Categoria: Sport

  • Niente sconti: la marea nera degli All Blacks travolge l’Italrugby- di Teo Parini

    Niente sconti: la marea nera degli All Blacks travolge l’Italrugby- di Teo Parini

    A scanso di equivoci, è stata una carneficina, sangue sparso ovunque. l’Italia del rugby rimedia al cospetto degli All Blacks un’umiliazione che sarà difficile mettersi alle spalle, figlia di un risultato che a definire severo si pecca di ottimismo e che, per ironia della sorte, non è nemmeno la cosa più brutta che si sia vista ieri sera a Lione; nonostante l’imbarazzante quota cento sfiorata dai Tutti Neri capaci di punirci sotto una grandinata di quattordici mete a due.

    Partiamo dal salvabile, ammesso si riesca a trovarlo. Per i nostri, vanno a segno a match ormai in ghiaccio Capuozzo e Ioane, le ali dello schieramento iniziale, due diamanti che farebbero le fortune di quasi ogni compagine. Se abbiamo le ossa rotte non è certo colpa loro, benché di palle in mano per fare valere una corsa da centometristi ne abbiano ricevute col contagocce. Giù il cappello anche per Negri, ariete commovente e testardo, che per ottanta minuti non ha mai smesso di cercare di andare oltre la linea del placcaggio, tutto cuore e quadricipiti spingenti, talvolta riuscendoci. Di tutto il resto, francamente, avremmo il piacere di non parlare, troppo brutto per corrispondere a realtà, ma ci tocca.
    Perché, se è vero che nei rapporti di forza di questo rugby l’Italia è ancora lontana dalla Nuova Zelanda anche dalla sua versione meno luminescente dell’ultimo mezzo secolo, è altrettanto vero che, nello sport, perdere contro un avversario più forte non è mai un dramma in sé ma come decidi di farlo può benissimo diventarlo. L’Italia ha scelto il modo peggiore, quello di smettere di giocare alla prima difficoltà. Che, al cospetto di avversari messi all’angolo dall’opinione pubblica che non gli perdona la scoppola rimediata contro la Francia e in una disciplina che non prevede per desossiribonucleico la pietà per il nemico perché contraria all’idea rugbistica di rispetto, significa, appunto, un massacro. Nello sci alpino, sarebbe come affrontare le lastre di ghiaccio della Streif a Kitzbuhel senza uno sci e sperare di non finire al pronto soccorso. Impossibile.

    Non essendo qui a vendere tappeti, il punto focale è che questa Italia avrebbe rimediato la stessa avvilente imbarcata da almeno un’altra decina di squadre, perché sarebbe bastata una competenza assai minore di quella neozelandese per disporre del quindici azzurro in questa sua impalpabile e tremebonda versione. Brutta bestia la psiche umana in quanto, se l’Italia non era certo una squadra di fenomeni quando batteva Namibia e Uruguay, è altrettanto pacifico che non è diventata una squadra di brocchi alla quale si potrebbe perdonare e la scoppola. Insomma, qualcosa del nostro pacchetto fatto di testa, cuore e muscoli, è andato storto oltre ogni pessimistica previsione.

    Il problema contingente che un esterrefatto Crowley dovrà affrontare è che tra una settimana ci aspetta il probabile remake, perché i formidabili cugini d’oltralpe, allo stato attuale, sono financo un gradino sopra agli All Blacks e, come non bastasse, giocano in casa sospinti da un pubblico che chiede di centrare il bersaglio grosso. Tanti auguri. Fa rabbia, perché il roster azzurro, in quanto a qualità individuale e di amalgama, aveva la possibilità di regalarsi una partita vera e non da comparsa e, sebbene nessuno sano di mente avrebbe mai preteso la vittoria, la speranza di veder compiere un piccolo ma significativo passo in avanti nel nostro percorso di crescita era abbondantemente legittima. Invece, questa mattina ci siamo risvegliati inchiodati al punto di partenza dopo aver vanificato il lavoro di un allenatore a cui si deve comunque molto, se non altro per aver portato alle nostre latitudini uno spettacolare gioco alla mano come forse non si era mai visto prima.
    Qualche minuto incoraggiante caratterizzato da body language propositivo e una sbavatura, di quelle che fanno tanto imbufalire gli allenatori, che giustamente pretendono disciplina a certi livelli, dà il via alla prima metà degli All Blacks. Assist al bacio con un calcetto morbido per l’accorrente Jordan lungo il lato destro del campo, controllo in volo dell’ovale e palla schiacciata in meta. Meraviglia di fantasia e tecnica individuale che ha l’effetto sull’Italia che una caduta dal tavolo ha sul suppellettile di cristallo. Non sono passati che pochi giri di lancetta e il nostro morale è già in frantumi. Mille microscopici pezzettini. Tanto che gli azzurri risultano incapaci di ancorarsi anche a un solo frangente di gioco per provare ad arginare la marea nera libera di imperversare.
    La mischia non tiene l’urto di quella rivale, anzi, viene ripetutamente spazzata via. Dalla touche portiamo a casa uno scempio dietro l’altro, tra incomprensioni e lanci storti al limite dell’imbarazzo. Commettiamo falli senza soluzione di continuità, la solita cronica indisciplina, restituendo la palla agli avversari senza mai contenderla. Lapalissiano, ma è difficile fare gioco se la palla non ce l’hai. Ai punti di incontro ci arriviamo molli e in ritardo, come se volessimo concedere la precedenza ad un incrocio stradale. Soprattutto, non placchiamo praticamente mai, e se in un quarto d’ora i placcaggi sbagliati sono già una quindicina – per i meno avvezzi alla materia, un’enormità – ecco che non deve stupire se all’intervallo i punti sul groppone sono già cinquanta. Siamo onesti, in quelle condizioni deficitarie sarebbe potuto andare anche peggio.

    Senza concretezza nelle fasi statiche quando il possesso dell’ovale è a disposizione, mischia con introduzione e rimessa laterale, è come giocare a biliardo senza sponde, un follia. È la devastante sensazione che devono aver provato gli italiani quando l’assioma per il quale a un’azione di attacco corrispondesse sempre una meta (subita) ha cominciato a caratterizzare l’incontro. Un invito a nozze per una Nuova Zelanda che, come si diceva a valle del match, ci ha riservato l’onore di mettere in campo la migliore formazione possibile ma che, con il senno del poi, avrebbe potuto schierare un magazziniere all’ala e l’addetto stampa a tallonare senza risentirne nemmeno un po’. Con rispetto parlando, non abbiamo saputo fare meglio, perché peggio era francamente difficile, di una Namibia qualunque e, senza dimenticare che c’è sempre un avversario forte dall’altra parte del campo, è qualcosa che può essere attribuito solo da un fragoroso cedimento mentale che ha anticipato il calcio d’inizio. In altre parole, siamo scesi in trincea senza l’elmetto. Agli All Blacks vanno tutti i meriti del caso, e non sono pochi, tuttavia siamo riusciti nell’impresa di fare tutto ciò che potesse essere funzionale alla nostra disfatta. Un peccato mortale.

    Con la qualificazione per la prossima edizione dei Mondiali già in tasca, almeno l’obiettivo minimo ma non scontato lo abbiamo raggiunto, c’è ancora un’ultima occasione per esibire un volto più veritiero e rappresentativo del nostro status. Con Irlanda e Sudafrica, la Francia rappresenta l’odierno vertice della piramide del rugby e avremo l’onore e l’onere di affrontarla nella partita conclusiva della nostra permanenza in questo mondiale. Avremo tempo e modo di analizzare la partita e capire se sussiste il modo per limitare gli inevitabili danni, ma una cosa deve essere chiara fin da subito. Servirà un’Italia diversa, più umile negli intenti, più formichina che cicala, più coraggiosa senza risultare spavalda. Poche cose, semplici ma fatte bene che, nel rugby, significa conquistarsi la pagnotta.
    È stata una brutta serata, per tutti. Rialzarsi immediatamente, animati da una voglia feroce di mostrare di noi la migliore versione possibile, è un obbligo. L’unico che noi aficionados ci sentiamo di pretendere. Forza.

    Teo Parini

  • Magenta, festa per la chiusura di Sport Match. Del Gobbo fa i complimenti a Ispano per Anci

    Magenta, festa per la chiusura di Sport Match. Del Gobbo fa i complimenti a Ispano per Anci

    MAGENTA Si è concluso ieri Sport Match, torneo di calcio a 5 tra studenti delle scuole superiori cittadine.
    In campo 11 squadre di cui 3 femminili del triennio. Il torneo femminile è stato vinto dalla squadra del Liceo Quasimodo.

    In quello maschile vincitrice la squadra dell’Istituto Einaudi, seguita dal Liceo Bramante prima squadra e da ASLAM.

    ‘’Con Sport Match-Studenti in campo abbiamo vinto una sfida: fare un evento sportivo per i ragazzi degli istituti superiori di Magenta. Sono state due giornate coinvolgenti per tutte le scuole partecipanti.
    Ringraziamo l’AC Magenta per aver messo a disposizione il campo, gli insegnanti che hanno creduto nella nostra iniziativa e ai nostri uffici per aver curato l’organizzazione’’, è il commento dell’Assessore allo Sport Mariarosa Cuciniello.

    DEL GOBBO SU ISPANO
    ‘A nome mio personale e di tutta l’Amministrazione comunale mi congratulo con il nostro consigliere comunale Fabrizio Ispano per la recente nomina a Presidente del Dipartimento Cultura, Turismo, Sport, Politiche Giovanili, Olimpiadi Milano/Cortina 2026 in Anci Lombardia.  Una carica di prestigio. All’amico e consigliere Ispano i migliori auguri di buon lavoro, certo che saprà dare un apporto valido alle importanti sfide future negli ambiti operativi del Dipartimento che guiderà, con ricadute significative anche a livello locale’.

    Lo afferma il Sindaco Luca Del Gobbo.

  • Basket: via alla partneship tra Milano Pavia TV ed Elachem Vigevano

    Basket: via alla partneship tra Milano Pavia TV ed Elachem Vigevano

    VIGEVANO Con l’inizio del campionato di serie A2 che vedrà Trapani fare visita alla ELachem Vigevano domenica 1 ottobre al PalaELAchem alle ore 18.00, prende il via la partnership con Milano Pavia TV (visibile sul canale 78 del digitale terrestre e sulla piattaforma www.milanopavia.tv) che trasmette in tutta la Lombardia, nel Piemonte orientale (province di Novara, Verbania Cusio Ossola, Vercelli, Alessandria e Biella) e in parte dell’Emilia Romagna (provincia di Piacenza).

    Milano Pavia TV, diventata nel corso degli ultimi anni un punto di riferimento per il territorio non solo pavese, ma anche milanese, seguirà per tutta la stagione le imprese della squadra lomellina. Inoltre trasmetterà in diretta ogni lunedì sera, alle ore 21.10, una trasmissione dedicata esclusivamente alla Nuova Pallacanestro Vigevano 1955 dal titolo “Terzo Tempo”, che vedrà ruotare nel corso della stagione tutti i protagonisti della stagione, cui seguirà la replica del match di campionato giocato il giorno precedente. Ospiti della prima puntata di lunedì 2 ottobre, condotta da Paolo Barni, saranno il general manager Marino Spaccasassi e Lorenzo D’Alessandro. Milano Pavia TV trasmetterà anche gli incontri infrasettimanali della Nuova Pallacanestro Vigevano 1955, sempre nella serata seguente alla partita.

  • Stasera Italrugby versus Nuova Zelanda: sursum corda, in alto i cuori ragazzi! Di Teo Parini

    Stasera Italrugby versus Nuova Zelanda: sursum corda, in alto i cuori ragazzi! Di Teo Parini

    Stretti a coorte, siam pronti alla morte

    Una vittoria, l’Italia l’ha già ottenuta. È quella del rispetto che, nel gioco del rugby, se non vale quanto quella del campo poco ci manca. Perché? Semplice, i nostri avversari schiereranno contro gli azzurri la loro miglior formazione possibile, dentro tutti. Non ci temono ma, appunto, ci rispettano.
    L’Everest del rugby ha un colore, il nero. Gli All Blacks neozelandesi incarnano nell’immaginario rugbistico la vetta della montagna, la tesi di laurea, l’unità di misura della competenza, lo spauracchio. Anche quando non sono i più forti di tutti – non succede spesso ma oggi è così – l’aura di maestosità che emanano dalla pelle è qualcosa di tangibile; quindici uomini stretti al centro del campo a fare la danza dei loro antenati maori, quella chiamata Haka che letteralmente significa accendere il respiro, sono il cromosomico manifesto di uno sport, parafrasando Woody Allen, da bestie praticato da uomini veri. Insomma, incutono un timore reverenziale che taglia le gambe.

    Se, appunto, la danza che gli All Blacks inscenano nello spazio temporale che va dall’esecuzione degli inni nazionali al calcio di inizio gode di una fama ormai planetaria che si estende ben oltre i confini del rugby, in pochi conoscono la genesi di quella che, intanto, non è un inno alla guerra come spesso la di considera. “Ka mate Ka mate” fu, secondo leggenda, il pensiero che rimbalzò nella mente di Te Rauparaha, un famoso capo maori, quando per sfuggire alla ferocia del nemico ormai alle costole si nascose in fondo al pozzo del villaggio: io muoio, io muoio. Sostituito, una volta scampato il pericolo, da “Ka ora ka ora” urlato dalla felicità: io vivo, io vivo. “Ka mate” e ‘Ka ora” sono le principali parole che, occhi spiritati, denti serrati alternati alla lingua di fuori, il componente più anziano della squadra intona tirandosi dietro il sostegno non solo verbale dei compagni. Chi, in tutto ciò, intravede della sbruffoneria spicciola non ha capito nulla dello spirito maori perché eseguire l’Haka non è che il modo dei tutti neri di onorare l’avversario prima della battaglia. “Ka mate” che, nelle occasioni speciali, può diventare “Kapa”, la versione più aggressiva della danza, specificatamente ideata per essere dedicata alle gesta sportive quale identitario collante di un intero popolo che si nutre di maul e di touche. Rispetto dell’avversario e desiderio di annientarlo.
    Questa sera, a distanza di una manciata di metri dagli All Blacks posizionati nell’epicentro del pianeta rugby, ci saranno gli azzurri e, indipendente da tutto, sarà un privilegio per la compagine italiana confrontarsi con il gotha della disciplina. Anche se potrebbe finire male tra valanghe di mete incassate, la classica imbarcata, e ossa più o meno metaforicamente rotte. Ma non è detto. Il contesto è ovviamente quello dei Mondiali in corso di svolgimento in Francia e allo scontro titanico ci arriviamo da primi in classifica di un girone, che a definire infernale gli si manca di rispetto, composto anche dai padroni di casa e da Uruguay e Namibia che abbiamo già avuto modo di sconfiggere. Siamo primi, affrontiamo gli All Blacks per rispedirli a casa e per scrivere una pagina di storia epocale. Euforia allo stato brado.

    Realismo, anche. Se il tifoso in piena trance agonistica vede in Lamaro e compagni il grimaldello pronto a scassinare il sistema precostituito, quelli più bravi di noi nel leggere tra le pieghe degli eventi ci spiegano almeno un paio di concetti. Intanto, come si diceva poc’anzi, i neozelandesi, e non sempre in passato lo hanno fatto anche nelle occasioni nelle quali hanno poi asfaltato l’Italia, si presentano all’appuntamento con il piglio di una finale, bava alla bocca e sguardo iniettato di sangue. Hanno perso all’esordio con la Francia e vivacchiato con la Namibia e, pertanto, in patria hanno già digerito troppo per tollerare un’altra serata non altezza del simbolo d’argento che portano sul petto. In secondo luogo, c’è una questione di peculiarità reciproche. Il gioco arioso che sta dando più di qualche soddisfazione all’Italia, sulla carta mal si sposa con l’arrembaggio asfissiante dei tutti neri che potrebbero punire severamente lo spettacolare proposito azzurro di usare tutta la larghezza del campo. Un massacro? Da vedere. Perché, sempre gli esperti ci fanno notare lo scricchiolio strutturale esibito dai nostri avversari nei primi due match, i loro meccanismi di trasmissione dell’ovale non particolarmente oliati e che lo stato di gigantesca pressione alla quale saranno soggetti non è mai un buon compagno di viaggio anche per dei fenomeni come loro. In altre parole, l’Italia ha la possibilità concreta di restare aggrappata alla partita con le unghie, di non farsi travolgere già dalla prima ondata di marea e, con il trascorrere del tempo, di instillare qualche piccolo dubbio nella mente di avversari che, seppur forti, sono pur sempre uomini.

    Kieran Crowley, di fatto, ripropone la formazione che ha sconfitto la Namibia. Rispetto alla vittoria contro l’Uruguay, invece, le principali novità sono costituite dallo spostamento di Capuozzo all’ala e di Allan all’estremo. Fuori i fratelli minori di casa Garbisi e Cannone, dentro Lumb a dare sostanza e Varney in mediana. Zuliani, il Lupin del rugby, ancora in panchina ma pronto a subentrare un corso d’opera per far valere una furbizia senza eguali nel momento topico dell’incontro. Senza volerci sostituire al nostro allenatore, un gigante, scelte comprensibili considerate le specificità dei neozelandesi. Più che di uomini, tutto il roster azzurro è ormai una garanzia di competenza, sarà questione di mentalità e predisposizione al sacrificio estremo. Servirà, innanzitutto, placcare anche l’aria, contendere alla morte ogni maledetto punto di incontro e avere una disciplina militare per limitare gli errori e cercare di costruire qualcosa di infinitamente grande. Non siamo qui a vedere tappeti: la migliore Italia da una decade a questa parte contro la (forse) peggior Nuova Zelanda degli ultimi cinquant’anni. Possibilità? Una su mille. Ma c’è.

    Giusto per caricare ancor di più il nostro spirito, che già ribolle, ancoriamo la speranza al ricordo dei dieci minuti che ci garantirono la considerazione di un mondo, quello del rugby, che storicamente mal sopporta le intrusioni dall’esterno. 14 novembre, anno 2009, un gelido sabato pomeriggio. A San Siro, stipato come nelle migliori occasioni calcistiche, è, appunto, Italia contro Nuova Zelanda. Al minuto numero settanta il tabellone recita uno striminzito 20 a 6 per gli All Blacks con solo una meta a referto e il linguaggio del corpo dei nostri ragazzi che rivela un contagioso entusiasmo. l’Italia con caparbietà si guadagna una mischia all’interno dei ventidue metri avversari, il lato è quello destro per chi attacca. Tra il prato e il cielo, una bolgia infernale. La prima linea azzurra ingaggia e riserva ai pari ruolo una spazzolata che fa male, malissimo, frantumandone le certezze. Siamo dominanti nel fondamentale del gioco che è l’emblema della disciplina, tanto che per ben undici volte, un record, i nostri avversari inducono e non sempre in maniera corretta l’arbitro a far ripetere la mischia. Ci starebbe una meta tecnica grossa come l’orgoglio azzurro – per i meno avvezzi, uno smacco enorme per chi la subisce – che un direttore di gara accecato dal blasone dei nostri avversari non ci concederà. Ma il rugby, si sa, non risponde alle logiche di altri sport più egemonizzati dall’ossessione per il risultato e l’impotenza dei maestri neozelandesi nel contrastare la furia italiana ripaga con gli interessi anni di sacrifici e pane duro.

    È l’Italia che spezza le catene.
    29 settembre 2023. Alle ore 21, dalla stazione di Lione passa un treno con destinazione paradiso, una chance di gloria che ci siamo guadagnati. Provare a salirci sopra è un dovere, la nostra missione impossibile. Tuttavia, per dirla come il compianto Jonah Lomu – neozelandese non a caso il cui mito sta al rugby come quello di Maradona sta al soccer – “nothin’ is impossible”. Perché, nella vita, c’è sempre un Buster Douglas che può atterrare Mike Tyson. Incassato il rispetto dei più bravi è giunto il momento di far sentire la nostra abrasiva presenza. Testa alta, cuore in trincea, bicipiti d’acciaio e nessuna paura. Forza, ragazzi.

    di Teo Parini

  • Nuovi stadi: anche la Roggiani (Pd) dice ‘niet’, il sindaco di Rozzano invece ‘apre le porte’

    Nuovi stadi: anche la Roggiani (Pd) dice ‘niet’, il sindaco di Rozzano invece ‘apre le porte’

    SAN DONATO- ROZZANO “Sulle intenzioni di costruire un’impianto sportivo nella zona Parco Sud di San Donato non posso che schierarmi al fianco dei cittadini di quel territorio e delle associazioni che hanno espresso con un atto ufficiale il loro forte dissenso.

    Ascoltare la voce della popolazione locale prima di compiere scelte così impattanti è un dovere. Per questo come Partito democratico chiediamo di considerare attentamente gli impatti di questa opera sul territorio e di cercare alternative che non causino la perdita di ulteriori risorse ambientali o naturali. Siamo ferramente contrari ad ulteriore consumo di suolo”. Così Silvia Roggiani, segretaria metropolitana Pd Milano e candidata alla segreteria regionale della Lombardia.

    “L’opportunità dello stadio a Rozzano è ancora una idea, noi siamo per un impianto che avrebbe un impatto migliore sulla città e l’area in questione. Il primo tema da affrontare, semmai il progetto dovesse decollare, è quello della viabilità e dei trasporti che verranno sicuramente adeguati ad una struttura così importante”. Così Gianni Ferretti, sindaco di Rozzano, prova a fare chiarezza sulla possibilità di vedere sorgere nella cittadina a sud di Milano il nuovo stadio dell’Inter. “Per la nostra città si tratterebbe di una grande opportunità. E magari, insieme allo stadio, potrebbe arrivare anche la metropolitana”, aggiunge il primo cittadino rozzanese in un videomessaggio sulla pagina Facebook del Comune.

  • Giuanin, Basleta, Ceramica: le mille vite di Giovanni Lodetti, ‘resistente’ al calcio moderno e apolide- di Teo Parini

    Giuanin, Basleta, Ceramica: le mille vite di Giovanni Lodetti, ‘resistente’ al calcio moderno e apolide- di Teo Parini

    Per quelli con un numero sufficiente di primavere sulle spalle, ad andarsene qualche giorno fa è stato il Basléta – a Milano è, anzi era, il nomignolo tipico di chi ha un mento pronunciato – all’anagrafe Giovanni “Giuanín” Lodetti. Il diminutivo ha ovvie ragioni, Lodetti fu, infatti, giocatore tascabile, forte di una statura ridotta e di un baricentro decisamente basso. Professione mediano, quando ancora il calcio era una cosa semplice e il numero otto sulla maglia stava ad indicare che si era chiamati a fare tanta fatica, di gambe e polmoni.

    Lodetti, classe 1942, ha incarnato nell’immaginario calciofilo la parabola di chi, senza aver incassato una particolare benevolenza da madre natura, è arrivato in alto, forte di passione, sacrificio, intelligenza. Fosse stato il protagonista di un film, Giovanni avrebbe recitato la parte di Ludovico “Lulù” Massa in ‘La classe operaia va in paradiso’, il capolavoro di Elio Petri interpretato magistralmente da Gian Maria Volonté. Lulù era amato dai padroni perché, questi ultimi, confondevano la diligenza operaia con il servilismo. Giovanni, operaio del fòlber, il soccer, era amato proprio perché, al contrario, il suo inesausto lavoro sporco oltre che essere redditizio consentiva a chi gli fosse al fianco di fornire di sé la migliore versione possibile. Rivera, per esempio, del quale, come si disse all’epoca, Lodetti fu il terzo polmone. O forse il secondo, considerate le attitudini non propriamente da maratoneta del Golden Boy. Il fosforo di una compagine, qualità che sta al centrocampista come la scaltrezza sta all’attaccante: indispensabile.

    Per la verità, su questo si è un po’ romanzato negli anni a venire, Lodetti non è che fosse proprio così scarso in quanto a tecnica di base, anzi, fu dotato di una certa educazione che gli consentì, appunto, di essere, insieme, uomo di corsa e di costruzione. Con il Milan di Nereo Rocco ha vinto tutto quel che c’era da vincere ed è a quel periodo storico che si legano le sue migliori fortune calcistiche. Anche se, a nemmeno trent’anni, fu malamente scaricato proprio da quel Rivera, di fatto la società, di cui fu fedele gregario per quasi un decennio e dovette reinventarsi un finale di carriera altrove, diverso da quello che si sarebbe aspettato. Due gol, Lodetti, li mise a referto anche in nazionale dove disputò una ventina scarsa di partite con la gioia dell’Europeo del ’68 vinto tra le mura amiche. Prima del pasticcio in Messico, solo due anni più tardi, quando fu prima convocato per il Mondiale e poi rispedito a casa senza troppi complimenti per fare spazio ad un attaccante in più.
    Basléta non ha mai smesso di sentirsi un calciatore, fino alla fine. Parco Trenno, zona Milano ovest, racconta la storia di un signore non più giovanissimo che al sabato mattina se ne sta lì a bordo campo a guardare inseguire il pallone da ragazzi che per anagrafica potrebbero esserne figli. In silenzio, fino al giorno in cui si accorge che una delle due squadre amatoriali può contare su uomo di meno e, senza pensarci su, chiede di poter entrare. “Sei vecchio”, gli dice uno. “Gioco anche in porta”, gli risponde. “Dai entra”. Lodetti si piazza in mezzo, la sua comfort zone, e comincia a fare quel che gli riesce meglio: mettere ordine. “Sei bravo, vecchio. Qual è il tuo nome?”. Indossa una maglia da lavoro, di quelle con la pubblicità sul petto, con la scritta “Ceramica”. “Mi chiamo Ceramica”, dice, mentre i compagni lo fissano ancora più incuriositi. Saranno un’infinità i sabati che Giovanni trascorrerà al parco, tutti un po’ uguali a quelli che l’hanno preceduto fino a quando un uomo di passaggio riconosce in lui una mimica già vista. “Hey, ragazzi, ma sapete chi è? È Giovanni Lodetti!”. Perché lo sport è un amore che non finisce mai.

    Indispettito dalla brutta piega che il mondo del calcio aveva ormai preso, tra i diktat delle televisioni e l’esibizionismo mediatico dei suoi protagonisti, Lodetti era solito ricordare che, se fosse stato chiamato a far da allenatore, come prima cosa avrebbe portato i suoi giocatori fuori dal cancello di una fabbrica, quando ancora ne esistevano, per sbattere loro in faccia l’entità del privilegio che assicura l’essere bravo con i piedi. Si chiama rispetto per lo sport, che della vita è meraviglioso paradigma. Fai buon viaggio, Basléta. Insegna agli angeli, vestiti griffati e malati di selfie, che ad essere umili non si sbaglia mai.

    di Teo Parini

  • Turbigo, Flavio Rama e la manutenzione della bicicletta

    Turbigo, Flavio Rama e la manutenzione della bicicletta

    TURBIGO – Incontriamo Flavio Rama nel cortile d’onore del palazzo de Cristoforis intento a preparare l’incontro durante il quale ha presentato il suo corso dal titolo: ‘Manutenzione e autoriparazione della bicicletta’. E’ il cognome che richiama il nostro interesse in quanto, tempo fa, scrivemmo la storia dei Rama a partire da ‘Angela, la Svizzera’ che arrivò a Turbigo, vedova, con sette figli da far crescere (al giovane Flavio la storia, purtroppo, non è pervenuta).

    Lui è lì per informare del suo corso che inizierà il 30 settembre il quale è volto a trasmettere le basi per poter intraprendere una auto-manutenzione della bicicletta, anche perché nella penuria di artigiani in cui ci troviamo, l’amatore delle due ruote, spesse volte, deve arrangiarsi da solo.Penuria di artigiani, ma anche di cronisti per cui la Bibliotecaria mi invita a scrivere qualcosa nonostante sia da tempo in pensione. Ma come diceva Faber se sanno che sai suonare ti tocca suonare tutta la vita…

    L’iniziativa è promossa dalla ‘Fondazione Per Leggere’ (www. corsinel cassetto.net) e, come dicevamo, il docente è Flavio Rama, 34 anni, turbighese, amante del territorio, della natura e della bicicletta. Guida cicloturistica del Parco, Tour Assistant Ticino Guide, appassionato di Gravel e MTB oltre ad essere certificato dall’Accademia Nazionale di Mountain Bike. Un professionista, quindi, che è il caso di andare ad ascoltare iscrivendosi al corso che ha un costo di 75 euro.

  • Nonostante l’ultimo ‘Povero Diavolo’…. rinasce il Milan Club a Cerano

    Nonostante l’ultimo ‘Povero Diavolo’…. rinasce il Milan Club a Cerano

    CERANO NO – In questi primi giorni di autunno a Cerano (no) ha preso forma il nuovo Milan Club. Una associazione che vuole riportare nel paese del Beato Pacifico i colori rossoneri.
    Una presenza folta e laboriosa che già a fine anni 80 nei locali del ex Bar -ristorante Aquila aveva preso forma sulla spinta delle vittorie del primo Milan di Berlusconi.
    Oggi un gruppo di amici vecchi e nuovi, malgrado le ultime scoppole nel derby, si sono riuniti per fare tornare in vita il club che ha avuto molti soci e guarda al futuro.
    Il portavoce attuale in attesa di un vero organigramma Alessandro Albanese espone i motivi e scopi e gioie di questa rinascita nel paese di Cerano:

    1) L’idea di far rinascere il Milan Club Cerano che era attivo negli anni 80/90 è nata dalla volontà da parte di alcuni appassionati dei colori rossoneri di offrire la possibilità ai nostri compaesani che condividono questa passione di avere una realtà associativa in cui ritrovarsi.
    2) Certo che porremo in essere iniziative, sia legate alle partite del Milan che di altro genere. L’obiettivo è quello di condividere momenti in compagnia, divertendosi.
    3) Stiamo costituendo in queste settimane il club dunque non esiste ancora un organigramma, ci occuperemo di tale aspetto a breve.
    4) Diciamo che rispetto a qualche decennio fa il calcio è cambiato molto divenendo molto più legato agli aspetti strettamente commerciali, perdendo quel “romanticismo” che in passato lo connotava di più. Il Milan è una squadra di calcio, quindi è per forza di cose coinvolto da tale cambiamento.
    5) Ovviamente non è stato ancora affrontato l’argomento di un’eventuale intitolazione del club, dovrà essere una decisione il più condivisa possibile. Per quanto riguarda il Presidente Berlusconi, indiscutibilmente è stato artefice di una delle più gloriose pagine della storia del Mian ed ogni tifoso rossonero non può che essergli grato.
    6) Questa domanda mi fa tornare alla mente diverse persone di Cerano che non ci sono più, tifose del Milan, con le quali ho condiviso partite a San Siro e non solo: penso ad esempio alla straordinaria finale di Coppa dei Campioni a Barcellona nel 1989. Troveremo il modo di ricordarle.

    Il ritorno agli anni ’80 e a quella Cerano laboriosa e vitale dove il Milan Club fu una bella realtà in una terra di bianconeri potrà riportare il colore oltre la nebbia …
    Ricordando anche tutti i tifosi e amanti dei colori del diavolo che ormai non ci sono più ma a veder la gioia e impegno di questi ragazzi saranno orgogliosi e fieri

  • Olimpiadi 2026, Fontana: porteranno 30mila posti di lavoro

    Olimpiadi 2026, Fontana: porteranno 30mila posti di lavoro

    MILANO Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha partecipato al seminario ‘Youth, Olympics 2026 and regional growth: a unique opportunity’ organizzato a Milano dalla sezione lombarda dall’Associazione Nazionale Comuni d’Italia.

    “I giovani – ha detto il presidente Fontana – saranno i grandi protagonisti delle Olimpiadi Milano Cortina 2026. L’evento avrà una grande ricaduta occupazionale, sono infatti stimati 30.000 nuovi posti di lavoro”.

    “Questo appuntamento – ha concluso il presidente – deve essere letto come ulteriore motivo di sviluppo e sguardo verso il futuro, un modo attraverso il quale Regione Lombardia riesce ad anticipare e interpretare il futuro”.

    MAURO GUERRA, PRESIDENTE ANCI – “Una grande occasione quella che abbiamo davanti – ha detto il presidente di Anci Lombardia Mauro Guerra – che richiede un importante lavoro infrastrutturale per delle opere che ‘resteranno anche dopo’. Abbiamo voluto capire insieme a tutti gli enti cosa possiamo mettere in campo per coinvolgere i giovani lombardi affinché ricavino il più possibile in termini di esperienza e occasioni di lavoro”.

  • Calcio, addio a Giovanni ‘Basleta’ Lodetti

    Calcio, addio a Giovanni ‘Basleta’ Lodetti

    MILANO La Figc e il calcio italiano piangono la scomparsa di Giovanni Lodetti, all’età di 81 anni. Lodetti, cresciuto nel settore giovanile del Milan, ha esordito con la prima squadra del club rossonero nel 1961: con il Milan ha vinto due scudetti, una Coppa Italia, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e una Coppa delle Coppe. In carriera ha vestito anche le maglie di Sampdoria, Foggia e Novara, ma soprattutto quella della Nazionale, con cui ha collezionato 17 presenze e due gol, diventando campione d’Europa nel 1968. “Se ne va un altro grande protagonista del calcio italiano – le parole del presidente della Figc Gabriele Gravina -. Centrocampista di corsa e di qualità, ha fatto la storia del Milan ma è stato anche tra gli artefici di uno storico successo per la nostra Nazionale. Chi ha vestito la maglia Azzurra con orgoglio come Lodetti non verrà mai dimenticato”.

    In carriera ha vestito anche le maglie di Sampdoria, Foggia e Novara, ma soprattutto quella della Nazionale, con cui ha collezionato 17 presenze e due gol, diventando campione d’Europa nel 1968. “Se ne va un altro grande protagonista del calcio italiano – le parole del presidente della Figc Gabriele Gravina -. Centrocampista di corsa e di qualità, ha fatto la storia del Milan ma è stato anche tra gli artefici di uno storico successo per la nostra Nazionale. Chi ha vestito la maglia Azzurra con orgoglio come Lodetti non verrà mai dimenticato”.

    Lodetti era nato a Caselle Lurani, nel Lodigiano il 10 agosto 1942. Ha iniziato a muovere i primi passi da calciatore nelle giovanili del Milan, ma già nel 1961 a 19 anni è stato aggregato alla prima squadra. Con i rossoneri ha vinto tutti i trofei, realizzando anche 16 reti nel corso delle sue 216 presenze con il club meneghino. Nel 1970, dopo nove stagioni, è passato dal Milan alla Sampdoria in cambio di Romeo Benetti e 350 milioni di lire. In poco tempo è divenuto capitano dei blucerchiati con i quali ha collezionato 132 partite, 129 consecutive, di cui buona parte da capitano. Nel 1974 è stato ceduto al Foggia, prima di chiudere la carriera nel 1978 con la maglia del Novara. Con la nazionale ha collezionato 17 presenze, realizzando anche due gol: una doppietta al Galles in un’amichevole vinta dagli azzurri per 4-1 nel 1965. La sua ultima presenza la finale degli Europei vinta nel 1968 ai tempi supplementari contro la Jugoslavia.