Categoria: Sport

  • Giro d’Italia, il nobile gregariato di foggia colombiana di Dani Martinez

    Giro d’Italia, il nobile gregariato di foggia colombiana di Dani Martinez

    Sega di Ala, salita impervia di un ecosistema mica tanto ospitale. L’anno è il 2021 e in maglia rosa c’è Egan Bernal, il predestinato. Il Giro d’Italia volge alla sua conclusione ma tra il colombiano e il primo successo nel GT italiano ci sono due insidie. La salita, appunto, ancora da farsi e un maledetto mal di schiena, la sua kryptonite. Sembra andare tutto per il meglio fino a quando l’ennesima rasoiata di Simon Yates, che quando è in stato di grazia fa divinamente il suo mestiere di grimpeur, spegne a Egan le lampadine. Crisi nera e improvvisa, la classica scoppola che scompagina piani e ambizioni. La pedalata si fa scomposta, il corpo si accartoccia sulla bici e gli occhi sono quelli di chi sa che sta per perdere tutto.

    A meno che, nei paraggi, il destino non invii in soccorso uno come Dani Martinez. Professione gregario, ma di lusso, con qualità da primo della classe soprattutto nelle giornate di estrema fatica. Anch’esso colombiano e, ciò che più conta, compagno di team, Dani è il più lesto di tutti nello scorgere la difficoltà di Bernal, al punto che immediatamente si lascia sfilare dai battistrada per mettersi a fare da scudo e locomotiva per il capitano alla deriva. Quello che ne viene fuori è uno dei momenti ciclistici più iconici di ogni epoca: la sublimazione dell’arte del gregariato, somma di fedeltà, forza, dedizione e umanità. Martinez potrebbe tranquillamente vincere quella tappa, considerato come girano le sue gambe, ma non è tipo da disattendere i doveri di squadra e si mette al servizio del compagno il cui sguardo comincia a rinfrancarsi.

    “Sette minuti, Egan”, urla Martinez, prima di affiancarlo agitando il pugno chiuso ad un palmo dal suo naso, quasi a volergli strappare dal serbatoio le ultime energie. “Ancora sette minuti”, ribadisce Martinez, che se lo caricherebbe sulla canna della bicicletta se solo potesse. Non è un miracolo ma la logica di uno sport meraviglioso, fatto da gente strana perché amante della sofferenza ma sempre un po’ speciale, se Bernal, ormai in piedi sul cornicione, ritrovi vigore. Quel che basta per salvare un Giro prima dominato e poi quasi perso. Dani Martinez, uomo chiamato provvidenza, quel giorno deve aver capito due cose. Una è la competenza del popolo del ciclismo che ha tributato il suo operato alla stregua di una vittoria. L’altra è che una chance di correre una corsa da tre settimane con i gradi del capitano se la meriterebbe tutta.

    Per farlo, Dani sceglie di cambiare aria, perché in casa Ineos sono tanti i campioni che scalpitano, e porta i suoi servigi alla Bora, compagine che gli promette un Giro d’Italia da protagonista. Il risultato è la storia di questi giorni. Una storia rosa che racconta sì di un Tadej Pogacar alieno e che rispetto a tutti gli altri fa un altro sport ma anche di un Martinez meritatamente primo tra gli umani, secondo della classifica generale nonché l’unico, con il nostro Tiberi, che nei limiti delle possibilità abbia provato a resistere all’epocale sloveno. Tre settimane di concretezza granitica per mettersi alle spalle un cagnaccio che, proprio della concretezza, è docente universitario. Geraint Thomas, il gallese che non cede mai. Martinez si conferma, così, efficace a cronometro, tenace in salita, scaltro nello stare lontano dai guai e tatticamente preparato.

    A tre anni dal trionfo di Bernal, quello anche un po’ suo, Dani mette in bacheca il risultato di maggior prestigio della carriera, un podio rosa che rende giustizia alle qualità di un corridore mai considerato fino in fondo da addetti ai lavori e tifosi. Forse perché poco appariscente, figlio di un ciclismo umile e rispettoso che fa da contraltare all’esuberanza arrembante dei nuovi fenomeni. Martinez, pertanto, da questo Giro torna a casa con la conferma di non essere solo un buonissimo corridore di giornata ma di possedere una cilindrata consona all’impegno asfissiante e reiterato di un GT. Con l’età ancora dalla sua parte, sono solo ventotto le primavere, c’è da credere che, forte di questa esperienza, possa crescere ancora di livello per provare a ridurre il gap che lo separa dagli invincibili Pogacar e Vingegaard e per contendere ai vari Roglic, Evenepoel, Carapaz, Yates e chi verrà, anche il podio del Tour de France.

    Dal nobile gregariato al podio finale di Roma, Dani Martinez, rinverdendo la grande tradizione degli uomini d’alta quota colombiani, chiude il suo personalissimo cerchio. Perché lo sport, e il ciclismo non fa certo eccezione, prima o poi trova sempre il modo per ringraziare i suoi protagonisti più valorosi. Quelli dei ‘sette minuti’ come Dani, per esempio.

  • Elogio di Claudio Ranieri, che ci ha insegnato a non sentirci mai indispensabili

    Elogio di Claudio Ranieri, che ci ha insegnato a non sentirci mai indispensabili

    Nella settimana del maestro Gasperini, a cui la vittoria in Europa League non ha aggiunto ovviamente nulla a quanto fosse già doveroso sapere occupandosi di soccer, un altro allenatore di quelli catalogati come ‘perdenti’ dai tifosi resi miopi dalla propaganda sportiva – quindi, nella realtà, tecnici valorosi – lancia un segnale. L’ultimo della sua interminabile carriera. Claudio Ranieri da Roma, classe ’51, dopo 912 partite dirette dalla panchina ha detto che può bastare così. Aver salvato il Cagliari nell’anno della scomparsa di Gigi Riva, dopo averlo riportato in serie A trecentosessantacinque giorni prima, resterà la sua impresa finale. Perché è di ciò che si tratta, alla faccia di chi continua a considerare tali le Champions League vinte con i petrodollari che cadono a pioggia sulla testa.

    L’acme. Ranieri, professione giramondo con esperienze professionali praticamente ovunque, approda al Leicester nel 2015 quando l’età è già oltre la sessantina. Nella terra d’Albione, alla notizia se la ridono un po’ tutti. Gary Lineker, per esempio, che è un’istituzione in patria la definisce una “scelta poco opportuna” e, a rileggere le esternazioni dell’epoca, ci si accorge che la sua non è nemmeno la sentenza peggiore. Ranieri ha la pelle dura di chi ne ha già viste tante e non se ne cura più di tanto, nemmeno quando gli danno del bollito per essere rimasto seduto durante una conferenza stampa. Come finirà la cavalcata del suo Leicester è cosa nota e ora sono in tanti che la definiscono alla stregua della favola calcistica più grande di sempre. Mica male per uno che il presidente della federazione greca, solo qualche mese prima, riuscì a etichettarlo come la scelta più infelice della storia.

    Il Leicester, a bocce ferme era quotato cinquemila contro uno che, nel linguaggio dei bookmakers, significa avere le stesse possibilità di vittoria che uno come Fassino ha di mettere ko Tyson sul ring. Invece, il 2 maggio del 2016 la matematica sancisce la certezza della conquista della prima Premier League nella storia ultracentenaria del club. Assicurato il diritto a partecipare, sempre per la prima volta, alla massima competizione europea, la Champions, Ranieri si aggiudica anche il primato del girone staccando il biglietto per gli ottavi di finale, sempre a proposito di favole. Qualche tempo dopo, i tifosi delusi dai successori che come spesso accade subentrano con scarso tempismo, arrivano a firmare una petizione per dotare il piazzale antistante lo stadio di una statua in onore proprio del condottiero Claudio, quello bollito. A futura memoria di una stagione che, salvo stravolgimenti epocali, sarà irripetibile.

    Ranieri appartiene al ristretto club di quegli allenatori che non hanno la pretesa di inventare nulla in un mondo, quello del calcio, che resta di semplice comprensione. Un pregio enorme, considerata la pletora di sedicenti santoni che senza soluzione di continuità fanno irruzione sulla scena carichi di aspettative e di piani bellicosi, salvo poi finire inghiottiti dai rispettivi pensieri strampalati. Il tecnico romano, invece, adotta un principio semplice: in porta ci va quello con i guanti, a sinistra ci si mette il mancino e quello robusto finisce a fare a sportellate nell’area avversaria. Sarà pure lapalissiano – ma per molti non lo è – ma ciò significa ottenere dal materiale umano disponibile il rendimento migliore possibile. A ben pensarci, il motivo per il quale un presidente debba pagare qualcuno per stare in panchina.

    En passant, Ranieri è colui che prende il Napoli del dopo Maradona, e non serve specificare la complessità di una situazione non solo calcistica, e chiude quarto, gioca la Coppa UEFA (allora si chiamava così) e viene stoppato solo dal PSG di Weah, mica di Messi. A Firenze, prende per mano la squadra in serie B e, tempo tre anni, vince la Coppa Italia, la Supercoppa e fa semifinale nella Coppa delle Coppe che fu. Il Valencia, sprofondato all’ultimo posto in classifica, lo chiama come la più classica delle mosse della disperazione. Prima una comoda salvezza, poi un quarto posto e, infine, la Coppa del Rey messa in bacheca. Quando Abramovich lo conferma alla guida del Chelsea, il risultato è il secondo posto in Premier e la semifinale in Champions League. Le basi per i futuri successi del club. Dopo una Supercoppa, questa volta europea, di ritorno al Valencia, pensa bene di prendere un Parma malandato e di garantirgli la permanenza nella massima serie con il lavoro che non può passare inosservato ai dirigenti della Juventus che si assicurano i suoi servigi.

    L’esperienza torinese non è particolarmente significativa ma fa da preludio all’approdo alla Roma, la squadra che tifa da sempre. Chiude secondo ad un millimetro dallo scudetto. E se all’Inter riescono nell’impresa di preferirgli Stramaccioni, al Monaco ancora si leccano i baffi perché Ranieri, dal pantano della Ligue 2, risale la china fino al secondo posto in Ligue 1, anticipato solo dagli sperperi del PSG. Detto della Grecia, una parentesi da cancellare, il resto è gloria imperitura, quella del Leicester City. Transitato per il Watford, la storia recente significa salvezza, denominatore comune degli ultimi scampoli di carriera. Quella garantita ad una delle peggiori Sampdoria di sempre e, questione di qualche giorno fa, al Cagliari.

    A quest’uomo per bene, il cui peggior difetto (si fa per dire) è sempre quello di non abbandonarsi ad inutili proclami e di non conoscere la disdicevole arte dell’imbonimento, dev’essere riservato un sincero grazie. Per averci ricordato a più riprese che a sentirsi indispensabili, e non solo nel calcio, si commette un gravissimo errore.
    Buona pensione, Mister.

  • ‘Roberto Baggio a Novara il 7 luglio’

    ‘Roberto Baggio a Novara il 7 luglio’

    “Roberto Baggio sarà presente al Raduno di Operazione Nostalgia il 7 luglio allo stadio Silvio Piola di Novara” – ne danno l’annuncio ufficiale l’organizzazione di Operazione Nostalgia con l’Assessore allo Sport di Novara, Ivan De Grandis.

    “Amato da grandi e piccoli, capace di unire nel tifo tutto il Paese, Roberto Baggio torna sui palcoscenici nazionali dopo 20 anni esatti dal ritiro dal calcio giocato. Gli appassionati sono pronti a fare da cornice a questo grande ritorno e Novara è già pronta ad ospitare un momento sportivo epico” – commenta l’Assessore De Grandis

    Di seguito il link del video: https://www.instagram.com/reel/C7UR_-ZNW3i/?igsh=NTR3aTUzeGRvNG8x

    Il Divin Codino ha accettato l’invito dell’organizzazione, che ha scelto Salerno e Novara come luoghi dei raduni ricchi di ex glorie. Tanti i nomi fin qui annunciati: Francesco Totti, Javier Zanetti, David Trezeguet, Diego Milito, Andrea Barzagli, Antonio Di Natale, Aldair, Ernesto Chevanton, Nicola Ventola, Alessandro Lucarelli, Luigi Di Biagio, Fabio Galante, Stefano Fiore, Antonio Chimenti, Vincent Candela, David Di Michele, Giampiero Maini, Arturo Di Napoli, David Pizarro, Dario Marcolin, Mauro Bressan, Ighli Vannucchi, Cesar, Giacomo Tedesco, Marco Amelia, Antonio Filippini, Guerino Gottardi, Max Tonetto, Gigi Orlandini, Gigi Garzya, Davide Moscardelli, Giancarlo Pantano, Alberto Savino, Luca Altomare, Vittorio Tosto, Luca Fusco.

  • ll cerchio della Dea si chiude (senza mai dimenticare Emiliano Mondonico..e pure Stromberg))

    ll cerchio della Dea si chiude (senza mai dimenticare Emiliano Mondonico..e pure Stromberg))

    Emiliano Mondonico, ovunque esso sia, in questo momento è l’uomo più felice di tutti. Perché lui, quella coppa sfumata contro la saracinesca Preud’homme, il portiere più forte dell’epoca, se la sarebbe meritata tutta. Al pari del leggendario Stromberg, del bomber Garlini, di Bonacina e di Fortunato, e il momento di gloria è finalmente arrivato. L’Atalanta Bergamasca Calcio nella stagione ’87-’88, quindi una vita fa, milita nel campionato di Serie B ma per le stranezze dello sport e l’immensità di Maradona e del Napoli più forte di sempre, perché capace di fare doppietta Campionato-Coppa Italia, disputa la Coppa delle Coppe che teoricamente sarebbe riservata ai vincitori di dei trofei nazionali. Oppure ai finalisti, vedi Atalanta, in casi analoghi.

    Contro ogni regola calcistica, la cavalcata europea di una compagine retrocessa tra i cadetti soltanto qualche mese prima è di quelle epiche. Certo, le redini sono passate nel frattempo nelle mani sicure proprio del ‘Mondo’, già calciatore talentuoso e ora allenatore viscerale e competente, ma sopravvivere indenni a così tanti mismatch fuori dal suolo patrio è un vero capolavoro. Il Malines o Mechelen in lingua madre, che finirà per vincere il trofeo, gioca una doppia semifinale gagliarda e pure fortunata e la notte di Bergamo, quella del ritorno sommersa da quarantamila tifosi e aperta dalla rete della speranza del solito Garlini, finisce con l’urlo di una città intera strozzato in gola ad un passo dal sogno finale. Comunque, il momento più alto della storia del club, almeno fino a ieri, la notte del maestro Gasperini e del cerchio che si chiude, trentasei anni dopo.

    Il ‘Gasp’ non è tipicamente quello che si dice un tipo semplice da farsi amico, non fosse altro perché spigoloso come la pietra. Un visionario, però, depositario di un’idea di calcio moderna ad essere riduttivi che, se fino a qualche tempo fa predicava solo lui in un mare di diffidenza globale e financo di scherno, oggi fa la fortuna di un sacco di squadre e novelli santoni. Ma l’originale, cioè lui, è sempre l’originale, quindi un’altra cosa, e l’Atalanta prima distrugge a domicilio il Liverpool di Klopp in un Anfield che trasuda gloria da ogni seggiolino e poi maltratta una squadra che, oltre ad essere campione di Germania nonostante a quelle latitudini ci sia il Bayern, non perdeva da cinquantuno partite di fila e gli addetti ai lavori indicano come modello virtuoso, perché lo è: il Bayer Leverkusen di Xabi Alonso. Così, questa volta la coppa non può scappare. È Dublino, tira il solito vento gelido ma sembra Bergamo, del resto le due città hanno un sacco di sfumature in comune. L’urlo del popolo bergamasco nel sacro tempio dell’Ireland’s call e della marea verde è poesia pura applicata alle dinamiche pallonare in una notte già trascritta sui libri di storia.
    Al pari dei tre gol di Lookman, uno dei tanti giocatori che a Bergamo ci è arrivato carneade e da Bergamo se ne andrà via campione. Ma lo sport è spesso strano. Succede, infatti, che per gli addetti ai lavori, o molti di quelli che si fregiano indebitamente del titolo, Gian Piero Gasperini fino a ventiquattro ore fa fosse un perdente. Belle squadre le sue, ma che non vincono mai. Perché, nella stramba visione corrente del calcio, quelli preparati sono gli Ancelotti e i Guardiola, che sollevano trofei quasi senza soluzione di continuità, non i Gasperini o gli Italiano che, viceversa, di solito le finali le perdono. Fa niente se il capitano atalantino nella serata di gloria sia uno, peraltro strepitoso, come Djimsiti. Ragazzo che non più tardi di otto anni fa giocava in serie B a Lecce e che l’anno dopo retrocedeva dalla massima serie col Benevento. Mica Dias, Alaba o van Dijk, il cui costo è pari ad una finanziaria di uno Stato. Oppure che la fantasia in mezzo al campo sia assicurata da uno scarto del Milan e i gol da uno respinto dal campionato inglese, il più bello del globo nella narrazione comune. Bravi sono sempre quelli come Carletto, che vincerà l’ennesima Champions League schierando Bellingham, Kroos e Vinicius, e Pep, che non la vincerà nonostante in campo ci mandi De Bruyne, Rodri e Haaland.

    Gasperini è uno che dev’essere capito e meritato. Come ha fatto il presidente Percassi nei giorni bui, quelli a cantiere in corso, quando chiunque altro avrebbe pensato all’esonero. Perché, se ciò accade, uno come Ruggeri, che è nato in Val Brembana senza i galloni del campione ma con la Dea tatuata sul cuore, alza la coppa in mezzo alla sua gente. Il calcio operaio che è antitesi di quello marcio dei petrodollari, spedito in paradiso dalla forza di un’idea incrollabile, puntellata dall’assioma mutuato dall’ecosistema rugby per il quale il segreto del successo si chiama sostegno, la parola magica. Immolarsi affinché il compagno possa correre più svelto verso la meta, con il valore del gruppo che diventa superiore alla somma del valore dei singoli. A ben pensarci, ciò che fa di un un allenatore un condottiero. Grande squadra questa Atalanta, umile e sfrontata insieme, il cui principale merito è quello di aver scelto una linea stilistica identitaria e di averla difesa e mantenuta viva con fede inscalfibile anche nelle difficoltà. Fino a Dublino, che, appunto, sembra Bergamo.

    Così, il pensiero va ancora una volta al compianto Mondonico, probabilmente allenatore meno geniale del maestro Gasperini ma dall’attaccamento ai colori più solido di chiunque altro. Che, a valle di una delle sue imprese corsare perché strappate contro pronostico, un giorno disse che nello sport, quindi per estensione nella vita, possa sempre succedere che a vincere non sia il piu forte ma chi ci metta più voglia. Bergamo, oggi mamma della prima squadra italiana a vincere l’Europa League, non lo ha mai dimenticato e un pezzettino di questa impresa che viene da molto lontano è anche sua. Con lo sport che trova sempre il modo per farci commuovere.

  • Calcio Play Off, Magenta: cresce l’attesa per la partita di domenica contro il Tramin Fussball

    Calcio Play Off, Magenta: cresce l’attesa per la partita di domenica contro il Tramin Fussball

    E adesso ci siamo il Magenta è agli spareggi nazionali dei Play Off per accedere alla serie D. Domenica 26 Maggio alle 16 sul terreno del Plodari arriveranno gli avversari del Tramin Fussball. La squadra altoatesina gioca fuoricasa la gara d’andata.

    Quindi, le nostre Aquile sospinte da un tifo caldo e appassionato dovranno cercare di portare a casa un bel risultato. Perché poi si dovrà andare lassù in provincia di Bolzano, in quel di Termeno, bellissima località di 3.500 abitanti, che sorge lungo la via del vino che collega il capoluogo di provincia con Merano. Ma i Magentini non ci andranno certo in villeggiatura, quanto per combattere una vera e propria battaglia calcisticamente parlando …

    Qui c’è davvero da fare la storia come recita il post pubblicato sul profilo social del Magenta. Già pensare ad una trasferta del genere mette i brividi…

    Ma domenica i brividi agli avversari li dovranno mettere i gialloblu protagonisti di un percorso incredibile ed eroico. Quello che è un sogno, si sta avvicinando sempre di più.

    Dopo aver superato l’Ardor Lazzate grazie alla spinta di un pubblico incredibile, stavolta, gli Ultras Eagles Magenta dovranno ancora di più portarsi dietro tutto lo stadio per arrivare alla vittoria.

    Intanto il Sindaco Luca Del Gobbo e Paolo Villa, altro elemento di spicco della ‘Vecchia Fossa’, sono già più caldi che mai…

  • Sport: la Pro Novara è pronta a tornare finalmente a casa

    Sport: la Pro Novara è pronta a tornare finalmente a casa

    La storica palestra della Ginnastica Pro Novara 1881, situata sotto la tribuna dello stadio Silvio Piola, è ormai prossima a riaprire le sue porte. I lavori di ristrutturazione sono quasi ultimati, e presto l’impianto tornerà a disposizione della società, degli atleti e della comunità.

    “Finalmente, dopo tanto, troppo tempo, e come avevamo promesso, la Pro Novara potrà tornare a casa!” – dichiara l’Assessore allo Sport Ivan De Grandis a margine del sopralluogo effettuato questa mattina insieme alla società. Durante la visita, la società sportiva ha potuto vedere di persona come la palestra abbia cambiato volto grazie agli interventi effettuati.

    “Mancano solo gli ultimi dettagli, e nelle prossime settimane la palestra storica sarà nuovamente pronta al ritorno a casa della Ginnastica Pro Novara 1881, offrendo loro uno spazio moderno e funzionale dove allenarsi e crescere sportivamente.
    La Pro Novara è un simbolo di tradizione e passione sportiva nella nostra città ed il ritorno nella loro storica sede rappresenta non solo un traguardo importante per la società, ma anche un momento di grande orgoglio per tutta la comunità sportiva novarese.” – conclude l’Assessore De Grandis.

    La riapertura della palestra segnerà un nuovo capitolo per la Ginnastica Pro Novara 1881, pronta a riprendere le sue attività in un ambiente rinnovato e migliorato, continuando a promuovere lo sport e i valori che l’hanno sempre contraddistinta.

  • Busto Garolfo: karate, grandi soddisfazioni al trofeo regionale Csen di Casalmaggiore

    Busto Garolfo: karate, grandi soddisfazioni al trofeo regionale Csen di Casalmaggiore

    Il karate è la loro passione. Ma sa essere anche la loro soddisfazione. Edoardo Colombo, classe 2009, bustogarolfese doc, è tornato dall’ultima prova del trofeo regionale Csen di Casalmaggiore (Cremona) con due ori nelle prove di kata e kumitè in tasca. Nel kata ha guadagnato il primo oro della giornata, nel kumitè ha domato senza troppe difficoltà l’avversario con un netto 10-0. Soddisfazione anche per Luca Cosentino terzo nella finale, Mia Ghezza, prima alla finale dopo avere ben figurato nelle prime due prove e Daniele Capraro, secondo a soli due decimi dal trionfatore.

    Oro anche per Simone Cavallaro, terzo posto per Alessandro Codoro e secondo per Chiara Codoro. Vittorie e piazzamenti che mettono il sorriso sulle labbra del maestro Angelo Pisoni: “siamo stati felicissimi e orgogliosissimi dei nostri ragazzi -spiega in una nota – che non si sono smentiti nemmeno in questa chiusura di stagione”. L’istruttrice Ilaria Pisoni, dal canto suo, ha messo l’accento sul fatto che, al di là dell’elemento sportivo, l’obiettivo sia sempre di consolidare “amicizia, supporto, spirito di squadra e crescita personale”.

  • Ma il Giro d’Italia non si merita di meglio (a parte un grande Pogacar?)

    Ma il Giro d’Italia non si merita di meglio (a parte un grande Pogacar?)

    Non è nostra abitudine vendere tappeti e qualcuno deve prendersi la briga di dire le cose come stanno. Il Giro d’Italia, evento nazionalpopolare, fenomeno identitario di costume, società e cultura, in questa edizione sta esplorando i suoi minimi storici. Un disastro su tutta la linea che è un attentato al nostro patrimonio genetico. All’uopo, la giornata di ieri ne è l’attestato tridimensionale. Tappa numero sedici, nata per far transitare i corridori dallo Stelvio (Cima Coppi) poi sostituito dal passo Umbrail per questioni di sicurezza, ma quest’ultimo era praticamente la stessa cosa per collocazione e altitudine quindi con buona probabilità anch’esso impraticabile, infine neutralizzata nella sua lunga parte iniziale dopo un tira-e-molla tra i corridori decisi a non fare la discesa dell’Umbrail sotto la neve – sacrosanto, ma quanto sono lontani i tempi del Lupo del Gavia – e gli organizzatori, più interessati agli affaire di contorno e relativi desiderata che a trovare una soluzione decente, sportivamente parlando.

    Così, la partenza è un caos dantesco, tra corridori che non si presentano nei tempi stabiliti, risibili passerelle pubblicitarie della carovana prima ideate (la sfilata cittadina a Livigno) e poi cancellate, il trasferimento in macchina imbastito in fretta e furia con i bus delle squadre già partiti e non si sa bene perché, fino allo ridefinizione della partenza con riduzione della tappa a poco piu di un centinaio di chilometri. Tutto deciso minchiam, sui due piedi, da un’armata Brancaleone organizzativa in evidente stato confusionario e in balia delle esigenze di chi paga la baracca, e ci può stare, e delle volontà dei corridori, peraltro comprensibili nel caso specifico. Ma chi pensa che le disgrazie siano finite con l’avvio della corsa commette un errore di sopravvalutazione delle nefaste circostanze.

    Se, infatti, il lato gestionale è paradigma di come non debbano essere fatte le cose, quello prettamente sportivo, che al solito ci interessa di più, è stato, se possibile, anche peggiore. Più che una tappa, a Milano, quella di ieri, la si definirebbe una mano di ‘ciapa no’ sotto alle intemperie. Insomma, non se la voleva aggiudicare nessuno. Chi per volontà, quelli della UAE, chi per stramba inadeguatezza tattica, gli altri, ed è finita nell’imbarazzo generale con il monarca Pogacar che se l’è dovuta prendere controvoglia e non è un’iperbole. È successo che sull’ascesa finale, dopo il pasticcio dei Movistar che hanno finito per inseguirsi da soli prima di mettere ko il loro stesso capitano, le operazioni ricadessero sulla squadra della maglia rosa, la cui voglia di vincere era pari a quella di farsi l’Umbrail nella tormenta, cioè nulla.

    Tanto che, nella pochezza generale, Pogacar ha giustamente pensato di concedere una giornata di gloria al fidato Majka, gregario enorme ma nell’occasione senza la gamba per correre in proprio. Così, terminato il solito lavoro del compagno, Pogacar si è ritrovato in testa al gruppo e pure da solo perché, nel frattempo, i rivali (si fa per dire) di classifica erano già rimbalzati tutti all’indietro. Davanti, reduce dalla fuga, un gigantesco Pellizzari, il più giovane dei partecipanti, che, seminato uno per uno i compagni di avventura, cominciava ad assaporare l’aria dell’impresa.

    Gli ultimi duemila metri, però, sono risultati surreali, non un bello spettacolo. Con Pogacar in pantofole che cercava di non raggiungere l’italiano e che si voltava di continuo nella speranza di scorgere una vita alle sue spalle che non c’era. Ripreso malvolentieri Pellizzari, e dopo aver cercato vanamente di tenerselo con sé a ruota per poi lasciargli la tappa, lo sloveno, con comprensibile imbarazzo, si è trascinato il più lentamente possibile fin sotto al traguardo nell’intenzione evidente di non cannibalizzare ancora di più un Giro d’Italia relegato ad esibizione personale. Spiace doverlo ammettere ma a guardare la classifica e i valori in campo nessuno dei primi dieci, dal secondo in giù, salvo miracoli finirebbe in top ten al Tour de France e forse nemmeno alla Vuelta. La colpa non è certo dell’epocale Pogacar, che fa tutto un altro mestiere, se potrebbe vincere pure in Graziella. Semmai, ci si potrebbe domandare se la strategia degli organizzatori di pagarlo profumatamente per essere al via, perché succede così, sia stata la migliore possibile. Quando, con lo stesso esborso e qualche scelta più lungimirante, si sarebbero potuti assicurare i servigi di qualche atleta qualificato in più per dare al Giro un minimo di competitività.

    Invece, bontà loro, hanno scelto l’assolo dell’uomo solo al comando, col risultato di una corsa dallo stesso interesse di una puntata di Porta a porta. Senza mancare di rispetto a nessuno, perché se c’è una cosa che non fa difetto ai ciclisti è l’amore per la disciplina e la più assoluta dedizione alla causa, non aver saputo portare al via di questa edizione del Giro corridori più attrezzati dell’eterno Thomas, a cui va la massima stima, o di Martinez, gregario formidabile con in tasca metà della vittoria rosa di Bernal, è una colpa irredimibile per chi ha il privilegio di organizzare un evento così italiano. Evento che, duole dirlo, per una serie di ragioni non propriamente fortuite è passato da avvicinare in qualche frangente l’egemonia e il blasone del Tour a perdere anche il primato sulla Vuelta che, oggi, è corsa di maggiore appeal e il lotto dei partecipanti lo conferma.
    Più in generale, si assiste ad un’epoca ciclistica per certi versi senza precedenti. Dove cinque corridori fanno uno sport e tutti gli altri ne fanno un altro.

    Così, nella malaugurata circostanza per la quale solo uno dei dioscuri risulti presente, come in questo Giro, il lato agonistico della vicenda è irrimediabilmente compromesso, tanta è la differenza di cilindrata. Tornando all’arrivo di ieri, vedere Pogacar fare brandelli della concorrenza senza volerlo e in conserva perché con un occhio già al Tour, il tutto nel contesto di una classifica che vede tra lui e gli altri lo spazio di un’era geologica, è motivo di grande rammarico. Perché il Giro d’Italia, per storia, tradizione e ruolo sociale, si merita di meglio. Fortuna vuole che Tadej sia proprio un bravo ragazzo: l’abbraccio finale con Pellizzari e lo scambio della maglia che ha reso orgoglioso l’azzurro, sono gesti che riconciliano con lo sport e ci ricordano che i ciclisti, anche quando tutto intorno butta male, sono sempre persone speciali.

  • Rugby Parabiago. Si chiude il Campionato della Cadetta – Under 18 corsara con Monferrato!

    Rugby Parabiago. Si chiude il Campionato della Cadetta – Under 18 corsara con Monferrato!

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – Si chiude con una sconfitta la stagione della nostra squadra Cadetta, che non riesce ad espugnare il campo del Pavia nell’ultima giornata di campionato.
    Il risultato finale di 42 a 17 lascia l’amaro in bocca per aver concluso il percorso con una sconfitta, ma si sono viste tante luci in questa stagione, soprattutto per il carattere dimostrato in tantissimi match e per la giovane età di tanti giocatori che si sono ottimamente comportati al primo anno in Seniores.

    “Purtroppo non siamo riusciti a chiudere la stagione come avremmo voluto, cioè con una vittoria – ci racconta rammaricato l’Head Coach Andrea Musazzi. Ai ragazzi ho però ho fatto i complimenti per la stagione appena conclusa: non era semplice il debutto per i molto giovani in una categoria Seniores, innanzitutto. Credo anche che nel rugby quello che conta sia guadagnarsi il rispetto dell’avversario sul campo: nelle tante battaglie domenicali lo abbiamo ottenuto e i ragazzi ce l’hanno messa tutta, tenendo testa a tutti gli avversati in una stagione molto lunga e giocandosela ogni domenica, anche se spesso in condizioni fisiche non ottimali a causa di alcuni infortuni che abbiamo subito. Auguro a questi ragazzi un grosso in bocca al lupo per il loro futuro sportivo, se lo meritano.”

    Una bellissima partita è stata quella di domenica dell’Under 18, che ad Asti con il Monferrato ha vinto meritatamente con un avversario coriaceo, che mai ha lasciato ai Galletti la sensazione di aver chiuso il match. Risultato finale: 0 – 26 per i nostri giovani rossoblù.

    “Per quanto riguarda la partita – dichiara l’Head Coach Demis Banfi. Il risultato è stato pienamente a nostro favore ma il match è stato più difficile di quanto il risultato dimostri. I ragazzi hanno affrontato la sfida nel migliore dei modi, con la giusta concentrazione, cercando di concedere molto poco al Monferrato che di suo ha fatto un’ottima partita e che reputo una delle migliori squadre che abbiamo affrontato quest’anno. Se non avessimo giocato la partita con la mentalità giusta ci avrebbero messo sicuramente in difficoltà, tant’è che non siamo mai stati tranquilli e siamo andati al calcio tra i pali più del solito perché c’è sempre stata la sensazione che Monferrato potesse rientrare in partita in qualunque momento. Complimenti davvero ai nostri avversari, ma soprattutto ai nostri ragazzi che hanno veramente mostrato una grande maturità nella gestione della gara. Questa vittoria ci permette di affrontare l’ultima giornata domenica prossima in casa con Calvisano per giocarci il primo posto in Elite 2, una sorta di “finale”: sono certo che i Galletti daranno tutto, come hanno fatto in tutta questa stagione.”

    Nella giornata di sabato in campo anche il Rugby Parabiago Under 14 che nel Trofeo “Città di Monza” ha incontrato i padroni di casa, il Rovato/Centurioni, il Velate e i Pirati/Treviglio.
    “Il torneo di Monza è stata l’ultima uscita stagionale per i nostri ragazzi – ci racconta l’Head Coach Marco Mainardi. Siamo molto soddisfatti della crescita del gruppo in questo percorso che ha visto i ragazzi confrontarsi con il passaggio dal minirugby alla Juniores. Un anno che, come staff, reputiamo davvero positivo: salutiamo i 2010 che il prossimo anno faranno il salto in Under 16, augurando loro di continuare a divertirsi e crescere sportivamente e umanamente. E continueremo a lavorare con i 2011, che vedranno tornare come compagni di squadra i grandi dell’attuale Under 12. Ringrazio Angelo, Andreas, Matt, Juan e tutti gli accompagnatori per il lavoro svolto quest’anno. Anche la prossima stagione sarà una bella sfida per tutti.”

    Lo Stadio Invernici di Brescia ha fatto invece da cornice alle partite del Torneo Under 18 In Viaggio con Fede, dove anche il Rugby Parabiago con Lainate e Como ha partecipato confrontandosi, in un clima di amicizia e solidarietà, con le squadre del Brixia, Rugby Club Bystrc, Cus Milano, A.S. Rugby Milano, Rugby Fiumicello e gli Amici di Fede.

    Una bellissima giornata dedicata a Federico, che nel divertimento, nell’amicizia e nei valori del Rugby ha sempre creduto fortemente e che ha visto anche la consegna delle borse di studio In campo con Fede, a favore di studenti e atleti meritevoli.

    Una giornata speciale, per un ragazzo speciale.

  • Continua il sogno del Magenta Calcio: battuta l’Ardor Lazzate e adesso si vola ai Play off nazionali

    Continua il sogno del Magenta Calcio: battuta l’Ardor Lazzate e adesso si vola ai Play off nazionali

    Comunque andrà a finire è già un successo. E’ il caso di dirlo per il Magenta Calcio che dopo aver sconfitto ieri pomeriggio l’Ardor Lazzate per 2 a 1 ora approda alla fase finale dei Play Off nazionale.

    Una partita giocata davvero bene dai ragazzi del patron Cerri galvanizzati dal pubblico delle grandi occasione. Un Magenta lontano parente rispetto a quello che solo qualche mese fa venne strapazzato per 3 a 1 dall’Ardor Lazzate, sempre tra le mura amiche, durante un turno infrasettimanale….

    Ora le Aquile sono tornate a volare alto e ci credono più che mai. Ieri al Magenta andavano bene due risultati due tre. Epperò, fin dall’inizio il Magenta è entrato in campo determinato più che mai a fare sua la partita.

    Dopo un primo tempo in cui il Magenta aveva sostanzialmente dominato quanto ad occasioni create, nella ripresa sono arrivati i gol che hanno indirizzato la gara: decisive le reti in avvio di Lo Monaco e Avinci. L’Ardor Lazzate torna in partita Giangaspero ma a festeggiare sono i gialloblù di casa.

    Incontenibile la gioia in campo e sugli spalti dove la spinta della Vecchia Fossa gialloblu oggi Eagles Ultras Magenta si è fatta sentire. E adesso il sogno continua ….

    IL TABELLINO DELLA GARA:

    MAGENTA-ARDOR LAZZATE 2-1

    MARCATORI 9’ st Lo Monaco (M), 23’ st Avinci (M), 33’ st Giangaspero (A).

    MAGENTA (4-4-2) Taliento; Pecchia, Nossa, Ortolani, Decio; Lo Monaco (22’ s.t. Tondi), Pedrocchi, Papasodaro, Grillo (41’ s.t. Favilla), Gatti (10’ s.t. Cominetti), Avinci. A disposizione Ruta, Bettini, Garavaglia, Perotta, De Bernardi, Basso Serati. All. Lorenzi.

    ARDOR LAZZATE (4-4-2) De Toni; Schieppati (19’ s.t. Deodato), Zefi, Marioli, Guanziroli; Lokumu (26’ s.t. Duchini), Fogal (13’ s.t. Pedrabissi), Pellini, Malvestio (13’ s.t. Silla); Giangaspero, Benedetti (13’ s.t. Rondina). A disposizione Barbieri, Grippo, Mzoughi, Oggioni. All. Fedele.

    ARBITRO Cavalleri di Treviglio

    NOTE – Spettatori 1000. Angoli 5-1 Ardor. Ammoniti De Toni, Pedrocchi. Recupero 2’-5’.

    Gli Highlights a cura del sito wwww.paolozerbi.com

    https://paolozerbi.com/magenta-ardor-lazzate-gli-highlights-video-2/