Categoria: Sport

  • Lombardia: partita la “Race Across Limits”, pedalata da 900 km a sostegno dei caregiver familiari

    E’ partito questa mattina da Piazza Citta’ di Lombardia la “Race Across Limits”, un viaggio alla scoperta delle meraviglie della Lombardia, pensata per portare l’attenzione sulla figura del caregiver familiare. L’evento durera’ 6 giorni, lungo un percorso di 900 Km con 8000 metri di dislivello.

    MILANO – Una pedalata che si snodera’ dalle sconfinate pianure della bassa su per le colline moreniche del Bresciano, toccando i grandi laghi come quello d’Iseo, Garda, Como, Varese fino alle epiche salite rese celebri dalle grandi competizioni delle due ruote: Stelvio, Gavia, Mortirolo. L’iniziativa e’ stata ideata da Sabrina Schillaci, caregiver dal 2007 di suo marito, diventato tetraplegico in seguito ad un tuffo.
    “Lo sport, la bici in particolare – fa sapere – mi hanno permesso di rimanere aggrappata a quella vita che per me non aveva piu’ un senso. Grazie a loro sono stata in grado di risollevarmi da una grave depressione e da allora, non ho piu’ smesso”.

    Race Across Limits, quest’anno e’ diventata una Organizzazione di volontariato la cui missione e’ quella di supportare, informare e sostenere la figura del caregiver, colui che si dedica alle cure di chi non e’ piu’ autosufficiente.

    Un ruolo che richiede una sopportazione fisica e mentale fuori dal comune, che non finisce mai, neanche quando, si riesce a prendere qualche ora per se, perche’ il pensiero e’ sempre rivolto alla persona di cui ci si prende cura. La nostra carovana, illustra Sabrina Schillaci, “sara’ costituita da un’ammiraglia condotta da mio marito che non ci perdera’ mai di vista e sara’ lui, contrariamente dal solito, a prendersi cura di noi”. Il nostro giro, racconta Sabrina, “sara’ in senso antiorario e tocchera’ citta’, laghi, montagne ma speriamo tocchera’ soprattutto il cuore, riuscendo a sensibilizzare le amministrazioni locali, le persone comuni, perche’ ognuno di noi puo’ diventare caregiver o averne la necessita’”.

  • Sport & beneficenza: mercoledì 7 giugno a San Siro la sesta edizione del “Charity Derby”

    Al via la sesta edizione del CharityDerby, la partita di beneficenza che si terrà mercoledì 7 giugno allo stadio di San Siro

    MILANO – organizzata dall’Associazione sportiva no profit “In campo con il Cuore”, che dal 2014 si occupa di donare e installare defibrillatori salvavita nella città di Milano e formare sull’importanza della cardio-protezione. Un evento che permette di fare del bene, realizzando il sogno di qualunque amante del calcio: quello di giocare una partita sotto i riflettori del Meazza. La selezione dei giocatori avviene tramite una campagna di aste benefiche disponibili su CharityStars, partner ufficiale dell’evento. Saranno trenta i fortunati giocatori, provenienti da tutto il mondo, a scendere in campo nella “scala del calcio” (11 titolari e 4 riserve per ciascuna squadra): indosseranno i colori delle due squadre storiche meneghine provando le emozioni al cardiopalma del giorno della partita, come veri professionisti.

    (Nella foto sotto, immagine di un derby d’epoca anni 80, in evidenza invece un derby più recente con i campioni in campo di quest’ultima stagione)

    Luther Blissett and Fulvio Collovati, Giuseppe Bergomi is in the background , November 6, 1983, Internazionale Milano 2-AC Milan 0

    Le squadre, inoltre, saranno guidate da due commissari tecnici d’eccezione, nonché vecchie glorie del calcio italiano: Angelo Carbone, che guiderà la squadra rossonera, ed Evaristo Beccalossi, che guiderà la squadra nerazzurra.
    L’iniziativa è promossa anche dalla presidente del Consiglio Comunale, Elena Buscemi, che ha anche il ruolo di presidente onoraria dell’Associazione, e ha il patronato del CONI Lombardia. “Diffondere la cultura della cardio protezione e dotare i luoghi pubblici di defibrillatori in grado di salvare vite è molto importante – ha detto Elena Buscemi, presidente Consiglio Comunale -. Ringrazio l’associazione In campo con il Cuore per il grande impegno di questi anni, che ha permesso di mettere in sicurezza parchi e luoghi di servizio pubblico”.

  • L’Inter Club Magenta Nerazzurra chiama a raccolta tutti gli Interisti: sabato sera tutti al Five per la finalissima!

    L’Inter Club Magenta Nerazzurra chiama a raccolta tutti gli Interisti: sabato sera tutti al Five per la finalissima!

    Conto alla rovescia verso la finalissima di Istanbul. Fervono i preparativi

    MAGENTA – E’ iniziata un’autentica settimana di passione per il popolo interista. Sabato 10 Giugno, infatti, alle 21, a Istanbul, andrà in scena l’attesa finale di Champions League tra gli ultimi vincitori della Coppa Italia e della Supercoppa italiana, contro il Manchester City di Pep Guardiola, compagine di altissimo livello e con disponibilità economiche smisurate , visto quello che ha investito sul mercato in questi anni.

    Per gli Interisti esserci a Istanbul è già un premio inatteso. Dopo una stagione tribolata, con una falcidia di infortunati eccellenti (Lukaku, Brozovic, Skrinjar, ect.) e un girone eliminatorio con Barcellona e Bayern di Monaco, era difficile se non impossibile, pronosticare i ragazzi di Simone Inzaghi in finale. E invece no.
    L’undici interista, sarà il clima di coppa o la passione trainante del suo pubblico, dopo un campionato concluso al terzo posto (ma con 12 sconfitte sul groppone), nelle partite secche riesce a trasformarsi. Vedi la goleada quasi umiliante sul Milan in Supercoppa (3 a 0 secco), e ancora il doppio Euroderby che valeva la finale, concluso con un passivo pesante per i cugini milanisti (2 – 0 e 1-0). Per non parlare della semifinale di coppa Italia, in cui l’Inter ha mandato a casa l’odiata Juventus, con tanto di rissa sul campo nel primo round a Torino, quasi a rimarcare che questa per molti interisti resta la Partita con la p maiuscola, per una serie di ragioni che non basterebbe un articolo intero per spiegare in modo esauriente.

    Adesso arriva il momento più difficile, ma di cui gli Interisti non vogliono parlare. C’è la speranza, e il fatto che trattasi di gara secca. Sanno e sentono di avere contro il resto d’Italia. Juventini e Milanisti terrorizzati che possa ancora succedere e si possa materializzare l’incubo del 2010. Anche se obiettivamente la situazione in cui l’Inter arrivava alla finale con gli ‘Eroi del Triplete’ era totalmente diversa da quella attuale. Ma non si sa mai. Se la chiamano Pazza Inter ci sarà un motivo…

    Intanto, c’è chi anche da Magenta volerà a Istanbul spendendo cifre pesanti (ma quelle ci sono sul mercato…) rincorrendo un sogno razionalmente quasi impossibile, c’è chi vorrà seguire la finale nella casa dell’Inter, ossia, sul maxi schermo del Meazza (da domani sono in vendita i biglietti su vivaticket.com), chi cercando aiuto nella scaramanzia ha deciso di seguire la partita nel salotto di casa sua, non cambiando nulla rispetto al ‘menù’ degli altri pre partita.
    E poi c’è l’Inter club Magenta Nerazzurra 1978 ‘Kalle Rummenigge’ che ha deciso di chiamare il popolo interista di Magenta e dintorni a raccolta, presso il Five di via Casati. Il Pub e centro sportivo, per l’occasione chiuderà al pubblico alle 19.

    Da quel momento in poi si potrà entrare per assistere alla partita solo previa prenotazione. Ovviamente, si potrà cenare (vedi locandina sottostante) e poi tutti insieme tifare per l’F.C.Internazionale. Non mancheranno altre novità e sorprese che però al momento non vi vogliamo ancora svelare.

    Il direttivo è al lavoro per rendere comunque magica una serata che per l’Inter e gli Interisti, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è già un premio. Poi quello che sarà…. sarà.

  • Roland Garros: il marziano Alcaraz fa a fettine (anche) l’estetizzante, arrogante tennis del ‘Magnifico’ Musetti- di Teo Parini

    Non siamo qua a vedere tappeti. Carlos Alcaraz ha distrutto Lorenzo Musetti, imponendogli una sanguinosa Caporetto che può sortire un duplice effetto. Fargli mandare tutto a quel paese per dedicarsi alle bellezze della vita extra tennistica oppure dargli una motivazione feroce per migliorare ulteriormente il proprio gioco, facendo tesoro delle indicazioni emerse in due ore di calvario sportivo.

    Stando alle interviste del dopo gara, pare che sia la seconda opzione la strada che, già da oggi, Lorenzo intende intraprendere ed egoisticamente ce ne rallegriamo per quanto, noi che ne siamo tifosi, dipendiamo visceralmente dal suo tennis.

    Intanto, e ci tocca farlo in risposta ai commentatori improvvisati che rispondono alla logica dozzinale dell’io lo sapevo che non avrebbe mai vinto nulla, occorre dire una cosa: Musetti ha giocato la sua partita e nemmeno così tanto male, ha colpito sentendo la palla e ha opposto ad un campione esageratamente epocale i trucchi in suo possesso che non sono pochi. Il problema, per lui, è che soluzioni balistiche definitive per il resto del circus non lo sono state per lo spagnolo, capace di ribattere palle contro ogni legge della fisica classica costringendo l’azzurro a replicare a un capolavoro un altro capolavoro e si capisce bene la frustrazione che possa averlo attanagliato. Come se l’attacco solare del Daitarn III, dopo aver falcidiato per centinaia di puntate i Meganoidi, avesse trovato un robot nemico capace non solo di incassare il colpo ma di restituire la pariglia amplificata alla potenza enne.

    Quando nel corso del primo game, Musetti ha stampato un rovescio in lungolinea bello come la torre Eiffel illuminata nella notte parigina, e che forse solo Wawrinka saprebbe ripetere, chi di tennis ne mastica un pochino ha avuto immediatamente chiara in testa una cosa: non si può vincere a certi livelli dipingendo solo quadri d’autore, perché nemmeno Federer è mai riuscito a venire a capo di un match contro un suo pari grado senza schizzare bozze sporcandosi le mani di china. Così è stato: scambi meravigliosi, lunghi il giusto per completare il campionario somma di Alcaraz più Musetti che è complessivamente il più ricco al mondo, che finivano tutti per strappare applausi ai presenti ma per rimpolpare sempre e comunque lo score dello spagnolo. Il tennis è anche questo.

    Certo, diciotto giochi a sette non sono il reale divario tra i due competitor. Lorenzo, appreso in fretta di non poter vincere, si è rapidamente sottratto alla lotta ed è questa l’unica colpa grave che gli può essere rimproverata. Il body language, riacciuffato sul due pari del primo set dopo un’uscita dai blocchi del toscano degna di Bolt, si è fatto funereo. Questione di postura fisica poco vigorosa e di sguardo perso nei meandri del Philippe-Chatriet. Come dire ad un avversario già devastante di suo fai di me quel che ti pare. Senza troppa blasfemia, tutt’altro, il ricordo è corso svelto a quella finale sempre in Bois de Boulogne dove Nadal ridicolizzò un Federer incapace di garantire che il match avesse un minimo di storia perché, appunto, in quel giorno disgraziato lo svizzero per strappare un misero quindici al diavolo maiorchino gli si resero necessari quattro o cinque colpi vincenti in fila, un’equazione matematica senza soluzione fra i numeri reali.

    Però, sappiamo tutti come il fenomeno basilese, con l’aiuto di un califfo nel box come Ljubicic e una determinazione granitica, abbia trovato alla soglia della pensione tennistica la chiave per sbrogliare quello che sembrava un nodo inestricabile. Insomma, un match, quello con Re Carlitos, pedagogico per l’azzurro, chiamato a un punto a capo di quelli tosti. I colpi, è segreto di Pulcinella, ci sono tutti, la sfrontatezza dimenticata ieri negli spogliatoi non sarà difficile da esibire di nuovo una volta ricaricate le energie mentali e la chiave tecnico/tattica per provare in un futuro prossimo a fare almeno partita pari con Alcaraz non è impossibile da scovare. Qualcuno si dimentica che non più tardi di qualche mese fa, proprio il Muso, battendo questo stesso Alcaraz, si è preso con forza il 500 di Amburgo e si sa che l’attuale giocatore più forte al mondo non accetterebbe di perdere nemmeno al torneo di dama del circolo di Ponte Vecchio. Figuriamoci se regala una finale.

    Parlando un po’ di Alcaraz, in quanto a tennis c’è da ammettere con tutta la campanilistica invidia del caso di essere al cospetto di un giocatore spedito sulla Terra dagli Dei del gioco per dettare una nuova via. Uno di quelli che può godere del fatto che i suoi avversari scendano in campo più per fare una figura onorevole che per provare a vincere il match, la stessa sindrome-Alcaraz che in misura importante ha infettato Musetti. Chi negli anni Novanta ha ammirato l’innovativo flipper tennis di Agassi teorizzato dal suo mentore Nick Bollettieri, e ha pensato che una migliore transizione dalla fase passiva di contenimento e quella propositiva di offesa non fosse oggettivamente possibile, oggi deve ricredersi perché Alcaraz, proprio questo segmento del gioco, se, appunto, non l’ha inventato lo ha però elevato su piani prima impensabili con buona pace del kid di Las Vegas. Gambe potenti come quelle di un discesista che domina la Stelvio, unite all’elasticità muscolare di una molla, gli consentono di coprire il campo che all’avversario appare di rimando minuscolo e raggiungere palle apparentemente perse. Replicando, facendo tesoro della sensibilità esagerata delle sue mani di fata, con bordate che fanno il buco per terra. Morale, gli tiri una granata e lui risponde con un missile ipersonico: avvilente.

    Per di più, non lo si prende in castagna nemmeno giocando di fino perché anche a pittino – il giochino dei tocchi, detto a beneficio dei meno avvezzi – è laureato con lode all’università della sensibilità. E quando con un serve and volley rigoroso e letale come quello di un Rafter, e non è affatto un concetto iperbolico, si è preso un quindici piuttosto importante, si è capito che per giocarci contro, più che la racchetta, servirebbe un kalashnikov e una mira infallibile. Da cecchino, perché, manco a dirlo, sul breve ha la velocità del suono. Poco da aggiungere: se dovesse aver voglia di sacrificare sull’altare del tennis i suoi anni migliori e il fisico sosterrà un tennis atleticamente dispendioso, Alcaraz è destinato a guardare tutti dall’alto per un tempo tendenzialmente infinito.

    Tendenzialmente. Perché lo sport del diavolo ci ha insegnato a non dare mai nulla per infisso nella roccia e ciò che è oggi potrebbe benissimo non esserlo domani. In tutto ciò, noi cultori del bello, benché la conta dei punti continui a non essere la nostra priorità, siamo un po’ amareggiati, giusto dirlo, convinti che Lorenzo il Magnifico avrebbe potuto sostenere l’incontro in virtù di un talento esagerato – e chi lo nega si merita a vita il rovescio di Ruud – senza finire per fare da sparring partner, pagando l’ora a circolo e il compenso professionale al maestro.

    Di una cosa, però, abbiamo la certezza, anzi due. La prima è che Carlos Alcaraz è quel tipo di numero uno che il tennis dovrebbe sempre esibire per glorificare sé stesso e lo status di disciplina meravigliosa. La seconda, invece, che l’arroganza tennistica di Musetti non ha certo finito di farci saltare in piedi sul divano, perché la sua genia resta quella dei grandi. Anche dopo una dolorosissima stesa.

    Teo Parini

  • Abbiategrasso, ancora due medaglie per il Qwankido: oro e argento per i gemelli Mangiapanello- di Mara Ranzani

    ABBIATEGRASSO La sera del 31 maggio la palestra Quang Trung di Qwankido di Abbiategrasso ha avuto il piacere di ospitare nuovamente il Sindaco Cesare Nai e il Presidente del Consiglio di Abbiategrasso Francesco Bottene per festeggiare gli splendidi risultati raggiunti da due allievi 13enni del club.

    Infatti sabato 27 maggio si è svolto in Francia, precisamente alla Valette Du Var, il 6° Campionato Europeo per bambini e juniores, durante il quale i gemelli Alessandro e Gabriele Mangiapanello hanno conquistato rispettivamente la medaglia d’oro e la medaglia d’argento in combattimento nella loro categoria.

    Il Sindaco Nai e il Presidente Bottene sono rimasti colpiti dalla tenacia e dalla determinazione che questi due ragazzi di 13 anni hanno dimostrato, affrontando un viaggio, insieme ai genitori, per visitare un Paese diverso, relazionarsi con ragazzi di tutta Europa e per mettersi alla prova in una competizione così importante.

    Del resto, come hanno voluto ricordare il Sindaco e il Presidente, è bello vedere dei giovani che si impegnano nello sport, raggiungendo risultati ottimi, ma soprattutto crescendo e formandosi per diventare dei cittadini consapevoli e pronti a realizzarsi anche nella vita personale.

    Ora la stagione sportiva agonistica di Qwan Ki Do si è conclusa, ma tutti i praticanti fremono già per ricominciare l’anno prossimo a darsi da fare, con impegno e costanza.

    Come si augura il presidente Bottene, ci saranno altre occasioni simili e la città di Abbiategrasso sarà sempre fiera di congratularsi con dei giovani sportivi, per la perseveranza e le capacità che dimostrano.

    Il club Quang Trung, infine, vuole ringraziare sentitamente il Sindaco e il Presidente del Consiglio di Abbiategrasso per essere intervenuti ancora una volta in un evento così bello e importante, nei confronti di questi giovani praticanti così intraprendenti.

    Mara Ranzani

  • Un po’ Carla Fracci, un po’ Monet.. Lunga vita- e tanti auguri- a Deborah Compagnoni, di Teo Parini

    C’è stato un periodo in cui lo sci ha assunto la dimensione di intrattenimento nazionalpopolare prendendosi gli spazi che i burattinai del calcio da sempre concedono malvolentieri al resto dell’universo sportivo.

    Siamo negli anni Novanta e l’esplosione mediatica della disciplina che fu di Thoeni e della valanga azzurra diretta dal compianto Mario Cotelli ha due volti meravigliosi e antitetici. Uno guascone e irrispettoso di ogni protocollo al quale dimostra di essere allergico e senza fare nulla per nasconderlo, Alberto Tomba. L’altro, invece, è archetipo di gentilezza, eleganza gestuale e sobrietà, Deborah Compagnoni. Un bulldozer, il primo; la punta del fioretto, la seconda. Una coppia che il mondo ci ha epidermicamente invidiato e che noi abbiamo esibito con appagante orgoglio.

    Se di Tomba, un po’ perché abitiamo una società irrimediabilmente maschilista e un po’ perché il bolognese fu capace di fare casino anche dormendo, si è sempre detto e scritto di tutto anzi troppo e spesso pure a sproposito, decisamente meno spazio è stato riservato alla campionessa valtellinese, bormina di nascita ma cresciuta a Santa Caterina Valfurva. Sai, i giornalisti. Debby, per distacco il sorriso più bello d’Italia, di risonanza avrebbe invece dovuto goderne in quantità inesausta: tre ori in tre diverse edizioni dei giochi olimpici e si potrebbe non aggiungere altro. In mezzo a questo bendidio agonistico, in una meravigliosa storia di vita, anche tanta sfortuna, una determinazione incrollabile e altrettanta inusuale bellezza.

    In un periodo storico nel quale gli attrezzi ai piedi ancora imponevano agli atleti una tecnica di base sopraffina per primeggiare – chi mastica un po’ di sci sa bene quanto l’evoluzione tecnica dei materiali abbia poi reso molto più democratica una disciplina nata selettiva come poche altre – e la bravura, di conseguenza, era questione di pochissimi eletti, Deborah Compagnoni si affermava come la massima espressione planetaria dello sci alpino. Articolazioni di cristallo e animo da leone, ha saputo conciliare, con semplicità montagnina, estetica e redditività, elevando la regina tecnica delle discipline, lo slalom gigante, a opera d’arte come nessuna prima di lei aveva nemmeno immaginato di poter fare.

    Cresciuta tra scorribande nei boschi innevati sei mesi l’anno e slalom tra i larici che fanno della sua terra un angolo invidiabile di mondo, Deborah è stata, insieme, poesia e fisica, arte e meccanica, ragione e improvvisazione. Un balletto di Carla Fracci e una poesia di Gianni Rodari, un quadro di Monet e un’invenzione di Leonardo. Fuori carezza, dentro vulcano. Dici Compagnoni, infatti, e racconti la storia senza tempo di gambe indipendenti che descrivono improbabili equilibri e di piedi sensibili come mani di fata capaci di domare la neve e le mille insidie che quest’ultima nasconde nella picchiata verso la gloria. Più Euclide che Newton, una piuma capace di produrre accelerazioni vertiginose in assenza di massa. Perché la fisica, si sa, ha un limite ben preciso: non vale per i campioni.

    Sfortuna, si diceva. La chirurgia sportiva nei suoi anni di gloria non era certamente la scienza quasi esatta che si ammira oggi e che risolve anche l’irrisolvibile, ma Deborah ad essa si è comunque sempre dovuta affidare ciecamente con una costanza snervante che avrebbe abbattuto un toro. Perché due ginocchia preziose come l’oro e fragili come fiocchi di neve hanno trovato il modo di segnarne una carriera che, pare impossibile considerato il palmares, avrebbe potuto essere ancora più intrisa di successi, facendo di lei la più vincente di sempre oltre che la principale esponente della bellezza applicata allo sci. Ginocchia che stanno alla valtellinese come la caviglia senza cartilagine sta a Marco Van Basten: la kryptonite degli Dei. Due ragazzi che a soli ventotto anni hanno dovuto dire basta, a testimonianza che in questo mondo c’è dell’imperfezione anche nella perfezione.

    Dominatrice assoluta degli appuntamenti importanti, selezionati con cura certosina per non sovraccaricare oltremisura un fisico da tutelare e cannibalizzati con una scoraggiante (per le avversarie) puntualità, Deborah, appeso prematuramente gli scarponi al chiodo per dedicarsi alla famiglia e alle sue molteplici passioni, ha lasciando dietro di sé un vuoto che ancora oggi non è stato colmato, nonostante l’Italia non abbia mai smesso di sfornare campionesse. L’urlo di dolore di una giovanissima Compagnoni nella piana di Albertville per un legamento spezzato all’indomani del suo primo trionfo olimpico è parte indissolubile della nostra giovinezza e della nostra crescita in quanto monito e azzeccata metafora dell’altalena chiamata vita. Perché da una brutta caduta ci si può rialzare ancora più forti di prima: una, dieci, cento volte. Con l’acciaio che diventa oro.

    Grazie per le emozioni, Debby, e buon compleanno.

    Teo Parini

  • Trecate inaugura la piscina estiva

    TRECATE <>.

    Il sindaco Federico Binatti e l’assessore allo Sport Giovanni Varone esprimono <>.

    Per arrivare all’inaugurazione, avvenuta nella mattinata di oggi, venerdì 2 giugno, sono stati effettuati diversi interventi <>.

    Le tariffe prevedono 8,50 euro per il biglietto intero feriale (da lunedì a venerdì), 10 euro per l’intero festivo (sabato e domenica), 5 euro per il ridotto (dai 3 ai 13 anni, over 65 e forze dell’ordine), gratuità per i disabili e per i bambini da 0 a 2 anni, 6 euro per la pausa pranzo (12.30-14.30) e 6 euro per il serale (17.19). Il costo del lettino è di 3 euro, così come quello dell’ombrellone. L’abbonamento intero a 10 ingressi (da lunedì a venerdì) costa 75 euro, quello ridotto a 10 ingressi (riservato ai bambini e ragazzi dai 3 ai 13 anni, agli over 65, pausa pranzo e serale) 45 euro.

    <>.

    La piscina comunale guarda comunque al periodo invernale. <>.

  • Open to Meraviglia: il Magnifico Musetti dispensa perle di Bellezza al Roland Garros- di Teo Parini

    Ancora Lorenzo, ancora più Magnifico

    Nonostante quanto visto ieri sera, e a tratti risultava davvero difficile credere alla veridicità delle immagini, che Lorenzo Musetti abbia demolito il numero tredici del ranking mondiale nel contesto del Roland Garros, Cameron Norrie, non conta assolutamente nulla.

    Zero. Preoccuparsi di commentare una banale conta dei punti, a valle di una manifestazione artistica di una luminosità tale da rimandare la memoria alle gesta dei più geniali interpreti della disciplina del diavolo, infatti, sarebbe blasfemia, un insulto alla bellezza e alla sua Dea.

    Pertanto, qualunque paragone vi venisse in mente di scomodare non può risultare in nessun modo eccessivo: Musetti ha per le mani un tennis epocale.
    È italiano, tutto nostro, con i pregi e i difetti, ammesso lo siano, della nostra terra e della nostra gente, e chi non è orgoglioso di questo ragazzo si merita altri vent’anni – e venti Slam – di Djokovic. Slam che, per inciso, Lorenzo il Magnifico non è detto vincerà mai, ma anche questo dettaglio da almanacco è piuttosto insignificante. Perché amare il tennis, a differenza di essere tifoso di qualcuno che si spera sollevi un trofeo, significa godere della bellezza che attraverso i suoi interpreti eletti riesce ancora a riservare, nonostante il tentativo spesso riuscito di fare dell’eleganza gestuale della fu pallacorda la noiosa brutalità della lotta nel fango.

    Poi, però, sul pianeta Terra atterra questo ragazzo con i cromosomi intagliati nella fantasia e, in un amen, anni interminabili di corri-e-tira, tennisti con le mani sensibili come il granito e orripilanti visioni dal pathos alla stregua di una partita di dama, lasciano spazio al caleidoscopio musettiano e, così, parlare di tennis torna ad essere un privilegio e noi aficionados dei privilegiati. Che avesse trasformato un buon giocatore come Shevchenko in un alunno alla prima lezione al cesto, se proprio volessimo parlare di numeri, poteva anche essere messo in preventivo. Ma che la stessa sorte potesse toccare anche a un giocatore vero, anzi verissimo, come Norrie, francamente era meno plausibile. Invece, il britannico è finito ai matti, senza capirci nulla dello tsunami che lo ha investito per due ore, rendendo evidente un concetto che è più che altro una benedizione: il tennis fatto di mille cose, con questi attrezzi democratici e con queste superfici omologate non sarà la peculiarità più consona sulla via del successo ma, in momenti estremamente selezionati, sposta ancora l’asticella del gioco su livelli inesplorati. Mezzo Federer e mezzo Kuerten, parafrasando Wilander, è l’accostamento minimo che può essergli fatto. Questo diavolo di un Lorenzo è ricavato davvero da questa pasta.

    E sempre a proposito di privilegio, il suo prossimo avversario in Bois de Boulogne sarà Alcaraz, la cometa di Halley del tennis. Quello che riserverà l’ottavo di finale parigino dello spicchio di tabellone popolato, appunto, da Musetti rischia di essere ciò che, detto a beneficio dei calciofili, avrebbe potuto costituire un’ipotetica sfida tra il Milan di Sacchi e l’Olanda di Cruijff: per distacco il meglio che c’è in circolazione. E se sono in molti gli aridi di cuore a maledire la presunta sfiga che, salvo sorprese, porterà Lorenzo a doversi misurare con il satanasso spagnolo, uno che in quanto ad armamentario tennistico da del tu a Goldrake, i cultori del bello, al contrario, plaudono quasi increduli alla regia della buona sorte capace di scrivere un copione da Oscar.

    Musetti è Musetti fin dalla culla perché ha doti che non si possono costruire. Quello che sembra essere leggermente cambiato, comunque la sconfitta non piace a nessuno e ancora meno ai diretti interessati, è l’aggiunta all’inesausto bagaglio in dotazione di quel pizzico di pragmatismo che, senza mai offuscare il narcisismo tennistico che lo rende inimitabile e si spera lo possa accompagnare fino all’ultimo quindici della carriera, gli consente di mettersi su un petto già ricco di medaglie anche quella del tennista vincente. Per fare un esempio, il terzo set con Norrie avrebbe potuto prendere una brutta piega e fino a qualche tempo fa l’avrebbe senz’altro presa. Non ieri. Avanti due set e un break, quindi con la fiamma rossa dell’ultimo chilometro già sorpassata, un piccolo calo di concentrazione, infatti, ha rimesso in partita un avversario abituato a non regalare mai nulla. Acciuffato nel punteggio e in calo di inerzia favorevole, Musetti si è però reso sparagnino il giusto per far valere la differenza di lignaggio evitando che Norrie, che resta pur sempre in grande giocatore, iniziasse a credere di poter rientrare in una partita immediatamente rimessa d’autorità in ghiaccio.

    La dipartita sportiva di Federer, quelle imminenti di Murray e Wawrinka e la latitanza di quel maledetto di Kyrgios, sono evenienze difficili da digerire per chi ostinatamente rigetta il connubio tennis-noia. Già successe con McEnroe di pensare che tutto fosse irrimediabilmente perduto e, invece, arrivarono in premio Edberg e la sua volée di rovescio e Becker il funambolo. Oppure, ed è storia recente, successe con Sampras e non serve ricordare che ci pensò proprio Federer a salvare baracca e burattini. Oggi, il prestigioso compito storico di dare continuità al casato dei grandi esponenti della nobiltà tennistica non grava solo sulle spalle di Alcaraz, che è pure garanzia di trionfi, ma anche di Lorenzo, al quale si chiede con il cappello in mano soltanto una cosa: di continuare a fare il Musetti. Senza snaturarsi di una virgola perché l’UNESCO, se solo si occupasse di tennis, lo avrebbe già incluso nel suo intoccabile patrimonio.

    Teo Parini

  • Da San Siro a Istanbul: un fiume di passione rincorrendo il sogno. Il ‘Meazza’ la sera del 10 Giugno apre i cancelli

    Tutte le info per seguire la finalissima nella casa dell’F.C. INTERNAZIONALE 1908

    MILANO – L’attesa per la finale di UEFA Champions League è quasi finita. Sabato 10 giugno gli occhi di tutto il mondo saranno puntati sulla super sfida tra Manchester City e Inter, l’atto finale dell’incredibile stagione dei nerazzurri che si giocherà all’Atatürk Olympic Stadium di Istanbul.
    Il tifo interista sarà chiamato ancora una volta a spingere la squadra da ogni angolo del pianeta e per farlo ancora una volta TUTTI INSIEME, San Siro aprirà le porte e si colorerà di nerazzurro per permettere ai tifosi di condividere tutte le emozioni della finale. L’appuntamento per tutti gli interfans che non saranno nella capitale turca è a San Siro, nel luogo in cui la squadra ha combattuto partita dopo partita per raggiungere il gradino più alto: ancora una volta insieme, ancora una volta uniti, da Milano a Istanbul, infinite voci e un solo cuore.

    Per l’occasione, in corrispondenza del primo anello arancio dello stadio Giuseppe Meazza verrà montato un maxischermo, per offrire ai tifosi un’esperienza immersiva di visione della partita: più di 400 metri quadrati per non perdere neanche un attimo o un’emozione della sfida.

    I biglietti saranno in vendita a partire da martedì 6 giugno su vivaticket.com. Gli spettatori potranno accomodarsi nei settori rosso, verde e blu e nel prato. Il primo anello e il parterre costeranno 20€, il secondo anello 14€ e il terzo anello potrà essere acquistato al prezzo di 10€. I cancelli apriranno alle ore 19 e il prepartita verrà animato dall’intrattenimento di Radio 105, Official Radio del Club. Nell’attesa del fischio d’inizio della sfida dell’Atatürk Olympic Stadium, ci sarà inoltre un filo diretto tra Milano e Istanbul, con collegamenti e immagini dalla capitale turca che porteranno a San Siro tutta l’emozione del prepartita.

    Al termine della gara i tifosi dovranno come di consueto defluire dallo stadio, indipendentemente dal risultato della gara.

    “Per tutti quei chilometri che ho fatto per te, F.C. Internazionale devi vincere”

    fonte: https://www.inter.it/it

  • Roland Garros: a muso duro, l’elegiaca e imprevedile sindrome da ‘beau geste’… ‘chez’ Lorenzo il Magnifico- di Teo Parini

    Se il tennis resta una disciplina meravigliosa, anche se un po’ bistrattata dalla maggioranza dei suoi noiosi attori, è perché talvolta si degna ancora di elargire pomeriggi come quello di ieri. Peraltro, un normale mercoledì della prima settimana di un torneo dello Slam, che significa una giornata dedicata al secondo turno del tabellone, mica alla finale.

    Da fruitori, capita quindi di incappare in evidenti mismatch nei quali quello forte trova quello decisamente più debole e in quanto alla conta dei punti non c’è storia. La somma algebrica di scarsa abilità tecnica, purtroppo (quasi) una costante, ed esito in ghiaccio, ha per risultato il motivo per il quale può essere più ricca di suspense anche una telenovela argentina degli anni ottanta.

    Del resto, quei diavoli di Bublik e Paire hanno pensato bene di estromettersi dal torneo dei Moschettieri già all’esordio, Kyrgios non ha nessuna intenzione di sporcare di mattone tritato le costosissime Nike che mette ai piedi e Shapovalov non attraversa un periodo particolarmente propositivo, come quegli artisti svuotati da un’ispirazione che va e che viene. Tempi duri per la raffinatezza, insomma. Certo c’è sempre quel bendidio epocale di Alcaraz a cui aggrapparsi, ma lui, più che artista maledetto, è una sentenza come le tasse e la morte e nella sua immensità tennistica, paradossalmente, perde un po’ di poesia agli occhi di chi ha speso i suoi anni migliori sperando che, una volta o l’altra, Willy il coyote prendesse il Beep Beep.

    Tutto vero, l’egemonia del corri-e-tira e il retaggio culturale del comunque compianto Nick Bollettieri sono cose con le quali fare di conto analizzando il pianeta tennis. Poi, però, in Bois de Boulogne e in quello stesso noioso e scontato mercoledì di fine maggio appare la figura mitologica di Musetti. Lorenzo il Magnifico, mezzo tennista e mezzo pittore, e tutto il doveroso preambolo di cui sopra comincia a contare come il due di picche a briscola quadri, cioè poco. Musetti, mentre i Djokovic e i Nadal vincono e rivincono tornei, fa un’altra cosa anche se, al pari dei due dioscuri, utilizza lo stesso attrezzo. Che sia italiano, per l’Italia è una benedizione almeno pari ad aver avuto tra i suoi connazionali uomini di sport speciali come furono Roberto Baggio, Lollo Bernardi o Marco Pantani: uno sfacciato colpo di fortuna.

    Musetti, per restare alle dinamiche del campo, si è trovato di fronte Alexander Shevchenko e i più simpatici ci diranno che quello buono ha giocato nel Milan ed è piuttosto in là con l’età per competere. Battuta a parte, il nativo russo non è proprio l’ultimo arrivato, considerato che un santone come Gunther Bresnik, già mentore di Becker, Leconte e Thiem, ha accettato di esserne coach e la sua classifica è abbondantemente sopra alla centesima posizione mondiale. Shevchenko, probabilmente, ricorderà quella di ieri come la giornata più avvilente della sua storia d’amore con il tennis. Non tanto per la prevedibile sconfitta, quella ci sta tutta, quanto per l’esibizione stilistica che l’azzurro gli ha gratuitamente sbattuto in faccia con l’arroganza tennistica degli eletti, palesando la stessa differenza di talento – inteso come la capacità di gestire con agio situazioni proibitive per il resto del genere umano – che passa tra Van Basten e Pasquale Bruno. Sfido chiunque ad aver pensato che i due ragazzi stessero facendo lo stesso sport, benché vestiti in maniera similare e dotati della stessa arma d’offesa.

    Se lo score conta davvero poco, anche se la severità dello stesso suggerirebbe qualche ulteriore spunto d’analisi, a importare moltissimo è la qualità profusa da Lorenzo in un centinaio di minuti irreali, così sui generis da destabilizzare emotivamente anche un pragmatico come Wilander, che da giocatore fu archetipo di orripilante modernità, con il suo gioco che a definire sparagnino gli si faceva un complimento, e da cronista è l’elogio permanente al “winning ugly” nella formulazione, per chi se lo ricorda, di Brad Gilbert. Mats, uno che comunque mastica e analizza tennis da una vita, nell’intervista di rito ha infatti definito Musetti come un mix tra Roger Federer e Guga Kuerten, che è un po’ come dire ad un matematico che la sua mente geniale compendia un po’ di Euclide e un po’ di Pitagora. Come dargli torto.

    Musetti è proprio Musetti perché, con una gestualità che è classicismo e futuro insieme, impedisce di prevedere cosa succederà con la palla successiva che, quale meravigliosa cifra stilistica, non sarà mai uguale a quella che l’ha immediatamente preceduta. Musetti è, in tal senso, la variazione issata al potere, la fantasia balistica in carne ed ossa, l’educazione certosina di una mano dalla quale, parafrasando lo scriba Gianni Clerici, una volta nella vita vorremmo tutti quanti essere accarezzati. E se tutto ciò non sarà mai sinonimo di successo, per inciso Lorenzo non vincerà questo Roland Garros e nemmeno il prossimo, è però il motivo per cui, anche nel periodo storico nefasto dei Ruud e dei Rune e della dipartita di Federer, la nostra voglia di tennis non potrà mai esaurirsi.

    Lorenzo, un highlight senza soluzione di continuità, è ascrivibile a quella cerchia di campioni che, se proprio non l’hanno inventato, il loro sport lo hanno sospinto su traiettorie inesplorate. Con buona pace di Sinner e ancora di più di Berrettini, che restano ovviamente una ricchezza per la nostra federazione, è proprio il toscano a riallacciarsi al discorso incominciato da un Panatta oggi meno solo e che purtroppo interpreti via via meno brillanti, fatte salve rarissime eccezioni, hanno lasciato cadere nel dimenticatoio. Nell’attesa di sapere se al pari del meraviglioso Adriano anche Lorenzo avrà il suo magico 1976, ma non è fondamentale accada per aggiustare il giudizio su di lui, gli si deve fin da subito un grazie grande come una casa per aver riportato il tennis azzurro sul piano che la disciplina del diavolo merita: quello dell’inesausta bellezza. Perché, nella vita, non conta quanto fai ma come lo fai e Musetti lo fa alla maniera di quelli geniali.

    Teo Parini