Autore: Teo Parini

  • L’Italrugby chiamò: stasera si sfidano gli All Blacks

    L’Italrugby chiamò: stasera si sfidano gli All Blacks

    Nel rugby non è necessariamente la vittoria a fare la differenza. Quella volta, nell’inverno del 2009, dalla battaglia di muscoli e sudore uscimmo sconfitti nel punteggio, seppur di stretta misura, ma quello che successe negli scampoli finali è parte fondamentale della nostra storia. San Siro è gremito, pare una sfida calcistica da Champions League, e il colpo d’occhio mette forse più in soggezione dei nostri avversari, gli All Blacks.

    La Haka, nella cornice della Scala del Calcio, è memorabile ma, appunto, incute meno timore del solito. Anche se, nel religioso silenzio che gli viene tributato diversamente tributato, l’urlo del condottiero e le manate tirate sui quadricipiti dei suoi compagni fanno un baccano sinistro, è il preludio alla lotta.

    L’Italia è quella di Castrogiovanni, il Man of the Match, del gladiatore Troncon, dei fratelli Bergamasco che, insieme a ottantamila persone, strillano l’inno di Mameli e piangono. Ci sono, tra gli altri, i due Gonzalo, Zanni, Del Fava e Perugini che, con i compagni di reparto Castrogiovanni e Ghiraldini, fa della mischia italiana qualcosa di devastante. Per tutti, neozelandesi inclusi. A guidarci è Nick Mallet, sudafricano, e la sua voglia di far vedere al mondo che la sua terra è sempre sinonimo di rugby, anche da esportazione, è tangibile. Il pubblico non è tipicamente cresciuto a pane e rugby ma con il passare dei minuti acquista competenza e diventa parte integrante del Quindici azzurro che, con un calcio di Gower, mette la testa avanti nel punteggio. Chi si aspettava che la Marea Nera devastasse gli argini deve ricredersi in fretta, perché la difesa italiana è un muro invalicabile. Il mestiere dei tuttineri, però, fa muovere lo score fino alla meta di Flynn, sarà l’unica dell’incontro a testimoniare la straordinaria prestazione azzurra, che manda tutti negli spogliatoi per il break sul punteggio di 14-3. È chissà se Canale non si fosse fermato ad un palmo dalla marcatura che storia racconteremmo oggi.

    La ripresa ripropone gli stessi valori in campo. Fino al minuto settantatre, lo spartiacque. L’Italia attacca verso la curva nord, quella solitamente casa del tifo interista, sul lato destro del campo e si conquista una mischia, la cifra stilistica di una squadra che nella lotta casa per casa diventa epica. Il pacchetto italiano ingaggia ed assesta una spazzolata ai pari ruolo neozelandesi che gli fa scricchiolare le ossa ma, per motivi purtroppo ovvi, l’arbitro australiano, anziché sanzionare gli All Blacks infliggendo loro l’umiliazione della meta tecnica, farà ripetere la mischia la bellezza di undici volte pur di non sancire la supremazia dei ragazzi di Mallet. Undici cazzo di volte. Dieci minuti di furia cieca si abbattono sui più forti di tutti che appaiono agli occhi del mondo incapaci di reagire. Un pugile all’angolo, suonato. L’Italia, in uno sport diverso da tutti gli altri come questo, è in paradiso. Furente e orgogliosa, insieme. San Siro se ne accorge e il fischio finale è accompagnato da un applauso che, forse, non si era mai sentito.

    Il 14 novembre del 2009, pertanto, è la volta in cui facemmo paura ai maestri, una medaglia al petto che non smetterà mai di brillare. Oggi, quindici anni più tardi, a testare i nostri evidenti progressi compiuti negli ultimi 12 mesi saranno ancora loro, gli All Blacks, che nella gelida notte di Torino cercheranno di infliggerci la peggior sconfitta possibile e, insieme, vendicare la battuta d’arresto subita contro la Francia la settimana passata. Non bisogna farsi illusioni, sarà una sofferenza inesausta ma abbiamo le qualità per uscire a testa alta dal campo. Più di quanto abbiamo saputo fare, cioè poco, nel più recente testa a testa, quello degli ultimi mondiali finito con quasi cento punti sul groppone. Un tritacarne da non ripetere.

    All’appuntamento con la gloria non arriviamo al top della condizione psicofisica, va detto. Le sfide contro Argentina e Georgia non hanno dato quei risultati che ci si potesse attendere e, come non bastasse, gli infirtuni a ripetizione ci costringono a rivedere ogni volta i piani di gioco. Non ci sarà Lamaro, il capitano, con una spalla ko e sostituito dal rubapalloni Zuliani ma, in compenso, ritroviamo Capuozzo, la scheggia impazzita capace di far saltare le difese più arcigne. Sulla strada che porta al Sei Nazioni, dove ci sarà da difendere la memoria di quello meraviglioso disputato un anno fa, alla partita di questa sera ciò che si chiede e di affermare, con una prestazione gagliarda e di cuore, i miglioramenti del nostro movimento.

    Perché, appunto, vincere, sul Pianeta Rugby, non è mai l’unica cosa che conta ma guadagnarsi il rispetto sì, è fondamentale. Occhi iniettati di sangue e spirito di sacrificio, allora. Facciamo vedere agli All Blacks che in Italia non si viene solo per opere d’arte e buona tavola e che, soprattutto, a casa nostra non si regala niente a nessuno.

  • Che estasi, il tennis italiano: trionfo delle azzurre, oggi tocca ai nostri ‘ragazzi’

    Che estasi, il tennis italiano: trionfo delle azzurre, oggi tocca ai nostri ‘ragazzi’

    BJKC, è l’acronimo che da ieri sera ci riempie di orgoglio azzurro. Billie Jean King Cup, per i meno avvezzi alle dinamiche tennistiche, è la Coppa Davis delle donne, dunque la principale competizione per compagini nazionali del calendario internazionale, che assegna, di fatto, il titolo di campionesse del mondo. Un tempo la si chiamava Fed Cup, oggi si vuole omaggiare la carriera della tennista più vincente di ogni epoca, Billie Jean, appunto. Al di là del nome, una manifestazione che ci ha spesso sorriso perché, con quella di ieri, l’Italia ha calato il pokerissimo. Quinta coppa della nostra storia, quindi, a undici anni dall’ultimo successo.

    Lucia Bronzetti, Elisabetta Cocciaretto, Sara Errani, Jasmine Paolini, Martina Trevisan con il capitano Tathiana Garbin, sono le artefici di questa vittoria che arriva al culmine di una stagione memorabile, forse irripetibile, per il tennis italiano. Che, nell’attesa di sapere se alle donne faranno seguito gli uomini a breve impegnati a difendere la Davis Cup vinta trecentosessantacinque giorni fa, già racconta dei due Major più il titolo di Maestro messi in bacheca da Sinner e delle due finali Slam, Parigi e Londra, con quarta posizione nel ranking mondiale di fine anno per Paolini. Oltre alle medaglie olimpiche della stessa Jasmine, insieme ad Errani, e di Musetti. Difficile sognare di meglio.

    Dopo la semifinale vinta contro la Polonia della formidabile Swiatek al doppio decisivo, per l’occasione elevato a capolavoro dalla competenza universitaria dell’eterna Sara Errani che oggi è per distacco la più forte doppista al mondo, ieri sera le azzurre si sono trovate davanti in finale le meno temibili, ma non per questo sprovvedute, slovacche. Decisive, ai fini del trionfo, le due vittorie in singolare ottenute da Bronzetti e Paolini, che hanno superato, rispettivamente, Hruncakova e Sramkova. Facile, senza perdere un set, con Jas che ha fatto valere il suo status di riferimento mondiale lasciando alla rivale la miseria di due game. Undici anni fa, l’anno era il 2003, l’Italia sconfiggeva a Parigi la corazzata russa aggiudicandosi la coppa. Di quella squadra memorabile – quella di Pennetta, Schiavone (solo spettatrice) e Vinci, a portare a casa il punto decisivo dalla finale contro la moscovita Kleybanova fu proprio Sara Errani e, ciò, ci permette di fare due considerazioni.

    La prima è che Sarita è tennista eterna, una longevità ad alti livelli fuori dal comune. Errani, per chi non lo ricorda, dodici anni fa entrava per la prima volta nella Top 10. È passata una vita. La seconda è l’insegnamento duplice di una giocatrice che ha saputo risalire la china con umiltà e sacrificio dal baratro, umano e sportivo, nel quale era cascata per la spinosa questione del doping e che ha avuto l’intelligenza di reinventarsi nel corso della carriera come specialista, anzi professoressa, del doppio. E se qualcuno poteva erroneamente pensare che i trionfi iniziali fossero tutti merito di Robertina Vinci, volleatrice meravigliosa, oggi che Sara riesce a trascinare in cielo anche Jasmine, devastante singolarista ma non ancora così a suo agio nelle pieghe del doppio, dubbi non ce ne possono essere più.

    Tutto facile, insomma, almeno ieri. Malaga che sembra Roma e per le ragazze azzurre è quasi più faticoso celebrare il trionfo che disporre della volenterosa Slovacchia. Errani a parte, le cui primavere sono trentasette, con Bronzetti e Cocciaretto under 25 e Paolini appena più grande, il futuro appare roseo dopo gli anni difficili del cambio generazionale e del pensionamento delle icone Pennetta e Schiavone. Se si aggiunge questo dato piuttosto eloquente, sono ben sette i ragazzi che al momento stanno entro le prime cinquanta posizioni del ranking, si capisce di essere al cospetto, globalmente, del miglior momento di sempre per il tennis di casa nostra. I numeri non mentono e domenica prossima potrebbe verificarsi l’ennesima prima assoluta di questo 2024. Quella di essere titolari di entrambe le coppe, BJK e Davis. Traguardo che, toccando ferro, con questi presupposti è difficile da mancare.

    Dici Davis e non puoi che pensare a lui, Gianpiero Galeazzi, storica voce dei weekend azzurri negli anni ruspanti dei Camporese e dei Gaudenzi ma senza mai un lieto fine. Immaginiamo, inoltre, quanto il Bisteccone nazionalpopolare avrebbe gioito per essere parte di questa golden age ed a come il suo modo inconfondibile di raccontare il tennis, tutto tovaglia a quadri, fiasco di vino e sincerità, avrebbe impreziosito questi straordinari successi. Se lo sarebbe davvero meritato. Adesso tocca ai ragazzi che tra qualche ora sfideranno l’Argentina nei quarti di finale. Sinner, con Berrettini, Musetti e Bolelli, testeranno le legittime ambizioni di Cerundolo e compagni in una sfida che è abbondantemente alla nostra portata. Tuttavia, è sempre bene ricordare che nello sport non si vince di blasone ma con cuore, testa e gambe. I nostri lo hanno imparato.

    Che spettacolo stare in cima al mondo.

  • Rugby, appartenenza e Patria (o muerte…)

    Rugby, appartenenza e Patria (o muerte…)

    Cos’hanno più di noi le nove squadre che ci sopravanzano nel ranking mondiale, oltre alla ovvia superiore competenza rugbistica? Davanti, a dettare legge dalla notte dei tempi, ci sono compagini nazionali accomunate da un aspetto che considerare secondario sarebbe da miopi. Sono manifestazioni tangibili di popoli intrisi, bontà loro, di amor patrio.

    Patriottismo, dunque, che per motivi francamente incomprensibili alle nostre latitudini assume un’accezione negativa ma che altrove, senza scomodare più del dovuto politica e società, significa appartenenza, orgoglio e identità. Una medaglia al petto, in altre parole.
    Che non si schiacci una palla in meta perché ancorati alla propria terra o che, la stessa palla, non finisca in mezzo ai pali grazie ad una bandiera, è cosa scontata. Ma lo è altrettanto il fatto che in sport di squadra, per di più di immane sacrificio fisico ai limiti del martirio, un denominatore comune come può essere quello dell’appartenenza sia un collante fondamentale per fare, sul campo, dell’io un noi. Un calcio nel sedere all’individualismo che detta le nostre azioni.

    Quella degli All Blacks, per esempio, che non sempre vincono ma il fascino che emanano è immutabile, il profumo della rivalsa, aroma di una storia comune che viene da lontano. La storia dei Maori, che i bianchi eredi dei colonizzatori tentano ancora oggi di schiacciare ricevendo in cambio la Haka, emblema di fierezza e attaccamento alle origini; danza che gli araldi del politicamente corretto di casa nostra vorrebbero financo abolire perché, a loro dire, violenta. Invece, trasuda una forma di amore ancestrale che fa di quindici corpi una cosa sola.

    Quella dei cugini, si fa per dire, francesi, che avranno tanti difetti ma se gli tocchi Parigi finisce sempre con la ghigliottina. Lo Stade de France gremito intona senza soluzione di continuità l’iconico ‘Allez les Blues’ dando spinta e morale ai giocatori in campo mentre da noi, nella migliore delle ipotesi, è uno speaker ad abbozzare frasi inascoltate nel silenzio tombale. Vorrà pur dire qualcosa. Un popolo, quello francese, che quando si sente tradito da chi lo governa, e succede spesso, non ha paura di sporcarsi le mani e mettere a ferro e fuoco la nazione, rivendicando i propri diritti calpestati. L’antitesi dello sciopero italico, quello del venerdì, buono per dare profondità al weekend.

    Gli irlandesi. Anche qui ci sarebbe poco da aggiungere su un popolo che, in quanto a fierezza, è cromosomicamente docente universitario. Di inni, in campo, ne portano addirittura due. E parlano di Irlanda, quella dei padri, quella costruita con sangue e sudore, quella che verrà. La benzina di un motore che non perde mai un colpo? La lotta di liberazione nazionale dei popoli celtici, tutti, dallo sciovinismo imperiale britannico. “Viene il giorno, viene l’ora, viene il potere e la gloria, siamo venuti rispondendo alla chiamata del nostro Paese dalle quattro fiere province d’Irlanda. Irlanda, Irlanda, insieme, in piedi, spalla contro spalla, risponderemo alla chiamata dell’Irlanda”. È un estratto meraviglioso e significativo di un testo, l’Ireland’s Call, che, sebbene sopravvivano ancora oggi le divisioni che allontanano il nord dal sud, rammenta al mondo che, al bisogno, di Irlanda ce n’è una e una soltanto. Patriottismo alla potenza enne. Che un omone da cento chili di muscoli in procinto di fare a sportellate con i suoi rivali scoppi in lacrime omaggiando la nazione, poi, in Irlanda è commovente routine.

    Il Sudafrica guarda tutti dall’alto se si tratta di rugby. Hanno vinto quattro mondiali su dieci di cui l’ultimo. Il loro è un gioco sporco e rude, sparagnino ma feroce, e traduce perfettamente il percorso che li ha condotti fino a qui. Là, infatti, il rugby ce lo portarono gli invasori inglesi e ne fecero una questione tra bianchi, sport elitario e divisivo. Poi, però, gli Afrikaner sconfissero i colonizzatori, presero il rugby e lo diffusero ovunque, nei villaggi come nelle campagne più remote, facendone lo sport nazionale che, successivamente, un gigante del nostro tempo come Mandela fece anche di tutti. Dei boeri, quindi, uomini che lottano per conquistare l’ovale come i loro genitori fecero per garantire alle generazioni future libertà e patria. In campo, a vederli schiumare agone, sembra di rivivere quella storia. Di Patria, appunto.

    Insomma, di esempi se ne potrebbero fare moltissimi. Il coraggio degli Highlander scozzesi e la loro voglia di indipendenza (dalla solita Corona). La rivincita delle isole del Pacifico, Tonga, Samoa e Fiji, che attraverso lo sport affermano caparbiamente la loro dignità post-coloniale. Tutti spaccati di mondo che fanno a cazzotti con l’individualismo e l’assenza di senso comune che, invece, intacca il nostro quotidiano, caratterizzato dalla congenita incapacità di migliorarci a livello collettivo perché accecati più dal “quanto” che dal “come” e ancora meno dal “perché”, con lo sport, che della vita è ineccepibile paradigma, a fare da cartina al tornasole.

    Per tutto questo, anche la piccola Georgia, sabato scorso, pur perdendo ma di un soffio ci ha impartito una sonora lezione. L’Italia stava giocando a rugby mentre i nostri avversari, attraverso il rugby, difendevano orgogliosamente la loro identità.

  • L’Italrugby batte la Georgia ed evita la figuraccia

    L’Italrugby batte la Georgia ed evita la figuraccia

    Ad un passo dalla tragedia, l’Italia raddrizza una di quelle partite che devono essere vinte ad ogni costo perché, viceversa, lo smacco riporterebbe indietro nel tempo di dodici mesi, vanificando la crescita oggettiva maturata nel corso del 2024. Certo, battere gli orgogliosi e scaltri georgiani di tre miseri punti (20 a 17 il finale) e soffrendo fino all’ultimo secondo non è quel che si dice un capolavoro ma, appunto, delle volte vincere è davvero l’unica cosa che conta. Tensione altissima, i soliti infortuni di inizio match, questa volta è toccato a Lamaro, eccessiva foga nel condurre la manovra e concretezza azzerata, sono la sintesi di un primo tempo in cui la Georgia vede due palloni e sigla due mete e mette dentro un calcio piazzato. Per gli azzurri il settanta per cento di possesso ma la marcatura resta sempre lì ad un passo ed il tabellino all’asciutto.

    Non è certo sfiga, perché già contro i Pumas si era intravista la stessa identica difficoltà nel tradurre in punti l’imponente mole di gioco, con gli argentini molto più bravi dei pari ruolo georgiani – en passant, a momenti ieri sbancano Dublino – nel farci pesare una lacuna purtroppo assodata. Anche la scelta di insistere con i calci alti, tutti conquistati dagli avversari, dev’essere rivista. Se l’up and under non funziona sarebbe il caso di non abusarne. Insomma, la battaglia aerea non è ciò che meglio ci riesce e tutta questa voglia di riprovarci francamente appare tafazzesca. Dagli spogliatoi, ahinoi, non esce un’Italia molto diversa, piuttosto è la Georgia a mostrare le prime crepe in termini di fiato. Difficile vedere così tanti giocatori in preda ai crampi come quelli in maglia rossa, tant’è che la meta punitiva concessa a nostro vantaggio, con annessi cartellino giallo e superiorità numerica, appare come la più normale delle conseguenze.

    Tuttavia, chi si aspetta a questo punto che la tremolante compagine di Quesada, tornata sotto break, possa fare macerie della Georgia con le batterie scariche, dimostra una scarsa capacità di lettura delle partite perché, seppur sulle gambe, i georgiani si dimostrano furbi il giusto per trascinare i nostri in una lotta da cortile, sottraendosi al confronto in velocità che li distruggerebbe. Nel giochino scontato ci caschiamo dentro con tutte le scarpe e le cose non migliorano nemmeno quando Fusco schiaccia in meta in uscita dalla rimessa laterale magistralmente chiusa da Negri. Italia, pertanto, che mette finalmente il naso davanti nel punteggio con il cronometro che ha già iniziato l’ultimo quarto di partita e ciò traduce plasticamente la fatica immane alla quale siamo costretti, nonostante la differenza di qualità individuale a nostro vantaggio sia spesso evidente. Quella di Menoncello è di Brex, per esempio.

    Ci sarebbe tutto il tempo per mettere in cassaforte il risultato e dare allo score una superiore dignità, ma i piazzati vanno sistematicamente fuori dai pali e gli errori in fase di possesso non finiscono di sottrarci opportunità per rimpolpare il punteggio. Così, con i georgiani in agonia fisica, l’Italia riesce nell’impresa tutt’altro che auspicabile di portare gli avversari ad un solo calcio di distanza fino all’ultimo secondo di gioco, quando, con il sacrosanto pragmatismo, congeliamo il pallone in uscita dalla mischia fino a far scadere il tempo di gioco che significa la sospirata vittoria. Ciò che serviva come il pane, perché, è bene ricordarlo, la Georgia è nostra avversaria diretta nella rincorsa al rugby che conta ed è molto più vicina all’Italia di quanto l’Italia sia vicina alle prime cinque/sei nazioni più forti al mondo.

    Non ci sono altre buone notizie. Gli infortuni si sprecano, out pure Menoncello, i piazzati sono un debito, il gioco aereo è ai limiti dell’imbarazzo e, come detto, facciamo una gran fatica a mettere a referto punti. Non è ammissibile, infatti, che la prima marcatura su azione contro la Georgia arrivi solo al minuto numero sessanta. La scoppola rimediata settimana scorsa contro l’argentina, quindi, non è stato un errore di percorso. La prestazione odierna conferma che allo stato dell’opera il nostro livello è proprio questo e, con il Sei Nazioni alle porte, c’è poco da stare sereni.

    Il titolo di “Man of the match” dato a Lamb, il migliore degli azzurri con Vincent, da solo non può bastare per considerare sufficiente la striminzita vittoria. L’unico aspetto concretamente positivo è legato alla capacità ed alla voglia di essere umili, di aver archiviato in fretta l’idea di poter abbattere i georgiani di blasone e, quindi, di aver accettato la battaglia casa per casa, impostata dai rivali, quale strada per il successo. Attitudine operaia nel momento di massima difficoltà, probabilmente ciò che Quesada potrà salvare da questo match onestamente orribile.

    Con queste premesse, l’idea di dover affrontare tra sette giorni gli All Blacks a Torino fa, se possibile, ancor più paura del solito. Neozelandesi che, come non bastasse, troveremo incazzati a morte per aver appena perso in Francia.
    Morale: sabato prossimo, qualora dovessimo replicare le ultime due scialbe prestazioni, si rischiano i cento punti sul groppone. L’auspicio è che lo scampato pericolo odierno, perché di ciò si è trattato, possa tradursi in una maggiore tranquillità di gioco e, pertanto, in un match di maggiore competenza rugbistica. Viceversa sarà l’ennisma mattanza.

  • Metti una sera al Master di Torino, con Sinner che si beve Medvedev (come una vodka..)

    Metti una sera al Master di Torino, con Sinner che si beve Medvedev (come una vodka..)

    Sulla carta è l’evento clou della stagione tennistica. I primi otto giocatori al mondo, i più bravi negli ultimi dodici mesi secondo il parere insindacabile del computer, che si scontrano tra di loro con in palio il titolo di maestro. Masters, appunto, il nome storico e pure nostalgico di quelle che oggi si chiamano ATP Finals e si disputano in Italia per il quarto anno di fila. A Torino, nella cornice dell’Inalpi Arena con vista sullo stadio Grande Torino, storica casa calcistica granata. Epica chiama epica. Eppure la manifestazione, da sempre uguale a sé stessa nella formula, continua a non convincere fino in fondo. Perplessità che serate come quella di ieri fanno tornare prepotentemente a galla.

    Il Masters, perché noi che abbiamo più di una quarantina di primavere alle spalle fatichiamo ad aggiornare il nome alla denominazione corrente, ha una peculiarità unica: può essere vinto da un giocatore che ha perso uno o, in casi eccezionali ma possibili, anche due match. Il contrario del principio cardine del tennis che sposa per genesi la regola del ‘chi perde va a casa’. Non qui. Di più, perché può pure essere che due giocatori si affrontino sia nel round robin che, successivamente, in finale e possa laurearsi campione quello che è uscito sconfitto dalla partita nel girone. Se vogliamo, non è nemmeno questo il problema più spinoso.

    La sessione serale appena archiviata prevedeva l’incontro, che ormai è un classico, tra il numero uno al mondo Sinner e il russo Medvedev, oggi ‘solo’ numero quattro del ranking per via di un periodo di appanamento piuttosto duraturo ma che resta giocatore formidabile, purché abbia voglia di spendere del sudore e non è affatto scontato. Daniil, nella partita di esordio, perdeva malamente con Fritz e, pertanto, il suo destino qui a Torino aveva smesso di essere nelle solo sue mani. Anche dopo aver battuto De Minaur nel secondo match, perché a poche ore dallo scontro decisivo con l’italiano a fare lo stesso era stato l’americano, con il risultato che per qualificarsi alla semifinale Medvedev avrebbe dovuto non solo vincere ma farlo senza concedere un set.

    Per tornare alle perplessità della formula, e per quanto appena detto, il match tra Sinner e Medvedev è durato un lampo, il tempo impiegato da Jannik per strappare il servizio all’avversario, cioè una manciata di game, incanalando dalla sua parte le sorti del primo parziale, poi chiuso qualche minuto più tardi. Una ventina di minuti e fine dei giochi. Con uno o due set ancora da giocare, il match si è fatto esibizione. Di lusso ma esibizione, proprio perché ormai ininfluente per il proseguo del torneo. Dispiace perché, qualora messi nelle condizioni, sono due campioni in grado di regalere un tennis di qualità decisamente superiore rispetto a quanto esibito ieri. Tuttavia, ci si può benissimo mettere nei panni di entrambi che, seppur professionisti, vivono anch’essi di motivazioni.

    La storia della manifestazione è ricca di situazioni similari. Come è ricca di partite perse volontariamente senza combattere ma, in quel caso, per evitare in semifinale l’incrocio con un avversario meno gradito, avendo già superato matematicamente il girone all’italiana. Emblematico fu il caso di Lendl di una vita fa, ma se ne contano a decine, quando, pur di non incrociare la racchetta di Borg, il cecoslovacco perse senza opporre resistenza contro Connors che in tutta risposta lo etichettò come “chicken” in mondovisione. Pollo. Per la cronaca, e pure per un minimo di giustizia divina, Lendl avrebbe poi perso la finalissima, proprio contro lo svedese inutilmente scansato il giorno precedente.
    Il resto, però, è sempre un grande spettacolo con Torino brava a non far rimpiangere le organizzazioni precedenti. All’ingresso dell’area dedicata all’evento, una gigantografia porta con sé la miglior definizione possibile: ‘Where Champions become Champions”. Le Finals, questa volta proprio grazie alla rivedibile formula, non possono essere vinte che da un campione. Perché, senza fare troppo gli schizzinosi, non c’è modo diverso per definire uno dei migliori otto interpreti della disciplina sul pianeta Terra. Lapalissiano, i campioni non sono tutti uguali e, per esempio, un Ruud non potrà mai valere un Alcaraz, ma il pregio è, appunto, quello di mettere al via il meglio che offre il panorama mondiale.

    Dell’atmosfera da gesti bianchi degli albori, in campo e sugli spalti, non è sopravvissuto un granché. Non lo si scopre certo oggi, è non si tratta nemmeno di essere quelli che ad ogni costo ‘si stava meglio prima’, ma il dj set servito al massimo volume ad ogni cambio di campo dal vivo fa un certo effetto. La domanda, semmai, è cosa ne pensino dello show collaterale i giocatori, che in quei pochi secondi di pausa tra un game e l’altro dovrebbero mantenere alta la concentrazione e, se necessario, riordinare le idee. Con i Seven Nation Army a palla, immaginiamo possa essere difficile per un tennista isolarsi dal contesto, ma è ciò che accade ora. In compenso, il clima da party piace alla gente che, non è un mistero, pare sempre divertirsi.

    Con Sinner in campo, inoltre, il clima è quello da Coppa Davis, dunque chiassoso. I cori quasi calcistici che il pubblico gli dedica rimandano ai pomeriggi da torcida degli anni ’90; quelli dell’Italtennis operaia e ruspante a caccia del sogno Davis, degli spalti infuocati di Maceió, del gladiatore Gaudenzi pilotato dal mito Panatta e del compianto Galeazzi al microfono. Insomma, fatte le debite proporzioni, la sensazione percepita i tribuna è quella. Sinner che, en passant, vola in semifinale senza manco aver perso un set in tre match e menomale che avrebbe potuto faticare parecchio a causa di un malanno che l’ha colpito alla vigilia. Francamente, con Alcaraz moribondo come sempre gli succede da luglio in poi, non si vede come possa non vincere il torneo. Ma, si sa, i pronostici li sbaglia soltanto chi li fa.
    Chiosa finale di carattere più generale. Una cosa è il tennis visto dalla tivù, un’altra lo è visto da bordo campo, dove le difficoltà dello sport del diavolo emergono alla potenza enne. Se il video tende a smorzarla, è dal vivo che si percepisce fino in fondo la velocità, ai limiti dell’umano, che caratterizza sia il moto della pallina che degli spostamenti dei giocatori, i cui tempi di reazione occhio-braccio sono infinitesimi e si fatica a comprendere come ciò sia possibile. Sinner, ma pure il suo rivale, risponde con disinvoltura a bordate di servizio che oltrepassano la soglia dei duecento chilometri orari con inesausta continuità di rendimento. Insomma, fare un ace, oggi, è quasi un capolavoro e non solo per via di campi allentati e palline pure. I giocatori sono fulmini da cartoon giapponese.

    E se le partite regalano pathos e agone, a lasciare esterrefatti – paradossale, ma fino ad un certo punto – sono i pochi scampoli di palleggio di riscaldamento, quando i giocatori chiedono a loro stessi la massima perfezione e pulizia del gesto tecnico e tutto sembra di una semplicità disarmante. Manuali di tecnica tennistica ed eleganza in carne ed ossa, più danza classica che rincorsa bruta alla pallina. Tutti, nessuno escluso. Poi, per ovvie ragioni, con in ballo il quindici da conquistare la funzionalità prende il sopravvento, ma è in quei pochi minuti che i campioni di tale risma ci ricordano perché noi, comuni mortali, ci siamo fermati in terza categoria sentendoci dei fenomeni, peraltro. Abbacinante bellezza per chi vive a pane e tennis.

    Ci sarebbe anche la questione, in questo caso poco simpatica, del caro-biglietti ma non riguarda il solo Masters e meriterebbe un discorso a sé. Qui ci limitiamo a far notare che più di centocinquanta euro per assistere ad un singolare e un doppio fanno del tennis una questione elitaria, per pochi privilegiati. L’antitesi del significato pedagogico dello sport, per tutti e di tutti, che essendo spaccato di vita quotidiana finisce inevitabilmente per rispondere alle stesse esecrabili dinamiche sociali. Ed è un vero peccato, perché lo spettacolo del tennis di vertice dovrebbe essere patrimonio dell’umanità e non dei più fortunati. Ma tant’è.

  • L’Italrugby riparte da Udine: sabato è assalto ai Pumas

    L’Italrugby riparte da Udine: sabato è assalto ai Pumas

    Ci siamo, finalmente si torna a parlare di rugby azzurro. Novembre, e gli aficionados lo sanno, significa Autumn Nation Series e l’esordio di domani è con il botto, perché a farci visita ad Udine é l’Argentina. Li chiamano Test Match, ma non deve ingannare. Nel rugby, infatti, non esistono amichevoli e, oltre al fatto che si sputerebbe l’anima a prescindere, sono partite che muovono il ranking e, cosa più importante, consolidano o sbriciolano il prestigio, danno o tolgono morale. Insomma, fino alla morte, come sempre.

    Per i meno avvezzi, l’Argentina del mito vivente Felipe Contepomi, il CT, è compagine che nel corso degli ultimi Rugby Championship, l’ex Tri Nations che ha da qualche anno ha incluso come quarta forza proprio l’Argentina e che rappresenta il meglio dell’emisfero Sud, ha messo in riga Sud Africa, All Blacks e Australia. Un torneo, quello appena concluso, che i Pumas hanno chiuso con l’edificante bilancio di tre vittorie e tre sconfitte, a testimonianza della forza debordante dei nostri avversari.

    Tuttavia, se fino a non troppi mesi fa saremmo stati qui a preannunciare il consueto massacro annunciato, quello che ci si prospetta è uno scoglio durissimo ma non impossibile. A dirlo, intanto, sono i bookmakers, gente che non può permettersi di sbagliare troppi pronostici, che ci vedono sconfitti ma sotto break. Tradotto, uno scarto inferiore ai sette punti, il valore di una meta trasformata. Ciò significa sostanzialmente due cose.

    La prima è che il valore odierno degli azzurri è universalmente riconosciuto e nel rugby fa tutta la differenza del mondo quando l’avversario deve mettere in preventivo di poterci lasciare le penne. La seconda è che siamo di fronte al roster azzurro globalmente più forte di sempre. Non ce ne vorranno i grandi campioni del passato, e ne abbiamo avuti di meravigliosi, ma i ventitré ragazzi scelti da Gonzalo Quesada sommano una qualità tutta in una volta mai esplorata prima d’ora. Non so esagera, leggere la nostra formazione dà una soddisfazione incredibile.

    Le scelte, perché finalmente abbiamo più opzioni nel perimetro di una coperta piuttosto lunga che consente di ruotare gli uomini, anche nello stesso match, ma senza abbassare il livello. Mediana affidata a Garbisi-Page-Relo, due che il campionato francese in cui militano ha fortificato e non poco.
    Prima linea senza Fischetti, in panchina, ma con il trio Lucchesi-Spagnolo-Riccioni che è garanzia, anche di rapidità oltre che nei compiti canonici. Dal Benetton arrivano per intero la seconda e la terza linea, che includono i fratelli Cannone, Ruzza, Negri e Lamaro (il capitano). Si conoscono a memoria, non c’è altro da aggiungere. Triangolo allargato che corre alla velocità del suono: Ioane e Lynahg (sì, il figlio del mito) alle ali con Capuzzo all’estremo. Schegge impazzite.

    Menzione a parte per la coppia di centri che completa lo schieramento, perché Menoncello e Brex se non sono i più forti al mondo nel ruolo poco ci manca. Vera tempesta, gente che spacca in due le partite, infallibilità alla voce placcaggi e sinonimo di avanzamenti inesausti. Inutile dirlo, da loro ci si aspetta facciano danni seri agli avversari. Panchina, infine, di extralusso. Detto di un Fischetti non in grandissima forma fisica ma recuperato, da registrare anche il ritorno di Allan dopo una lontananza azzurra lunga quasi un anno a causa di qualche noia fisica. Alla che, prima di farsi male, si era palesato forte e maturo come non mai. C’è anche Zuliani, uomo della provvidenza, pronto al subentro in corso d’opera per fare ciò che meglio gli riesce, recuperare ovali apparentemente persi.

    Sarà un novembre rovente con Argentina, Georgia e Nuova Zelanda in rapida sequenza. Prima di un Sei Nazioni 2025 che ci chiamerà a confermare l’esaltante passata edizione. Per concludere, la statistica ci sbatte in faccia senza troppi fronzoli che non battiamo i Pumas dal 2008, una vita fa. La striscia di sconfitte, però, può essere interrotta. Domani sera.

    Buon rugby a tutti.

  • Sessanta candeline per il Cigno di Utrecht

    Sessanta candeline per il Cigno di Utrecht

    A distanza di anni, noi, cresciuti con la radiolina attaccata alle orecchie e la certezza che allo stadio si andasse solo la domenica pomeriggio, abbiamo l’esigenza di credere che la sua maledetta caviglia non fu messa fuori uso dai modi poco ortodossi dei difensori brutali dell’epoca o da chirurghi chiamati a metterci una pezza non proprio all’altezza. Farebbe più male. Meglio pensare, infatti, che Madre Natura con quei centonovanta centimetri di meraviglia vitruviana avesse voluto ricordare agli uomini che la perfezione in Terra non esiste. Nemmeno ad essere Marco Van Basten. Superman, sì, ma anche nella kryptonite sotto forma di cartilagine. Così, la parabola agonistica dell’attaccante definito da Maradona come il migliore di sempre si è eclissata anzitempo, più o meno intorno ai ventisette anni.

    Molto prima del giorno dei saluti – Marco, di fatto, aveva già smesso da tempo – quelli della giacca di renna su camicia rosa confetto e delle lacrime mai così appropriate di San Siro in una fottuta sera d’estate. Tuttavia, finché c’è stato, fortunatamente scegliendo l’Italia quale teatro, ha saputo elevare l’asticella del gioco su piani inesplorati. Viso da eterno adolescente, linee da ballerino classico, leggerezza anti-newtoniana a far da contesto e da contrasto alla formidabile macchina da gol che ha trascinato il Milan e l’Olanda in cima al mondo. Negli anni Novanta, tra le poche certezze di un mondo in procinto di stravolgere sé stesso, la più granitica in ambito calcistico fu proprio quella di vedere il suo nome sul tabellino. Al pari di una vittoria di Tomba, tra i pali stretti dello slalom, o di una schiacciata messa a terra da Bernardi. Marco, uomo chiamato sentenza.

    Ma se la storia del soccer è infarcita di goleador implacabili, la differenza strutturale tra lui e gli altri non fu il ‘quanto’ bensì il ‘come’. Dotato di una tecnica che anni più tardi avrebbero definito da PlayStation, e che al tempo gli valse l’appellativo di Cigno di Utrecht, la nostalgia che evoca Van Basten, con il calcio ridotto a brandelli e che fa del Ronaldo portoghese un campione, è legata alla capacità di prodursi in marcature mai banali, mai uguali a quelle già viste. Due piedi alla stregua di pennelli a dare del tu al pallone, ariete nell’uso della testa, fiuto e freddezza. Uno di quelli che, se proprio la disciplina non l’hanno inventata, hanno segnato, comunque, un prima e un dopo. Spartiacque che se l’Unesco avesse voglia di occuparsi di calcio lo includerebbe tra i patrimoni dell’umanità.

    Nonostante quella caviglia a limitarlo, anzi, forse anche per quella. Perché, sempre per i dottori, l’articolazione imperfetta non sarebbe stata buona nemmeno per fare l’impiegato d’ufficio, figuriamoci il calciatore. Chiamato a far di conto con i Vierchowod, i Ferri e i Bruno, detto a beneficio di coloro che hanno una vaga idea di cosa volesse dire affrontare a viso aperto quelle difese, su quei campi di patate e con arbitri di stampo anglosassone. Così, dici Van Basten e il ricordo corre svelto a quella notte iconica del Bernabeu, il tempio, quando il Milan, che si appresta a prendersi il mondo con la futuristica direzione del vate Sacchi in panchina, torna a fare visita al Real Madrid. Quello della filastrocca Buyo, Chendo, Gordillo, Camacho e della coppia-gol Butragueno-Sanchez.

    Proprio il messicano porta in vantaggio i madrileni, rete festeggiata al solito con una capriola delle sue, e, vuoi la sfortuna e pure un arbitraggio che a definire campanilistico gli si fa un complimento, tutto faceva presagire ad una serata storta da dimenticare. Finché, con un pugno di lancette ancora sul cronometro e una beffarda sconfitta in procinto di realizzarsi, Virdis, nelle vesti inconsuete dell’ala, dalla tre quarti di destra scodella un pallone morbido, troppo morbido, verso l’area di rigore. Uno di quei cross prevedibili che usualmente fanno la gioia dei difensori più che quella degli attaccanti. Van Basten escluso.

    Marco, quando vede partire la palla dopo averla chiamata alzando il braccio, è in posizione troppo avanzata per gestire un traversone indirizzato all’altezza del limite dei sedici metri. Lento, per di più, che significa non poterne sfruttare l’energia cinetica ai minimi sindacali. Marco, allora, davanti alla linea della sfera si produce in un volo d’angelo – come lo definì Pizzul in telecronaca – mezzo a ritroso e con una frustata di testa impone alla palla una direttrice che punta dritta verso il sette. Una prodezza che nemmeno Euclide con i suoi teoremi saprebbe catalogare. Palla che, ad aggiungere epica ulteriore, si infrange sulla traversa per poi impattare sulla schiena dell’incolpevole Buyo, prima di varcare la linea di rete. É la marcatura che cambia il corso degli eventi, perché ciò che verrà da lì a breve è storia. La genesi del mito.

    Se abbiano la necessità di ricordare ai più giovani chi è stato Marco Van Basten è perché, proprio oggi, l’olandese taglia il traguardo dei suoi primi sessant’anni, cifra tonda. Per chi fa dello sport una delle ragioni di vita, il Cigno – come tutti i campioni, del resto – a suon di domeniche è finito per diventare uno di famiglia, un pezzetto della nostra crescita. Qualcuno in grado di dare una collocazione temporale ai nostri ricordi. Un privilegio esserci stati. Più che un’iperbole, la definizione stessa di sport quale insostituibile tassello delle nostre giornate. Con il calcio che, quando si impegna, riesce ad essere una disciplina meravigliosa.

    Tanti auguri, Marco.

  • “Che si fottano i Lloyd’s di Londra!”. Buon compleanno, Mano de Dios

    “Che si fottano i Lloyd’s di Londra!”. Buon compleanno, Mano de Dios

    “Che si fottano i Lloyd’s di Londra!”, disse Dieguito prima di gettarsi nel pantano di Acerra. Primavera 1985. Maradona è già all’apice della carriera, tanto che dodici mesi più tardi andrà a prendersi un Mondiale praticamente da solo. Quello della Mano de Dios, dello schiaffo post-Malvinas agli inglesi – perché lo sport è anche politica – e della serpentina più iconica della storia del soccer. Il Napoli di Ferlaino, che qualche anno dopo vincerà il suo primo storico scudetto nonostante il Milan degli olandesi, sta rischiando grosso. Lo spettro della serie B incombe e il Presidente non è tanto dell’idea che i suoi giocatori possano rischiare di farsi male proprio adesso, magari prestandosi ad una partita di beneficenza.

    Il problema lo solleva Punzone, calciatore anch’esso, perché il figlio di un tifoso del Napoli ha bisogno di un intervento chirurgico urgente, costoso e insostenibile per le umili tasche del padre. Ferlaino, appunto, sbraita ma l’idea della partita per la raccolta dei fondi giunge a tiro di Diego. A Buenos Aires, nemmeno troppi anni prima, Maradona era uno dei tanti bambini inchiodati da una società ingiusta alla lotta per la sopravvivenza quotidiana, con la difficoltà nel mettere insieme pranzo e cena quale evenienza che gli resterà appiccicata per la vita. I bambini sono bambini, a Napoli come a Buenos Aires, e in un amen, e senza voler sentire ragioni, è al centro di un campetto di periferia che si allaccia gli scarpini mentre Giove Pluvio si diverte dall’alto.

    Mano al portafoglio, per pagare da sé la clausola assicurativa, la sua presenza fa di quella surreale partita, con il più grande giocatore di ogni epoca a sputare l’anima su un impraticabile campo di patate intriso d’acqua e fango, un pezzo di storia calcistica, oltre che di umanità. Sono diecimila le anime assiepate sulla sgangherata tribuna
    che potrebbe ospitarne sì e no la metà e venti i milioni di lire raccolti che salveranno il bambino. Maradona, che per la narrazione occidentale a reti unificate fu un poco di buono, un drogato, un cattivo esempio – perché mai disposto a prestarsi alle dinamiche losche di palazzo e, ancor peggio per i suoi detrattori, perché sempre schierato dalla parte degli ultimi – fu, al contrario, depositario di una abbacinante umanità. In una società che criminalizza quelli che della barricata scelgono il lato scomodo dei popoli e non quello agiato dei potenti, Maradona, uomo che ha commesso i suoi errori come tutti noi, fu così ispirazione e speranza. E non solo per quel meraviglioso pomeriggio ad Acerra.

    Superfluo soffermarsi più di tanto sul campione. Viene da sorridere al pensiero che giocatori odierni, di un calcio che ha smesso di essere lo sport di allora, gli possano essere paragonati. Difensori arcigni che dirlo è un eufemismo, perché dediti più alla cura delle caviglie avversarie che della palla, arbitri che tollerano l’attitudine brutale nei contrasti, playground impraticabili per genesi e per la gioia dei fisioterapisti. Eppure, Diego fu imprendibile nell’epoca più complicata possibile per chi sulla maglia ha impresso il numero dieci e si nutre di estro. Nonostante una condotta extracalcistica, diciamo, tribolata.

    Molto più affascinante, quindi, è il ricordo dell’uomo Maradona. Voce e volto di ogni popolo in lotta, granello di sabbia nei meccanismi di potere, esempio concreto di speranza e riscatto sociale. I suoi amici fraterni, non a caso, furono Fidel Castro, Evo Morales, Hugo Chávez. Sinonimi in carne ed ossa di antimperialismo militante, quindi anch’essi invisi all’establishment mondiale, e con loro si è adoperato senza riserve per la causa dell’amata America Latina. Contro l’embargo criminale a Cuba, per esempio, o denunciando le intromissioni sanguinare nel continente latino che rimbalza da un golpe all’altro. Ancora, denunciando la pirateria dei Bush e degli Obama insieme alle loro bombe umanitarie. Quando avrebbe potuto fare scelte di vita più conservative, come un Messi qualunque, spaparanzato sul divano preoccupandosi di non inimicarsi nessuno. Invece no. Lo stesso spirito per cui sia rimasto fedele a Napoli, benché ricevesse la corte serrata dai club più ricchi e vincenti del pianeta. Ma vuoi mettere poter ricambiare l’amore di una città abituata al pane duro che vede in te una fonte di rivalsa?

    Per questo motivo, di lui, non ha senso celebrare gli almanacchi, i successi e le statistiche di una carriera comunque eccezionale. Maradona, piuttosto, ha incarnato il gioco del calcio nella sua forma ancestrale, quella più pura, senza che fosse relegato ad essere appendice dorata e a sé stante della propria esistenza. Calcio, pertanto, come strumento al servizio degli ultimi del pianeta e non macchina da petrodollari, formidabile cassa di risonanza in grado di veicolare un messaggio il più possibile internazionalista, contro ogni forma di ingiustizia sociale. Diego, investito da Madre Natura di una forma purissima di talento, ha sempre usato la popolarità costruita dando del tu al pallone per arrivare fino agli angoli più nascosti e dimenticati. Il barrio del mondo, la sua casa.

    Proprio lì, nei quartieri dove pensare al domani è da eroi e giustizia soltanto una parola sul dizionario, Maradona non è mai morto. Vive sui muri che lo ritraggono, per le strade affollate, sui campi da calcio più sperduti, nell’immaginario collettivo. Soprattutto, vive nei bambini che, al pari di lui, provano a darsi un futuro diverso da quello che gli è stato scritto. Magari inseguendo un pallone.

    Tanti auguri Diego, ovunque tu sia.

    “La mano de Dios, di Rodrigo Bueno”

    En una villa nació, fue deseo de Dios
    Crecer y sobrevivir a la humilde expresión
    Enfrentar la adversidad
    Con afán de ganarse a cada paso la vida
    En un potrero forjó una zurda inmortal
    Con experiencia, sedienta ambición de llegar
    De cebollita soñaba jugar un mundial
    Y consagrarse en primera
    Tal vez jugando pudiera
    A su familia ayudar
    Grande, Diego
    Para el más grande del mundo, ahí
    En una villa nació, fue deseo de Dios
    Crecer y sobrevivir a la humilde expresión
    Enfrentar la adversidad
    Con afán de ganarse a cada paso la vida
    En un potrero forjó una zurda inmortal
    Con experiencia, sedienta ambición de llegar
    De cebollita soñaba jugar un mundial
    Y consagrarse en primera
    Tal vez jugando pudiera
    A su familia ayudar
    A poco que debutó (Marado, Marado)
    La 12 fue quien coreó (Marado, Marado)
    Su sueño tenía una estrella
    Llena de gol y gambetas
    Y todo el pueblo cantó (Marado, Marado)
    Nació la mano de Dios (Marado, Marado)
    Llevó alegría en el pueblo
    Regó de gloria este suelo
    Es para el número uno del mundo
    Carga una cruz en los hombros por ser el mejor
    Por no venderse jamás al poder enfrentó
    Curiosa debilidad
    Si Jesús tropezó, ¿por qué el no habría de hacerlo?
    La fama le presentó una blanca mujer
    De misterioso sabor y prohibido placer
    Que lo hizo adicto al deseo
    De usarla otra vez involucrando su vida
    Y es un partido que un día
    El Diego está por ganar
    A poco que debutó (Marado, Marado)
    La 12 fue quien coreó (Marado, Marado)
    Su sueño tenía una estrella
    Llena de gol y gambetas
    Y todo el pueblo cantó (Marado, Marado)
    Nació la mano de Dios (Marado, Marado)
    Llevó alegría en el pueblo
    Llenó de gloria este suelo
    Olé, olé, olé
    Diego, Diego
    Olé, olé, olé
    Diego, Diego
    Olé, olé, olé
    Diego, Diego
    Olé, olé, olé
    Diego, Diego
    Y todo el pueblo cantó (Marado, Marado)
    La 12 fue quien coreó (Marado, Marado)
    Su sueño tenía una estrella
    Llena de gol y gambetas
    Y todo el pueblo cantó (Marado, Marado)
    Nació la mano de Dios (Marado, Marado)
    Llevó alegría en el pueblo
    Regó de gloria este suelo
    Regó de gloria este suelo
    Regó de gloria
    Te quiero, Diego

    https://www.youtube.com/watch?v=QVB1V2kVclY

  • Dominic Thiem dice basta: addio al bombardiere del tennis gentile

    Dominic Thiem dice basta: addio al bombardiere del tennis gentile

    Quello che poteva essere e in parte è stato: Dominic Thiem ha detto che può bastare così. La sconfitta subita contro l’azzurro Luciano Darderi nel torneo di casa – Vienna, lo stesso che lo lanciò ormai tredici anni fa, quando nel più classico dei ricorsi storici aveva messo fine alla carriera di Thomas Muster, il suo connazionale più forte di sempre – passerà alla memoria del tennis come il suo ultimo match da professionista. A soli trentuno anni. Pochi, considerato che il gotha della generazione precedente, quella nata negli anni ottanta, è ancora parzialmente in sella. Generazione dei fenomeni che ha finito per limitare l’ascesa della sua; la stessa dei vari Raonic, Dimitrov, Zverev e Tsitsipas, solo per citarne alcuni. Eccellenti giocatori che, tuttavia, non hanno saputo subentrare a gamba tesa agli illustri predecessori ai quali, nonostante il cospicuo vantaggio anagrafico, hanno sempre ceduto il passo quando la posta in palio si è fatta importante.

    Gli Slam, per esempio. Eccetto uno, fino all’avvento di Medvedev, gli Us Open del 2020 che proprio Dominic è riuscito a strappare al triumvirato pigliatutto – Federer, Nadal, Djokovic (con Murray e Wawrinka) – che ha riscritto la storia del gioco. Dopo una lunga rincorsa, quindi, Thiem in un solo colpo faceva proprio il torneo più importante della carriera e, in conseguenza a ciò, si issava al numero tre del ranking mondiale. A ventisette anni tutto lasciava presagire al compimento di un nuovo dominio. Invece, New York ha significato per l’austriaco l’irripetibile vertice della parabola, il punto più alto della scalata prima del precipitoso ramo discendente. Quando si dice che il difficile è mantenersi in vetta, piuttosto che raggiungerla, non è solo una frase fatta e Thiem lo ha imparato sulla propria pelle.

    Il nuovo status acquisito, perché vincere un Major fa tutta la differenza del mondo, ha fatto sfracelli nella testa di un ragazzo che, in un amen, ha perso la determinazione che l’aveva portato così in alto e che sarebbe stata necessaria per rimanerci a lungo. Come spesso accade, la sfiga ha la vista lunga e le disgrazie viaggiano in coppia e, per Thiem, ha significato il dover far di conto, da lì a poco, con un brutto infortunio al polso che lo ha costretto prima ad un lungo stop e poi ad un faticoso e, a conti fatti improbo, recupero psicofisico. Morale, la furia agonistica capace di far esplodere la pallina ad ogni impatto non esisteva più. Tanto devastante in campo, forte di fondamentali dalla potenza con pochi eguali, tanto moderato nella vita fuori dai ground. Gentile e sempre misurato, sottovoce. Senza gli occhi iniettati di sangue di chi è programmato per competere sempre alla morte.

    Nato nel ‘93 a Wiener Neustadt, Bassa Austria a ridosso del fiume Leitha e capoluogo dell’omonimo distretto, Dominic, professionista dal 2010, ha al suo attivo diciassette tornei ATP, tra i quali spiccano il già ricordato Flushing Meadows e il 1000 di Indian Wells strappato dalle mani di Federer. In bacheca altre tre finali Slam, delle quali due al Roland Garros e una a Melbourne sciaguratamente persa contro Djokovic, e una finale alle ATP Finals, il Master che fu e che chiama a raccolta i migliori otto giocatori del seeding. Proprio a Parigi, Thiem, per quasi un lustro, ha rappresentato l’alternativa più qualificata alla brutale tirannia rossa di Nadal. Tra il 2016 e il 2018, infatti, ha messo a referto in serie due semifinali e due finali, lasciando intendere che per sollevare la Coppa dei Moschettieri sarebbe stata solo questione di tempo. Trionfo che, però, resterà incompiuto.

    Ma è proprio sul mattone tritato che, con ogni probabilità, ha dato il suo meglio, dove per caratteristiche tecniche e attitudinali ha saputo spingere l’asticella più in alto, fino a dare l’impressione, appunto, di poter contendere l’attestato di miglior terraiolo al mondo a sua maestà Nadal, e già l’idea che potesse ambire ad esserlo è il suo riconoscimento più prestigioso al di là dei trionfi. Un tennis dispendioso, il suo, perché perennemente in spinta e perché giocato molto spesso con i piedi distanti dalla riga di fondo. Che, per i meno avvezzi alle dinamiche della disciplina, significa tanta corsa per la difesa del campo e altrettanto vigore atletico per il surplus di gittata richiesto a colpi scagliati da così lontano. Non è da escludere che la somma algebrica di questi aspetti abbia contribuito ad accorciare la carriera.

    Tuttavia, finché ha potuto, Dominic è stato in grado di rendere sublime la disciplina perché depositario di una competenza tecnica da primo della classe nella quale spiccava un rovescio ad una mano, insieme, antico e moderno. D’antan nel gesto quasi estinto; antesignano nella capacità di farne un colpo di offesa letale. Iconica, appunto, la sua sbracciata rovescia, paradigma di potenza e vigore ma senza sacrificare l’eleganza di un colpo che mai annoiava. Con dritto e servizio competitivi e funzionali al suo power-tennis, Dominic ha potuto contare anche su una mano di ottima sensibilità che gli ha consentito sia di esplorare con costrutto entrambe le rotazioni note al tennis – facendo dello slice di rovescio uno strumento spesso decisivo – che di finalizzare a rete, senza i patemi che caratterizzano i suoi coetanei, la gigantesca mole di lavoro prodotta bombardando l’avversario dal fondo del campo. Un tennista completo e senza buchi neri nel gioco e, pertanto, buono per tutte le stagioni. Non così a proprio agio solo sull’erba, tanto che a Wimbledon, il tempio, Dominic non si è mai spinto oltre il quarto turno raggiunto in una sola occasione. Chissà, magari per via di aperture nel portare i colpi un po’ troppo ampie per i tempi e i rimbalzi dei prati, tant’è che in Church Road il feeling non è mai sbocciato ma ciò non sposta di una virgola il giudizio su un giocatore straordinario capace di coniugare rendimento e bellezza.

    E pure fragilità mentale, a renderlo umano. Un aspetto, quest’ultimo, delicato e personale del quale non si è mai vergognato, al punto da rendere di dominio pubblico le difficoltà psicologiche insorte già all’indomani della vittoria Slam. I
    l compimento del suo sogno più grande che, paradossalmente ma non troppo, ha frantumato per sempre la ferocia necessaria per essere quel tipo di agonista. Per chi se la ricorda, la finale degli Us Open contro Zverev fu tecnicamente tra le peggiori che si ricordino a memoria d’uomo ma, in compenso, dall’elevato carico pedagogico. Quel giorno, infatti, Thiem e il suo avversario giocarono dilaniati dalla paura di vincere con un consumo di energie nervose abnorme che ha finito per lasciare un segno indelebile nella testa di entrambi. E per Dominic, in quanto a tennis, nulla fu più lo stesso. Detto a beneficio di coloro, e sono in tanti, che non hanno chiaro in mente quanto sia complicato il gioco del tennis e, soprattutto, quanto pretenda dall’uomo il professionismo.

    Tornando a ieri, in un palazzetto gremito e commosso, Thiem ha detto basta con tutto ciò. Si chiude, così, il percorso tennistico del giocatore che più di ogni altro ha sfidato gli déi riuscendo talvolta a batterli. Allora, buona pensione Domi. Vederti far sanguinare la pallina a suon di schiaffoni di rovescio ci ha fatto divertire un sacco e non si può che dirti grazie.

  • Omaggio a Rafa Nadal, il gladiatore di Manacor che ha deposto spada (e racchetta)

    Omaggio a Rafa Nadal, il gladiatore di Manacor che ha deposto spada (e racchetta)

    Ieri Rafa Nadal ha annunciato il suo imminente ritiro. La Coppa Davis da disputare a stretto giro nella sua Spagna a Malaga sarà, pertanto, l’ultima fatica da tennista professionista del Gladiatore di Manacor. Hai voglia a dire che, anche considerato tutto il suo contesto ormai compromesso, ce lo si aspettasse da un momento all’altro, quando succedono certe cose non si è mai pronti abbastanza. E se gli accadimenti importanti nella vita sono altri per fare di un pensionamento una tragedia – ma che scoperta – è altrettanto vero che, per chi si nutre di sport e non si vergogna quando gli scappa una lacrima per una vittoria o per una sconfitta, i campioni finiscono sempre per essere amici di famiglia, una irrinunciabile abitudine, la clessidra che scandisce i tempi. Un pezzetto di noi, con il ritiro che, pertanto, assurge ad un piccolo lutto.

    Sembra ieri ma sono vent’anni che le vicissitudini sportive di Nadal accompagnano la nostra quotidianità. Lui, all’epoca, era un ragazzino predestinato con i bicipiti d’acciaio e la chioma folta; noi, invece, ragazzini e basta. Lui, con sacrifici immani e rinunce che in troppi si ostinano a non vedere s’è fatto campione epocale e noi, crescendo con fortune alterne, abbiamo avuto il privilegio di poterlo ammirare, immaginandolo eterno senza fare i conti con Chronos. Abbiamo fatto la sua conoscenza all’inizio del nuovo millennio in piena monarchia federeriana – anche se, a dirla tutta, il suo nome campeggiava da almeno un lustro sui taccuini degli aficionados – e da quel momento sono state diverse le certezze solo apparentemente immutabili che, nell’universo tennis, hanno finito per essere riscritte. Rafa, infatti, è uno di quelli che, se proprio la secolare disciplina non l’ha inventata, quantomeno l’ha spinta a transitare su orbite mai esplorate prima. Due, in colpevole sintesi giornalistica, gli aspetti caratterizzanti della sua carriera.

    Il primo. Intanto, nessuno ha mai incarnato quanto lui il dogma del rifiuto della sconfitta. Nadal non accetta di perdere nemmeno a rubamazzo con suo figlio, figuriamoci a tennis contro uno che teoricamente fa il suo stesso mestiere. Vittoria o morte, infatti è qui malconcio nelle articolazioni ma vivo, vegeto e con l’occhio del killer dei giorni belli. La sua capacità di restare ancorato al match, qualunque cosa accadesse al di là della rete, è abbacinante cifra stilistica di un campione che può vantare di non aver mai sbagliato una scelta sul playground dall’età di otto anni. Un’enciclopedia.

    Il secondo. Nadal è la dimostrazione empirica che diventa speranza. Nemmeno il più grande talento tennistico di questo o di eventuali altri mondi, Roger Federer, ha potuto far valere nei suoi riguardi una supremazia tecnica evidente e stilistica annichilente. Macché. In tal senso, Nadal ha vestito i panni della kryptonite di Superman, demolendo un pezzetto alla volta le certezze di un rivale, strabiliante ma reso di cristallo, che, se in sua assenza era considerato inavvicinabile, ha spinto spesso e volentieri al dramma. Quello del pianto di Melbourne nel 2009, per esempio, scalpo che fece seguito all’ancor più clamoroso sacco di Londra dell’estate precedente, quando ad essere violato fu l’erboso e sacro giardino di Wimbledon. Bienno, questo, che ne rappresenta l’Everest, l’acme.

    Il mondo del tennis, quindi, aveva chiara in mente una cosa che, sebbene mutuata dal soccer, era fottutamente vera. Sono i ricami a vendere i biglietti, ed è anche comprensibile sia così, ma è la concretezza che, poi, solleva i trofei. Rafa, in quei giorni da semi-dio, continuava a non essere il più bravo, aspetto che si immagina non lo abbia mai sfiorato più di tanto, bensì il più forte al mondo. Così umile e formichina da aggiungere, ad ogni off-season, sempre qualcosa di inedito al proprio gioco; l’attitudine vincente che ha trasformato negli anni un giocatore dominante, perché ancorato non le unghie a poche ma granitiche certezze, in uno assai più completo di quanto in molti, addetti ai lavori inclusi, abbiano mai realizzato. Confondendo sciaguratamente quel che fa il corpo e la relativa gestualità, nel suo caso rivedibile in quanto ad eleganza, con ciò che, invece, compie la pallina una volta lasciate alle spalle le corde. E se, ancora nel 2024, in molti hanno fissa in testa l’idea del Nadal-pallettaro-arrotino, il diretto interessato, noncurante della tediosa miopia, ha saputo progredire in ogni settore del gioco. Così, al terrificante dritto mancino che è patrimonio dell’UNESCO alla voce tempesta, nonché generosa concessione di madre natura, Rafa ha edificato intorno miglioramenti copernicani. E se con il cross di rovescio ci ha vinto almeno un’edizione di Wimbledon meravigliosa nel suo epilogo, dopo che da ragazzino quel colpo non lo giocasse praticamente mai, la sua competenza di volo ha scalato le classifiche di specialità fino a issarsi nei pressi della seconda piazza, dietro solo alla nemesi svizzera. Del resto, qualcuno si ricorda di aver mai visto Nadal sbagliare una volée negli ultimi tre lustri? E si potrebbe dire la stessa cosa anche per il servizio o per lo slice, così così agli albori dell’epopea, che hanno finito per diventare fattori decisivi del suo gioco.

    Rientra tutto in quel saper sbattere il ‘no’ in faccia alla sconfitta di cui sopra, senza paura di doversi rimboccare le maniche ogni volta per tenere a bada insidie sempre diverse. Pare noioso in questa sede ricordare i suoi numeri eccezionali, magari quelli in Bois de Boulogne teatro di quattordici trofei dei Moschettieri, o quelli più generali. Ventidue Slam in trenta finali, per esempio, o gli anni da numero uno del ranking. Ce li stanno sciorinando in tanti più bravi di noi a far di conto. Molto più interessante è sottolineare un altro merito, quello di aver condiviso con Federer, sempre lui quale tassello imprescindibile, una delle rivalità sportive più iconiche di sempre, il Fedal. Nome che è spartiacque ed ora anche definitiva nostalgia. Divisivo al punto da ingenerare fazioni di tifosi feroci. Nadal contro Federer, allora, è Larry Bird contro Magic Johnson, Coppi contro Bartali, Senna contro Prost, Girardelli contro Zurbriggen. Parte della storia di quei dualismi che calcistizzano una disciplina, proiettando il confronto tecnico e stilistico in una dimensione planetaria.

    Il dritto colpito a mo’ di lazo durante il rodeo, più riconoscibile che ortodosso, il top spin da cinquemila giri al minuto che fa schizzare i rimbalzi in cielo, la routine maniacale di preparazione al servizio, i tic nervosi, le bottigliette d’acqua impilate con cura euclidea al cambio di campo e, poi, quella riga bianca da non calpestare mai, i ‘vamos’ a squarciare la quiete tennistica dei ground e quella sensazione di infaticabilità emanata poro per poro, hanno finito per essere anche la nostra rassicurante normalità. Quella di un tennista che, innestata la velocità di crociera, l’ha mantenuta per anni senza mai cedere di un millimetro. E poco importa che Federer sia stato più bello o Djokovic più vincente. Rafa lascia il tennis giocato con le stesse medaglie al petto dei compagni di avventura di una irripetibile, o quasi, golden age. Quella, appunto, del triumvirato, ma anche di Murray, di Wawrinka, di del Porto. Di un tennis che mandava in archivio le stagioni di modesto appeal appena vissute.

    “Fai il lavoro che ami e non lavorerai mai un giorno nella tua vita”, diceva Confucio. Passione ancestrale. Il motivo per cui Rafa Nadal ha sempre lavorato come un dannato senza accorgersi di farlo, che l’ha sostenuto fino all’ultima goccia di energia nel serbatoio. Nadal lo si è amato proprio per questo, questione di pedagogia. Il suo insegnamento, che trascende l’importanza di un set vinto o di un dritto imprendibile, è compendiato a dovere in una massima vergata da Rino Tommasi. Una partita – lo ripeteva spesso il Maestro – finisce soltanto quando l’ultima pallina fa il secondo rimbalzo. Rafa, quella pallina, l’ha sempre raggiunta in tempo utile per darsi una nuova chance, poi un’altra, poi un’altra ancora. Che, a guardarlo competere animato da una dedizione inesausta, veniva davvero voglia di provare a fare lo stesso nella vita.

    Grazie di tutto, diavolo di un Rafacito, e buona pensione.