Categoria: Sport

  • Turbigo, Flavio Rama e la manutenzione della bicicletta

    Turbigo, Flavio Rama e la manutenzione della bicicletta

    TURBIGO – Incontriamo Flavio Rama nel cortile d’onore del palazzo de Cristoforis intento a preparare l’incontro durante il quale ha presentato il suo corso dal titolo: ‘Manutenzione e autoriparazione della bicicletta’. E’ il cognome che richiama il nostro interesse in quanto, tempo fa, scrivemmo la storia dei Rama a partire da ‘Angela, la Svizzera’ che arrivò a Turbigo, vedova, con sette figli da far crescere (al giovane Flavio la storia, purtroppo, non è pervenuta).

    Lui è lì per informare del suo corso che inizierà il 30 settembre il quale è volto a trasmettere le basi per poter intraprendere una auto-manutenzione della bicicletta, anche perché nella penuria di artigiani in cui ci troviamo, l’amatore delle due ruote, spesse volte, deve arrangiarsi da solo.Penuria di artigiani, ma anche di cronisti per cui la Bibliotecaria mi invita a scrivere qualcosa nonostante sia da tempo in pensione. Ma come diceva Faber se sanno che sai suonare ti tocca suonare tutta la vita…

    L’iniziativa è promossa dalla ‘Fondazione Per Leggere’ (www. corsinel cassetto.net) e, come dicevamo, il docente è Flavio Rama, 34 anni, turbighese, amante del territorio, della natura e della bicicletta. Guida cicloturistica del Parco, Tour Assistant Ticino Guide, appassionato di Gravel e MTB oltre ad essere certificato dall’Accademia Nazionale di Mountain Bike. Un professionista, quindi, che è il caso di andare ad ascoltare iscrivendosi al corso che ha un costo di 75 euro.

  • Nonostante l’ultimo ‘Povero Diavolo’…. rinasce il Milan Club a Cerano

    Nonostante l’ultimo ‘Povero Diavolo’…. rinasce il Milan Club a Cerano

    CERANO NO – In questi primi giorni di autunno a Cerano (no) ha preso forma il nuovo Milan Club. Una associazione che vuole riportare nel paese del Beato Pacifico i colori rossoneri.
    Una presenza folta e laboriosa che già a fine anni 80 nei locali del ex Bar -ristorante Aquila aveva preso forma sulla spinta delle vittorie del primo Milan di Berlusconi.
    Oggi un gruppo di amici vecchi e nuovi, malgrado le ultime scoppole nel derby, si sono riuniti per fare tornare in vita il club che ha avuto molti soci e guarda al futuro.
    Il portavoce attuale in attesa di un vero organigramma Alessandro Albanese espone i motivi e scopi e gioie di questa rinascita nel paese di Cerano:

    1) L’idea di far rinascere il Milan Club Cerano che era attivo negli anni 80/90 è nata dalla volontà da parte di alcuni appassionati dei colori rossoneri di offrire la possibilità ai nostri compaesani che condividono questa passione di avere una realtà associativa in cui ritrovarsi.
    2) Certo che porremo in essere iniziative, sia legate alle partite del Milan che di altro genere. L’obiettivo è quello di condividere momenti in compagnia, divertendosi.
    3) Stiamo costituendo in queste settimane il club dunque non esiste ancora un organigramma, ci occuperemo di tale aspetto a breve.
    4) Diciamo che rispetto a qualche decennio fa il calcio è cambiato molto divenendo molto più legato agli aspetti strettamente commerciali, perdendo quel “romanticismo” che in passato lo connotava di più. Il Milan è una squadra di calcio, quindi è per forza di cose coinvolto da tale cambiamento.
    5) Ovviamente non è stato ancora affrontato l’argomento di un’eventuale intitolazione del club, dovrà essere una decisione il più condivisa possibile. Per quanto riguarda il Presidente Berlusconi, indiscutibilmente è stato artefice di una delle più gloriose pagine della storia del Mian ed ogni tifoso rossonero non può che essergli grato.
    6) Questa domanda mi fa tornare alla mente diverse persone di Cerano che non ci sono più, tifose del Milan, con le quali ho condiviso partite a San Siro e non solo: penso ad esempio alla straordinaria finale di Coppa dei Campioni a Barcellona nel 1989. Troveremo il modo di ricordarle.

    Il ritorno agli anni ’80 e a quella Cerano laboriosa e vitale dove il Milan Club fu una bella realtà in una terra di bianconeri potrà riportare il colore oltre la nebbia …
    Ricordando anche tutti i tifosi e amanti dei colori del diavolo che ormai non ci sono più ma a veder la gioia e impegno di questi ragazzi saranno orgogliosi e fieri

  • Olimpiadi 2026, Fontana: porteranno 30mila posti di lavoro

    Olimpiadi 2026, Fontana: porteranno 30mila posti di lavoro

    MILANO Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha partecipato al seminario ‘Youth, Olympics 2026 and regional growth: a unique opportunity’ organizzato a Milano dalla sezione lombarda dall’Associazione Nazionale Comuni d’Italia.

    “I giovani – ha detto il presidente Fontana – saranno i grandi protagonisti delle Olimpiadi Milano Cortina 2026. L’evento avrà una grande ricaduta occupazionale, sono infatti stimati 30.000 nuovi posti di lavoro”.

    “Questo appuntamento – ha concluso il presidente – deve essere letto come ulteriore motivo di sviluppo e sguardo verso il futuro, un modo attraverso il quale Regione Lombardia riesce ad anticipare e interpretare il futuro”.

    MAURO GUERRA, PRESIDENTE ANCI – “Una grande occasione quella che abbiamo davanti – ha detto il presidente di Anci Lombardia Mauro Guerra – che richiede un importante lavoro infrastrutturale per delle opere che ‘resteranno anche dopo’. Abbiamo voluto capire insieme a tutti gli enti cosa possiamo mettere in campo per coinvolgere i giovani lombardi affinché ricavino il più possibile in termini di esperienza e occasioni di lavoro”.

  • Calcio, addio a Giovanni ‘Basleta’ Lodetti

    Calcio, addio a Giovanni ‘Basleta’ Lodetti

    MILANO La Figc e il calcio italiano piangono la scomparsa di Giovanni Lodetti, all’età di 81 anni. Lodetti, cresciuto nel settore giovanile del Milan, ha esordito con la prima squadra del club rossonero nel 1961: con il Milan ha vinto due scudetti, una Coppa Italia, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e una Coppa delle Coppe. In carriera ha vestito anche le maglie di Sampdoria, Foggia e Novara, ma soprattutto quella della Nazionale, con cui ha collezionato 17 presenze e due gol, diventando campione d’Europa nel 1968. “Se ne va un altro grande protagonista del calcio italiano – le parole del presidente della Figc Gabriele Gravina -. Centrocampista di corsa e di qualità, ha fatto la storia del Milan ma è stato anche tra gli artefici di uno storico successo per la nostra Nazionale. Chi ha vestito la maglia Azzurra con orgoglio come Lodetti non verrà mai dimenticato”.

    In carriera ha vestito anche le maglie di Sampdoria, Foggia e Novara, ma soprattutto quella della Nazionale, con cui ha collezionato 17 presenze e due gol, diventando campione d’Europa nel 1968. “Se ne va un altro grande protagonista del calcio italiano – le parole del presidente della Figc Gabriele Gravina -. Centrocampista di corsa e di qualità, ha fatto la storia del Milan ma è stato anche tra gli artefici di uno storico successo per la nostra Nazionale. Chi ha vestito la maglia Azzurra con orgoglio come Lodetti non verrà mai dimenticato”.

    Lodetti era nato a Caselle Lurani, nel Lodigiano il 10 agosto 1942. Ha iniziato a muovere i primi passi da calciatore nelle giovanili del Milan, ma già nel 1961 a 19 anni è stato aggregato alla prima squadra. Con i rossoneri ha vinto tutti i trofei, realizzando anche 16 reti nel corso delle sue 216 presenze con il club meneghino. Nel 1970, dopo nove stagioni, è passato dal Milan alla Sampdoria in cambio di Romeo Benetti e 350 milioni di lire. In poco tempo è divenuto capitano dei blucerchiati con i quali ha collezionato 132 partite, 129 consecutive, di cui buona parte da capitano. Nel 1974 è stato ceduto al Foggia, prima di chiudere la carriera nel 1978 con la maglia del Novara. Con la nazionale ha collezionato 17 presenze, realizzando anche due gol: una doppietta al Galles in un’amichevole vinta dagli azzurri per 4-1 nel 1965. La sua ultima presenza la finale degli Europei vinta nel 1968 ai tempi supplementari contro la Jugoslavia.

  • Maltempo (previsto): Magenta, Sport Match slitta al 28 e 29 settembre

    Maltempo (previsto): Magenta, Sport Match slitta al 28 e 29 settembre

    MAGENTA A causa delle previsioni di maltempo previste per oggi, ‘Sport Match – Studenti in campo’, torneo di calcio a 5 tra gli studenti delle scuole superiori e ultimo appuntamento correlato alla Festa dello Sport, è rinviato a giovedì 28 e venerdì 29 settembre presso lo stadio comunale.

    L’iniziativa ha riscosso un ottimo gradimento negli istituti superiori, tra studenti e professori: tra biennio e triennio sono 20 le squadre iscritte in tutto. Per questo il torneo si svolgerà in due giornate e non più solo una.

  • L’ItalRugby.. s’è desta! Di Teo Parini

    L’ItalRugby.. s’è desta! Di Teo Parini

    Quando a metà di un primo tempo fin lì piuttosto tranquillo il nostro gigantesco capitano, Michele Lamaro, compie una delle poche scelte sbagliate della sua vita rugbistica, forse l’unica, subendo un intercetto di quelli che (non ce ne voglia) si vedono sui campetti di provincia dando il via ai tre minuti più folli della recente storia italiana, fatti da due sacrosante espulsioni e una meta tecnica, la frittata azzurra sembra fatta.

    Contro i Teros uruguagi, che in quanto a qualità e fisicità valgono la metà di noi, ci stiamo giocando la qualificazione diretta ai prossimi mondiali oltre che la possibilità di affrontare gli All Blacks tra una settimana da primi del girone per un sogno che si chiama quarti di finale. Hanno una buona rosa, anche se la panchina è un po’ corta, e un modo sparagnino e funzionale di stare in campo che gli consente di non vedere da troppo lontano le squadre migliori, basta chiedere alla Francia che per prevalere ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie. Pertanto, sono la classica squadra che non si batte da sola e che se la contesa evolve in rissa da strada si esalta a dismisura. Sono anche più calcistici di noi, nel senso di scafati, e il loro continuo lagnarsi con l’arbitro ci tira dentro nel tranello: meno si gioca a rugby e più le loro chance di successo aumentano. La peggior notizia della giornata è che, nonostante vent’anni di Sei Nazioni e con le relativa esperienza maturata ad alto livello, ci caschiamo dentro con tutte le scarpe e i Teros all’intervallo ci vanno con dieci punti di vantaggio, che avrebbero pure potuto essere molti di più se solo il loro calciatore non avesse spedito in tribuna due trasformazioni tutt’altro che impossibili. Italia uguale disastro.

    Qualche tempo fa, una situazione del genere ci avrebbe tagliato le gambe e sarebbe finita male, con tutto il movimento intento per l’ennesima volta a leccarsi ferite profondissime. Il rugby non fa sconti, non si vince di blasone ma di cuore, e in quel pantano, ne siamo certi, in mille altre occasioni saremmo sprofondati. Non ieri, perché quel che si verifica nel primo quarto d’ora della ripresa è uno spettacolo mai visto alle nostre latitudini. Crowley, l’allenatore, deve aver fatto tremare i muri dello spogliatoio perché al rientro in campo l’Italia confusionaria e spaesata, forse supponente, della prima frazione lascia spazio ad un quindici di una cattiveria agonistica tale da ricordare i giorni infuocati nei quali Mike Tyson si scagliava sull’avversario per spedirlo in tre minuti all’ospedale. Lamaro, incazzato come una belva per la stupidata commessa poc’anzi, e Lorenzo Cannone suonano la carica e in un amen dell’Uruguay sono macerie fumanti. Non solo furia agonistica, quella non potrebbe essere sufficiente, ma precisione nei fondamentali, disciplina ferrea, fosforo e velocità. Morale, è grande Italia che, in bilico sul cornicione, trova la sua miglior dimensione possibile. Un quarto d’ora, parafrasando la celebre locuzione per solito riservata all’orda nera neozelandese, di marea azzurra. Un’esibizione che, francamente, ci lascia di stucco tanta è la bellezza rugbistica profusa.

    Messo rapidamente in cascina il punto di bonus grazie alla meta numero quattro, la partita sbriciolata dai nostri non ha più molto da dire e la girandola delle sostituzioni ci ricorda che tra otto giorni abbiamo il dovere di sfidare nelle condizioni fisiche più adatte e senza paura gli All Blacks. Perché non succederà, e qui la scaramanzia non c’entra, ma se dovesse succedere, insomma, ci siamo capiti. Difficile esprimere un giudizio complessivo sul match di ieri perché il valore dell’Italia non è certo quello tremebondo del primo tempo e, probabilmente, nemmeno quello stellare della ripresa. Detto con realismo, sta a metà con incoraggiante tendenza al secondo. In quanto a singoli, però, qualcosa la si può dire. Allan, rimesso in mediana, vive il momento più alto della sua carriera ed è la garanzia che si andava cercando da una vita in un ruolo chiave. Detto di Lamaro (designato man of the match) e dell’ariete Cannone, da sottolineare l’esordio incoraggiante con meta annessa di Pani, ala ventenne con centimetri e potenza nei quadricipiti destinato a crescere molto, la robustezza della prima linea titolare, l’inesausto lavoro sporco di Negri e del placcatore per eccellenza Brex, anch’esso in meta, e la verve dei due diamanti di famiglia, Capuozzo e Ioane. Eccellente, ma non è certo una novità, il subentrante Zuliani, rubapalloni per genetica da fare impallidire Lupin e i suoi furti, al confronto con l’azzurro, da principiante.

    Siamo sinceri. Questa mattina fa un certo effetto, e che effetto, guardare la classifica del girone infernale nel quale siamo capitati che recita Italia dieci punti, Francia otto punti e Nuova Zelanda cinque punti. Ovvio, il bello (o il brutto) deve ancora venire ma vuoi mettere la serenità con la quale, da sfavoriti, potremo incrociare le traiettorie dei prossimi avversari? Aspiranti underdog, perché no? Una giornata storta può capitare a chiunque, il nostro dovere è quello di farci trovare pronti a raccogliere il seminato. Siamo ripetitivi, ma chi se ne importa: l’Italia che, ferita a morte, si ricompatta, fa quadrato e trova la forza interiore per annichilire fino a tramortire un avversario valoroso, pugnace e con tutta l’inerzia del mondo dalla sua parte – en passant, nel contesto di un mondiale – è gioia primordiale, esultanza allo stato brado. L’idea che ciò potesse succedere, poi, è uno dei due motivi, l’altro è l’amore incondizionato per una disciplina meravigliosa, che ci ha tenuti incollati alla tivù tutte quelle maledette volte nelle quali tutto sembrava da buttare via, consapevoli che, un giorno, il vento sarebbe cambiato.

    Umiltà, ragazzi, perché siamo gente da rugby che ha fatto una fatica terribile per essere così com’è diventata oggi. Questa generazione, il cui acme deve ancora venire, scriverà pagine bellissime. In alto i bicchieri.

    di Teo Parini

  • Italrugby, a Nizza appuntamento con l’Uruguay.. e la storia

    Italrugby, a Nizza appuntamento con l’Uruguay.. e la storia

    A Nizza, nel tardo pomeriggio, è prevista acqua dal cielo e non è quella che si dice una buona notizia. Perché, nel rugby, quando il rettangolo di gioco è ridotto a pantano con la palla scivolosa come una saponetta, il beneficio concesso da Giove Pluvio, che si chiama livellamento dei valori in campo, è ovviamente tutto dalla parte di chi è meno attrezzato per vincere e, per una volta, lo saranno i nostri avversari. Si fanno chiamare Teros, sono gli uruguagi del rugby e oggi contendono all’Italia un traguardo di capitale importanza, il diritto a prendere parte alla prossima edizione dei mondiali. Un meccanismo bizzarro che fa sì che un incontro del girone del mondiale in corso di svolgimento abbia intrinseca una doppia valenza, nell’immediato e a lungo temine: fare strada in questa competizione gettando le basi per quella che si disputerà tra quattro anni.

    Inserita in un girone terribile e stimolate insieme, dove oltre all’Uruguay e alla già battuta Namibia ci sono i padroni di casa della Francia e gli All Blacks neozelandesi – compagini di un altro pianeta con in mano, salvo cataclismi, la prenotazione per i primi due posti che garantiscono l’accesso ai quarti di finale – l’Italia, proprio contro i Teros, mette in palio quel terzo posto che vuole dire, appunto, qualificazione per Australia 2027. Oltre alla conferma di uno status prezioso e niente affatto scontato, quello di squadra di riferimento nella fascia immediatamente a ridosso del gotha della disciplina.

    In soldoni, ci aspetta la classica partita appiccicosa nella quale si ha tutto da perdere, con l’avversario che, al contrario, può affrontare la medesima sfida con la serenità di chi, male che vada, il suo dovere l’avrà fatto comunque. Quella che, se si parlasse di tennis, Rino Tommasi chiamerebbe prova del nove, l’esame di maturità, la necessità inderogabile di saper vincere le partite da vincere. Psicologicamente, il peggio che ci si possa trovare a dover gestire. Ma ci tocca farlo, è un privilegio e, per quanto di buono fatto vedere negli ultimi mesi, un appuntamento da prendere per le corna con tutta l’umiltà del caso perché nel rugby nessuno è mai disposto a regalare niente. Figuriamoci gli eredi dei Tupamaros, gente fatta di muscoli e garra charrua che sprizza da tutti i pori.
    Per l’occasione, Kieran Crowley, allenatore azzurro dalle chiare origini neozelandesi, si affida al meglio che il nostro movimento è in grado di assicurare oggi, apportando qualche significativa correzione al quindici che ha travolto la Namibia all’esordio. Ange Capuozzo, scheggia impazzita e instancabile manifestazione di fantasia che viaggia alla velocità del suono, lascia l’ala e torna all’estremo, la sua comfort zone, ruolo che gli assicura più coinvolgimento palla in mano e, quindi, una maggiore possibilità di spaccare in due le partite. Ange è un fenomeno, genialità purissima, quello che nel soccer sarebbe stato uno come Savicevic se avesse avuto anche il piglio del centometrista. Tommaso Allan, deputato a lasciare il posto al largo proprio al napoletano di Francia, migra all’apertura che, anche per lui, significa una collocazione più confortevole, in un ruolo tutto fosforo e lucidità che a definire chiave di sbaglia per difetto.

    L’esordio mondiale di Pani all’ala, con Ioane confermatissimo dal lato opposto, è la vera scommessa di Crowley che ci sentiamo di appoggiare senza riserve stante la qualità del ragazzo delle Zebre. Fischetti, Nicotera e Riccioni compongono la consueta prima linea che avrà il compito di tenere a bada quella uruguaiana, ostinata e abrasiva, in un confronto di spinte a baricentro basso che dirà molto delle sorti della partita. La curiosità forse più intrigante, però, è la presenza in campo già dall’inizio di due coppie di fratelli: Lorenzo e Niccolò Cannone, rispettivamente terza e seconda linea; Alessandro e Paolo Garbisi, rispettivamente mediano di mischia e tre quarti centro. Affiatamento cromosomico, DNA comune nel nostro doppio affare di famiglia. A chiudere la formazione titolare, infine, sono Ruzza in seconda linea, Negri e capitan Lamaro in terza e Brex tre quarti centro. Zero esperimenti, si bada al sodo, vincere è l’unica cosa che conta.

    Tra Italia e Uruguay sono quattro i precedenti, tutti appannaggio degli azzurri ma non sempre ciò ha significato vita facile. Come l’ultima volta, quando ai Teros è mancato davvero un pelo per inchiodarci ad un pareggio che, peraltro, avrebbero meritato di portarsi a casa. Il risultato striminzito di 17 a 10, quindi sotto il fatidico break di distanza, certificò la sofferenza quale costante di tutti gli ottanta minuti nei quali furono solo due le mete messe a referto a testimonianza delle difficoltà offensive incontrate dagli azzurri. Anche il match d’esordio in questo mondiale, disputato dai latinoamericani al cospetto della Francia, deve essere considerato un motivo di grande attenzione. Perché, se è vero che i transalpini hanno rinunciato a gran parte delle loro prime scelte, l’Uruguay si è comunque reso protagonista di una partita eccellente, impedendo agli avversari di siglare le quattro mete che per regolamento significano punto di bonus. Una sconfitta più che onorevole costata alla Francia una bordata di fischi dagli spalti e il fuoco incrociato della critica.

    Di cosa sono capace i Teros è dunque cosa nota, sta all’Italia, che ne ha ovviamente tutte le possibilità, adottare le opportune contromisure per certificare sul campo una superiorità tecnico-tattica che non deve restare solo sulla carta. Anche sotto il probabile diluvio battente fatto apposta per acuire ancora di più la battaglia casa per casa che esalta le qualità dei nostri rivali. Tre sono i requisiti che non devono mai latitare nel corso del match, anche per i più bravi: umiltà, concentrazione, intensità. Quando questi fattori vengono garantiti, difficilmente il rugby – sport crudo semmai ce ne fosse uno e nel quale è impossibile inventarsi alcunché – regala sorprese. In altri termini, scientificamente vince il più forte. Oggi, non possiamo certo nasconderci, qualunque risultato finale che non corrisponda ad una convincente vittoria sarebbe, sportivamente parlando, tragico.
    Forza ragazzi, c’è una pagina di storia rugbistica da scrivere. Facciamolo in stampatello, con un inchiostro indelebile. Senza paura.

    di Teo Parini

  • Virtus Abbiatense: la carica dei trecento per calcio & basket

    Virtus Abbiatense: la carica dei trecento per calcio & basket

    ABBIATEGRASSO – Circa 300 le persone che hanno raggiunto l’ex convento dell’Annunciata di Abbiategrasso per partecipare venerdì sera alla presentazione delle squadre di calcio e di basket della Virtus Abbiatense.
    Nella cornice della sala affrescata magnificamente è andato in onda nn successo certificato dalla partecipazione della numerosa cittadinanza, del senatore Mario Mantovani, delle massime autorità locali di Abbiategrasso, con tanti esponenti del consiglio comunale in prima fila, di Ozzero, con l’intera giunta comunale, che hanno espresso i migliori auguri per tanti successi nello sport e fuori da esso, e di esponenti dei comuni di Vermezzo con Zelo, Rosate e Cassinetta di Lugagnano i quali hanno mostrato vivo apprezzamento per la bella novità sportiva e per la riuscita della bella serata.

    In una sala gremita in ogni ordine di posto e con tanta gente in piedi, dopo un breve saluto del presidente Adriano Bedin e la passerella di quattro squadre di calcio si è passati a presentare le formazioni under 15 e under 18 della sezione basket della Virtus Abbiatense che, nell’occasione, hanno mostrato per la prima volta alla cittadinanza la nuova divisa da gara.

    Tutte insieme le squadre sono il futuro di questa associazione! Ospiti di eccezione il bicampione del mondo paralimpico Alberto Amodeo e il direttore del centro medico Santa Crescenzia di Magenta Dott. Andrea Rocchitelli. Alberto Amodeo ha intavolato con i conduttori un bel dibattito su disabilità e sport mentre il Dott. Rocchitelli ha parlato di rapporto tra genitori e figli sportivi. Al termine un buffet ha rallegrato i partecipanti.

    Sicuramente è stata una bella serata dove le due anime di sport diversi si sono unite per festeggiare una associazione che si farà strada, con l’augurio che sia di buon auspicio per la nuova stagione sportiva.

  • La victoria ‘roja’ di Sepp Kuss- di Teo Parini

    La victoria ‘roja’ di Sepp Kuss- di Teo Parini

    Sepp Kuss non si tocca. L’edizione 2023 della Vuelta è tutta sua e per il popolo più romantico del ciclismo è una notizia meravigliosa. La squadra gli aveva chiesto qualcosa di mai visto prima, scortare in salita il capitano designato di tutti e tre i Grandi Giri che, tradotto, significa sessanta giorni di corsa tra metà maggio e metà settembre, roba da Superman. Sepp non è uno che si tira indietro, anzi, e dopo aver contribuito in maniera decisiva alla vittoria di Roglic al Giro e di Vingegaard al Tour si apprestava a fare lo stesso anche sulle strade tortuose della Vuelta, senza riserve. È pagato per questo, essere il più forte gregario del mondo quando la strada sale. Ma la sorte per una volta ha deciso diversamente.

    Infilatosi per esigenze tattiche in quella che diventerà la più classica delle fughe bidone, Kuss vince una tappa in solitudine e, qualche ora più tardi, indossa pure la maglia rossa del primato con un bel gruzzolo di minuti di vantaggio sui capitani piuttosto imbronciati e sul lotto dei più accreditati rivali. Per la Jumbo-Visma è un problema non di poco conto. Non basta dover gestire la scomoda compresenza di Roglic e Vingegaard, due che non accetterebbero di perdere manco a rubamazzetto, ci manca pure il terzo incomodo a complicare oltremodo le strategie di corsa. Come comportarsi, devono essersi chiesti i responsabili del team, prima di inanellare una serie di pasticci che hanno fatto scempio di questa Vuelta e della loro immagine di squadra di riferimento mondiale. Per carità, nulla di nuovo, per esempio per chi ricorda gli arrivi in parata preconfezionata in casa Mapei di qualche lustro fa sulle strade fiamminghe e vallone, ma l’andazzo di questa edizione della corsa spagnola si presta a più di una considerazione.

    Con Kuss in maglia rossa, per non infilarsi nel cul de sac dove invece si è incagliato, il team avrebbe dovuto prendere immediatamente una decisione. Reputando Kuss affidabile, tutti per Kuss, senza preoccuparsi dei mal di pancia dei non più capitani. Viceversa, reputando Kuss non affidabile, ignorare il simbolo del primato sulle spalle sbagliate e, pertanto, tutti per i capitani, americano incluso e di nuovo gregario. L’indecisione o, peggio, l’idea di poter salvare capra e cavoli tenendo il piede in tre scarpe, manco due, ha condotto alla serie di figuracce, coperte ogni volta da pezze peggiori del buco stesso. Così, abbiamo assistito a uomini Jumbo-Visma attaccarsi frontalmente prima di esibire sul traguardo imbarazzanti e imbarazzate dichiarazioni di facciata, alternati da improvvisati ordini di scuderia impartiti in corsa a mezzo radio che hanno incontrato il malcontento dei destinatari, i quali nulla hanno fatto per mimetizzare la sgradevole sensazione, tra eloquenti mimiche facciali di sdegno e comportamenti infantili. Il tutto con la vittoria della Vuelta in mano, considerato che il più accreditato degli avversari navigava a distanza siderale dai tre calabroni.

    Una figura barbina.
    Vero è che nel bonipertiano concetto di agone il risultato epocale di squadra – tre grandi giri e tre vittorie con tre uomini diversi nella stessa stagione – è stato portato a casa, quindi bravi loro, ma ci si potrebbe domandare a quale prezzo pagato in termini di credibilità in un contesto, quello del ciclismo, che da questa Vuelta ne esce a pezzi, imbrigliata per giorni e giorni dalle decisioni spesso contrastanti tra loro della squadra più forte al mondo, intenta a capire da che parte voltarsi e nell’esigenza della botte piena e della moglie ubriaca. La pochezza dei competitor, poi, ha fatto il resto: una noia mortale. Non è certo colpa di Kuss e soci se i vari Ayuso, Landa e Mas non hanno mai dato l’impressione di poter mettere in discussione il podio giallo-nero, ma, giornata dell’Angliru a parte, si fatica terribilmente a trovare qualcosa da tramandare ai posteri in quanto a pathos.
    Già, l’Angliru. Quella della scalata del Mostro è stata probabilmente la giornata che ha sancito moralmente il diritto di Sepp Kuss di pretendere questa bizzarra Vuelta. La strenua difesa sulle rampe più arcigne dalla progressione del compagno-avversario Roglic seguito da Vingegaard a caccia della vetta della classifica, che gli è valsa la conferma della maglia del primato per una mancata di secondi, assurge a istantanea simbolo di una corsa il cui albo d’oro è insindacabilmente impreziosito dal nome di un ragazzo talentuoso, umile e generoso. Che non sarà stato il più forte del lotto, anche se la controprova non l’avremo mai, ma ha dimostrato ai sempre troppi scettici nei suoi confronti che, oltre al gregariato di lusso, ha certificata dai cromosomi la possibilità di affrontare una corsa di tre settimane col piglio del papabile vincitore. Chapeau, quindi.

    Quella di Kuss, al di là di tutto, è comunque una bella storia. Una storia che ha il pregio di farci credere, anche solo per un istante, che a dare di noi la migliore versione possibile si finisca sempre per essere ripagati dal destino. Se poi, come nel caso dello scalatore venuto dalle Montagne Rocciose, la vita la si affronta sempre con il sorriso, l’insegnamento è servito unitamente alla conferma del ruolo educativo dello sport. Complimenti Sepp. Sempre a testa alta, perché non hai rubato nulla e il rosso ti dona moltissimo.

    di Teo Parini

  • Un riconoscimento speciale per tre atlete della “Trecate Run”

    Un riconoscimento speciale per tre atlete della “Trecate Run”

    T‍RECATE NO – Nell’ambito della manifestazione “Associazioni in piazza” dello scorso 10 settembre, il consigliere incaricato allo Sport Michele Musone ha consegnato, a nome dell’Amministrazione, un particolare riconoscimento ad alcune atlete della “Trecate Run”, sodalizio presieduto da Davide Daccò, “che nei giorni scorsi – come riferisce il consigliere – hanno ottenuto importanti risultati sul piano agonistico nell’ambito del campionato nazionale di Atletica Csi che si è svolto a Cles, in Trentino.

    Si tratta di Marta Almasio, Cecilia Doria e Maria Renne che, con il loro impegno, hanno dato lustro alla nostra città e che rappresentano un esempio per i bambini e i ragazzi che si avvicinano allo sport. Con analoghe motivazioni abbiamo voluto ringraziare anche la stessa associazione “Trecate Run” per l’ottimo lavoro svolto sia dal punto di vista tecnico e della preparazione atletica, sia per l’azione di promozione e valorizzazione dell’attività sportiva, sia anche per il coinvolgimento dei giovani trecatesi e delle loro famiglie nei confronti dell’Atletica”.