Categoria: Sport

  • Legnano: presentato il progetto per una nuova e più sana cultura sportiva

    Legnano: presentato il progetto per una nuova e più sana cultura sportiva

    Lunedì 19 febbraio, , presso il suggestivo Castello Visconteo di Legnano, si è tenuto un incontro di
    fondamentale importanza per discutere su come aumentare l’attrattività delle società sportive
    dilettantistiche e incrementare il loro valore sociale.

    Ancora una volta tutto è partito da una premessa: le Società Sportive Dilettantistiche si trovano ad
    operare in un contesto caratterizzato da diversi fattori. In primo luogo, la contrazione economica ha
    un impatto negativo sul finanziamento delle attività, sia interno che esterno alla società. Inoltre, si
    osserva un cambiamento generazionale, con un aumento dell’età media dei volontari che supportano
    le società, mentre si registra una diminuzione dell’orientamento al volontariato da parte della
    popolazione.

    La riforma dello sport introduce nuove complessità, rendendo necessario identificare
    punti di forza e di debolezza delle società sportive. Un’altra sfida è rappresentata dall’individualismo
    personale e societario, che contrasta con la necessità di promuovere un senso di comunità e
    collaborazione nel sistema calcio dilettantistico.

    Infine, la dispersione di buone pratiche è dovuta alla mancanza di una cultura di confronto e collaborazione tra le società, che porta alla perdita del valore patrimoniale delle iniziative attuate. Ma da questi problemi, possono e devono nascere preziose opportunità.

    Il progetto ‘Nuova Cultura Sportiva’ promosso da Ivo Licciardi, consigliere LND con Delega al coordinamento delle Società Sportive di Milano e Provincia oltre all’Area Responsabilità Sociale e Sostenibilità Ambientale del Comitato Regionale Lombardia, ha davvero, dopo la serata introduttiva di inizio gennaio, lanciato un sasso nello stagno, smuovendo il sistema calcio locale.

    Alla prima riunione operativa erano presenti infatti ben 19 società su 78, già il 24%
    del movimento locale, con i rispettivi presidenti. La serata legnanese, ospitata con il patrocinio del
    Comune e la presenza del sindaco Lorenzo Radice, si è svolta nelle sale del prestigioso Castello di
    Legnano. “Serve un altro modo di raccontare e vivere il calcio – ha spiegato Ivo Licciardi – spesso si
    guarda il grande puntando il dito sull’aspetto negativo (razzismo, soldi e debiti, problemi
    gestionali,…) invece bisogna ripartire dalla base, dai campi di provincia con un racconto e un lavoro
    diverso, proprio con il contributo di tutti.

    Basta che ognuno si impegni a rapportarsi in modo diversi, iniziando magari con il condividere un caffè e il veder la partita con il presidente avversario, per cambiare un senso di educazione verso i ragazzi. Tutti dobbiamo far rete, con il tempo e in forma progettuale, sui cinque anni, possiamo arrivare a elaborare distretti di zona, che coinvolgano le società in progetti di crescita e che portino valori sociali ed economici.

    Dobbiamo fare squadra e accrescere la consapevolezza nel movimento, con conoscenze condivise e percorsi
    comuni. Il calcio dilettantistico ha già dei valori base molto importanti, ma spesso noi siamo i primi
    a non riconoscerli e valorizzarli. Se insieme li enfatizziamo e comunichiamo bene, creiamo le basi
    per un rilancio del movimento”. Alla serata ha presenziato il presidente del Comitato Regionale
    LND Sergio Pedrazzini, Silvio Trivero responsabile marketing di Mizuno, Valeriano Clementi di
    ‘Clip Group’, Claudia Pallanca e numerosi presidenti e imprenditori locali

  • Rugby Parabiago: tutti i risultati

    Rugby Parabiago: tutti i risultati

    Una domenica di soddisfazioni al Red&Blue Stadium, dove il Rugby Parabiago ha brillato prima con la squadra cadetta, in campo alle 12:30 con Bassa Bresciana e poi con il First XV maschile che ha battuto Parma dopo una partita combattuta.

    Primo tempo contratto quello dei Galletti in A con i gialloblù del Parma: le due squadre si fronteggiano alla pari in una prima parte di gara giocata soprattutto a centro campo che difficilmente vede arrivare le due squadre vicino alla linea di meta. Parziale bloccato sul 7 a 7. Tornano in campo le squadre e inizia una nuova partita, che vede i Galletti macinare un gioco più fluido, di maggior ritmo e la maggiore concretezza che porta a 4 segnature: risultato finale 35 a 14 per i rossoblù.

    “Una partita che sapevamo non sarebbe stata facile – dichiara a fine partita l’Head Coach Daniele Porrino. Il Parma ha messo in campo giocatori d’esperienza che hanno provato a disturbare i punti d’incontro e il gioco. Ci abbiamo messo un po’ a capire che era necessario essere più ordinati e nel momento in cui siamo riusciti a impostare la partita come avremmo dovuto, con più fasi, con la conquista e con più ordine in campo, siamo riusciti a venirne fuori e a fare i nostri punti. Voglio fare i miei complimenti a Federico Grassi, ragazzo del vivaio del 2006, per la sua partita da titolare e a Matt Joubert ha esordito con noi entrando nel secondo tempo.”

    Buona la prestazione anche della squadra Cadetta che, dopo una partita dura e combattuta come sempre accade in questa fase del campionato, vince con Bassa Bresciana 25-21 continuando nel bel percorso di crescita e di risultati positivi.
    “Siamo soddisfatti della prestazione e del risultato anche se, come ogni domenica in questo girone promozione, è stata dura – ci racconta l’Head Coach Andrea Musazzi. Non è stato facile, siamo partiti molto bene segnando due mete ma la fisicità degli avanti della Bassa Bresciana ci ha messo in difficoltà in mischia chiusa. Soffrendo nella conquista abbiamo di conseguenza sofferto nella costruzione del gioco anche se, a mio modo di vedere, sono stati alcuni nostri errori individuali a permettere a Bassa Bresciana di avvicinarsi nel punteggio: siamo stati bravi a mantenere lucidità e a tenere duro soffrendo nell’ultima parte di gara, dove la squadra avversaria ha fatto di tutto per ribaltare il risultato. La nota molto positiva di oggi è che abbiamo inserito tre giovani della nostra Under 18 (2 del 2006 e 1 del 2005) che hanno retto bene l’impatto della categoria Seniores e hanno dimostrato freddezza nel gestire le difficoltà dell’ultimo quarto di partita, ragione per cui due di loro sono stati eletti men of the match: i miei complimenti vanno a tutti, in particolar modo a Zanca e Colombo. Domenica andremo a Sondrio, trasferta difficile che onoreremo al meglio.”
    Non altrettanto positivo il risultato delle Rugby Parabiago Women in trasferta a Volvera. Le nostre ragazze, nonostante le note positive viste in campo, non riescono ad avere la meglio con le piemontesi e perdono il match con il risultato di 38 – 12.
    “Buono l’atteggiamento e buona l’attitudine delle nostre ragazze per tutti gli 80’ – dichiara il Direttore Tecnico del Settore Femminile Riccardo Rizzo. Ci siamo confrontati con una squadra più avanti di noi sicuramente nella gestione di alcune situazioni di gioco. Ci hanno messo tanta pressione quando avevamo noi il pallone e nel complesso sono una squadra migliore di noi. Abbiamo provato a giocare e siamo partite ben, l’approccio è stato quello giusto e siamo andate in avanti segnando per prime, poi il Volvera ha cominciato a giocare come sa e ci ha messo in difficoltà anche per qualche demerito nostro in difesa. Abbiamo così subito tre mete molto simili da tra loro. Un applauso va comunque alle nostre ragazze che sono rimaste in partita. Sicuramente c’è ancora da lavorare e lavoreremo.”

    #alépara #chinonavanzaretrocede

    Rugby Parabiago vs Rugby Parma Fc 1931 35-14 (7-7) Centro Marazzini-Venegoni 25 febbraio 2024 ore 14.30
    Marcatori : 25’ m. Bonofiglio tr. Gennari (0-7), 32’ m. Antonini tr. Silva Soria (7-7) st; 49’ m. Grassi tr. Silva Soria (14-7), 49’ m. Paganin tr. Silva Soria (21-7), 55’ m. Cornejo tr. Silva Soria (28-7), 72’ m. Cucchi tr. Joubert (35-7), 80’ m. Borsi tr Frati (35-14)
    Rugby Parabiago: Cortellazzi (49’ Pasini), Moioli (45’ Joubert), Albano, Hala (45’ Schlecht), Cucchi, Silva Soria (67’ Zanotti), Grassi, Paganin, Toninelli, Bettini, Caila (12’ Zecchini), Bertoni, Antonini (42’ Castellano), Ceciliani (49’ Cornejo), Strada (55’ De Vita)
    All. Porrino
    Rugby Parma Fc 1931: Gennari (49’ Marani), Bianconcini (53’ Silva), Busetto, Piccioli, Abdelaziz, Frati, Bosi (61’ Osnago Gadda), Borsi (Cap), Slawitz (61’ Manca), Andreoli, Granieri (64’ Schianchi), Caselli, Calì (64’ Palma), Bonofiglio (49’ Maggiore), Singh (47’ Babbo)
    All. Du Preez
    Arb. Pellegrini
    AA1 Scrimieri AA2 Barra Franca
    Cartellini 20’ giallo Ceciliani (Rugby Parabiago), 40’ giallo Bosi (Rugby Parma Fc 1931), 75’ giallo Bettini (Rugby Parabiago)
    Calciatori Silva Soria 4/4 (Rugby Parabiago), Joubert 1/1 (Rugby Parabiago), Gennari 1/ 2 (Rugby Parma Fc 1931) Frati 1/1 (Rugby Parma Fc 1931)
    Note: Campo pesante, giornata primaverile e soleggiata, circa 500 spettatori
    Player of the Match: Paganin (Rugby Parabiago)
    Punti conquistati in classifica: Rugby Parabiago 5 – Rugby Parma Fc 1931 0

  • Basket Vigevano. Domenica arriva la Fortitudo Bologna in diretta tv nazionale

    Archiviata la splendida cavalcata di Verona, la ELAchem è pronta a cominciare una nuova settimana di allenamenti in vista della difficile partita di campionato valevole per la quarta giornata della fase a orologio, in programma domenica 3 marzo alle ore 21.00 al PalaELAchem contro la Flats Service Fortitudo Bologna, seconda in classifica del girone rosso e formazione dal glorioso passato.

    Una vetrina importante, tanto che la partita verrà trasmessa in diretta televisiva nazionale e in esclusiva free su RaiSport HD (canale 58 del digitale terrestre) e in streaming su Rai Play, per un’ideale continuazione della presenza ducale sui canali della televisione di Stato, già ospitati un paio di settimane fa negli studi di Rai Due della Domenica Sportiva.

    Dopo il consueto giorno di riposo, la squadra riprende il lavoro agli ordini di coach Lorenzo Pansa martedì 27 febbraio per il primo momento comunitario, e il giorno successivo ritroverà in palestra Alessandro Amici, assente da metà gennaio per un problema muscolare al polpaccio destro.

    L’ala pesarese ha ottenuto l’ok dai sanitari per riprendere gradatamente la preparazione, sta già effettuando esercizi in controllo e nel corso della settimana potrà svolgere delle attività sul campo da gioco. Completati anche gli accertamenti alla coscia sinistra per Lorenzo D’Alessandro, che hanno evidenziato una elongazione muscolare, già sottoposta ai trattamenti del caso.

    L’obiettivo dei sanitari è quello di metterlo a disposizione dello staff tecnico entro una decina di giorni.

  • Calcio, Eccellenza: il Magenta vince a Pavia ed è prima in vetta da solo

    Calcio, Eccellenza: il Magenta vince a Pavia ed è prima in vetta da solo

    Il Magenta espugna il Fortunati, stende il Pavia e vola in vetta alla classifica in solitaria. 0-1 il risultato finale per i gialloblù, decisiva la rete di Mattia Lo Monaco, che decide il match dopo un minuto di gioco.

    Di seguito gli highlights del match proposti sul sito di Paolo Zerbi:

    https://paolozerbi.com/pavia-magenta-gli-highlights-video/

    Adesso in città c’è sempre più entusiasmo e fermento attorno all’armata gialloblù…. e l’invito dal Sindaco Luca Del Gobbo alla dirigenza magentina è sempre lo stesso e sempre più forte: “Domenica tutti al Plodari!”.

  • Inveruno:  Stefano Marmonti nuovo campione italiano U23 di lancio del disco

    Inveruno: Stefano Marmonti nuovo campione italiano U23 di lancio del disco

    Con una misura di 47 metri e 33 centimetri l’inverunese Stafano Marmonti si è laureato sabato nuovo campione italiano Under 23, durante i Campionati Italiani di Lanci Invernali che si sono tenuti il 24 e 25 febbraio a Mariano Comense (Co).

    L’atleta che da quest’anno veste la maglia della Libertas Unicusano Livorno, dopo essere cresciuto e sbocciato nel promettente vivaio della SOI Inveruno dove ancora si allena, grazie a questa misura si è guadagnato la convocazione in Nazionale per la prossima Coppa Europa di lanci che si svolgerà il 9 e 10 marzo a Leira, in Portogallo. Un ottimo inizio di stagione a conferma del percorso di crescita della nuova promessa dell’atletica italiana, allenata anche in questa stagione dal prof. Cosimo Scaglione.

  • Che meraviglia, l’Italrugby.. a un palo dalla leggenda- di Teo Parini

    Che meraviglia, l’Italrugby.. a un palo dalla leggenda- di Teo Parini

    Adesso i sedicenti addetti ai lavori ci diranno che una Francia così brutta non la si era mai vista. E che l’Italia, pertanto, non è nemmeno stata da meno. Ma noi, che addetti ai lavori non siamo, facciamo fatica a partorire un pensiero lucido a valle di ottanta minuti che solo un palo – cazzo, un palo – ha impedito si trasformassero in una delle imprese sportive più luminescenti della storia azzurra, sport by sport. Partiamo dalla fine. Sul punteggio di tredici punti per parte, l’Italia arrembante come nemmeno nei sogni più ottimistici estirpa il pallone, subendo fallo, ai portatori francesi. Il tempo sul cronometro è colorato di rosso, tempo scaduto. Il che significa una cosa: calcio Italia, se finisce in mezzo ai pali è la vittoria del trofeo Garibaldi, viceversa è pari e patta. Paolo Garbisi, deputato alla trasformazione, pasticcia un po’, c’è tensione, si perde del tempo prezioso. Ancora pochi secondi per calciare, la rincorsa è raffazzonata ma il calcio è di quelli facili. Vola l’ovale, volano le pulsazioni di tutti quanti, dal campo al divano passando per gli spalti.

    È fatta, la palla sembra dentro. Sembra, perché sbatte sul palo: partita finita, è pareggio.
    La risata amarissima e un po’ isterica di Paolo è una pugnalata al cuore; Menoncello, uno al quale daremmo la figlia per quanto sappia essere meraviglioso, picchia i pugni nell’erba. Un palo. In un amen, dall’impresa più eclatante di sempre al rimpianto più doloroso, forse di sempre. C’è un però. Siamo realisti, avremmo messo la firma per non prendere una scoppola (vi ricordate al mondiale, vero?), figuriamoci per un pareggio. Un risultato stratosferico arrivato nella maniera peggiore, questo è lo sport. Questo è il rugby, sport crudo e crudele, dove quasi sempre vince il più forte. Con quel quasi che, questa volta, ci toglierà il sonno, perché oggi, i più forti, abbiamo dimostrato di essere noi. Artefici di una difesa che non si vedeva dalle barricate di Stalingrado, una cerniera impermeabile che ha finito per mandare ai matti gli avanti francesi, erodendo vigore e certezze. Ciò, con almeno tre prestazioni individuali da Paradiso. Detto di Menoncello, uno che quando avrà smesso e si spera il più tardi possibile ricorderemo come uno dei più forti rugbisti italiani di sempre, commoventi le prove di Brex, placcatore inesausto, e di Zuliani, l’illusionista rubapalloni. Ma è difficile essere severi con qualcuno dei ragazzi di Quesada. Certo, errori di possesso tanti ma in mezzo ad altrettanti cuore e polmoni.

    Brutta Francia? Può darsi. Ma a spingerla a commettere una marea di errori inconsueti, per loro, è stata l’Italia, mica la malasorte. Un merito che ci prendiamo tutto. E se la meta italiana è bella come la Gioconda, ma non ce la ruberanno, l’unica messa a referto dai francesi non è che il gentile omaggio di un arbitro che, oltre a vederla solo lui, conferma che, ancora oggi dopo vent’anni di Sei Nazioni, nel dubbio le decisioni puniscono implacabilmente l’Italia. Ma siamo gente di rugby, testa bassa e pochi piagnistei. Se ora siamo incazzati come bestie, al risveglio ci renderemo conto di aver dato di noi una versione che ci deve riempire d’orgoglio. Sempre per non vendere tappeti, avvisiamo che non sarà sempre così. La Francia costretta a giocare per un tempo con un uomo in meno – decisione sacrosanta, peraltro – è un bel vantaggio più che una consuetudine e Galles ma soprattutto Scozia hanno le qualità e la competenza per mettere a nudo quelle che restano le nostre endemiche difficoltà. Insomma, tra quindici giorni saremo chiamati alla stessa sofferenza odierna e, si sa, la prova del nove di tommasiana definizione spesso ha finito per respingere i sogni nostrani. Cercheremo di sfatare anche questo tabù.

    In ogni caso, ci sarà tempo per preparare gli ultimi due scontri. Adesso, però, è l’ora della festa, perché i ragazzi si meritano una festa che, in parte, li possa ripagare da anni di pane durissimo e critiche feroci, solitamente fuori luogo. Siamo sinceri, quel palo non lo si dimenticherà in fretta. Tuttavia, proprio da quel palo, si rientra in Italia con una certezza in più: se stuzzicati, magari dalla spocchia transalpina, abbiamo i cromosomi adatti per difendere il nostro fortino fino alla morte. Proprio come dice il nostro inno, intonato con le lacrime agli occhi da Cannone a ricordarci due cose. La meraviglia del rugby, l’orgoglio di essere italiani.

    Grazie di cuore, ragazzi.

  • Tennis: hey Jas, cosa ci hai combinato! Di Teo Parini

    Tennis: hey Jas, cosa ci hai combinato! Di Teo Parini

    La partita di finale contro la giovane russa Anna Kalinskaya dice molto del tennis, innanzitutto, e di Jasmine Paolini in particolare. Per quanto concerne il gioco pensato da Walter Clopton Wingfield, la conferma della schiacciante supremazia della mente sul braccio e della concretezza sul sensazionale. Che potrà fare storcere il naso a qualcuno ma è una delle leggi non scritte e inviolabili del tennis moderno, quella che fa preferire sempre la formica alla cicala. Gran bel talento quello di Anna, per la verità, una che ha la follia intrinseca nel DNA e che la porta ad interpretare una maratona tennistica col piglio del centometrista, quindi avanti tutta fin da subito e su ogni punto. Il colpo vincente come ragione dell’esistenza, l’artiglieria quale grimaldello per vincere la guerra ma, spesso, senza copertura aerea, usando una similitudine cara alle battaglie meno simpatiche.

    Poi, al di là della rete, c’è Jas e quelle come lei, appunto, sembrano fatte apposta per mettere i puntini sulle i, oltre che le cose al loro posto; tennista che, al contrario della russa, fa della pedagogia tennistica la risposta alla verve delle avversarie. Un condottiero avvezzo alla tormenta, marinaio che in porto la barca la conduce qualunque cosa accada e, contestualizzando alla disciplina del diavolo, atleta con la spiccata capacità di soffrire le pene dell’inferno senza più di tanto scomporsi. Jas – tornando all’incipit – è il bello dello sport che sa sempre lasciare uno spiraglio a chi come lei, per arrivare in alto dovendo sopperire ad un talento che non è propriamente quello da prima della classe, fa un lavoro bestiale. Sublimazione dall’abnegazione. Insomma, Jas è una depositaria delle meravigliose storie dell’anatroccolo che finisce per diventare cigno, grazie ad un cuore e ad una passione grande così.

    E la conferma, ancora un’altra, che affidare le chiavi della propria crescita ad un team umile, caparbio e preparato, e abbandonarsi ad esso senza riserve, significa nella peggiore delle ipotesi una cosa: esprimere di sé la più luminosa versione possibile. Nella migliore, invece, diventare come Jas, dunque una campionessa. Quindi, brava la toscana a non cedere al beneficio del dubbio nei momenti difficili e bravo Furlan – il Renzo del tennis anni Novanta, quello tignoso e dal bel rovescio monomane – a lavorare sodo senza distogliere lo sguardo dall’obiettivo. Con lungimiranza, perché il sodalizio risale ormai alla notte dei tempi quando Jas, oggi ventottenne, di anni ne aveva appena quindici e la scommessa ancora tutta da vincere.

    E da domani, alla consueta compilazione delle classifiche, Paolini sarà la numero quattordici del ranking mondiale, appena l’ottava tennista italiana a riuscire nell’impresa di issarsi così in alto. Appena la terza, invece, a vincere un torneo WTA 1000, come è riuscita a fare a Dubai questa settimana, il motivo per il quale la stampa italiana finalmente s’è accorta di lei. Non è mai troppo tardi, verrebbe da dire. Prima, solo Pennetta e Giorgi hanno messo in bacheca un torneo che, per importanza, arriva appena un gradino sotto gli Slam come quello della capitale dell’omonimo emirato, finito appannaggio di Paolini al culmine di una settimana irripetibile. Mix, come sempre accade in questi casi, di voglia, bravura e fortuna, che non guasta mai. Perché, già al primo turno, Jas sembrava dover anticipare il rientro a casa quando, contro la valorosa Haddad Maria, si è trovata in ritardo di un set e con la necessità di fronteggiare due palle per non sprofondare sotto di due break di ritardo nel secondo parziale. O quando, succede e non c’è di che vergognarsi, ha potuto beneficiare del ritiro di Rybakina nei quarti di finale. Il resto, però, è tutta farina del suo sacco: gli scalpi di Fernandez, Sakkari e Cirstea senza perdere nemmeno un set, per esempio, e la rimonta finale contro Kalinskaya, al termine di una di quelle battaglie sul filo dei nervi la cui sceneggiatura sembra scritta apposta per esaltarla.

    Jasmine ha subìto la partenza a razzo della russa in tutti e tre i parziali. Correndo come una matta su ogni palla e, al contempo, mantenendo alta concentrazione e determinazione, consapevole che prima o poi l’occasione buona da prendere al volo sarebbe passata. Così, agguantata sul cinque pari nel set decisivo l’avversaria via via più attanagliata dalla paura, foriera di scelte cattive ed esecuzioni ancora peggiori, il destino di una giornata destinata ad entrare nell’album dei ricordi più cari del tennis azzurro era ormai immutabile. Sempre a proposito di pedagogia tennistica. Papà italiano e mamma di origini afro-polacche, Jasmine nasce a Bagni di Lucca, Toscana, nell’inverno del ’96 ed è ormai una decade che calca i campi di mezzo mondo. La sua è stata una crescita lenta e inesorabile, un percorso formativo meticoloso grazie al quale Jas, ad ogni sconfitta, ha aggiunto un pezzettino in più al suo tennis. L’exploit, magari non di questa portata, era nell’aria già da un po’ e i primi ottavi di finale centrati in uno Slam a Melbourne poche settimane fa, uniti alle buonissime prove in nazionale, facevano proprio pensare che qualcosa di buono fosse lì da dover venire. Nel tennis non si inventa nulla, ogni traguardo ha a monte un’idea e un percorso fatto di tappe che non possono essere bypassate, e in tal senso l’impressione era quella che Paolini avesse raggiunto una maturità tennistica tale da poter capitalizzare il lavoro svolto. Senza la potenza di una Sabalenka, lei che non arriva al metro e sessantacinque, o il talento sconfinato di una Muchova o di quelle baciate dagli dèi che danno del tu alla pallina, Jas, con l’aiuto fel suo team ha messo a punto un piano di crescita tattica e tecnica rispettoso delle sue peculiarità, mica poche, e dei suoi limiti. Con intelligenza, fino a tagliare il traguardo.

    È davvero un momento d’oro quello del tennis italiano. Dopo il primo titolo Slam per Sinner e il ritorno in Italia della Coppa Davis, che mancava a queste latitudini dal ’76, anche le ragazze riprendono a fare la voce grossa. Jas, giusto dirlo, difficilmente potrà fare meglio di così, che significherebbe raggiungere Pennetta e Schiavone nell’Olimpo delle vincitrici di un Major, ma, nel caso, saremmo i più felici di esserci sbagliati. Peraltro, noi che gli almanacchi interessano giusto il minimo di sindacale, preferiamo sottolineare la parabola umana e sportiva, speso la stessa cosa, della nostra Jas. Una storia bella da raccontare perché aggiunge prestigio al nostro sport preferito. Se possiamo definire la bellezza come la capacità di appagare l’animo attraverso i sensi, ecco che Jasmine Paolini, pur senza la volée di Novotna o il rovescio di Henin, è, a modo suo, bellezza allo stato puro. Perché nel vederla lottare come un leone, palla dopo palla, il nostro animo più che appagato è in estasi. Complimenti piccola Jas, benvenuta tra i grandi.

  • 90 anni per Rino Tommasi. Semplicemente, the Greatest Of All the Times- di Teo Parini

    90 anni per Rino Tommasi. Semplicemente, the Greatest Of All the Times- di Teo Parini

    E così, per Rino Tommasi – senza troppi giri di parole, il nostro maestro – è giunto il tempo di spegnere novanta candeline. Noi che, peraltro senza riuscirci ma con tutta l’umiltà del caso, cerchiamo sempre di raccontare il tennis provando a farlo rimpiangere il meno possibile, gli dobbiamo molto. Perché è davvero facile osservare con quale frequenza finiamo sempre per ritrovarci a descrivere qualcosa di tennistico, un match come un protagonista, attingendo dal suo pozzo di sapere inesausto, fatto di locuzioni costruite con metodica ricerca lessicale e geniale trasposizione simbolica di immagini. Così, quando l’incontro volge al termine ci scappa spesso di dire che “il treno è giunto in stazione”. Oppure, nel vedere sotterrare in rete una volée al giocatore fuori posizione, ci viene naturale esclamare un perentorio “palla calante volée scadente”. Magari perché il ragazzo è di “mano agricola” e, quindi, “chiamato a giocare di fino ha rivelato le sue umili origini”. Tutta roba sua, ovviamente. Poi, all’ennesima previsione sbagliata, la nostra cifra stilistica, ci torna utile rinverdire il ricordo del celebre adagio per il quale “i pronostici li sbaglia soltanto chi li fa”, sempre di tommasiana memoria. Ma lui, i pronostici, li prendeva una volta sì e l’altra pure, mica come noi. Per una questione di competenza maturata sul campo ma anche perché, prima di assurgere alla leggenda della telecronaca, Rino è stato un bookmaker di razza e, si sa, quella è una categoria avvezza a parlare poco e prenderci spesso.

    Allegorico ma, per dirla alla Gianni Brera, dotato di una mente matematica. Il perché è presto detto: Rino padroneggia i numeri senza bisogno del supporto dell’intelligenza artificiale. C’è chi usa il computer e chi, come lui del computer ne fa le veci, oltre che a meno. Già, i benedetti numeri. Se li ricorda tutti, li sciorina come bere un bicchiere d’acqua e, niente, non lo si prende mai in castagna. Una passione, la sua, prima ancora che una dote, quella di far di conto. A differenza dell’altro Gianni, ovviamente Clerici, che Tommasi definì Dottor Divago, sempre a proposito di genialità, per quel suo modo meraviglioso di portarci a spasso con chiacchiere morbide come seta ma che proprio non voleva saperne di addentrarsi nei meandri delle statistiche, finendo per non prenderci mai. Così, come spesso accade, gli opposti si incastrano alla perfezione come tasselli di un puzzle, e la coppia Tommasi-Clerici rappresentò in quel periodo storico l’acme della narrazione tennistica, la svolta epocale, l’asticella della comunicazione che sfiora il cielo. Un nuovo modo di educare al tennis, pedagogia giornalistica pura. Novantanove volte su cento, Rino e Gianni costituivano il motivo principale della scelta di dedicare ore del nostro tempo alla tivù. Perché scoprimmo, con inevitabile ma sana invidia professionale, quanto una cronaca ben fatta potesse essere financo più interessante dell’oggetto stesso della narrazione.

    E se abbiamo goduto di tutto ciò, in un certo senso lo dobbiamo a Stefan Edberg, “la miglior volée di rovescio di sempre in uscita dal servizio”. E la definizione, manco a dirlo, non è nostra. Perché Rino, osservando quel ragazzino dal rovescio paradisiaco e la propensione all’arrembaggio di chi si prese la Bastiglia correndo senza elmetto verso l’obiettivo, disse all’indomani della sua vittoria nel torneo di Wimbledon juniores che se non avesse trionfato in quello dei grandi entro cinque anni avrebbe smesso di parlare di tennis. Stefanello – questa volta parafrasando Clerici – cinque anni esatti più tardi sollevava il trofeo più importante al mondo nel cielo di Londra sancendo involontariamente almeno due cose. Tommasi, ed è la prima, ancora una volta aveva la ragione dalla sua parte. Poi, che, inaspettatamente ma in fin dei conti nemmeno troppo, anche un uomo tutto d’un pezzo, talvolta cinico come granito e sempre propenso alla supremazia della concretezza, tanto da aspettarsi potesse stravedere per i nuovi corazzieri sparagnini del tennis moderno, avesse perso la testa per l’artista del fioretto che più artista non c’era. Gira e rigira, siamo tutti un po’ schiavi della bellezza, e anche Rino non fa eccezione.

    Rino che è riduttivo circoscrivere al solo universo tennis, nonostante quanto detto e al quale occorre aggiungere che si districò bene anche dal lato pratico arrivando a possedere un livello di gioco di un certo spessore, ha dato parecchio anche alla boxe – la trasmissione “La grande boxe” da lui ideata, per dirne una, è culto allo stato puro – ed al calcio quale grande tifoso del Verona, la sua città natale. Insomma, per noi che lo sport, e il tennis in particolare, è sempre paradigma di vita, Rino Tommasi rappresenta la stella polare, la direzione da seguire, il metro di paragone. L’esame di laurea. Sono passati anni, ormai, dalla sua ultima comparsata televisiva anche se sembra ieri. Pomeriggi che ci hanno visto crescere, ci hanno spinto a guardare il gioco con occhi più educati e che, soprattutto, hanno contribuito a corroborare il nostro amore viscerale per il tennis. Non possiamo che ringraziarlo, proprio oggi, nel giorno del suo novantesimo compleanno. Quindi, “circoletto rosso” a te, maestro Rino. E tanti auguri.

  • Verso Ital(rugby)-Francia: allons enfants de la patrie- di Teo Parini

    Verso Ital(rugby)-Francia: allons enfants de la patrie- di Teo Parini

    In quella circostanza ci negarono financo lo stadio migliore. Perché il Parco dei Principi, i francesi, lo riservavano solo alle occasioni importanti, quando i Blues erano incentivati ad indossare lo smoking dal blasone dell’avversario. Così, noi cugini considerati poveri e pure un po’ sfigati, con quella spocchia che fa tanto Francia fummo dirottati al Lesdiguières, diecimila posti di capienza e il fascino, si fa per dire, di un campo in periferia. Come dargli torto, a ben pensarci. Alle nostre latitudini, del resto, il rugby era ancora qualcosa che sulla Gazzetta dello Sport, come in tivù, trovava collocazione in fondo, molto in fondo, dopo la serie C del calcio e i rugbisti considerati rozzi omaccioni con i piedi troppo poco educati e il ventre spropositato per fare i calciatori. Così, alla frontiera, perché al tempo i confini erano ancora lontani dal divenire liquidi, il gendarme, riconosciuto il bus con a bordo la nazionale italiana, sfoderò la consueta battuta che da sempre accompagnava le nostre incursioni nella terra della rivoluzione e della Bastiglia: “Vi siete portati la cesta?”. Sottintendendo la quantità di punti che ci saremmo dovuti portare a casa sul groppone.

    Quel giorno, però, sul bus degli italiani non c’era troppa gente disposta a scherzare. Perché, piano piano, con il lavoro di George Coste, un francese, si erano costruiti una certa competenza rugbistica e in quella Coppa Europa i meno distratti avevano già intravisto qualche indizio interessante. Nulla che potesse far presagire ad un cataclisma, ma a sfidare la stratosferica Francia, composta per nove quindicesimi dai trionfatori del Cinque Nazioni (con annesso Grande Slam) solo qualche giorno prima, l’Italia schierava una formazione che a rileggerla ora, ventisette anni più tardi, fa tremare i polsi. La mediana di Dominguez e Troncon, il capitano Giovannelli, Cuttitta a tallonare, poi Francescato e Properzi, Giovanelli e Sgorlon. E via via tutti gli altri, gente speciale con una fame bestiale e la propensione a morire sul campo prima di vendere le armi. Così, lo scherno ricevuto dall’ignaro gendarme scivolò via senza lasciare traccia, tra una birra e una sigaretta quali consuete compagne di viaggio.

    Siamo nel 1997 e, appunto, il più antico torneo della palla ovale, e più in generale anche del mondo, lo giocano ancora solo cinque nazioni – quattro d’oltremanica e i transalpini – e la massima competizione internazionale a noi riservata è la Coppa Europa che vedeva, appunto, nella Francia la assoluta dominatrice e noi a fare da sparring partner. A Grenoble, però, sarebbe presto successo qualcosa di epocale per lo sport azzurro tout court e per l’universo rugby quella partita assunse immediatamente il significato eterno di madre di tutte le partite. Perché la vincemmo. Una valanga di mete a referto e la perfezione del piede di Dominguez scrissero il 40 a 32 che, per chi c’era, ha rappresentato l’acme della rivalsa, un momento di sport ma anche di vita che fu spartiacque, come tutte le volte in cui c’è un Davide a fare piccolo piccolo un Golia eccessivamente sicuro di sé. La sorpresa fu ovviamente enorme. La portata è quella di Buster Douglas che abbatte Mike Tyson, quello vero. l’Equipe, al solito migliore dei corrispettivi rotocalchi italiani, l’indomani celebrò il nostro trionfo certificando il compimento di qualcosa di insindacabilmente grande.

    Piangevano un po’ tutti: noi dalla gioia, i francesi dalla delusione. Meno uno, il nostro George Coste, che a bordo campo in mezzo alla festa già pregustava il volto abbacchiato del gendarme di cui sopra che, infatti, rimase rintanato in guardiola osservando il bus italiano che sfrecciava verso Roma, carico di una soddisfazione indescrivibile. La vittoria di Grenoble cambiò tutto perché l’establishment del rugby, sempre così ostile alle variazioni delle gerarchie ancorate alla notte dei tempi, si convinse a spalancare le porte del futuro Sei Nazioni all’Italia; accadimento che si verificò già tre anni dopo, nulla per le tempistiche del rugby. L’esordio con vittoria ai danni della Scozia di un altro pomeriggio leggendario in quel del Flaminio, pertanto, fu la naturale prosecuzione di quell’impresa meravigliosa. Il resto è storia. Una storia che ci ha visto sconfiggere la Francia in altre due occasioni ufficiali in mezzo a troppe sconfitte sonore ma, si sa, il rugby è sport crudo e poco propenso a fare di un miracolo una consuetudine.

    Domenica prossima, a Lille, torna in palio il Trofeo Garibaldi che premia la vincitrice, ovviamente nel contesto del Sei Nazioni, dello scontro non anglosassone tra la nostra nazionale e quella francese. A Lille e non a Parigi, ma questa volta la spocchia non c’entra. La capitale, infatti, è già in clima olimpico e indisponibile a concedersi, quindi tutti altrove. Dove, è bene dirlo subito, non ci sarà un’altra Grenoble ma, così come pronosticato e poi verificatosi con l’Inghilterra all’esordio nel torneo, abbiamo la possibilità di evitare il naufragio e provare a restare in partita piuttosto a lungo. Che nel rugby, dove novantanove volte su cento a vincere è quello meglio attrezzato, vale sempre molto. Poi, chissà, può sempre esserci qualcuno di folle a cui venga in mente di chiederci della famigerata cesta. E un italiano incazzato, a dirlo è la storia, non è mai un bell’avversario. Nemmeno se c’è da schiacciare in meta una palla ovale.

  • Rugby Parabiago, PizzAut e i Bambini delle Fate, un intreccio di emozioni

    Rugby Parabiago, PizzAut e i Bambini delle Fate, un intreccio di emozioni

    Una serata che difficilmente si potrà dimenticare quella trascorsa mercoledì sera a PizzAut, dove tantissime persone del Rugby Parabiago, circa 300, hanno potuto gustare la buonissima pizza preparata nel locale di Nico Acampora. Una realtà, PizzAut, che impiega solo persone autistiche, dove Rugby Parabiago ha voluto organizzare una serata per intrecciare l’inclusione sportiva, che il Club persegue con le attività Rugby Oltre e Mixed Ability di Rugby Parabiago Cares Impresa Sociale e l’inclusione lavorativa dei locali di Nico.

    Il fondatore di PizzAut ha sottolineato che ci sono circa 600 mila persone autistiche in Italia e che ognuno di noi può prendersi l’impegno di fare qualcosa, piccoli gesti, che portino questi ragazzi ad avere la stessa dignità sociale di tutti, come garantisce la nostra Costituzione. “Non c’è l’insegnante di sostegno e un ragazzo con autismo o disabilità è invitato ad entrare a scuola alle 10? Mandiamo tutti i nostri ragazzi a scuola alle 10.” Un invito a riflettere ma anche ad agire, nel quotidiano, per fare di più.
    Lorenzo, Edoardo, Mirko e tutti gli altri camerieri del locale (e i pizzaioli che dietro le quinte hanno sfornate pizze grandiose) hanno regalato ai presenti la consapevolezza che passi avanti se ne possono fare tanti, lavorando con impegno e passione per un obiettivo importante come l’inclusione.

    Nella bellissima atmosfera del locale di Monza c’erano anche Franco e Andrea Antonello, che con l’impresa sociale i Bambini delle Fate assicurano sostegno economico a progetti e percorsi di inclusione sociale gestiti da partner locali a beneficio di famiglie con autismo e altre disabilità.

    Un’ala protettrice che dal 2005 ha sostenuto 93 progetti sul territorio italiano, a beneficio di più di 4400 famiglie, con 2400 imprenditori coinvolti e 3000 sostenitori privati: un impegno forte e duraturo di raccolta fondi, per raccontare con il sorriso il potenziale di questi bambini e ragazzi speciali e dare forza alle loro famiglie.
    PizzAut, i Bambini delle Fate, Rugby Parabiago. Tre realtà che ieri sera si sono strette in un abbraccio forte e coinvolgente. 21 febbraio 2024, una data che resterà nel cuore di tutti noi.