Con in bacheca una tappa al Giro e qualcuna di più al fu Giro del Trentino, il suo status è quello che può essere definito di ‘gregariano’, mezzo gregario e mezzo capitano. Non si capisce come si possa non voler bene ad un uomo il cui rispetto per la bici transita su quote poco esplorate. Il minimo che si possa fare, a nostro avviso, è auspicare di rivederlo con il numero appiccicato sulla schiena al via del nostro Giro che potrebbe chiudere ancora una volta da primo italiano.

    A quarantuno anni, mezzo incerottato e in mezzo a diavoli che potrebbero essere quasi figli suoi, per quel che vale e cioè poco, chiediamo a gran voce che qualche patron lo metta sotto contratto per fare sì che, un domani, possa smettere per una legittima e ragionata decisione e non per una triste mancanza di opportunità. Che, per quanto ha saputo dare al ciclismo, sarebbe davvero la riconoscenza che merita un ragazzo sul quale calzano a pennellano due adagi legati al vino. Quello della botte piccola che finisce per ospitare sempre il vino buono e, soprattutto, quello che utilizza la legge di Chronos, il signore del tempo, per giustificare un progresso qualitativo senza soluzione di continuità. Morale: Pozzo, alla stregua del vino, più invecchia e più migliora. Coriaceo come l’aglianico della sua terra, un nettare che è ovunque famoso per la sua straordinaria longevità. Guarda, a volte, il caso.

  • Rugby/Sei Nazioni: verso Irlanda Italia. Un’ultima Guinness per e con Johnny Sexton-di Teo Parini

    Rugby/Sei Nazioni: verso Irlanda Italia. Un’ultima Guinness per e con Johnny Sexton-di Teo Parini

    Questa domenica, l’Italia farà visita all’Irlanda e, trattandosi di rugby, la notizia non è certo delle migliori. O meglio, sfidare i più bravi al mondo è sempre un accadimento meraviglioso ma il rischio di prendere un’imbarcata solenne è incombente. Come questa squadra di marziani non abbia vinto l’ultimo mondiale è un mistero spiegabile solo dalla maledizione che, puntuale come le tasse, ogni quattro anni si abbatte sui verdi nell’occasione più importante, frantumando le legittime ambizioni di gloria di un popolo intero che si nutre di mete e placcaggi. Una delle tante e strane storie che lo sport è in grado di raccontare. Disfatta a parte, perché di quello di è trattato, in questo momento storico nessuno gioca bene a rugby quanto loro e la rullata inferta alla Francia all’esordio del Sei Nazioni, per giunta a domicilio, vale più di troppi discorsi.

    Insomma, nel weekend ci tocca alzare il culo dal campo base e prendere di petto l’Everest. Ad essere pignoli, sarebbe stato molto più funzionale al nostro piano di crescita procrastinare la sfida per provare a dare un seguito, contro un avversario meno terribile, alla buonissima prova disputata contro gli inglesi lo scorso sabato. Ma il calendario non si tocca e, pertanto, l’obiettivo è quello di non fare troppo male al nostro morale in previsione del proseguo del torneo e, al contempo, di dimostrare, per quanto ci sarà consentito dalla presenza di fenomeni che non regaleranno nulla, di essere una squadra dalle giuste credenziali per il contesto.

    Nell’attesa che il nostro allenatore metta a punto il quindici titolare e la composizione della panchina, si spera di pote contare sul rientro di Capuozzo e di ben supplire al forfait di una garanzia come Negri, il pensiero va ad un irlandese che purtroppo domenica non ci sarà: Jonathan Jeremiah Sexton, detto Johnny. Niente di grave, intendiamoci, ha semplicemente detto basta, la sua carriera si è chiusa per comprensibili questioni anagrafiche. Orgoglio di un popolo intero che respira rugby in ogni angolo di strada e mediano d’apertura come se ne sono visti pochi nella storia secolare della disciplina, Sexton, ormai quasi quarantenne, ha infatti appeso gli scarpini al chiodo proprio alla conclusione dell’ultimo mondiale.

    Una lunga carriera, la sua, da tremila punti a referto di cui un migliaio in nazionale e di vittorie a ripetizione. In una squadra che più competitiva non si può come quella irlandese, è stato titolare inamovibile dal 2009 fino al match di commiato tanto da far dire ad un giornalista dell’Equipe che essere un mediano d’apertura in Irlanda, anche bravo, è un po’ come commerciare vino in Arabia Saudita, una vita senza prospettive. Mani educatissime nel passare l’ovale in qualunque situazione di gioco e di pressione e piede destro che lo è altrettanto, Johnny ha viaggiato con percentuali di trasformazione spesso sopra all’ottanta per cento, tra gli infiniti trucchi di un illusionista come lui ha sempre svettato una particolarità che lo ha reso unico. Sexton, la cui comprensione istantanea del gioco anticipò la scoperta dell’intelligenza artificiale, utilizzava i primi scampoli di partita per fare la radiografia delle qualità difensive dei suoi avversari e una volta individuata la falla individuale o collettiva, perché tutti ce l’hanno, dirigeva le operazioni affinché il coro dei suoi compagni potesse andare a punire proprio quella debolezza riscontrata, chirurgicamente. Così, ogni suo passaggio finiva per attivare il compagno che, in quel frangente e in quello spazio, aveva le maggiori possibilità di incidere. Insomma, Johnny altro non era che la palla giusta al momento giusto. Abbacinante definizione di talento, fare sembrare facili le azioni più complesse, e di intelligenza tattica.

    Nativo di Dublino e orgoglioso di esserlo, è sempre l’Equipe che, come sovente accade, trova la metafora più azzeccata. Per il rotocalco d’oltralpe, quindi, l’importanza di uno come lui era tale che se avesse dato un colpo di tosse ad ammalarsi sarebbe stata tutta l’Irlanda. Per una vita intera, quindi, due le certezze: l’emozione struggente dell’Ireland’s Call – inno vergato dalla penna di Phil Coulter che unisce sotto lo stesso tetto le due facce dell’Irlanda, ricordando che tutti gli isolani, spalla a spalla, rispondono sempre presente alla chiamata della nazione – e che il collettivo di strumentisti con lo shamrock sul cuore avrebbe avuto per guida Sexton. Con la sua bacchetta a strutturare armoniosamente il suono d’insieme, dal colore verde dei prati. Appunto, come un direttore d’orchestra a teatro.

    Per noi, che Sexton sta al rugby come Iniesta sta al soccer, domenica sarà strana, dopo tanti anni, la sensazione di cercare sul campo la maglia irlandese numero dieci per poi scoprire che ad indossarla non sarà lui. Perché, se è vero che è prima di tutto il rugby a fare grandi i suoi interpreti più che il viceversa, è altresì lapalissiano che nel contesto di una una disciplina meravigliosa ci sono campioni più campioni di altri. Parlando di Johnny, in definitiva, è stato davvero un privilegio quello di aver goduto della sua parabola sportiva, appagante come solo una Guinnes tracannata in Temple Bar sotto il cielo di Dublino.

  • Italrugby, a un passo dalla storia contro la perfida Albione.. Di Teo Parini

    Italrugby, a un passo dalla storia contro la perfida Albione.. Di Teo Parini

    Una maledizione e quel centesimo che manca sempre per fare una Lira. Difficile, a valle di una partita del genere, decidersi sul bicchiere, se mezzo vuoto o mezzo pieno. Intendiamoci, chiunque dotato di buon senso rugbistico avrebbe messo la firma per vedere disputare dagli azzurri la miglior partita di sempre contro gli inglesi, per fare una meta più di loro, strappargli il punto di bonus difensivo e, ancora, di potersi permettere con la birra del terzo tempo in mano di essere rammaricati dall’esito finale. Contro gli inglesi, i terzi classificati dell’ultimo mondiale. Quindi bicchiere mezzo pieno.

    Ad aver rivisto in campo Menoncello, futuro top player e forse già del presente, e l’esordio col botto di Spagnolo in prima linea, in aggiunta a tante conferme di qualità, verrebbe da annuire. Che avrebbe potuto finire male per loro, gli inglesi hanno iniziato a capirlo piuttosto in fretta e senza fare un plissé, nonostante la congenita spocchia, hanno immediatamente virato sul match di conserva, smettendo di cercare la touche acchiappa-meta preferendo il macinato dei calci piazzati e il diluvio di palle calciate il più in alto possibile. Per buttarla nella caciara che noi, ancora, fatichiamo a gestire. Una paura che è una medaglia bella grossa al petto dei nostri ragazzi e che non passerà di certo inosservata. Quindi?

    Quindi, in giornate come questa, sarebbe ora di passare all’incasso, perché non è così scontato possano tornare o, comunque, con i problemi proposti dagli avversari che potrebbero essere decisamente peggiori. E per farlo, pizzico di fortuna a parte che da Roma non passa davvero mai, serve dare una aggiustata – qui il bicchiere mezzo vuoto – ai soliti endemici problemi nostrani: quando la palla sta in cielo, e non in terra, è sempre un dramma. Perdere sistematicamente la touche, infatti, è come pensare di vincere ai cinque birilli del biliardo senza poter usare le sponde. Perdere sistematicamente i recuperi sulle palle alte, poi, significa cedere chilometri di campo ogni volta e senza fare spendere sudore all’avversario. La somma dei due deficit fa gran parte della sconfitta odierna, perché va a vanificare quanto di eccellente siamo in grado di esibire in altri settori del gioco. Le tre mete meravigliose messe a referto con un gioco alla mano di sublime fattura, per esempio. O l’intensità difensiva. Insomma, sensazioni del post gara contrastanti.

    Per il nuovo tecnico italiano, Quesada, l’esordio numericamente positivo nel punteggio consentirà di affrontare il proseguo del torneo con un pelo di pressione in meno sulle spalle. Quella che in caso di imbarcata, peraltro possibile, avrebbe immancabilmente travolto il movimento. E sempre a proposito di sfortuna, un vero peccato la rinuncia forzata dell’ultimo istante a Capuozzo, le cui gambe ipersoniche avrebbero potuto causare qualche imbarazzo ai placcatori inglesi. Idem per il calcio sbagliato da Allan a metà ripresa, che avrebbe riportato l’Italia a soli meno quattro punti in un momento di capitale importanza per le sorti del match. Nessuna croce addosso a Tommaso, ovviamente, che è tornato a commettere un errore dopo mesi di infallibilità e gliene siamo grati.
    In definitiva, in questi vent’anni abbondanti di Sei Nazioni abbiamo assistito ad esordi assai peggiori. Da scongiurare, adesso, il quasi consueto scivolone che fa seguito ad una buona prestazione, la famigerata prova del nove fallita a causa della coperta corta, ora lo è un po’ meno, o di una mentalità da costruire. Facile a dirsi ma terribile da farsi: a restare sempre in scia agli avversari più quotati, la giornata di gloria prima o poi arriva. Il rugby è uno sport di pazienza, crudo ma democratico e quando lo meriteremo compiutamente, limiteremo gli errori e sapremo punire quelli degli altri, saremo noi a vincere. Sabato ci ha detto male ma con questa garra non potrà piovere per sempre. Avanti così, il torneo è solo all’inizio.

  • Buon Sei Nazioni (e assalto al cielo..) a tutti! Di Teo Parini

    Buon Sei Nazioni (e assalto al cielo..) a tutti! Di Teo Parini

    Nemmeno il tempo di metabolizzare un mondiale meraviglioso per alcuni, terribile per altri e sufficiente per noi che è già tempo di Sei Nazioni, quindi di fare sul serio nella competizione sportiva più antica al mondo. Correva l’anno 1883 e l’Inghilterra sconfiggeva il Galles nella prima storica partita di un torneo che sarebbe presto diventato leggendario. All’epoca battezzato Home Nations, in quanto a parteciparvi erano le sole quattro compagini britanniche, due le svolte epocali e una orgogliosamente ci riguarda. La prima con l’ammissione della Francia e la seconda, a noi più cara, con l’invito esteso all’Italia nell’anno 2000, l’alba di una nuova dimensione azzurra. Tempo ne è passato, lasciando in eredità gioie, poche ma preziose come diamanti, e dolori, tantissimi. Frutto, questi ultimi, di una legge non scritta ma inviolabile di un gioco crudo come solo il rugby sa essere per la quale a vincere è sempre il più attrezzato per farlo e, misurando la nostra forza con il gotha della disciplina, abbiamo sempre dovuto inseguire col fiatone il livello degli altri. Soffrendo ma crescendo, in un processo, quello della costruzione di una squadra vincente, che è comprensibilmente lungo ed estenuante e che ci vede stazionare ancora in mezzo ad un cantiere ma con una certa consapevolezza riguardo alle nostre virtù.

    Per rendere l’idea della complessità dell’impresa è sufficiente ricordare che la Francia ha impiegato mezzo secolo per vincere in solitaria la sua prima edizione del fu Cinque Nazioni e nessun transalpino si crucciò più del necessario. L’Italia, a beneficio di chi ad ogni sconfitta se ne esce con la tiritera sulla nostra congenita inadeguatezza per questo sport, vi partecipa da meno di un quarto di secolo nel quale, Inghilterra a parte, li abbiamo sconfitti tutti in almeno una occasione e chi pensa sia poca cosa dimostra una scarsa capacità di lettura della questione che resta un assalto al cielo.

    Tornando alla contingenza, oggi pomeriggio ci farà visita all’Olimpico proprio l’Inghilterra, quella maledetta armata che ci ha sempre sconfitto e che piu appare in difficoltà e più trova conigli nel cilindro. Come negli ultimi mondiali dove, zitta zitta, a momenti fa il colpo gobbo. E scenderà in campo con una formazione che include diversi debuttanti ma, considerato il bacino inesausto e di qualità dal quale Steve Borthwick può attingere, non è lecito arrendersi regali. Anzi. Noi, intanto, abbiamo un coach nuovo che ha preso il posto di un Crowley ottimo e non sufficientemente considerato, l’argentino Gonzalo Quesada. Il quale ha a disposizione due aspetti che non tutti i suoi predecessori hanno avuto la fortuna di avere, forse nessuno. Una squadra con un gioco identitario e riconoscibile e un roster ampio. Un po’ falcidiato dagli infortuni in prima linea, dove mancheranno Ferrari, Riccioni e Lamb ma che, in generale, consente più di un’opzione di gioco. Insomma, l’allenatore non avrà la formazione perennemente obbligata.

    Le buonissime notizie sono date dal rientro di Menoncello, un ragazzo che (qui ci giochiamo la reputazione) avrà una carriera da primo della classe, e di Lucchesi, entrambi reduci da in campionato del mondo visto in tivù. Quesada, giustamente, almeno in questo inizio di avventura non farà sconvolgimenti rispetto al lavoro egregiamente svolto da Crowley e la sua prima formazione né è la conferma con qualche piccola aggiustata. A nostro parere, il meglio che oggi si possa proporre. Triangolo allargato con Allan nel ruolo di estremo e nel momento migliore della carriera e la copia di ali supersoniche composta da Ioane e Capuozzo. Due schegge alle quali se concedi un metro li ritrovi a schiacciare la palla in meta. Sorpresa ma fino ad un certo punto in mediana, dove Quesada propone i fratelli Garbisi, insieme. E se per Paolo è ormai quasi consuetudine, per Alessandro, invece, è investitura pesante.

    Inutile rimarcare l’importanza del ruolo del numero 9 nell’economia del gioco, quindi in bocca al lupo. Menoncello e Brex saranno i centri dai quali ci si aspetta davvero tanto, mentre la seconda linea vedrà per protagonisti Ruzza, alla presenza numero 50, e Niccolò Cannone. Con il rientrante Lucchesi a tallonare, in prima linea spazio a Ceccarelli e Fischetti, con gli infortuni di cui sopra ad accorciare un po’ la coperta dei primi tre uomini. A chiudere il quindici titolare, infine, la collaudata terza linea presidiata da Lamaro, il capitano, con Negri e Lorenzo Cannone. Due, quindi, le coppie di fratelli in campo, un bellissimo affare di famiglia. In panchina, tra gli altri, c’è un giocatore che vale oro quanto pesa e che, siamo certi, in questo Sei Nazioni farà il decisivo salto di qualità: Manuel Zuliani. Un’iradiddio che quando entra in campo spacca in due la partita.

    Non siamo certo qua a vendere tappeti, l’Italia non vincerà la partita di oggi anche se, in caso contrario, saremmo felici di non averci capito un granché. Tuttavia, che alla complicatissima partita che ci attende al varco l’Italia possa restare agganciata e protagonista è qualcosa di realmente possibile, nelle nostre corde. Nel rugby, se le vittorie sono ovviamente fondamentali come in ogni altro sport, conta parecchio – per chi come l’Italia è nano sulle spalle dei giganti – ricordare all’establishment della disciplina, ma anche agli avversari, che non hanno sbagliato ad includere gli azzurri al banchetto del Sei Nazioni. Abbiamo la qualità tecnica e morale per farlo e, soprattutto, il dovere di offrire di noi la migliore versione possibile. Perché il rugby esige il suo tributo.

    Buon Sei Nazioni a tutti, senza paura.

  • Sinner, anatomia di un trionfo che ci ripaga da decenni di pane duro. Di Teo Parini

    Sinner, anatomia di un trionfo che ci ripaga da decenni di pane duro. Di Teo Parini

    E così, siamo stati più fortunati dei bookmakers. Medvedev favorito, ovviamente, ci poteva stare ma, per dirla alla maniera tommasina, i pronostici li sbaglia soltanto chi li fa e questa volta ha detto bene a noi che nella cavalcata di Sinner avevamo intravisto la gloria. È stata dura, anzi durissima. Perché se c’è qualcosa che non si può allenare è proprio l’esperienza che esige sempre il suo tributo e così anche un ragazzo glaciale come Jannik Sinner si è visto costretto a mettere mano al portafoglio. Un obolo lungo e pesante due set, i primi, di fatto non giocati perché, appunto, la finale Slam da debuttante è comprensibile faccia brutti scherzi. Medvedev che, al contrario, da queste parti ci era già passato più volte, dai blocchi di partenza è scattato come una molla; uno squalo che fiuta l’odore del sangue. Le ultime scoppole rimediate con l’azzurro sul finire del 2023, inoltre, devono averlo ben consigliato, del resto Daniil è ragazzo estremamente intelligente, perché alcune correzioni tattiche – la posizione avanzata in risposta su tutte – hanno scompaginato i piani del suo avversario che, complice la tensione, ci ha capito davvero poco per almeno un’ora e mezza. Quella che è servita al russo per incamerare due parziali simmetrici, 6-3 6-3 lo score, senza appello, frutto anche di una concretezza al servizio da scoraggiare qualunque tipo di ambizione.

    In piena tormenta, però, tra prime palle di servizio che non trovano il campo e una diagonale rovescia che incoccia la versione deluxe di Medvedev finendo sbriciolata, c’è qualcosa che fa pensare non sia ancora finita, che ci sia vita dentro Jannik: il body language. Quello di chi ha imparato a rigettare il concetto di sconfitta, almeno finché non finisce fuori l’ultima palla. Non a caso, l’essersi trovato sul cornicione è stato motivo di switch mentale, quello che può sempre aprire una nuova partita. Con Medvedev che ha sciaguratamente dilapidato energie preziose nel corso dei primi turni e che, snaturando un po’ il suo tennis canonico, ha dato fondo alle riserve mentali per fare da lepre in questa finale, il pensierino che deve aver dominato la mente di Sinner in quel frangente è quello di avere come migliore alleato il tempo, quindi un’ultima fiche pesante da giocare. Perché, ragionando lucidamente, il suo tennis non avrebbe potuto che crescere mentre quello del suo avversario avrebbe presto imboccato il ramo discendente della parabola. La pazienza dei forti, un’arma micidiale.

    E un’altra partita è iniziata davvero, con Sinner che si è messo a fare il Sinner post novembre 2023, quindi ingestibile, imponendo ai rally talvolta infiniti un ritmo forsennato e svuota-polmoni, e con Medvedev, a fare da contraltare, che si è visto rubare progressivamente campo da un rivale che sembrava nutrirsi di fatica per essere sempre più dominante, punto dopo punto, minuto dopo minuto. La sensazione, strappato il terzo set con un break chirurgico in chiusura di esso, era che Jannik avesse messo la freccia e che per tagliare in solitaria il traguardo fosse, appunto, solamente questione di tempo. Detto del linguaggio del corpo dell’italiano, robotico, lo sguardo di Medvedev si è invece fatto cupo, parallelamente alla perdita di aggressività dei colpi che lo ha costretto a subire il cannoneggiamento dell’azzurro e a macinare chilometri alla stregua di un maratoneta. Se il risultato è rimasto comunque in bilico fino alla fine è perché – giusto ribadirlo – il russo è un campione vero. Uno di quelli che con la spia della riserva accesa e senza più frecce nella faretra trova lo stesso il modo di vendere cara la pelle, vada come vada. Aggrappandosi al servizio, Daniil è rimasto lì, stanco ma non disposto a fare regali e dev’essergli riconosciuto.

    Tuttavia, quando dalla metà del quarto set è tornato ad assumere una posizione in risposta al servizio così arretrata da uscire dal campo visivo delle telecamere è stato definitivamente chiaro a tutti che non sarebbe stato lui il nuovo campione dello Slam australiano. Nel gergo rugbistico, Medvedev è arrivato corto alla linea di meta mentre, sempre attingendo dal mondo della palla ovale, le ondate di Sinner hanno spezzato i placcaggi a difesa del fortino. In sostanza, si fosse trattato di boxe, una vittoria per ko tecnico, con lancio dell’asciugamano dall’angolo del russo. L’autorità, infine, con la quale Sinner ha chiuso il match sancisce un’appartenenza, quella al club di chi, in prossimità della fiamma rossa dell’ultimo chilometro, non trema nemmeno di fronte alla morte. Insomma, l’Italia ha per le mani un campione vero. Moderno, che potrà non essere il più spettacolare di tutti nel gioco ma che vincente lo sarà di sicuro.

    In questa giornata di vera gloria, un pensiero va immediatamente al nostro Adriano Panatta che finalmente non è più solo e immaginiamo possa essere felice di condividere il privilegio che spetta ad un vincitore Slam insieme a Jannik. I tempi sono cambiati, con il tennis che sembra non essere nemmeno più un parente di quello reso entusiasmante da Panatta, e noi, inguaribili romantici nonché fanatici della bellezza, fatichiamo un po’ ad entrare in sintonia con l’evoluzione dello sport del diavolo. Jannik Sinner, però, di questo tennis è espressione luminescente e ci ripaga di tanti, troppi anni di pane duro, quando giocoforza ci siamo abituati a vedere vincere sempre gli altri. Per chiudere, un bravo va anche alla coppia di coach Vagnozzi-Cahill e a chi nella peggior diffidenza possibile, quella del post-Piatti, ha creduto con coraggio proprio in Vagnozzi. Uno che da giocatore alla pallina sapeva dare del tu e che qualche aggiustata tecnica a Sinner – il back di rovescio, per esempio – oltre ad un pizzico di fantasia qua e là ha saputo darla. Più che un azzardo un’altra scommessa stravinta dal team.

    Non riusciamo ad aggiungere altro. Oggi, per chi il tennis è sempre meraviglioso paradigma di vita, è una giornata davvero speciale. Quindi, grazie Jannik, ci hai reso davvero felici.

  • Sinner Medvedev: ok.. ma adesso chi vince? Di Teo Parini

    Sinner Medvedev: ok.. ma adesso chi vince? Di Teo Parini

    Per i bookmakers, il favorito è Daniil Medvedev. Perché? Proviamo a entrare nella loro testa. Gli head-to-head, i precedenti, mandano la bilancia dalla sua parte anche se, per amor di verità, consuntivo escluso non è che le ultime esperienze con Jannik Sinner al di là della rete gli abbiano detto particolarmente bene. Anzi, ci ha lasciato le penne. Ma, sempre i bookmakers che sprovveduti non sono, sempre su quella bilancia potrebbero mettere altri due sassolini non da poco. Il primo: Medvedev ha già vinto uno Slam e fatto altre finali e la questione dell’esperienza può fare tutta la differenza del mondo in uno sport mentalmente diabolico. Il secondo: il tennis al meglio dei cinque set, quello degli Slam, non è lo stesso sport giocato sulla breve distanza. E, almeno, sulla carta è il russo ad essere più rodato.

    Chi di scommesse ci campa, quindi, sembrerebbe preferire Medvedev. Evidentemente non hanno dato molto peso all’andamento del suo torneo nel quale in almeno un paio di circostanze è sembrato in procinto di salutare anzitempo la competizione. E se è ancora qui a giocarsi il titolo è solo perché lo sciagurato Zverev proprio non ce la fa a non regalare partite già in ghiaccio e anche in semifinale non si è smentito, tenendo in corsa l’avversario che probabilmente già pensava alla doccia fino al punto di lasciarlo scappare. Poi hai voglia a parlare di miracolo russo. Medvedev, semmai, è un miracolato perché ci ha messo ben poco del suo per uscire dal pantano, aspettando sornione che il suo avversario si decomponesse dalla tensione per passare all’incasso. Un’arte anche questa ma intrisa di fortuna. E su quest’ultima, si sa, meglio non fare mai troppo affidamento.

    Tutta un’altra musica, invece, il cammino di Sinner che se ha perso un set in sei partite è solo perché Djokovic gode anche nelle giornate peggiori di un rapporto benevolo con la sorte, finendo per strappare a Jannik un parziale dopo aver annullato il consueto match point. Per il resto, quindi, percorso netto per l’azzurro, apparso a tratti fare un altro sport rispetto ai malcapitati avversari; serbo incluso, al quale ha riservato un paio d’ore di brutale mattanza come forse non si era mai visto. Insomma, comprensibili le elucubrazioni dei bookmakers di cui sopra ma, ad aver seguito queste due settimane australiane, noi comuni aficionados non vediamo così nitidamente come Sinner possa essere considerato in difetto di credenziali. Non ci fosse in ballo la scaramanzia, ci verrebbe quasi da dire che la solidità psicofisica esibita, la competenza tecnico-tattica messa a punto col duo Vagnozzi-Cahill al box e la fiducia incamerata negli ultimi strepitosi mesi, siano argomentazioni sufficienti da metterlo al riparo da brutti risvegli. Ma non lo diremo.

    Quello che, al contrario, ci sentiamo di dire è che Medvedev, al di là di tutto, è un giocatore fenomenale ma Sinner è forgiato con lo stesso metallo pregiato e che siamo in procinto di vivere una giornata comunque storica per il tennis azzurro. Riportata a Roma la Coppa Davis lo scorso novembre, potrebbe essere la volta dell’agognato titolo Slam che manca ormai da mezzo secolo, quando fu il leggendario Panatta, tra ‘veroniche’, notti romane e donne meravigliose, a portarci sul tetto del mondo, sollevando nel cielo di Parigi la coppa dei Moschettieri nell’anno di gloria 1976. Nient’altro da aggiungere, per adesso, tanto ci si becca giù in trincea, questione di qualche ora.

  • Sinner verso l’Immensità, ma ora servono calma e sangue freddo… di Teo Parini

    Sinner verso l’Immensità, ma ora servono calma e sangue freddo… di Teo Parini

    Sport bastardo, il tennis, e pure meraviglioso. Perché puoi essere perfetto per tre set, arrampicarti fino a match point e poi, su quest’ultimo, sbagliare una palla fin lì sempre messa a referto. Così, l’avversario con già un piede e tre quarti in doccia, cattivo e fortunato come solo i forti danno essere, capisce che c’è ancora vita sul pianeta, organizza le idee e riparte con un piglio tutto nuovo. Se, poi, il resuscitato è Djokovic, finisce praticamente sempre allo stesso modo, con quella sua indescrivibile capacità di rigettare la sconfitta ad avere la meglio su tutto e tutti, lo insegna la storia. Però, adesso c’è Jannik Sinner che, non avendo timore reverenziale per nessuno, cambia le sorti già scritte proprio di quella storia. Così, dopo aver dilaniato l’avversario fino ad issarsi al match point, sbaglia un dritto facile, perde il set, va a sedersi, si rialza e, non curante di ciò che avrebbe già potuto essere e non è stato, riprende il cannoneggiamento. E vince, con la risolutezza di chi sembra nato apposta per farlo. Ragazzi, è tutto vero.

    Un dato eloquente è questo: a metà del secondo set, con Sinner avanti un set e un break, Djokovic ha già commesso più di venti errori gratuiti, un numero che solitamte rende conto di un match intero se non due. Si potrebbe dunque pensare ad un serbo in giornata no, cosa che peraltro non dev’essergli mai accaduta in carriera, ma ad averli visti ci si rende conto che sono la logica conseguenza di incontrare un avversario che ti toglie qualunque tipo di certezza, al punto da costringerti a scelte tattiche raffazzonate ed estemporanee che nel tennis significa, appunto, commettere una valanga di errori. Il body language di Djokovic, oggi, ha tanto ricordato quello degli avversari del Tyson prima maniera, la furia invincibile antecedente la galera. Un pugile suonato dal gap di cilindrata del motore che, in questo momento, separa il serbo dall’azzurro. La cui palla è più pesante, più svelta, più ficcante, più lunga, più direzionata. Insomma, più tutto e non è un’iperbole. E, cosa che più importa, trova sempre modo di finire dentro al campo, con predilezione per gli ultimi centimetri di esso, da manuale del gioco.

    Ciò che impressiona maggiormente, però, è che il segno più stia anche davanti alla casella della forza mentale dove Djokovic rasenta il robotico e, pertanto, non è mai sembrato avvicinabile e per tutti gli altri esseri umani lo è ancora. Invece, Jannik appare dominante anche in questo frangente, gioca tutti i punti come fossero uguali e gestisce la pressione come un comune mortale ingurgita birra al bar. Il suo essere glaciale mette quasi paura e ci si rende conto di quale arma di deterrenza possa essere e, soprattutto, quale e quanto disagio agonistico possano provare i rivali a sentirsela appiccicata addosso come colla. Un mostro. Tornando al match, due le annotazioni interessanti. Detto della qualità globalmente esibita, a tratti è parso esercitare una pressione umanamente insopportabile, a stupire molto positivamente è stata la velocità supersonica della ricerca della palla con i piedi e la capacità di colpire forte e preciso anche in situazioni di equilibrio non ottimale per girare a suo vantaggio l’inerzia dello scambio. Di fatto, ha significato per Sinner condurre le operazioni del gioco in maniera pressoché totale. La seconda, invece, riguarda la risposta al servizio, settore del gioco nel quale Djokovic è docente universitario. Ecco, l’azzurro ha messo a punto una continuità di rendimento nel fronteggiare la battuta altrui che è dello stesso ordine di grandezza di quello del numero uno al mondo e non serve specificare quanto sua fondamentale nel tennis moderno la possibilità di prendere in mano lo scambio già in risposta, riducendo i cosiddetti punti facili nelle mani dell’avversario. Il tutto è sintetizzato da una velocità occhio-mano da primo della classe. Insomma, Jannik vede prima degli altri con la mano che asseconda a meraviglia i suoi pensieri fulminei. Sul resto dell’armamentario, infine, niente da dire: centrato come accade ormai dallo scorso novembre, il mese della svolta.

    Adesso occorre calma. Molta calma, perché scalato un Everest il tennis propone subito un altro ‘ottomila’ da domare con le prove del nove di tommasina memoria che non finiscono mai. Sulla strada del titolo di uno Slam che, pertanto, potrebbe riprendere la via dell’Italia dopo quarantotto lunghissimi anni – dal Roland Garros del ’76 meravigliosamente griffato Panatta – c’è ancora un ostacolo che potrebbe essere financo più duro di quello odierno per svariate ragioni che avremo modo di sviscerare. In ogni caso, ammesso ne servisse la conferma, l’Italia ha per le mani un campione che può fare epoca, magari già da domenica. Ma noi, al solito, preferiamo non aggiungere nulla e puntare la sveglia all’alba. Perché se succede…

  • Sinner, l’Everest.. e lo Slam: stanotte il sogno azzurro- di Teo Parini

    Sinner, l’Everest.. e lo Slam: stanotte il sogno azzurro- di Teo Parini

    Djokovic, ancora tu. Come alle Finals, due volte, come in Coppa Davis. Tra Sinner e la vera gloria, quindi, si mette in mezzo sempre lui, il più vincente di ogni epoca, forse di ogni galassia. Che, per la verità, sarebbe pure il contrario, per lignaggio. È Sinner a tentare di ostacolare la cavalcata del serbo perché, il serbo, è lì dove dev’essere per desossiribonucleico, quindi in procinto di addentare lo Slam numero venticinque di una carriera che costringe a coniare nuovi aggettivi di merito. Il tabellone degli Australian Open è allineato alle semifinali e ci è mancato un pelo che i posti disponibili venissero occupati dalle prime quattro teste di serie nonché primi quattro giocatori delle classifiche mondiali. Filotto mancato per colpa dello sciagurato Alcaraz, quello che a giocare a tennis è il più bravo di tutti, incappato in una giornata tremebonda al punto da impedire a Zverev di perdere una partita che al solito aveva tutte le intenzioni di gettare alle ortiche.

    Così, nella parte bassa, sarà il tedesco a sfidare Medvedev che, per sbarazzarsi di un Hurckacz forte e anche un po’ sciupone, ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie. Quelle che, invece, Sinner non ha nemmeno indossato in tutto il torneo che lo ha visto arrivare in semifinale senza aver perso un set e concedendo in cinque match la miseria di due break agli avversari. Insomma, fin qui è stato inavvicinabile nonostante la coppia russa composta da Kachanov, prima, e Rublev, poi, avesse le carte in regola per creargli qualche grattacapo. Niente, Sinner se li è bevuti con l’autorevolezza dei campioni, come si fa con una birra al bancone del bar. Ma Djokovic non è un campione, è epoca e pure epica e non lo si batte al meglio dei cinque set se non ci si inventa la giornata perfetta da contrapporre ad una sua luna, se non nera, almeno un po’ infelice.

    E perfetta, parlando di Jannik, significa prendere la percentuale di prime di servizio esibita nei turni precedenti, l’unico neo, e tirarla su di diversi punti. Perché, appunto, contro il ribattitore per antonomasia, dal servizio bisogna ottenere tanto macinato per scongiurare la morte certa. Il resto è già da corsa, così com’è. Solidità mentale inclusa, che nel suo caso è tendente al robotico, tanto da sembrare lui stesso il serbo. Serbo che potrebbe, chissà, provare un certo imbarazzo nel fronteggiare un avversario che sotto quell’aspetto fondamentale non cede di un millimetro. Per il background verrebbe da pensare che in caso di battaglia punto a punto con arrivo in volata Djokovic sarebbe favorito. Troppo esperto per non fare lui l’ultimo punto al culmine di una lunga e cruenta lotta. L’anagrafica, però, suggerirebbe il contrario. Va bene essere un fenomeno ma trentasette anni, e quasi quindici in più del rivale, sono tanti che diventano tantissimi giocando contro uno che impone un ritmo asfissiante e che fa viaggiare la palla come una saetta costringendoti alla maratona. Non ci stupiremmo, quindi, di rivedere all’opera una sua versione più verticale, più propensa ad accorciare gli scambi. Anche improvvisando più sortite a rete del consueto, da meraviglioso stratega quale è. Perché non si vincono ventiquattro Slam, molti dei quali strappati a Federer e Nadal, senza la capacità camaleontica di adattarsi alla contingenza e, pertanto, Jannik dovrà anch’esso essere bravo nel cambiare pelle in corsa per non finire tritato come nella finale dell’ultimo Master torinese, quando ci ha capito troppo poco.

    Peraltro, già il fatto di considerare possibile una sua vittoria rappresenta un traguardo importante, per lui e per tutto il movimento. Fondamentale, all’uopo, aver rotto il sortilegio che lo vedeva essere, prima dello scorso novembre, poco più che una vittima sacrificale. Ma i tempi sono cambiati, adesso Sinner è per Djokovic avversario vero, forse il peggiore che possa capitargli. E, probabilmente facendoci ingannare un’altra volta dal Djoker con le consuete messe in scena, si ha la sensazione di non essere di fronte ad una sua versione sublime. Quantomeno non lo è stata contro Fritz, mica Borg, che lo ha tenuto in campo quattro set e quattro ore. Ma si sa, il suo livello di gioco tende ad alzarsi proporzionalmente al valore dell’avversario e sarebbe bene non attendersi sconti. Sinner non sarà favorito, del resto chi lo sarebbe, ma il divario non è esagerato in termini di pronostico. A dirlo sono i bookmakers, gente che per necessità è abituata a vederci lungo, che separano i contendenti di un solo punto. Poco. Morale, l’attesa è quella di una partita vera nella quale importante e tendente al decisivo sarà per l’azzurro partire davanti nel punteggio – in soldoni, vincere il primo set – per non aggiungere ulteriori certezze a quelle che già possiede Djokovic a bocce ferme. Uno che, se messo nelle condizioni di giocare da lepre e non da cacciatore, lo si rivede solo dopo il traguardo.

    La sensazione, che conta niente ma c’è, è che per il tennis italiano i tempi possano essere maturi, non aggiungiamo altro. Agganciato l’obiettivo minimo delle semifinali, minimo per questioni di ranking si intende, è lecito e appassionante sperare in un upgrade azzurro. Djokovic è l’Everest ma non esiste un ottomila nel mondo che non sia stato domato almeno una volta. E Sinner, della montagna, è docente universitario. Forza Jannik, scriviamo la storia.

  • Ancora su Gigi Riva, campione del popolo e dall’amore viscerale per una Terra – di Teo Parini

    Ancora su Gigi Riva, campione del popolo e dall’amore viscerale per una Terra – di Teo Parini

    Ci sono uomini tutti d’un pezzo e uomini senza prezzo. Oppure quelli come lui, che sono entrambe le cose. Perché il miliardo di vecchie lire messo sul piatto dalla famiglia Agnelli per assicurarsi i suoi gol non gli fece né caldo né freddo. Suona strano dirlo oggi, con i giocatori che all’apice della carriera si prostituiscono professionalmente per ingurgitare camionate di petrodollari, ma Luigi Riva detto Gigi e universalmente conosciuto come Rombo di Tuono, grazie all’inesausta fantasia giornalistica di Brera che ne cantò le imprese cavalleresche, ha preferito l’amore viscerale del suo popolo adottivo, quello sardo, a qualunque altro tipo di effimera soddisfazione. Così, al Gianni, quello delle automobili più che al giornalista, disse semplicemente “no grazie”. Che poi, sportivamente parlando, vuoi mettere prendere per mano il Cagliari e issarlo sul tetto d’Italia dove nessuno, nemmeno i tifosi più accaniti, avesse mai osato sperare di arrivare? Significa essere depositari di una storia meravigliosa. E già che c’era, un bel no anche a Moratti, l’Angelo, tanto per ribadire il concetto.

    Qui sto e qui resto. Sono gli anni Settanta e, più che un altro periodo storico, pare essere un altro mondo. La sua benedetta ostinazione nel voler essere bandiera di un popolo che lo ha accolto con tutto il calore di un’isola felice, facendogli dimenticare l’infanzia poverissima e i suoi tormenti, ricorda quella di un altro gigante dello sport di quegli anni. Teofilo Stevenson, uno dei pesi massimi più forti di ogni epoca, mai cedette alle lusinghe del professionismo che, per la boxe, avrebbe significato una pioggia di danaro attraversando la lingua di oceano che separa L’Avana da Miami.

    “Cos’è un milione di dollari in confronto all’amore di nove milioni di cubani?”, disse un giorno. Infatti, a Cuba nacque e a Cuba morì, da eroe. Imperituro, perché non c’è palestra popolare in tutta l’isola caraibica che ancora oggi non si ispiri al celebre predecessore. Ecco, Gigi è stato forgiato con lo stesso pregiato materiale. Che verrebbe da definire acciaio per come interpretò il ruolo del centravanti di sfondamento, come si diceva una volta. Così, non si potrà che pensare a lui ogni qualvolta un calcio mancino finirà per gonfiare la rete di un campetto di periferia. Il piede di Gigi come il destro di Teofilo, abbacinanti icone di riscatto sociale.

    Ma del Riva calciatore è troppo facile parlare, lo hanno già fatto in molti. Qui ci limitiamo a ricordare che in un calcio fatto da difensori valorosi nel francobollarsi alle caviglie avversarie, arcigni per usare un eufemismo e, come non bastasse, tutelati dalle direzioni arbitrali oltre che dalla pionieristica e traballante tecnologia video, tutto a scapito proprio degli attaccanti, è riuscito ad essere imprendibile. Palla a Riva, palla in rete. Trentacinque gol in quarantadue partite con la maglia azzurra, tanto per dirne una, incluso quello siglato con un tuffo imperioso ad incornare il pallone che gli valse la marcatura forse più iconica, quella ai danni della fu DDR, la Germania che stava al di là del muro. Manifesto di furia agonistica, atletismo e potenza ancestrale.

    Tuttavia, più che il calciatore è l’uomo che ci interessa ricordare e che ci mancherà. Perché Gigi fu innanzitutto uomo della gente. Più che sulle passerelle modaiole ascoltando le sirene della notorietà, infatti, lo si poteva trovare in mezzo ai lavoratori del Sulcis, la famigerata miniera dei sardi. A portare solidarietà e vicinanza a quelli meno fortunati, quelli che fanno del sudore un motivo di ricchezza per tutto il paese. Perché la povertà e la fatica nel mettere insieme pranzo e cena, tutte cose che Gigi conosceva assai bene, certi uomini speciali non le dimenticano mai, nemmeno quando potrebbero avere il mondo ai loro piedi. Quindi, osservando con attenzione vecchie fotografie dell’epoca, capita di riconoscere, mischiato tra mille altri volti di lavoratori, quello di Riva. La solidarietà che ci piace, quella dell’esserci con discrezione e non dell’apparire.

    Rombo di Tuono ci ha tenuto ad essere coerente fino alla fine. Un no è sempre un no. Il cuore, a più riprese motivo di tribolazione, lo ha abbandonato, non prima di avergli suggerito una scappatoia, forse l’ultima. “Operarmi? No, grazie”, così se n’è andato, assestando l’ultimo calcio ai riflettori che mai lo hanno ossessionato. Nato a Leggiuno, sul lago Maggiore, da mamma casalinga e papà sarto, per Gigi l’adolescenza non fu certo una passeggiata di salute. Orfano troppo in fretta, spedito in collegio e accudito dalla sorella Fausta, Gigi è nel Legnano che cominciò a fare intravedere le sue doti. È proprio il Cagliari a mettere sul piatto il primo contratto da professionista e, con tutte le preoccupazioni del caso, fu così che volò in Sardegna.

    L’approdo fu traumatico, tanto che avrà modo più volte di raccontare negli anni a venire l’immediato desiderio di tornarsene a casa, grande fu lo spavento di un ragazzino catapultato altrove, dinnanzi al deserto anche fisico che lo accolse. I pranzi con i pescatori, il carattere schivo e riservato della gente comune che tanto gli somigliava, le lunghe passeggiate al Poetto, la spiaggia cittadina, furono però una folgorazione. Aveva trovato la sua dimensione, la sua casa, i suoi affetti. Il resto è storia.

    Insomma, a Gigi Riva dobbiamo tutti molto. Come uomo di sport, uno sport che purtroppo non c’è più, e, ciò che più conta, come depositario del valore più alto: l’umanità. Allora, ciao Rombo di Tuono, è stato davvero un onore fare un pezzo di strada insieme.

  • Gigi Riva, Fabrizio De Andrè e Federico Buffa… come ve li raccontammo noi- di Teo Parini

    Gigi Riva, Fabrizio De Andrè e Federico Buffa… come ve li raccontammo noi- di Teo Parini

    Spirito anarchico a parte, cos’hanno in comune Riva e De André, uomini potenzialmente antitetici? E poi, perché è imprescindibile dover scomodare Luigi Tenco e Paolo Villaggio, insieme a Gigi Meroni e Georges Brassens passando per Charles De Grave Sells, affinché ogni ulteriore discorso abbia un senso? A dare una risposta convincente a tutti i quesiti- nella tappa milanese, andata in scena al Teatro Manzoni martedì 29 novembre- è stato more solito Federico Buffa, protagonista esemplare dello spettacolo teatrale intitolato non a caso “RivaDeAndrè, amici fragili”, ideato dallo stesso Buffa in collaborazione con Marco Caronna, regista oltre che voce e chitarra.

    Il pianoforte, invece, è prerogativa di Alessandro Nidi, a chiudere un tridente capace di strappare dalla dimensione contingente l’odierna società, frivola, asmatica e cosmopolita, per collocarla in un’Italia che non c’è più o che, chissà, deve ancora venire.
    Un esercizio spaziotemporale che impasta con il rigore della sensibilità note, colori, rombi e silenzi per trasformare la pluralità di evoluzioni sciolte in unisono. Risultato che è rappresentazione plastica del parallelismo che perde la sua più consueta definizione euclidea per convergere in un punto, quello d’incontro di anime fragili e spiriti randagi, governato da un destino che se può apparire crudele, e talvolta crudele lo è davvero, è solo per consentire agli uomini di sensibilità e talento di esibire la loro migliore versione possibile; uomini capaci di descrivere traiettorie destinate a restare impresse nella memoria collettiva perché, di quest’ultima, inesauribile di fonte di ispirazione.

    Così, per la prima e unica volta, Gigi Riva, professione goleador di un calcio d’antan tremendamente rimpianto, e Fabrizio De André, professione poeta, si incontrano. Quindi si studiano, usano i sensi, cercano sul fondo di una bottiglia di whisky il fil rouge che potrebbe unirli. Parlano poco, l’indole è quella, fumano molto e riflettono altrettanto intorno all’idea che qualcosa li possa condurre, insieme, in un luogo che non necessariamente dev’essere fisico, tangibile.

    In sottofondo suona la struggente ‘Preghiera in gennaio’, ode dedicata da Faber all’amico Tenco prematuramente passato al di là dell’ultimo vecchio ponte, così scoprono di essere attori della stessa sceneggiatura chiamata vita e che, pertanto, quel filo è destinato a non spezzarsi mai. Fa grandi giri che si chiudono sempre lì, dove tutto è partito.

    Fragili. È l’aggettivo scelto dall’Autore per descrivere i due protagonisti, il trait d’union, e potrebbe sembrare ossimorico se messo al cospetto di due gigantesche forze della natura di quella risma. Gianni Brera coniò il soprannome di Rombo di tuono per uno che la gamba non la tirava indietro mai, figuriamoci. Tuttavia, spogliata dal distacco scientifico, la fragilità può essere considerata come quella parte della cifra stilistica caratterizzante l’animo umano che è mescolanza di bontà e umanità profonda ed è proprio in quest’ottica che l’accostamento risulta efficace. Così, due ore di teatro sferzate dall’ineguagliabile capacità narrativa di Buffa sono l’invito nemmeno troppo velato a prendere le nostre fragilità e a darne un’accezione positiva. Perché avvicinano al mondo, dove tutto ciò che vive è necessariamente fragile.

    Lo spettacolo è finito, Fabrizio e Gigi non sono più seduti allo stesso tavolo. Il primo ha preso con sé un drappo dal colore del cielo, un naso da clown e una sciarpa del Genoa e se n’è andato via, da qualche parte; l’altro continua a parlare il meno possibile e silenziosamente incarna lo spirito dell’isola che lo ha adottato e che di rimando ha saputo impreziosire.

    Chissà se si incontreranno di nuovo, un giorno, fragili e uguali. Nel caso, ci sarà ancora da rabboccare quella bottiglia.