Categoria: Sport

  • Italrugby, la dura (e prevedibile) lezione irlandese- di Teo Parini

    Italrugby, la dura (e prevedibile) lezione irlandese- di Teo Parini

    Un bambino che canta l’Ireland’s call, inno che unisce le due anime irlandesi, sarebbe già sufficiente a giustificare la scelta di dedicare la domenica pomeriggio al rugby. Elogio della bellezza. Anche senza più un mito come Sexton, capitano inscalfibile che era solito commuoversi anche dopo mille battaglie ascoltando l’invito canoro a stringersi spalla a spalla, che ha appeso le scarpette al chiodo. Espletati i convenevoli, la partita è andata così come fosse logico preventivare: un corrosivo monologo verde. Troppo forte questa Irlanda, e non solo per gli azzurri, costretti a spendere tutto il serbatoio già nei primi venti minuti, chiusi sotto per cinque a zero e con un calcio di punizione piuttosto facile sbagliato da Garbisi che avrebbe addirittura portato l’Italia a muovere per prima il punteggio. Per chi non lo sapesse, venti minuti di palla ovale, mischie e placcaggi sono un’era geologica.

    L’Irlanda è un collettivo impressionante, toglie il fiato per quanta pressione riesca a mettere in campo, tanto che dev’essere davvero un incubo sportivo quello di trovarli di fronte. Furia agonistica sì, ma tutt’altro che cieca, perché i verdi ci vedono benissimo e uniscono al vigore bestiale una competenza tecnica con pochi eguali. Ferro e piuma, questi diavoli si passano la palla alla stregua di playmaker da NBA, no look, traiettorie telecomandate che incontrano mani solide nella presa e idee piene di fosforo. Mani dure come il granito ed educate come il velluto. La lezione è severa, certo, ma tutto nella normalità delle differenze strutturali che nel rugby difficilmente possono essere sovvertite in una sola partita.

    Per la verità qualcosa di interessante l’Italia l’ha anche fatta vedere qua e là, ma la competenza avversaria ha finito per amplificare a dismisura i nostri limiti. Che sono i soliti: non portiamo a casa una touche nemmeno a pagarla e la mediana non è in grado di gestire palloni con la necessaria rapidità. E con queste lacune, unite a troppi errori individuali dettati dallo stato permanente di apnea, affrontare l’Irlanda significa sofferenza alla potenza enne. Anche la mischia, a ben pensarci, è stata sbriciolata dai pari ruolo avversari e così il punteggio finale di 36 a zero non è nemmeno così terribile. Certo, non segniamo punti ed è un bel problema, ma non è dalla trasferta di Dublino che passa il giudizio del nostro Sei Nazioni.

    In uno sport che più di squadra non si può, una menzione speciale ci si sente di farla per il neozelandese d’Irlanda, James Lowe. Uno che probabilmente di quadricipiti ne ha quattro e che unisce alla cinetica di una massa che invece alla velocità della luce una qualità nei fondamentali del rugby da manuale, oltre ad un’eleganza nella falcata da duecentista olimpico che non guasta mai. Uno spettacolo della natura. In casa Italia, invece, è purtroppo particolarmente negativa la partita di Varney, sono spuntate le ali Ioane e Capuozzo, i due che più hanno risentito della mancanza di possessi, è fragile come cristallo la prima linea. Caparbi i placcatori, vedi capitan Lamaro ma non solo, e se qualche uomo verde è scappato dalla rete azzurra non è certo imputabile alla scarsa abnegazione dei difensori ma alla necessità di fermare uno tsunami con le mani. Bisogna essere onesti: l’Italia fa passi da gigante, e chi lo nega è in malafede, ma le tre o quattro squadre che comandano il ranking mondiale, tra le quali ci sta l’Irlanda che forse guarda tutti dall’alto, fanno un altro sport. Giù il cappello.

    Con in mano la birra del terzo tempo, perché nel rugby si usa così e oggi regna la Guinnes per dovere di ospitalità, è già ora di pensare alla Francia che tra due domeniche ci ospiterà per il terzo turno del torneo. A Lille, perché Parigi è già in modalità olimpica, abbiamo il dovere di dimostrare che la lezione incassata a Dublino è stata presa dal verso giusto. Nello sport, lapalissiano, si cresce un pezzetto alla volta, non ci si inventa niente e, più di tutto, l’importante è non fermarsi mai nella volontà di migliorarsi. Avanti, allora, con il giusto ottimismo. Perché, fortunatamente, non ci sarà sempre una marea verde ad agitare i nostri pomeriggi e abbiamo le qualità per insinuare qualche dubbio nella mente di tutti gli altri. Senza paura.

    -foto tratta da pagina Facebook Federazione Italiana Rugby-

  • Magenta contro la Vergiatese:  domenica vietato sbagliare !!!

    Magenta contro la Vergiatese: domenica vietato sbagliare !!!

    Per il Magenta stavolta vietato sbagliare. Dopo lo scivolone interno con il Casteggio che ha visto i gialloblu soccombere davanti al pubblico amico con il risultato di 2-0, adesso i Canarini sono chiamati ad una prova d’orgoglio sul campo della Vergiatese.

    La vittoria è certamente alla portata del Magenta, visto che la Vergiatese naviga nelle parti basse della classifica, essendo, al terz’ultimo posto in coabitazione con l’ACC Pavese San Genesio.
    Ma sarebbe un grave errore prender sotto gamba questa trasferta. I tre punti sono d’obbligo anche perché il Pavia settimana scorsa, che è andato in campo sapendo dell’inciampo dei Magentini, non è stato capace di approfittarne avendo impattato con la Castanese.

    Pavia, dunque, primo ma avanti di sole due lunghezze dai Canarini. Che adesso devono continuare la corsa quanto meno per rinsaldare il secondo posto e blindare la zona play off.

    Intanto in settimana, un bel momento al ‘Plodari’ con la cerimonia per la consegna della nuova fascia da capitano a Jordan Pedrocchi. Immancabile la presenza del Sindaco Luca Del Gobbo, grande tifoso del Magenta e di tutte le piccole aquile.
    Un bel momento di sport per stemperare la delusione post Casteggio e prepararsi più determinati che mai alla gara con la Vergiatese.
    Alé Magenta, il sogno verso la serie D continua !!!

  • Ciclismo: salvate (salviamo..) il soldato Pozzovivo- di Teo Parini

    Ciclismo: salvate (salviamo..) il soldato Pozzovivo- di Teo Parini

    Nel caso si facesse avanti con in mano una proposta contrattuale una squadra Professional, quelle di seconda fascia immediatamente sotto al gotha costituito dalle WorldTour già con tutti gli effettivi sotto contratto, per Domenico Pozzovivo si spalancherebbero le porte del Giro d’Italia numero 18 – sì, diciotto- affiancando in testa a questa speciale classifica all time Wladimiro Panizza. Un’attestazione che certificherebbe a suon di record la sua longevità ciclistica peraltro già sotto gli occhi di tutti. Non è un raccomandato, il Pozzo, quindi se da un ventennio l’ingaggio puntualmente bussa alla sua porta è perché, nonostante un rapporto conflittuale con la sorte che a chiamarlo mortificante lo si sottostima, è corridore vero, serio e affidabile come una vecchia Panda che mai si sarebbe sognata di lasciarti a piedi.
    Non è mai stato un grande campione ma, cadute a parte, Pozzovivo è uno di quelli che quando infuria la battaglia in salita lui immancabilmente risponde presente. Sempre, anche quando ha in corpo più bulloni che ossa, che lo costringono ad una postura in sella ai limiti dei principi che regolano l’equilibrio dei corpi e che non si capisce, da quanto brutta a vedersi e assimetrica, come possa sprigionare cotanto vigore. Ciò, sommato al fatto che la corporatura minuta lo rende scalatore vecchia maniera, quindi baricentro basso, massa grassa con percentuali da prefisso telefonico e rapporto infinitamente lungo a scandire il passo quando la strada si imbizzarrisce sotto le pedivelle, frangente nel quale fila come un treno. L’obiettivo Giro non è l’unico.

    Due, infatti, i desiderata di Domenico per questa sua possibile ultima stagione da Pro che si spera lo collochi in un team all’altezza: la kermesse italiana, come gia detto, e nel contempo una laurea da chiudere. Si, perché il Pozzo ha sempre pensato che macinare chilometri in sella alla bicicletta, e basta, lo avrebbe fatto godere solo a metà, nella convinzione sacrosanta che anche la mente sia sempre qualcosa da tenere allenata. Pertanto, al quasi-Dottore tascabile che viene da Policoro serve urgentemente un Team che si faccia avanti, ora. Perché, tempo un mese, si comincia a fare sul serio, tra Strade bianche e Sanremo e con il Giro nemmeno troppo più in là da preparare. Con la meticolosità che, per un quarantenne come lui, non è la stessa cosa di un giovanotto.
    A proposito, disse un tempo Gianni Faresin, un altro che con serietà certosina ha allungato a dismisura la sua carriera, che passati i trent’anni occorre aggiungere sempre più intensità nella preparazione alla stagione che verrà, ogni anno che passa di più, per riconfermare i valori dei test biomeccanici fissati nei dodici mesi precedenti. Lo sa bene, Pozzo, che, non a caso, morde il freno per saltare in sella. Insomma, fatevi avanti che Pozzo scalpita. Il che, giusto dirlo, non sarebbe un’opera di carità applicata al ciclismo e gentilmente concessa dalla filantropia del magnate di turno, si tratterebbe di mettere nella propria squadra un capitano vero per la corsa rosa; uno capace di dare il meglio di sé quando le telecamere internazionali aprono la diretta, per tutta la gioia degli sponsor. Con la sua maglia attorniata dai campioni che hanno ambizioni di gloria intagliate nei cromosomi. Morale, un investimento a capitale garantito.

    Nato nel novembre del 1982 e professionista dal 2005, Pozzovivo per la bellezza di sette volte ha chiuso il Giro in top 10 e quando non ci è riuscito è perché la sfiga ha storicamente trovato godimento nell’accanirsi su quella sagoma sgraziata perché violentata dai chirurghi. Chiamati, questi ultimi, a rimettere in ordine ogni volta il suo corpo a mo’ di puzzle da duecento pezzi. Sicuramente, Domenico alleati di pedalare è riconoscibile tra mille: in sella, infatti, il suo corpo pende tutto da una parte da sembrare una minuta riproduzione della torre di Pisa, tra gambe di lunghezza e muscolatura diversa, pose posturali compensative e una messa in sella che, giusto ammetterlo, anche nei giorni belli non è mai stata quella di un Gianni Bugno. Il treno migliore della sua carriera si ferma in stazione nel 2018, quando fino alla tappa numero diciotto del Giro rimane terzo in classifica, prima di pagare a carissimo prezzo la giornataccia di Bardonecchia che lo costringe a chiudere le tre settimane di gara in una comunque prestigiosa quinta piazza nonché primo degli italiani. Ventunesimo, invece, è il piazzamento ottenuto ad Innsbruck, sede dei mondiali dello stesso 2018, gli unici da lui disputati.

    E se di incidenti, come detto, ne ha dovuti incassare molti, quello in cui incappa il 12 agosto del 2019, con una macchina che fuoriuscendo dalla corsia legittima lo mette sotto, rischia di avere risvolti tragici. Braccio in mille pezzi, gamba e costole fratturate, mani pure. Per salvare il braccio, i dottori lo sottopongo a ben nove interventi chirurgici che per fortuna lasciano in dote cicatrici profonde e poco alto. Se la tecnologia medica cresce, la tempra per rialzarsi da ogni avversità o c’è o non c’è. Al Giro d’Italia di due anni fa, Pozzovivo chiude ottavo e mette a segno l’ennesimo record: è lui il più anziano a riuscire a chiudere nei primi dieci dai tempi pionieristici di Giovanni Rossignoli, un’era geologica fa in un ciclismo assai più competitivo di allora. Con in bacheca una tappa al Giro e qualcuna di più al fu Giro del Trentino, il suo status è quello che può essere definito di ‘gregariano’, mezzo gregario e mezzo capitano. Non si capisce come si possa non voler bene ad un uomo il cui rispetto per la bici transita su quote poco esplorate. Il minimo che si possa fare, a nostro avviso, è auspicare di rivederlo con il numero appiccicato sulla schiena al via del nostro Giro che potrebbe chiudere ancora una volta da primo italiano.

    A quarantuno anni, mezzo incerottato e in mezzo a diavoli che potrebbero essere quasi figli suoi, per quel che vale e cioè poco, chiediamo a gran voce che qualche patron lo metta sotto contratto per fare sì che, un domani, possa smettere per una legittima e ragionata decisione e non per una triste mancanza di opportunità. Che, per quanto ha saputo dare al ciclismo, sarebbe davvero la riconoscenza che merita un ragazzo sul quale calzano a pennellano due adagi legati al vino. Quello della botte piccola che finisce per ospitare sempre il vino buono e, soprattutto, quello che utilizza la legge di Chronos, il signore del tempo, per giustificare un progresso qualitativo senza soluzione di continuità. Morale: Pozzo, alla stregua del vino, più invecchia e più migliora. Coriaceo come l’aglianico della sua terra, un nettare che è ovunque famoso per la sua straordinaria longevità. Guarda, a volte, il caso.

  • Castano Sportiva K23, appuntamento con l’eccellenza (e i premi)

    Castano Sportiva K23, appuntamento con l’eccellenza (e i premi)

    Lo sport sempre più “in vetrina” a Castano Primo. E protagonisti saranno ancora una volta le associazioni, gli atleti e i dirigenti. E’ ormai un momento fisso per la città, così ecco che puntuale torna anche in questo 2024. “Castano Sportiva 2K23 – Il Team dell’Eccellenza”: pronti, allora, a premiare appunto tutti quegli sportivi, ma anche i collaboratori, che si sono maggiormente distinti nelle rispettive discipline e attività nell’anno appena concluso.

    L’appuntamento è questo venerdì (9 febbraio), alle 21, all’Auditorium Paccagnini di piazza XXV Aprile. Per l’occasione, inoltre, sarà presente Panathlon Club La Malpensa. “Un evento importante – commenta la vicesindaca e assessore allo Sport, Carola Bonalli – Festeggiamo al meglio le nostre realtà sportive e i nostri atleti con una serata assieme. Ritroviamoci, stiamo di nuovo fianco e fianco e facciamo squadra, perché da sempre Castano è sport e lo sport è Castano. Dopo il 2023, anno che ci ha visti Comune Europeo dello Sport, infatti, non ci fermiamo assolutamente, anzi andiamo avanti con tante altre iniziative che sapranno conquistare e coinvolgere tutti”.

  • Basket A2, Vigevano e Pansa verso la trasferta di Piacenza: “Limitare i loro terminali offensivi”

    Basket A2, Vigevano e Pansa verso la trasferta di Piacenza: “Limitare i loro terminali offensivi”

    La prima giornata della fase a orologio propone alla ELAchem Vigevano domenica 11 febbraio alle ore 18 (arbitri Gagliardi di Anagni, Masi di Firenze e Coraggio di Roma) la trasferta al Pala Banca Piacenza contro l’Assigeco, formazione che nella fase di qualificazione ha collezionato 9 vittorie e 13 sconfitte nel girone rosso.

    Coach Lorenzo Pansa sta preparando il piano partita per l’importante trasferta e farà ancora a meno di Alessandro Amici, il quale prosegue la rieducazione al polpaccio infortunato.

    “Giochiamo contro una squadra che ha disputato una eccellente prima parte di stagione, è collaudata nel sistema e nei giocatori e ha in Gherardo Sabatini il motore principale, attorno al quale ruotano esterni di grande pericolosità nel tiro da tre punti. Inoltre godono del talento di Malcolm Miller e di un Brady skeens al secondo anno che garantisce profondità di gioco, come pochi altri in questa lega. Sono una squadra arrabbiata, che vive un momento difficoltà e farà di tutto per voltare pagina.
    Dal nostro lato dovremo essere bravi a impedire il loro desiderio di rivalsa e limitarne i terminali offensivi, migliorando la qualità del nostro attacco rispetto all’ultima partita giocata contro Cantù”.

    Al link https://shop.vivaticket.com/it/sell/?cmd=prices&pcode=11439841&tcode=vt0007808 continua la vendita on line dei biglietti per i tifosi gialloblu, che saranno riservati sulla tribuna Bovo.

    La biglietteria del palazzetto aprirà invece il giorno della partita alle ore 16.30.

  • Rugby/Sei Nazioni: verso Irlanda Italia. Un’ultima Guinness per e con Johnny Sexton-di Teo Parini

    Rugby/Sei Nazioni: verso Irlanda Italia. Un’ultima Guinness per e con Johnny Sexton-di Teo Parini

    Questa domenica, l’Italia farà visita all’Irlanda e, trattandosi di rugby, la notizia non è certo delle migliori. O meglio, sfidare i più bravi al mondo è sempre un accadimento meraviglioso ma il rischio di prendere un’imbarcata solenne è incombente. Come questa squadra di marziani non abbia vinto l’ultimo mondiale è un mistero spiegabile solo dalla maledizione che, puntuale come le tasse, ogni quattro anni si abbatte sui verdi nell’occasione più importante, frantumando le legittime ambizioni di gloria di un popolo intero che si nutre di mete e placcaggi. Una delle tante e strane storie che lo sport è in grado di raccontare. Disfatta a parte, perché di quello di è trattato, in questo momento storico nessuno gioca bene a rugby quanto loro e la rullata inferta alla Francia all’esordio del Sei Nazioni, per giunta a domicilio, vale più di troppi discorsi.

    Insomma, nel weekend ci tocca alzare il culo dal campo base e prendere di petto l’Everest. Ad essere pignoli, sarebbe stato molto più funzionale al nostro piano di crescita procrastinare la sfida per provare a dare un seguito, contro un avversario meno terribile, alla buonissima prova disputata contro gli inglesi lo scorso sabato. Ma il calendario non si tocca e, pertanto, l’obiettivo è quello di non fare troppo male al nostro morale in previsione del proseguo del torneo e, al contempo, di dimostrare, per quanto ci sarà consentito dalla presenza di fenomeni che non regaleranno nulla, di essere una squadra dalle giuste credenziali per il contesto.

    Nell’attesa che il nostro allenatore metta a punto il quindici titolare e la composizione della panchina, si spera di pote contare sul rientro di Capuozzo e di ben supplire al forfait di una garanzia come Negri, il pensiero va ad un irlandese che purtroppo domenica non ci sarà: Jonathan Jeremiah Sexton, detto Johnny. Niente di grave, intendiamoci, ha semplicemente detto basta, la sua carriera si è chiusa per comprensibili questioni anagrafiche. Orgoglio di un popolo intero che respira rugby in ogni angolo di strada e mediano d’apertura come se ne sono visti pochi nella storia secolare della disciplina, Sexton, ormai quasi quarantenne, ha infatti appeso gli scarpini al chiodo proprio alla conclusione dell’ultimo mondiale.

    Una lunga carriera, la sua, da tremila punti a referto di cui un migliaio in nazionale e di vittorie a ripetizione. In una squadra che più competitiva non si può come quella irlandese, è stato titolare inamovibile dal 2009 fino al match di commiato tanto da far dire ad un giornalista dell’Equipe che essere un mediano d’apertura in Irlanda, anche bravo, è un po’ come commerciare vino in Arabia Saudita, una vita senza prospettive. Mani educatissime nel passare l’ovale in qualunque situazione di gioco e di pressione e piede destro che lo è altrettanto, Johnny ha viaggiato con percentuali di trasformazione spesso sopra all’ottanta per cento, tra gli infiniti trucchi di un illusionista come lui ha sempre svettato una particolarità che lo ha reso unico. Sexton, la cui comprensione istantanea del gioco anticipò la scoperta dell’intelligenza artificiale, utilizzava i primi scampoli di partita per fare la radiografia delle qualità difensive dei suoi avversari e una volta individuata la falla individuale o collettiva, perché tutti ce l’hanno, dirigeva le operazioni affinché il coro dei suoi compagni potesse andare a punire proprio quella debolezza riscontrata, chirurgicamente. Così, ogni suo passaggio finiva per attivare il compagno che, in quel frangente e in quello spazio, aveva le maggiori possibilità di incidere. Insomma, Johnny altro non era che la palla giusta al momento giusto. Abbacinante definizione di talento, fare sembrare facili le azioni più complesse, e di intelligenza tattica.

    Nativo di Dublino e orgoglioso di esserlo, è sempre l’Equipe che, come sovente accade, trova la metafora più azzeccata. Per il rotocalco d’oltralpe, quindi, l’importanza di uno come lui era tale che se avesse dato un colpo di tosse ad ammalarsi sarebbe stata tutta l’Irlanda. Per una vita intera, quindi, due le certezze: l’emozione struggente dell’Ireland’s Call – inno vergato dalla penna di Phil Coulter che unisce sotto lo stesso tetto le due facce dell’Irlanda, ricordando che tutti gli isolani, spalla a spalla, rispondono sempre presente alla chiamata della nazione – e che il collettivo di strumentisti con lo shamrock sul cuore avrebbe avuto per guida Sexton. Con la sua bacchetta a strutturare armoniosamente il suono d’insieme, dal colore verde dei prati. Appunto, come un direttore d’orchestra a teatro.

    Per noi, che Sexton sta al rugby come Iniesta sta al soccer, domenica sarà strana, dopo tanti anni, la sensazione di cercare sul campo la maglia irlandese numero dieci per poi scoprire che ad indossarla non sarà lui. Perché, se è vero che è prima di tutto il rugby a fare grandi i suoi interpreti più che il viceversa, è altresì lapalissiano che nel contesto di una una disciplina meravigliosa ci sono campioni più campioni di altri. Parlando di Johnny, in definitiva, è stato davvero un privilegio quello di aver goduto della sua parabola sportiva, appagante come solo una Guinnes tracannata in Temple Bar sotto il cielo di Dublino.

  • Due anni alle Olimpiadi, Fontana: sarà successo di popolo

    Due anni alle Olimpiadi, Fontana: sarà successo di popolo

    “Siamo a due anni dall’inaugurazione e i simboli che abbiamo svelato oggi resteranno qui, in questa bellissima piazza, per ricordare a tutti che nel febbraio 2026 si svolgerà un evento eccezionale. Un evento che certamente sarà un grande successo”. Lo ha detto il presidente della Giunta regionale, Attilio Fontana, a margine dello svelamento dei simboli dei Giochi Olimpici e Paralimpici in piazza della Scala a Milano. Alla cerimonia sono intervenuti il sottosegretario alla Presidenza con delega a Sport e giovani, Lara Magoni, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il presidente del Coni, Giovanni Malagò. “Abbiamo superato il problema legato alla pista di bob di Cortina – ha aggiunto Fontana – ora tutti di corsa verso l’inizio di queste Olimpiadi invernali”.

    La cerimonia di inaugurazione è stata introdotta dalla campionessa mondiale di pattinaggio artistico su ghiaccio, Carolina Kostner. “I cinque cerchi Olimpici rappresentano valori come il rispetto e l’amicizia in cerca dell’eccellenza – ha detto Kostner – mentre quelli paralimpici rappresentano valori come inclusione, determinazione e coraggio”.

    “I cerchi olimpici – ha spiegato Lara Magoni – rappresentano i cinque continenti, il simbolo più importante di pace. Regione Lombardia crede tantissimo in questo evento, sta lavorando con tanta sinergia con il territorio per essere vincitori insieme agli atleti”. “Aggregazione e inclusione – ha concluso Magoni -sono i valori più forti che esprimono i Giochi. Lo sport resta l’unico strumento universale che unisce tutti”.

  • Gorgonzola ritirato dal mercato per rischio listeria

    Gorgonzola ritirato dal mercato per rischio listeria

    Un lotto di gorgonzola è stato ritirato per “possibile rischio microbiologico per presenza di Listeria M. in crosta”. L’avviso pubblicato sul sito del ministero della Salute riguarda il lotto D16423A del ‘Gorgonzola dolce Dop Palzola/Sovrano/R.P./Dolce&Blu/Romanin'(forma intera 1/2-1/4-1/8 di forma), prodotto da Palzola Srl nello stabilimento di Cavallirio in provincia di Novara, con scadenza il 20 marzo 2024.Viene raccomandato ai consumatori di “non consumare e restituire il prodotto presso punto vendita”.

    Sono i formaggi molli gli alimenti più a rischio listeria: primo dell’elenco è il formaggio molle con muffa in superficie (come il Brie e il Camembert), seguito dal formaggio molle con muffa nella massa (come il gorgonzola). Seguono tutti i tipi di patè, il latte crudo, il salmone affumicato, i salumi poco stagionati ed i cibi poco cotti, ma anche la frutta e la verdura. L’elenco è pubblicato sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), mentre il Ministero della Salute consiglia di adottare semplici regole nella manipolazione degli alimenti, anche in casa propria, per ridurre il rischio di contrarre la listeriosi.

    La listeriosi può assumere diverse forme cliniche, dalla gastroenterite acuta febbrile più tipica delle tossinfezioni alimentari, che si manifesta nel giro di poche ore dall’ingestione (è in genere autolimitante nei soggetti sani), a quella invasiva o sistemica, che nei casi più gravi può portare all’insorgenza di meningiti, encefaliti e gravi setticemie. Nelle forme sistemiche l’incubazione può protrarsi anche fino a 70 giorni.

  • Inter-Juve al bar dei “Gobbi”: il racconto di Lapo Gatto viziato …

    Inter-Juve al bar dei “Gobbi”: il racconto di Lapo Gatto viziato …

    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, credo che in tutta la sua carriera non ha abbia mai ricevuto la lettera di un gatto …il mio padrone ha avuto un malore da gioia di derby d’Italia. Per mantenere la lettera giornaliera mi sacrifico io …. miao…

    La giornata parte presto con Santa Messa mattutina e offerta al Beato Pacifico. È dura essere interisti in terra gobba!! Quindi, le messe non sono mai troppe; in presenza, Canale 5, Rai 1 pure con benedizione papale e varie messe su tv private.

    Caro Direttore, è febbraio e noi gatti non castrati abbiamo ancora la voglia vecchia di giovani gattine!!! Tutta questa santità mi porta al calo del desiderio… Quindi spingo il mio padrone addormentato in poltrona davanti al Tenente Colombo ad uscire; sa ricevo su appuntamento…

    Purtroppo, il mio disgraziato padrone mi porta al circolo “ricreativo ???” Ma cosa ci sarà di ricreazione in un posto dove si beve e basta?

    Al momento di pagare, come al solito, non quadrano i conti ; suggerisco di non frequentare più quel posto dove pure un felino comune evince la scarsa stima e simpatia. Facciamo ritorno a casa ma mi devo liberare di questo grande peso, noi gatti non comprendiamo il perché del correre in mutande dietro ad un pallone …
    Ma mi corrompe con scatolette di alta qualità; domani ti porto da micia!!! Se vieni con me al bar a vedere derby!! Io come un moderno Spank grido hallo!!! Presente …

    Andiamo al bar e capisco che siamo in netta minoranza. Ci sono pure due amici ma uno si mimetizza con i gobbi.. La partita non ha un attimo di silenzio e lamento.

    Gli juventini piangono perché incompresi e tartassati dagli arbitri.
    Non sono capiti; la partita si trascina lenta tanto che dormo nel paradiso dei gatti; sogno micette disponibili e tante cosce di pollo…. Mi sveglia il grido del mio padrone : goaaaaaaalllllll !!!!

    Visto che sono solo due interisti e uno è versione tascabile preparo le unghie ….
    Ma esco a fumare sigaretta…Non sono un cuor di leone anche perché peso solo 4 kg e mezzo…
    Vedo una gattina bianca e Lilla che va a casa di Ambrogio; mi sento alce o stambecco o capriolo anche se in questo Paese lo scambiano per capra…

    Ah il mio padrone beh amico; sarà vivo … Guardo dal vetro mezzo rotto di questo freddo bar poco fornito la situazione
    Tutto regolare; dorme…beh sono tutti in pò assopiti, sentono la fatica del secondo tempo ..
    Una partita dove la Juventus tiene palla e l’Inter gliela passa per poi tornare in dietro con gesto da Signora..

    I nerazzurri sbagliano l’impossibile e il portiere bianconero è un gatto e non un cacciavite …
    Finalmente arriva la fine; l’uscita dal bar sembra una via crucis tutti con la loro versione in bocca e rimedio…

    Nella strada verso casa incontro Sindy; non capisco la felicità degli umani a stare al freddo a tifare e litigare per milionari in tenuta da spiaggia … Forse, è come una droga oltre quella che gira illegale…

    Ma tornando a me la tentazione di mandarlo a casa solo e andare dalla mia fiamma di giornata è forte ma gli occhi del mio padrone pieno di gioia sono uno spettacolo irripetibile.
    La libertà di essere contro le regole e le conformità sono d’ammirare come non rispondere alle provocazioni… Lo porto a casa e vedo le trasmissioni sportive… Poi sento il russare e lo porto a dormire…

    Forse ho capito le gioie del pallone quando si vince in terra ostile …. Non chiedere mai che squadra di calcio tifi, ma chiedi le gioie di tifare Inter .. Però oggi sono uscito presto per non fare rassegna stampa… Gli voglio bene ma febbraio è corto e iniziano le coppe !!!”.

    Lapo gatto viziato o nerazzurro

  • Italrugby, a un passo dalla storia contro la perfida Albione.. Di Teo Parini

    Italrugby, a un passo dalla storia contro la perfida Albione.. Di Teo Parini

    Una maledizione e quel centesimo che manca sempre per fare una Lira. Difficile, a valle di una partita del genere, decidersi sul bicchiere, se mezzo vuoto o mezzo pieno. Intendiamoci, chiunque dotato di buon senso rugbistico avrebbe messo la firma per vedere disputare dagli azzurri la miglior partita di sempre contro gli inglesi, per fare una meta più di loro, strappargli il punto di bonus difensivo e, ancora, di potersi permettere con la birra del terzo tempo in mano di essere rammaricati dall’esito finale. Contro gli inglesi, i terzi classificati dell’ultimo mondiale. Quindi bicchiere mezzo pieno.

    Ad aver rivisto in campo Menoncello, futuro top player e forse già del presente, e l’esordio col botto di Spagnolo in prima linea, in aggiunta a tante conferme di qualità, verrebbe da annuire. Che avrebbe potuto finire male per loro, gli inglesi hanno iniziato a capirlo piuttosto in fretta e senza fare un plissé, nonostante la congenita spocchia, hanno immediatamente virato sul match di conserva, smettendo di cercare la touche acchiappa-meta preferendo il macinato dei calci piazzati e il diluvio di palle calciate il più in alto possibile. Per buttarla nella caciara che noi, ancora, fatichiamo a gestire. Una paura che è una medaglia bella grossa al petto dei nostri ragazzi e che non passerà di certo inosservata. Quindi?

    Quindi, in giornate come questa, sarebbe ora di passare all’incasso, perché non è così scontato possano tornare o, comunque, con i problemi proposti dagli avversari che potrebbero essere decisamente peggiori. E per farlo, pizzico di fortuna a parte che da Roma non passa davvero mai, serve dare una aggiustata – qui il bicchiere mezzo vuoto – ai soliti endemici problemi nostrani: quando la palla sta in cielo, e non in terra, è sempre un dramma. Perdere sistematicamente la touche, infatti, è come pensare di vincere ai cinque birilli del biliardo senza poter usare le sponde. Perdere sistematicamente i recuperi sulle palle alte, poi, significa cedere chilometri di campo ogni volta e senza fare spendere sudore all’avversario. La somma dei due deficit fa gran parte della sconfitta odierna, perché va a vanificare quanto di eccellente siamo in grado di esibire in altri settori del gioco. Le tre mete meravigliose messe a referto con un gioco alla mano di sublime fattura, per esempio. O l’intensità difensiva. Insomma, sensazioni del post gara contrastanti.

    Per il nuovo tecnico italiano, Quesada, l’esordio numericamente positivo nel punteggio consentirà di affrontare il proseguo del torneo con un pelo di pressione in meno sulle spalle. Quella che in caso di imbarcata, peraltro possibile, avrebbe immancabilmente travolto il movimento. E sempre a proposito di sfortuna, un vero peccato la rinuncia forzata dell’ultimo istante a Capuozzo, le cui gambe ipersoniche avrebbero potuto causare qualche imbarazzo ai placcatori inglesi. Idem per il calcio sbagliato da Allan a metà ripresa, che avrebbe riportato l’Italia a soli meno quattro punti in un momento di capitale importanza per le sorti del match. Nessuna croce addosso a Tommaso, ovviamente, che è tornato a commettere un errore dopo mesi di infallibilità e gliene siamo grati.
    In definitiva, in questi vent’anni abbondanti di Sei Nazioni abbiamo assistito ad esordi assai peggiori. Da scongiurare, adesso, il quasi consueto scivolone che fa seguito ad una buona prestazione, la famigerata prova del nove fallita a causa della coperta corta, ora lo è un po’ meno, o di una mentalità da costruire. Facile a dirsi ma terribile da farsi: a restare sempre in scia agli avversari più quotati, la giornata di gloria prima o poi arriva. Il rugby è uno sport di pazienza, crudo ma democratico e quando lo meriteremo compiutamente, limiteremo gli errori e sapremo punire quelli degli altri, saremo noi a vincere. Sabato ci ha detto male ma con questa garra non potrà piovere per sempre. Avanti così, il torneo è solo all’inizio.