Autore: Teo Parini

  • Italrugby stecca la prima: Scozia (e William Wallace) troppo forti

    Italrugby stecca la prima: Scozia (e William Wallace) troppo forti

    Sconti, il rugby, non ne fa. La Scozia è compagine complessivamente più forte e, come sempre accade, il più forte vince, in uno sport che è quasi scienza esatta. Ma non per questo possiamo nascondere i nostri rimpianti odierni. Troppi. Il primo è quello di essere scesi in campo in maniera francamente incomprensibile. Dieci minuti tremebondi, due mete sul groppone, l’incapacità di rallentare la marea scozzese. Va bene che il Murrayfield è una bolgia, ma l’approccio mentale è quantomeno rivedibile e a questi livelli non te lo puoi permettere.

    Devastati sui punti di incontro, perdenti in ogni battaglia aerea, sterili con la palla in mano. La Scozia è competente ma l’Italia per venti minuti fa tutto ciò che Quesada avrà chiesto ai suoi di non fare. Placchiamo come forsennati, più di cento nel primo tempo, e troppi finiamo inesorabilmente per sbagliarli. Vien da sé che il dispendio di energie è enorme ma la Scozia non sono gli All Blacks e qualche fallo lo concedono ad un Allan che dalla piazzola è un cecchino. Tre calci – saranno quattro alla fine – e nove punti che fissano lo score sul 19-9 che, tutto sommato, è tanta manna dal cielo considerato quanto visto in campo.

    Alla ripresa, finalmente, la musica cambia leggermente. L’Italia comincia a fare l’Italia che ha chiuso in gloria lo scorso Sei Nazioni e, pur senza esibire la competenza che si vorrebbe vedere dal divano, mostra i muscoli e agli avversari si quali cominciamo ad offuscarsi i pensieri. Allan accorcia a meno sette, Brex (stratosferico) intercetta un pallone e si invola in meta per il pareggio. Diciannove pari, quasi un miracolo, e comincia la girandola dei cambi con l’inerzia incredibilmente tutta dalla nostra parte. I cambi, che nei piani di Quesada avrebbero dovuto infliggere il colpo mortale agli Highlander di Scozia, portano purtroppo in dote due mete in rapida successione per i nostri avversari che capitalizzano quasi senza saperlo perché gli errori tecnici dei nostri, nelle rispettive circostanze, sono evidenti. Psicologicamente, risulta terribile per Lamaro e compagni scoprire di aver vanificato la dispendiosa rincorsa in un amen a valle di una immane fatica.

    Tuttavia, al minuto settanta, una percussione di Gesi – splendido ingresso, il suo – ci porta ad un palmo dalla meta che riaprirebbe l’incontro, ma la solita imprecisione nel finalizzare le poche occasioni che costruiamo ci fa rimbalzare indietro una prima volta. Stessa disdicevole situazione che si ripeterà per altre due volte prima dello scadere del tempo che fissa il punteggio finale sul 31 a 19 che è impregnato di rimpianti. Urgono subito maggiore competenza tecnica e freddezza che è facile a dirsi ma irrisolvibile in tempi brevi. Emblematico è anche il fatto di aver concesso il punto di bonus alla Scozia che, infatti, chiude il pomeriggio con più mete all’attivo di quelle che avrebbe immaginato. Se non si alza l’intensità difensiva, in Francia e in Irlanda finiamo sepolti dalle marcature, inutile girarci intorno. E sabato prossimo c’è già il Galles, realisticamente l’unica possibilità che ci resta per muovere la classifica. Un Galles che ieri è stato demolito in maniera brutale dai transalpini e che vive probabilmente il momento peggiore della sua storia spesso gloriosa. Un Galles che è lecito aspettarsi disperato, al colpo di coda e, quindi, pericoloso.

    Note positive, tuttavia, ce ne sono ed è il caso di ancorarci a quelle. Detto del piede di Allan, ottimo l’ingresso di Cannone, i placcaggi inesausti di Negri e la concretezza di Brex. Solidi gli avanti, meno deficitaria che in altre occasioni la touche. Sottotono, invece, i nostri due giocatori più in vista. Capuozzo, che all’ala è rimasto a lungo spettatore, e Menoncello, la consueta iradiddio ma che è autore di un paio di scelte sbagliate piuttosto importanti. Non da lui, insomma. Lato infermeria: da verificare le condizioni di capitan Lamaro uscito zoppicante e il taglio sulla fronte di Ruzza. Ma non c’è tempo per grosse riflessioni, in un attimo sarà sabato, quando all’Olimpico abbiamo il dovere di dare di noi la nostra migliore versione possibile. Quella che, ahinoi, oggi non si è vista. Come si dice in questi casi, possiamo solo crescere e, sportivamente parlando, sabato prossimo sarà questione di vita o di morte.

  • Viaggo (e diario) dalla Patagonia: pillole di Grande Bellezza dall’estremità del mondo- di Teo Parini

    Viaggo (e diario) dalla Patagonia: pillole di Grande Bellezza dall’estremità del mondo- di Teo Parini

    Seppur con poca propensione nel non reiterare l’errore, perché restiamo gente ontologicamente suprematista, dello sterminio dei nativi nordamericani qualcosa abbiamo finalmente interiorizzato, nonostante il mito del Generale Custer non accenni a diluirsi. Decisamente di meno, ed è una colpa, sappiamo, invece, di Tehuelche e Mapuche, popoli indigeni della Patagonia che hanno ricevuto lo stesso trattamento da parte dell’uomo bianco. Un viaggio nelle loro terre d’origine, allora, può essere l’occasione buona per fare un po’ di giustizia, oltre che la consueta fonte di arricchimento culturale in luoghi meravigliosi.

    La Patagonia, intanto, è una regione dell’America Latina condivisa da Argentina e Cile che include anche la Terra dei Fuochi e, oggi, consta di meno di tre milioni di abitanti benché l’estensione sia di quasi un milione di chilometri quadrati, circa tre volte l’Italia. Insomma, un deserto. Il nome lo si deve a Magellano che la scoprì nel 1520. Il navigatore portoghese celebre per la prima circumnavigazione del globo, imbattutosi in un popolo di giganti, pare li chiamò ‘patagoni’ (tradotto, i piedoni) per la presunta grandezza delle orme lasciate dai loro piedi. Etimologia tutt’oggi non del tutto scevra da dubbi. Patagón, infatti, è anche la creatura selvaggia vergata dalla penna di Francisco Vazquez nel 1512 in uno scritto tanto caro proprio a Magellano che, pertanto, potrebbe averne tratto ispirazione. Accezione selvaggia, per uomini con i piedi fasciati di pelle animale che si cibano di sola carne cruda. Ciò che è acclarato, però, è che i nativi fossero tutt’altro che gracili. E non poteva essere altrimenti, considerate le condizioni ambientali di un luogo inospitale perché perennemente sferzato da venti gelidi ed insistenti, così avaro di vegetazione ma ricco di ghiacci anch’essi perenni e distese di steppa in fotocopia senza soluzione di continuità.

    Dalla scoperta, qualche secolo di quiete fino alla ‘Conquista del Desierto’. Il nome funesto che il governo argentino, da poco indipendente dalla dominazione spagnola, diede alle operazioni militari di razzia delle terre abitate dagli indigeni. Sotto la guida di Julio Argentino Roca, pertanto, nel 1885 l’Argentina piegò la resistenza delle popolazioni native della Patagonia che, da quella campagna predatoria, trovarono l’estinzione. Ennesimo sterminio sottaciuto. A riguardo, c’è purtroppo una poco edificante curiosità tutta italiana. Roca, a conquista ultimata, spartì i territori tra i responsabili della feroce campagna e le imprese inglesi che contribuirono al finanziamento della stessa. Nasceva così la famigerata ‘Compania de Tierras Sud Argentino’, dedita all’allevamento del bestiame su terre strappate ai legittimi proprietari ed alla gestione delle ricchezze. Nel 1991, la compagnia passò di proprietà alla famiglia Benetton, quella United Colors, delle tariffe autostradali e del ponte Morandi, che oggi sfrutta un terzo dell’estensione territoriale della Patagonia, noncurante delle rivendicazioni dei pochi Mapuche rimasti. La lunga mano delle privatizzazioni sulla pelle della gente, un’abitudine senza confini né latitudini.

    Lungo i sentieri montagnosi patagonici, la costante, oltre al vento e al silenzio rotto solo dagli animali in libertà, è la presenza di arbusti alti fino ad un metro con bacche dal colore blu ricoperte da spine e foglie sempreverdi. È il calafate, sta alla Patagonia come il lampone sta alle Alpi, ed è depositario di una leggenda che, per chi ci è stato, assurge a buon auspicio. Si dice, infatti, che chi mangia una bacca prima o poi farà ritorno. Ancor più romantica è la storia, una delle tante, tramandata dai Tehuelche. Racconta di una donna ormai troppo anziana per affrontare l’ennesimo spostamento di luogo, atteggiamento tipico di una popolazione nomade come la loro in cerca delle migliori condizioni di vita, abbandonata al suo destino dalle ciniche leggi di sopravvivenza della tribù. Che, ormai giunta in punto di morte, si trasforma in un cespuglio di calafate potendo così resistere al gelo. Tra i suoi capelli, ora rami, gli uccelli trovano riparo d’inverno e nutrimento d’estate. Ma Calafate è anche il nome di una piccola città situata sulla riva meridionale del Lago Argentino, il più esteso della nazione, che prende il nome proprio dalla celebre bacca. Oggi, non è poi così evocativa della tradizione autoctona, perché trasformata in un polo turistico d’élite, ma la sua collocazione resta strategica sulla strada di ciò che ti aspetti di trovare a venti ore di volo da qui. Una terra ancestrale.

    A proposito. Patagonia è la somma di due ecosistemi apparentemente dissimili. Semplificando: Ande ad ovest, bassopiani ad est. Ghiacci e deserti che, tuttavia, a pensarci bene sono quasi la stessa cosa. Innanzitutto, lungo l’inesausta costa atlantica sorge la penisola di Valdes, provincia del Chubut. Terreno arido, impenetrabile, regolarità polverosa a perdita d’occhio. Terre accomodanti ma solo per puma, guanachi, armadilli, leoni ed elefanti marini. Con orche in mare aperto e pinguini dentro e fuori dall’acqua, forse gli esseri viventi più simpatici del pianeta Terra. Qui è ancora tutto loro. Mare e steppa, all’infinito, ovunque ci si volti. Un luogo diverso da ogni altro che l’ha preceduto nella memoria del viaggiatore, identità patagonica incastonata al di fuori dalle principali rotte turistiche. Perché non c’è nulla. Anzi, qui ci si viene proprio per la ricerca terapeutica del nulla. E se a Trelew c’è pure un aeroporto, è altrettanto vero che anche anche tra piste, torri e velivoli, la vita scorre in punta di piedi. Lo scalo apre per far partire quell’unico volo, poi chiude in fretta e furia. Ci si muove con circospezione, quindi, dimenticando l’orologio e i suoi assilli, e non solo perché le strade ancora non conoscono la puzza d’asfalto. La precedenza va ai guanachi in marcia, la distanza premia la pace dei pinguini, il silenzio allieta il volo delle sterne. L’uomo, almeno per una volta, si muove entro spazi che lo fanno sembrare invisibile. Una soddisfazione, al pari della vista da Punta Delgada, pennellate sullo sfondo che esplorano le tonalità del blu. Forse il modo migliore per rendere l’idea di infinito. Ossimoricamente, qua, proprio dove il mondo finisce.

    Ovest, dall’altra parte, fa scopa con ghiaccio. Il parco nazionale Los Glaciares, al contrario, è decisamente un polo di richiamo per gli aficionados della montagna di ogni latitudine. Cerro Chaltén e Torres del Paine sono nomi cari a chi fa dell’orografia impervia una inviolabile ragione di vita. A proposito di queste ultime mastodontiche torri di granito, sono tre, alte quasi tremila metri ed erose da gelo e vento, la ‘nord’ fu scalata per la prima volta da un italiano, Guido Monzino, e non è raro sentirla chiamare, appunto, Torre Monzino. Anche la ‘sud’ ha un forte legame con l’Italia. In particolare con il prete salesiano nonché esploratore esperto di Patagonia Alberto De Agostini, biellese, a cui è stata intitolata. Il Governo cileno, inoltre, gli ha dedicato anche un parco nella Terra del Fuoco e un fiordo. Detto di Calafate città e di un’aura troppo occidentale per essere vera, lì vicino, ad essere alimentato dal Parco de Hielo Patagónico Sur – sconfinato ghiacciaio continentale nonché terza calotta glaciale dopo Antartide e Groenlandia – è il Perito Moreno, duecentocinquanta chilometri quadrati del sistema andino il cui nome lo si associa a Francisco Moreno. Pioniere, che a suo tempo difese i confini argentini dalla disputa con i vicini cileni. Perito, nel senso di esperto della materia. Perito Moreno, in senso meno letterale, significa eternità dinamica, un paradosso di ghiaccio. Perché ogni anno il ghiacciaio perde tanta massa quanta ne acquisisce, dunque è stabile, ma si muove. Non essendo ancorato alla roccia sottostante, grazie ad un cuscino d’acqua al piede gli è consentito un moto traslazionale. Corre. Un paio di metri al giorno, l’ingegneria di madre natura. Tre ore di cammino fino al cuore del ghiacciaio, con il Cerro dos Picos sullo sfondo, sono un’esperienza difficilmente replicabile altrove che ben spiega perché quella dei limiti territoriali sia diatriba tra i due stati confinanti ancora irrisolta a distanza di secoli. Del resto, chi non vorrebbe fregiarsi di un luogo simile?. In gergo turistico lo si chiama ‘Big Ice’. Pace dei sensi, in quello del viaggiatore che si trova immerso in un mare allo stato solido, tra i boati dei seracchi che si staccano e sprofondano e i venti che, sibilando, scolpiscono i profili.

    Il sud, infine, la Terra del Fuoco. Ushuaia è la fine del mondo: più giù di così non si può. La città più australe del pianeta, allocata su un’isola staccata dalla massa continentale dallo stretto scoperto dal solito Magellano in transito da un oceano e l’altro. Sopra Ushuaia sta la catena montuosa Martial, in mezzo il canale di Beagle, sotto il niente. Ciò che la rende unica, molto più che le trasformazioni in atto in chiave moderna. Ushuaia, non a caso, è la somma di due parole: ‘ushi’, cioè ‘al fondo’, e di ‘waia’, quindi ‘baia’. Baia alla fine del mondo nella lingua degli Yamanas, abitanti di queste terre già seimila anni fa. Meta dei cercatori d’oro, poi adibita a prigione in una sorta di confino, Ushuaia è rimasta sconosciuta ai più fino al 1930 quando i primi aerei civili cominciarono a farci rotta. Trasformata prima in una base navale, è diventata a partire dagli anni Settanta il punto di svolta per migliaia di abitanti di Buenos Aires in cerca di condizioni di vita più economiche lontano dalla capitale. Ironia della sorte, oggi Ushuaia è destinazione proibita per la stragrande maggioranza degli argentini proprio per il motivo opposto. Un peccato, la porta di accesso all’Antartide dovrebbe essere patrimonio di tutti come ogni regalo della natura. Ma tant’è.

    “La Patagonia – scrive Sepúlveda – è un puzzle di luoghi incantati che non sembrano appartenere a questo mondo”. “Quando finalmente vi arrivai, ebbi la sensazione – scrive Theroux – di essere approdato al nulla, a un non-luogo. Ma la cosa più sorprendente era che mi trovavo ancora nel mondo, pur avendo viaggiato per mesi verso sud. Il paesaggio aveva un aspetto desolato, eppure dovevo ammettere che i suoi tratti erano leggibili e che io esistevo in esso. Questa era una scoperta: il suo aspetto. Pensai: Un non-luogo è un luogo. Due pensieri piuttosto celebri che riassumono con efficacia il lascito di un viaggio in Patagonia. In definitiva, un mondo nel mondo che ha almeno due meriti straordinari. Quello di ridimensionare l’onnipotenza dell’uomo quale padrone del tutto e, insieme, di ricordare che prima ci si convincerà di essere ospiti del pianeta e prima avremo trovato il modo migliore per abitarlo.

  • Il nostro omaggio a Rino Tommasi, maestro di vita tennistica e seduzione del racconto

    Il nostro omaggio a Rino Tommasi, maestro di vita tennistica e seduzione del racconto

    “Costretto a giocare di fino, rivela le sue umili origini”. É il modo con il quale Rino Tommasi ha svelato per decenni l’inadeguatezza tecnica di un giocatore – diciamo – non sufficientemente attrezzato a risolvere un quesito tennistico variamente complesso. Con l’espressione “Siamo in stazione”, invece, era, solito dare la benedizione ad un match giunto al suo epilogo e non era affatto detto che ci si trovasse nei dintorni temporali del match point perché – ci ha insegnato – la fine virtuale può benissimo precedere di diversi minuti la stretta di mano. Con “Palla calante volée scadente”, ancora, è diventato chiaro a tutti che non è tirare sempre col bazooka la scelta tattica migliore, ma è esplorando tocchi più raffinati e geometrie più ricercate che si possono mettere a nudo le debolezze altrui. E si potrebbe continuare per ore, perché il Maestro ha coniato talmente tante locuzioni illuminanti da poter comporre l’enciclopedia italiana del tennis narrato.

    Chi ha almeno una quarantina di primavere alle spalle ed ha fatto dello sport che fu di Bill Tilden una meravigliosa ragione di vita, è soprattutto grazie a Rino Tommasi che può dire di aver apprezzato fino in fondo e anche un po’ compreso una disciplina così complessa e imprevedibile, in un periodo storico di transizione dal classicismo aggraziato dei gesti bianchi e degli attrezzi ricavati dai tronchi al corri-e-tira (con fortunate eccezioni) moderno. Antesignano. Perché, in tivù, c’è stato un prima e un dopo. Rino Tommasi, buon giocatore universitario, tifoso dell’Hellas Verona e professionista dell’universo pugilistico del quale la “Grande boxe” ha rappresentato l’acme del piccolo schermo, ha dato vita ad un modo nuovo di fare televisione sportiva. Pane al pane, del resto “Qui non si vendono tappeti”, ricordava spesso. Imbonitori al muro, cinico fino al midollo, spigoloso all’occorrenza, intransigente con i colleghi. Competenza esondante esibita senza inutili orpelli come tipico di chi ne sa più degli altri. In coppia con Gianni Clerici – il Vate – ha dato vita ad un fenomeno comunicativo mai osservato né prima né dopo. Telespettatori decisamente più interessati al commento polifonico del duo al microfono che all’evento in sé. Combo geniale fra la mente matematica di Rino, come ebbe modo di definirla Gianni Brera, e la fantasia da numero dieci sulla maglia del Dottor Divago, come Rino era solito chiamare l’amico e collega. Stringato uno, prolisso l’altro a comporre quartine di poesia tennistica.

    Rude nella fisionomia, tuttavia, il Rino romantico che non ti aspetti è quello che, prima di un sacco di ritardatari, si innamora di Stefan Edberg. Al punto da azzardare una profezia. Lo svedesino dal rovescio paradisiaco e dalla prima volée in uscita dal servizio più efficace di ogni epoca è ancora un elegante pischello che sgomita nel purgatorio degli juniores. Rino, sempre un lustro avanti, dichiarava in tempi e modi non sospetti che l’avrebbe fatta finita col tennis qualora Edberg, giudicato leggero anche da tanti addetti ai lavori, da lì a cinque anni non avesse vinto il torneo di Wimbledon. All-in sul biondino, quindi, che, manco a dirlo, esattamente cinque stagioni più tardi sollevava la coppa più iconica del tennis. Primo di tre successi in Church Road, che diventerà il suo giardino di casa.

    Due, per chiudere il più doveroso dei tributi, le invenzioni che oggi, a poche ore dalla sua scomparsa, si vogliono ricordare con nostalgia. Una è mutuata, non a caso, dal “suo” pugilato, ed è nota come il “Personalissimo cartellino”. Dove, se nella boxe i giudici annotano fisicamente l’attribuzione delle riprese tra i pugili, Rino nel corso della telecronaca si segnava i momenti salienti del match per poi ricordarli al momento opportuno in sede di sintesi, il suo pane. La seconda, alla quale siamo ancora più affezionati, è quella del “Circoletto rosso”. Tributo virtuale assegnato con intonazione vocale inconfondibile da Rino ad un punto di mirabile fattura. Locuzione nazionalpopolare semmai ne esistesse una. Non esiste campo da tennis in Italia, infatti, dove gli aficionados, da quelli della domenica con la pancetta e le braghe alzate fin sotto le ascelle agli aspiranti campioni, non si vantino a valle di un bel quindici strappato all’avversario definendolo, appunto, da circoletto rosso. Di tommasiana memoria, un must. E chissà quante volte Rino sarebbe stato d’accordo con noi, perché la sua intransigenza non faceva sconti nemmeno alla bellezza.

    Insomma, a poco tempo dalla scomparsa terrena di Gianni Clerici, lo sport si vede costretto a piangere anche quella di Rino Tommasi. Un giorno triste per noi di TicinoNotizie.it che con il Maestro abbiamo contratto un debito che intendiamo onorare. Provare a raccontare il tennis al meglio delle nostre possibilità, pertanto, è il modo migliore per fargli arrivare, ovunque esso sia, il nostro sentito grazie. Ciao Rino, insegna agli angeli che nella vita come nel tennis, della quale è sempre formidabile paradigma, i momenti non sono mai tutti uguali e solo in una manciata di questi si può scrivere la storia. Basta solo saperli riconoscere.

  • Sofia Goggia, palingenesi di un fenomeno che va ben oltre lo sci e lo sport

    Sofia Goggia, palingenesi di un fenomeno che va ben oltre lo sci e lo sport

    Il talento, e nel suo caso ce n’è a dismisura, è ovviamente ingrediente fondamentale per raggiungere traguardi epocali nel professionismo più elitario, ma ad essere meno scontato è il fatto che ciò sia condizione necessaria ma niente affatto sufficiente allo scopo, al punto che il mondo dello sport è pieno di storie di enormi capacità tecniche rimaste inespresse. A far di Sofia Goggia una campionessa difficilmente eguagliabile, quindi, è la stessa cifra stilistica di coloro i quali di una disciplina, sebbene non l’abbiano inventata, hanno contribuito ad alzarne il livello, tanto che se solo l’Unesco avesse a cuore lo sci alpino la includerebbe nella lista dei patrimoni dell’umanità. Trattasi del rigetto feroce del concetto di sconfitta, atleti che nel vocabolario quotidiano non includono per genetica il contrario di vittoria. Quelli come Sofia, pertanto, o vincono o migliorano.

    Ieri ha vinto – successo numero venticinque in Coppa del mondo a meno tre dai ventotto di Brignone, sempre a proposito di fenomeni – ma quello numerico non è l’aspetto più importante, del resto ci ha abituato bene. La pedagogia goggiana discende decisamente più dal ‘come’ che dal ‘quanto’ ed il ‘come’ racconta la favola di una campionessa già pluridecorata, con in bacheca tutto ciò che si possa ambire a vincere con gli sci ai piedi e di un’età non più giovanissima se contestualizza allo sport, che a valle dell’ennesimo grave infortunio decide che il tempo di lasciare gli onori alle altre colleghe non è ancora stato scritto. Fratture multiple ad una gamba è la sintesi efficace di un bollettino medico che dieci mesi fa l’ha forzata ai box e ad una riabilitazione lunga ed estenuante, di quelle che costringono la psiche ad un surplus di lavoro difficilmente quantificabile da chi non ci è mai passato. Insomma, per non mollare tutto, ancor di più se l’apice in passato è già stato esplorato e con la fame allmeno teoricamente in fase calante, serve una motivazione con la quale si sposterebbero financo le montagne.

    Prendere l’impossibile e attribuirgli il significato speculare quando si è rimasti in pochi a crederlo, è ciò che fa di ottimi atleti i campioni di razza. Franco Baresi, per esempio, che si immagina di poter disputare da protagonista la finale del mondiale di soccer americano a due settimane da un’artroscopia al ginocchio e ci riesce, nonostante lo sfortunato epilogo. O Pirmin Zurbriggen che, dopo aver lasciato il ginocchio sulla mitica Streif di Kitzbuhel, venti giorni più tardi nei Mondiali di Bormio fa due ori e un argento domando la Stelvio, il posto meno accomodante al mondo per testare la tenuta delle proprie articolazioni. Due delle tante vicissitudini di ontologica testardaggine sportiva, di campioni, appunto, che disconoscono la possibilità di non essere gli unici artefici del proprio destino. Testa, cuore e gambe.

    Il secondo posto di sabato, nel giorno del tanto agognato rientro alle gare, sebbene non lo ammetterà mai è stato per lei motivo di profondo incazzamento. I pochi centesimi che l’hanno separata dalla vincitrice, Cornelia Huetter, le hanno probabilmente dato parecchio fastidio perché giù dalla Birds of Pray di Beaver Creek, a trecentodiciotto giorni intercorsi dall’ultima esibizione, si immaginava di riprendere il filo del discorso proprio da dove l’aveva bruscamente interrotto. Il gradino più alto del podio di una disciplina, la discesa, che è il suo giardino di casa, un vestito che le sta cucito addosso quanto i prati di Wimbledon impreziosiscono il profilo di Roger Federer. Allora, che ventiquattro ore più tardi, questa volta al cancelletto del supergigante, l’occhio fosse, se possibile, ancora più felino non deve stupire, i fuoriclasse fanno così: migliorano, appunto. Alla sempre magnifica Lara Gut, perciò, è toccato cedere il passo ad una Sofia che ad ogni curva pareva scrollarsi di dosso, una per una, la centinaia di ore spese in palestra per riattaccare la spina. Uno spettacolo.

    Bergamasca, terra di ciclisti e sciatori, figlia di Giuliana, professoressa, ed Enzo, ingegnere, ha iniziato a sciare giovanissima sulle nevi brembane di Foppolo, quella care ad Adriano Celentano e Mike Bongiorno, all’età di tre anni. Passione inesauribile e qualità cromosomiche da predestinata, Sofia ha fatto il suo esordio nel circuito FIS nel 2007, una vita fa, e la sua prima vittoria nel circuito mondiale, sempre in quanto a longevità, risale al 2017 quando a Pyeongchang-Jeongseon si è imposta sia in discesa che in supergigante in una stagione poi chiusa al terzo posto della classifica generale. Da lì, alle già citate vittorie e ad un numero inesausto di podi, Sofia può sommare quattro medaglie tra Olimpiadi e Mondiali e quattro Coppe del mondo in discesa libera. Numeri eccezionali che senza la malaugurata costante degli infortuni avrebbero potuto essere addirittura più abbondanti e ciò rende plasticamente l’idea della sua grandezza di sciatrice.

    Cadere e rialzarsi più forti di prima, una delle banalità meno banali da rendere sostanza. Sofia, sempre per quel fuoco che non si spegne mai, si è dovuta rialzare tante volte con l’asticella posizionata in ogni circostanza un centimetro più in alto di prima. È la volontà di migliorarsi pur guardando già tutti dall’alto, quella di farsi trovare al cancelletto con una freccia nuova nella faretra, quella che fa dell’umiltà il vero ‘asso nella manica. In altre parole, essere campioni. Allora, bentornata Sofia. In un noto claim di qualche lustro fa, l’immenso e compianto Jonah Lomu scriveva sullo schermo con un pennarello ‘impossible is nothing’, lui che, noncurante di una malattia degenerativa ai reni per la quale i dottori pronosticavano una vita senza placcagi e sgroppate, ad ogni stop in ospedale ritornava in campo e la faceva vedere brutta a tutti quanti. Perché, appunto, niente è impossibile, nello sport e nella vita del quale è meraviglioso paradigma. Sofia Goggia in quest’ultimo weekend ce lo ha ricordato per l’ennesima volta. Ringraziarla è il minimo.

  • Alberto Contador, che si e ci batteva (forte) il cuore

    Alberto Contador, che si e ci batteva (forte) il cuore

    Quando si batteva il cuore, affaticato da ore di battaglia sull’asfalto, con il pugno della mano destra, per poi mimare un colpo di pistola che punta dritto all’orizzonte, significava due cose precise. La prima, forse la meno interessante, che Alberto Contador aveva appena aggiunto un successo al suo palmares già debordante di trionfi. La seconda, che al contrario è il motivo per il quale il ciclismo è proprio il ciclismo e Alberto sarà venerato nei secoli dai suoi aficionados, è che a quel trionfo era giunto seguendo la strada con meno certezze, la più impervia, quella della fantasia e del coraggio. La sua, insomma.

    Perché se c’è un aspetto caratterizzante il popolo che vive a pane e pedivelle è proprio quello che sancisce la schiacciante supremazia del ‘come’ sul ‘quanto’. Le vittorie, con buona pace dei Boniperti del mondo, non sono mai tutte uguali, oltre a non essere l’unica cosa che importa, e Albertino ha fatto di questo dogma la sua indelebile cifra stilistica. Albertino, allora, è stato un calcio nel culo alla volontà di fare del ciclismo una scienza esatta, il granello di sabbia che inceppa il meccanismo preconfezionato, la ragionevole consapevolezza che, nella vita come nello sport, può sempre accadere qualcosa che ti coglie con la guardia abbassata.

    Ha vinto tutto ciò che un grimpeur di razza potesse vincere, collezionando in serie le maglie iconiche dei grandi giri. Senza distinzioni, Parigi, Milano e Madrid gli hanno tributato il gradino più alto dei rispettivi podi facendone uno dei più grandi cacciatori di corse a tappe di ogni epoca. Ma, appunto, il vuoto che ha fatto seguito al suo ritiro non è minimamente legato a quello. La storia del ciclismo è piena di campioni dalla bacheca zeppa di coppe, un po’ meno di quelli che, se proprio non l’hanno inventata, hanno stravolto in meglio il modo di interpretare la disciplina che fa della fatica qualcosa di epico.

    Alberto, in tal senso, è il Tomba dello sci, il Bernardi del volley, il McEnroe del tennis o il Carter del rugby. Gente speciale che ha ingigantito lo sport più di quanto lo sport abbia ingigantito loro. Dopo una prima parte di carriera da invincibile, è la seconda, meno vittoriosa ma se possibile ancor più cavalleresca, che nel giorno del suo compleanno abbiamo voglia di ricordare. Quella di un campione che, senza più nulla da dimostrare a sé stesso, ha scelto di dare ai tifosi qualcosa di memorabile. Meno testa, molte meno gambe, elevazione del cuore alla potenza enne. Come a Fuente Dé. La Vuelta del 2012, quella che Joaquim Rodriguez pensava di aver messo in ghiaccio. Ma Alberto, in quel giorno di gloria, fu di altro avviso e, attaccando al chilometro zero senza nessun senso ciclistico in un una tappa di pianura, ribaltò le sorti della corsa di tre settimane arrivando in roja a Madrid.

    Come in cima all’Angliru, nel pomeriggio che ha fermato le lancette del ciclismo, proprio perché teatro dell’ultima danza in salita del Pistolero. Si sa, lo sport scrive spesso pagine meravigliose ma in quella circostanza lo sceneggiatore riuscì a superare sé stesso. Il 2017, infatti, è ai titoli di coda al pari della carriera di Contador alle prese con le ultime giornate di corsa prima della pensione. Quel che si ammira, pertanto, è un lungo abbraccio per le strade della sua Spagna. Ma in cima al Mostro, gli spagnoli lo chiamano così, vuole sparare l’ultimo proiettile. L’emblema di eleganza e bellezza ciclistica che si accartoccia sul manubrio, l’en danseuse aggraziato che lo ha reso ballerino classico per una vita intera che diventa una marcia scomposta e disperata, il linguaggio del corpo che, anziché sicurezza e superiorità, trasmette il senso di un dolore immane. Ma il cuore no, è quello dei giorni belli.
    L’Angliru non è roba da esseri umani e percorrerlo in bicicletta rasenta la follia, il che ci ricorda perché i ciclisti, a tutti i livelli, sono persone un po’ speciali. Non appena l’orografia si fa ostile, Alberto indurisce il rapporto e inizia a scalciare forte sui pedali in una lunga via crucis che milioni di spettatori vivono con la medesima apnea del protagonista. A bordo strada, invece, piangono tutti e non è un’iperbole. Passa Alberto e scendono lacrime. La flamme rouge che, quale giudice supremo, fa da preludio agli ultimi mille metri di una cavalcata lunga una decade, ricorda in maniera tangibile che un giorno diverso sta per compiersi e che l’ultimo pugno sul cuore, quello assestato da lì a poco dal Pistolero nella nebbia di uno degli angoli più disagevoli di mondo, sta per mandare in onda i titoli coda. Più che una vittoria, il senso di appartenenza, l’identità. La nostra.
    Lieto fine di una storia d’amore che ci ha visto crescere, ragion per cui non lo ringraziaremo mai abbastanza. Buon compleanno, Albertino. Sparami addosso.

  • Italtennis, terza Davis in cascina: come bere un bicchier d’acqua. Che anno, Sinner..

    Italtennis, terza Davis in cascina: come bere un bicchier d’acqua. Che anno, Sinner..

    Terza Davis Cup della nostra storia, la seconda consecutiva nell’attuale formula (inguardabile). Con queste regole e questo Sinner, che vuol dire partire da uno a zero in una sfida al meglio delle tre partite, l’Italia è decisamente la nazionale di riferimento e non ha tradito le attese. Grazie anche a Berrettini, che tanto si merita il successo per le sfighe a raffica di questo 2024, che nella fase finale di Malaga ha fatto tre su tre: tre partite, di cui una in doppio, e tre punti.

    Nonostante Volandri gli abbia preferito un Musetti impresentabile contro l’Argentina e lui abbia accettato l’esclusione senza battere ciglio. Tre sfide, con Argentina, Australia e Paesi Bassi, e poche emozioni, con i nostri atleti sempre in controllo al cospetto, va detto, di rivali tutt’altro che eccezionali. Ma questo è ciò che passa il convento, cioè poco, e bisogna accontentarsi. Con Alcaraz bollito ormai da luglio, Zverev disertore e i russi, vabbè lasciamo stare, l’italia per perdere questa Davis Cup avrebbe dovuto mettersi davvero di impegno ma per gli amanti degli almanacchi a prescindere, e relative statistiche, c’è di che essere soddisfatti.

    Oggi sono stati sufficienti quattro set piuttosto rapidi per disporre dei nostri avversari. Berrettini ha maltrattato Van de Zandschulp, più famoso per aver messo fine alla carriera di Nadal che altro, mentre Sinner ha incrociato la racchetta magica di Griekspoor, uno che ha picchi di rendimento e qualità tennistica tali da non invidiare nulla a nessuno, Jannik incluso, ma il tennis è poi la somma di tante cose che purtroppo gli mancano. Risultato, due parziali e tutti in doccia ma un’ora di gioco notevole. Peccato che in casa RAI, al microfono, nessuno se ne sia accorto e l’abbiano trattato come un Ruud qualunque.

    A conti fatti, senza la giornata sciagurata di Musetti – ironia della sorte, il nostro miglior tennista nel senso qualitativo del termine – l’Italia avrebbe probabilmente chiuso la trasferta di Malaga imbattuta. Poco male, come già detto era realmente difficile arrivare ad un risultato finale diverso da quanto si è puntualmente verificato. Non per sminuire niente, ai livelli di eccellenza nulla è mai facile, ma per chi guarda senza l’ossessione del risultato sono stati pochi i momenti di vero interesse. Bella la dimostrazione di attitudine alla lotta punto a punto di Berrettini contro quel diavolo di Kokkinakis, un altro che a tennis gioca divinamente e forse per questo non vince mai, oltre ad una certa familiarità con gli infortuni, stupendo il braccio di ferro tra Sinner e Griekspoor per almeno un set e mezzo dell’incontro decisivo. Stop, non ci viene in mente altro.

    Così, il ricordo corre svelto ai pomeriggi infuocati degli anni ’90, quelli della Davis vecchia maniera. Quindi, niente consolle e dj che sparano musica a tutto volume ma la bolgia dantesca, e pure un po’ cattiva, di Maceió o di Cagliari o del Forum di Milano, per chi se li ricorda. Azzurri, all’epoca, mai sufficientemente forti per vincere ma meravigliosi nel credere di poterci riuscire, fino all’ultima goccia di sudore. Fino all’ultimo tendine, spezzato come quello di Gaudenzi, il gladiatore faentino cresciuto secondo il dogma di Muster e non serve aggiungere altro. L’Italia del Camporese underdog che giustizia Moya e di Sanguinetti che zittisce gli States a casa loro. Ovviamente, l’Italia di Paolino Cané che, in un weekend che si protrae fino all’ora di pranzo del lunedì, abbatte Wilander a suon di turborovesci. Insomma, la Davis che ci ha visto crescere. Cantata da Galeazzi, che i suoi successori insipidi non sanno più come far rimpiangere.

    In ogni caso, è obbligatorio rendersi conto dell’eccezionalità statistica di questo momento d’oro per il tennis azzurro. Qualcosa di mai visto e, forse, di irripetibile. In questo preciso istante, infatti, deteniamo BJK Cup, le nostre ragazze, e la Davis Cup, gli uomini. Abbiamo il numero uno del ranking che chiude l’annata con due Slam più il Masters e la numero quattro, Paolini, capace di disputare due finali nei Major e dominare pure in doppio in coppia con Errani. L’eccezionalità vera risiede in un dato. Sette tennisti nei primi cinquanta del mondo sono la cartina al tornasole del nostro movimento che, per la prima volta nella storia del tennis, guarda tutti dall’alto. E non è certo colpa nostra se gli altri faticano a trovare alternative credibili, il pane duro della sconfitta prima o poi tocca a tutti. Noi, che lo abbiamo masticato per decenni, adesso passiamo all’incasso, una sensazione davvero piacevole.

    Bravi tutti.

  • Italrugby ancora in piedi, dopo gli All Blacks

    Italrugby ancora in piedi, dopo gli All Blacks

    Dopo due prestazioni francamente sconcertanti contro Argentina e Georgia, dalla sfida impossibile agli All Blacks era lecito arrendersi una mattanza e, invece, siamo sfiniti, con i muscoli in fiamme e senza più fiato ma vivi e vegeti. L’italia, spendendo più della benzina che aveva nel serbatoio, resta in partita per settanta minuti, quando la terza meta dei neozelandesi sancisce una resa che, appunto, è arrivata tardissimo.

    Merito di un’attitudine furiosa e feroce che, addirittura, nei primi venti minuti ci vede avanti nel punteggio e, cosa che più conta, nella qualità del gioco. Non è uno scherzo, è successo davvero. Venti minuti, un’eternità nel rugby, nei quali facciamo la voce grossa nei breakdown e, pur commettendo diversi pasticci di manualità perché costretti a velocità di esecuzione che non ci sono usuali, riusciamo a mettere un bastone negli ingranaggi perfetti degli All Blacks al punto da innervosirli e costringerli più volte all’errore.

    È l’Italia di Ruzza onnipresente, del capitano Brex che placca pure l’aria, del granitico Negri, di Zuliani che mette le mani dappertutto, di Ioane e di Menoncello, un fuoriclasse epocale che troverebbe spazio in qualsiasi nazionale al mondo. Se al riposo siamo sotto di undici, e ci avremmo messo la firma, è solo perché l’unica vera distrazione in quaranta minuti ci costa allo scadere una meta gratuita e realmente evitabile. Chi si aspettava una ripresa di sofferenza fin dalle prime battute ha dovuto ricredersi subito. Perché al minuto cinquanta una lunga fase di possesso azzurro inchioda i neozelandesi ad un palmo dalla meta e solo il ricorso al fallo reiterato ed al mestiere di chi ne ha viste tante consente loro di uscire indenne dall’apnea prolungata.

    Frangente che ha un po’ ricordato quella volta di San Siro di quindici anni fa, quando la nostra mischia li mise alle corde. La mischia, questa volta, ha purtroppo subito la brutale superiorità dei pari ruolo avversari che in quel settore di gioco ci hanno capillarmente massacrato. Tuttavia, a difesa dei nostri, c’è da dire che siamo in ottima compagnia, perché i primi tre uomini neri in questo momento guardano tutti dall’alto. Certo è che ci hanno distrutto, costringendoci a giocare con l’uomo in meno, Ferrari, quale ovvia punizione per una mischia incapace di opporsi.

    Con l’Italia sempre più affaticata il controllo del match finisce saldamente nelle mani neozelandesi ma anche con la vista annebbiata dallo sforzo i nostri si prodigano in una difesa ai limiti della commozione tanto che, appunto, il match fino al settantesimo non può considerarsi chiuso. Gli ultimi dieci minuti regalano tre mete tra cui quella che manda i titoli di coda, la risposta splendida di Menoncello e l’ultima dei tuttineri, quale sciagurato omaggio azzurro allo scadere che rovina un po’ lo score finale e che recita un comunque onorevole 29-11. Solo quattro marcature concesse, avversari sotto i trenta punti quando l’ultimo confronto ne fece registrare novantasei, solo diciotto punti di gap. Tutto ciò nella capacità di restare presenti fino al fischio finale. Insomma, è andata davvero bene e possiamo essere orgogliosi.

    Ora testa al Sei Nazioni, dove abbiamo il dovere di ribadire quanto di buono fatto vedere nella passata edizione. Replicando prestazioni di questa intensità, magari aggiustando un po’ la disciplina e qualche automatismo che ancora non gira a dovere come possono essere le battaglie aeree, possiamo fare ottime cose contro le compagini del nostro emisfero. Lo stadio pieno, per l’occasione meraviglioso, unito al blasone degli avversari, ci ha fatto tirare fuori dal cilindro il meglio di noi stessi ma il salto di qualità di una squadra passa per fare di quella di ieri una prestazione consueta. Allora sì, ne vedremo delle belle, perché finalmente abbiamo dentro di noi un sacco di qualità.

  • L’Italrugby chiamò: stasera si sfidano gli All Blacks

    L’Italrugby chiamò: stasera si sfidano gli All Blacks

    Nel rugby non è necessariamente la vittoria a fare la differenza. Quella volta, nell’inverno del 2009, dalla battaglia di muscoli e sudore uscimmo sconfitti nel punteggio, seppur di stretta misura, ma quello che successe negli scampoli finali è parte fondamentale della nostra storia. San Siro è gremito, pare una sfida calcistica da Champions League, e il colpo d’occhio mette forse più in soggezione dei nostri avversari, gli All Blacks.

    La Haka, nella cornice della Scala del Calcio, è memorabile ma, appunto, incute meno timore del solito. Anche se, nel religioso silenzio che gli viene tributato diversamente tributato, l’urlo del condottiero e le manate tirate sui quadricipiti dei suoi compagni fanno un baccano sinistro, è il preludio alla lotta.

    L’Italia è quella di Castrogiovanni, il Man of the Match, del gladiatore Troncon, dei fratelli Bergamasco che, insieme a ottantamila persone, strillano l’inno di Mameli e piangono. Ci sono, tra gli altri, i due Gonzalo, Zanni, Del Fava e Perugini che, con i compagni di reparto Castrogiovanni e Ghiraldini, fa della mischia italiana qualcosa di devastante. Per tutti, neozelandesi inclusi. A guidarci è Nick Mallet, sudafricano, e la sua voglia di far vedere al mondo che la sua terra è sempre sinonimo di rugby, anche da esportazione, è tangibile. Il pubblico non è tipicamente cresciuto a pane e rugby ma con il passare dei minuti acquista competenza e diventa parte integrante del Quindici azzurro che, con un calcio di Gower, mette la testa avanti nel punteggio. Chi si aspettava che la Marea Nera devastasse gli argini deve ricredersi in fretta, perché la difesa italiana è un muro invalicabile. Il mestiere dei tuttineri, però, fa muovere lo score fino alla meta di Flynn, sarà l’unica dell’incontro a testimoniare la straordinaria prestazione azzurra, che manda tutti negli spogliatoi per il break sul punteggio di 14-3. È chissà se Canale non si fosse fermato ad un palmo dalla marcatura che storia racconteremmo oggi.

    La ripresa ripropone gli stessi valori in campo. Fino al minuto settantatre, lo spartiacque. L’Italia attacca verso la curva nord, quella solitamente casa del tifo interista, sul lato destro del campo e si conquista una mischia, la cifra stilistica di una squadra che nella lotta casa per casa diventa epica. Il pacchetto italiano ingaggia ed assesta una spazzolata ai pari ruolo neozelandesi che gli fa scricchiolare le ossa ma, per motivi purtroppo ovvi, l’arbitro australiano, anziché sanzionare gli All Blacks infliggendo loro l’umiliazione della meta tecnica, farà ripetere la mischia la bellezza di undici volte pur di non sancire la supremazia dei ragazzi di Mallet. Undici cazzo di volte. Dieci minuti di furia cieca si abbattono sui più forti di tutti che appaiono agli occhi del mondo incapaci di reagire. Un pugile all’angolo, suonato. L’Italia, in uno sport diverso da tutti gli altri come questo, è in paradiso. Furente e orgogliosa, insieme. San Siro se ne accorge e il fischio finale è accompagnato da un applauso che, forse, non si era mai sentito.

    Il 14 novembre del 2009, pertanto, è la volta in cui facemmo paura ai maestri, una medaglia al petto che non smetterà mai di brillare. Oggi, quindici anni più tardi, a testare i nostri evidenti progressi compiuti negli ultimi 12 mesi saranno ancora loro, gli All Blacks, che nella gelida notte di Torino cercheranno di infliggerci la peggior sconfitta possibile e, insieme, vendicare la battuta d’arresto subita contro la Francia la settimana passata. Non bisogna farsi illusioni, sarà una sofferenza inesausta ma abbiamo le qualità per uscire a testa alta dal campo. Più di quanto abbiamo saputo fare, cioè poco, nel più recente testa a testa, quello degli ultimi mondiali finito con quasi cento punti sul groppone. Un tritacarne da non ripetere.

    All’appuntamento con la gloria non arriviamo al top della condizione psicofisica, va detto. Le sfide contro Argentina e Georgia non hanno dato quei risultati che ci si potesse attendere e, come non bastasse, gli infirtuni a ripetizione ci costringono a rivedere ogni volta i piani di gioco. Non ci sarà Lamaro, il capitano, con una spalla ko e sostituito dal rubapalloni Zuliani ma, in compenso, ritroviamo Capuozzo, la scheggia impazzita capace di far saltare le difese più arcigne. Sulla strada che porta al Sei Nazioni, dove ci sarà da difendere la memoria di quello meraviglioso disputato un anno fa, alla partita di questa sera ciò che si chiede e di affermare, con una prestazione gagliarda e di cuore, i miglioramenti del nostro movimento.

    Perché, appunto, vincere, sul Pianeta Rugby, non è mai l’unica cosa che conta ma guadagnarsi il rispetto sì, è fondamentale. Occhi iniettati di sangue e spirito di sacrificio, allora. Facciamo vedere agli All Blacks che in Italia non si viene solo per opere d’arte e buona tavola e che, soprattutto, a casa nostra non si regala niente a nessuno.

  • Che estasi, il tennis italiano: trionfo delle azzurre, oggi tocca ai nostri ‘ragazzi’

    Che estasi, il tennis italiano: trionfo delle azzurre, oggi tocca ai nostri ‘ragazzi’

    BJKC, è l’acronimo che da ieri sera ci riempie di orgoglio azzurro. Billie Jean King Cup, per i meno avvezzi alle dinamiche tennistiche, è la Coppa Davis delle donne, dunque la principale competizione per compagini nazionali del calendario internazionale, che assegna, di fatto, il titolo di campionesse del mondo. Un tempo la si chiamava Fed Cup, oggi si vuole omaggiare la carriera della tennista più vincente di ogni epoca, Billie Jean, appunto. Al di là del nome, una manifestazione che ci ha spesso sorriso perché, con quella di ieri, l’Italia ha calato il pokerissimo. Quinta coppa della nostra storia, quindi, a undici anni dall’ultimo successo.

    Lucia Bronzetti, Elisabetta Cocciaretto, Sara Errani, Jasmine Paolini, Martina Trevisan con il capitano Tathiana Garbin, sono le artefici di questa vittoria che arriva al culmine di una stagione memorabile, forse irripetibile, per il tennis italiano. Che, nell’attesa di sapere se alle donne faranno seguito gli uomini a breve impegnati a difendere la Davis Cup vinta trecentosessantacinque giorni fa, già racconta dei due Major più il titolo di Maestro messi in bacheca da Sinner e delle due finali Slam, Parigi e Londra, con quarta posizione nel ranking mondiale di fine anno per Paolini. Oltre alle medaglie olimpiche della stessa Jasmine, insieme ad Errani, e di Musetti. Difficile sognare di meglio.

    Dopo la semifinale vinta contro la Polonia della formidabile Swiatek al doppio decisivo, per l’occasione elevato a capolavoro dalla competenza universitaria dell’eterna Sara Errani che oggi è per distacco la più forte doppista al mondo, ieri sera le azzurre si sono trovate davanti in finale le meno temibili, ma non per questo sprovvedute, slovacche. Decisive, ai fini del trionfo, le due vittorie in singolare ottenute da Bronzetti e Paolini, che hanno superato, rispettivamente, Hruncakova e Sramkova. Facile, senza perdere un set, con Jas che ha fatto valere il suo status di riferimento mondiale lasciando alla rivale la miseria di due game. Undici anni fa, l’anno era il 2003, l’Italia sconfiggeva a Parigi la corazzata russa aggiudicandosi la coppa. Di quella squadra memorabile – quella di Pennetta, Schiavone (solo spettatrice) e Vinci, a portare a casa il punto decisivo dalla finale contro la moscovita Kleybanova fu proprio Sara Errani e, ciò, ci permette di fare due considerazioni.

    La prima è che Sarita è tennista eterna, una longevità ad alti livelli fuori dal comune. Errani, per chi non lo ricorda, dodici anni fa entrava per la prima volta nella Top 10. È passata una vita. La seconda è l’insegnamento duplice di una giocatrice che ha saputo risalire la china con umiltà e sacrificio dal baratro, umano e sportivo, nel quale era cascata per la spinosa questione del doping e che ha avuto l’intelligenza di reinventarsi nel corso della carriera come specialista, anzi professoressa, del doppio. E se qualcuno poteva erroneamente pensare che i trionfi iniziali fossero tutti merito di Robertina Vinci, volleatrice meravigliosa, oggi che Sara riesce a trascinare in cielo anche Jasmine, devastante singolarista ma non ancora così a suo agio nelle pieghe del doppio, dubbi non ce ne possono essere più.

    Tutto facile, insomma, almeno ieri. Malaga che sembra Roma e per le ragazze azzurre è quasi più faticoso celebrare il trionfo che disporre della volenterosa Slovacchia. Errani a parte, le cui primavere sono trentasette, con Bronzetti e Cocciaretto under 25 e Paolini appena più grande, il futuro appare roseo dopo gli anni difficili del cambio generazionale e del pensionamento delle icone Pennetta e Schiavone. Se si aggiunge questo dato piuttosto eloquente, sono ben sette i ragazzi che al momento stanno entro le prime cinquanta posizioni del ranking, si capisce di essere al cospetto, globalmente, del miglior momento di sempre per il tennis di casa nostra. I numeri non mentono e domenica prossima potrebbe verificarsi l’ennesima prima assoluta di questo 2024. Quella di essere titolari di entrambe le coppe, BJK e Davis. Traguardo che, toccando ferro, con questi presupposti è difficile da mancare.

    Dici Davis e non puoi che pensare a lui, Gianpiero Galeazzi, storica voce dei weekend azzurri negli anni ruspanti dei Camporese e dei Gaudenzi ma senza mai un lieto fine. Immaginiamo, inoltre, quanto il Bisteccone nazionalpopolare avrebbe gioito per essere parte di questa golden age ed a come il suo modo inconfondibile di raccontare il tennis, tutto tovaglia a quadri, fiasco di vino e sincerità, avrebbe impreziosito questi straordinari successi. Se lo sarebbe davvero meritato. Adesso tocca ai ragazzi che tra qualche ora sfideranno l’Argentina nei quarti di finale. Sinner, con Berrettini, Musetti e Bolelli, testeranno le legittime ambizioni di Cerundolo e compagni in una sfida che è abbondantemente alla nostra portata. Tuttavia, è sempre bene ricordare che nello sport non si vince di blasone ma con cuore, testa e gambe. I nostri lo hanno imparato.

    Che spettacolo stare in cima al mondo.

  • Rugby, appartenenza e Patria (o muerte…)

    Rugby, appartenenza e Patria (o muerte…)

    Cos’hanno più di noi le nove squadre che ci sopravanzano nel ranking mondiale, oltre alla ovvia superiore competenza rugbistica? Davanti, a dettare legge dalla notte dei tempi, ci sono compagini nazionali accomunate da un aspetto che considerare secondario sarebbe da miopi. Sono manifestazioni tangibili di popoli intrisi, bontà loro, di amor patrio.

    Patriottismo, dunque, che per motivi francamente incomprensibili alle nostre latitudini assume un’accezione negativa ma che altrove, senza scomodare più del dovuto politica e società, significa appartenenza, orgoglio e identità. Una medaglia al petto, in altre parole.
    Che non si schiacci una palla in meta perché ancorati alla propria terra o che, la stessa palla, non finisca in mezzo ai pali grazie ad una bandiera, è cosa scontata. Ma lo è altrettanto il fatto che in sport di squadra, per di più di immane sacrificio fisico ai limiti del martirio, un denominatore comune come può essere quello dell’appartenenza sia un collante fondamentale per fare, sul campo, dell’io un noi. Un calcio nel sedere all’individualismo che detta le nostre azioni.

    Quella degli All Blacks, per esempio, che non sempre vincono ma il fascino che emanano è immutabile, il profumo della rivalsa, aroma di una storia comune che viene da lontano. La storia dei Maori, che i bianchi eredi dei colonizzatori tentano ancora oggi di schiacciare ricevendo in cambio la Haka, emblema di fierezza e attaccamento alle origini; danza che gli araldi del politicamente corretto di casa nostra vorrebbero financo abolire perché, a loro dire, violenta. Invece, trasuda una forma di amore ancestrale che fa di quindici corpi una cosa sola.

    Quella dei cugini, si fa per dire, francesi, che avranno tanti difetti ma se gli tocchi Parigi finisce sempre con la ghigliottina. Lo Stade de France gremito intona senza soluzione di continuità l’iconico ‘Allez les Blues’ dando spinta e morale ai giocatori in campo mentre da noi, nella migliore delle ipotesi, è uno speaker ad abbozzare frasi inascoltate nel silenzio tombale. Vorrà pur dire qualcosa. Un popolo, quello francese, che quando si sente tradito da chi lo governa, e succede spesso, non ha paura di sporcarsi le mani e mettere a ferro e fuoco la nazione, rivendicando i propri diritti calpestati. L’antitesi dello sciopero italico, quello del venerdì, buono per dare profondità al weekend.

    Gli irlandesi. Anche qui ci sarebbe poco da aggiungere su un popolo che, in quanto a fierezza, è cromosomicamente docente universitario. Di inni, in campo, ne portano addirittura due. E parlano di Irlanda, quella dei padri, quella costruita con sangue e sudore, quella che verrà. La benzina di un motore che non perde mai un colpo? La lotta di liberazione nazionale dei popoli celtici, tutti, dallo sciovinismo imperiale britannico. “Viene il giorno, viene l’ora, viene il potere e la gloria, siamo venuti rispondendo alla chiamata del nostro Paese dalle quattro fiere province d’Irlanda. Irlanda, Irlanda, insieme, in piedi, spalla contro spalla, risponderemo alla chiamata dell’Irlanda”. È un estratto meraviglioso e significativo di un testo, l’Ireland’s Call, che, sebbene sopravvivano ancora oggi le divisioni che allontanano il nord dal sud, rammenta al mondo che, al bisogno, di Irlanda ce n’è una e una soltanto. Patriottismo alla potenza enne. Che un omone da cento chili di muscoli in procinto di fare a sportellate con i suoi rivali scoppi in lacrime omaggiando la nazione, poi, in Irlanda è commovente routine.

    Il Sudafrica guarda tutti dall’alto se si tratta di rugby. Hanno vinto quattro mondiali su dieci di cui l’ultimo. Il loro è un gioco sporco e rude, sparagnino ma feroce, e traduce perfettamente il percorso che li ha condotti fino a qui. Là, infatti, il rugby ce lo portarono gli invasori inglesi e ne fecero una questione tra bianchi, sport elitario e divisivo. Poi, però, gli Afrikaner sconfissero i colonizzatori, presero il rugby e lo diffusero ovunque, nei villaggi come nelle campagne più remote, facendone lo sport nazionale che, successivamente, un gigante del nostro tempo come Mandela fece anche di tutti. Dei boeri, quindi, uomini che lottano per conquistare l’ovale come i loro genitori fecero per garantire alle generazioni future libertà e patria. In campo, a vederli schiumare agone, sembra di rivivere quella storia. Di Patria, appunto.

    Insomma, di esempi se ne potrebbero fare moltissimi. Il coraggio degli Highlander scozzesi e la loro voglia di indipendenza (dalla solita Corona). La rivincita delle isole del Pacifico, Tonga, Samoa e Fiji, che attraverso lo sport affermano caparbiamente la loro dignità post-coloniale. Tutti spaccati di mondo che fanno a cazzotti con l’individualismo e l’assenza di senso comune che, invece, intacca il nostro quotidiano, caratterizzato dalla congenita incapacità di migliorarci a livello collettivo perché accecati più dal “quanto” che dal “come” e ancora meno dal “perché”, con lo sport, che della vita è ineccepibile paradigma, a fare da cartina al tornasole.

    Per tutto questo, anche la piccola Georgia, sabato scorso, pur perdendo ma di un soffio ci ha impartito una sonora lezione. L’Italia stava giocando a rugby mentre i nostri avversari, attraverso il rugby, difendevano orgogliosamente la loro identità.