Categoria: Sport

  • Sinner come Panatta? Beh, per adesso manca Loredana Bertè. E poi.. di Teo Parini

    Sinner come Panatta? Beh, per adesso manca Loredana Bertè. E poi.. di Teo Parini

    Jannik Sinner è il nuovo numero quattro del tennis mondiale. Quarantasette anni dopo quel diavolo di Panatta, un azzurro torna ad occupare la posizione che sta ai piedi del podio. Chi vuole lasciarsi andare in titoli reboanti, ora sì, ha l’occasione ghiotta per farlo. È più giustificato adesso di quando, cavalcando una fortuna sfacciata, lo stesso Sinner ha tagliato il traguardo della semifinale a Wimbledon, sconfiggendo avversari da torneo di terza fascia, i casi della vita, prima di essere regolato senza appello da Djokovic. Perché il traguardo della finale di Pechino appena agguantato con lo scalpo dell’epocale Alcaraz – torneo che se non è prestigioso per etichetta lo è, quest’anno, per un lotto di partecipanti da urlo – abbinato al best ranking di cui sopra, è incontrovertibilmente il punto più alto, alla peggio uno dei primi due o tre, raggiunto nel gioco del tennis da un atleta di casa nostra da quando a fare di conto c’è il computer. Morale, se non è l’acme poco ci manca.

    In queste ore è un continuo lanciarsi in paragoni con il nazionalpopolare Adriano, la rockstar del tennis, ma, classifica a parte, è difficile mettere a confronto personaggi così differenti di due epoche che l’evoluzione della tecnologia rende peraltro lontanissime. Nessuno, tuttavia, storcerà il naso se ricordiamo che Panatta, vincitore di uno Slam e attualmente fa tutta la differenza del caso, ha condiviso il palcoscenico con tipi assai poco raccomandabili come Borg, Connors e Gerulaitis – i tre che lo precedevano in classifica nel magico 1976 – e, in generale, con avversari mediamente di qualità superiore rispetto a quelli che oggi insidiano Sinner nella corsa al vertice. Alcaraz escluso, con Djokovic lontano dalla sua versione migliore per ovvi motivi anagrafici, Medvedev che fuori dal cemento vale almeno cinquanta posizioni in meno e Zverev appiedato dalla sorte nel suo momento di maggior splendore e non ancora tornato a quel livello, Jannik può dormire sonni piuttosto tranquilli, perché ad inseguirlo non è che si intraveda all’orizzonte un McEnroe o un Lendl come invece successe a Panatta. Rune e Ruud, per citarne un paio, ma anche Tsitsipas e Rublev, sono decisamente poca roba al confronto. Che significa la possibilità concreta per l’italiano di arrivare in fondo con continuità ai tornei e, di riflesso, consolidare il ranking. Anche se, per la verità, ad oggi, escluso Alcaraz per i motivi che vedremo, non è che il bilancio nei confronti diretti con i migliori (si fa per dire) giocatori secondo la classifica sia ancora brillantissimo. Mai una vittoria con Djokovic, mai una vittoria con Medvedev, tanta fatica, dunque più sconfitte che vittorie, con Zverev e pure con Tsitsipas. Migliorerà e, inoltre, è difficile che perda gli incontri che deve tassativamente vincere per lignaggio tennistico e non è un aspetto banale.

    Alcaraz, comunque, continua ad essere un’altra cosa anche se Sinner lo ha battuto in quattro occasioni su sette e in una quinta, forse la più importante, ha perso solo di un soffio sciupando un match point a New York nel 2022. A chi sembra una contraddizione in termini è perché mastica poco di dinamiche tennistiche, giacché la storia della disciplina che fu pallacorda è piena di esempi simili, con il giocatore più dotato e anche più vincente che si trova a soffrire un avversario in particolare, per quelli che sono i mutui incastri tecnico-tattici che si instaurano in un match e che possono tranquillamente risultare sfavorevoli al più blasonato dei due. Per chi se lo ricorda, Wayne Ferreira fu certamente un buon giocatore ma in senso assoluto non così tanto virtuoso da giustificare una certa predilezione nel battere Pete Sampras, un califfo. Eppure successe spesso, con il sudafricano capace di imporsi in quasi il cinquanta per cento delle occasioni (sei su tredici, per gli amanti dei numeri). Alcaraz, nell’affrontare l’italiano, incappa in due problemi riconoscibili. Jannik è l’unico giocatore in attività in grado di sostenere il ritmo indiavolato dello spagnolo nello scambio. La velocità di crociera di Sinner tende asintoticamente a quella di Alcaraz che è marziana, e non è una blasfemia, con quest’ultimo che non è poi così tanto abituato a gestire un avversario che, in quanto a presa del tempo, sia in grado di rendergli quel tipo di pariglia. Sinner non ha mano educata ma in compenso di pietra lo è di sicuro e sul bombardamento è docente universitario.

    Il secondo motivo, invece, è più di natura caratteriale, oltre che una diretta conseguenza del primo. Carlitos, va ricordato, ha due anni di meno e non sono pochi a quell’età e pecca ancora un po’ di superbia come solo i più grandi interpreti, conscio di possedere un tennis con cui osservare tutti dall’alto. Quando Sinner gli resta in scia, infatti, perde un po’ la trebisonda come se ancora non accettasse l’idea di non riuscire a scrollarsi tutti da ruota – per usare una metafora ciclistica – già al primo scatto. Ma anche il connazionale Alberto Contador, il principe dello scatto in salita, aveva ben chiaro in testa che ci sono giornate non proprio favorevoli nelle quali è necessario armarsi di pazienza e sporcarsi le mani nel fango. Winning ugly – vincere sporco – come teorizzato da uno stratega vivente come Brad Gilbert. Jannik, in questa prima parte di carriera, tende a destabilizzarlo e, superfluo dirlo, è un grandissimo merito. Che riesca sempre a fare partita pari, quindi, non è affatto una sorpresa. Lo sarebbe e pure grossa, invece, se già da oggi pomeriggio riuscisse a essere competitivo anche contro il russo Medvedev, uno sgraziato almeno quanto efficace, che gli ha proposto grattacapi fino ad ora irrisolvibili. La solita questione degli incastri summenzionati, Daniil difende come solo Gentile su Maradona seppe fare, che giustificano lo zero a sei nei primi sei confronti diretti e una pessima sensazione di impotenza appiccicata sulla pelle.

    Tra poche ore (finale contro Medvedv in programma alle 13.30 di oggi, diretta su Supertennis, canale 212 di Sky e 64 del digitale terrestre), in ogni caso, avremo la possibilità di valutare l’eventuale cambio di tendenza e se Sinner, con il suo staff, hanno trovato le contromisure.
    Tornando al traguardo raggiunto, non è davvero il caso di fare gli schizzinosi: Sinner mai sarà, per genetica e per (minor) talento, l’entusiasmo travolgente di Panatta e del suo tennis dalla bellezza abbacinante, ma è lo stesso una benedizione per il nostro movimento che ha bisogno come l’aria di vantare una frequentazione continuativa ai piani alti. Due le certezze. La prima è che difficilmente lo si vedrà tirare tardi in qualche esclusivo club della capitale a una manciata di ore da una partita importante. La seconda è che, se la priorità di Adriano fu quella di scongiurare il rimpianto di aver sacrificato troppo dei suoi anni migliori per la causa del tennis, quella di Sinner è di guardarsi indietro senza poter dire di non aver fatto il possibile per diventare il più forte di tutti. Da appassionati della vita e delle sue innumerevoli sfaccettature non ci sentiamo di condividere, e di auspicare per un ventenne, questa sua linea integerrima ma da uomini di tennis non possiamo che essergli riconoscenti.

    Con l’allineamento contemporaneo di alcune situazioni favorevoli, evenienza niente affatto remota, Sinner ha la possibilità di eguagliare Panatta in un aspetto ancora più importante del numero quattro messo a fianco del nome. Evitiamo di verbalizzarlo ma solo per una mera questione di scaramanzia. Perché non succede, ma se succede…

    di Teo Parini

  • Parabiago: in Piazza Maggiolini installato il DAE donato dal Rugby Parabiago

    Parabiago: in Piazza Maggiolini installato il DAE donato dal Rugby Parabiago

    PARABIAGO – Domenica 1 ottobre il Rugby Parabiago e tutti gli amici di Valerio Antonioni hanno vissuto un momento speciale.
    È stato infatti installato in Piazza Maggiolini, all’angolo dove è situata la Farmacia Muzio, un DAE in ricordo di Valerio Antonioni, scomparso un mese fa, donato da Rugby Parabiago Cares alla città.

    Questa grande emozione è stata condivisa con la moglie Cecilia, con l’Associazione “60mila vite da salvare”, gli amici Harleysti di Valerio e Cecilia e con i tantissimi sostenitori della campagna #cuorerossoblù che hanno permesso di raccogliere i fondi necessari per l’acquisto di questo prezioso dispositivo salvavita.
    Sulla teca protettiva del DAE si legge: “In memoria di Valerio Antonioni – Giocatore, Allenatore, Dirigente, Educatore, Volontario di Rugby Parabiago a cui il Club, vuole esprimere ora e per sempre, il proprio grazie”. Emozione nelle parole di Marco Marazzini, Presidente di Rugby Parabiago e della moglie Cecilia, che hanno ringraziato tutti coloro che hanno permesso con questo gesto di mantenere vivo il ricordo di Valerio.

    Il DAE è già operativo e a disposizione di tutti. La postazione è una tra le prime in Lombardia ad essere dotata di modello DAE completamente automatico come consentito dalla legge 116/2021.

    Durante l’utilizzo di questo apparecchio sarà quindi sufficiente accenderlo e collegare i due elettrodi al torace: sarà poi il software ad eseguire l’analisi del ritmo cardiaco e ad erogare l’eventuale scarica in completa autonomia e sicurezza grazie a un sensore di movimento che interromperà l’operazione in caso di contatto accidentale con il paziente.

  • Virtus Mulino Cerano: la bellezza del calcio di Terza Categoria. Il Duca torna a fare lo speaker e porta bene

    Virtus Mulino Cerano: la bellezza del calcio di Terza Categoria. Il Duca torna a fare lo speaker e porta bene

    CERANO NO – Domenica il Sindaco di Cerano Andrea Volpi mi ha invitato a fare lo speaker alla prima partita interna della Virtus Mulino Cerano terza categoria novarese.. Anche il dirigente Ferrari me l’ha chiesto.
    Un ritorno alle origini e non voglio dire la classica frase: dove eravamo rimasti ?! Non sono così importante e bravo ma la chiamata o ri-chiamata mi ha fatto grande piacere. Sono 40 anni e più che vado allo stadio comunale del paese del Beato Pacifico, sarà la vicinanza con casa mia o per l’interagire di persone e movimenti ho sempre apprezzato questa struttura.

    Un impianto che ha visto momenti importanti e gloriosi e più di 800 persone al proprio interno. Certo l’atmosfera ceranese dialettale non è quasi più presente ma la sostanza è positiva. I colori sono nero – gialli e non più granata ma la foga e l’entusiasmo sempre in aumento.
    Io come sempre devo risvegliarmi dal luculliano pasto domenicale e correre allo stadio. Fortunatamente il dirigente Antonini ha già tutto pronto con cabina aperta.
    Rivedo lo storico presidente Farinelli e ricordo la prima volta che ho fatto una telecronaca: un disastro …
    La mia prima lettura delle formazioni risale al periodo della lira e con un’Italia con al governo il Cavalier Berlusconi…
    Tv – calcio e politica volevo fare …mi è rimasto solo lo spettacolo…

    Quanti momenti di condivisione e anche tristezza; vittorie, pareggi e sconfitte. Ieri i ragazzi hanno vinto 3 a zero un buon punto di partenza per una stagione partita con un caldo agostano e sani festeggiamenti…
    Ricordo ancora il profumo di patatine e salamelle; ho fatto di tutto in questo stadio ma alla cottura della pietanza solo una volta perché con la scusa di assaggiare finivano tutte in pancia mia.
    Il mister Rimola prosegue la tradizione di questa famiglia ceranese dedicata al pallone ..
    Avevo giocato con lui nel campetto adiacente a quello ufficiale. Erano gli anni dove il pallone era giocato all’oratorio e ovunque ci fosse la possibilità di vedere una porta.
    Alla fine una bella birra in compagnia e un buffet con patate arrosto e coscette di pollo e io rivedo in me: Boss Hogg.

    Ci sono due calciatori che assomigliano ai cugini Duke e pure una folta presenza di cugine Daisy… di ogni età !!!
    Ritorna tutto al ’90 e ’80 pure un Jesse zio si aggira nel dopo gara …

    Il ritorno a casa è pieno di ricordi ma anche di certezze….il tempo sarà ancora clemente e lo stadio è come il treno ….è sempre pieno ma di cose belle: passato, presente e futuro…..

    A pure il microfono e sempre quello degli anni ’80 ma la gioia è sempre tanta!!!

  • Basket, serie A2: che cuore l’Elachem Vigevano, ma alla fine vince Trapani

    Basket, serie A2: che cuore l’Elachem Vigevano, ma alla fine vince Trapani

    VIGEVANO Che cuore la Elachem, tornata sul palconoscenico dell’A2 di pallacanestro dopo 13 anni. Il cuore della squadra e dei 2mila tifosi che ieri al Palazzetto di via Cappuccini hanno assistito ad un match di alta tensione emotiva (e tratti di godibilissima pallacanestro) contro la Trapani che assomiglia già a una corazzata. Uno spettacolo JD Notae, potenzialmente futura guardia da Eurolwega,

    I siciliani si impongono 82-90 ma la ELAchem (senza D’Alessandro e con Leardini messo ko da una ginocchiata alla gamba dopo pochi minuti) non sfigura affatto davanti ai vincitori sette giorni fa della Supercoppa di categoria, cedendo alla forza degli avversari solamente negli ultimi 3′, quando il quintetto di coach Parente mette le marce alte per mettere al sicuro il successo.

    Trascinata nel primo tempo da un sontuoso Battistini (17 punti totali ma ben 15 nei 20′ iniziali, ELAchem ha tenuto testa nel punteggio, andando al riposo lungo avanti di due lunghezze. Sono state le penetrazioni di Notae e i tiri dalla ounga distanza di Imbrò a fare la differenza nella ripresa, con i Pullazi a chiudere i conti quando Vigevano, strenuamente, ha cercato di rimanere a contatto con Bertetti e Wideman. Il prossimo turno di campionato è previsto a Rieti, contro Luiss Roma, sabato 7 ottobre.

    Vigevano-Trapani 82-90 (24-22, 46-44, 68-70)

    Vigevano: Leardini, Bettanti, Smith 11, Wideman 19, Bertoni NE, Pisati NE, D’Alessandro NE, Strautmanis, Bertetti 19, Battistini 17, Rossi NE, Peroni 12. All.: Pansa Tiri da due: 15/35, tiri da tre: 13/35, tiri liberi: 13/19, rimbalzi: 29 (29+10)

    Trapani: Notae 26, Renzi 3, Imbrò 19, Mian 11, Pugliatti NE, Mollura, Mobio 5, Marini 11, Rodriguez 4, Pullazi 11. Tiri da due: 18/32/, tiri da tre: 11/30, tiri liberi: 21/28, rimbalzi: 41 (34+7)
    All.: Parente

    Pansa: “Impegno straordinario dei ragazzi, cresce l’attitudine del gruppo”

    Lorenzo Pansa analizza la sconfitta all’esordio contro Trapani. “I ragazzi hanno messo in campo una grande intesità e non dobbiamo assolutamente rimproverarci nulla, siamo cresciuti di volume di partita in partita, anche dal punto di vista dell’attitudine, costringendo Trapani a sudare otto camicie per lasciare Vigevano con i due punti. La strada è quella giusta, poi dobbiamo anche guardare le cose negative. E’ evidente che avevamo di fronte un avversario nettamente più forte di noi, credo che nel momento chiave della partita sia venuta fuori la differenza. Dal punto di vista della pallacanestro espressa, siamo in grado di fare meglio sia offensivamente che difensivamente non dal punto di vista dell’impegno ma dal punto di vista tecnico. Un pizzico di attenzione maggiore in certe giocate magari non ci avrebbe dato la vittoria, ma ci avrebbe consentito di rimanere nel match fino al 40′. E’ l’unico appunto che mi sento di fare ai ragazzi”.

    Battistini: ” Dopo questa partita guardiamo avanti con fiducia”

    Le parole di Leonardo Battistini al termine della sfida giocata contro Trapani. L’ala ha realizzato 17 punti, di cui ben 15 nel primo tempo. “Abbiamo provato subito a mettere in campo ciò che abbiamo imparato in questo mese e mezzo. Ci sono state cose molto buone e altre da correggere, come giusto che sia in questa fase della stagione. l’importante è che ognuno di noi ha messo in campo qualcosa per provare a vincere questa partita. I nostri avversari hanno giocato sempre in modo solido, anche quando noi abbiamo avuto delle fiammate. Guardiamo avanti, stiamo lavorando bene, mettiamo in campo l’atteggiamento giusto e ci toglieremo delle soddisfazioni”.

    (Foto tratte da pagina Facebook Vigevano 1955)

  • Niente sconti: la marea nera degli All Blacks travolge l’Italrugby- di Teo Parini

    Niente sconti: la marea nera degli All Blacks travolge l’Italrugby- di Teo Parini

    A scanso di equivoci, è stata una carneficina, sangue sparso ovunque. l’Italia del rugby rimedia al cospetto degli All Blacks un’umiliazione che sarà difficile mettersi alle spalle, figlia di un risultato che a definire severo si pecca di ottimismo e che, per ironia della sorte, non è nemmeno la cosa più brutta che si sia vista ieri sera a Lione; nonostante l’imbarazzante quota cento sfiorata dai Tutti Neri capaci di punirci sotto una grandinata di quattordici mete a due.

    Partiamo dal salvabile, ammesso si riesca a trovarlo. Per i nostri, vanno a segno a match ormai in ghiaccio Capuozzo e Ioane, le ali dello schieramento iniziale, due diamanti che farebbero le fortune di quasi ogni compagine. Se abbiamo le ossa rotte non è certo colpa loro, benché di palle in mano per fare valere una corsa da centometristi ne abbiano ricevute col contagocce. Giù il cappello anche per Negri, ariete commovente e testardo, che per ottanta minuti non ha mai smesso di cercare di andare oltre la linea del placcaggio, tutto cuore e quadricipiti spingenti, talvolta riuscendoci. Di tutto il resto, francamente, avremmo il piacere di non parlare, troppo brutto per corrispondere a realtà, ma ci tocca.
    Perché, se è vero che nei rapporti di forza di questo rugby l’Italia è ancora lontana dalla Nuova Zelanda anche dalla sua versione meno luminescente dell’ultimo mezzo secolo, è altrettanto vero che, nello sport, perdere contro un avversario più forte non è mai un dramma in sé ma come decidi di farlo può benissimo diventarlo. L’Italia ha scelto il modo peggiore, quello di smettere di giocare alla prima difficoltà. Che, al cospetto di avversari messi all’angolo dall’opinione pubblica che non gli perdona la scoppola rimediata contro la Francia e in una disciplina che non prevede per desossiribonucleico la pietà per il nemico perché contraria all’idea rugbistica di rispetto, significa, appunto, un massacro. Nello sci alpino, sarebbe come affrontare le lastre di ghiaccio della Streif a Kitzbuhel senza uno sci e sperare di non finire al pronto soccorso. Impossibile.

    Non essendo qui a vendere tappeti, il punto focale è che questa Italia avrebbe rimediato la stessa avvilente imbarcata da almeno un’altra decina di squadre, perché sarebbe bastata una competenza assai minore di quella neozelandese per disporre del quindici azzurro in questa sua impalpabile e tremebonda versione. Brutta bestia la psiche umana in quanto, se l’Italia non era certo una squadra di fenomeni quando batteva Namibia e Uruguay, è altrettanto pacifico che non è diventata una squadra di brocchi alla quale si potrebbe perdonare e la scoppola. Insomma, qualcosa del nostro pacchetto fatto di testa, cuore e muscoli, è andato storto oltre ogni pessimistica previsione.

    Il problema contingente che un esterrefatto Crowley dovrà affrontare è che tra una settimana ci aspetta il probabile remake, perché i formidabili cugini d’oltralpe, allo stato attuale, sono financo un gradino sopra agli All Blacks e, come non bastasse, giocano in casa sospinti da un pubblico che chiede di centrare il bersaglio grosso. Tanti auguri. Fa rabbia, perché il roster azzurro, in quanto a qualità individuale e di amalgama, aveva la possibilità di regalarsi una partita vera e non da comparsa e, sebbene nessuno sano di mente avrebbe mai preteso la vittoria, la speranza di veder compiere un piccolo ma significativo passo in avanti nel nostro percorso di crescita era abbondantemente legittima. Invece, questa mattina ci siamo risvegliati inchiodati al punto di partenza dopo aver vanificato il lavoro di un allenatore a cui si deve comunque molto, se non altro per aver portato alle nostre latitudini uno spettacolare gioco alla mano come forse non si era mai visto prima.
    Qualche minuto incoraggiante caratterizzato da body language propositivo e una sbavatura, di quelle che fanno tanto imbufalire gli allenatori, che giustamente pretendono disciplina a certi livelli, dà il via alla prima metà degli All Blacks. Assist al bacio con un calcetto morbido per l’accorrente Jordan lungo il lato destro del campo, controllo in volo dell’ovale e palla schiacciata in meta. Meraviglia di fantasia e tecnica individuale che ha l’effetto sull’Italia che una caduta dal tavolo ha sul suppellettile di cristallo. Non sono passati che pochi giri di lancetta e il nostro morale è già in frantumi. Mille microscopici pezzettini. Tanto che gli azzurri risultano incapaci di ancorarsi anche a un solo frangente di gioco per provare ad arginare la marea nera libera di imperversare.
    La mischia non tiene l’urto di quella rivale, anzi, viene ripetutamente spazzata via. Dalla touche portiamo a casa uno scempio dietro l’altro, tra incomprensioni e lanci storti al limite dell’imbarazzo. Commettiamo falli senza soluzione di continuità, la solita cronica indisciplina, restituendo la palla agli avversari senza mai contenderla. Lapalissiano, ma è difficile fare gioco se la palla non ce l’hai. Ai punti di incontro ci arriviamo molli e in ritardo, come se volessimo concedere la precedenza ad un incrocio stradale. Soprattutto, non placchiamo praticamente mai, e se in un quarto d’ora i placcaggi sbagliati sono già una quindicina – per i meno avvezzi alla materia, un’enormità – ecco che non deve stupire se all’intervallo i punti sul groppone sono già cinquanta. Siamo onesti, in quelle condizioni deficitarie sarebbe potuto andare anche peggio.

    Senza concretezza nelle fasi statiche quando il possesso dell’ovale è a disposizione, mischia con introduzione e rimessa laterale, è come giocare a biliardo senza sponde, un follia. È la devastante sensazione che devono aver provato gli italiani quando l’assioma per il quale a un’azione di attacco corrispondesse sempre una meta (subita) ha cominciato a caratterizzare l’incontro. Un invito a nozze per una Nuova Zelanda che, come si diceva a valle del match, ci ha riservato l’onore di mettere in campo la migliore formazione possibile ma che, con il senno del poi, avrebbe potuto schierare un magazziniere all’ala e l’addetto stampa a tallonare senza risentirne nemmeno un po’. Con rispetto parlando, non abbiamo saputo fare meglio, perché peggio era francamente difficile, di una Namibia qualunque e, senza dimenticare che c’è sempre un avversario forte dall’altra parte del campo, è qualcosa che può essere attribuito solo da un fragoroso cedimento mentale che ha anticipato il calcio d’inizio. In altre parole, siamo scesi in trincea senza l’elmetto. Agli All Blacks vanno tutti i meriti del caso, e non sono pochi, tuttavia siamo riusciti nell’impresa di fare tutto ciò che potesse essere funzionale alla nostra disfatta. Un peccato mortale.

    Con la qualificazione per la prossima edizione dei Mondiali già in tasca, almeno l’obiettivo minimo ma non scontato lo abbiamo raggiunto, c’è ancora un’ultima occasione per esibire un volto più veritiero e rappresentativo del nostro status. Con Irlanda e Sudafrica, la Francia rappresenta l’odierno vertice della piramide del rugby e avremo l’onore e l’onere di affrontarla nella partita conclusiva della nostra permanenza in questo mondiale. Avremo tempo e modo di analizzare la partita e capire se sussiste il modo per limitare gli inevitabili danni, ma una cosa deve essere chiara fin da subito. Servirà un’Italia diversa, più umile negli intenti, più formichina che cicala, più coraggiosa senza risultare spavalda. Poche cose, semplici ma fatte bene che, nel rugby, significa conquistarsi la pagnotta.
    È stata una brutta serata, per tutti. Rialzarsi immediatamente, animati da una voglia feroce di mostrare di noi la migliore versione possibile, è un obbligo. L’unico che noi aficionados ci sentiamo di pretendere. Forza.

    Teo Parini

  • Magenta, festa per la chiusura di Sport Match. Del Gobbo fa i complimenti a Ispano per Anci

    Magenta, festa per la chiusura di Sport Match. Del Gobbo fa i complimenti a Ispano per Anci

    MAGENTA Si è concluso ieri Sport Match, torneo di calcio a 5 tra studenti delle scuole superiori cittadine.
    In campo 11 squadre di cui 3 femminili del triennio. Il torneo femminile è stato vinto dalla squadra del Liceo Quasimodo.

    In quello maschile vincitrice la squadra dell’Istituto Einaudi, seguita dal Liceo Bramante prima squadra e da ASLAM.

    ‘’Con Sport Match-Studenti in campo abbiamo vinto una sfida: fare un evento sportivo per i ragazzi degli istituti superiori di Magenta. Sono state due giornate coinvolgenti per tutte le scuole partecipanti.
    Ringraziamo l’AC Magenta per aver messo a disposizione il campo, gli insegnanti che hanno creduto nella nostra iniziativa e ai nostri uffici per aver curato l’organizzazione’’, è il commento dell’Assessore allo Sport Mariarosa Cuciniello.

    DEL GOBBO SU ISPANO
    ‘A nome mio personale e di tutta l’Amministrazione comunale mi congratulo con il nostro consigliere comunale Fabrizio Ispano per la recente nomina a Presidente del Dipartimento Cultura, Turismo, Sport, Politiche Giovanili, Olimpiadi Milano/Cortina 2026 in Anci Lombardia.  Una carica di prestigio. All’amico e consigliere Ispano i migliori auguri di buon lavoro, certo che saprà dare un apporto valido alle importanti sfide future negli ambiti operativi del Dipartimento che guiderà, con ricadute significative anche a livello locale’.

    Lo afferma il Sindaco Luca Del Gobbo.

  • Basket: via alla partneship tra Milano Pavia TV ed Elachem Vigevano

    Basket: via alla partneship tra Milano Pavia TV ed Elachem Vigevano

    VIGEVANO Con l’inizio del campionato di serie A2 che vedrà Trapani fare visita alla ELachem Vigevano domenica 1 ottobre al PalaELAchem alle ore 18.00, prende il via la partnership con Milano Pavia TV (visibile sul canale 78 del digitale terrestre e sulla piattaforma www.milanopavia.tv) che trasmette in tutta la Lombardia, nel Piemonte orientale (province di Novara, Verbania Cusio Ossola, Vercelli, Alessandria e Biella) e in parte dell’Emilia Romagna (provincia di Piacenza).

    Milano Pavia TV, diventata nel corso degli ultimi anni un punto di riferimento per il territorio non solo pavese, ma anche milanese, seguirà per tutta la stagione le imprese della squadra lomellina. Inoltre trasmetterà in diretta ogni lunedì sera, alle ore 21.10, una trasmissione dedicata esclusivamente alla Nuova Pallacanestro Vigevano 1955 dal titolo “Terzo Tempo”, che vedrà ruotare nel corso della stagione tutti i protagonisti della stagione, cui seguirà la replica del match di campionato giocato il giorno precedente. Ospiti della prima puntata di lunedì 2 ottobre, condotta da Paolo Barni, saranno il general manager Marino Spaccasassi e Lorenzo D’Alessandro. Milano Pavia TV trasmetterà anche gli incontri infrasettimanali della Nuova Pallacanestro Vigevano 1955, sempre nella serata seguente alla partita.

  • Stasera Italrugby versus Nuova Zelanda: sursum corda, in alto i cuori ragazzi! Di Teo Parini

    Stasera Italrugby versus Nuova Zelanda: sursum corda, in alto i cuori ragazzi! Di Teo Parini

    Stretti a coorte, siam pronti alla morte

    Una vittoria, l’Italia l’ha già ottenuta. È quella del rispetto che, nel gioco del rugby, se non vale quanto quella del campo poco ci manca. Perché? Semplice, i nostri avversari schiereranno contro gli azzurri la loro miglior formazione possibile, dentro tutti. Non ci temono ma, appunto, ci rispettano.
    L’Everest del rugby ha un colore, il nero. Gli All Blacks neozelandesi incarnano nell’immaginario rugbistico la vetta della montagna, la tesi di laurea, l’unità di misura della competenza, lo spauracchio. Anche quando non sono i più forti di tutti – non succede spesso ma oggi è così – l’aura di maestosità che emanano dalla pelle è qualcosa di tangibile; quindici uomini stretti al centro del campo a fare la danza dei loro antenati maori, quella chiamata Haka che letteralmente significa accendere il respiro, sono il cromosomico manifesto di uno sport, parafrasando Woody Allen, da bestie praticato da uomini veri. Insomma, incutono un timore reverenziale che taglia le gambe.

    Se, appunto, la danza che gli All Blacks inscenano nello spazio temporale che va dall’esecuzione degli inni nazionali al calcio di inizio gode di una fama ormai planetaria che si estende ben oltre i confini del rugby, in pochi conoscono la genesi di quella che, intanto, non è un inno alla guerra come spesso la di considera. “Ka mate Ka mate” fu, secondo leggenda, il pensiero che rimbalzò nella mente di Te Rauparaha, un famoso capo maori, quando per sfuggire alla ferocia del nemico ormai alle costole si nascose in fondo al pozzo del villaggio: io muoio, io muoio. Sostituito, una volta scampato il pericolo, da “Ka ora ka ora” urlato dalla felicità: io vivo, io vivo. “Ka mate” e ‘Ka ora” sono le principali parole che, occhi spiritati, denti serrati alternati alla lingua di fuori, il componente più anziano della squadra intona tirandosi dietro il sostegno non solo verbale dei compagni. Chi, in tutto ciò, intravede della sbruffoneria spicciola non ha capito nulla dello spirito maori perché eseguire l’Haka non è che il modo dei tutti neri di onorare l’avversario prima della battaglia. “Ka mate” che, nelle occasioni speciali, può diventare “Kapa”, la versione più aggressiva della danza, specificatamente ideata per essere dedicata alle gesta sportive quale identitario collante di un intero popolo che si nutre di maul e di touche. Rispetto dell’avversario e desiderio di annientarlo.
    Questa sera, a distanza di una manciata di metri dagli All Blacks posizionati nell’epicentro del pianeta rugby, ci saranno gli azzurri e, indipendente da tutto, sarà un privilegio per la compagine italiana confrontarsi con il gotha della disciplina. Anche se potrebbe finire male tra valanghe di mete incassate, la classica imbarcata, e ossa più o meno metaforicamente rotte. Ma non è detto. Il contesto è ovviamente quello dei Mondiali in corso di svolgimento in Francia e allo scontro titanico ci arriviamo da primi in classifica di un girone, che a definire infernale gli si manca di rispetto, composto anche dai padroni di casa e da Uruguay e Namibia che abbiamo già avuto modo di sconfiggere. Siamo primi, affrontiamo gli All Blacks per rispedirli a casa e per scrivere una pagina di storia epocale. Euforia allo stato brado.

    Realismo, anche. Se il tifoso in piena trance agonistica vede in Lamaro e compagni il grimaldello pronto a scassinare il sistema precostituito, quelli più bravi di noi nel leggere tra le pieghe degli eventi ci spiegano almeno un paio di concetti. Intanto, come si diceva poc’anzi, i neozelandesi, e non sempre in passato lo hanno fatto anche nelle occasioni nelle quali hanno poi asfaltato l’Italia, si presentano all’appuntamento con il piglio di una finale, bava alla bocca e sguardo iniettato di sangue. Hanno perso all’esordio con la Francia e vivacchiato con la Namibia e, pertanto, in patria hanno già digerito troppo per tollerare un’altra serata non altezza del simbolo d’argento che portano sul petto. In secondo luogo, c’è una questione di peculiarità reciproche. Il gioco arioso che sta dando più di qualche soddisfazione all’Italia, sulla carta mal si sposa con l’arrembaggio asfissiante dei tutti neri che potrebbero punire severamente lo spettacolare proposito azzurro di usare tutta la larghezza del campo. Un massacro? Da vedere. Perché, sempre gli esperti ci fanno notare lo scricchiolio strutturale esibito dai nostri avversari nei primi due match, i loro meccanismi di trasmissione dell’ovale non particolarmente oliati e che lo stato di gigantesca pressione alla quale saranno soggetti non è mai un buon compagno di viaggio anche per dei fenomeni come loro. In altre parole, l’Italia ha la possibilità concreta di restare aggrappata alla partita con le unghie, di non farsi travolgere già dalla prima ondata di marea e, con il trascorrere del tempo, di instillare qualche piccolo dubbio nella mente di avversari che, seppur forti, sono pur sempre uomini.

    Kieran Crowley, di fatto, ripropone la formazione che ha sconfitto la Namibia. Rispetto alla vittoria contro l’Uruguay, invece, le principali novità sono costituite dallo spostamento di Capuozzo all’ala e di Allan all’estremo. Fuori i fratelli minori di casa Garbisi e Cannone, dentro Lumb a dare sostanza e Varney in mediana. Zuliani, il Lupin del rugby, ancora in panchina ma pronto a subentrare un corso d’opera per far valere una furbizia senza eguali nel momento topico dell’incontro. Senza volerci sostituire al nostro allenatore, un gigante, scelte comprensibili considerate le specificità dei neozelandesi. Più che di uomini, tutto il roster azzurro è ormai una garanzia di competenza, sarà questione di mentalità e predisposizione al sacrificio estremo. Servirà, innanzitutto, placcare anche l’aria, contendere alla morte ogni maledetto punto di incontro e avere una disciplina militare per limitare gli errori e cercare di costruire qualcosa di infinitamente grande. Non siamo qui a vedere tappeti: la migliore Italia da una decade a questa parte contro la (forse) peggior Nuova Zelanda degli ultimi cinquant’anni. Possibilità? Una su mille. Ma c’è.

    Giusto per caricare ancor di più il nostro spirito, che già ribolle, ancoriamo la speranza al ricordo dei dieci minuti che ci garantirono la considerazione di un mondo, quello del rugby, che storicamente mal sopporta le intrusioni dall’esterno. 14 novembre, anno 2009, un gelido sabato pomeriggio. A San Siro, stipato come nelle migliori occasioni calcistiche, è, appunto, Italia contro Nuova Zelanda. Al minuto numero settanta il tabellone recita uno striminzito 20 a 6 per gli All Blacks con solo una meta a referto e il linguaggio del corpo dei nostri ragazzi che rivela un contagioso entusiasmo. l’Italia con caparbietà si guadagna una mischia all’interno dei ventidue metri avversari, il lato è quello destro per chi attacca. Tra il prato e il cielo, una bolgia infernale. La prima linea azzurra ingaggia e riserva ai pari ruolo una spazzolata che fa male, malissimo, frantumandone le certezze. Siamo dominanti nel fondamentale del gioco che è l’emblema della disciplina, tanto che per ben undici volte, un record, i nostri avversari inducono e non sempre in maniera corretta l’arbitro a far ripetere la mischia. Ci starebbe una meta tecnica grossa come l’orgoglio azzurro – per i meno avvezzi, uno smacco enorme per chi la subisce – che un direttore di gara accecato dal blasone dei nostri avversari non ci concederà. Ma il rugby, si sa, non risponde alle logiche di altri sport più egemonizzati dall’ossessione per il risultato e l’impotenza dei maestri neozelandesi nel contrastare la furia italiana ripaga con gli interessi anni di sacrifici e pane duro.

    È l’Italia che spezza le catene.
    29 settembre 2023. Alle ore 21, dalla stazione di Lione passa un treno con destinazione paradiso, una chance di gloria che ci siamo guadagnati. Provare a salirci sopra è un dovere, la nostra missione impossibile. Tuttavia, per dirla come il compianto Jonah Lomu – neozelandese non a caso il cui mito sta al rugby come quello di Maradona sta al soccer – “nothin’ is impossible”. Perché, nella vita, c’è sempre un Buster Douglas che può atterrare Mike Tyson. Incassato il rispetto dei più bravi è giunto il momento di far sentire la nostra abrasiva presenza. Testa alta, cuore in trincea, bicipiti d’acciaio e nessuna paura. Forza, ragazzi.

    di Teo Parini

  • Nuovi stadi: anche la Roggiani (Pd) dice ‘niet’, il sindaco di Rozzano invece ‘apre le porte’

    Nuovi stadi: anche la Roggiani (Pd) dice ‘niet’, il sindaco di Rozzano invece ‘apre le porte’

    SAN DONATO- ROZZANO “Sulle intenzioni di costruire un’impianto sportivo nella zona Parco Sud di San Donato non posso che schierarmi al fianco dei cittadini di quel territorio e delle associazioni che hanno espresso con un atto ufficiale il loro forte dissenso.

    Ascoltare la voce della popolazione locale prima di compiere scelte così impattanti è un dovere. Per questo come Partito democratico chiediamo di considerare attentamente gli impatti di questa opera sul territorio e di cercare alternative che non causino la perdita di ulteriori risorse ambientali o naturali. Siamo ferramente contrari ad ulteriore consumo di suolo”. Così Silvia Roggiani, segretaria metropolitana Pd Milano e candidata alla segreteria regionale della Lombardia.

    “L’opportunità dello stadio a Rozzano è ancora una idea, noi siamo per un impianto che avrebbe un impatto migliore sulla città e l’area in questione. Il primo tema da affrontare, semmai il progetto dovesse decollare, è quello della viabilità e dei trasporti che verranno sicuramente adeguati ad una struttura così importante”. Così Gianni Ferretti, sindaco di Rozzano, prova a fare chiarezza sulla possibilità di vedere sorgere nella cittadina a sud di Milano il nuovo stadio dell’Inter. “Per la nostra città si tratterebbe di una grande opportunità. E magari, insieme allo stadio, potrebbe arrivare anche la metropolitana”, aggiunge il primo cittadino rozzanese in un videomessaggio sulla pagina Facebook del Comune.

  • Giuanin, Basleta, Ceramica: le mille vite di Giovanni Lodetti, ‘resistente’ al calcio moderno e apolide- di Teo Parini

    Giuanin, Basleta, Ceramica: le mille vite di Giovanni Lodetti, ‘resistente’ al calcio moderno e apolide- di Teo Parini

    Per quelli con un numero sufficiente di primavere sulle spalle, ad andarsene qualche giorno fa è stato il Basléta – a Milano è, anzi era, il nomignolo tipico di chi ha un mento pronunciato – all’anagrafe Giovanni “Giuanín” Lodetti. Il diminutivo ha ovvie ragioni, Lodetti fu, infatti, giocatore tascabile, forte di una statura ridotta e di un baricentro decisamente basso. Professione mediano, quando ancora il calcio era una cosa semplice e il numero otto sulla maglia stava ad indicare che si era chiamati a fare tanta fatica, di gambe e polmoni.

    Lodetti, classe 1942, ha incarnato nell’immaginario calciofilo la parabola di chi, senza aver incassato una particolare benevolenza da madre natura, è arrivato in alto, forte di passione, sacrificio, intelligenza. Fosse stato il protagonista di un film, Giovanni avrebbe recitato la parte di Ludovico “Lulù” Massa in ‘La classe operaia va in paradiso’, il capolavoro di Elio Petri interpretato magistralmente da Gian Maria Volonté. Lulù era amato dai padroni perché, questi ultimi, confondevano la diligenza operaia con il servilismo. Giovanni, operaio del fòlber, il soccer, era amato proprio perché, al contrario, il suo inesausto lavoro sporco oltre che essere redditizio consentiva a chi gli fosse al fianco di fornire di sé la migliore versione possibile. Rivera, per esempio, del quale, come si disse all’epoca, Lodetti fu il terzo polmone. O forse il secondo, considerate le attitudini non propriamente da maratoneta del Golden Boy. Il fosforo di una compagine, qualità che sta al centrocampista come la scaltrezza sta all’attaccante: indispensabile.

    Per la verità, su questo si è un po’ romanzato negli anni a venire, Lodetti non è che fosse proprio così scarso in quanto a tecnica di base, anzi, fu dotato di una certa educazione che gli consentì, appunto, di essere, insieme, uomo di corsa e di costruzione. Con il Milan di Nereo Rocco ha vinto tutto quel che c’era da vincere ed è a quel periodo storico che si legano le sue migliori fortune calcistiche. Anche se, a nemmeno trent’anni, fu malamente scaricato proprio da quel Rivera, di fatto la società, di cui fu fedele gregario per quasi un decennio e dovette reinventarsi un finale di carriera altrove, diverso da quello che si sarebbe aspettato. Due gol, Lodetti, li mise a referto anche in nazionale dove disputò una ventina scarsa di partite con la gioia dell’Europeo del ’68 vinto tra le mura amiche. Prima del pasticcio in Messico, solo due anni più tardi, quando fu prima convocato per il Mondiale e poi rispedito a casa senza troppi complimenti per fare spazio ad un attaccante in più.
    Basléta non ha mai smesso di sentirsi un calciatore, fino alla fine. Parco Trenno, zona Milano ovest, racconta la storia di un signore non più giovanissimo che al sabato mattina se ne sta lì a bordo campo a guardare inseguire il pallone da ragazzi che per anagrafica potrebbero esserne figli. In silenzio, fino al giorno in cui si accorge che una delle due squadre amatoriali può contare su uomo di meno e, senza pensarci su, chiede di poter entrare. “Sei vecchio”, gli dice uno. “Gioco anche in porta”, gli risponde. “Dai entra”. Lodetti si piazza in mezzo, la sua comfort zone, e comincia a fare quel che gli riesce meglio: mettere ordine. “Sei bravo, vecchio. Qual è il tuo nome?”. Indossa una maglia da lavoro, di quelle con la pubblicità sul petto, con la scritta “Ceramica”. “Mi chiamo Ceramica”, dice, mentre i compagni lo fissano ancora più incuriositi. Saranno un’infinità i sabati che Giovanni trascorrerà al parco, tutti un po’ uguali a quelli che l’hanno preceduto fino a quando un uomo di passaggio riconosce in lui una mimica già vista. “Hey, ragazzi, ma sapete chi è? È Giovanni Lodetti!”. Perché lo sport è un amore che non finisce mai.

    Indispettito dalla brutta piega che il mondo del calcio aveva ormai preso, tra i diktat delle televisioni e l’esibizionismo mediatico dei suoi protagonisti, Lodetti era solito ricordare che, se fosse stato chiamato a far da allenatore, come prima cosa avrebbe portato i suoi giocatori fuori dal cancello di una fabbrica, quando ancora ne esistevano, per sbattere loro in faccia l’entità del privilegio che assicura l’essere bravo con i piedi. Si chiama rispetto per lo sport, che della vita è meraviglioso paradigma. Fai buon viaggio, Basléta. Insegna agli angeli, vestiti griffati e malati di selfie, che ad essere umili non si sbaglia mai.

    di Teo Parini