Categoria: Sport

  • Sport nei parchi: oggi pomeriggio ad Abbiategrasso Nordic Walking

    Sport nei parchi: oggi pomeriggio ad Abbiategrasso Nordic Walking

    Il progetto “SPORT NEI PARCHI – Linea di intervento 2 – Urban sport activity e weekend” promosso da Sport e Salute S.p.A. e Associazione Nazionale Comuni Italiani – ANCI, è realizzato in collaborazione tra Comune di Abbiategrasso, Sport e Salute e le Federazioni Sportive Nazionali (FSN), le Discipline Sportive Associate (DSA), gli Enti di Promozione Sportiva (EPS).

    Il Progetto permette di realizzare attività motorie e sportive nei parchi urbani per la creazione di aree non attrezzate (c.d. “Isole di Sport”) messe a disposizione dai Comuni e gestite dalle ASD/SSD che sono state selezionate per lo svolgimento dell’attività motoria e sportiva a favore della cittadinanza: Wami Yoga, Ala Atletica, Pro Volley e Rugby club Abbiategrasso.

    Le ASD/SSD selezionate si impegnano ad offrire durante il weekend un programma di attività gratuite destinate a diversi target (bambini e ragazzi, donne, terza età) all’interno del Parco della Darsena.

    Il prossimo appuntamento sarà oggi, sabato 27 gennaio alle 14.30 con “Nordic Walking Ritmico”.

  • Nuovo stadio del Milan: disco verde del Comune di San Donato

    Nuovo stadio del Milan: disco verde del Comune di San Donato

    Via libera della giunta di San Donato milanese alla prima bozza del progetto di un possibile stadio del Milan, nella citta’ alle porte di Milano. E’ di ieri l’approvazione della delibera che valuta “positivamente la percorribilita’ della proposta iniziale, cosi’ come determinata nel Documento Tecnico, dando atto che la successiva fase operativa deve essere condotta attraverso specifico Accordo di programma previa richiesta di promozione dello stesso da parte del Sindaco”, si legge nel documento che ha ricevuto il si’ della giunta comunale relativamente alla proposta di variante urbanistica per l’area San Francesco dove dovrebbe essere realizzato il futuro Stadio del club rossonero. In merito alla proposta finalizzata a consentire la realizzazione di un progetto “a forte vocazione sportiva”, fanno sapere dal Comune, che prevede un’arena di circa 70mila posti e strutture annesse e complementari, il sindaco Francesco Squeri, durante la conferenza stampa convocata per questa mattina, ha reso noto l’intenzione di richiedere un accordo di programma di competenza regionale al quale dovranno contribuire tutti gli Enti e soggetti coinvolti nell’articolato progetto urbanistico, quindi non solo il Comune di San Donato, ma anche Regione Lombardia, Milano, Parco Sud e Ferrovie dello Stato.

    Un via libera condizionato da alcuni ‘alert’, ha spiegato ancora Squeri, nodi che devono essere sciolti anche dal Milan e che riguardano le infrastrutture, la viabilita’ e il trasporto pubblico, le questioni ambientali. Valutazioni, queste, che animeranno il percorso partecipativo che il sindaco dice di voler avviare con la cittadinanza, non un dibattito come quello che si e’ celebrato a Milano ma delle “assemblee” che possano aiutare a “migliorare il progetto”. La delibera, infine, prevede che il consiglio comunale verra’ chiamato a prender atto che la procedura, dato che comporta una variante agli strumenti urbanistici, si avviera’ con la promozione di un accordo di programma. Accordo, quest’ultimo, che il sindaco Squeri prevede durera’ circa 18 mesi. “Per la nostra citta’ – osserva il primo cittadino – si apre un percorso lungo e complesso che coinvolgera’ molteplici soggetti istituzionali. A essere coinvolti in questo percorso saranno anche i cittadini e le diverse componenti sociali della citta’ e del territorio circostante. Verra’ promosso infatti un percorso di coinvolgimento, di informazione e partecipazione per raccogliere contributi migliorativi rispetto al progetto che, nella visione dell’amministrazione, puo’ rappresentare una grande occasione di attrattivita’ e crescita non solo per San Donato ma per l’intero Sud Milano”. “Siamo consapevoli, tuttavia, che affinche’ cio’ accada dovranno essere approfonditi diversi aspetti per individuare soluzioni in termini di servizi, di infrastrutture e di nuove opportunita’ – sottolinea infine Squeri – tali da rendere il nuovo insediamento motivo di valorizzazione del nostro territorio. Compito di noi amministratori sara’ guidare questo percorso, ben consapevoli di essere garanti degli interessi di tutta la comunita’ che sara’ coinvolta”.

  • Robecco sul Naviglio: sabato le finali del Memorial ‘Peppino Prisco’, presente anche il figlio Luigi

    Robecco sul Naviglio: sabato le finali del Memorial ‘Peppino Prisco’, presente anche il figlio Luigi

    Ormai ci siamo, il ‘Memorial Peppino Prisco’ fortemente voluto dal Presidente dell’Inter club Magenta Nerazzurra 1978 ‘Kalle Rummenigge’ Luciano Cucco è giunto alle battute finali.

    Domani, sabato 27 gennaio, a Robecco sul Naviglio, sul terreno sintetico di via Decio Cabrini 2 del Concordia Robecco – che ha compartecipato all’organizzazione insieme al Comune – si terranno le finali del torneo dedicato all’indimenticato Avvocato Prisco, cuore nerazzurro e simbolo ancora oggi del vero interismo.

    In campo si affronteranno i ragazzi delle Categorie Esordienti in una no stop che si concluderà nel pomeriggio.

    E’ il terzo week end di fila che il campo sportivo di Robecco sul Naviglio si trasforma in teatro per questi giovani campioni in erba di belle speranza.

    La vittoria del ‘Memorial’ vale la partecipazione nel prossimo giugno ad un altro ‘Memorial’ non meno importante…. quello in ricorda del compianto Enrico Cucchi, centrocampista di talento dell’Inter degli anni Ottanta di Ernesto Pellegrini.

    Un brutto male ha strappato troppo presto alla vita Enrico, stesso amaro destino di Vanni Turconi, rhodense, preparatore atletico dell’Inter sempre in quei mitici anni Ottanta.

    Oggi iniziative come quelle volute dal Presidente Cucco, al pari della meritoria opera dei Bindum di Beppe Bergomi tengono sempre viva la loro memoria.

    Sabato a Robecco sul Naviglio, per l’atto finale, come detto in apertura ci sarà anche l’Avvocato Luigi Prisco, figlio del grande Peppino, insieme ad un altro personaggio entrato nel cuore degli interisti: mister Stellini da Vanzaghello, il secondo di Antonio Conte nella grande Inter scudettata del 19 esimo titolo.

  • Sinner verso l’Immensità, ma ora servono calma e sangue freddo… di Teo Parini

    Sinner verso l’Immensità, ma ora servono calma e sangue freddo… di Teo Parini

    Sport bastardo, il tennis, e pure meraviglioso. Perché puoi essere perfetto per tre set, arrampicarti fino a match point e poi, su quest’ultimo, sbagliare una palla fin lì sempre messa a referto. Così, l’avversario con già un piede e tre quarti in doccia, cattivo e fortunato come solo i forti danno essere, capisce che c’è ancora vita sul pianeta, organizza le idee e riparte con un piglio tutto nuovo. Se, poi, il resuscitato è Djokovic, finisce praticamente sempre allo stesso modo, con quella sua indescrivibile capacità di rigettare la sconfitta ad avere la meglio su tutto e tutti, lo insegna la storia. Però, adesso c’è Jannik Sinner che, non avendo timore reverenziale per nessuno, cambia le sorti già scritte proprio di quella storia. Così, dopo aver dilaniato l’avversario fino ad issarsi al match point, sbaglia un dritto facile, perde il set, va a sedersi, si rialza e, non curante di ciò che avrebbe già potuto essere e non è stato, riprende il cannoneggiamento. E vince, con la risolutezza di chi sembra nato apposta per farlo. Ragazzi, è tutto vero.

    Un dato eloquente è questo: a metà del secondo set, con Sinner avanti un set e un break, Djokovic ha già commesso più di venti errori gratuiti, un numero che solitamte rende conto di un match intero se non due. Si potrebbe dunque pensare ad un serbo in giornata no, cosa che peraltro non dev’essergli mai accaduta in carriera, ma ad averli visti ci si rende conto che sono la logica conseguenza di incontrare un avversario che ti toglie qualunque tipo di certezza, al punto da costringerti a scelte tattiche raffazzonate ed estemporanee che nel tennis significa, appunto, commettere una valanga di errori. Il body language di Djokovic, oggi, ha tanto ricordato quello degli avversari del Tyson prima maniera, la furia invincibile antecedente la galera. Un pugile suonato dal gap di cilindrata del motore che, in questo momento, separa il serbo dall’azzurro. La cui palla è più pesante, più svelta, più ficcante, più lunga, più direzionata. Insomma, più tutto e non è un’iperbole. E, cosa che più importa, trova sempre modo di finire dentro al campo, con predilezione per gli ultimi centimetri di esso, da manuale del gioco.

    Ciò che impressiona maggiormente, però, è che il segno più stia anche davanti alla casella della forza mentale dove Djokovic rasenta il robotico e, pertanto, non è mai sembrato avvicinabile e per tutti gli altri esseri umani lo è ancora. Invece, Jannik appare dominante anche in questo frangente, gioca tutti i punti come fossero uguali e gestisce la pressione come un comune mortale ingurgita birra al bar. Il suo essere glaciale mette quasi paura e ci si rende conto di quale arma di deterrenza possa essere e, soprattutto, quale e quanto disagio agonistico possano provare i rivali a sentirsela appiccicata addosso come colla. Un mostro. Tornando al match, due le annotazioni interessanti. Detto della qualità globalmente esibita, a tratti è parso esercitare una pressione umanamente insopportabile, a stupire molto positivamente è stata la velocità supersonica della ricerca della palla con i piedi e la capacità di colpire forte e preciso anche in situazioni di equilibrio non ottimale per girare a suo vantaggio l’inerzia dello scambio. Di fatto, ha significato per Sinner condurre le operazioni del gioco in maniera pressoché totale. La seconda, invece, riguarda la risposta al servizio, settore del gioco nel quale Djokovic è docente universitario. Ecco, l’azzurro ha messo a punto una continuità di rendimento nel fronteggiare la battuta altrui che è dello stesso ordine di grandezza di quello del numero uno al mondo e non serve specificare quanto sua fondamentale nel tennis moderno la possibilità di prendere in mano lo scambio già in risposta, riducendo i cosiddetti punti facili nelle mani dell’avversario. Il tutto è sintetizzato da una velocità occhio-mano da primo della classe. Insomma, Jannik vede prima degli altri con la mano che asseconda a meraviglia i suoi pensieri fulminei. Sul resto dell’armamentario, infine, niente da dire: centrato come accade ormai dallo scorso novembre, il mese della svolta.

    Adesso occorre calma. Molta calma, perché scalato un Everest il tennis propone subito un altro ‘ottomila’ da domare con le prove del nove di tommasina memoria che non finiscono mai. Sulla strada del titolo di uno Slam che, pertanto, potrebbe riprendere la via dell’Italia dopo quarantotto lunghissimi anni – dal Roland Garros del ’76 meravigliosamente griffato Panatta – c’è ancora un ostacolo che potrebbe essere financo più duro di quello odierno per svariate ragioni che avremo modo di sviscerare. In ogni caso, ammesso ne servisse la conferma, l’Italia ha per le mani un campione che può fare epoca, magari già da domenica. Ma noi, al solito, preferiamo non aggiungere nulla e puntare la sveglia all’alba. Perché se succede…

  • Sinner verso l’Immensità: battuto Nole, domenica finale all’Australian Open

    Sinner verso l’Immensità: battuto Nole, domenica finale all’Australian Open

    A un passo dalla gloria eterna, dal blasone di un Grande Slam. Jannik Sinner è in finale all’Australian Open, prima prova stagionale del Grande Slam in corso di svolgimento sui campi in cemento di Melbourne Park. Il 22enne altoatesino, numero 4 del mondo e del seeding, ha appena battuto e superato il campione in carica e 10 volte vincitore in Australia, il 36enne serbo Novak Djokovic, numero 1 del ranking Atp e prima testa di serie, con il punteggio di 6-1, 6-2, 6-7 (6-8), 6-3 dopo tre ore e 22 minuti.

    Partita perfetta di Sinner che non perde mai in servizio per tutto l’incontro e non concede nemmeno una palla-break. L’azzurro giocherà la prima finale Slam della carriera contro il vincente della sfida tra il russo Daniil Medvedev, numero 3 del mondo e del tabellone e il tedesco Alexander Zverev, numero 6 del ranking Atp e del seeding, che inizierà alle 9.30 ora italiana. Chiunque sarà l’avversario, Sinner è davvero vicino a eguagliare la vittoria del grande Adriano Panatta a Parigi 1976. Forza Jannik!

  • Sinner, l’Everest.. e lo Slam: stanotte il sogno azzurro- di Teo Parini

    Sinner, l’Everest.. e lo Slam: stanotte il sogno azzurro- di Teo Parini

    Djokovic, ancora tu. Come alle Finals, due volte, come in Coppa Davis. Tra Sinner e la vera gloria, quindi, si mette in mezzo sempre lui, il più vincente di ogni epoca, forse di ogni galassia. Che, per la verità, sarebbe pure il contrario, per lignaggio. È Sinner a tentare di ostacolare la cavalcata del serbo perché, il serbo, è lì dove dev’essere per desossiribonucleico, quindi in procinto di addentare lo Slam numero venticinque di una carriera che costringe a coniare nuovi aggettivi di merito. Il tabellone degli Australian Open è allineato alle semifinali e ci è mancato un pelo che i posti disponibili venissero occupati dalle prime quattro teste di serie nonché primi quattro giocatori delle classifiche mondiali. Filotto mancato per colpa dello sciagurato Alcaraz, quello che a giocare a tennis è il più bravo di tutti, incappato in una giornata tremebonda al punto da impedire a Zverev di perdere una partita che al solito aveva tutte le intenzioni di gettare alle ortiche.

    Così, nella parte bassa, sarà il tedesco a sfidare Medvedev che, per sbarazzarsi di un Hurckacz forte e anche un po’ sciupone, ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie. Quelle che, invece, Sinner non ha nemmeno indossato in tutto il torneo che lo ha visto arrivare in semifinale senza aver perso un set e concedendo in cinque match la miseria di due break agli avversari. Insomma, fin qui è stato inavvicinabile nonostante la coppia russa composta da Kachanov, prima, e Rublev, poi, avesse le carte in regola per creargli qualche grattacapo. Niente, Sinner se li è bevuti con l’autorevolezza dei campioni, come si fa con una birra al bancone del bar. Ma Djokovic non è un campione, è epoca e pure epica e non lo si batte al meglio dei cinque set se non ci si inventa la giornata perfetta da contrapporre ad una sua luna, se non nera, almeno un po’ infelice.

    E perfetta, parlando di Jannik, significa prendere la percentuale di prime di servizio esibita nei turni precedenti, l’unico neo, e tirarla su di diversi punti. Perché, appunto, contro il ribattitore per antonomasia, dal servizio bisogna ottenere tanto macinato per scongiurare la morte certa. Il resto è già da corsa, così com’è. Solidità mentale inclusa, che nel suo caso è tendente al robotico, tanto da sembrare lui stesso il serbo. Serbo che potrebbe, chissà, provare un certo imbarazzo nel fronteggiare un avversario che sotto quell’aspetto fondamentale non cede di un millimetro. Per il background verrebbe da pensare che in caso di battaglia punto a punto con arrivo in volata Djokovic sarebbe favorito. Troppo esperto per non fare lui l’ultimo punto al culmine di una lunga e cruenta lotta. L’anagrafica, però, suggerirebbe il contrario. Va bene essere un fenomeno ma trentasette anni, e quasi quindici in più del rivale, sono tanti che diventano tantissimi giocando contro uno che impone un ritmo asfissiante e che fa viaggiare la palla come una saetta costringendoti alla maratona. Non ci stupiremmo, quindi, di rivedere all’opera una sua versione più verticale, più propensa ad accorciare gli scambi. Anche improvvisando più sortite a rete del consueto, da meraviglioso stratega quale è. Perché non si vincono ventiquattro Slam, molti dei quali strappati a Federer e Nadal, senza la capacità camaleontica di adattarsi alla contingenza e, pertanto, Jannik dovrà anch’esso essere bravo nel cambiare pelle in corsa per non finire tritato come nella finale dell’ultimo Master torinese, quando ci ha capito troppo poco.

    Peraltro, già il fatto di considerare possibile una sua vittoria rappresenta un traguardo importante, per lui e per tutto il movimento. Fondamentale, all’uopo, aver rotto il sortilegio che lo vedeva essere, prima dello scorso novembre, poco più che una vittima sacrificale. Ma i tempi sono cambiati, adesso Sinner è per Djokovic avversario vero, forse il peggiore che possa capitargli. E, probabilmente facendoci ingannare un’altra volta dal Djoker con le consuete messe in scena, si ha la sensazione di non essere di fronte ad una sua versione sublime. Quantomeno non lo è stata contro Fritz, mica Borg, che lo ha tenuto in campo quattro set e quattro ore. Ma si sa, il suo livello di gioco tende ad alzarsi proporzionalmente al valore dell’avversario e sarebbe bene non attendersi sconti. Sinner non sarà favorito, del resto chi lo sarebbe, ma il divario non è esagerato in termini di pronostico. A dirlo sono i bookmakers, gente che per necessità è abituata a vederci lungo, che separano i contendenti di un solo punto. Poco. Morale, l’attesa è quella di una partita vera nella quale importante e tendente al decisivo sarà per l’azzurro partire davanti nel punteggio – in soldoni, vincere il primo set – per non aggiungere ulteriori certezze a quelle che già possiede Djokovic a bocce ferme. Uno che, se messo nelle condizioni di giocare da lepre e non da cacciatore, lo si rivede solo dopo il traguardo.

    La sensazione, che conta niente ma c’è, è che per il tennis italiano i tempi possano essere maturi, non aggiungiamo altro. Agganciato l’obiettivo minimo delle semifinali, minimo per questioni di ranking si intende, è lecito e appassionante sperare in un upgrade azzurro. Djokovic è l’Everest ma non esiste un ottomila nel mondo che non sia stato domato almeno una volta. E Sinner, della montagna, è docente universitario. Forza Jannik, scriviamo la storia.

  • Ancora su Gigi Riva, campione del popolo e dall’amore viscerale per una Terra – di Teo Parini

    Ancora su Gigi Riva, campione del popolo e dall’amore viscerale per una Terra – di Teo Parini

    Ci sono uomini tutti d’un pezzo e uomini senza prezzo. Oppure quelli come lui, che sono entrambe le cose. Perché il miliardo di vecchie lire messo sul piatto dalla famiglia Agnelli per assicurarsi i suoi gol non gli fece né caldo né freddo. Suona strano dirlo oggi, con i giocatori che all’apice della carriera si prostituiscono professionalmente per ingurgitare camionate di petrodollari, ma Luigi Riva detto Gigi e universalmente conosciuto come Rombo di Tuono, grazie all’inesausta fantasia giornalistica di Brera che ne cantò le imprese cavalleresche, ha preferito l’amore viscerale del suo popolo adottivo, quello sardo, a qualunque altro tipo di effimera soddisfazione. Così, al Gianni, quello delle automobili più che al giornalista, disse semplicemente “no grazie”. Che poi, sportivamente parlando, vuoi mettere prendere per mano il Cagliari e issarlo sul tetto d’Italia dove nessuno, nemmeno i tifosi più accaniti, avesse mai osato sperare di arrivare? Significa essere depositari di una storia meravigliosa. E già che c’era, un bel no anche a Moratti, l’Angelo, tanto per ribadire il concetto.

    Qui sto e qui resto. Sono gli anni Settanta e, più che un altro periodo storico, pare essere un altro mondo. La sua benedetta ostinazione nel voler essere bandiera di un popolo che lo ha accolto con tutto il calore di un’isola felice, facendogli dimenticare l’infanzia poverissima e i suoi tormenti, ricorda quella di un altro gigante dello sport di quegli anni. Teofilo Stevenson, uno dei pesi massimi più forti di ogni epoca, mai cedette alle lusinghe del professionismo che, per la boxe, avrebbe significato una pioggia di danaro attraversando la lingua di oceano che separa L’Avana da Miami.

    “Cos’è un milione di dollari in confronto all’amore di nove milioni di cubani?”, disse un giorno. Infatti, a Cuba nacque e a Cuba morì, da eroe. Imperituro, perché non c’è palestra popolare in tutta l’isola caraibica che ancora oggi non si ispiri al celebre predecessore. Ecco, Gigi è stato forgiato con lo stesso pregiato materiale. Che verrebbe da definire acciaio per come interpretò il ruolo del centravanti di sfondamento, come si diceva una volta. Così, non si potrà che pensare a lui ogni qualvolta un calcio mancino finirà per gonfiare la rete di un campetto di periferia. Il piede di Gigi come il destro di Teofilo, abbacinanti icone di riscatto sociale.

    Ma del Riva calciatore è troppo facile parlare, lo hanno già fatto in molti. Qui ci limitiamo a ricordare che in un calcio fatto da difensori valorosi nel francobollarsi alle caviglie avversarie, arcigni per usare un eufemismo e, come non bastasse, tutelati dalle direzioni arbitrali oltre che dalla pionieristica e traballante tecnologia video, tutto a scapito proprio degli attaccanti, è riuscito ad essere imprendibile. Palla a Riva, palla in rete. Trentacinque gol in quarantadue partite con la maglia azzurra, tanto per dirne una, incluso quello siglato con un tuffo imperioso ad incornare il pallone che gli valse la marcatura forse più iconica, quella ai danni della fu DDR, la Germania che stava al di là del muro. Manifesto di furia agonistica, atletismo e potenza ancestrale.

    Tuttavia, più che il calciatore è l’uomo che ci interessa ricordare e che ci mancherà. Perché Gigi fu innanzitutto uomo della gente. Più che sulle passerelle modaiole ascoltando le sirene della notorietà, infatti, lo si poteva trovare in mezzo ai lavoratori del Sulcis, la famigerata miniera dei sardi. A portare solidarietà e vicinanza a quelli meno fortunati, quelli che fanno del sudore un motivo di ricchezza per tutto il paese. Perché la povertà e la fatica nel mettere insieme pranzo e cena, tutte cose che Gigi conosceva assai bene, certi uomini speciali non le dimenticano mai, nemmeno quando potrebbero avere il mondo ai loro piedi. Quindi, osservando con attenzione vecchie fotografie dell’epoca, capita di riconoscere, mischiato tra mille altri volti di lavoratori, quello di Riva. La solidarietà che ci piace, quella dell’esserci con discrezione e non dell’apparire.

    Rombo di Tuono ci ha tenuto ad essere coerente fino alla fine. Un no è sempre un no. Il cuore, a più riprese motivo di tribolazione, lo ha abbandonato, non prima di avergli suggerito una scappatoia, forse l’ultima. “Operarmi? No, grazie”, così se n’è andato, assestando l’ultimo calcio ai riflettori che mai lo hanno ossessionato. Nato a Leggiuno, sul lago Maggiore, da mamma casalinga e papà sarto, per Gigi l’adolescenza non fu certo una passeggiata di salute. Orfano troppo in fretta, spedito in collegio e accudito dalla sorella Fausta, Gigi è nel Legnano che cominciò a fare intravedere le sue doti. È proprio il Cagliari a mettere sul piatto il primo contratto da professionista e, con tutte le preoccupazioni del caso, fu così che volò in Sardegna.

    L’approdo fu traumatico, tanto che avrà modo più volte di raccontare negli anni a venire l’immediato desiderio di tornarsene a casa, grande fu lo spavento di un ragazzino catapultato altrove, dinnanzi al deserto anche fisico che lo accolse. I pranzi con i pescatori, il carattere schivo e riservato della gente comune che tanto gli somigliava, le lunghe passeggiate al Poetto, la spiaggia cittadina, furono però una folgorazione. Aveva trovato la sua dimensione, la sua casa, i suoi affetti. Il resto è storia.

    Insomma, a Gigi Riva dobbiamo tutti molto. Come uomo di sport, uno sport che purtroppo non c’è più, e, ciò che più conta, come depositario del valore più alto: l’umanità. Allora, ciao Rombo di Tuono, è stato davvero un onore fare un pezzo di strada insieme.

  • Rombo di Tuono, un colpo al cuore.. e l’Alfa Romeo. Di Massimo Colombo

    Rombo di Tuono, un colpo al cuore.. e l’Alfa Romeo. Di Massimo Colombo

    “Rombo di tuono” non c’è più. Una pugnalata al cuore. Un cuore di bambino. Affascinato dalla sua bravura. 1970, quinta elementare. Non capivo. Lui legnanese d’adozione e giocatore del Legnano, come potesse allibire il mondo tirando nel Cagliari. Invece che nella mia Inter. Mi piaceva da morire. Lo invidiavo perché lui era mancino e io no. Ma c’era la Nazionale. E allora diventava un po’ anche mio, quasi come se giocasse nell’Inter, con la maglia nerazzurra, insieme a Mazzola.

    Quando giocava nel Legnano, ero troppo piccolo per andarlo a vedere. Ma appena ha lasciato la maglia lilla, per entrare nel giro che conta, laggiù a Cagliari, qui in città si respirava il suo profumo. Non c’era neanche bisogno di averlo visto. Perchè era come se lo avessimo visto sempre. Uno dei nostri insomma. Per sempre.

    Ho avuto la fortuna di conoscerlo, per caso. Anche se, come dicono gli americani, nothing happens by chance, nulla succede per caso. Tanti anni dopo quel 1970. Forse 15 o 16, ai tempi della “Milano da bere”. Un giorno, di pomeriggio, a primavera, scendo per dieci minuti dalla redazione de Il Giornale, in via Gaetano Negri. Lo storico palazzo si trovava proprio tra il Cordusio e piazza Affari, dove si trova ancora oggi. Non è cambiato. Ma è cambiato tutto il resto. A cominciare dal mestiere di giornalista.
    Faceva già caldo. Non erano ancora le 15.

    Così, prima che il turbinio della cronaca ci rapisse, su nel grande open space – come si diceva già allora – al quinto piano, sono sceso giù al bar per il solito caffè, giusto all’angolo di via Negri con via Santa Maria Segreta, se la memoria non mi frega. Non fu il solito caffè. Al banco c’era lui, Rombo di Tuono, che si beveva il suo. Mi sono avvicinato. Lui, gentilissimo nella sua riservatezza, mi ha dato retta.

    Ci siamo rivisti tante altre volte. Per quel caffè. Sempre lì. Sempre a quell’ora. Lui sempre gentile e riservato. Io sempre affascinato da quell’uomo schivo e amorevole, diventato mito. Si chiacchierava amabilmente, parlando del più e del meno. Anche dell’altra, cocente passione che ci univa, oltre al caffè. L’amore per l’Alfa. Le foto scattate con la sua meravigliosa Montreal rosso fuoco, al circuito privato dell’Alfa Romeo a Balocco, vicino a Vercelli, facevano il giro del mondo.
    Poi, come l’avevo “casualmente” incontrato, caffè dopo caffè, un giorno l’ho perduto. Senza che la casualità e la fortuna me lo facessero ritrovare. Una volta ancora.

    Ciao Gigi. Un uomo semplice, Come tutti i grandi. Un uomo buono, Come tutti i semplici. Un esempio da seguire. In questo mare nero di ignoranza. Un altro campione di umanità che ci lascia un po’ più soli. Ti seguirò ovunque sarai. Nelle praterie del Cielo.

    Massimo Colombo

    Nelle foto Gigi Riva con la sua Montreal, a Balocco (VC), circuito privato dell’Alfa Romeo.

  • Calcio,  Eccellenza: l’Aquila del Magenta vola sempre più in alto

    Calcio, Eccellenza: l’Aquila del Magenta vola sempre più in alto

    Successo pesantissimo quello raccolto dal Magenta contro la Calvairate: in 10 contro 11 per un’ora in quello che era a tutti gli effetti uno scontro diretto per i playoff, le Aquile sono state capaci di passare due volte in vantaggio trovando il gol decisivo proprio allo scadere.

    A decidere il match la doppietta di Gabriel Avinci, la vera arma in più dei gialloblù in questa prima parte di stagione. Il giovane attaccante classe 2003, che si era messo in evidenza lo scorso anno col Cas Sacconago meritando anche la convocazione nel Torneo delle Regioni, ha già raggiunto la doppia cifra al suo primo anno di Eccellenza. I milanesi hanno avuto il merito di credere più di tutti quest’estate nel suo potenziale e ora stanno raccogliendo meritatamente i frutti.

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  • Rubgy Parabiago, tutti i risultati del fine settimana

    Rubgy Parabiago, tutti i risultati del fine settimana

    Una domenica al cardiopalma quella appena vissuta dai tifosi del Rugby Parabiago che hanno visto scendere in campo tutte e tre le compagini Seniores. Risultati alterni per i rossoblù: un pareggio per il First XV maschile a Milano, una sconfitta di misura per le Rugby Parabiago Women e una bella vittoria per la squadra cadetta che espugna il campo di Bergamo. 32 a 32 il finale a Milano. Una partita sempre sul filo di lana che ha visto le due squadre ribaltare continuamente il risultato per arrivare al pari del Milano con una meta trasformata allo scadere che ha portato al pareggio. Le due squadre portano a casa 3 punti a testa e qualche recriminazione da parte dei Galletti.

    “Abbiamo lavorato bene in settimana, preparando bene la partita – racconta il Coach Juan Pablo Sanchez. Ma abbiamo commesso alcuni errori, rischiando quando invece, in alcuni momenti, avremmo dovuto gestire meglio le fasi di gioco. Loro sono stati bravi a capitalizzare queste azioni. Nel secondo tempo siamo stati bravi a girare la partita, a portarla a nostro favore. Purtroppo un po’ di mancanza di lucidità e di disciplina ci ha impedito di portare a casa il risultato pieno. Da adesso noi non possiamo più tornare indietro, andiamo avanti con il nostro gioco e il nostro lavoro ma dobbiamo alzare il nostro livello: ultimamente ci adeguiamo al livello di chi ci sta di fronte invece di imporre il nostro. Domenica abbiamo un’altra partita bella tosta con Amatori Union, vediamo di lavorare bene e portare a casa la vittoria.”

    Una sconfitta che non ci sta quella delle Rugby Parabiago Women, che perdono la partita nei primi 15 minuti di gioco e poi ritrovano sé stesse, arrivando ad un passo dall’impresa.
    24 a 27 il risultato finale a favore del Cus Milano, con un parziale di 19-0 nel secondo tempo per le ragazze rossoblù. Abbiamo chiesto all’Head Coach Samantha Grieco cosa è andato storto nel match giocato dalle nostre ragazze.
    “Abbiamo visto due partite oggi. La prima è durata 15’, la seconda 65’. Primo tempo 5-27, con 4 mete subite nei primi minuti. Secondo tempo 19 – 0 per noi. Ci siamo confrontati nello staff e, dal nostro punto di vista, all’inizio della partita abbiamo pagato lo scotto del livello basso con cui ci confrontiamo quest’anno. Intendo dire che veniamo da quattro partite con squadre meno esperte di noi e siamo entrate in campo senza capire che oggi non sarebbe stata una passeggiata, che l’intensità e la velocità di gioco sarebbero state diverse. Ci siamo trovate contro una squadra che ha la fortuna di allenarsi con la prima squadra che gioca in Eccellenza, di un livello superiore.

    Poi le ragazze hanno capito: hanno alzato la testa, hanno alzato il livello del combattimento, del contatto, la velocità, il livello di attenzione e si è vista un’altra partita.

    Mi dispiace per tutte le ragazze che non sono entrate, ma l’incipit di stamattina era stato di vedere come sarebbe andata la partita: non ho potuto fare cambi. Non ci voleva il giallo e non ci voleva il fischio così”repentino” dell’arbitro che ha chiuso la partita senza oltrepassare il 40’ nonostante il gioco fosse rimasto fermo in più occasioni: eravamo in forcing, ci fosse stato qualche altro minuto di gioco chissà cosa sarebbe successo. Ci sono tanti aspetti positivi in questa partita: una squadra che reagito, ha alzato la testa e ha messo in campo molta qualità. Abbiamo visto i frutti del lavoro che stiamo facendo, siamo soddisfatti. Vorrei fare una menzione speciale per Asia de Bernardin, per aver accettato stamattina la scelta tecnica di essere sostituita all’ultimo da Luna Belotti. E complimenti alla nostra Woman of the Match Alice Sandrucci per l’ottima prestazione.”

    La vittoria è arrivata invece per la Cadetta, che a Bergamo riesce a fare sua la partita dopo un match molto combattuto concluso sul 15-16.

    “È stata la partita d’esordio nel nuovo girone e sapevamo che avremmo incontrato una squadra fisica e combattiva – dichiara l’Head Coach Andrea Musazzi. La cosa che più ci preoccupava era il fatto che eravamo fermi da un mese e purtroppo, tra infortuni e malattie di stagione, non siamo riusciti ad allenarci al meglio. Oggi abbiamo saputo soffrire e reagire riuscendo a ribaltare il punteggio che ci vedeva in svantaggio per 15 a 8. La partita nei primi 20 minuti ci ha visto prevalere nel gioco, costringendo Bergamo a difendere nei propri 22 metri e abbiamo portato il risultato sullo 0-8. Poi abbiamo gestito male alcuni palloni e fatto qualche errore di troppo, soprattutto cercando di dare continuità e cercando passaggi che il campo pesante e il pallone scivoloso non permettevano: abbiamo così dato modo a Bergamo di sfruttare e trasformare i nostri errori in punti grazie alla solidità del loro pacchetto di mischia e si sono portati sul 15-8. Un applauso va ai ragazzi entrati dalla panchina, che hanno saputo dare un grosso contributo alla squadra e alla voglia di tutto il gruppo di reagire che ha portato al calcio di punizione finale che ha fissato il punteggio sul 15-16.
    Adesso testa a domenica dove incontreremo i Centurioni in casa: sarà un altra battaglia difficile dove cercheremo di dare il meglio per difendere i nostri colori ed esprimere un bel gioco per il pubblico che verrà a vederci. Complimenti Terreni e Casucci, nostri Man of the Match.”

    IL TABELLINO

    Segrate (MI), C.S. GB. Curioni – Domenica 21 gennaio 2024 ore 14.30

    Campionato di Serie A, Girone 1, XI giornata

    ASD Rugby Milano v Rugby Parabiago SSD 32-32 (22-17)

    Marcatori:
    p.t.: 6’ m. N. Grassi tr. N. Grassi (0-7), 10’ m. Fumagalli (5-7); 19’ m. Romano tr. Romano 12-7; 25’ cp. N. Grassi (12-10); 29’ m. Delcarro (17-10); 38’ m. Galvani tr. N. Grassi (17-17); 40’ Fantoni (22-17).
    s.t.: 6’ m. Cornejo (22-22); 15’ cp. Romano (25-22); 20’ m. Cortellazzi (25-27); 34’ m. Albano (25-32); 80’ m. Dapaah tr. Romano (32-32).
    ASD Rugby Milano: Bossola; Rosato (72’ Arena), Dotti, Delcarro (61’ Trentani), Fumagalli; Romano, Lucchin (56’ Krsul); M. Ferrari, Sbalchiero ©, Innocenti; Kawau, Conti (68’ Ferraresi); Betti, Fantoni (74’ D. Ferrari), Cetti (74’ Dapaah).
    All. Varriale
    Rugby Parabiago SSD: Grassi N.; Albano, Tucoulet (65’ Pasini), Durante (74’ Ceciliani), Cortellazzi (65’ Vitale); Silva Soria, Coffaro (61’ Zanotti); Mikaele, Messori ©, Paganin (24’ Galvani); Caila (45’ Bertoni), Toninelli; Castellano (61’ Antonini), Cornejo, Strada (56’ Bettini).
    All. Sanchez
    Arb: Chirnoaga (Roma)

    AA1 Pretoriani, AA2 Chiappa.

    Cartellini: nessuno.

    Calciatori: Romano (ASD Rugby Milano) 3/6; N. Grassi (Rugby Parabiago SSD) 3/6.
    Note: pomeriggio parzialmente nuvoloso con circa 5 gradi. Campo in ottime condizioni. Presenti circa 200 spettatori.
    Punti conquistati in classifica: ASD Rugby Milano 3; Rugby Parabiago SSD 3.
    Player of the match: M. Ferrari (ASD Rugby Milano)