Autore: Teo Parini

  • Roland Garros: meglio un giorno da Bublik che cent’anni da fabbro-pallettaro

    Roland Garros: meglio un giorno da Bublik che cent’anni da fabbro-pallettaro

    Che il tennis non sia il baricentro dei suoi pensieri è concetto piuttosto chiaro ormai da un pezzo. Non ne ha mai fatto mistero, Sasha, arrivando talvolta a usare parole sgradevoli per il gioco.

    “Una merda”, in una delle rarissime volte in cui ci ha trovato in disaccordo. Il suo, per l’allenamento, è l’entusiasmo di chi si reca in ufficio il lunedì mattina sfidando la bolgia della tangenziale, quindi pressoché azzerato. E le cose, quasi sempre, non vanno meglio nemmeno durante i tornei. È il suo lavoro, lo pagano bene per farlo, si tappa il naso e lo fa. “Sono io quello normale”, ha detto una volta con riferimento ai colleghi decisamente più meticolosi di lui, e la tentazione di dargli almeno un po’ di ragione non è poi così peregrina, considerata la brillantezza (si fa per dire) extra-tennistica di chi poi alza i trofei. Qualcosa che lui raramente fa.

    I suoi detrattori obnubilati dal risultato a ogni costo, purtroppo sono la maggioranza bulgara dei fruitori del tennis che l’effetto Sinner ha pure incrementato, pensano che Bublik sia il classico sbruffone che non raggiungendo l’uva la denigra. Non hanno capito nulla. Il kazako d’adozione, pare che all’epoca la federazione russa gli offrisse di meno tanto da consigliare il cambio di casacca per business, detiene una quantità di talento tennistico che il solo Alcaraz oggi eguaglia e se in gioventù avesse allenato un po’ l’attitudine, da affiancare alla tecnica sopraffina gentilmente concessa da madre natura, siamo certi che il tennis avrebbe raccontato storie differenti. Ma è un problema tutto nostro, non certo suo che di immolarsi per la carriera non ne sente affatto l’esigenza.


    Così, una partita di Bublik può essere, alternativamente, caviale o kebab. Anzi, la stessa partita può essere più sinusoidale delle montagne russe, con il risultato che ad esultare siano spesso onesti mestieranti della racchetta più avveduti di lui nella conta dei punti. Lo si è visto perdere, anzi non giocare proprio, partite che per qualità intrinseca avrebbe potuto vincere con la mano di scorta, così tante volte nei suoi primi ventisette anni di vita da finire per far percepire l’evenienza ricorrente alla stregua della normalità
    . Ha vinto ad Halle, casa Federer e vorrà pur dire qualcosa, l’unico torneo degno di nota della carriera fino a qua e la sensazione è che quella volta di due anni fa, facendo secchi Sinner e Zverev, si siano miracolosamente allineati i suoi pianeti. Un accadimento, dunque, irripetibile. A conferma di ciò, l’inizio del 2025 non è stato quello che si dice un successo. Tuttavia, è da qualche settimana che sembra animato da qualche buon proposito, al punto da scomodarsi per scendere nel pantano dei Challenger a mettere benzina nelle gambe in chiave Roland Garros. Così mentre Alcaraz e Sinner se le davano di santa ragione a Roma, lui incamerava il più modesto torneo di Torino, circondato da gente che non si capisce nemmeno faccia il suo stesso sport.

    Tipo strano, lo si è visto più voglioso all’ombra della Mole per un appuntamento di seconda categoria che in mille più appetibili circostanze. Mood insolito replicato anche in Bois de Boulogne quando, dopo aver perso i primi due set senza combattere contro il top ten DeMinaur, è salito in cattedra garantendosi l’ottavo di finale prestigioso contro Draper. Giocatore vero e in enorme ascesa, il britannico. Uno di quelli che perde solo se l’avversario finisce per essergli nettamente superiore perché di suo pugno non regala mai un quindici. L’incontro era in programma oggi, sulla carta un lunedì come tanti che l’hanno preceduto a Parigi. Invece, non solo non è risultato paragonabile ad altri ma il match tra Bublik e Draper ha offerto un paio d’ore di abbacinante bellezza tennistica da parte di entrambi con Sasha, però, che ha esplorato traiettorie inconsuete che costringono a scomodare paragoni a dir poco ingombranti. Non è un’iperbole.

    Perso il primo serrato set per colpa di un sanguinoso doppio fallo sulla prima palla break concessa al rivale, un marchio di fabbrica, il kazako nei successivi tre parziali ha giocato un tennis financo esagerato e pure scevro dai consueti passaggi a vuoto, compendiando, tutto insieme, l’arte del controbalzo e quella del tocco. Fossimo qui a raccontare di tuffi, ecco che parleremmo di difficoltà 3.6, la massima possibile. Bublik, disturbante per varietà proposta e solidità nell’esibire soluzioni vincenti, al cospetto di un giocatore forte e che uno Slam a differenza sua finirà per vincerlo, ha disputato la partita perfetta. Un po’ Agassi nel giocare con i piedi sulla riga di fondo senza mai arretrare di un passo, un po’ Rafter nelle soluzioni di volo d’altri tempi, un po’ Ivanisevic con il martello in mano al servizio, un po’ Nalbandian nell’esecuzione incessante del rovescio bimane. Insomma, eccellenza pura che riconcilia con il tennis.

    Non è dato sapersi se e quando Sasha, con le sue policrome personalità, sarà in grado di replicare queste due ore irreali sul rosso, che per i meno giovani rimandano ai due set con i quali McEnroe annichilì Lendl proprio a Parigi nel 1984, esibendo – parola di Tommasi – il miglior tennis sul mattone tritato della storia. Forse mai, forse dopodomani. Forse Sinner lo farà a pezzetti. Poco importa. Il tennis, brutalizzato dal corri-e-tira di bollettieriana ideazione e da attrezzi fin troppo democratici, ha un disperato bisogno di quelli come Bublik. La cui seppur inaffidabile presenza nel circus sta a ricordare il passato luminoso della disciplina, quando il saper giocare bene a tennis era requisito imprescindibile per emergere, con l’educazione della mano a farla da padrona. Ancora, chi pensa a Bublik solo come a un giocoliere tutto palle corte, tweener, servizi da sotto e orpelli folcloristici, dovrebbe sedersi sui banchi di scuola. Sasha sarà pure un Globetrotter della disciplina nata dalla pallacorda che collateralmente cazzeggia e diverte, ma per fortuna degli avversari ha quasi sempre qualcosa di meglio a cui pensare. Perché quando si annoia succede esattamente quel che s’è visto oggi, un giorno da Alexander Bublik. In estrema sintesi, bellezza.

  • Il Giro d’Italia 2025 è di Simon Yates

    Il Giro d’Italia 2025 è di Simon Yates

    Il ciclismo toglie, il ciclismo dà. Ma quando qualcuno vince un Giro d’Italia nello stesso posto – il terribile Colle delle Finestre, tra pendenze in doppia cifra e polvere che indebolisce il respiro – in cui lo aveva perso in preda ad una crisi di nervi e di gambe un lustro prima, questa volta con il cervello che sale in cattedra, è un tripudio per la disciplina che glorifica la fatica bruta ma non disdegna, appunto, l’intelligenza.

    Simon Yates, gemello di Adam con già trentadue primavere sulle spalle, nel 2018 aveva visto infrangersi il sogno rosa che pareva destinato ad essere suo e cambiare il suo peso specifico, in una di quelle giornate che nessuno si meriterebbe di vivere. Una Vuelta portata a casa l’anno dopo per provare a smorzare la cocente delusione, ma quella ferita italiana non gli si è mai cicatrizzata del tutto.

    Un Giro bruttino fin qui, con la classifica delineata più dalle cadute che dai quadricipiti, aveva un’ultima chance per rinfrancarsi, riportando i corridori sulle Finestre con i giochi ancora tutti aperti. In rosa, infatti, questa mattina c’era il baby-prodigio Del Toro, divenuto capitano della UE dopo le disgrazie di Ayuso, finito a terra e rialzatosi con un ginocchio malconcio che gli ha suggerito il ritiro. A solo una manciata di secondi di ritardo Carapaz, il vecchio marpione, e ad un minuto abbondante, appunto, Yates. Curiosamente, il gemello Adams è al servizio del rivale messicano e chissà cosa si saranno detti in corsa. Simon, questa giornata se l’era segnata sul calendario il giorno della presentazione dell’edizione numero 108 della corsa. Come le volte in cui passa il treno della rivincita.

    Per la verità, anche un suo compagno, van Aert, cercava il riscatto. Il belga, che ha stretto un patto con la sfiga come nessuno mai nella storia di questo sport, si è presentato al via dall’Albania con l’idea di fare incetta di tappe, ma un Pedersen super gli ha levato il sorriso in più di un frangente. Un classico. Pure per lui, oggi, era quindi l’ultima chance, seppur in veste di gregario di lusso, per lasciare un segno indelebile. Dentro nella fuga della prima ora come punto d’appoggio per il capitano Yates, van Aert si è reso protagonista del colpo del ko all’armata emiratina che ha permesso al britannico di ribaltare le sorti della corsa. Ha atteso Yates in cima al Colle delle Finestre e poi ha azionato le sue gambe nella versione dei giorni migliori per scavare il vuoto tra loro e il gruppetto della maglia rosa sempre più allo sbando e incapace di replicare l’andatura del fiammingo. In precedenza, però, era stato Yates in prima persona a guadagnarsi la pagnotta. Con intelligenza, anche questo un marchio cromosomico, sfruttando le beghe da cortile tra un Del Toro malamente gestito dal team e un Carapaz dalla gamba buona ma non ottima come qualche giorno fa, Simon allunga in salita e imposta un’andatura costante e senza cedimenti che gli consente di scollinare sulla salita iconica di giornata vestendo la maglia di leader virtuale. Prima che van Aert cementasse il risultato acquisito in salita con una progressione nel tratto vallonato che conduce al Sestriere dove per fare la differenza serve proprio la sua potenza.

    Per la Visma, squadra scaltra per genesi e tradizione, è l’ennesimo piano ben riuscito, mentre per Yates è la resa dei conti con la sorte. Ad uscirne a pezzi è, al contrario, la UA che quando Pogacar non c’è dimostra in più di una circostanza di essere compagine più soldi che costrutto. A Del Toro, invece, la scoppola potrebbe risultare assai utile in futuro se avrà l’intelligenza di capire cosa gli è capitato intorno in queste tre settimane di ribalta planetaria. Il ragazzo ha dalla sua una classe cristallina e un’eleganza in sella invidiabile ma non pare brillare per umiltà e, ciò che è peggio, acume tattico e potrebbe costargli caro.
    In definitiva, il Giro che ha perso troppo presto gente come Landa (buona guarigione), Hindley, Ciccone, Roglic e Ayuso, con un colpo di coda forse imprevisto è riuscito nell’intento di raccontare una storia di sport meravigliosa nella più classica delle zone Cesarini. Quella di Yates, un’andata e ritorno dall’inferno con il lieto fine. Chiosa finale obbligatoriamente dedicata a Caruso e Pellizzari.

    Trentasette anni, il primo, e una carriera lunghissima troppo spesso al servizio dei suoi capitani più che di sé stesso, sfruttando la sua dote migliore, la regolarità certosina, ha strappato un quinto posto finale (primo degli italiani) che vale tantissimo. Anche perché nei piani del team avrebbe dovuto fare da chioccia a Tiberi, anch’esso limitato da una brutta caduta. Dietro al siciliano in classifica generale c’è proprio Pellizzari, sesto. Partito per scortare Roglic in salita, s’è ritrovato capitano di fatto e ha mostrato qualcosa di interessante in prospettiva. Forse non sarà il nuovo Pantani, e ci si augura di sbagliare, ma con la penuria di talento che c’è oggi in Italia sarebbe molto importante crescesse ulteriormente come uomo da grandi giri. Dove il solo Caruso è garanzia.

    Bravissimo Simon. La tua è una maglia rosa che rende giustizia ad un gran bel corridore, oltre che al ciclismo.

  • Sinner, Musetti, Paolini: la marea azzurra sugli Internazionali di Roma

    Sinner, Musetti, Paolini: la marea azzurra sugli Internazionali di Roma

    Quarant’anni dopo l’impresa di Raffaella Reggi, e in attesa del match di finale tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz che promette spettacolo, con Jasmine Paolini l’Italia torna finalmente ad aggiudicarsi il titolo degli Internazionali di tennis a Roma. A cederle il passo, ieri, è stata la ventunenne Coco Gauff, già vincitrice Slam, in un match reso per onestà di cronaca bruttino dall’inconsistenza sulla terra battuta proprio della tennista statunitense; interprete di un tennis corri-e-tira-a-tutta così sciagurato da fare sbottare un compassato Adriano Panatta in sede di commento. “Dovrebbero imparare a giocare a tennis”, la chiosa dell’unico commentatore sponda RAI che dimostri inequivocabilmente di conoscere il gioco. Come dargli torto.

    Paolini, in compenso, è stata perfetta nella tattica, studiata alla perfezione per mettere a nudo le non trascurabili falle nel gioco della Gauff, e nella sua realizzazione. Strategia di gioco, la sua, volta a non concedere ritmo ad un avversaria che, seppur a disagio sul rosso e con pochissime chance di variazioni sul tema consolidato del bazooka azionato alla cieca, quando è messa nelle condizioni di colpire forte diventa comunque difficile da affrontare. Invece, l’azzurra, che la terra battuta la conosce come le sue tasche, le ha impartito una lezione severa, frutto di un mix tra intelligenza, capacità di lettura delle situazioni e solidità nei colpi. Sempre pronta ad aggredire la seconda palla di servizio tremolante della rivale, e al contempo servendo lei stessa in maniera robusta e continua, ha finito per levarle ogni certezza ed il risultato finale ha rispecchiato la differenza di qualità tennistica ieri in campo.

    Jasmine, due finali Slam perse nel 2024 anche con un pizzico di sfortuna, con Roma si assicura il titolo più prestigioso della carriera che significa almeno due cose. La prima è che i passati dodici mesi non sono stati frutto del caso come molti sedicenti esperti già sentenziavano per via di un inizio di stagione un po’ zoppicante. In mezzo, per Jasmine, la separazione dal coach storico ma per questi signori, bontà loro, evidentemente è cosa da poco. La seconda è la conferma che il lavoro svolto con competenza porta sempre a risultati sorprendenti. Jasmine, che non nasce con le stimmate della predestinata, un pezzetto alla volta e con determinazione feroce si è costruita un’architettura tennistica da campionessa che le vale la posizione di vertice nel ranking mondiale che ricopre in pianta stabile ormai da mesi. Piedi velocissimi, visione delle situazioni di gioco a trecentosessanta gradi, dritto pesante come un macigno, capacità di variazione della palla sopra la media del periodo, buona manualità. Insomma, giocatrice vera.

    Molto della sua crescita tennistica passa anche per il sodalizio con la professoressa Sara Errani, insieme alla quale andrà tra poche ore a caccia del titolo del doppio. L’ultima a riuscire nella doppietta qua a Roma è stata Serena Williams, non serve dire che sarebbe un’ottima compagnia per Jasmine. Per Sarita, invece, gli aggettivi, nel corso di una inesausta carriera, sono stati già spesi tutti. Lei, singolarista da top ten, trionfi azzurri in Fed Cup e finale al Roland Garros, prima di diventare una delle doppiste più forti di sempre. E se primeggiare in quest’ultima disciplina a fianco dell’altrettanto meravigliosa Roberta Vinci potesse essere all’epoca relativamente facile, prendere Jasmine e farne una compagna vincente, elevandone al contempo la cifra tecnica, è solo l’ultimo dei capolavori di una tennista che rimpiangeremo. All’ora di pranzo, quindi, sotto al cielo di Roma lezione di tennis. In cattedra Sara Errani.

    Più in generale, quando il sempre meraviglioso Panatta lamenta la poca qualità tennistica per molti dei protagonisti del tennis attuale, oltre a essere insindacabilmente dalla parte del vero, non fa certo riferimento a lei. E nemmeno al duo Sinner-Alcaraz che, nel pomeriggio che si fa sera, si appresta a contendersi il titolo degli uomini. Torneo maschile che ha visto pure la conferma di Lorenzo Musetti quale consolidato top player e non più nella sola veste di tennista (con Alcaraz) più talentuoso del seeding. Il Magnifico, prima o poi, il bersaglio grosso lo andrà a centrare. Comunque si concluda questa domenica da marea azzurra, nemmeno immaginabile solo un lustro fa, il pensiero degli aficionados più autentici non può che andare al compianto Giampiero Galeazzi che del tennis azzurro, in un’epoca di pane duro e reiterate delusioni, fu il cantore del popolo. Quello pane-salame e competenza che tanto avrebbe meritato di commentare pomeriggi di gloria italica come questi romani. Perché è sempre troppo facile salire sul carro vincente ma lo è molto di meno non arretrare mai di un centimetro quando non si vince mai e, soprattutto, tutt’intorno non c’è il sostegno di nessuno. In quello, il Bisteccone sarà difficilmente eguagliabile.

    Buon tennis a tutti.

  • Chiedimi chi era Vandenbroucke.. Oggi la Liegi Bastogne Liegi

    Chiedimi chi era Vandenbroucke.. Oggi la Liegi Bastogne Liegi

    Nel solco di una tradizione antichissima, tanto da far chiamare questa corsa “Doyenne” (la decana), Tadej Pogacar proverà a mettere in bacheca la seconda corsa Monumento della stagione dopo il Fiandre. A tentare di scompaginare i suoi piani dittatoriali sarà, innanzitutto, Remco Evenepoel che, prima di una Freccia Vallone sottotono, ha già fatto la voce grossa al Brabante, vincendo su van Aert, ed all’Amstel, terzo dietro al sorprendente Skjelmose che oggi può essere considerato la prima e forse unica alternativa ai due succitati fuoriclasse.

    Percorso classico, duecentocinquanta chilometri conditi da una sequela di côte senza soluzione di continuità, tra le quali spicca quella più iconica di tutte e, spesso decisiva, la Rédoute. Più che mai giudice supremo della Liegi-Bastogne-Liegi, asperità che fa da apripista agli ultimi trenta sinusoidali chilometri prima dell’arrivo. Spendibili per il prestigioso podio sono anche Pidcock e Vaquelin, oltre a chi fa del fondo una delle ragioni ciclistiche. Perché quelli che ritengono la Doyenne la corsa più dura al mondo per chilometraggio e dislivello, e sono in molti, probabilmente dicono il vero, o quasi.

    Ma a beneficio degli aficionados più romantici, non si può introdurre la Liegi senza un “back in the days” che sta a metà tra il ricordo e il rimpianto, per come la vicenda umana di un ciclista meraviglioso, e che su queste strade ha vissuto l’acme di una carriera troppo breve, è andata a finire. Anno 1999, primavera. Il meteo nelle Ardenne è piuttosto clemente, evenienza affatto scontata, tanto che per la “Doyenne” è previsto il sole e sono in tanti a tirare un sospiro di sollievo. L’idea di scalare le côte senza che la ruota posteriore si possa imbizzarrire sull’asfalto bagnato ad ogni scalciata, infatti, è un pensiero più che positivo per i corridori.

    Quando al traguardo di Liegi mancano una trentina di chilometri, a giocarsi il trofeo sono rimasti solo in una quindicina. I più forti sono tutti lì, italiani compresi, in un periodo in cui l’azzurro è spesso la tinta egemone. C’è la coppia di compagni di squadra Bartoli-Bettini, per esempio, con il primo già affermatissimo fuoriclasse e il secondo che lo diventerà a breve. C’è il compianto Rebellin, che questa corsa la finirà per vincere un lustro più tardi nella sua personale “settimana santa”. C’è Velo, il luogotenente di Pantani avvezzo ai lunghi rapporti con licenza di mettersi in proprio. La concorrenza è ovviamente nutrita e vede in Boogerd, l’onnipresente e sempre sorridente olandese frenato in carriera solo da una volata lentissima quindi penalizzante, nel connazionale e arcigno den Bakker, nel campione del mondo svizzero Camenzind e, soprattutto, in Vandenbroucke, il prescelto dagli Déi, i rivali più pericolosi. Insomma, c’è da divertirsi.

    Prima del traguardo posto nel sobborgo operaio di Ans, nella periferia di Liegi in cima all’omonima salita, resta ancora da affrontare quella che è l’ascesa simbolo, la côte de Saint-Nicolas, un chilometro e mezzo di strada all’interno del quartiere storicamente abitato dai nostri connazionali tanto da essere conosciuta nel mondo proprio come la “salita degli italiani”. Tutto fa pensare che un califfo come Michele Bartoli, probabilmente il cacciatore di classiche più forte in attività, non aspetti altro che spiccare il volo tra due ali di folla tricolore. Invece, lasciata la statale, dopo la svolta a destra che sancisce il cambio netto di pendenza, l’allungo è di Bettini ma è l’altro Michele, Boogerd, a rompere seriamente gli indugi. Sotto sforzo mostra i denti, è un marchio di fabbrica, e spinge forte sulle pedivelle, tanto che in un attimo scava dietro di sé un bel vuoto. Dietro si studiano, ben sapendo che è già il momento dell’ora o mai più se non vogliono rivedere l’olandese in maglia di campione nazionale solo al traguardo.

    Il rumore, impercettibile ma solo per i meno avvezzi, è quello che sposta la catena sul rapporto più lungo e che fa da preludio ad un colpo di cannone, lo scatto di Vandenbroucke. Un venticinquenne ribelle e dalla bellezza debordante in sella alla bicicletta destinato per genetica a scrivere pagine di ciclismo memorabili. In due pedalate riprende Boogerd, gli si accoda per rifiatare qualche secondo e riparte, se possibile, con un passo ancora più solenne. Michael rimbalza indietro, tanto che sarà poi assorbito anche dal resto del gruppo, e la chioma biondo platino del belga vallone – funambolo, mattatore, istrione dall’anima fragile che si scoprirà poi essere maledetta – descrive una cavalcata che passa direttamente dalla strada alla leggenda.

    Frank, con la solitudine degli eroi, scrive così il suo nome nell’albo d’oro della corsa di casa e tutto fa pensare all’inizio di una tirannia epocale. Al contrario, averlo predetto fu, come diremo, un tragico errore. VDB, l’acronimo che lo contraddistingue in gruppo, vive una dicotomia distruttiva: granitico fuori, fragile come il cristallo dentro. Si sposa e pedala sicuro, pare felice. Poi conosce Sarah, quella che è la donna della sua vita e che in ogni modo prova a seguirlo su e giù per le montagne russe che Frank ha disegnate nella mente. A Verona avrebbe vinto quel titolo mondiale con una gamba sola, invece cade sul più bello e si rompe il polso, così l’iride se lo prende Freire. Con il senno del poi, un segnale del destino, nonché anteprima dell’attuazione di un copione che, con tutta la morte nel cuore, avremmo poi rivisto altre volte.

    Giù dalla bicicletta, la gestione della vita è sempre più complicata, al punto che scappare di mano è ciò che di più logico gli possa capitare. Doping, forse; droga, sicuramente. Male oscuro, immancabilmente. Così, la carriera del più talentuoso e irrequieto di tutti finisce nel cestino una prima volta. La più classica delle seconde possibilità arriva sotto forma di ingaggio da quello che è lo squadrone per antonomasia del momento e Frank giura, intanto a sé stesso, di rimettersi in riga, perché al ciclismo sente di avere ancora tanto da dare. Un incredibile secondo posto al Fiandre appena tornato alle gare fa pensare che la lezione possa essergli servita ma è un abbaglio, suo e nostro. Quando da lì a breve gli inquirenti lo includono in una lista nera di consumatori di droga e nella sua abitazione rinvengono cocaina e morfina, infatti, la frittata è fatta. Già qualche tempo prima la depressione lo aveva spinto a tentare il suicidio ma la vita, almeno in quell’occasione, aveva disposto diversamente. La discesa verso gli inferi, però, non può più essere arrestata, fino a quando, il 12 ottobre del 2009, in un albergo sperduto del Senegal lo trovano privo di vita in circostanze nemmeno mai chiarite. Cazzo. Come il nostro Pirata, come il Chava Jimenez. Luminescenti fenomeni nel dare del tu al pedale ma sopraffatti da demoni arrembanti troppo più grandi di loro.

    Oggi pomeriggio, la Liegi-Bastogne-Liegi torna ad essere, come accade ormai da più di un secolo, l’acme della primavera ciclistica; classica chiusura della parentesi delle monumentali corse di un giorno aperta sul Poggio di Sanremo e lasciapassare per la stagione dei grandi giri alle porte. Parlare del traguardo senza spendere un pensiero per la tribolata parabola di Vandenbroucke sarebbe, pertanto, un torto al ciclismo e un’ingiustizia nei confronti di un ragazzo a cui la vita ha dato molto per poi beffardamente riprendersi tutto con gli interessi. Una dimenticanza che noi di TicinoNotizie.it lasciamo volentieri ad altri.

    Buona “Doyenne” a tutti. Anche a te, Frank, ovunque tu sia.

  • Tennis. Montecarlo, a Muso duro: la grande occasione del Magnifico Lorenzo

    Tennis. Montecarlo, a Muso duro: la grande occasione del Magnifico Lorenzo

    Tra qualche ora Lorenzo Musetti, il Magnifico, si giocherà (ore 14.30, diretta su Sky Sport) contro la sua bestia nera Tsitsipas, che non ha mai battuto in cinque confronti diretti dei quali quattro proprio sulla terra battuta, l’approdo alla semifinale del torneo di Montecarlo. Sarebbe la seconda volta in carriera dopo il 2023 quando a sbarrare la sua strada fu l’amico Jannik Sinner.

    Torneo, per lui, fin qui a due facce. Perché, se per due turni ha dovuto faticare oltremodo per venire a capo di avversari decisamente alla sua portata rischiando pure di lasciarci le penne soprattutto con il ceco Lehecka, negli ottavi ha concesso solo le briciole ad un Berrettini che era apparso in buona condizione nei giorni precedenti e che, invece, ieri non è mai riuscito ad entrare in partita.

    Nella peggiore delle ipotesi, Lorenzo,il prossimo lunedì, sarà il numero quattordici del ranking mondiale col paradosso di veder far passare sottotraccia un risultato oggettivamente eccezionale. Drogati, così come sono i fruitori del tennis attuale, dal famigerato effetto Sinner, in ragione del quale un quarto di finale in un Masters 1000 ha smesso di essere, anche per i sedicenti addetti ai lavori, un traguardo degno di menzione. Memoria corta, perché, al contrario, sarebbe il caso di ricordare che fino a pochissimo tempo fa per trovare un italiano nelle fasi finali dei tornei più prestigiosi occorreva un mezzo miracolo e l’impresa veniva giustamente tributata dagli aficionados, pochi, come tale. Anni di vacche magre nelle quali a vincere erano sempre e soltanto gli altri e ci si aggrappava, dal ritiro del divino Panatta in poi, alla robotica meticolosità operaia dei vari Gaudenzi e Furlan o alla genialità estemporanea di Cané e Camporese.

    Ma anche alla follia di Fognini. Uno che, intanto, a tennis ci sapeva giocare meglio degli attuali e più vincenti connazionali e che ha avuto la sfortuna di vivere i suoi anni migliori insieme ai vari Federer, Djokovic e Nadal. Mica con Zverev, Medvedev e Fritz. E, appunto, i trofei li sollevavano sempre gli avversari. Oggi, sempre per la memoria corta di cui sopra – unita alla malaugurata calcistizzazione del tifo, tipica di quando un campione straordinario richiama l’attenzione di gente che non conosce nulla di una determinata disciplina che assurge a nazionalpopolare dall’oggi al domani – che Musetti timbri un quarto di finale di prestigio è salutato come routine, un atto quasi dovuto.
    Cambiamo i tempi. Lorenzo che, sebbene abbia dichiarato di aver disputato contro Berrettini la sua miglior partita della stagione, ha nelle corde un tennis ancora migliore, quello che gli servirà per rompere il tabù Tsitsipas che, come detto, lo ha sempre fatto fuori anche se spesso al termine di confronti piuttosto equilibrati.

    Musetti, non serve ribadirlo, oggi è per distacco il giocatore più talentuoso in casa Italia. Un aspetto che, se non significa ovviamente essere il più vincente perché nella conta dei trofei Sinner è decisamente più efficace, fa lo stesso di lui una benedizione epocale. Senza dimenticare che si tratta di uno che lunedì rischia di essere ad un passo dalla Top Ten, sempre a proposito di eccellenza non adeguatamente riconosciuta. Talento, quindi, nell’accezione tommasiana per la quale talento, appunto, significa la capacità di svolgere con semplicità azioni che risultano proibitive per gli altri. Nel perimetro di questa definizione, Lorenzo, allo stato attuale e purtroppo poco entusiasmante del tennis, è da collocare tra i primissimi in quanto a qualità, varietà e fantasia. E se il tennis dei bazooka e dei campi omologati non è tipicamente il contenitore più adatto a chi gioca perennemente in bilico sul cornicione come fa lui, una partita di Musetti è ciò che, al di là dello score, riconcilia con il gioco meraviglioso che fu di Tilden, di Laver e di McEnroe, di Sampras.

    All’uopo, il match di ieri contro il sempre ammirevole Matteo è stato pedagogico, tanto può essere ampio il gap di qualità tra due tennisti di fascia altissima. Dove la differenza di soluzioni per le mani dei protagonisti può risultare a tratti demoralizzante. Anche se, alla fine, nel novanta per cento dei casi succede che la poliedricità tennistica sia un inghippo e, al contrario, l’attitudine sparagnina e routinaria un plus. Applicazione alla disciplina del diavolo del granitico principio pallonaro in virtù del quale gli attacchi fanno vendere i biglietti ma sono le difese a far alzare le coppe. Questo tennis – per la verità lo è già da un po’- dove attrezzi democratici consentono manualità rivedibili e la forza psicofisica si fa sempre preferire in quanto a utilità alla tecnica di base, non ha le stimmate adatte per agevolare i Musetti del mondo ma, lo stesso, sono i Musetti del mondo che rendono giustizia ad un gioco che si sta dimentica sovente di essere geneticamente bellissimo.

    Tornando al match di oggi, anche il greco è annoverabile tra coloro che alla pallina danno del tu. Prototipo del giocatore talentuoso in chiave moderna, Tsitsipas ha probabilmente raccolto meno di quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Bello da vedere, rovescio ad una mano che con i tempi che corrono è già un evento, competenza in tutti i settori del gioco, buonissima mano che può essere ferro e può essere piuma. Insomma, uno per il quale può valere la pena di incollarsi qualche ora alla televisione. Sesta testa di serie qui nel Principato, ha sofferto all’esordio contro Thompson, onesto mestierante, per poi fare la voce grossa contro Borges, esibendo una buona condizione. Se Musetti non dovesse incappare in una di quelle giornate nelle quali il dialogo testa-braccio è difficoltoso, è lecito attendersi un match divertente, dove per i bookmakers, più bravi di noi a fare previsioni, ad essere favorito e Stefanos ma non di molto.

    Lorenzo, che avrà dalla sua gran parte del pubblico (quasi) di casa, ha, pertanto, la chance di tornare in semifinale a due anni di distanza con la prospettiva di un successivo match alla sua portata contro il vincente della sfida tra l’eterno Dimitrov e De Minaur. Sognando un po’, ciò prima dell’ultimo atto, magari contro Alcaraz, in quello che sarebbe l’incrocio a maggiore quantità di talento sul pianeta tennis.

    Appuntamento, quindi, a questo pomeriggio dove, con buona pace dei sinnerologi dell’ultima ora, per il tennis azzurro passerà dal Club che fu tanto caro a Gianni Clerici – che per Musetti avrebbe nutrito un amore viscerale – un treno importante. Da inguaribili romantici del gioco che fu pallacorda, a Lorenzo il Magnifico chiediamo soltanto di fare ciò che gli riesce meglio: pennellare tennis. A Muso duro.

  • Non finisce qui, tigre.. Forza, Federica Brignone!

    Non finisce qui, tigre.. Forza, Federica Brignone!

    “Non vi nascondo che la frattura è impegnativa, l’osso si è rotto in modo significativo”. Sono state le prime parole proferite del Dottor Panzeri che, insieme al Dottor Accetta, ha messo mano al ginocchio di Federica Brignone, infortunato seriamente solo qualche ora prima a causa di una caduta nella prova di gigante dei Campionati italiani in corso di svolgimento in Val di Fassa. Il braccio che impatta sul palo, la torsione innaturale, l’articolazione che va in sofferenza. Frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, la diagnosi impietosa. Più il legamento crociato. Trentaquattro anni, Federica è al primo infortunio serio della carriera e, dicono i medici, ciò sarà fondamentale per la migliore ripresa possibile.

    Lo sci è questo, la possibilità di farsi male scendendo a cento all’ora su attrezzi che negli anni sono diventati via via più corti e, per dirla come l’immenso Hermann Maier, “micidiali” in quanto a pericolosità deve essere realisticamente messa in conto. Questa volta è toccato a Fede, beffardamente proprio nell’ultimo atto di una stagione irripetibile che l’ha vista trionfare in Coppa del Mondo, con l’aggiunta delle “coppette” di specialità della discesa e del gigante. Con quella del Super G che le è sfuggita di un soffio, solo perché la meravigliosa Lara Gut s’è inventata un’ultima gara irreale sopravanzandola in classifica in volata. Insomma, quasi una razzia completa. Una stagione da cannibale, la sua, che l’ha definitivamente consacrata tra le migliori sciatrici di tutti i tempi.

    Ma lo sport dà e lo sport toglie, così, nell’appuntamento seppur significativo e di festa ma agonisticamente meno prestigioso dell’anno, Fede è incappata in un brutto guaio. Nulla ovviamente di irrisolvibile ma ad attenderla è una lunga riabilitazione, purtroppo nel periodo che porta dritto alle Olimpiadi casalinghe alle quali Fede ha sempre dichiarato di tenerci un sacco. Ma è prematuro fasciarsi la testa ora che di tempo fortunatamente ce n’è e, al contempo, dubbi sulle qualità di recupero miracoloso di questi atleti straordinari non ce ne sono. Intanto, a Fede vanno i nostri migliori auguri, oltre al ringraziamento per una stagione memorabile che non si vedeva alle nostre latitudini dai tempi eroici di Tomba e Compagnoni, l’élite azzurra alla quale Brignone fa parte a pieno titolo.

    Il ginocchio, quindi, la kryptonite degli sciatori. Un mondo, quello della neve, pieno di esempi di ritorni che fanno ben sperare e che è salutare rinverdire in questi frangenti non auspicabili. Meno grave nell’esito, ma erano tempi in cui la sala operatoria risultava decisamente più invasiva di oggi, fu l’infortunio di Pirmin Zurbriggen che, tuttavia, senza fare un plissé passò dal lettino d’ospedale al gradino più alto del podio mondiale di Bormio 1985, per chi se lo ricorda, domando con ancora i cerotti sul ginocchio operato la pista “Stelvio”. Quella vera, nella sua versione originale, prima che la si rendesse giustamente meno terrificante.

    Ma l’analogia che si spera essere ancora più aderente è proprio di Deborah Compagnoni. La più forte gigantista di questo ed eventuali altri mondi, ad Albertville, dopo aver vinto l’oro del Super G il giorno precedente, cadde rovinosamente, per ironia del destino proprio nel suo gigante, e il suo urlo di dolore in mondovisione è ancora oggi impossibile da dimenticare. Piangemmo anche noi con lei. Ginocchio, manco a dirlo, distrutto e la paura di non tornare più quella meravigliosa ballerina delle nevi di prima. Invece, Deborah si prenderà con immutata grazia altri due ori nelle due successive Olimpiadi, oltre a svariati successi. Ed erano, appunto, altri tempi, quando una caviglia malconcia, per esempio quella di Marco Van Basten, poteva significare l’addio ai sogni di gloria. A distanza di anni, Deborah, parlando di quell’episodio, lo ha definito nelle pagine del suo libro come il “momento cruciale” della carriera. Male che diventa bene, la difficoltà che assurge a trionfo, e speriamo che Fede potrà raccontare qualcosa di simile quando avrà detto basta con lo sci.

    Poi, sempre per chi la ricirda, c’è la storia al limite dell’impossibile di Hermann Maier, l’Herminator di fine anni Novanta. Uno che dava del tu alla paura, spaventandola. Nell’estate del 2001, il campione austriaco subì un incidente in moto. Arrivò ad un millimetro dall’amputazione della gamba e per cinquecento giorni fu considerato un ex sciatore anche dai più ottimisti. Cinquecento. Aveva già vinto in precedenza tre Coppe del mondo, la sua era la forza più bestiale mai ammirata sulla neve. Un iradiddio, un torrente che spezza gli argini, l’archetipo della forza muscolare. Poi l’incidente. L’impatto fu devastante, finì giù nel fosso a bordo strada profondo una decina di metri, con la gamba destra che subì uno schiacciamento terribile: frattura esposta di tibia e perone. Sette ore sotto i ferri per restituirlo almeno ad una vita normale, la terapia intensiva, poi il responso: “sarà quasi impossibile rivederlo in gara”. Figuriamoci.
    Hermann non solo ritornò a fare ciò che gli riusciva meglio ma lo fece da campione del mondo. Con una gamba che per chiunque altro avrebbe significato pensione ma i campioni, inutile ripeterlo, hanno risorse feline. Sette vite, se non di più.

    Insomma, i precedenti dal lieto fine sono davvero tanti. Precedenti ai quali, siamo certi, si aggiungerà anche quello di Federica Brignone. In bocca al lupo, Tigre. Ci rivediamo al solito posto più forti di prima.

  • Mathieu VDP il ‘cecchino’ si prende la Classicissima: una Sanremo da annali del ciclismo

    Mathieu VDP il ‘cecchino’ si prende la Classicissima: una Sanremo da annali del ciclismo

    In un mondo avaro di certezze, come spesso accade, ci pensa lo sport a presentarne una pressoché inviolabile. Senza troppi fronzoli dialettici, succede, infatti, che quando Mathieu van der Poel decide di vincere finisce sempre per vincere lui.

    Non importa chi gli contende il successo. L’olandese punta l’obiettivo, lo prepara, arriva alla partenza, trionfa, saluta e se ne va. La volata imperiale con la quale ha messo il punto esclamativo su una delle Classicissime più belle di sempre ci ha ricordato due cose. Uno: Mathieu sta al ciclismo come Alcaraz sta al tennis, Dupont al rugby o Jokić sta al basket. Insomma, la cerchia degli dèi. Due: il ciclismo 2.0 ha definitivamente soppiantato tutto ciò che per decenni ha rappresentato la sua cifra stilistica, al punto che oggi pare tutta un’altra disciplina. La rivincita dei Don Chisciotte sui mulini a vento, con nuove regole non scritte e nuove dinamiche di gara.

    Perché, ora, in circolazione ci sono quelli come Pogacar, a cui sarebbe sufficiente un cavalcavia con la salita appena abbozzata per scavare una voragine tra sé e i più immediati umani inseguitori, e quelli come van der Poel, che senza fare un plissé risponde alla rasoiata riversando sulle pedivelle una quantità di energia da far ammattire il computer di bordo.

    Come se Daitarn 3 si prendesse a cazzotti con Goldrake. Botte da orbi. Quelle che ieri i due protagonisti di giornata, insieme ad uno stratosferico e commovente Pippo Ganna a far da terzo incomodo, si sono dati senza nemmeno indossare i guantoni a partire dalla Cipressa, quando Tadej secondo pronostico ha rotto gli indugi producendosi in una di quelle accelerazioni che novantanove volte su cento mandano in onda i titoli di coda. Non ieri, perché, appunto, Mathieu – non a caso nipote e sangue dello stesso sangue di Raymond Poulidor, per chi se lo ricorda – è uno che, al pari di lui, al ciclismo dà del tu e non si farebbe impressionare nemmeno dal diavolo. La Cipressa non sarà il Mortirolo, che scoperta, ma è salita vera. Posizionata quando i corridori hanno già messo nelle gambe più di duecentocinquanta chilometri, ha lunghezza e pendenza per fare male a chi, per genetica, proprio un grimpeur non è. Così, Pogacar ha scelto proprio quell’asperità per fare all-in ma van der Poel non ha ceduto un metro, nemmeno quando il rivale ha innestato l’ultima altissima marcia a disposizione.

    Sul Poggio, poco più tardi, l’olandese non solo ha rintuzzato il forcing del campione del mondo in carica ma, sul tratto più duro della salita che è al solito l’ultima fatica verso la vittoria, gli ha restituito la pariglia sui denti, lanciando un segnale inequivocabile: la Milano-Sanremo è casa sua. Con Pippo ad inseguire a brevissima distanza, e ciò rende esaustivamente l’idea del capolavoro compiuto dall’azzurro, i due battistrada hanno affrontato la discesa, più un cavatappi che un nastro d’asfalto, studiando reciprocamente le possibili debolezze altrui agevolando in piccola parte il subentro dell’azzurro. Pertanto, all’imbocco di via Roma, arteria iconica della città dei fiori, si sono raggruppati in tre per giocarsi la corsa in volata. Qualche metro in surplace – come avrebbe detto il compianto De Zan, con una meravigliosa locuzione mutuata dalle gare su pista – con Pogacar che si piazza in coda al plotoncino, nella posizione migliore per lo sparo, e Ganna che, invece, si francobolla alla ruota di van der Poel, prima del terremoto.

    Mathieu, dalla prima scomoda posizione, si alza in piedi sui pedali e con una sola scalciata fa un buco di una decina di metri su Pippo, il più lesto a rispondere, con Tadej che gli si accoda. Fosse pugilato, sarebbe il gancio sulla mandibola che spegne le lampadine di chi lo incassa. Game over.

    Van der Poel si prende Sanremo e, da attore consumato qual è, simula l’incredulità che non c’è coprendosi il viso con le mani, mentre Ganna, superlativo secondo, relega Pogacar in terza piazza. Un podio stellare per la Classicissima che si è scoperta ieri una corsa ancor più bella di quanto avesse mai immaginato di essere. Per Mathieu si tratta del bis dopo la vittoria del 2023 e della settima Classica Monumento che va ad aggiungersi ai tre Fiandre e alle due Roubaix. Un Cannibale, senza che Merckx, sempre un po’ permaloso, abbia di che storcere il naso per la condivisione di un soprannome più che mai azzeccato. La stagione, quindi, non avrebbe potuto iniziare meglio e, anzi, c’è la possibilità concreta che a marzo abbia già offerto il suo acme, con una Sanremo che sarà difficile dimenticare.

    Appuntamento, tra poco, al Nord. Il Belgio è pronto a mettere sul tavolo pezzi di storia imperitura del ciclismo, tra Fiandre e Vallonia. Quello spicchio di mondo spesso ostile, i ciclisti lo chiamano inferno, perché muri, pietre, fango e gelo lo ricordano molto da vicino. Tuttavia, a questi eccezionali protagonisti pronti a sfidarsi di nuovo rischia di stare stretto financo il paradiso. Che dire, la golden age è qui.

  • Milano Sanremo, si corre nella e per la storia

    Milano Sanremo, si corre nella e per la storia

    Oggi è il gran giorno. La stagione ciclistica, per la verità, è già iniziata da un po’, in un calendario che non conosce soluzione di continuità, ma sono in tanti quelli che, fino a quando non c’è la Sanremo, è ancora off season. In ogni caso, a fare sul serio si comincia qui. Sui Capi, sulla Cipressa, su e giù dal Poggio, in Via Roma.

    Pioverà, e non succede da una decade di assistere ad una gara bagnata, e ciò potrebbe un po’ rimescolare le carte delle previsioni della vigilia. In condizioni normali non si vede come il vincitore possa non essere incluso nel ristretto gruppo che annovera Pedersen, forse il più quotato, van der Poel, Pogacar, Philipsen e Matthews. Forse Pidcock. In casa Italia, purtroppo, non c’è molto da mettere sul tavolo anche se Ganna pare sia in grande forma e con la Classicissima ha pure un conto aperto. Magari potrebbe regalarsi una vittoria da finisseur, con sgasata all’ultimo chilometro alla Tchmil, per chi se lo ricorda. Non sarà facile. Ma, appunto, pioverà e neppure poco, con il ventaglio dei papabili protagonisti che potrebbe allargarsi.

    Anche il 23 marzo del 1991, data dell’edizione numero 82 della corsa, Giove Pluvio aveva deciso di essere un fattore decisivo. Trecento chilometri in un clima assai poco raccomandabile, quel giorno, perché il cielo riversa sul percorso tutta l’acqua possibile. Per l’Italia, tutta un’altra Italia rispetto ad oggi, c’è molto per cui sorridere, visto che al via ci sono atleti formidabili del calibro di Bugno, Argentin e Fondriest, per citare solo quelli maggiormente accreditati dei favori del pronostico. Perché, a guardare il foglio firma, c’è pure il Diablo, come lo hanno soprannominato gli aficionados. Claudio Chiappucci, piccolo e pugnace (fin lì) gregario che solo qualche mese prima sulle strade del Tour si era inventato campione, quando ci è mancato poco che mettesse tutti nel sacco, salvo poi cedere la maglia gialla sul filo di lana a LeMond.

    Poco talento, stile rivedibile in sella, fortuna non troppo amica ma cuore, fantasia e coraggio in quantità industriale. Claudiò, come lo chiamano i francesi che lo adorano visceralmente per il suo donchisciottesco modo di interpretare la bagarre, ha le chance di vincere una Sanremo praticamente azzerate, non fosse altro per l’orografia tendente al piatto che mal si sposa con uno scricciolo scalatore come lui. Ma lo sport, e il ciclismo degli anni ’90 non faceva certo eccezione, non è affatto scienza esatta e Chiappucci fa di un pomeriggio teoricamente ostile l’acme della carriera, scrivendo una pagina di ciclismo tra le più emozionanti di sempre. Alla maniera del Diablo.

    Scollinato sul Turchino, quando ancora manca una vita alla fiamma rossa dell’ultimo chilometro, la resa dei conti, il varesino di Uboldo rompe gli indugi, tra nubi che riversano acqua a catinelle, e si lancia in discesa in un’azione che solo uno come lui che dà del tu all’improvvisazione può non percepire come folle. Insieme a Claudio, ed ai suoi quadricipiti in forma strepitosa, ci sono il compagno nonché vecchia volpe del pedale Bontempi e quattro corridori assolutamente non banali pronti a raccogliere il suo guanto di sfida. Tra loro, infatti, ci sono Sorensen e Mottet, clienti assai scomodi. L’ultimo segmento di gara è storicamente quello dei Capi, prima, e del Poggio, poi, in vista della città dei fiori. Piccole asperità rese terribili dalla quantità di chilometri già messi alle spalle dai corridori e, per l’occasione, dal clima nefasto di una giornata resa anomala dal meteo che a dire poco primaverile si pecca di ottimismo.

    Chiappucci, tra mille dubbi – più per chi guarda in poltrona che suoi e, tra questi, il gruppo dei favoriti che insegue senza fare sconti – ha una certezza. Se vuole vincere la corsa deve imboccare il vialone d’arrivo in solitaria. Portare con sé qualcuno in volata, novantanove volte su cento, significherebbe seconda piazza. Allora, ogni frazione di salita, fossero pure una manciata di metri, è una feroce frustata pancia a terra. La tattica del logorio. Infatti, uno per uno si staccano tutti dalla ruota di un Chiappucci diabolico oltre il suo nome, tanto che ai piedi del Poggio è il solo Sorensen che prova caparbiamente a restargli incollato alla ruota. Chiappucci è in trance agonistica e, quando mancano meno di duemila metri allo scollinamento, al capitano della Carrera passa davanti agli occhi, nitidissima, l’occasione di una vita.

    Uno sguardo di sfida al rivale, tanto per testare la sua condizione, un’aggiustatina al cambio e un ultimo respiro, prima dello scatto decisivo. Chiappucci scalcia con tutta la forza che ha sulle pedivelle, è un puntino piccolo – che il compianto Gianni Mura era solito chiamare affettuosamente Calimero – che si allontana inesorabile tra pioggia e nebbia. La picchiata verso Sanremo è un mix di incoscienza e voglia di vincere, con il Diablo, discesista di razza, che fa sembrare un cavatappi bagnato, come il Poggio di quel pomeriggio di gloria, un esercizio financo banale. Gli avversari, fradici e sfiancati, lo rivedono solo al traguardo che sprizza gioia da ogni poro, al termine di una delle imprese più luminose del ciclismo moderno. Quando Jonah Lomu, esagerato campione di rugby scomparso troppo presto, nel celebre claim pubblicitario di quegli anni diceva ‘nothing is impossible’ probabilmente faceva riferimento ai Chiappucci del mondo. I visionari, geniali e naif, che coltivano dove chiunque altro è convinto non possa crescere nulla.

    Sanremo ‘91, una vita fa e sembra ieri. Il Diablo non ha vinto molto in una carriera, la sua, limitata dalla compresenza dell’immenso Indurain di quell’epoca e da tracciati troppo spesso penalizzanti per i grimpeur di razza poco avvezzi ai lunghi rapporti come lui. Per molti, quindi, Claudio è l’eterno secondo, quello delle battaglie valorose, degnamente combattute ma senza lieto fine. Può darsi. Ma se il ciclismo è uno sport meraviglioso è proprio grazie ai Chiappucci del pedale. Personaggi un po’ così, che quando lasciano il segno è per sempre, come i diamanti. Come quella Sanremo che non ci siamo ancora stufati di riguardare come fosse sempre la prima volta.

    Buona Classicissima a tutti.

  • Federico Buffa riesce a far sognare (anche) Busto Arsizio, con la sua milonga del futbol: una magia, tra Paolo Conte e Atahualpa Yupanqui

    Federico Buffa riesce a far sognare (anche) Busto Arsizio, con la sua milonga del futbol: una magia, tra Paolo Conte e Atahualpa Yupanqui

    Busto Arsizio. Per una per una sera, grazie al magistrale lavoro di Federico Buffa che ha portato a teatro lo spettacolo intitolato “La Milonga del fútbol”, la città varesina si è trasformata nel quarantanovesimo barrio di Buenos Aires. Argentina popolare, uno spaccato calciofilo incastonato nella città che deve la denominazione ai marinai sardi giunti per primi sulle sue coste e che imposero il nome del patrono venerato proprio in Sardegna.

    Già da qui si è potuto immaginare che il sodalizio Italia-Argentina sarebbe stato il fortunato leitmotiv di un paio d’ore di spessore artistico che hanno avuto il pregio di parlare di un calcio meraviglioso che non c’è più ma senza parlare necessariamente di calcio. Prendendo a prestito dal cassetto della memoria tre storie speciali che, se nella narrazione dell’autore si intrecciano e volutamente si confondono, è solo perché tutto quanto, nella realtà rinverdita dal protagonista, andò realmente così.

    Tre personaggi, allora, accomunati dalla genialità di chi a modo suo dà incondizionatamente del tu alla vita; uomini che nella rigorosa staffetta imbastita dal sempre impeccabile Chronos hanno preso il gioco portato in Argentina dai maestri inglesi e ne hanno fatto, con il supporto di un popolo che ha l’Italia nel sangue, una travolgente storia d’amore. A far vivere nel Teatro Sociale il clima infuocato della Boca, sebbene il Rile ed il Riachuelo non siano proprio la stessa cosa, è la debordante passione per la bellezza dello sport, e per i particolari che trasudano più umanità che palmares, che trova in Buffa un gigante della nostra comunicazione. Nello specifico, il suo è l’antidoto alla banalizzazione di un gioco, quello del calcio, che, sebbene oggi sia quanto di più omologato possa esserci perché drogato di petrodollari ed egemonizzato da protagonisti con pochissimo da trasmettere, ha avuto trascorsi di talentuosa creatività e non solo in mezzo al campo.

    Renato Cesarini detto il Cé, che argentino non fu di nascita ma solo perché dalle Marche vi giunse attraversando l’oceano a nemmeno un anno di vita, non è solo il prestanome del noto neologismo pallonaro, quello del gol all’ultimo secondo a cui si deve l’omonima “zona”, ma una storia policroma impregnata di povertà, emigrazione, spirito di rivalsa, tango, donne e, appunto, fútbol. Giocatore straordinario e poi allenatore visionario, connubio tutt’altro che scontato, Renato da ragazzo faceva il saltimbanco per le strade di Buenos Aires ed il suo essere scevro da schemi, al pari dei funamboli circensi, ne caratterizzò l’intera esistenza. Ribelle ma non per moda – pare che, pizzicato in un ristorante in orario di allenamento da Edoardo Agnelli, rispose al rimbrotto di quest’ultimo facendogli arrivare al tavolo cinque bottiglie di champagne e la promessa, ovviamente mantenuta, di segnare un gol l’indomani nella partita di campionato – Cesarini ha prima disegnato calcio, grazie ad uno dei piedi più educati ed imprevedibili di sempre, e poi lo ha insegnato, non a caso in Argentina è chiamato ancora oggi la “Bibbia del fútbol”, seduto in panchina.

    Prigioniero di nulla, se non del suo amore per la varietà della vita, al Cé, come lo si chiamava all’epoca, si deve anche il primo passaggio di consegne di questa travolgente carrellata teatrale albiceleste con una spruzzata tricolore. Fu lui, infatti, a scoprire quello che si rivelerà un artista della sua stessa genia calcistica, Omar Sivori. River Plate, settore giovanile, l’incrocio fra il maestro e l’allievo. Il primo crocevia. Perché, in quella strepitosa vicenda che è sempre la vita, ce ne sarà pure un secondo, manco a dirlo, in Italia. Quella degli anni ‘50 che prova a risollevarsi dalle disgrazie della guerra, con Cesarini che allena la Juventus e “El Cabézon”, com’era soprannominato Sivori e non serve esplicitare la ragione, a far ammattire gli avversari.

    Tecnica sopraffina, scaltrezza e cattiveria agonistica, in un calcio nel quale ai difensori che si prendono cura di quelli come lui si è insegnato che prima la caviglia e poi eventualmente anche la palla. Calcio maschio, antico, rusticano, dove per regola non scritta le si dà e le si prende, le botte. Dove Sivori, in trio con Boniperti e Charles, si è ritagliato, puntellato dal talento dei predestinati, un posto tra i giocatori più forti di ogni epoca. Angelo dalla faccia sporca, per ben trentatré volte in carriera l’arbitro lo cacciò anzitempo dal campo, Omar, che abbassando i calzettoni rivendicava l’assenza ontologica del sentimento della paura se non quella per l’aereo che detestava, non fece mai nulla per farsi volere bene, con il risultato che il mondo del soccer per l’occasione trasversale ne restò ammaliato. Odioso e sublime, quando, dopo aver scartato mezza squadra avversaria, fermò la sua corsa trionfale sulla linea di porta, con il pallone immobile accarezzato dalla suola della scarpa, per poi vanificare l’intervento disperato del povero Vincenzi, difensore sampdoriano, spostando il pallone a ritroso. Prima di spingerlo dolcemente in rete. Irriverenza, strafottenza calcistica alla potenza massima. Essenza, quella calcistica. Mentalità, quella latina.

    Quando diversi anni più tardi, Menotti, il selezionatore della nazionale nell’Argentina ai tempi funesti di colonnelli e desaparecidos, lo fece fuori dai convocati per il Mondiale casalingo, fu proprio Omar Sivori, per primo, ad assicurargli che nessun uomo avesse facoltà di cambiare l’incedere del tempo e che il suo luminoso tempo sarebbe presto venuto. Diego Armando Maradona, appena maggiorenne, aveva appena scoperto che quel maledetto torneo lo avrebbe visto dalla tivù, celebri furono le sue lacrime adolescenziali, e la benedizione di Sivori, se proprio non cambiò il corso degli eventi, sancì il secondo passaggio di consegna di un filo rosso fuoco destinato a non spezzarsi mai. Sul Pibe de Oro è difficile dire qualcosa di originale che non sia già stato detto, anche per uno come Buffa che, in quanto a fantasia, si conferma ancora una volta docente universitario. Il gol più bello della storia del soccer, la mano di Dio che sbattè in faccia agli inglesi che calcio è pure politica, l’amore incondizionato dei diseredati del pianeta, l’amicizia a lui riservata dai giganti del popolo come quella indissolubile di Fidel Castro, la sregolatezza e propensione autodistruttiva, la simbiosi con la città di Napoli o quella con l’America Latina tutta. Soprattutto, l’umanità. Che questo schifo di mondo non ha saputo meritarsi e che, di rimando, lo ha fatto morire solo come un cane.

    E se l’Equipe ebbe modo di uscire in prima pagina con l’altisonante “Dieu est mort” quando lo trovarono senza vita, probabilmente ammazzato da uno dei piccoli uomini che gli hanno voluto male per il solo fatto di non essere in vendita, nessuno percepì in quel titolo un’esagerazione. Inviso ai potenti, osannato dagli ultimi, il suo volto campeggia imperituro in ogni periferia del mondo. Nei quartieri dove pensare al domani è da eroi e giustizia soltanto una parola sul dizionario, Maradona non è mai morto. Vive sui muri che lo ritraggono, per le strade affollate, sui campi da calcio più sperduti, nell’immaginario collettivo. Soprattutto, vive nei bambini che, come lui, provano a darsi un futuro diverso da quello che gli è stato scritto, magari inseguendo un pallone.

    Si chiude così, con l’immagine di un campo fiorito sullo sfondo e una cascata di applausi commossi in platea, la performance di un Buffa monumentale, che, accompagnato al pianoforte da Alessandro Nidi e dalla voce calda di Mascia Foschi, è foriera di un messaggio che, prendendo a pretesto lo sport, afferma l’importanza nella vita di non fermarsi mai alla superficie. Di non essere, appunto, superficiali ma cacciatori di sfumature. Perché è scavando dove la massa è convinta non si possa trovare nulla di buono che i colori assumono le tonalità che più abbagliano. Come il Sol de Mayo.

    Alle prese con una verde milonga (testo e musica di Paolo Conte)

    Alle prese con una verde milonga

    Il musicista si diverte e si estenua

    e mi avrai, verde milonga che sei stata scritta per me,

    per la mia sensibilità, per le mie scarpe lucidate

    per il mio tempo e per il mio gusto

    mi avrai, verde milonga inquieta

    che mi strappi un sorriso di tregua ad ogni accordo,

    mentre fai dannare le mie dita

    ?io sono qui, sono venuto a suonare,

    sono venuto ad amare, e di nascosto a danzare

    e ammesso che la milonga fosse una canzone,

    ebbene io l’ho svegliata e l’ho guidata ad un ritmo più lento

    così la milonga rivelava di sé molto più di quanto apparisse?

    la sua origine d’Africa, la sua eleganza di zebra,

    il suo essere di frontiera, una verde frontiera?

    una verde frontiera tra il suonare e l’amare,

    verde spettacolo in corsa da inseguire?

    da inseguiere sempre, da inseguire ancora, fino ai laghi biancchi del silenzio

    fin che Atahualpa[1] o qualque altro dio

    non ti dica: descansate niño, che continuo io

    ?io sono qui, sono venuto a suonare,

    sono vinuto a danzare, e di nascosto ad amare

    [1] si allude ad Atahualpa Yupanqui, ultimo grande interprete della danza pampera chiamata milonga

  • Italrugby contro Irlanda, si lotta e si beve onorando san Patrizio e la Guinness

    Italrugby contro Irlanda, si lotta e si beve onorando san Patrizio e la Guinness

    Piccola soddisfazione personale. In tempi non sospetti, dalle colonne di TicinoNotizie.it ci siamo permessi di consigliare a Quesada di concedere una chance da titolare a Manuel Zuliani e, per l’ultimo turno del Sei Nazioni, l’allenatore degli azzurri ci ha ascoltato. Nel quindici di partenza, pertanto, a Manuel la maglia numero sette.

    Rispetto al match di domenica scorsa, finito in un massacro contro gli inglesi dopo un primo tempo di assoluto livello, dentro Allan da estremo, con spostamento di Capuozzo all’ala, e Page-Relo, in mediana al posto di Varney (en passant, avevamo chiesto anche questo) a far coppia con Garbisi. Inoltre, dentro subito Lamb e Ferrari, nell’intento dichiarato di opporre più chili possibili alla furia degli irlandesi e alle loro proverbiali ed inesauste fasi d’attacco funzionali a sfilacciare le barricate altrui. Dispiace per Lamaro in panca, capitano sarà quindi Brex che con Menoncello costituisce un grimaldello d’offesa che il mondo ci invidia, ma la scelta, benché dolorosa, rispecchia il suo stato di forma non esaltante.

    Saremmo felici di essere smentiti, ma ci sono enormi possibilità che il momento migliore azzurro di questo Sei Nazioni ormai ai titoli di coda resti la sofferta vittoria contro il Galles. Galles che, con qualche accadimento più o meno fortuito, potrebbe beffardamente sopravanzare in classifica l’Italia, lasciando in mano agli azzurri il poco edificante cucchiaio di legno, quello che spetta agli ultimi arrivati. Sarebbe una prima assoluta. Non è mai successo, infatti, che a non chiudere la classifica fosse una squadra senza successi parziali. Dato per scontato che l’Italia non batterà l’Irlanda e che difficilmente farà almeno un punto di bonus, al Galles – sfavorito contro l’Inghilterra ma in risalita di condizione – sarà sufficiente perdere sotto break o segnare almeno quattro mete nell’ultimo incontro per agganciare gli azzurri nel punteggio grazie al punto di bonus e, quindi, poter far valere la sua migliore differenza punti nel torneo per posizionarsi al penultimo posto. Certo, il bonus potrebbe pure strapparlo l’Italia, ma la differenza che ci separa dall’Irlanda, salvo sorprese, si confermerà piuttosto ampia. Ci toccherà sperare che gli inglesi non siano in vena di regali come, invece, lo sono stati gli scozzesi settimana scorsa, quando tirando i remi in barca hanno dato modo al Galles di strappare due punti insperati e vitali.

    Tornando alla vittoria azzurra proprio contro i dragoni, l’istantanea più bella di quel giorno non fu tanto quella di Capuozzo che schiaccia in meta una palla servita in maniera sublime dal piede di Garbisi, quanto quella che ritrae Zuliani in ciò che fa meglio di chiunque altro al mondo: rubare i palloni. Minuto ottanta, il cronometro è già colorato di rosso, significa che resta da disputare solo l’ultima azione. Dopo un match che gli azzurri avrebbero dovuto mettere in ghiaccio mezz’ora prima, il Galles, con un sussulto d’orgoglio e sfruttando il famigerato braccino (termine mutuato dal tennis) che attanaglia chi ha paura di vincere, ha per le mani l’ovale del pareggio. Non solo. L’Italia è con due uomini in meno. Il Galles, attacca in quindici, l’Italia placca alla morte in tredici. Ad aggirarsi intorno ai raggruppamenti c’è Zuliani, al solito mandato in campo a dare nuova linfa per i minuti finali di match. Manuel, inconfondibile caschetto bianco e mani grandi e velocissime, studia il comportamento dei gallesi come il killer che sa di avere a disposizione un’unica cartuccia.

    Mentre i compagni si immolano in difesa, lui scruta il groviglio umano in attesa di un pertugio. Quando lo trova, per gli avversari è finita. Mani sul pallone e portatore inchiodato a terra: palla rubata e partita conclusa. Il marchio di fabbrica di casa Zuliani, uno che sta alla partita di rugby come Arsenio Lupin sta ad un museo pieno di opere d’arte. Il capolavoro è il suo, e se l’Italia dovesse scongiurare il cucchiaio di legno il merito sarebbe gran parte figlio di quel furto. Una ruspa, Manuel, con la capacità di scavare nei raggruppamenti che si eleva capolavoro. Come una meta, anzi, più di una meta. Manuel, in una delle espressioni meravigliose che caratterizzano il rugby, è allora maestro del “grillotalpa”, perché proprio come l’animaletto che scava la terra con le zampe anteriori si infila chirurgicamente nella ruck per sottrarre la palla agli avversari. Una mossa che si compie in tre step ben precisi, non c’è nulla di casuale. Si arriva sul punto, ci si appoggia sul giocatore rivale già a terra, si sigillano le proprie mani sul pallone stando bene attenti a non metterle prima sul prato commettendo infrazione. La somma di tempismo, precisione, forza. La bellezza del rugby, in altre parole, un ecosistema nel quale Zuliani è docente universitario.

    Ventiquattro anni di Castelfranco Veneto, un metro e novanta scarso per un quintale abbondante di peso, è un terza linea in forza al Benetton con all’attivo anche un Mondiale, quello del 2023, con gli azzurri dove segnò una meta contro la Namibia. Domani, in terza linea con i compagni di reparto Negri e Cannone, proverà a rendere difficile la vita agli irlandesi, una grande occasione per lui di dimostrare a Quesada di poter ambire a qualcosa più del patentino di subentrante di lusso. Contro gli inglesi, nel tempio di Twickenham sette giorni, fa ha reso possibile la terza meta di giornata, grazie ad una percussione dritto per dritto di pregevole fattura che ha aperto in due la difesa avversaria spingendo forte sui quadricipiti e consentendo a Menoncello la più facile delle marcature. Insomma, come sempre Manuel si è fatto trovare pronto. Lui entra in campo e un segno lo lascia. Siamo quindi curiosi di vedere che impatto potrà avere giocando già dall’inizio. Oltre che umanamente contenti per un ragazzo di grande umiltà e spirito di squadra.

    Tornando al match contro l’Irlanda, che sarà incazzatissima per aver probabilmente perso il torneo in seguito alla disfatta tra le mura amiche contro a Francia, al di là del punteggio sarebbe importante rivedere negli azzurri la capacità difensiva smarrita in questo 2025, quella di rallentare l’uscita dei palloni dai raggruppamenti avversari per non offrire situazioni di attacco di qualità alla macchina da rugby irlandese. Lapalissiano, il funzionamento delle fasi statiche non deve venire a meno, con mischia e touche che, pertanto, sono chiamate a confermare i progressi recenti, i due fondamentali del gioco che sono la cartina al tornasole dello spessore del gruppo. Le ali non avranno per le mani troppi palloni, vien da sé che Ioane da una parte e Capuozzo dall’altra avranno il dovere di capitalizzare le pochissime chance a loro disposizione. Più qualità che quantità. Per il resto, placcare, placcare e ancora placcare e, se vogliamo, lo sappiamo fare benissimo. Il compianto Jonah Lomu era solito ripetere che nulla fosse impossibile e, benché il rugby tanto somigli a scienza esatta a premiare il più forte, abbiamo il dovere di ricordare che i pronostici si possono anche sovvertire. In definitiva, abbiamo tutto ciò che serve per chiudere in bellezza questa edizione del torneo più antico al mondo: mettiamolo in campo.

    Buon rugby a tutti.