Autore: Teo Parini

  • Baggio, Caniggia, Zoff, Baresi: l’altro calcio (e l’altra voce, elegante e suadente) di Bruno Pizzul

    Baggio, Caniggia, Zoff, Baresi: l’altro calcio (e l’altra voce, elegante e suadente) di Bruno Pizzul

    C’è stato un calcio diverso da questo, una versione che non ci piace più. Un calcio orfano dei patron, più tifosi ruspanti e passionali che business addicts, a metterci prima la faccia e poi il portafoglio. Pilotato, ora, dai famigerati fondi di investimento e trasformato in fiction dalla pioggia battente di petrodollari. Un calcio diverso, oggi.

    Senza più la certezza della domenica, senza i difensori a fare i difensori e non le dame di compagnia e gli attaccanti che, per fare dieci gol a stagione, non devono più necessariamente essere fenomenali, oltre che scaltri a sopravvivere. Un calcio, quello di allora, che, infatti, ergeva a idoli gente come Maradona e Van Basten, mica Neymar e Vinicius. Un calcio, non a caso, raccontato in maniera diversa. Da cronisti competenti, senza la presunzione di essere considerati le star di un evento bello in quanto tale, mica perché edulcorato da menestrelli, imbonitori e urlatori seriali che dalla meravigliose tradizione latina hanno emulato, e pure male, solo ciò che non avrebbero dovuto emulare, la caciara.

    Cronisti discreti e misurati, dediti alla narrazione più che alla sopraffazione. E se Nando Martellini ci costringe a tornare indietro più di quanto la memoria ci consenta, almeno senza scomodare il sentito dire, Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Ezio Luzzi e tutta quella generazione sono state le voci che hanno raccontato l’ultimo calcio prima delle pay per view, degli spezzatini orchestrati dai palinsesti televisivi e delle radioline incollate alle orecchie. Delle maglie senza soprannomi da Instagram sulle spalle ma, in compenso, con i numeri identificativi di un ruolo, appunto, identitario. Della diretta tivù, ma solo se a giocare è la Nazionale o c’è la Coppa dei Campioni e, vivaddio, solo di mercoledì. Maglia azzurra, appunto, che per quasi un ventennio ha avuto una sola voce iconica, quella di Bruno Pizzul, che, se oggi lo si ricorda con affetto e nostalgia, è perché ad un passo dal suo ottantasettesimo compleanno ha lasciato questo mondo. A modo suo, in punta di piedi, senza darsi troppa importanza.

    Mediano di rottura, all’epoca i faticatori del soccer li si chiamavano così, Bruno provò inizialmente a darsi una chance da calciatore militando, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, nel Catania, prima di vestire le maglie di Ischia, Udinese, casa sua, e Sassari Torres. Tecnicamente così così, trasformava la mole in un plus (passava il metro e novanta) quando a centrocampo si faceva a sportellate e finire per terra, più che un fallo peraltro mai sanzionato, era considerata una sconfitta personale. Così, poco più che trentenne, Bruno capisce di poter dare il meglio al microfono, tanto che già nel 1969 fa il suo ingresso in RAI, in un inscindibile sodalizio che durerà tre decenni. Il cruccio, forse più nostro che suo, è che, lui, la Nazionale non l’abbia mai vista vincere, come invece accadde in Spagna al suo maestro e predecessore Martellini e ai suoi non sempre auspicabili successori in Germania. In mezzo, Pizzul ci ha raccontato la storia irripetibile, anche se privata del suo lieto fine, dell’estate italiana, del pupazzetto tricolore Ciao, della voce di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, degli occhi operai, spiritati e incendiari, di Totò Schillaci. Con le sue corse forsennate a festeggiare gol che hanno tenuto incollata alla televisione una nazione più unita ed orgogliosa di quanto non sia oggi.

    Ma anche la delusione americana, quattro anni più tardi. L’afa asfissiante di Pasadena, il Brasile meno talentuoso di sempre, le contraddizioni di Arrigo Sacchi e i maledetti rigori sbagliati. Le lacrime di Franco Baresi, le mani nei capelli di Roberto Baggio e il suo sguardo incredulo. Roby, forse il preferito di Pizzul, e come dargli torto. In totale, ha commentato cinque Mondiali e quattro Europei, tanto che la nostra generazione ha pensato a lungo che non potesse esistere altra voce al di fuori della sua. Non sapendo che l’avvento del nuovo millennio avrebbe portato in dote un calcio triste, nemmeno parente di quello che sostituì. La sua, fu una narrazione semplice – come il calcio, del resto, ed è un complimento – ma allo stesso tempo colta oltre che misurata, perché senza inutili iperboli. Studi classici, prima, e da avvocato, poi, Bruno fu uomo dall’aria pane e salame più fiumi di vino bianco, una sua passione insieme all’immancabile sigaretta, e giocatore di carte, un po’ come tutti quelli genuini di un tempo. Un uomo rassicurante.

    Pizzul ha un lascito espressivo che ricordare è sempre un’emozione. Se con “Partiti“ era solito aprire la telecronaca, “Tutto molto bello” era, invece, il suo personalissimo modo di elogiare uno spettacolo giunto al suo acme. Locuzioni geniali che abbiamo fatto nostre quali, per esempio, “bandolo della matassa”, quando un campione era in grado di risolvere con maestria una situazione di gioco intricata, “cincischia”, il modo gentile per indicare che un giocatore non sapesse nel frangente che pesci pigliare o, ancora, “sventola da fuori area”, a descrivere un tracciante scagliato con forza da lontano, sono ormai l’imperituro patrimonio genetico del gioco che ha contribuito ad impreziosire. Ma è il suo “Ed è gol” che ha il merito di farci sentire ancora come quei bambini che guardano lo sport con spirito incontaminato.

    “Ed è gol”. Quando Baggio si mangia mezza difesa della Nigeria – “Come giocano, questi?”, sempre a proposito di citazioni – o quando Savicevic disegna nel cielo di Atene la parabola perfetta. Doverosamente, lo stesso tono di quando l’incubo Caniggia, nano tra i giganti, uccella Zenga e spegne il sogno nazionalpopolare e, ancora, di quando è l’implacabile rapace Trezeguet a sottrarre agli azzurri un Europeo già vinto. Se a lasciarci sono quelli come Bruno Pizzul che hanno saputo raccontare con trasporto una nostra passione grande è, in aggiunta al rammarico per Chronos che non farà sconti neanche a noi, come perdere un pezzettino della nostra storia, un fratello maggiore. Ora che il calcio è un “Grappolo di uomini”, meravigliosa espressione anche questa, senza scrupoli dietro alle scrivanie e senza amore in mezzo al campo, ad essersi estinti sono anche i suoi cantori. Quelli che senza spocchia congenita, tipico atteggiamento di chi non ha bisogno di ostentare competenza per esibirla, finiscono sempre per insegnarci qualcosa di bello.

    “È stato un piacere raccontare la Nazionale, nonostante tutto”, disse a valle della sua ultima telecronaca, con gli Azzurri sconfitti tra le mura amiche dalla non irresistibile Slovenia. Sì, Bruno, è stato davvero un piacere l’aver condiviso con te un bellissimo cammino. Fai buon viaggio.

  • La verde, geniale milonga di Dejan Bodiroga. Estro serbo, alla massima potenza di poesia

    La verde, geniale milonga di Dejan Bodiroga. Estro serbo, alla massima potenza di poesia

    Milano, negli anni Novanta, di geni per le strade ne aveva ben due. Curiosamente, entrambi di nome facevano Dejan e ciò ne rendeva palese la provenienza balcanica. Savicevic e Bodiroga, infatti, nel nostro paese ci arrivarono dalla Jugoslavia, poco prima che quella gloriosa terra fucina di talento venisse spazzata via da guerra e sciovinismo imperiale, in un mondo in procinto di ridursi a unipolare. Balcanizzata, si dice così, con tutta la nostalgia del caso.

    Dejan, lato soccer, è quello della parabola perfetta disegnata con il piede sinistro nel cielo di Atene. Il visionario che ha fatto sì che pigrizia e indolenza sul campo da calcio assurgessero ad imprescindibile virtù. Dejan, lato basket, è probabilmente il più forte giocatore di ogni epoca a non aver frequentato i ground della lega americana, l’NBA. Mica perché gli scout d’oltreoceano non lo volessero, anzi, perché gli slavi sono fatti così, nel migliore dei casi poco inquadrabili nel perimetro degli schemi mentali ai quali siamo abituati. Eterodiretti, così come sono, dal cromosomico talento.

    Grazie, signori, ma io resto qui. Con i Sacramento Kings che ricevettero un no categorico che, a suo tempo, deve averli fatti parecchio incazzare. La guerra a cui s’è fatto cenno poc’anzi, quella che spegnerà il sogno della Jugoslavia dei popoli fratelli, è ormai innescata e Dejan, volendo continuare a fare ciò che meglio gli riesce, quindi il mago, decide di scavalcare l’Adriatico per tentare l’avventura in Italia. Trieste, all’epoca città che fa rima con basket, è pronta a spalancare le porte del palazzetto ad un ragazzo dal fare stralunato e nemmeno così aggraziato in abiti civili (ma solo in quelli) e che, palesemente, ha lo sguardo di chi ha qualcosa di epocale da nascondere. Il direttore dell’operazione è un altro di quei personaggi che meriterebbe un discorso a sé, ed è inutile palesare la sua provenienza. Si chiama Bogdan Tanjevic, ovviamente, ma a dire il Vate non si creano ambiguità. Uno che il basket, più che insegnarlo, lo plasma a sua immagine e che, prima di tutti quanti, capisce che Dejan Bodiroga è destinato a sollevare l’asticella del gioco decisamente più in alto di quanto l’abbia trovata.

    Bogdan, parlando di Dejan e sembra il titolo di un film, lo ha sempre definito il “Magic bianco” e il perché non è difficile da comprendere. Quando un giocatore che passa i due metri palleggia come un play, ha i tempi di un metronomo, la visione di una macchina del tempo e buca la retina come una guardia, se non si è di fronte alla perfezione poco ci manca. Quella del Johnson della città degli angeli, appunto. Per nostra fortuna, Bodiroga ama L’Europa e, così, ce lo siamo potuti godere da vicino, fino alla fine. La sua storia cestistica si apre a Trieste ma, da lì a poco, il signor Stefanel – il Patron, come si diceva quando a dettare legge non erano fondi di investimento e petrodollari – sposta armi e bagagli a Milano, la casa delle Scarpette Rosse che vivono un momento poco rispettoso per la loro gloriosa storia. Insomma, non vincono nulla da troppo tempo.

    L’anno è il 1995 e con la stessa canottiera sulle spalle si ritrovano insieme: Bodiroga, Nando Gentile, il cuore matto, Rolando Blackman che, lui sì, in NBA ha già fatto sfracelli, Gregor Fucka, l’airone, Cantarello, la classe operaia in paradiso. In panca, quale sesto uomo di lusso e prima scelta nelle rotazioni, il lupo Portaluppi, quello che il tiro da tre è esercizio di routine. Il Vate, allora, ha per le mani qualcosa di esplosivo ma maledettamente giovane, la tipica situazione da tutto o niente. Bodiroga, di quel team, diventa, così, la trasposizione da bello a vincente. Non serve ricordare chi si aggiudicherà quel campionato, con Milano che torna a respirare basket e riempire il palazzo di una passione color fuoco.

    Bodiroga, al termine della cavalcata, saluta tutti. Perché ad attenderlo c’è il Real Madrid dove resterà un paio di stagioni prima di trasferirsi in Grecia, lato Panathinaikos. Ecosistema rovente dove Dejan dà il via al suo rapporto privilegiato con la Coppa Campioni o come diavolo si chiama oggi. Da protagonista, se non da dominatore, ne solleva due in Grecia e, poi, pure una terza con la casacca blaugrana del Barcellona. La musica non è troppo diversa quando veste i colori della sua nazionale. Chi ha Bodiroga come compagno vince. Infatti, con la canotta della Jugoslavia e delle sue derivazioni successive, Dejan mette in bacheca due ori mondiali, un argento olimpico e tre ori europei. Più che un palmares, un saccheggio.

    Chiuderà cerchio e carriera in Italia, a Roma, dove, seppur in assenza di trofei, incassa nel giorno dell’addio al basket una standing ovation inesausta da un pubblico trasversale che comprende l’aspetto più importante. Per il basket, Bodiroga ha creato un prima e un dopo. Tipico spartiacque, uno che, se proprio il gioco non l’ha inventato, lo ha rivoluzionato.
    Due, per finire, le curiosità. La prima lo lega al numero sette. I minuti iniziali di ogni match nei quali Bodiroga, così narra la leggenda, volutamente era solito non prendersi nemmeno un tiro per studiare attentamente gli avversari, identificando le debolezze. La seconda, che è anche uno dei tasti più dolenti per gli aficionados dediti alla bellezza dello sport quale paradigma d’arte e vita, è frutto di una meravigliosa parentela. Dejan è cugino di Drazen Petrovic. Forse il più grande di tutti, ragazzo prematuramente scomparso in quel fottuto incidente. Morale, quando il DNA non mente.

    Antesignano del gioco totale – un Cruijff della palla a spicchi, volendo azzardare un paragone calcistico – se parliamo oggi di lui è perché, proprio oggi, spegne cinquanta più due candeline. Dalle poltroncine del palazzo gremito eravamo soliti dedicargli un coro anticamera dell’inevitabile sentenza. “Prima va a destra, poi va a sinistra, prende la mira e ciuff!”. Se continuiamo a guardare a ritroso, peccando di lungimiranza, è solo perché, realisticamente, quando capiteranno ancora, non uno, due Dejan sotto lo stesso cielo?

    Tanti auguri, Genio.

  • Caso Sinner, facciamo chiarezza

    Caso Sinner, facciamo chiarezza

    Potremmo fare i tifosi, magari quelli che sul carro del tennis ci sono saliti solo ora che, dopo decenni di pane duro, le vacche azzurre sono grasse come mai prima d’ora. Quelli che un quindici l’hanno visto per sbaglio solo ora che Jannik Sinner alza un trofeo dietro l’altro e che, avendo compreso poco dello sport che fu di Bill Tilden, ragionano (con la s davanti) da tifosi della peggior specie, quelli calcistici. Dove, più che l’amore per lo sport al di sopra dei suoi protagonisti, c’è il disprezzo dell’avversario e per chi non la pensa come loro. Quindi, potremmo raccattare like a valanga difendendo ad oltranza il campione altoatesino, secondo il principio per il quale la miglior difesa resta l’attacco e dando addosso a chiunque si faccia venire un sospetto in merito alla brutta vicenda doping che lo ha coinvolto.

    Noi di TicinoNotizie.it, però, non vendiamo tappeti, ci occupiamo di tennis da quando un italiano al secondo turno di uno Slam lo si festeggiava come un evento irripetibile e, soprattutto, abbiamo altri modelli di tennisti per i quali spellarsi le mani. Nei limiti del possibile, quindi, proviamo ad essere neutrali, raccontando ciò che sappiamo senza fare i democristiani, pratica diffusa e che non amiamo. Allora, cosa sappiamo? Jannik Sinner è risultato positivo a due controlli un anno fa, marzo 2024, per l’ormai noto Clostebol che, in sintesi, è uno steroide anabolizzante che la WADA, del cui operato avremmo comunque molto da obiettare, include nelle sostanze proibite, perché – lo dicono i dottori – migliora le prestazioni sportive. Usato dai comuni mortali per lesioni sulla pelle, pare faccia aumentare la massa muscolare e agevolare il processo di recupero, e in ragione di ciò, non lo si può usare. Un aspetto assai dibattuto, poi, è quello della misura. Sembra che la quantità rinvenuta dalle analisi sia modesta e la sentenza, a riguardo, definisce “bassa” la concentrazione nelle urine. Per spiegare il motivo, l’entourage del numero al mondo ha fatto leva su due aspetti: quantità, appunto, e casualità.

    La gestione dell’antidoping spetta alla ITIA che, senza preavviso, ha facoltà di pizzicare i tennisti per i suoi controlli. Rilevata la positiva, quindi, si avvale di tribunali sportivi i dipendenti, e chissà che voglia dire, chiamati ad esprimersi. ITIA che, facendo buona la tesi della non responsabilità diretta dell’atleta ha assolto Sinner. La tesi difensiva, infatti, è quella della contaminazione figlia di un errore del fisioterapista, reo di aver massaggiato l’assistito senza guanti e con le mani sporche del farmaco usato in precedenza dallo stesso fisioterapista per curarsi un taglio ad un dito. Per carità, tutto può accadere in questa vita, ma quella che si è fatta è la seguente ricostruzione. Un professionista a libro paga del più forte giocatore al mondo e non un neolaureato alle prime armi, consapevole di quanto sia delicata la faccenda doping che impone agli atleti una vita monastica e controllata oltre la paranoia, utilizza un prodotto con impressa la scritta ‘doping’ a carattere cubitale (tutti ne abbiamo vista una analoga sulle confezioni di qualche farmaco), se la spalma sulle mani, non indossa guanti e massaggia il suo assistito che, presentando piccole ferite ai piedi, dà modo al farmaco di lasciare una piccolissima traccia nelle sue urine.

    Ricostruzione tecnicamente possibile con la percentuale di accadimento che non è bulgara ma, sì sa, a volte la sfiga ci vede davvero lungo. Gli aficionados di lunga data, allora, potrebbero rivalutare la famosa contaminazione da tortellino killer che portò agli onori della cronaca l’inconveniente di Sara Errani, alla quale credettero pochino, perché tra le due tesi difensive è forse quella più probabile ed è davvero tutto dire. Occasionale, dunque, e pure irrisoria. Non abbiamo modo di dubitare che, effettivamente, al momento del test la percentuale di Clostebol fosse quella dichiarata, Tuttavia, ciò che dovrebbe far alzare un minimo le antenne è che, quest’ultima, non sia una quantità nell’organismo costante nel tempo e, pertanto, tutto sta a quando la ricerca venga fatta. Da non medici, qui di, è lecito pensare che se ne avesse assunto un bidone giorni o settimane prima, probabilmente il suo corpo, qualora anticipatamente indagato, ne avrebbe palesata una risultanza maggiore. Che poi, più precisamente, ad essere stato rilevato è un metabolita, sostanza prodotta mentre il farmaco viene progressivamente degradato durante il metabolismo. In altri termini, lo si può trovare anche in assenza di tracce dello steroide, una sorta di cartina al tornasole.

    Tornando all’iter, l’ITIA in estate assolve Sinner perché non ne riconosce l’intenzionalità, insomma non poteva sapere cosa passasse nella mente del fisioterapista. Che ci sta, per carità, ma non è questo il nocciolo. È il resto ad essere, appunto, accadimento a percentuale ridotta. A non essere di quell’avviso, però, è la WADA che sceglie la via del ricorso perché, dicono, vale il dogma per il quale l’atleta è responsabile del suo staff. Tempistica del ricorso metà aprile 2025, ma non ci si arriva perché gli avvocati dell’azzurro, fatti evidentemente due calcoli, patteggiano i ben noti tre mesi di stop che non compromettono i futuri Slam e, altresì, non portano alla revoca dei trofei vinti da marzo 2024 in qua. Senza accordi, l’eventualità peggiore sarebbe stata, ma infatti, quella di scomodare il CAS. Una roulette russa: piena assoluzione o un anno (o più) di stop. Allora, meglio tre mesi e tutti d’accordo in una sorta di condono che chiarisce quello che si vuole essere chiarito.

    Ogni caso ed ogni sentenza fanno ovviamente storia a sé, non siamo tanto sprovveduti da non pensarlo, ma quella che capitò al ciclista Agostini una decina d’anni fa, tanto per fare un parallelismo, assomiglia molto all’attualità ma al netto della pena. Due anni e carriera abortita per lui, ma si sa che i ciclisti sono sempre un po’ più colpevoli degli altri. Oltre al fatto che gli avvocati scaltri costano una marea di soldi che un pedalatore gregario difficilmente può mettere da parte. Noi, però, ricordiamo. I giornalisti e gli addetti ai lavori, che oggi fanno da scudo umano a Sinner elevando barricate a priori, all’epoca Agostini lo massacrarono brutalmente alla stregua di un criminale. Tanto che finì per appendere la bicicletta al chiodo. Eppure il Clostebol non è cambiato, come non è cambiata, a quanto pare, la consuetudine di abbracciare preferentemente le cause dei potenti, una cosa vecchia come il mondo.

    Ad una pattinatrice spagnola, per fare un altro po’ di storia, furono comminati sei anni, tanto per dire. Lei, raccontando la causa dell’assunzione del farmaco, non fu minimamente creduta. Considerato quanto talvolta sia facile addurre motivazioni bizzarre ma convincenti, chissà cosa deve aver detto a suo tempo la pattinatrice per fare incazzare a tal maniera la WADA. La chiusura del caso Sinner – che, detto a scanso di equivoci stravince sul campo per manifesta superiorità, lo ribadiamo, non ci piace. Perché, a nostro personale avviso che non ha la pretesa di essere quello di tutti, puzza di due cose fastidiose. Una, la peggiore, che la legge è uguale per tutti ma palesemente un po’ più uguale per i ricchi. Due, e non è trascurabile nemmeno questa, che la chiusura del cerchio in salsa democristiana, quella che non scontenta nessuno e in particolare i padroni, è l’ennesimo precedente destinato a future repliche. Nella sua banalità espressiva, Zverev, uno dei pochi colleghi a non essere omertosi nella circostanza, ha fatto notare che tre mesi sono egualmente ingiusti; sia nel caso di non colpevolezza, troppi, che in caso di colpevolezza, pochi. Comunque, sbagliati. Colpevole o innocente non è dato sapersi, la fine di una storia buttata in vacca.

    La questione antidoping, per finire, ha tre complesse caratteristiche intrinseche che la caratterizzano, ragion per cui lasciamo ad altri maggiormente esperti lo spiegone più generale. Inquadramento, complessità scientifica e limiti di applicabilità. Che, insieme agli interessi economici, immancabili dove girano valanghe di soldi, fanno sì che nel 99,9 per cento dei casi rasenti la burla. E, cosa ancor più pruriginosa, dà modo a troppa gente, quella che prima si rischiava di incontrare solo al bar, che senza mai essersi occupata di sport riduce questioni serie a stupido tifo da soccer. Per i quali i Sinner del mondo sono, a prescindere, dal lato giusto della ragione. Magari perché salutano sempre.

  • Italrugby, i galletti francesi sono troppo forti: che imbarcata..

    Italrugby, i galletti francesi sono troppo forti: che imbarcata..


    Partita difficilissima da interpretare, perché da ogni angolazione la si osservi ne esce un quadro differente. A basarsi sullo score, in realtà, ci sarebbe ben poco da commentare: undici mete a tre, a questi livelli di eccellenza, è ciò che si dice una mattanza. Dopo un avvio coraggioso, incoraggiante e pure un po’ sfortunato, su Roma si è abbattuta la marea dei Blues e per sull’Italia la notte è calata anzitempo. Tuttavia, limitarsi a guardare il tabellone è roba da imbucati nel salotto del rugby e, allora, per prima cosa c’è da dire che l’Italia ha incontrato la Francia che, per le nostre intrinseche caratteristiche strutturali, è ciò che di peggio possa accadere.

    I cugini, quelli del rugby color Champagne, uniscono fantasia, velocità di pensiero, competenza rugbistica e pure chili nei raggruppamenti, ed il mix di tutto ciò significa la possibilità di sfruttare il motore di una Ferrari con la corazza di un tank. Orchestra ipersonica, la loro, che viaggia alla velocità del suono e la cui musica è decisamente più rock che classica. Solo una, pertanto, la strategia utile per tentare di arginare una simile macchina da guerra. Rallentare con ogni mezzo lecito il gioco, addormentare la partita, farne una battaglia casa per casa. Nel fango, possibilmente. Lo sanno bene gli inglesi, mica i georgiani, che nell’ultimo match hanno sorpreso i transalpini al termine di una partita giocata più per depotenziare l’avversario che per far emergere le proprie virtù. Winning ugly – per dirlo alla Brad Gilbert, il noto guru tennistico – al punto da levare ai francesi, minuto dopo minuto, ogni certezza, fino all’incepparsi di un meccanismo sulla carta perfetto.

    Noi, purtroppo, non siamo l’Inghilterra, la coperta è troppo corta per imbastire quel tipo di match in trincea ed assurgere a granello di sabbia nel meccanismo e, allora, Quesada deve aver pensato che tanto valesse giocare a testa alta, provando a rispondere colpo su colpo in campo aperto. Velocità e ribaltamento di fronti, forti della serenità conseguita grazie alla risicata vittoria contro il Galles comunque allo sbando di due settimane fa. La scelta, a metà tra lo spettacolare coraggio e l’incoscienza, ha avuto due esiti antitetici, racchiusi in un solo match. Proviamo a separare.

    Il primo, quello positivo, è per noi di aver saputo riproporre scampoli del gioco alla mano arioso e frizzante già esibito durante la gestione Crowley e, in parte, nello scorso Sei Nazioni. La relativa facilità di creare occasioni di attacco. Gioco che nei primi due incontri di questo torneo è letteralmente sparito dai radar, tutto appannaggio di un mood sparagnino e utilitaristico che ci ha consentito di evitare l’imbarcata in Scozia e, appunto, di infilzare i derelitti dragoni gallesi, marcando due sole mete in due match. Ieri, chi lo nega è in malafede, le trame offensive azzurre hanno prodotto situazioni financo entusiasmanti, tradotte da tre marcature di una certa fattura ed una quarta (che avrebbe significato il punto di bonus offensivo, specialmente quella di Gesi) sfiorata a più riprese. Una meta in prima fase, come quella meravigliosa finalizzata da Menoncello, inoltre, è qualcosa che i francesi non concedono mai troppo volentieri, perché sintomatica di amnesie difensive indotte anche dalla bravura degli avversari e in termini di bilancio significa molto per gli azzurri.

    Il secondo, quello negativo, è stato il palesarsi della differenza abissale di cilindrata che ci separa ancora oggi dalla Francia. Francia che, va detto, può esibire un movimento in patria che consta di tesserati e, soprattutto, di euro che noi ci possiamo scordare. Il mismatch, in soldoni, per l’intelligenza artificiale è di quelli persi in partenza. Provando noi a fare la Francia, infatti, con quest’ultima messa nelle condizioni ottimali per sprigionare tutti i suoi cavalli, alla lunga ci ha sbattuto sul muso la differenza mortificante di lignaggio che ci separa. Con il match, un assolo transalpino in versione Playstation, che ha finito per farci sembrare ancor meno competenti di quanto realmente possiamo vantare con cognizione di causa. Insomma, per indossare noi l’abito della festa, abbiamo consentito ai cugini di tirare fuori dall’armadio il frac lavato e stirato. Risultato, cinquanta punti di scarto in un tabellone, ahinoi, quasi cestistico.

    Fa sorridere l’idea di scomodare l’arbitraggio con un divario simile, ma almeno una meta attribuita ai francesi in situazione di equilibrio (o quasi) grida vendetta, ma siamo tutti gente di rugby e accettiamo con dignità l’ennesimo pagamento di pedaggio alla legge del più forte. Ma tant’è. Tornando alla partita ed alle sue istantanee meravigliose, ieri in campo s’è visto un marziano. DuPont, infatti, non gioca a rugby, lo insegna, ed averlo ammirato da vicino è davvero una fortuna sfacciata. Teoricamente, il francese sarebbe il mediano di mischia della squadra ma Antoine, nell’arco dello stesso incontro, assume tre o quattro ruoli differenti con la medesima competenza e manualità. Definizione plastica, DuPont, di poliedricità applicata al rugby, anzi allo sport tout court; uno che sta alla palla ovale come Jordan stava a quella a spicchi. Un ragazzo epocale, insignito ieri del titolo scontato di Man of the match.

    Tirando le somme, il post partita, per chi si sforza di fare sempre un passo oltre al risultato che vale fino ad un certo punto, è una guerra interiore tra la voglia di rimproverare i nostri per un’interpretazione troppo all’arma bianca al cospetto dei giocolieri per desossiribonucleico, almeno in relazione alla nostra competenza contingente, e quella di applaudire lo spirito offensivo azzurro, tradotto da giocate nei ventidue avversari perfettibili ma ricche di qualità individuali e di team. E chi continua a rimarcare gli errori individuali difensivi azzurri quasi con scherno, tradotto si intende i placcaggi sbagliati, dovrebbe sapere che quasi ottantacinque per cento di positività, su questi palcoscenici, è un buon numero e che, soprattutto, se si placca per necessità il doppio degli avversari in condizioni di apnea l’errore è fisiologico, oltre che dietro l’angolo, anche per califfi come i nostri Negri, Brex, Cannone e via dicendo. Gente di assoluta competenza che in un pomeriggio ha dovuto placcare quanto un pari ruolo francese farebbe in tre partite o più.

    Adesso, nemmeno il tempo di leccarsi le ferite, è già tempo di sfida all’Inghilterra. Altro test terribile nel quale saremo chiamati a reagire a questa scoppola dolorosissima ma con la tranquillità di chi il Sei Nazioni lo chiuderà con una certezza dettata proprio dai crismi del rugby. Uno sport crudo, nel quale non ci si inventa nulla e dove, salvo rarissimi miracoli, a vincere è sempre il più forte. Al più debole, però, l’onere inesausto di dare di sé la migliore versione possibile. Risaputo, del resto, che il popolo suo generis del rugby è ammaliato dal ‘quanto’ ma ancora di più dal ‘come’. Ieri gli azzurri, con buona pace dei detrattori occasionali, l’hanno fatto al cospetto di una compagine che, nelle giornate di grazia, è sinonimo di abbacinante bellezza e concreta spavalderia ed è giusto rendere il merito. Duole ammetterlo, i cugini fanno ancora tutto un altro sport. Si chiama sempre rugby, ma la velocità di pensiero transalpina, che si traduce in mani che si trovano al buio e occhi che non hanno bisogno di guardarsi, lo fa sembrare arte. Roba da Louvre.

  • Ventuno San Valentino senza Marco Pantani.  Palingenesi di una grande passione

    Ventuno San Valentino senza Marco Pantani. Palingenesi di una grande passione

    Sono passati ventun anni ma non sembra ieri, perché, uno per uno, li sentiamo gravare tutti su spalle che non sono più quelle forti di allora. Poco, sempre da allora, è sopravvissuto, se non il dispiacere acuto di un epilogo che nessuno si sarebbe meritato di vivere. Certe cose, infatti, non si cancellano, restano appiccicate come colla sulla pelle. La morte di Marco, la peggiore possibile, solo come un cane. Nel giorno di San Valentino e, ironia della sorte, nella camera dell’hotel che di nome fa Le Rose. Forse l’hanno ammazzato o, forse, s’è ammazzato con le sue mani. Ma che differenza fa?

    No, non era un santo, del resto chi lo è? Al punto da poter giudicare un’esistenza, la sua, a metà tra il tribolato e lo sfortunato. Marco era un ragazzo normale, insignito da Madre Natura di una forma abbacinante di talento, ma normale. Che fu, probabilmente, il suo miglior pregio: la normalità dei vent’anni pur essendo speciale. Sensibilità che fa scopa con fragilità. Marco era fatto così, sentiva addosso il bene e il male in maniera amplificata, viscerale, tipico di chi, appunto, dà del tu agli affetti e ai dolori, vivendoli entrambi con il piede pigiato sull’acceleratore. Un casino sopravvivere nella società distopica ed endemicamente ingiusta che, in maniera orwelliana oltre che beffarda, traspone gli opposti. Bene e male, giusto per e sbagliato, bianco e nero.

    Così, Marco, per pura sopravvivenza in salita filava il più forte possibile. Per abbreviare l’agonia, come diceva lui stesso, con il ciclismo quale impeccabile paradigma di vita. Democratico, pure, perché il ciclismo accomuna tutti nella sofferenza che la stessa per il primo e per l’ultimo. Solo che uno va più forte dell’altro. Ma, anche qui, che importa? Importa, invece, che i ciclisti trovano sempre il modo di essere uomini poco convenzionali, ai quali interessa decisamente più lo spirito con il quale si affronta la strada che il risultato. In quest’ottica, quindi, Marco ha incarnato l’essenza di uno sport che ha sublimato con il suo sguardo perennemente malinconico e quadricipiti impermeabili alle leggi del moto in un periodo storico di transizione.

    Mentre gli avversari imparavano a padroneggiare computer di bordo e parametri clinici in real time, traghettando la disciplina che fu di Coppi e Bartali verso la scienza esatta, Marco spostava a ritroso le lancette del tempo, pedalando di cuore e improvvisazione. Quella pionieristica degli albori. Quel ciclismo in estinzione portò l’immenso e compianto cantore Gianni Mura a soprannominato “Pantadattilo”, creatura mitologica destinata anch’essa a non avere un seguito. Apparentemente invincibile dentro la corazza ma più soggetto di altri alla tirannia del tempo. Se avesse una qualche utilità ripassare le sue vittorie, ma non ce l’ha, ora saremmo qui a ricordare diverse cose.

    Per esempio, che Marco è stato atleta capace di mettere in fila Giro e Tour nella stessa stagione, che ha sgretolato Indurain sul Mortirolo, Ullrich sul Galibier, Tonkov sulla Marmolada e Armstrong a Courchevel. Insomma, che non ha risparmiato nessuno dei giganti che lo hanno sfidato pancia a terra. Ma è un contorno, meraviglioso ma pur sempre contorno. Invece, ciò che è decisamente più importante è il pensiero. Perché Marco, innanzitutto, fu un’idea. Il getto della bandana quale rituale preparatorio alla deflagrazione della battaglia con il nastro d’asfalto che punta verso il cielo, le mani abbassate fino ad afferrare le corna del manubrio prima di uno scatto che gli osservatori più romantici definirono “perpetuo”, la sagoma che ondeggia – “en danseuse”, per dirla come i francesi – e l’inconfondibile sagoma che diventa un puntino colorato sempre più piccolo fino a sparire all’orizzonte, sono, pertanto, la sintesi del palmares che conta.

    Istantanee, queste ultime, che sovrastano le pagine degli almanacchi buoni solo ad elencare vittorie, il “quanto”, senza rendere giustizia alle qualità umane, il “come”. L’amore in ciò che si fa, la schiettezza con la quale la si fa. Perché, siamo sempre lì, chi si innamora di una bicicletta non è mai per l’esaltazione di un risultato ma perché riconosce nel ciclismo una vita dentro la vita e prende coscienza che un altro modo di interpretare entrambe le cose è sempre possibile. Ventun anni.

    Quel 14 febbraio fu realmente un giorno maledetto. Il giorno che si è portato via Marco ed un pezzettino di noi, indispensabili portavoce delle nostre anime vulnerabili. Allora, Ciao Marco, vecchio Pirata, ovunque tu sia. Sole, vento, pioggia, polvere e neve. Te lo si chiede per favore, non scendere mai dalla tua bicicletta. Perché se smetti tu smettiamo anche noi.

  • L’Ital(rugby) chiamò e vinse: Galles battuto, missione compiuta nella pioggia

    L’Ital(rugby) chiamò e vinse: Galles battuto, missione compiuta nella pioggia

    Due sono stati gli inconvenienti che, in diversa misura, hanno provato a scombinare i piani azzurri. Giove Pluvio, in ottanta minuti di partita, ha riversato su Roma più della pioggia che di solito ha in serbo per tutto l’inverno. Poi c’è stato il famigerato “braccino”, espressione mutuata dal tennis che sta ad indicare la paura di vincere e che, sul più bello, ci ha messo lo zampino.

    Nel caso, infatti, ha sgretolato in un amen le certezze italiane fino a quel momento granitiche. La somma delle due cose ha fatto sì che un match condotto con una certa autorevolezza dagli azzurri per almeno sessanta minuti rimanesse pericolosamente in bilico fino all’ultima sanguinosa azione. Quando il plurilaureato nel furto dei palloni, Zuliani (e chi se no?), ha messo in cassaforte il risultato imbrigliando il portatore avversario, con il Galles intento a giocare alla mano l’ultima chance del pareggio. Una lunga azione imbastita già nella loro area che si è arenata per la nostra perseveranza nel placcaggio senza quartiere.

    Italia-Galles, quindi, si è chiusa secondo pronostico, con la vittoria dei ragazzi di Quesada che, per una volta, nel ruolo dei favoriti sono riusciti a non mandare tutto a gambe all’aria. In senso generale, una prova di maturità. Non esaltante, ma anche questo era nelle previsioni della vigilia, ma utile alla causa azzurra, considerato che adesso il Sei Nazioni ci riserverà gli impegni più proibitivi (per usare un eufemismo) che, pertanto, potranno essere affrontati con minore pressione sul groppone. Una partita, quella di ieri, condizionata, appunto, dal maltempo e, in conseguenza di ciò, infarcita di calci di spostamento, con il gioco alla mano ridotto all’osso e le battaglie aeree all’ordine del giorno. Partita non tecnicamente bella ma che ha comunque detto alcune cose.

    Intanto, l’Italia per lunghi tratti è stata dominante in mischia e, soprattutto, in touche e non è certo una consuetudine. Metà del merito del dominio dei cieli va alla nostra accresciuta competenza e metà (ma del demerito) va ad un Galles che, spiace dirlo, è davvero ridotto ai minimi termini. Un disastro da qualunque punto lo si osservi. Quando si diceva nel pre-partita che i dragoni stessero vivendo il momento peggiore della loro gloriosa storia non ci si sbagliava, dunque, se non per difetto. Si diceva anche che nel Sei Nazioni la parola “facile” non è ammessa e gli ultimi dieci minuti hanno ribadito con forza il concetto.

    Le buone notizie, tuttavia, finiscono qua, perché i nostri ragazzi hanno palesato ancora i limiti già visti nelle ultime uscite.

    Il più impattante, sul quale urge una riflessione, resta l’incapacità cronica di andare in meta e, al contempo, di subirne più del dovuto. Cinque marcature rimediate dalla Scozia, due ieri nel bel mezzo della imbarcata che ci è costata, nell’ordine, due cartellini gialli, una marea di falli commessi, una meta tecnica e un finale da infarto. Il tutto in un pugno di minuti. Non per essere pessimisti ma con la Francia, qualora non cambiasse il registro, si rischia la marea blu.

    A segno, invece, ci è andato Capuozzo su invenzione di Garbisi (in gran forma), nell’unica azione d’attacco degna di nota in ottanta minuti. Troppo poco. Una vittoria, pertanto, costruita ancorando il gioco alle fasi statiche, alla capacità di costringere al fallo di frustrazione gli avversari e, quindi, all’iniziale precisione al piede di Allan, poi un po’ persa per strada. Per il gioco arioso della gestione Crowley se ne riparlerà un’altra volta. Ma non è il caso di essere troppo schizzinosi: una vittoria serviva come il pane ed una vittoria è arrivata.

    Ecco, per il proseguo del torneo era forse meglio non lasciare il punto di bonus difensivo ai gallesi (non sia mai che si finisca con un malaugurato “cucchiaio di legno” qualora questo disastrato Galles facesse un miracolo contro una tra Inghilterra, Irlanda e Scozia) ma portare a casa queste partite da favoriti, e non lo siamo praticamente mai, significa aver messo un piccolo tassello sul nostro percorso di crescita. Quante volte, del resto, abbiamo fallito la prova del nove? Ieri, finalmente, non è successo.

    Chissà, grazie anche al calore di uno stadio pieno (per la verità pure di gallesi) e all’aver fatto tesoro di tante passate onorevoli sconfitte. Tornando al match, col senno del poi viene da chiedersi il perché, avanti abbondantemente nel punteggio, ci si sia accontentati di calciare le punizioni tra i pali rinunciando alle touche, esercizio che ci vedeva dominare in lungo e in largo. Mentalità, si dice in questi casi, quella che porta a riconoscere il momento propizio per dare una spallata alla partita. Qualcosa che si acquisisce, un pezzetto alla volta, non si compra.

    In definitiva, una giornata assai importante per il rugby azzurro. Positiva nei risvolti già nell’immediato, perché, se l’idea è quella di ben figurare con la Francia, potremo vantare un avvicinamento ottimale proprio grazie ai benefici psicologici di questo successo. Poi, dopo una settimana di critiche financo eccessive, si è pure sbloccato Capuozzo, la nostra imprescindibile quota fantasia. Ange che, a quanto pare, deve avere un conto aperto con il Galles, perché finisce sempre per fargli molto male, e non serve spiegare il perché, per lui, incontrare la Francia non è mai un accadimento come gli altri. Ci siamo svegliati questa mattina con la consapevolezza di aver fatto la nostra parte e, ci si augura, con tanta voglia di fare di questo successo un punto di partenza e non di arrivo. In ogni caso, grazie di cuore.

  • Italrugby, vincere o morire.. Teo Parini a Roma, pronto per la ‘mischia’

    Italrugby, vincere o morire.. Teo Parini a Roma, pronto per la ‘mischia’

    Sportivamente parlando, si intende, ma oggi l’Italia del rugby si gioca gran parte del Sei Nazioni 2025 che, dopo la brutta sconfitta rimediata la scorsa settimana in Scozia, rischierebbe di prendere una piega non propriamente esaltante. Il calendario sembrava fatto apposta per noi, con i primi due turni da disputare contro gli avversari teoricamente più abbordabili e, pertanto, con la possibilità di affrontare le tre restanti partite, quelle decisamente più complesse, con la tranquillità di chi il suo dovere l’ha già fatto.

    La prima cartuccia, però, l’abbiamo sparata male, molto male, fornendo al Murrayfield una prestazione al di sotto delle legittime aspettative. Fatta di una partenza tremebonda, costata due mete in una manciata di minuti, e di un crollo verticale sul più bello, quando l’inerzia a punteggio ristabilito era ormai tutta dalla nostra parte. Sconfitta pesante, dunque, più per il non gioco che per i numeri; sconfitta che, appunto, ci mette già con le spalle al muro.

    Oggi, infatti, ospitiamo il Galles, già battuto nelle ultime due edizioni, che a Roma arriva forse nel momento peggiore della sua storia. I dragoni hanno problemi dappertutto: in campo sono finiti dilaniati dalla Francia (43 a zero) e in federazione le cose non è che gli vadano meglio. Insomma, a guardare la situazione da fuori ci sarebbe di che essere ottimisti ma, affinché il rugby si confermi scienza esatta con la vittoria del più forte, occorre un’Italia diametralmente opposta a quella deficitaria vista ad Edimburgo sette giorni fa. Qualcosa che, va detto, è nelle nostre corde attuali. Quesada, il coach, ha confermato per quattordici/quindicesimi la scorsa formazione di partenza, con il solo Cannone (ottimo il suo impatto con gli scozzesi) che subentra a Lamb. C’era la curiosità di sapere se Quesada avesse deciso di rivedere il nostro triangolo allargato e, nello specifico, se la possibilità di spostare Capuozzo da ala ad estremo fosse una strada percorribile. Ciò, in considerazione del fatto che l’italo-francese, all’ala, nell’ultima uscita non abbia brillato, rimanendo a lungo escluso dal gioco.

    Niente. Estremo resta Allan, piede caldissimo di questi tempi, con Capuozzo (e pure Ioane) chiamato a fare la differenza al largo, per dare all’Italia che fatica terribilmente a convertire in punti il lavoro prodotto qualche fantasiosa opzione in più. Non si può dimenticare, all’uopo, la metà di Padovani all’ultimo respiro che non più tardi di due anni fa valse il match contro i gallesi. Marcatura nata da una serpentina proprio di Capuozzo in versione Alberto Tomba, quello di Calgary 1988, che mandò al manicomio almeno tre difensori, saltati come birilli prima dello scarico per il compagno lesto a schiacciare oltre la linea. Detto dell’approccio sbagliato al Murrayfield, ci sarà da evitare anche la difesa a tratti troppo morbida che è costata tutte le mete (troppe) messe a referto dalla Scozia. A questi livelli, lapalissiano ma doveroso sottolinearlo, non si possono vedere certi placcaggi mancati in serie.

    Emblematica è la meta che, di fatto, ci è costata il match d’esordio, con tre azzurri in evidente superiorità numerica (e tattica) incapaci di fermare un avversario isolato, libero di marcare cinque sanguinosi punti come lama calda nel burro. Altro errore da evitare come peste manzoniana è quello di pensare di avere vita facile. Noi non siamo la Francia, che senza alzare i giri del motore può malmenare il Galles di turno, e, pertanto, siamo tenuti ad una guerra di trincea dal primo all’ultimo minuto. Accorti, disciplinati, con gli occhi iniettati di sangue, furiosi nei punti di incontro, aggressivi nei placcaggi, svelti di pensiero. Fare bene le cose semplici, insomma, che significa non fare regali (le touche mal giocate, per esempio), assicurarsi possessi di qualità grazie all’affidabilità della mischia chiusa, capitalizzare la presenza nei ventidue metri finali per togliere certezze all’avversario. Facile a dirsi, ma niente che non sia possibile fare sul campo.

    Sempre a proposito di vita (non) facile, in Galles la chiamano partita della stagione. Non una buonissima notizia. Che significa, per noi, incontrare avversari, comunque più avvezzi a gestire situazioni di una certa complessità, che sanno di non avere altri treni a disposizione e, dunque, che giocheranno con la bava alla bocca. Che il Galles, qualche milione di abitanti, tesseri il doppio dei nostri ragazzi, a fronte di sessanta milioni e più di italiani, ci deve far ricordare che nel Sei Nazioni non è facile nemmeno bere una birra nel terzo tempo, figuriamoci la bagarre dei primi due. Con questa convinzione, e forti del roster più ampio e di qualità da quando ormai un quarto di secolo fa abbiamo fatto il nostro esordio nel torneo più antico al mondo, questo pomeriggio abbiamo la chance di dare continuità ad un percorso di crescita che dodici mesi fa ci ha portato a disputare il più bel Sei Nazioni della nostra storia.

    Stringiamoci a coorte, inizia la battaglia

  • Italrugby stecca la prima: Scozia (e William Wallace) troppo forti

    Italrugby stecca la prima: Scozia (e William Wallace) troppo forti

    Sconti, il rugby, non ne fa. La Scozia è compagine complessivamente più forte e, come sempre accade, il più forte vince, in uno sport che è quasi scienza esatta. Ma non per questo possiamo nascondere i nostri rimpianti odierni. Troppi. Il primo è quello di essere scesi in campo in maniera francamente incomprensibile. Dieci minuti tremebondi, due mete sul groppone, l’incapacità di rallentare la marea scozzese. Va bene che il Murrayfield è una bolgia, ma l’approccio mentale è quantomeno rivedibile e a questi livelli non te lo puoi permettere.

    Devastati sui punti di incontro, perdenti in ogni battaglia aerea, sterili con la palla in mano. La Scozia è competente ma l’Italia per venti minuti fa tutto ciò che Quesada avrà chiesto ai suoi di non fare. Placchiamo come forsennati, più di cento nel primo tempo, e troppi finiamo inesorabilmente per sbagliarli. Vien da sé che il dispendio di energie è enorme ma la Scozia non sono gli All Blacks e qualche fallo lo concedono ad un Allan che dalla piazzola è un cecchino. Tre calci – saranno quattro alla fine – e nove punti che fissano lo score sul 19-9 che, tutto sommato, è tanta manna dal cielo considerato quanto visto in campo.

    Alla ripresa, finalmente, la musica cambia leggermente. L’Italia comincia a fare l’Italia che ha chiuso in gloria lo scorso Sei Nazioni e, pur senza esibire la competenza che si vorrebbe vedere dal divano, mostra i muscoli e agli avversari si quali cominciamo ad offuscarsi i pensieri. Allan accorcia a meno sette, Brex (stratosferico) intercetta un pallone e si invola in meta per il pareggio. Diciannove pari, quasi un miracolo, e comincia la girandola dei cambi con l’inerzia incredibilmente tutta dalla nostra parte. I cambi, che nei piani di Quesada avrebbero dovuto infliggere il colpo mortale agli Highlander di Scozia, portano purtroppo in dote due mete in rapida successione per i nostri avversari che capitalizzano quasi senza saperlo perché gli errori tecnici dei nostri, nelle rispettive circostanze, sono evidenti. Psicologicamente, risulta terribile per Lamaro e compagni scoprire di aver vanificato la dispendiosa rincorsa in un amen a valle di una immane fatica.

    Tuttavia, al minuto settanta, una percussione di Gesi – splendido ingresso, il suo – ci porta ad un palmo dalla meta che riaprirebbe l’incontro, ma la solita imprecisione nel finalizzare le poche occasioni che costruiamo ci fa rimbalzare indietro una prima volta. Stessa disdicevole situazione che si ripeterà per altre due volte prima dello scadere del tempo che fissa il punteggio finale sul 31 a 19 che è impregnato di rimpianti. Urgono subito maggiore competenza tecnica e freddezza che è facile a dirsi ma irrisolvibile in tempi brevi. Emblematico è anche il fatto di aver concesso il punto di bonus alla Scozia che, infatti, chiude il pomeriggio con più mete all’attivo di quelle che avrebbe immaginato. Se non si alza l’intensità difensiva, in Francia e in Irlanda finiamo sepolti dalle marcature, inutile girarci intorno. E sabato prossimo c’è già il Galles, realisticamente l’unica possibilità che ci resta per muovere la classifica. Un Galles che ieri è stato demolito in maniera brutale dai transalpini e che vive probabilmente il momento peggiore della sua storia spesso gloriosa. Un Galles che è lecito aspettarsi disperato, al colpo di coda e, quindi, pericoloso.

    Note positive, tuttavia, ce ne sono ed è il caso di ancorarci a quelle. Detto del piede di Allan, ottimo l’ingresso di Cannone, i placcaggi inesausti di Negri e la concretezza di Brex. Solidi gli avanti, meno deficitaria che in altre occasioni la touche. Sottotono, invece, i nostri due giocatori più in vista. Capuozzo, che all’ala è rimasto a lungo spettatore, e Menoncello, la consueta iradiddio ma che è autore di un paio di scelte sbagliate piuttosto importanti. Non da lui, insomma. Lato infermeria: da verificare le condizioni di capitan Lamaro uscito zoppicante e il taglio sulla fronte di Ruzza. Ma non c’è tempo per grosse riflessioni, in un attimo sarà sabato, quando all’Olimpico abbiamo il dovere di dare di noi la nostra migliore versione possibile. Quella che, ahinoi, oggi non si è vista. Come si dice in questi casi, possiamo solo crescere e, sportivamente parlando, sabato prossimo sarà questione di vita o di morte.

  • Viaggo (e diario) dalla Patagonia: pillole di Grande Bellezza dall’estremità del mondo- di Teo Parini

    Viaggo (e diario) dalla Patagonia: pillole di Grande Bellezza dall’estremità del mondo- di Teo Parini

    Seppur con poca propensione nel non reiterare l’errore, perché restiamo gente ontologicamente suprematista, dello sterminio dei nativi nordamericani qualcosa abbiamo finalmente interiorizzato, nonostante il mito del Generale Custer non accenni a diluirsi. Decisamente di meno, ed è una colpa, sappiamo, invece, di Tehuelche e Mapuche, popoli indigeni della Patagonia che hanno ricevuto lo stesso trattamento da parte dell’uomo bianco. Un viaggio nelle loro terre d’origine, allora, può essere l’occasione buona per fare un po’ di giustizia, oltre che la consueta fonte di arricchimento culturale in luoghi meravigliosi.

    La Patagonia, intanto, è una regione dell’America Latina condivisa da Argentina e Cile che include anche la Terra dei Fuochi e, oggi, consta di meno di tre milioni di abitanti benché l’estensione sia di quasi un milione di chilometri quadrati, circa tre volte l’Italia. Insomma, un deserto. Il nome lo si deve a Magellano che la scoprì nel 1520. Il navigatore portoghese celebre per la prima circumnavigazione del globo, imbattutosi in un popolo di giganti, pare li chiamò ‘patagoni’ (tradotto, i piedoni) per la presunta grandezza delle orme lasciate dai loro piedi. Etimologia tutt’oggi non del tutto scevra da dubbi. Patagón, infatti, è anche la creatura selvaggia vergata dalla penna di Francisco Vazquez nel 1512 in uno scritto tanto caro proprio a Magellano che, pertanto, potrebbe averne tratto ispirazione. Accezione selvaggia, per uomini con i piedi fasciati di pelle animale che si cibano di sola carne cruda. Ciò che è acclarato, però, è che i nativi fossero tutt’altro che gracili. E non poteva essere altrimenti, considerate le condizioni ambientali di un luogo inospitale perché perennemente sferzato da venti gelidi ed insistenti, così avaro di vegetazione ma ricco di ghiacci anch’essi perenni e distese di steppa in fotocopia senza soluzione di continuità.

    Dalla scoperta, qualche secolo di quiete fino alla ‘Conquista del Desierto’. Il nome funesto che il governo argentino, da poco indipendente dalla dominazione spagnola, diede alle operazioni militari di razzia delle terre abitate dagli indigeni. Sotto la guida di Julio Argentino Roca, pertanto, nel 1885 l’Argentina piegò la resistenza delle popolazioni native della Patagonia che, da quella campagna predatoria, trovarono l’estinzione. Ennesimo sterminio sottaciuto. A riguardo, c’è purtroppo una poco edificante curiosità tutta italiana. Roca, a conquista ultimata, spartì i territori tra i responsabili della feroce campagna e le imprese inglesi che contribuirono al finanziamento della stessa. Nasceva così la famigerata ‘Compania de Tierras Sud Argentino’, dedita all’allevamento del bestiame su terre strappate ai legittimi proprietari ed alla gestione delle ricchezze. Nel 1991, la compagnia passò di proprietà alla famiglia Benetton, quella United Colors, delle tariffe autostradali e del ponte Morandi, che oggi sfrutta un terzo dell’estensione territoriale della Patagonia, noncurante delle rivendicazioni dei pochi Mapuche rimasti. La lunga mano delle privatizzazioni sulla pelle della gente, un’abitudine senza confini né latitudini.

    Lungo i sentieri montagnosi patagonici, la costante, oltre al vento e al silenzio rotto solo dagli animali in libertà, è la presenza di arbusti alti fino ad un metro con bacche dal colore blu ricoperte da spine e foglie sempreverdi. È il calafate, sta alla Patagonia come il lampone sta alle Alpi, ed è depositario di una leggenda che, per chi ci è stato, assurge a buon auspicio. Si dice, infatti, che chi mangia una bacca prima o poi farà ritorno. Ancor più romantica è la storia, una delle tante, tramandata dai Tehuelche. Racconta di una donna ormai troppo anziana per affrontare l’ennesimo spostamento di luogo, atteggiamento tipico di una popolazione nomade come la loro in cerca delle migliori condizioni di vita, abbandonata al suo destino dalle ciniche leggi di sopravvivenza della tribù. Che, ormai giunta in punto di morte, si trasforma in un cespuglio di calafate potendo così resistere al gelo. Tra i suoi capelli, ora rami, gli uccelli trovano riparo d’inverno e nutrimento d’estate. Ma Calafate è anche il nome di una piccola città situata sulla riva meridionale del Lago Argentino, il più esteso della nazione, che prende il nome proprio dalla celebre bacca. Oggi, non è poi così evocativa della tradizione autoctona, perché trasformata in un polo turistico d’élite, ma la sua collocazione resta strategica sulla strada di ciò che ti aspetti di trovare a venti ore di volo da qui. Una terra ancestrale.

    A proposito. Patagonia è la somma di due ecosistemi apparentemente dissimili. Semplificando: Ande ad ovest, bassopiani ad est. Ghiacci e deserti che, tuttavia, a pensarci bene sono quasi la stessa cosa. Innanzitutto, lungo l’inesausta costa atlantica sorge la penisola di Valdes, provincia del Chubut. Terreno arido, impenetrabile, regolarità polverosa a perdita d’occhio. Terre accomodanti ma solo per puma, guanachi, armadilli, leoni ed elefanti marini. Con orche in mare aperto e pinguini dentro e fuori dall’acqua, forse gli esseri viventi più simpatici del pianeta Terra. Qui è ancora tutto loro. Mare e steppa, all’infinito, ovunque ci si volti. Un luogo diverso da ogni altro che l’ha preceduto nella memoria del viaggiatore, identità patagonica incastonata al di fuori dalle principali rotte turistiche. Perché non c’è nulla. Anzi, qui ci si viene proprio per la ricerca terapeutica del nulla. E se a Trelew c’è pure un aeroporto, è altrettanto vero che anche anche tra piste, torri e velivoli, la vita scorre in punta di piedi. Lo scalo apre per far partire quell’unico volo, poi chiude in fretta e furia. Ci si muove con circospezione, quindi, dimenticando l’orologio e i suoi assilli, e non solo perché le strade ancora non conoscono la puzza d’asfalto. La precedenza va ai guanachi in marcia, la distanza premia la pace dei pinguini, il silenzio allieta il volo delle sterne. L’uomo, almeno per una volta, si muove entro spazi che lo fanno sembrare invisibile. Una soddisfazione, al pari della vista da Punta Delgada, pennellate sullo sfondo che esplorano le tonalità del blu. Forse il modo migliore per rendere l’idea di infinito. Ossimoricamente, qua, proprio dove il mondo finisce.

    Ovest, dall’altra parte, fa scopa con ghiaccio. Il parco nazionale Los Glaciares, al contrario, è decisamente un polo di richiamo per gli aficionados della montagna di ogni latitudine. Cerro Chaltén e Torres del Paine sono nomi cari a chi fa dell’orografia impervia una inviolabile ragione di vita. A proposito di queste ultime mastodontiche torri di granito, sono tre, alte quasi tremila metri ed erose da gelo e vento, la ‘nord’ fu scalata per la prima volta da un italiano, Guido Monzino, e non è raro sentirla chiamare, appunto, Torre Monzino. Anche la ‘sud’ ha un forte legame con l’Italia. In particolare con il prete salesiano nonché esploratore esperto di Patagonia Alberto De Agostini, biellese, a cui è stata intitolata. Il Governo cileno, inoltre, gli ha dedicato anche un parco nella Terra del Fuoco e un fiordo. Detto di Calafate città e di un’aura troppo occidentale per essere vera, lì vicino, ad essere alimentato dal Parco de Hielo Patagónico Sur – sconfinato ghiacciaio continentale nonché terza calotta glaciale dopo Antartide e Groenlandia – è il Perito Moreno, duecentocinquanta chilometri quadrati del sistema andino il cui nome lo si associa a Francisco Moreno. Pioniere, che a suo tempo difese i confini argentini dalla disputa con i vicini cileni. Perito, nel senso di esperto della materia. Perito Moreno, in senso meno letterale, significa eternità dinamica, un paradosso di ghiaccio. Perché ogni anno il ghiacciaio perde tanta massa quanta ne acquisisce, dunque è stabile, ma si muove. Non essendo ancorato alla roccia sottostante, grazie ad un cuscino d’acqua al piede gli è consentito un moto traslazionale. Corre. Un paio di metri al giorno, l’ingegneria di madre natura. Tre ore di cammino fino al cuore del ghiacciaio, con il Cerro dos Picos sullo sfondo, sono un’esperienza difficilmente replicabile altrove che ben spiega perché quella dei limiti territoriali sia diatriba tra i due stati confinanti ancora irrisolta a distanza di secoli. Del resto, chi non vorrebbe fregiarsi di un luogo simile?. In gergo turistico lo si chiama ‘Big Ice’. Pace dei sensi, in quello del viaggiatore che si trova immerso in un mare allo stato solido, tra i boati dei seracchi che si staccano e sprofondano e i venti che, sibilando, scolpiscono i profili.

    Il sud, infine, la Terra del Fuoco. Ushuaia è la fine del mondo: più giù di così non si può. La città più australe del pianeta, allocata su un’isola staccata dalla massa continentale dallo stretto scoperto dal solito Magellano in transito da un oceano e l’altro. Sopra Ushuaia sta la catena montuosa Martial, in mezzo il canale di Beagle, sotto il niente. Ciò che la rende unica, molto più che le trasformazioni in atto in chiave moderna. Ushuaia, non a caso, è la somma di due parole: ‘ushi’, cioè ‘al fondo’, e di ‘waia’, quindi ‘baia’. Baia alla fine del mondo nella lingua degli Yamanas, abitanti di queste terre già seimila anni fa. Meta dei cercatori d’oro, poi adibita a prigione in una sorta di confino, Ushuaia è rimasta sconosciuta ai più fino al 1930 quando i primi aerei civili cominciarono a farci rotta. Trasformata prima in una base navale, è diventata a partire dagli anni Settanta il punto di svolta per migliaia di abitanti di Buenos Aires in cerca di condizioni di vita più economiche lontano dalla capitale. Ironia della sorte, oggi Ushuaia è destinazione proibita per la stragrande maggioranza degli argentini proprio per il motivo opposto. Un peccato, la porta di accesso all’Antartide dovrebbe essere patrimonio di tutti come ogni regalo della natura. Ma tant’è.

    “La Patagonia – scrive Sepúlveda – è un puzzle di luoghi incantati che non sembrano appartenere a questo mondo”. “Quando finalmente vi arrivai, ebbi la sensazione – scrive Theroux – di essere approdato al nulla, a un non-luogo. Ma la cosa più sorprendente era che mi trovavo ancora nel mondo, pur avendo viaggiato per mesi verso sud. Il paesaggio aveva un aspetto desolato, eppure dovevo ammettere che i suoi tratti erano leggibili e che io esistevo in esso. Questa era una scoperta: il suo aspetto. Pensai: Un non-luogo è un luogo. Due pensieri piuttosto celebri che riassumono con efficacia il lascito di un viaggio in Patagonia. In definitiva, un mondo nel mondo che ha almeno due meriti straordinari. Quello di ridimensionare l’onnipotenza dell’uomo quale padrone del tutto e, insieme, di ricordare che prima ci si convincerà di essere ospiti del pianeta e prima avremo trovato il modo migliore per abitarlo.

  • Il nostro omaggio a Rino Tommasi, maestro di vita tennistica e seduzione del racconto

    Il nostro omaggio a Rino Tommasi, maestro di vita tennistica e seduzione del racconto

    “Costretto a giocare di fino, rivela le sue umili origini”. É il modo con il quale Rino Tommasi ha svelato per decenni l’inadeguatezza tecnica di un giocatore – diciamo – non sufficientemente attrezzato a risolvere un quesito tennistico variamente complesso. Con l’espressione “Siamo in stazione”, invece, era, solito dare la benedizione ad un match giunto al suo epilogo e non era affatto detto che ci si trovasse nei dintorni temporali del match point perché – ci ha insegnato – la fine virtuale può benissimo precedere di diversi minuti la stretta di mano. Con “Palla calante volée scadente”, ancora, è diventato chiaro a tutti che non è tirare sempre col bazooka la scelta tattica migliore, ma è esplorando tocchi più raffinati e geometrie più ricercate che si possono mettere a nudo le debolezze altrui. E si potrebbe continuare per ore, perché il Maestro ha coniato talmente tante locuzioni illuminanti da poter comporre l’enciclopedia italiana del tennis narrato.

    Chi ha almeno una quarantina di primavere alle spalle ed ha fatto dello sport che fu di Bill Tilden una meravigliosa ragione di vita, è soprattutto grazie a Rino Tommasi che può dire di aver apprezzato fino in fondo e anche un po’ compreso una disciplina così complessa e imprevedibile, in un periodo storico di transizione dal classicismo aggraziato dei gesti bianchi e degli attrezzi ricavati dai tronchi al corri-e-tira (con fortunate eccezioni) moderno. Antesignano. Perché, in tivù, c’è stato un prima e un dopo. Rino Tommasi, buon giocatore universitario, tifoso dell’Hellas Verona e professionista dell’universo pugilistico del quale la “Grande boxe” ha rappresentato l’acme del piccolo schermo, ha dato vita ad un modo nuovo di fare televisione sportiva. Pane al pane, del resto “Qui non si vendono tappeti”, ricordava spesso. Imbonitori al muro, cinico fino al midollo, spigoloso all’occorrenza, intransigente con i colleghi. Competenza esondante esibita senza inutili orpelli come tipico di chi ne sa più degli altri. In coppia con Gianni Clerici – il Vate – ha dato vita ad un fenomeno comunicativo mai osservato né prima né dopo. Telespettatori decisamente più interessati al commento polifonico del duo al microfono che all’evento in sé. Combo geniale fra la mente matematica di Rino, come ebbe modo di definirla Gianni Brera, e la fantasia da numero dieci sulla maglia del Dottor Divago, come Rino era solito chiamare l’amico e collega. Stringato uno, prolisso l’altro a comporre quartine di poesia tennistica.

    Rude nella fisionomia, tuttavia, il Rino romantico che non ti aspetti è quello che, prima di un sacco di ritardatari, si innamora di Stefan Edberg. Al punto da azzardare una profezia. Lo svedesino dal rovescio paradisiaco e dalla prima volée in uscita dal servizio più efficace di ogni epoca è ancora un elegante pischello che sgomita nel purgatorio degli juniores. Rino, sempre un lustro avanti, dichiarava in tempi e modi non sospetti che l’avrebbe fatta finita col tennis qualora Edberg, giudicato leggero anche da tanti addetti ai lavori, da lì a cinque anni non avesse vinto il torneo di Wimbledon. All-in sul biondino, quindi, che, manco a dirlo, esattamente cinque stagioni più tardi sollevava la coppa più iconica del tennis. Primo di tre successi in Church Road, che diventerà il suo giardino di casa.

    Due, per chiudere il più doveroso dei tributi, le invenzioni che oggi, a poche ore dalla sua scomparsa, si vogliono ricordare con nostalgia. Una è mutuata, non a caso, dal “suo” pugilato, ed è nota come il “Personalissimo cartellino”. Dove, se nella boxe i giudici annotano fisicamente l’attribuzione delle riprese tra i pugili, Rino nel corso della telecronaca si segnava i momenti salienti del match per poi ricordarli al momento opportuno in sede di sintesi, il suo pane. La seconda, alla quale siamo ancora più affezionati, è quella del “Circoletto rosso”. Tributo virtuale assegnato con intonazione vocale inconfondibile da Rino ad un punto di mirabile fattura. Locuzione nazionalpopolare semmai ne esistesse una. Non esiste campo da tennis in Italia, infatti, dove gli aficionados, da quelli della domenica con la pancetta e le braghe alzate fin sotto le ascelle agli aspiranti campioni, non si vantino a valle di un bel quindici strappato all’avversario definendolo, appunto, da circoletto rosso. Di tommasiana memoria, un must. E chissà quante volte Rino sarebbe stato d’accordo con noi, perché la sua intransigenza non faceva sconti nemmeno alla bellezza.

    Insomma, a poco tempo dalla scomparsa terrena di Gianni Clerici, lo sport si vede costretto a piangere anche quella di Rino Tommasi. Un giorno triste per noi di TicinoNotizie.it che con il Maestro abbiamo contratto un debito che intendiamo onorare. Provare a raccontare il tennis al meglio delle nostre possibilità, pertanto, è il modo migliore per fargli arrivare, ovunque esso sia, il nostro sentito grazie. Ciao Rino, insegna agli angeli che nella vita come nel tennis, della quale è sempre formidabile paradigma, i momenti non sono mai tutti uguali e solo in una manciata di questi si può scrivere la storia. Basta solo saperli riconoscere.