Autore: Teo Parini

  • Simone Bolelli, parabola di un esteta del tennis

    Simone Bolelli, parabola di un esteta del tennis

    Ridendo e scherzando, Simone Bolelli ne ha compiuti trentanove, passa il tempo. Il bello è che la sua carriera è tutt’altro che conclusa, considerato che la stagione in corso gli ha portato in dote due finali Slam in coppia con Vavassori, a Melbourne e a Parigi. Hai detto niente. Sì, perché ad un certo punto Simone ha fatto una scelta, a conti fatti, azzeccatissima, quella di mollare il singolare per dedicarsi a tempo pieno alla disciplina del doppio. Prima con Fognini, con il quale ha trionfato agli Australian Open, e ora, appunto, con Wave strappando i risultati lusinghieri di cui sopra. Insomma, Simone si è dato due chance: allungarsi la carriera lasciando un segno profondo.

    Non che da singolarista fosse scarso, intendiamoci, ma un tennis arioso e più bello che funzionale non gli ha consentito di vincere nemmeno un torneo del circuito maggiore o di fare l’ingresso in Top 30. Stranezze del tennis contemporaneo, sport maledetto che finisce spesso per premiare attitudini conservatrici e sparagnine più che il talento, inteso come capacità di rendere semplici le faccende più complesse. Giocatore, detto con tutta l’ammirazione del caso, più attrezzato per gli highlights che per gli almanacchi, ma lo stesso importante per il movimento azzurro, al quale ha saputo dare una stampella negli anni di pane durissimo. Prima dell’avvento dei Sinner e dei Berrettini.

    Bolelli – che a qualcuno ricordava financo Federer, abusando un po’ troppo dell’ottimismo – ricalca in modo piuttosto similare la parabola di un altro grandissimo giocatore italiano che, anch’esso, avrebbe forse potuto sfruttare meglio doti balistiche sopra la media, Camporese, l’eroe di Rotterdam. Stesso dritto deflagrante, Simone esibisce un rovescio old style ad una mano, esteticamente affascinante ma talvolta ballerino nel rendimento e un servizio robusto ed efficace che è affidabile ancora di salvezza. Il tutto condito da una mano sensibile il giusto. Se la mobilità non è mai stata il suo forte, al pari della risposta, in compenso l’attitudine genetica aggressiva lo ha portato a sviluppare un buon gioco di volo che ora, dopo anni di frequentazione del doppio, è pure migliorato. Insomma, uno di quelli che se passa in tivù ti fa venire voglia di investire un paio d’ore nel tennis, considerata la situazione contingente non propriamente idilliaca in quanto a bellezza dei suoi attori.

    Si sperava, sulla scia dei successi stagionali, che Bolelli riuscisse a dare all’Italia l’oro olimpico di Parigi ma in terra di Francia non è proprio andata come avremmo sperato. Tuttavia, a restituirgli il sorriso ci ha pensato il torneo di Pechino appena vinto (il terzo titolo del 2024, sempre a fianco di Andrea) che sta a significare la quasi certezza matematica di qualificazione alle ATP Finals per la coppia azzurra che in questo momento è terza nella Live Race. Una classifica che prende in considerazione solo i risultati dell’anno in corso e che, pertanto, certifica la competitività della nostra migliore coppia. Coppia che, per il 2025, ha nelle corde la fin’ora solo sfiorata vittoria in un Major che, per quanto fatto vedere, si meriterebbe tutta.

    Tornando agli anni da singolarista, Simone ha toccato la posizione numero 36 del ranking mondiale, che in quel momento significava essere il numero uno azzurro a testimoniare la diversità di quei tempi difficili, e disputato una finale ATP a Monaco di Baviera, persa con Gonzalez – il Nando, mano di pietra, per chi se lo ricorda – e, per quanto detto poc’anzi, è davvero poco per uno competente come lui. Ma tant’è, il tennis è davvero qualcosa di complesso.

    Detto ciò, nell’anno dei quaranta ormai alle porte, la certezza è che il ragazzo di Budrio sarà ancora protagonista nel circus con rinnovata passione e non può che far piacere a chi, come noi, un occhio di riguardo per la bellezza sul playground lo ha sempre e Simone Bolelli è membro del ristretto club degli esteti del tennis. Vi pare poco?

  • Dejan Savicevic, 58 anni di genio balcanico al ritmo di Goran Bregovic

    Dejan Savicevic, 58 anni di genio balcanico al ritmo di Goran Bregovic

    Pare fosse impossibile chiedergli di alzarsi dal divano di Milanello in quelle giornate, per lui piuttosto frequenti, pregne di ozio e indolenza. Frangenti nei quali ogni cosa deve essergli sembrata troppo faticosa. Fabio Capello, con lui, ci avrà lasciato mezzo fegato, questione di carattere. Un sergente di ferro contro un muro di gomma con i muscoli di seta, roba da uscirne pazzi. Almeno fino a quando Dejan Savicevic non decidesse di accendere la luce, anzi di accendere sé stesso e uno dei sinistri più educati di ogni epoca. A quel punto, sì, gli si perdonava ogni cosa. Anche di essere l’indiscusso pupillo del Presidente, quello innamorato del bel giuoco, oltre che delle belle donne.

    Silvio Berlusconi lo scoprì in quel gran casino che ci fu a Belgrado quando una nebbia densa come catrame oscurò il Marakana nell’inverno del 1988, salvando il futuro Milan degli Invincibili dalla probabile disfatta al cospetto di una Stella Rossa, padrona di casa oltre che del risultato, debordante di talento. Insieme a Stojkovic, Prosinecki e Pancev, appunto, Savicevic, che con un suo goal ad inizio ripresa fece prendere una piega assai favorevole al match. Il Milan, infatti, dopo lo scialbo 1 a 1 dell’andata, ci stava ancora capendo poco. Gli slavi, bontà loro, sembravano indemoniati, tutti meno uno. Quintessenza, quest’ultimo, di svogliatezza e insopportabile menefreghismo. Lui, Dejan, passeggiava per il campo con le mani ai fianchi sbuffando indispettito, tanto che pareva avesse di meglio a cui pensare.

    Tuttavia, le buone notizie per i rossoneri finivano qua, perché Savicevic, quando prendeva palla, dimostrava tempi di reazione mente-piede infinitesimi con il risultato che gli avversari intorno a sé brancolavano nel buio. Poi, come detto, la nebbia. Pauli, l’arbitro, decretava senza troppe alternative la sospensione dell’incontro, salvando un Milan con un uomo in meno e il morale sotto i tacchi, rinviando la contesa all’indomani. I rigori del giorno dopo, è storia nota, avrebbero premiato i ragazzi di Sacchi che finiranno per trionfare in quell’edizione della Coppa dei Campioni, si chiamava ancora così, con la meravigliosa Stella Rossa – fiore all’occhiello di un paese, la Jugoslavia, presto cancellato dalle mappe – che, quale risarcimento del destino, si imporrà tre anni più tardi. Ironia della sorte, proprio in Italia, proprio dopo i calci di rigore.

    Leggenda vuole che Berlusconi si appuntò in agenda quel nome e in mente quel volto, nell’idea di consegnargli la maglia che fu di Rivera e il lasciapassare per lo spettacolo, il suo chiodo fisso. Detto e fatto. Il Milan, nel frattempo, salutato il Vate di Fusignano è quello sparagnino di Capello che non perde mai ma diverte troppo poco. Serve fantasia come ossigeno. Di più, serve genialità. Il resto è una vicenda d’amore che trovò il suo acme nella cornice afosa di Atene. La volta in cui il Milan, reso underdog dalla defezione della cerniera difensiva titolare, bullizzava il Barcellona più spocchioso di sempre, quello di Romario, Stoichkov e Cruijff in panchina, nella notte che valse al team fondato da Herbert Kilpin un secolo prima l’ennesima coppa con le orecchie grandi. Atene, infatti, se si parla di calcio è la parabola disegnata nel cielo intriso di umidità e smog tossico dal piede sinistro di un giocatore che non ha eguali nella storia recente del folbár per almeno due peculiarità: pigrizia e, appunto, genialità intrinseca.

    Lato destro del campo, più o meno sulla tre quarti. Rossoneri avanti per due reti a zero, con Savicevic imprendibile, Guardiola col mal di vivere e Massaro in versione killer. Nadal, quello tignoso nonché marcatore vecchia maniera, veniva uccellato con scaltrezza dal controllo palla di Savicevic, tanto da ritrovarsi senza più la sfera tra i piedi e, soprattutto, senza capire il perché. Il montenegrino, non ancora soddisfatto dello scalpo irridente, alzato lo sguardo a pizzicare Zubizzarieta lontano dai pali, andava a disegnare nell’aere un lob dal respiro antonelliano per infilare il pallone nel sacco da una posizione che a dirsi ambiziosa si sbagliava per difetto. Fu il sigillo di una serata che lo avrebbe catapultato nell’olimpo del gioco, uno spot imperituro alla bellezza.

    Così, con una prodezza balistica euclidea, il cerchio si chiuse intorno al numero 10 più geniale della sua epoca. Non per niente lo si chiamava affettuosamente Genio e lui, a sentirlo dire, si divertiva un sacco, fingendo stupore. Con l’aria sorniona di chi nella vita non si è mai preso troppo sul serio. In realtà, Dejan ci godeva un mondo. Sapeva fin troppo bene di essere ricoperto dalla testa ai piedi dell’amore, viscerale e incondizionato, dei suoi tifosi drogati di bellezza. Gente che, in cambio di una magia delle sue, avrebbe lasciato correre ogni cosa.

    Tanti auguri, Genio, quanto ci siamo divertiti insieme.

  • Us Open, il meraviglioso ‘scalpo’ di Jannik Sinner

    Us Open, il meraviglioso ‘scalpo’ di Jannik Sinner

    Non esistono partite già vinte, lapalissiano. Esistono, però, incastri tecnici più o meno favorevoli. Taylor Fritz è signor giocatore e la finale raggiunta agli Us Open non è certo ascrivibile al caso. Ha battuto Berrettini, Zverev e Tiafoe, tre clienti scomodi sul cemento, e non è certo colpa sua se Djokovic si sia suicidato anzitempo lasciando zoppa la parte bassa del tabellone. Ma le sue armi migliori, che non sono banali, incrociano i punti forti di Jannik Sinner che, pertanto, finiscono per essere depotenziate. E variazioni al tema principale, purtroppo per lui, Taylor non ne ha molte. Così, pur facendo la sua onesta partita, inevitabilmente con Jannik da corsa ci perde nove volte su dieci.

    Certo, una percentuale di prime palle migliore in avvio gli avrebbe forse consentito di stare agganciato al suo avversario e dargli qualche certezza in più per rompere il ghiaccio ma, per lui, sempre di prima assoluta in una finale Slam si è trattata e una comprensibile tensione gli deve essere perdonata. Per la verità, dopo un inizio tremebondo con break a freddo e polveri bagnate, Fritz era pure riuscito a rientrare nel set grazie ad un erroraccio dell’azzurro, il cui dritto al volo affossato in rete gli dava una chance insperata per rimettersi in carreggiata. Niente da fare: quattro giochi in fila inanellati da Sinner, infatti, mandano rapidamente in archivio il primo parziale dal quale appare chiaro che questa partita l’americano non ha gli strumenti per vincerla.

    Anche se il dritto, quando i piedi sono ben messi, è una sentenza ed il servizio comincia finalmente a carburare, l’impressione è che Sinner abbia in tasca un certo margine da far valere al momento opportuno. Il decimo game del secondo parziale, per esempio, quando un chirurgico turno di risposta giocato a mille lo porta ad un solo set dal titolo, che fa scopa con quello del dodicesimo del terzo parziale che, poco dopo, gli vale il match. In mezzo un apparente stato di equilibrio, per una finale resa poco affascinante dal divario di cilindrata tra i finalisti. Per Sinner, allora, secondo Slam in stagione, come Alcaraz, e prima posizione nel ranking (quasi) blindata fino al traguardo dell’anno nuovo. Inutile dirlo, sarebbe l’ennesima prima assoluta in casa Italia, in un periodo storico irreale, almeno per chi ha l’età per aver vissuto gli ultimi decenni di vacche magre

    Male per lo spettacolo la prematura sconfitta di Alcaraz che, anche quest’anno, pare essere arrivato bollito a New York e, in conseguenza di ciò, il quarto di finale tra Sinner e Medvedev resta la finale virtuale di un torneo onestamente non memorabile, almeno in senso assoluto. Torneo nato male per via di un sorteggio colpevole di aver piazzato i tre giocatori più forti dalla stessa parte di draw, quella di Jannik, con il solo acciaccato Djokovic ad impreziosire, ma esclusivamente di blasone, la parte bassa, che ha consentito alla non memorabile coppia yankee Fritz-Tiafoe di giocarsi financo la finale. Finale della quale c’è poco altro da aggiungere se non un piccolo ma interessante dettaglio che esemplifica piuttosto bene la consapevolezza nei suoi mezzi e la lucidità di Sinner.

    Sinner che, una volta vinto il sorteggio, ha scelto di rispondere. Scelta controcorrente, stare avanti nel punteggio per far rincorrere l’avversario è ciò che si prova a fare di solito, ma architettata per mettere a nudo l’imbarazzo iniziale di un avversario con la pressione di una nazione intera sulle spalle che attende un Major chissà ormai da quanto. Detto è fatto. Per chiudere un 2024 da urlo, ci sarebbe ora l’obiettivo ATP Finals. Torneo, il Master che fu, che Sinner ha perso un anno fa per mano di Djokovic ma dal quale è fuoriuscito il giocatore che ammiriamo oggi, la più classica delle sconfitte pedagogiche. Appuntamento, dunque, a Torino dove ci si augura per la salute del tennis di rivedere il duo Alcaraz-Djokovic in condizioni accettabili e, ovviamente, un Sinner ancora affamato dopo un periodo non semplice anche per le note vicende non prettamente di campo.

    Considerazione finale un po’ nostalgica. Il 2024 sarà ricordato per essere il primo anno dal 2003 in poi senza che uno dei big three sia riuscito a vincere un torneo del Grande Slam. Di Djokovic si è detto e, con Federer in pensione da un po’ è Nadal che lo è di fatto, è davvero finita un’era meravigliosa. Nella rivalità potenzialmente entusiasmante Alcaraz-Sinner c’è tutta la speranza di non soffrire troppo di nostalgia. Intanto, complimenti Jannik, missione compiuta. E non sta a noi insegnare quanto sia difficile essere il favorito.

  • La regia di Sara, le barricate di Andrea: lo Slam è servito a New York

    La regia di Sara, le barricate di Andrea: lo Slam è servito a New York

    Molti diranno, storcendo il naso, che è solo il doppio misto. Dall’alto del loro divano, come se vincere una competizione comunque elitaria fosse roba da tutti i giorni. Infatti, fino a ieri, una coppia interamente azzurra mai era arrivata a tanto. Dove, invece, hanno messo le mani Sara Errani e Andrea Vavassori, bravi a disporre della coppia di casa composta da Townsend e Young, quest’ultimo all’ultima partita di una carriera che quindici anni fa prometteva assai più di quanto poi abbia capitalizzato, per aggiudicarsi lo Slam newyorkese.

    E se per Sarita non è certo una novità, lei che in bacheca i Major di doppio li ha piazzati tutti, per Wave si tratta di una prima assoluta, dopo aver sfiorato il bersaglio grosso con l’amico Bolelli sia in Australia che a Parigi. Così, l’Italtennis può adesso annoverare un nuovo campione Slam come Andrea. Di Errani c’è davvero poco da dire, se non che oggi la coppia di doppio più forte al mondo è sempre composta da lei più un partner a scelta. Olimpionica con Jasmine Paolini, regina degli Us Open con Andrea Vavassori. Giocatrice straordinaria già un ventennio fa, Sara non ha mai smesso di lavorare sodo per aggiungere, ogni volta, qualcosa di nuovo al suo gioco. Oggi, per dirne una, non c’è collega in circolazione che abbia la stessa sua competenza nel gioco di volo. Due parole in più le merita, invece, Andrea, che al grande tennis si è affacciato relativamente tardi, quando in lui erano rimasti in pochi a crederci. Fino ad un anno fa, le sue comparsate nel circuito maggiore si contavano sulle dita di una mano perché il suo status era quello di giocatore da Challenger. Purgatorio tennistico dove ogni boccone di pane duro costa una fatica bestiale e una vittoria può valere sì e no una manciata di euro. Un tritacarne feroce. Poi la svolta: qualche bel risultato in ATP, il tabellone principale del Roland Garros e due turni superati, qualche scalpo interessante. Tuttavia, che fosse depositario di un tennis di qualità era noto da tempo, tanto che i più romantici parlavano di lui simpaticamente come del Rafter italiano, fatti i sacrosanti paragoni.

    Un gioco antico, il suo. Dici Wave e pensi ad un assalto all’arma bianca del fortino, con la conquista della rete quale identitaria ragione di vita tennistica. Come una volta, come non si fa più. Rovescio ad una mano quale cifra stilistica che più azzeccata non si può e relativa competenza nell’uso delle rotazioni, con il taglio indietro a suonare la musica degli albori. Dritto ficcante perché colpito praticamente piatto ed efficace sia sulle traiettorie classiche che a ventaglio, ciò a denotare una certa mobilità. Il servizio, poi, è robusto e sufficientemente vario, ottimo lasciapassare per l’approccio a rete e fonte di un buon numero di punti diretti. E poi c’è la volée, il suo esercizio più confortevole. Somma di riflessi, posizionamento e tocco. Un tuffo nel passato, in un tennis che ha ceduto il passo agli stereotipi attuali, sparagnini e troppo spesso noiosi; tennis che Wave prova a far sopravvivere.

    Degna spalla di una gigantesca Errani che, infatti, lo adora e non ne fa mistero. Tornando al match di ieri, si è assistito all’esibizione di due ottimi doppista, un docente universitario in gonnella e di uno, al contrario, decisamente improvvisato come Young e ciò ha finito per indirizzare le sorti del risultato. Townsend, la sua compagna, ha provato a caricarlo sulle sue spalle ma non le è stato sufficiente, un deficit di competenza troppo grande da colmare anche per una giocatrice della sua specifica bravura nell’arte del doppio. In casa azzurra, la sapiente regia di Sara ha potuto beneficiare di un Andrea in versione portiere, capace di innalzare un muro praticamente insormontabile per il duo di casa. Nel soccer, il sodalizio sarebbe quello di Pirlo e Buffon dell’annata 2006. Due set comunque combattuti e dallo score tirato, ma la netta sensazione che gli azzurri mai avrebbero potuto perdere la partita. Così è stato.

    E’ doveroso sottolineare ancora una volta l’eccezionalità di questo periodo storico in casa Italia. Dove la presenza di uno o più connazionali nelle fasi conclusive di un Major è ormai la radicata consuetudine. Non di solo Jannik, dunque, vive il tennis di casa nostra: dopo decenni di vacche magre è arrivato per noi il tempo di passare all’incasso. Birra ghiacciata e tivù sintonizzata.. la magia continua.

  • Us Open: la sovrumana forza mentale di Sinner

    Us Open: la sovrumana forza mentale di Sinner

    Non che fosse necessaria chissà quale competenza tennistica ma ieri, all’atto di presentare il match su queste stesse pagine, ci si poneva un quesito, se Medvedev avrebbe assunto un posizione più avanzata del consueto sul campo, e ci si esponeva in una considerazione circa l’inedeguatezza del russo nei pressi della rete. Il risultato, quindi la vittoria a conti fatti piuttosto netta nello score di Jannik Sinner, è somma dei due suddetti aspetti. Daniil è rimasto tafazzescamente incollato ai teloni di fondo campo subendo in troppe circostanze la maggiore intraprendenza dell’italiano e una sciagurata volée di rovescio, più da domenica mattina al circolo che da vincitore Slam, gli è costata molto probabilmente la chance di portare l’incontro al quinto e decisivo set.

    Sul resto, al solito, cerchiamo di restare ancorati a ciò che ha detto il campo più che ai troppo facili entusiasmi. Quindi, partita bruttina, con tre set disputati sulle montagne russe e finiti appannaggio senza appello del più lesto a prendersi il primo vantaggio, e un quarto parziale finalmente animato da un minimo di lotta, ma più per un’ampia numerosità di errori (da ambo le parti) che per una sopraggiunta qualità. Qualche errore in meno per Jannik che, senza strafare, ha messo a segno il break decisivo nel settimo gioco, dopo aver salvato miracolosamente il suo precedente turno di battuta grazie alla decisiva compartecipazione dell’avversario, prima di mandare in onda i titoli di coda. Ordinaria amministrazione, verrebbe da dire, se non si trattasse di un quarto di finale Slam mai raggiunto prima d’ora dall’italiano che in premio avrà venerdì il geniale britannico Draper, che poco prima aveva fatto fuori il volitivo De Minaur – uno dei Top Ten meno performanti a memoria d’uomo – esibendo un tennis che, in quanto a talento, è da primo della classe.

    Sempre ieri, nella preview, ci si interrogava sulla superiorità dell’azzurro, o del moscovita, qualora entrambi avessero fornito di sé la migliore versione possibile. È con rammarico, considerate le attese, che, si constata, al contrario, una versione per entrambi lontana da quella ottimale. Un po’, forse, la posta in gioco e un po’ la luna particolarmente negativa di un Daniil che ha finito per far giocare non troppo bene anche Jannik e che siamo certi essere piuttisto incazzato. Più per il come che per il quanto. Non a caso, il suo linguaggio del corpo nelle battute finali è parso oltremodo scoraggiato, quando un paio di giocate degne del suo blasone avrebbero potuto rivitalizzare morale e partita.

    Per Sinner, invece, solo il secondo set lasciato sul piatto nel torneo e la prospettiva oggettivamente interessante di non dover far di conto, come viceversa plausibile alla compilazione del tabellone, né con Alcaraz né con Djokovic perché estromessi anzitempo a causa di uno stato psicofisico rivedibile per usare un eufemismo. Se della semifinale certa con Draper si è già detto, ora aggiungiamo che la presenza del britannico neo Top 20 impreziosisce il torneo perché capace di innalzare la voce qualità, l’avversario dell’ipotetica finale uscirà dal derby yankee tra Fritz e Tiafoe, bravi a riportare all’ultimo atto uno statunitense che a New York non vince ormai da un ventennio quando fu Roddick ad alzare la coppa. Bravi tutti e due a sfruttare un tabellone benevolo e due settimane giocate come forse mai prima d’ora. Fritz, comunque, non è poi così una gran sorpresa e sembra il più attrezzato ma Tiafoe, sulla carta più avvezzo a incappare in giornate storte, non è la prima volta che a New York faccia strada.

    Insomma, comunque vada, la finale di domenica avrà per protagonista almeno un neofita in materia di Slam con la speranza ciò possa non costituire un limite all’auspicabile equilibrio. Tornando a Sinner, è davvero ammirevole la granitica capacità di fornire prestazioni sempre all’altezza anche in un periodo storico emotivamente non facile a causa del pasticcio doping – un tema che meriterebbe un articolo a sé – e del fuoco di sbarramento mediatico al quale è sottoposto. Se la sua mano non è quella di Alcaraz, del resto chi ce l’ha, in compenso la testa è quella di uno scienziato che non contempla battute d’arresto. Perché la sconfitta rimediata a Wimbledon proprio contro Medvedev avrebbe potuto insinuare in lui qualche legittimo dubbio e, invece, ha finito per ingigantirli a dismisura nel suo rivale.

    Chiusura tassativamente dedicata alla coppia azzurra Errani-Vavassori in procinto di giocarsi la finalissima del misto
    . E se per la meravigliosa Sarita, per la quale abbiamo terminato gli aggettivi, non c’è più nulla da dimostrare, per Wave sarebbe il premio per un giocatore che non sarà un fenomeno ma è depositario di un tennis piacevole in estinzione, all’arma bianca, che ci piacerebbe sopravvivesse alla legge del tempo. Per l’ennesima volta, in questo periodo azzurro dalle uova d’oro, i nostri connazionali transitano con il gruppo di testa all’ultimo chilometro, per usare un’espressione cara ai ciclisti, come se ciò corrispondesse alla normalità. Se pensiamo ai decenni di pane duro che ci siamo messi alle spalle, però, è facile rendersi conto che di normale non c’è nulla. Trattasi di eccezionalità alla potenza enne, un’epoca magari irripetibile che, pertanto, difficilmente scorderemo.

  • Us Open, ‘verso’ Sinner-Medvedev

    Us Open, ‘verso’ Sinner-Medvedev

    I bookmakers danno favorito Jannik Sinner. Ma la quota attribuita a Daniil Medvedev non può lasciare tranquilli i supporter dell’azzurro. Come giusto che sia, considerando com’è finita a Wimbledon non più tardi di un mese fa, quando a prevalere è stato il moscovita (si può dire che è russo?) sulla superficie che lo penalizza più di quanto non la subisca Sinner. Però, prima di Londra, Jannik aveva inanellato una striscia positiva fino a sfiorare il pareggio negli head-to-head che per diverso tempo avevano sorriso al forte e leggermente più ‘anziano’ rivale.

    Insomma, al di là delle valutazioni degli scommettitori professionisti, sembra essere la più classica delle partite non pronosticabili perché governate dall’esito di una piccola manciata di punti. Qualche secondo di orologio all’interno di un match magari lungo ore in grado di far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Il bello del tennis. Qualche indizio tecnico può essere utile ad azzardare previsioni almeno sulla carta credibili.

    I primi quattro match, per entrambi, hanno detto che la condizione è ottimale. Avversari morbidi, gestione sapiente delle energie, vittorie senza inutili patemi. Il solo Paul avrebbe potuto causare a Sinner qualche grattacapo in quanto ottimo giocatore, padrone di casa e pure in fiducia. Invece, per Jannik, un primo set altalenante vinto con il solito tie-break chirurgico, un secondo in controllo e la valanga nel terzo a chiudere la pratica. Fine dei giochi.

    Davvero poco significativi i match di Medvedev, causa divario di lignaggio tennistico, per tirare qualche somma ma la sensazione epidermica è che il suo gioco sia perfettamente centrato. Del resto, New York evoca in lui ricordi dolcissimi legati al primo e unico Slam messo in bacheca fino ad ora. Massacrando Djokovic, tra l’altro. Volendoci sbilanciare, un centimetro meglio Medvedev fino a qui ma Sinner è parso in progresso.

    Il match è un copione già visto. Chissà se Daniil si ricorderà che un passo avanti in risposta può essere la sua arma vincente per mettere pressione al servizio dell’azzurro che, viceversa, rischia di fare sfracelli con le traiettorie ad aprire il campo. E chissà se Jannik si ricorderà che l’abitudine del russo a stare lontano dalle righe può essere punita con un surplus di aggressività e, perché no, di variazioni. Quindi drop shot e presa della rete. Dettagli che in un contesto di granitico equilibrio possono, appunto, incasellare il match. Di qua o di là.

    Gli addetti ai lavori sono divisi. Chi è più forte se, ipoteticamente, per entrambi il livello esibito coincide con il rispettivo massimo possibile? Tutti e due non eccellono per capacità di cambiare le carte in tavola, sempre con riferimento al gotha della disciplina, ma a nostro avviso Sinner ha una migliore capacità di esplorare il gioco fuori dalla sua zona di comfort e Medvedev nei pressi della rete non vale la Top 50, forse pure meno. Chissà che non possa essere proprio questo il famoso ago.

    Morale, per dirla alla Tommasi, il miglior Sinner in linea teorica si fa preferire al miglior Medvedev. Poi però c’è il campo a dire la sua e, sempre parafrasando il Maestro Rino, i pronostici li sbaglia soltanto chi li fa. Per il Us Open: verso Sinner-Medvedev

    I bookmakers danno favorito Jannik Sinner. Ma la quota attribuita a Daniil Medvedev non può lasciare tranquilli i supporter dell’azzurro. Come giusto che sia, considerando com’è finita a Wimbledon non più tardi di un mese fa, quando a prevalere è stato il moscovita (si può dire che è russo?) sulla superficie che lo penalizza più di quanto non la subisca Sinner. Però, prima di Londra, Jannik aveva inanellato una striscia positiva fino a sfiorare il pareggio negli head-to-head che per diverso tempo avevano sorriso al forte e leggermente più ‘anziano’ rivale.

    Insomma, al di là delle valutazioni degli scommettitori professionisti, sembra essere la più classica delle partite non pronosticabili perché governate dall’esito di una piccola manciata di punti. Qualche secondo di orologio all’interno di un match magari lungo ore in grado di far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Il bello del tennis. Qualche indizio tecnico può essere utile ad azzardare previsioni almeno sulla carta credibili.

    I primi quattro match, per entrambi, hanno detto che la condizione è ottimale. Avversari morbidi, gestione sapiente delle energie, vittorie senza inutili patemi. Il solo Paul avrebbe potuto causare a Sinner qualche grattacapo in quanto ottimo giocatore, padrone di casa e pure in fiducia. Invece, per Jannik, un primo set altalenante vinto con il solito tie-break chirurgico, un secondo in controllo e la valanga nel terzo a chiudere la pratica. Fine dei giochi.

    Davvero poco significativi i match di Medvedev, causa divario di lignaggio tennistico, per tirare qualche somma ma la sensazione epidermica è che il suo gioco sia perfettamente centrato. Del resto, New York evoca in lui ricordi dolcissimi legati al primo e unico Slam messo in bacheca fino ad ora. Massacrando Djokovic, tra l’altro. Volendoci sbilanciare, un centimetro meglio Medvedev fino a qui ma Sinner è parso in progresso.

    Il match è un copione già visto. Chissà se Daniil si ricorderà che un passo avanti in risposta può essere la sua arma vincente per mettere pressione al servizio dell’azzurro che, viceversa, rischia di fare sfracelli con le traiettorie ad aprire il campo. E chissà se Jannik si ricorderà che l’abitudine del russo a stare lontano dalle righe può essere punita con un surplus di aggressività e, perché no, di variazioni. Quindi drop shot e presa della rete. Dettagli che in un contesto di granitico equilibrio possono, appunto, incasellare il match. Di qua o di là.

    Gli addetti ai lavori sono divisi. Chi è più forte se, ipoteticamente, per entrambi il livello esibito coincide con il rispettivo massimo possibile? Tutti e due non eccellono per capacità di cambiare le carte in tavola, sempre con riferimento al gotha della disciplina, ma a nostro avviso Sinner ha una migliore capacità di esplorare il gioco fuori dalla sua zona di comfort e Medvedev nei pressi della rete non vale la Top 50, forse pure meno. Chissà che non possa essere proprio questo il famoso ago.

    Morale, per dirla alla Tommasi, il miglior Sinner in linea teorica si fa preferire al miglior Medvedev. Poi però c’è il campo a dire la sua e, sempre parafrasando il Maestro Rino, i pronostici li sbaglia soltanto chi li fa. Per il nostro, rivolgersi al Direttore.

  • Us Open: la poesia di Karo, il sorriso di Jas

    Us Open: la poesia di Karo, il sorriso di Jas

    Karolina Muchova, ci tengono a farlo sapere gli addetti ai lavori col pallottoliere in mano, ha già compiuto ventotto anni, in carriera ha vinto un solo torneo e per giunta di una fascia che più bassa non si può e non fa sanguinare la pallina secondo i dogmi della modernità imperante. Invece, dovrebbero dirci che è una giocatrice stupenda. Perché ascrivibile alla cerchia di quelle che, alla stessa pallina, si rivolgono in maniera strettamente confidenziale. Danno del tu. Una di quelle che consentono di raccontare il tennis alla stregua di un’opera d’arte. Ancora, dovrebbero dirci che la nostra meravigliosa Jasmine Paolini, che è arrivata a New York comprensibilmente a corto di fiato, dopo una stagione esaltante oltre ogni immaginazione e nella quale ha raggiunto gli ottavi in tutte e quattro le prove dello Slam, ha ceduto il passo ad una giocatrice che senza noie fisiche le è qualitativamente superiore.

    Non a caso la scuola di Karolina è quella che fu cecoslovacca, dunque asintotica alla perfezione stilistica. Scuola che in un passato nemmeno così remoto ha regalato alla disciplina almeno tre diamanti di inestimabile valore come Navratilova e Mandlikova, prima, e la compianta Novotna, poi. Muchova, forse non sarà della stessa epocale genia delle succitate colleghe, giusto dirlo, ma la tessera di quel club esclusivo può esibirla al mondo senza imbarazzo. Le credenziali? Una faretra colma di frecce diverse una dall’altra. Questa settimana, Karolina sembra aver trovato la migliore combinazione tra salute, bellezza e funzionalità, tanto che si è assicurata un posto tra le migliori otto del Major nordamericano con la prospettiva di un incontro alla sua portata per timbrare il pass per le semifinali.

    Morale, stupirsi per la sconfitta rimediata dalla nostra Jas non denota particolare sagacia nella lettura del tennis. Jas che, infatti, ha candidamente ammesso di essere innanzitutto una fan della ceca, oltre che essersi rammaricata per la prestazione comunque sottotono.
    Muchova è una giocatrice ariosa, dai colpi quasi piatti, depositaria dei segreti euclidei, fatti di angoli che spaziano tra lo stretto e l’ampio e traiettorie imprevedibili e inconsuete, e di tutte le possibili rotazioni concepite dalla fisica classica. Dire Muchova, pertanto, significa spostare il baricentro del gioco sul piano del talento e della fantasia. Parafrasando il maestro Gianni Clerici, da una mano così educata vorremmo tutti ricevere una carezza. Tennis d’antan e pure in estinzione, tennis che non passa mai di moda.

    Una famiglia di calciatori e quella maledetta predisposizione all’infortunio, la sorpresa non è tanto che Karolina abbia palesato questi livelli di eccellenza sul cemento newyorchese ma che si sia ricordata di farlo. Un dato piuttosto eloquente che la riguarda recita come abbia un saldo positivo nei confronti delle giocarci occupanti la Top 3 del ranking, tanto che prima della sfortunata finale persa in Bois de Boulogne lo scorso anno era addirittura di 5 a 0. Giusto per ribadire il concetto che in una partita secca, ammesso che gli addominali fragili come cristallo glielo consentano, è sempre meglio girarle alla larga, perché è piuttosto facile finire scherzati dal suo abbacinante illusionismo.

    Muchova, manco a dirlo, in questa stagione ha giocato pochissimo per via di un’operazione al polso resasi necessaria esattamente un anno fa proprio a New York. Così, la sua classifica recita ora un numero 52 che può ingannare i meno attenti e che non rammentano un lusinghiero best ranking da 8 al mondo. Quelli che oggi danno addosso a Paolini per non aver proseguito la corsa al titolo, manco avesse perso con una carneade qualunque. All’azzurra, tornando per un secondo al match, non è bastato uscire più lesta della rivale dai blocchi di partenza, al punto che, avanti per tre game a uno, ha subito un parziale taglia-gambe di cinque giochi che ha deciso il primo parziale e forse l’intero match. Perché il secondo set, di fatto, Muchova non ha mai dato l’impressione di poterlo perdere, nonostante la consueta garra esibita da Jasmine che, comunque, diventa la giocatrice italiana con il maggior numero di vittorie Slam nell’arco di una sola stagione. Due ottavi e due finali tra le quali la più prestigiosa di tutte, Wimbledon. Hai detto niente.

    Inserita nella parte alta di tabellone, il prossimo incontro vedrà Muchova incrociare la racchetta della brasiliana Haddad Maria – nulla di così terribile per essere un quarto di finale – e qualora dovesse prevalere andrebbe forse a testare la qualità della numero uno al mondo, la polacca Swiatek, sul cemento che notoriamente non predilige. Pegula permettendo, altra top player in condizioni super. Siccome sognare non costa nulla, la finalissima, salvo sorprese, la vedrebbe opposta alla devastante Sabalenka che, a differenza sua, con la pallina fa i buchi sul ground ma che potrebbe andare in sofferenza sui binari di un match poco canonico come quello che sa imbastire Karolina. Indipendentemente da tutto ciò che verrà, è non essendo dato sapersi quale potrà essere già domani la sua condizione psicofisica e se si avrà il privilegio di scrivere di un’altra vittoria, il pensiero che nel circus si aggiri una tennista non stereotipata come Muchova è una sensazione rassicurante. Gli déi del tennis, a tempo debito, siamo certi troveranno il modo per dirle grazie. Nel frattempo, noi non ci perdiamo nemmeno un quindici, nello spirito per il quale dietro ad ogni suo colpo ci sia sempre qualcosa da imparare.

    In bocca al lupo, Karo. E grazie di cuore anche a Jas, orgoglio di connazionale.

  • Us Open: Grigor Dimitrov.. e se fosse lui?

    Us Open: Grigor Dimitrov.. e se fosse lui?

    La sua è quella che sono in molti a definire la generazione persa del tennis. Quella triturata dal dominio dei Fab Four (forse Five, considerando pure il meraviglioso Wawrinka), capaci, questi ultimi, di mettere insieme qualcosa come sessanta e passa Slam e un numero ancora maggiore di Masters 1000, lasciando ai malcapitati contemporanei poco più che le briciole. Con Federer e Murray già in pensione, Nadal inchiodato in infermeria senza più le ginocchia e Djokovic che vive comprensibilmente momenti alterni, adesso è tutta un’altra cosa per chi nutre ambizioni di dominio tennistico e Alcaraz a parte, che è campione epocale di analoga genia, per gli altri la speranza di iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro di un Major ora c’è. Nel momento migliore della sua carriera, Grigor Dimitrov questa chance non l’ha avuta e, per onor di verità, un po’ anche per colpe proprie, anche se non crediamo si crucci troppo per ciò che in fin dei conti non è stato.

    Eppure su di lui eravamo in milioni a scommettere o quantomeno a sperare che qualcuno baciato da una forma raffinatissima di talento come la sua potesse dare continuità alla missione impossibile (per gli altri) di Roger Federer. Quindi, vincere attraverso un gioco che trasuda bellezza antica, in un periodo storico egemonizzato dall’esasperazione dei dogmi bollettieriani, da attrezzi fin troppo democratici, superfici rallentate e in fotocopia e, non da ultimo, fisici bestiali. Lo si chiamava a quell’epoca, appunto, Baby Federer ed etichetta più scomoda non avrebbe potuto esserci per lui. Livello di aspettativa massimo, del resto le somiglianze erano evidenti tanto che lo si credesse capace di ripercorrere, almeno in parte, la parabola del maestro basilese.

    Troppo bello, e non solo nel gioco, e un pelo troppo leggero di bazooka, Grigor, stagione dopo stagione ha dimostrato a sé stesso prima che agli aficionados di poter fare trenta ma non trentuno, sempre restando fedele al suo tennis da highlights. Elasticità muscolare da uomo di gomma e stile da libri di scuola, pur costruendo una carriera longeva e di alto livello, che significa Top Ten a più riprese, l’acuto che cambia i giudizi su un tennista non è mai arrivato. Un Mille in bacheca, curiosamente strappato a quel matto di Kyrgios che parla la sua stessa lingua e vince ancora meno, la semifinale a Wimbledon un po’ regalata a Djokovic e il prestigioso sigillo nelle ATP Finals, sono traguardi importanti che non gli rendono del tutto giustizia. Ma si è detto, trovare i Fab Four al top della forma e nei tuoi giorni migliori rappresenta una certa sfiga. A maggior ragione se si pensa che solo qualche anno prima a vincere gli Slam erano i vari Moya, Ferrero e Hewitt. Niente di personale nei loro confronti ma Dimitrov è di tutta un’altra pasta. Tempismo, maledetto tempismo.

    Fama planetaria, anche tra chi della disciplina che fu pallacorda e abiti bianchi conosce giusto il nome, grazie al sodalizio amoroso con la divina Sharapova in quella che è per distacco la più bella coppia del tennis moderno, Dimitrov non ha ancora deposto le armi e, anzi, pare stia vivendo una seconda giovinezza. Dopo un ottimo 2023 che lo ha visto rientrare tra i migliori dieci del ranking e disputare una prestigiosa finale a Parigi Bercy, il trend positivo è proseguito anche in questa stagione. Tanto che grazie alla vittoria riportata ai danni dell’amico Rublev si è aggiudicato un posto nei quarti di finale degli Us Open in corso di svolgimento. E considerate le sconfitte premature di molti dei papabili favoriti non è detto che la corsa del bulgaro non possa proseguire ancora in un torneo nel quale partirebbe battuto solo con Sinner e Medvedev che, peraltro, sembrano destinati a scontrarsi.

    In assenza di Alcaraz, che ancora una volta resta a secco di benzina dopo aver dominato a Wimbledon e ci sarebbe da chiedersi il perché, con Kyrgios ormai ex tennista e gente pazza e luninescente come Bublik, Musetti e Shapovalov troppo belli per essere anche cavalli da corsa, la notizia migliore per il pianeta tennis sarebbe proprio quella di vedere Dimitrov sollevare la coppa nei cieli chiassosi di New York. Accadimento difficile, forse impossibile, ma lo sport è abituato a concedersi delle eccezioni e, con la penuria di eccellenza che c’è in giro, quella di un Grigor vincente sarebbe vera manna dal cielo. Sperare, del resto, è rimasta l’unica cosa della vita che non costa nulla. Insomma, provaci ancora Grigor.

  • Provaci ancora.. play it again, Joe (Strummer)

    Provaci ancora.. play it again, Joe (Strummer)

    Ci sono uomini speciali, la storia del mondo ne è piena. Tra questi, uno come John Graham Mellor che oggi di anni ne avrebbe compiuti settantadue, lo è anche di più perché capace di cambiare il corso degli eventi stando seduto dalla parte giusta della storia. Quella dell’uguaglianza dei popoli, della libertà, dell’avversione alla sopraffazione, della giustizia sociale. Insomma, quella di un’umanità migliore. Come? Verrebbe da dire facendo musica, ma sbagliando per difetto.

    Joe Strummer, lo Strimpellatore, personalità caleidoscopica e impossibile da etichettare, lo fece più in grande, dando l’esempio, riuscendo a convincere milioni di persone disseminate sul pianeta Terra che il futuro, nonostante una contingenza malata, avrebbe potuto essere riscritto. Dagli ultimi e per gli ultimi. Le politiche economiche intrise di diseguaglianza della Thatcher nella Londra degli anni ‘80 gli levavano il sonno, al pari della frammentazione di una società dei pochi sulla pelle dei molti, così Joe si fece portavoce del sottoproletariato sfruttato che, tra sudore e fatica, scelse di non chinare il capo e ne pilotò il disagio. L’alba di un tumulto nuovo.

    Dal ‘no future’ dei Sex Pistols, quindi, alla carica ribelle dei The Clash dei quali Joe fu per un decennio anima e voce. Non più autodistruzione ma speranza, con le note di pietre miliari come London Calling o White Riot o The Guns of Brixton che, come carburante, alimentano il motore della rivalsa. No, il futuro non è ancora stato scritto. Antesignano, Joe. Militante, a differenza di troppi che l’hanno preceduto e che non ne hanno raccolto l’eredità, fervente antifascista, antimperialista. Internazionalista, per la pace più che pacifista. Ha vissuto più di una vita e, al pari della sua band più iconica, il punk non fu che una sola di esse. I The Clash, infatti, seppero sperimentare, un po’ genialità e un po’ quel desiderio di restare ancorati ai tempi, perché sono sempre elettrizzanti le utopie ma è la concretezza che sposta le montagne. Reggae, rock’n’roll, blues, soul, rhythm and blues, jazz, ska, folk e chissà cos’altro: ascoltare un album epocale e spartiacque come fu ‘Sandinista!’ significa abbeverarsi di tutto questo, è la freschezza di un pensiero che non conosce l’invecchiamento nonostante siano passati ormai più di quarant’anni, anche se sembra ieri.

    Un fratello maggiore, Joe, di quelli che parlano e pensano proprio come noi, che cocciutamente teniamo viva la speranza di poter fare del bene in un mare di merda che travolge un mondo inesorabilmente più cattivo ogni giorno che passa. La nostra stessa lingua, la nostra stessa anima. Per alcuni fu ingenuo, ma la sua parabola li smentì uno per uno con la forza delle idee. Ci aveva visto giusto, a sancirlo è l’attualità stessa che Joe non solo aveva previsto ma si prodigò, per quanto umanamente possibile, di scongiurare. “Abbiamo solo cercato di risvegliare l’attenzione su una serie di cose che ci sembravano sbagliate. Quelle cose sbagliate – disse – esistono ancora e i Clash no. Vuol dire che abbiamo perso? Non lo so. Certamente i Clash sono stati una voce forte e se hanno cambiato la vita anche di una sola persona hanno raggiunto il loro scopo”. Non fu una persona, fu un popolo intero, e nonostante la morte prematura Joe non ha mai smesso di punzecchiare le coscienze.

    Nato ad Ankara in Turchia e figlio di un’infermiera scozzese e un funzionario britannico, l’infanzia gli fu da subito tribolata. “Il Governo li pagava (i suoi genitori, ndr) per vedermi una volta all’anno e io sono rimasto solo in questa scuola dove i ricchi lasciavano i loro figli ricchi”. È il suo istinto ribelle a parlare e, accompagnato dai testi di Woody Guthrie, si allontanò appena maggiorenne dall’ecosistema finto ed effimero che lo aveva visto nascere. La soluzione al conflitto famiare interiore passò per la tragedia che toccò il fratello David, morto suicida e così ontologicamente ai suoi antipodi. “Era diventato un nazista e un seguace dell’occultismo. Non parlava con nessuno. Credo che il suicidio fosse l’unica via di uscita per lui. Cosa altro poteva fare?”. Nasceva così, invischiato in un mondo non suo e che presto avrebbe preso a picconate divincolandosi, lo Strimpellatore ed il resto è già storia. Al pari, purtroppo, di un maledetto infarto che all’età di cinquant’anni se lo portò via noncurante della grandezza di un uomo, lasciando un senso di vuoto che non siamo stati in grado di colmare. Nemmeno guardando e riguardando il docu-film ‘Future is unwritten’ di Julien Temple, uno che per anni lo ha accompagnato definendolo a più riprese filosofo perché capace di riflettere con cognizione di causa sui tempi che la sua parabola ha attraversato con veemenza e dolcezza insieme. Tanto da ricordare proprio quel rivoluzionario che fece convivere sotto lo stesso cielo di stelle durezza e tenerezza.

    In definitiva, a Joe Strummer, avremmo davvero consegnato le chiavi del nostro futuro e ciò basta a spiegare perché abbiamo radicato nel cuore alcuni riferimenti piuttosto che altri. Consapevoli di non essere stati all’altezza di una strada tracciata con coraggio e visione, la sua, a settantadue anni dalla nascita siamo sempre qui a fargli i nostri commossi auguri, ovunque esso sia. Quindi, buon compleanno, Joe. Un giorno o l’altro la legge avrà la sua sconfitta. Te lo abbiamo promesso, proveremo ad essere di parola.

  • Quel podio olimpico tutto cubano, ma senza bandiera né inno

    Quel podio olimpico tutto cubano, ma senza bandiera né inno

    Cos’hanno in comune Andy Diaz, Diaz Fortun e Pichardo? Oltre, ovviamente, ad essere tre formidabili triplisti e aver condiviso il podio olimpico di Parigi giusto qualche settimana fa? Sono cubani di nascita. In altre parole, il salto triplo maschile è affare di Cuba, l’isola ribelle che da decenni subisce la prepotenza occidentale per il solo fatto di ostinarsi a non chinare il capo davanti ai fautori del mondo unipolare. Pichardo, dei tre, è quello numericamente più titolato e vanta medaglie d’oro mondiali ed europee oltre, appunto, al recente argento parigino. Oggi, però, gareggia per il Portogallo. Diaz Fortun, invece, i suoi salti li esegue per la gloria spagnola e le due ultime competizioni importanti in ordine di tempo, Europei ed Olimpiadi, le ha messe in cascina entrambe.

    Infine, c’è Andy Diaz, a competere per casa Italia. Sì, perché, non più tardi del febbraio del 2023, il Ministro Piantedosi ha fatto in modo che gli fosse conferita la cittadinanza italiana e, pertanto, a Parigi ha fatto il suo esordio in maglia azzurra. Un esordio, appunto, di bronzo. Un passo indietro. Nell’estate del 2021, Andy Diaz, all’atto di salire sul volo per Tokyo – la sede delle penultime Olimpiadi – faceva perdere le sue tracce. Atterrò in Italia con destinazione Livorno. Il suo gancio è Fabrizio Donato, ex triplista anch’esso, pure lui medagliato. Ora sono le Fiamme Gialle ad assicurarsi i suoi servigi da atleta. Si sa, le medaglie fanno sempre gola. Così, Diaz va a rimpinguare un medagliere italiano già decisamente capiente che, a Parigi, per la spedizione azzurra significa Top Ten e per il CONI l’ovvio ritorno a trecentosessanta gradi.


    I tre saltatori sono quindi accomunati da un conseguenza della loro scelta di vita. Hanno beneficiato gratuitamente delle strutture sportive cubane e dei relativi tecnici per diventare campioni, salvo poi fare le fortune di nazioni che ne hanno acquistato la professionalità.

    Lecito, più o meno, ma senza dubbio di poca riconoscenza. Antipatico, pure, se si pensa alla fatica che costa alla Cuba poverissima il sacrificio di tenere viva una meravigliosa tradizione sportiva. Figlia della Rivoluzione e di un incrollabile desiderio di Fidel Castro, tutto in condizioni di embargo criminale a cui è sottoposta da decenni. ‘Bloqueo’, per dirla alla cubana, appoggiato dalle stesse nazioni che poi si assicurano la prestazione dell’atleta in cambio di benefici solitamente negati alle medesime latitudini a quelli che non eccellono nello sport. Non si può avere la controprova ma è assai probabile che i tre saltatori non sarebbero diventati tali qualora nati (poveri) altrove.

    Legge del mercato, mercificazione dell’uomo e, en passant, dello sport. In un periodo storico nel quale il pensiero egemone occidentale si adopera a demonizzare i confini dipinti alla stregua di catene, in un processo di liquefazione delle strutture sociali e di liberalizzazione selvaggia della circolazione di ogni cosa, uomini inclusi. Cuba, con mezzi economici pressoché azzerati e volontà commovente, è la nazione dell’America Latina con il maggior numero di medaglie olimpiche dopo il gigante brasiliano. Se non è un miracolo, poco ci manca. Tuttavia, prima della Rivoluzione in un paese alla mercé del malaffare, di sport per le strade nemmeno l’ombra. Castro e Guevara, al contrario, lo hanno sempre considerato un aspetto inscindibile dal resto della vita e fin da subito si posero il problema di garantire l’accesso allo sport all’intera popolazione. Ci riuscirono. Via gioco d’azzardo prostituzione e faccendieri; dentro campi da gioco e campioni. Forgiati, questi ultimi, dal socialismo cubano che ci fa così tanta paura.

    E pure da una Costituzione antesignana che, a riguardo, include proprio il Diritto allo sport tra i suoi articoli. Così, camminare per le città dall’Avana a Santiago, significa imbattersi in playground a perdita d’occhio e di diversa natura. Tutti gratuiti, tutti a disposizione delle scuole. E sempre parlando di scuola, è interessante ricordare che ogni bambino cubano ha il dovere di imparare a praticare uno sport di squadra e uno individuale di combattimento. Non a caso a Cuba nascono giganti come fu, per esempio, Teofilo Stevenson, l’imperituro pugile che rifiutò milioni di dollari per non mancare di rispetto a milioni di cubani che lo adoravano. Oppure come Mijain Lopez, l’uomo capace di vincere cinque ori olimpici in cinque edizioni diverse dei Giochi. Record mai raggiunto da nessun abitante del pianeta Terra, che se fosse nato a Miami anziché a Herradura avrebbe una visibilità e una fama da rockstar. Ma è cubano. Mijain, lottatore di professione, che non perde mai occasione per ringraziare la patria e i principi morali che la sorreggono per la possibilità di assurgere a leggenda che gli è stata concessa. Insomma, non è mica detto si debba necessariamente fare la scelta di crescere, imparare, usufruire e fuggire. A Cuba li chiamano disertori ma dalle nostre parti fa gioco propagandistico definirli esuli. Ma tant’è.

    “Abbiamo formato i nostri atleti per fargli servire il popolo, perché donino allegria, gloria e onore al popolo” ripeteva spesso Fidel Castro disquisendo di sport. Una frase, questa, paradigmatica di come Cuba concepisca lo sport quale lasciapassare per il benessere sociale e che plasticamente traduce il sentimento e l’orgoglio di un popolo intero. Sport uguale vita, ma solo se di tutti.