Categoria: Sport

  • Roland Garros, oggi il magico giorno dell’azzurro parigino: forza Lorenzo, forza Jannik

    Roland Garros, oggi il magico giorno dell’azzurro parigino: forza Lorenzo, forza Jannik

    Ricorsi e ricordi storici. L’ultima volta che l’Italia ha portato due tennisti nelle semifinali del Roland Garros fu il 1960. En passant, l’anno di nascita di uno che il gioco finirà per dominarlo, introducendo la specializzazione più spinta, Ivan Lendl.

    Il tennis di quei giorni era tutta un’altra cosa, con il professionismo ancora da venire, avverrà otto anni più tardi la nascita dell’Era Open, gli attrezzi rigorosamente ricavati da tronchi e una diffusione sul pianeta piuttosto contenuta. Tuttavia, vincere non era facile nemmeno all’epoca e la coppia formata da Pietrangeli e Sirola scrisse in Bois de Boulogne una pagina azzurra importante, con il primo che sconfiggendo Ayala, già giustiziere del secondo, si aggiudicò il secondo Slam parigino. Sessantacinque anni più tardi la storia si ripete.

    In piena golden age del tennis italiano – è notizia di ieri la vittoria nel torneo di doppio misto della coppia Errani/Vavassori con Sara pure in semifinale tra le donne insieme a Paolini – nella parte alta del tabellone, quella per regolamento presidiata dal numero uno del seeding, Jannik Sinner affronterà Novak Djokovic per un posto in finale mentre nella parte bassa sarà Lorenzo Musetti a sfidare il campione uscente Carlos Alcaraz. Con la possibilità di un derby nell’atto conclusivo di un Major come non succede dal 2015 quando, a New York, Flavia Pennetta sconfiggendo Roberta Vinci fece suo il titolo degli US Open. L’anno della lezione di tennis a reti unificate impartita da Vinci a Serena Williams lanciata verso la conquista del Grande Slam.

    Capitolo Sinner. Dal rientro dalla squalifica per l’affare doping, Jannik ha distrutto malamente chiunqe gli si sia presentato davanti, tra punteggi severi e la sensazione di fare un altro sport. Fatta eccezione per Alcaraz che a Roma qualche settimana fa lo ha battuto, alimentando un filotto di successi dell’iberico negli head-to-head abbastanza lungo. A provare a sbarrare la marcia trionfale di Sinner sarà l’eterno Djokovic che, con trentotto primavere sulle spalle, disputerà la semifinale Slam numero cinquantuno e non serve aggiungere altro. Che non sia il giocatore invincibile del 2011 è cosa abbastanza ovvia ma il livello del serbo, che ha la possibilità di concentrarsi e preparare unicamente i tornei più importanti centellinando le energie, è comunque alto. Sufficiente, per esempio, per rimandare a settembre il solito sciagurato Zverev, che un cuor di leone non lo sarà mai ma sulla terra di Parigi trova sempre il modo di fare strada. Jannik è sicuramente favorito, favoritissimo per i bookmakers, ma fidarsi della parabola discendente di Djokovic, la cui furbizia nell’incanalare i match sui binari a lui più congeniali è proverbiale, può essere un suicidio. Lo sa bene Alcaraz che di recente s’è fatto sfilare dalle mani, su questi stessi campi, il torneo olimpico. Da attendersi un Novak camaleontico, conscio di non poter seguire oggi il ritmo infernale imposto allo scambio dall’azzurro ma con qualche strategia alternativa per le mani. Del resto, sono anni che il serbo arriva con la testa dove le gambe faticano a primeggiare. Sinner, nonostante sia bancato dai professionisti delle quote a uno e venti, ha l’intelligenza di sapere che la partita dovrà andarsela a prendere senza attendere regali che non ci saranno. E se nel 2025 quel che ha reso eterno uno come il serbo Jannik lo fa meglio, il tennis insegna che l’equilibrio di un match corre sempre su un filo sottile. Vincerà l’azzurro ma scordando i bagel in serie che l’hanno portato fin qui.

    Capitolo Musetti. Una premessa è d’obbligo: non esiste in questo momento una combo più ricca di talento come quella che vede fronteggiarsi Lorenzo e Carlitos. Così tanto talento che preoccuparsi della conta dei quindici come se fosse un match normale è blasfemia nei confronti degli dèi del gioco che hanno scolpito in questi due ragazzi i caratteri cromosomici della bellezza.
    Insomma, se si tratta di giocare bene a tennis, questi due non li avvicina nessuno. Lo spagnolo, che non brilla almeno quanto Sinner in dedizione e solidità mentale finendo per esserne plastica antitesi, è giocatore epocale. Quelli che percorrono traiettorie non replicabili dagli altri. Se è centrato, considerato il livello odierno non propriamente da spellarsi le mani, non perde mai. Ma a rinfrancare le sacrosante ambizioni di Musetti è l’idea che la giornata del suo avversario possa tranquillamente non essere memorabile, in preda agli alti e bassi che lo rendono talvolta assai più umano di quanto non sia. Lorenzo, peraltro, sta disputando una stagione su terra a livelli forse insperati anche per chi, come noi, prova una venerazione per lui. Ha perso solo due partite, entrambe con Alcaraz ma senza sfigurare. A Montecarlo, per esempio, ha disputato, aggiudicandoselo, un primo set da favola, prima di cedere allo spagnolo e ad una noia fisica. Che Musetti sappia giocare a tennis come pochissimi altri sul pianeta è cosa nota da almeno un lustro, ma la sua versione attuale è finalmente completa. Perché il risultato di un lavoro eccezionale è stato quello di mettere a punto una condizione fisica strabiliante e i risultati conseguiti senza soluzione di continuità da marzo in poi sono soprattutto figli di ciò.

    Musetti si muove come un ballerino con la resistenza di un maratoneta, condizione necessaria per poi attingere a piene mani e con efficacia al suo ventaglio inesausto di soluzioni balistiche.
    A ridosso della Top five, un Lorenzo sempre più Magnifico s’è decisamente fatto grande e spesso ci si dimentica che di anni ne ha soltanto ventitré e non tutti possono godere della medesima precocità. Alla seconda semifinale Slam in carriera dopo Wimbledon 2024, per l’azzurro, nonostante la diffidenza degli esperti e una quota alta intorno a sei volte la posta, la possibilità di garantire quest’oggi lo svolgimento di una partita vera, costringendo Alcaraz a ricercare la migliore versione di sé, è più che concreta. Ma, come già detto, è un match che relega il risultato e i suoi assilli alla piazza d’onore, abbondantemente dietro alla sempre auspicabile bellezza quale spot imperituro per il tennis.

    Appuntamento, dunque, al primo pomeriggio per l’inizio delle semifinali del tabellone maschile. Tra le donne, invece, domani saranno la numero uno al mondo Aryna Sabalenka e la statunitense Coco Gauff a contendersi il titolo. Si vuole bene ad entrambe e, probabilmente, oggi è il meglio che passa il convento femminile, tuttavia, non essendo qui a vendere tappeti, è inevitabile ricordare come si abbia assistito ad atti finali parigini decisamente più ricchi di appeal. Una finale che la nostra Jas Paolini, senza il suicidio dei tre match point gettati alle ortiche contro una tutt’altro che irresistibile Svitolina, avrebbe potuto serenamente conquistare. Peccato, ma si rifarà.


    Buon (Ital)tennis a tutti.

  • Il Milan Club Magenta va in gol contro la fibrosi cistica

    Il Milan Club Magenta va in gol contro la fibrosi cistica

    Proseguono gli appuntamenti del “Milan Club Magenta”, sempre all’insegna della beneficenza.

    Questo Venerdì, ore 20.30 a Corbetta presso il Campo Sportivo, Viale della Repubblica 44, parteciperemo, insieme anche al “Circolo Contadini Abbiategrasso”, ad un triangolare organizzato dagli amici “Amatori Calcio Magenta”, in collaborazione con “Un Respiro in Più-Elisa Volentieri”.

    Perché il Calcio è molto di più.
    Facciamo goal, anzi tantissimi goal, per lottare INSIEME contro la fibrosi cistica.

    Vi aspettiamo numerosi!

  • Roland Garros: meglio un giorno da Bublik che cent’anni da fabbro-pallettaro

    Roland Garros: meglio un giorno da Bublik che cent’anni da fabbro-pallettaro

    Che il tennis non sia il baricentro dei suoi pensieri è concetto piuttosto chiaro ormai da un pezzo. Non ne ha mai fatto mistero, Sasha, arrivando talvolta a usare parole sgradevoli per il gioco.

    “Una merda”, in una delle rarissime volte in cui ci ha trovato in disaccordo. Il suo, per l’allenamento, è l’entusiasmo di chi si reca in ufficio il lunedì mattina sfidando la bolgia della tangenziale, quindi pressoché azzerato. E le cose, quasi sempre, non vanno meglio nemmeno durante i tornei. È il suo lavoro, lo pagano bene per farlo, si tappa il naso e lo fa. “Sono io quello normale”, ha detto una volta con riferimento ai colleghi decisamente più meticolosi di lui, e la tentazione di dargli almeno un po’ di ragione non è poi così peregrina, considerata la brillantezza (si fa per dire) extra-tennistica di chi poi alza i trofei. Qualcosa che lui raramente fa.

    I suoi detrattori obnubilati dal risultato a ogni costo, purtroppo sono la maggioranza bulgara dei fruitori del tennis che l’effetto Sinner ha pure incrementato, pensano che Bublik sia il classico sbruffone che non raggiungendo l’uva la denigra. Non hanno capito nulla. Il kazako d’adozione, pare che all’epoca la federazione russa gli offrisse di meno tanto da consigliare il cambio di casacca per business, detiene una quantità di talento tennistico che il solo Alcaraz oggi eguaglia e se in gioventù avesse allenato un po’ l’attitudine, da affiancare alla tecnica sopraffina gentilmente concessa da madre natura, siamo certi che il tennis avrebbe raccontato storie differenti. Ma è un problema tutto nostro, non certo suo che di immolarsi per la carriera non ne sente affatto l’esigenza.


    Così, una partita di Bublik può essere, alternativamente, caviale o kebab. Anzi, la stessa partita può essere più sinusoidale delle montagne russe, con il risultato che ad esultare siano spesso onesti mestieranti della racchetta più avveduti di lui nella conta dei punti. Lo si è visto perdere, anzi non giocare proprio, partite che per qualità intrinseca avrebbe potuto vincere con la mano di scorta, così tante volte nei suoi primi ventisette anni di vita da finire per far percepire l’evenienza ricorrente alla stregua della normalità
    . Ha vinto ad Halle, casa Federer e vorrà pur dire qualcosa, l’unico torneo degno di nota della carriera fino a qua e la sensazione è che quella volta di due anni fa, facendo secchi Sinner e Zverev, si siano miracolosamente allineati i suoi pianeti. Un accadimento, dunque, irripetibile. A conferma di ciò, l’inizio del 2025 non è stato quello che si dice un successo. Tuttavia, è da qualche settimana che sembra animato da qualche buon proposito, al punto da scomodarsi per scendere nel pantano dei Challenger a mettere benzina nelle gambe in chiave Roland Garros. Così mentre Alcaraz e Sinner se le davano di santa ragione a Roma, lui incamerava il più modesto torneo di Torino, circondato da gente che non si capisce nemmeno faccia il suo stesso sport.

    Tipo strano, lo si è visto più voglioso all’ombra della Mole per un appuntamento di seconda categoria che in mille più appetibili circostanze. Mood insolito replicato anche in Bois de Boulogne quando, dopo aver perso i primi due set senza combattere contro il top ten DeMinaur, è salito in cattedra garantendosi l’ottavo di finale prestigioso contro Draper. Giocatore vero e in enorme ascesa, il britannico. Uno di quelli che perde solo se l’avversario finisce per essergli nettamente superiore perché di suo pugno non regala mai un quindici. L’incontro era in programma oggi, sulla carta un lunedì come tanti che l’hanno preceduto a Parigi. Invece, non solo non è risultato paragonabile ad altri ma il match tra Bublik e Draper ha offerto un paio d’ore di abbacinante bellezza tennistica da parte di entrambi con Sasha, però, che ha esplorato traiettorie inconsuete che costringono a scomodare paragoni a dir poco ingombranti. Non è un’iperbole.

    Perso il primo serrato set per colpa di un sanguinoso doppio fallo sulla prima palla break concessa al rivale, un marchio di fabbrica, il kazako nei successivi tre parziali ha giocato un tennis financo esagerato e pure scevro dai consueti passaggi a vuoto, compendiando, tutto insieme, l’arte del controbalzo e quella del tocco. Fossimo qui a raccontare di tuffi, ecco che parleremmo di difficoltà 3.6, la massima possibile. Bublik, disturbante per varietà proposta e solidità nell’esibire soluzioni vincenti, al cospetto di un giocatore forte e che uno Slam a differenza sua finirà per vincerlo, ha disputato la partita perfetta. Un po’ Agassi nel giocare con i piedi sulla riga di fondo senza mai arretrare di un passo, un po’ Rafter nelle soluzioni di volo d’altri tempi, un po’ Ivanisevic con il martello in mano al servizio, un po’ Nalbandian nell’esecuzione incessante del rovescio bimane. Insomma, eccellenza pura che riconcilia con il tennis.

    Non è dato sapersi se e quando Sasha, con le sue policrome personalità, sarà in grado di replicare queste due ore irreali sul rosso, che per i meno giovani rimandano ai due set con i quali McEnroe annichilì Lendl proprio a Parigi nel 1984, esibendo – parola di Tommasi – il miglior tennis sul mattone tritato della storia. Forse mai, forse dopodomani. Forse Sinner lo farà a pezzetti. Poco importa. Il tennis, brutalizzato dal corri-e-tira di bollettieriana ideazione e da attrezzi fin troppo democratici, ha un disperato bisogno di quelli come Bublik. La cui seppur inaffidabile presenza nel circus sta a ricordare il passato luminoso della disciplina, quando il saper giocare bene a tennis era requisito imprescindibile per emergere, con l’educazione della mano a farla da padrona. Ancora, chi pensa a Bublik solo come a un giocoliere tutto palle corte, tweener, servizi da sotto e orpelli folcloristici, dovrebbe sedersi sui banchi di scuola. Sasha sarà pure un Globetrotter della disciplina nata dalla pallacorda che collateralmente cazzeggia e diverte, ma per fortuna degli avversari ha quasi sempre qualcosa di meglio a cui pensare. Perché quando si annoia succede esattamente quel che s’è visto oggi, un giorno da Alexander Bublik. In estrema sintesi, bellezza.

  • Robecco sul Naviglio: domenica 8 Giugno ritorna il ‘Memorial Enrico Cucchi’

    Robecco sul Naviglio: domenica 8 Giugno ritorna il ‘Memorial Enrico Cucchi’

    Conto alla rovescia per la 26 esima edizione del Memorial Enrico Cucchi che si svolgerà DOMENICA 8 Giugno sui campi da calcio del Concordia Robecco.

    Un evento a cui l’Inter club Magenta 1978 ‘Kalle Nerazzurra’ in special modo nella figura del suo presidente onorario Luciano Cucco, che ha dato vita a questa bella iniziativa dedicata al calcio giovanile nel ricordo di Enrico, tiene tantissimo.

    L’anno scorso, l’Inter club visse un momento davvero emozionante per il 25 esimo di questo memorial creato per ricordare lo sfortunato centrocampista interista andato avanti troppo presto per un male incurabile. Un quarto di secolo, una data da celebrare con tanti campioni.

    Un giocatore di talento che era un esempio sul campo e anche fuori. Un vero sportivo dai sentimenti nobili.

    Valori quelli di Enrico, che l’Inter club vuole trasmettere proprio per questo ai più giovani. Ai quei calciatori in erba che ancora oggi rappresentano l’essenza di un pallone che a volte ci pare troppo scoppiato …

    Non è un caso che quest’anno il torneo giovanile vedrà protagonisti la categoria dei pulcini su campo a 7.

    Un grazie particolare al Concordia Robecco e all’Amministrazione cittadina di Fortunata Barni che per il secondo anno di fila hanno raccolto la richiesta di collaborazione dell’Inter club con cui è ormai ben avviata questa sinergia.

    Si gioca il prossimo 8 Giugno, calcio a 7 con squadre divise in 3 gironi. Non mancano i nomi di club blasonati come Parma, Reggiana, Sassuolo, Vicenza …. ci saranno poi anche gli svizzeri del Chiasso.

    Un invito fin d’ora a tutti ad essere presenti a quella bella iniziativa in cui sport, ricordo di un grande campione ed educazione si sovrappongono in un mix vincente.

    La giornata sarà particolarmente intensa con gare no stop dal mattino sino al pomeriggio, quando, intorno alle 16,30 – 17, ci sarà il momento delle premiazioni. Sarà questo il momento anche per assegnare alcuni riconoscimenti a livello territoriale, in particolar modo, l’Interista dell’Anno.

    Riconoscimenti che vengono assegnati a figure della nostra zona dal cuore nero azzurro che si sono distinte nel loro ambito professionale con un occhio sempre alla maglia della squadra del cuore.

    Come capita da diversi anni a questa parte, Ticino Notizie sarà Media Partner dell’evento calcistico.

  • Rubgy, finale amaro per Parabiago in un anno da incorniciare

    Rubgy, finale amaro per Parabiago in un anno da incorniciare

    – La finale per la promozione in Elite si è conclusa con una sconfitta allo scadere per Rugby Parabiago, che ha lottato per 80’ con Biella in una gara bella, ricca di emozioni e intensità. Sul campo dello Stadio Beltrametti di Piacenza, i rossoblù hanno dato tutto, ma è stata una splendida giocata dei piemontesi a scrivere il verdetto finale.

    La partita è iniziata con una predominanza di Parabiago, capace di imporre il proprio gioco e portarsi sul 14-0 con due mete di Cornejo e Paz, trasformate da Silva Soria. Una meta gialloverde ha dimezzato il risultato, che a fine primo tempo vedeva quindi il Parabiago avanti per 14-7. Tuttavia nei secondi 40’, nonostante un calcio di punizione di Silva Soria che portava i nostri sul 17-7, Biella trovava la forza di reagire con una meta segnata e trasformata da Price e, allo scadere, lo stesso numero 10 con un preciso calcio all’ala metteva Nastari in condizione di segnare la meta della vittoria. Questo gesto tecnico ha consacrato Price come Man of the Match, chiudendo la partita sul 19-17 per i gialloverdi piemontesi. Doverosi i complimenti al Biella, che ha lottato su ogni pallone e non ha mai mollato, tanto da riuscire a ribaltare il risultato ad un minuto dal termine.

    I nostri ragazzi, nonostante il finale amaro, meritano solo applausi. La stagione è stata straordinaria e ha regalato emozioni indimenticabili ai tifosi, culminando in una finale che ha visto una cornice di pubblico incredibile. Le tribune gremite di sostenitori rossoblù e gialloverdi hanno trasformato lo stadio di Piacenza in un mare di passione, dimostrando ancora una volta quanto il rugby possa dare.

    A fine gara è stato meraviglioso il cerchio in campo con giocatori, staff, ragazzi e ragazze delle Juniores, tifosi, stretti in un abbraccio unico e indimenticabile, con lo storico Capitano Josh che ha ribadito un concetto fondamentale: le sconfitte fanno parte del percorso sportivo e rappresentano una base su cui costruire i successi futuri.

    Rugby Parabiago ha dimostrato di essere non solo una squadra, ma una vera e propria famiglia. Il lavoro svolto dal club a tutti i livelli rappresenta un esempio di impegno e dedizione e di questo tutti noi dobbiamo essere orgogliosi.

    “Abbiamo lavorato bene tutta la partita – ha dichiarato il Coach Demis Banfi in sala stampa. Sono stati bravi loro in quella giocata di Price che ha visto spazio all’ala e con un calcio perfetto ha permesso al compagno di andare in meta. Penso che abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare. Nel secondo tempo c’è stato forse un leggero calo fisico, non siamo stati più così determinanti e avanzanti e abbiamo fatto qualche scelta affrettata. Probabilmente avremmo dovuto sfruttare meglio qualche episodio per portare a casa quei punti che avrebbero messo più distanza tra noi e loro e non rischiare di arrivare agli ultimi minuti dando loro la possibilità del sorpasso. Ma non rimprovero nulla ai nostri ragazzi, hanno dato tutto.”

    “È stata una partita decisa dai dettagli – ha aggiunto il Capitano Adolfo Caila, visibilmente amareggiato. Perdere alla fine è stata dura, dopo essere stati avanti per tutta la partita, ma le finali sono così, sono punto a punto, purtroppo è andata dalla loro parte. È un colpo ma noi siamo orgogliosi del lavoro che abbiamo fatto in tutta la stagione, sia con la prima squadra, sia con i giovani che stanno salendo in Seniores, sia con le giovanili in generale. Noi continuiamo con il movimento, facendo crescere i nostri ragazzi. Andiamo avanti, non possiamo fermarci perché abbiamo perso una finale ma anzi, deve darci una carica in più per dire ok, bisogna migliorare su alcune cose. Sono certo che il futuro non potrà che essere positivo, continuando a lavorare come stiamo facendo adesso.”

    “Siamo orgogliosi di quanto fatto nella stagione da tutto il Club – chiude l’Head Coach Daniele Porrino. Non è la partita di oggi che cambia qualcosa, la stagione della squadra è stata eccezionale e non posso che fare i complimenti a tutti: giocatori e staff. Siamo felici di veder crescere i nostri giovani: ieri avevamo con noi tre Under 18, che hanno vissuto e giocato una finale promozione. Questo è il nostro miglior risultato e vogliamo continuare a credere che questo sia il miglior modo di lavorare, guardando al domani.”

    Il Rugby Parabiago guarda quindi al futuro con determinazione e orgoglio, consapevole del proprio valore e dell’amore incondizionato dei suoi tifosi. La sconfitta di Piacenza non è un punto di arrivo, ma una nuova partenza per continuare a crescere.

    IL TABELLINO

    Piacenza, Stadio Beltrametti – Domenica 1 giugno 2025 Finale Playoff Serie A

    Parabiago Rugby v Biella Rugby 17-19 (14-7)
    Marcatori: p.t. 14’ m. Cornejo tr Silva Soria (0-7), 16’ m. Paz tr. Silva Soria (0-14), 21’ m. Price tr. Price (7-14). s.t. 47’ c.p. Silva Soria (7-17), 57’ m. Price tr. Price (14-17), 77’ m. Nastaro n.t. (19-17)

    Biella Rugby: Ventresca; Foglio Bonda, Gilligan, Grosso, (65’ Travaglini) Nastaro; Price, Loro (74’ Besso); Vezzoli (cap.), M. Righi (60’ Mondin), J.B. Ledesma; F. Righi (54’ Protto), De Biaggio; Lipera (59’ Vaglio), Scatigna (74’ Casiraghi), De Lise (59’ Vecchia). Non entrati: Moretti
    All. Alberto Benettin

    Parabiago Rugby: Cortellazzi; Coffaro (74’ Schlech), Paz (43’ Sala), Hala, Moioli (55’ Grassi); Silva Soria, Zanotti (75′ Ferioli), Cronje, Messori (51’ Bertoni); Mugnaini; Toninelli, Caila; Castellano (44’ Ceciliani), Cornejo, Antonini. Non entrati: Zecchini, Catalano
    All. Demis Banfi

    Arb.: Matteo Locatelli (Bergamo)

    AA1 Gabriel Chirnoaga (Roma), AA2 Ferdinando Cusano (Torino), IV Uomo Alessandro Di Fruscia
    Cartellini: 9’ giallo a Zanotti (Parabiago); 70’ giallo a De Biaggio (Biella Rugby)
    Calciatori: Price (Biella Rugby) 2/3; Silva Soria (Parabiago) 3/4
    Note: giornata caldissima, 30° circa, campo in buone condizioni. Spettatori circa 3000.
    Player of the Match: Price (Biella Rugby)

  • Addio ad Ernesto Pellegrini il presidente di un calcio che non esiste più

    Addio ad Ernesto Pellegrini il presidente di un calcio che non esiste più

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, c’era un tempo in cui il Presidente era un punto di riferimento. Una incarnazione dei propri tifosi; il popolo della maglia. Il calcio in Italia aveva un’aria magica Il Lunedì era giorno di festa o passione unita alla delusione. I racconti sentiti, detto mille volta della radiolina. Il Paese si bloccava per una partita ??? No! Per i goal di 90° minuto.

    Paolo Valenti e tutti i suoi collegamenti. Il Presidente a cui la gente chiedesse sacrifici e di spendere. Una persona fisica ; uno di noi magari con macchinone
    Oggi fondi e cordate ai tempi un uomo solo al comando. Ernesto Pellegrini l’uomo del Inter dei record.

    Erano gli anni ’80 e Milano era da bere; beh lui era specializzato nel mangiare. Era poco comunicativo e carismatico ma ha costruito una delle squadre più forti di tutto il campionato italiano e la sua gloriosa storia ..Non aveva nessuno contro…un plotone di avversari definiti. Agnelli/ Boniperti alla Juve. Viola a Roma la magica. La spumeggiante Sampdoria con Mantovani…poi arrivo …
    Silvio Berlusconi nella Milano rossonera.

    Era difficile tenere il passo senza essere schiacciato da tanta presenza scenica e video. Lui è riuscito a vincere lo scudetto dei record. La Supercoppa Italiana. Due Coppa UEFA; quanto andavano le seconde
    In alcuni anni più difficile della Coppa Campioni. Il trio tedesco dei miracoli in una tessitura alla Trapattoni. Marini portò l’ultimo trofeo europeo del suo periodo in una stagione tribolata.

    In certi casi sottovalutato e non onorato per il suo contributo a rendere grande la Beneamata.
    Per molti anni il suo scudetto resto l’ultimo vinto in una sorta di vendetta alla portoghese. Sicuramente da lassù sarà un angelo in più in campo.

    Rappresentante della storia dell’Inter dove le vittorie sono sudate e dimenticate e le sconfitte atroci ed eterne. Comunque, esserci sempre a testa bassa. Come un ariete o un toro nella arena. Molte volte vince ed è storia tramandata e non gonfiata. Con lui se ne va un pezzo non solo di Inter ma dell’intento calcio italiano. Il Presidente!!! Unico a comandare e pagare. Mano sulle spalle e contatto umano con tifosi e giocatori …di cui conoscevi pure i genitori.

    La radiolina e la schedina e acqua e menta. Le salamelle del campo e quei sapori di magia. Grazie Pres; così era chiamato …da lassù metta un occhio. Non chiedere mai chi era Pellegrini. Non chiedere mai l’importanza di chiamarsi Ernesto. Era un uomo che ha lottato coi giganti e molto spesso ha vinto in trionfo”.

    Massimo Moletti

  • Il Giro d’Italia 2025 è di Simon Yates

    Il Giro d’Italia 2025 è di Simon Yates

    Il ciclismo toglie, il ciclismo dà. Ma quando qualcuno vince un Giro d’Italia nello stesso posto – il terribile Colle delle Finestre, tra pendenze in doppia cifra e polvere che indebolisce il respiro – in cui lo aveva perso in preda ad una crisi di nervi e di gambe un lustro prima, questa volta con il cervello che sale in cattedra, è un tripudio per la disciplina che glorifica la fatica bruta ma non disdegna, appunto, l’intelligenza.

    Simon Yates, gemello di Adam con già trentadue primavere sulle spalle, nel 2018 aveva visto infrangersi il sogno rosa che pareva destinato ad essere suo e cambiare il suo peso specifico, in una di quelle giornate che nessuno si meriterebbe di vivere. Una Vuelta portata a casa l’anno dopo per provare a smorzare la cocente delusione, ma quella ferita italiana non gli si è mai cicatrizzata del tutto.

    Un Giro bruttino fin qui, con la classifica delineata più dalle cadute che dai quadricipiti, aveva un’ultima chance per rinfrancarsi, riportando i corridori sulle Finestre con i giochi ancora tutti aperti. In rosa, infatti, questa mattina c’era il baby-prodigio Del Toro, divenuto capitano della UE dopo le disgrazie di Ayuso, finito a terra e rialzatosi con un ginocchio malconcio che gli ha suggerito il ritiro. A solo una manciata di secondi di ritardo Carapaz, il vecchio marpione, e ad un minuto abbondante, appunto, Yates. Curiosamente, il gemello Adams è al servizio del rivale messicano e chissà cosa si saranno detti in corsa. Simon, questa giornata se l’era segnata sul calendario il giorno della presentazione dell’edizione numero 108 della corsa. Come le volte in cui passa il treno della rivincita.

    Per la verità, anche un suo compagno, van Aert, cercava il riscatto. Il belga, che ha stretto un patto con la sfiga come nessuno mai nella storia di questo sport, si è presentato al via dall’Albania con l’idea di fare incetta di tappe, ma un Pedersen super gli ha levato il sorriso in più di un frangente. Un classico. Pure per lui, oggi, era quindi l’ultima chance, seppur in veste di gregario di lusso, per lasciare un segno indelebile. Dentro nella fuga della prima ora come punto d’appoggio per il capitano Yates, van Aert si è reso protagonista del colpo del ko all’armata emiratina che ha permesso al britannico di ribaltare le sorti della corsa. Ha atteso Yates in cima al Colle delle Finestre e poi ha azionato le sue gambe nella versione dei giorni migliori per scavare il vuoto tra loro e il gruppetto della maglia rosa sempre più allo sbando e incapace di replicare l’andatura del fiammingo. In precedenza, però, era stato Yates in prima persona a guadagnarsi la pagnotta. Con intelligenza, anche questo un marchio cromosomico, sfruttando le beghe da cortile tra un Del Toro malamente gestito dal team e un Carapaz dalla gamba buona ma non ottima come qualche giorno fa, Simon allunga in salita e imposta un’andatura costante e senza cedimenti che gli consente di scollinare sulla salita iconica di giornata vestendo la maglia di leader virtuale. Prima che van Aert cementasse il risultato acquisito in salita con una progressione nel tratto vallonato che conduce al Sestriere dove per fare la differenza serve proprio la sua potenza.

    Per la Visma, squadra scaltra per genesi e tradizione, è l’ennesimo piano ben riuscito, mentre per Yates è la resa dei conti con la sorte. Ad uscirne a pezzi è, al contrario, la UA che quando Pogacar non c’è dimostra in più di una circostanza di essere compagine più soldi che costrutto. A Del Toro, invece, la scoppola potrebbe risultare assai utile in futuro se avrà l’intelligenza di capire cosa gli è capitato intorno in queste tre settimane di ribalta planetaria. Il ragazzo ha dalla sua una classe cristallina e un’eleganza in sella invidiabile ma non pare brillare per umiltà e, ciò che è peggio, acume tattico e potrebbe costargli caro.
    In definitiva, il Giro che ha perso troppo presto gente come Landa (buona guarigione), Hindley, Ciccone, Roglic e Ayuso, con un colpo di coda forse imprevisto è riuscito nell’intento di raccontare una storia di sport meravigliosa nella più classica delle zone Cesarini. Quella di Yates, un’andata e ritorno dall’inferno con il lieto fine. Chiosa finale obbligatoriamente dedicata a Caruso e Pellizzari.

    Trentasette anni, il primo, e una carriera lunghissima troppo spesso al servizio dei suoi capitani più che di sé stesso, sfruttando la sua dote migliore, la regolarità certosina, ha strappato un quinto posto finale (primo degli italiani) che vale tantissimo. Anche perché nei piani del team avrebbe dovuto fare da chioccia a Tiberi, anch’esso limitato da una brutta caduta. Dietro al siciliano in classifica generale c’è proprio Pellizzari, sesto. Partito per scortare Roglic in salita, s’è ritrovato capitano di fatto e ha mostrato qualcosa di interessante in prospettiva. Forse non sarà il nuovo Pantani, e ci si augura di sbagliare, ma con la penuria di talento che c’è oggi in Italia sarebbe molto importante crescesse ulteriormente come uomo da grandi giri. Dove il solo Caruso è garanzia.

    Bravissimo Simon. La tua è una maglia rosa che rende giustizia ad un gran bel corridore, oltre che al ciclismo.

  • Basket. Vigevano 1955 saluta e ringrazia Lorenzo Pansa

    Basket. Vigevano 1955 saluta e ringrazia Lorenzo Pansa

    Nuova Pallacanestro Vigevano 1955 comunica che Lorenzo Pansa non sarà l’allenatore della squadra che affronterà la stagione 2025/26. “Ringrazio pubblicamente Lorenzo perché venire a Vigevano dopo anni vincenti per affrontare una serie A2 senza esperienza non era facile – dice il Presidente Marino Spaccasassi -. Ha accettato una sfida che non tutti avrebbero accettato, ci ha fatto capire cosa serviva a livello societario per essere al passo con gli altri: ancora non lo siamo, ma abbiamo le idee più chiare. Lo ringrazio perché lui e il suo staff non hanno mai lesinato impegno e duro lavoro, è un uomo vero che dice le cose in faccia, proprio come piace a me. A lui vanno i più profondi ringraziamenti e un grande in bocca al lupo per il suo futuro dentro e fuori dal campo da parte del sottoscritto, del consiglio d’amministrazione e dell’intero staff societario”.

    Lettera aperta di Lorenzo Pansa: “Vigevano 1955 resta sempre quella che sei, perchè sei unica”

    Riceviamo e pubblichiamo volentieri da parte di Lorenzo Pansa

    “Cara Vigevano, in due anni insieme, abbiamo pianto due volte.
    La prima volta di gioia, la seconda di delusione.
    Delusione che ci metterà mesi ad andarsene perché tu, cara Vigevano, entri nella pelle e nel cuore.
    E ieri, a stento, abbiamo trattenuto altre lacrime per la terza volta al momento dei saluti.

    Sai essere dura, a volte anche troppo.
    Sai amare.
    Sai trasmettere emozioni come poche altre sanno fare.

    Ora ci dobbiamo salutare, e nel momento dei saluti non posso che dirti grazie.
    Grazie allo staff che mi ha sopportato, fatto di persone fedeli, competenti e appassionate.

    Grazie a Marino Spaccasassi, che più che un Presidente è stato un fratello maggiore.
    Se ci fossero più persone come lui, il nostro sarebbe un mondo migliore.

    Grazie a tutte le persone che fanno parte del club, persone genuine che ti entrano nel cuore e ti spingono a fare un sorriso sempre, anche nei momenti più difficili.

    Grazie ai ragazzi che ho avuto l’onore di allenare in questi due anni: uomini veri, uomini che si emozionano, uomini che danno tutto.

    E di nuovo grazie a te Vigevano, perché sai emozionare.

    E le emozioni sono tutto, le emozioni non si dimenticano, le emozioni restano dentro.

    Arrivederci Vigevano,
    Resta sempre senza provincia,
    Resta sempre quella che sei.
    Perché sei unica”.

    LORENZO PANSA

  • Addio a Ernesto Pellegrini, icona interista ma soprattutto imprenditore generoso e visionario

    Addio a Ernesto Pellegrini, icona interista ma soprattutto imprenditore generoso e visionario

    È morto a 84 anni Ernesto Pellegrini, imprenditore milanese che ha scritto pagine indelebili della storia dell’Inter. Pellegrini rilevò il club nerazzurro nel 1984 da Ivanoe Fraizzoli. La storia di Ernesto Pellegrini all’Inter è la storia di tanti campioni portati in nerazzurro a partire da Rummenigge, Matthäus, Klinsmann e Brehme. Nel 1989 il trionfo con lo Scudetto dei Record con alla guida Giovanni Trapattoni.

    Pellegrini all’Inter ha vinto anche 2 Coppe Uefa, nel 1991 e nel 1994, e una Supercoppa Italiana nel 1989. Nel 1990 Pellegrini viene insignito dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro. L’ultimo trofeo vinto dalla squadra nerazzurra sotto la sua gestione è la Coppa UEFA conquistata nel 1994, vincendo la finale contro il Salisburgo. Nel 1995 la cessione del club a Massimo Moratti. Sposato con Ivana, aveva una figlia, Valentina, oggi vice presidente della Fondazione Pellegrini. Nel 2014 viene insignito dell’Ambrogino d’Oro con la motivazione di incarnare “le più autentiche virtù ambrosiane, coniugando spirito imprenditoriale e attenzione concreta verso i cittadini più fragili”.

    “Rilevò la società da Fraizzoli, con una stretta di mano, diventando il diciassettesimo presidente della storia nerazzurra. Undici anni, fino al 1995, prima di passare il testimone a Massimo Moratti. Undici anni con lo Scudetto dei record del 1989, la Supercoppa Italiana, le due Coppe Uefa (1991 e 1994). L’Inter dei tedeschi: prima Rummenigge, poi Matthäus, Brehme, Klinsmann. L’Inter di Trapattoni, con Zenga-Bergomi-Ferri-Berti, insomma con quella formazione che possiamo ancora recitare a memoria, con Serenza-Diaz a chiudere l’11 e la filastrocca, oltre alle azioni di gioco, tramutate sempre in gol”, ha ricordato l’Inter sul suo sito definendo la sua una “impronta indelebile” nella storia del club. Nel 2020 è stato introdotto nella Hall of Fame dell’Inter, con il Premio Speciale.La storia di Ernesto Pellegrini oltre che all’Inter si lega anche a quella della Pellegrini Group. Fondata nel 1965, è attiva a livello internazionale nei servizi dedicati alle aziende a livello di ristorazione collettiva, welfare solutions (buoni pasto), pulizie e servizi integrati, vending, lavorazione della carne e forniture alimentari e consegna a domicilio (attraverso Mymenu).

    Il gruppo ha fatto registrare nel 2019 ricavi per 640 milioni di euro. Fra le sedi di Milano, Roma, Lugano e gli appalti in altri Paesi vi lavorano circa 9000 persone. Importante anche l’impegno sociale che ha avuto Ernesto Pellegrini con diversi progetti di solidarietà. Nel dicembre 2013 costituisce la Fondazione Ernesto Pellegrini ONLUS che si rivolge ai “nuovi poveri” proponendosi di aiutare le tante persone che si trovano in condizione di temporanea difficoltà economica e sociale e di favorire così lo sviluppo di nuove idee e nuove risposte a bisogni che cambiano e divengono più complessi. Il ristorante Ruben (il nome è quello di un senzatetto morto assiderato in una baracca che Pellegrini aveva conosciuto da ragazzo quando ancora lavorava nella cascina di famiglia) rappresenta l’avvio di questo progetto di sostegno. Ha sede a Milano, in via Gonin 52, zona Giambellino, ed è in grado di servire fino a 400 pasti ogni sera con menù diversi.

    “Ci ha lasciato Ernesto Pellegrini, uomo di visione e profonda umanità, figura centrale nella storia dell’Inter. Alla guida del Club per oltre un decennio, ha saputo coniugare passione, stile e rispetto, lasciando un’impronta indelebile nella memoria nerazzurra e non solo.
    Alla moglie Ivana, alla figlia Valentina e a tutta la famiglia Pellegrini giungano sincere e affettuose condoglianze. Ciao Presidente”, scrive su Facebook Ignazio La Russa.

  • Faccia da Chelsea:  Enzo Maresca nell’Olimpo dei grandi mister italiani a Londra

    Faccia da Chelsea: Enzo Maresca nell’Olimpo dei grandi mister italiani a Londra

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, i blues hanno vinto l`ennesimo titolo europeo
    Diventando l`unica squadra del vecchio continente ad avere tutte le coppe in bacheca: Campioni, UEFA, la vecchia Coppa delle Coppe e la nuova Conference.

    Una squadra sempre in crescita da ben 27 anni dal 1998 guida Vialli fino ad oggi con Mister Maresca.

    Un grande risultato pure nella coppa dei piccoli e dell`Europa calcistica minore ma sempre un trofeo che fa bacheca e storia. La partita era un evento con il Betis prima finale della sua storia fuori dalla penisola Iberica e la squadra di Londra che poteva fare filotto.

    In campo molti campioni e giovani in un multiculturalismo positivo perché unito dal talento, maglia e obbiettivo non da aria fritta.

    Il mio amore per il Chelsea inizia nel 1995 la prima volta nella capitale inglese e dovevo fare colpo su una biondina di Albione. Una ragazza da autodromo americano.
    In quel periodo i blues non erano ancora cosi` popolari ma il loro inno risuonava dopo la partita per le vie londinesi.

    Avevano vinto e le maglie costavano meno delle altre: mi fiondo a prendere cappellino e maglietta piu` omaggio una sciarpa leggera. Sembri proprio un inglese tuonò la ragazza esplosiva …
    Arrivano in gruppo e cantano: “Blue Is the color!” Una simpatica marcetta che prende in testa e dal testo semplice. Canto nel coro e avendo una voce migliore degli alticci di Oltre Manica ho pure applauso La ragazze è colpita dal mio grido di gioia.

    Col tempo sono tornato in Gran Bretagna e il Chelsea e` diventato sempre piu` popolare e la ragazza dagli occhi dolci ha preso marito e il suo sorriso e` sparito…

    La squadra inglese ha iniziato a vincere Coppa nazionale e poi coppe internazionali con il passaggio di tanti milioni e campioni. Sono stato uno dei primi tifosi italiani di questa gloriosa squadra che mi ha sempre dato tante soddisfazioni pure sui set internazionali.

    Infatti, trovavo sempre inglesi che erano fans tifosi della simpatica squadra Rimanevano stupiti da quel mio sapere non solo l`inno ma pure la storia infinita di successi degli ultimi 30 anni.

    Una grande cavalcata che ha sfiorato pure il triplete ma fallito. L`importante e` esserci e mettere tutto l`impegno giusto. Anni fa era impegnata su tre fronti tutti secondi posti. Ma non ha buttato via il raccolto ma tenuto il ricordo per le prossime avventure Un insegnamento che in Italia paese provinciale e capriccioso deve essere appreso fin da piccoli.

    Prima esulti per i tuoi beniamini poi fai gli applausi ai tuoi avversari. La scena piu` bella della partita di giovedì e` l`omaggio del grande Chelsea ai giocatori de Betis…Molti gufi aspettano per gioire !!!

    Imparate da qui perché chi arriva alla fine se la gioca perché ha concluso un percorso da cui ripartire
    Un altro insegnamento dal Chelsea dal calcio visto in finale, anzi tre:

    Il primo:le partite non sono mai morte fino alla fine
    Secondo: vincere e` sempre bello e tutte le competizioni vanno onorate
    Terzo ;la storia del calcio si scrive ogni giorno e ogni pagina regala attimi di immortalita`

    Certo la Champions e` un’altra cosa ma bisogna fare strada nei piccoli vicoli per affrontare le grandi vie e il grande che percorre le vie anguste e meno ricche esce sempre con degli insegnamenti e ricordi importanti.

    Grande Chelsea con i tuoi insegnamenti: i grandi giocano sempre da grandi. Alzare una coppa e` sempre magia. Allargare la bacheca fa sempre pulizia di ricordi e momenti di gioia.

    Non chiedere mai perche` tifo Chelsea. Non chiedere mai se ho vinto con la tipa.
    L`importante è essere arrivati in finale …non sperare che gli altri perdano guardando dall`altare dei falliti. Intanto una sola squadra ha tutte le coppe europee.
    Il colore é Blue …il nome é Chelse”.

    Massimo Moletti