Categoria: Cultura

  • A Varese una giornata di studi sull’Ambiente con Terra Insubre: aperte le iscrizioni

    Lombardia, prospettive di rinascita con l’Associazione Culturale Terra Insubre, appuntamento a Varese il prossimo 9 di settembre con una giornata di studi dedicata all’Ambiente. L’iniziativa s’inserisce nell’università d’estate di Terra Insubre

    QUI SOTTO LEGGI IL PROGRAMMA INTEGRALE CON I RELATORI:

  • Cado in alto, analogie da voce giunta. Emanuele Torreggiani ‘nella versione’ di Aga e Maurizio Murelli

    Cado in alto, analogie da voce giunta. Emanuele Torreggiani ‘nella versione’ di Aga e Maurizio Murelli

    MAGENTA “Anche il buon lettore, al pari di quello banale e dozzinale, spesso preferisce l’”usato sicuro” rispetto all’incognita di un poco o per nulla conosciuto Autore, e non poche editrici si adeguano. Ma che ci volete fare? AGA Editrice è tutto tranne che una azienda commerciale e dunque “vai con l’Autore poco conosciuto!”.

    “Ovviamente non si tratta solo di fare i fenomeni pubblicando il “poco conosciuto” Emanuele Torreggiani. L’autore di questo racconto è un vero talento che io leggo spesso per puro godimento. Lego i suoi “bozzetti” che pubblica su FB e ne resto sempre estasiato. Alcuni di questi li ho ripresi per gli Addenda a questo “Cado in alto”, un racconto che Emanuele mi aveva inviato per alietarmi con la lettura in una sera di questa calda estate, insomma, perché potessi sollazzarmi. Letto subito e tutto d’un fiato. Messaggio a Emanuele: «Lo pubblico!». Risposta: «autorizzo!». Ed eccolo qua questo piccolo capolavoro letterario. Quanti lo leggeranno? Pochi… chi se ne frega. Io l’ho letto e mi sono tolto persino lo sfizio di pubblicarlo.

    Bravo, anzi bravissimo, l’editore Maurizio Murelli (che conosciamo da illo e lungo tempore); prendere gli scritti ‘episodici’ ed ‘occasionali’ di Emanuele Torreggiani, che i nostri lettori ben conoscono (e non solo loro), ci è parsa una ECCELLENTE idea. E allora ecco arrivare nelle libreria (o a casa vostra, basta poco) ‘Cado in alto’, elegante e irriverente calembour di pensieri, riflessioni, seduzioni, che Maurizio ha editato per Aga.

    E siccome conosciamo da decenni la prosa e l’aitante scrittura di Emanuele, diventa bello ‘leggerlo’ nelle parole di Maurizio Murelli (che qui pubblichiamo integralmente, sono na’ squisitezza). Per ordini e altro: http://www.orionlibri.net/negozio/cado-in-alto-analogie-da-voce-giunta/?fbclid=IwAR1XN0JfQF_uy5N5cCnFvyra_10ydOojrsqXzJXx3COs8mNPNTLBV51hZbI

    Emanuele Torreggiani è persona colta che ama – oltre a Bacco, tabacco e Venere – la buona letteratura e la conversazione colta e, per quel che qui conta, destreggia divinamente la penna. Leggere anche solo i suoi scritti brevi è puro godimento per chi ama la buona lettura, per gli appassionati opportunità oggi sempre più rara.

    A freddo mi ha inviato questo scritto dopo che non interloquivo con lui da molto tempo… così, perché potessi allietarmi della lettura. Leggerlo è stato un “bagliore”, nel senso inteso da questa collana di libri cosicché non ho potuto esimermi dal proporgli di pubblicarlo: permesso accordato.

    Cado in alto non ha bisogno di introduzione: si introduce autonomamente e i più accorti rileveranno subito nello scritto gli echi della sua passione per Louis-Ferdinand Céline. Dico in questo scritto, perché dello stile céliniano Torreggiani non fa certo la sua cifra e, del resto, nella filigrana del racconto non è difficile rilevare gli echi stilistici di non pochi grandi romanzieri, letture che sono il pane quotidiano di Torreggiani, letture che lasciano impronta in ogni buon lettore che ad esse si abbevera cosicché, alla fine, in un modo o nell’altro, ispirano e coadiuvano lo stile originale di ogni buon scrittore.

    Negli “Addenda – Le bagattelle di Emanuele” che ho voluto mettere in coda a questo testo raccogliendo alcuni bozzetti che di tanto in tanto pubblica su Facebook, il lettore rileverà subito che Torreggiani ha uno stile di scrittura del tutto originale che prescinde da quello dei suoi autori preferiti, tra cui appunto Céline. Cado in alto è un racconto intenso che abbaglia e gratifica chi ama il bel leggere. E questi bozzetti scollegati dal racconto stesso sono un supplemento, come un dolce a fine pranzo, una buona grappa che accompagna il caffè o forse, per meglio dire ed essere immaginifici, delle “bagattelle” – termine che se da una parte ricorda il sulfureo e per alcuni “famigerato” libro di Céline (Bagattelle per un massacro), dall’altra rimanda alla parola dall’etimo incerto che indicava un gioco di prestigio, di bussolotti, un gioco di biliardo e poi, per estensione, “una cosa di poco conto”. In quale accezione Céline abbia assunto questo termine per il suo pamphlet non saprei dire, per quanto ben calzi l’una e l’altra. Stessa cosa dicasi per i “bozzetti” negli “Addenda” di Emanuele.

    M.M.

  • Simone Pillon al Broletto di Pavia

    PAVIA Nonostante la giornata (l’ultimo venerdì di luglio) non fosse proprio la più indicata per dei convegni, è stato un successo l’incontro con Simone Pillon al Broletto di Pavia. Gremita la sala dei convegni. Era presente anche il vice presidente del Senato, onorevole Gian Marco Centinaio.

    Il messaggio dell’ex senatore leghista è stato molto profondo e nello stesso tempo molto semplice: mantenere e recuperare i propri legami, come antidoto al pensiero unico che vorrebbe distruggere le relazioni sociali e umane.

    “Oggi la cultura dominante tende a distruggere ogni rapporto con gli altri, e lasciare l’essere umano come individuo svincolato da tutti e da tutto”, ha detto Pillon. “Ma questo è un suicidio. Genera solo infelicità e solitudine”.

    “La Famiglia è già stata messa in discussione. Ora ci di provano addirittura con la sessualità. Ognuno dovrebbe essere libero di scegliere il proprio sesso (teorie gender) , anche in contrasto con la natura biologica del proprio proprio corpo”.

    La soluzione, secondo Pillon, è andare in direzione opposta. Non distruggere le relazioni, ma tenersele care e non rinnegarle.

    “Se uno è nato a Pavia, e non a Canicattì, ci sarà un motivo. Così come se uno è nato in un corpo da uomo e non da donna, o viceversa. Bisogna rispettare la realtà e non rifuggirla”. Ha concluso l’ ex senatore. “rispettare il proprio territorio, la propria cultura, la propria famiglia, il proprio corpo e non fare a pugni con le proprie radici e inventarsi strane teorie, che rappresentano solo un delirio di onnipotenza.”.

    Alla fine dell’ incontro sono andati a ruba i libri di Simone Pillon. Molte anche le firma alle petizioni di Pro Vita e Famiglia che aveva organizzato l’evento.

    Angelo Mandelli

  • Vittorio Emanuele III: il re discusso dalla Monarchia all’Italia unita – Di Domenico Bonvegna

    “Nonostante i miei pensieri sono altrove, e non solo per le non vacanze, tento di fare una presentazione del documentato libro del professore Aldo Alessandro Mola, “Vita di Vittorio Emanuele III 1869-1947. Il re discusso”, (Bompiani, 2023; pag. 581; e.22). Testo che il professore ha presentato dialogando con il giornalista Diego Rubero, direttore de Il Giornale del Piemonte e della Liguria, presso l’Auditorium del Circolo Unificato dell’Esercito in Corso Vinzaglio a Torino il 21 giugno scorso con la partecipazione di un attento e nutrito pubblico, tra cui il sottoscritto”.

    Aldo Mola è uno dei massimi esperti di Storia della Monarchia nella storia dell’Italia unita, non condanna né assolve il discusso sovrano, documenta in modo attento e preciso la vita del sovrano, figlio di Umberto I, assassinato a Monza dall’anarchico Bresci.
    Il testo si compone di XIV capitoli con una appendice. All’inizio troviamo una Cronologia sommaria del lungo Regno di Vittorio Emanuele III, che fu re d’Italia dal 1900 al 1946, imperatore d’Etiopia (1936-1943) e re d’Albania (1939-1943). Salì al trono all’assassinio del padre Umberto I, è stato protagonista in tutte le azioni politiche, ideologiche e militari della prima metà del secolo XX. Per molti storici il “peccato mortale” del re, fu quello di dare l’incarico nel 1922 a Benito Mussolini e quindi al suo regime. E’ da addebitare a lui il regime? Si chiede Mola.
    “Se così fosse , proporre il profilo di un sovrano ‘passato in giudicato’ parrebbe quanto meno un azzardo. Ma se non ora quando? Cent’anni dopo se ne può parlare, documenti alla mano”.
    Infatti, a Vittorio Emanuele III, gli “furono addebitate molte ‘colpe’, – scrive Mola – fra le tante ne ricorrono soprattutto quattro, tutte assai gravi: l’intervento dell’Italia nella Grande guerra a fianco della Triplice intesa anglo-franco-russa (24 maggio 1915); l”avvento del fascismo’ e il silenzio dopo il rapimento e la morte di Matteotti (1922-1924), che aprì la strada alla ‘dittatura’ personale di Mussolini, al ‘partito unico’ e al regime autoritario, da alcuni classificato totalitario; la emanazioni delle ‘leggi razziali’ (dette anche “razziste”), in specie contro gli ebrei (1938); la stipula della resa senza condizioni annunciata come armistizio l’8 settembre 1943, la ‘fuga’ da Roma e l’abbandono delle forze armate, esposte senza direttive chiare alla vendetta dei tedeschi”.
    Andiamo a vedere nei particolari queste quattro “colpe” di Vittorio Emanuele III. Cominciamo con l’intervento in guerra dell’Italia del 1915.
    Per il professore Mola, le valutazioni sulla guerra sono contrastanti sul merito e sopratutto sul metodo. In pratica “il Parlamento, nella stragrande maggioranza contrario all’intervento, venne forzato a subirlo e si piegò”. Fu un immane conflitto, sono intervenuto sul tema, presentando alcuni studi di autorevoli studiosi della Grande guerra. A giudizio del premier inglese David Lloyd George, fu la peggiore catastrofe dopo il diluvio universale, che spazzò via gli imperi russo, turco-ottomano, austro-ungarico e germanico. I sovrani di questi imperi o furono uccisi oppure mandati in esilio.

    L’Italia rimase l’unica monarchia nella terra ferma europea.
    Ritornando all’entrata in guerra, in un primo momento l’Italia rimane neutrale, ma questo secondo Mola non era ben visto né della triplice alleanza che la legava a Berlino e Vienna, ma neanche a quella anglo-franco-russa, che dominava il Mediterraneo e stava minacciando le coste italiane. Pertanto l’Italia secondo il pensoso Ferdinando Martini, per la sua posizione strategica, non poteva non fare la guerra. Anche se tutto faceva pensare che per ripianare le spese della guerra in Libia e per avvicinare il Mezzogiorno arretrato al Nord più sviluppato, “l’Italia aveva bisogno della pace”.
    Dopo tante trattativa il governo scelse di scendere in guerra a fianco della Triplice Intesa, confidando che il conflitto terminasse entro l’estate. Così il re, il governo Salandra il 23 maggio dichiarano guerra all’Impero austro-ungarico, affidando il comando supremo al capo di stato maggiore generale Luigi Cadorna.
    In pratica il re e il governo si sono arresi alla piazza, a chi sosteneva, “O la guerra o la rivoluzione”. Erano “alcune minoranze rumorose (nazionalisti, repubblicani, settori dei radicali e di socialisti rivoluzionari…) chiedevano a gran voce di agire armi alla mano, come prova di virilità, per ottenere il ‘confine naturale’”.
    Inoltre a favore della guerra c’erano quelli che agivano al “coperto”, come il caso del Grande Oriente d’Italia e della carboneria. Il testo di Mola descrive i vari passaggi degli interventisti come hanno strategicamente scatenato le piazze per convincere il governo ad entrare in guerra contro l’Austria-Ungheria. A capo dei rivoltosi c’era il vate, Gabriele D’Annunzio. Il 5 maggio a Quarto di Genova, gli interventisti organizzano una manifestazione per ricordare simbolicamente i Mille di Garibaldi. “D’Annunzio era il più facinoroso fautore dell’interventismo, dopo l’orazione di Quarto per lo scoprimento del monumento ai Mille fu vezzeggiato da rappresentanti delle istituzioni quasi fosse un padre della patria”.
    Ma c’erano anche altre manifestazioni imponenti contro la guerra, scrive Mola. A questo punto “il Governo italiano si trovò tra l’incudine e il martello. Aveva bisogno del consenso del Parlamento, ma per ottenerlo doveva scatenare la ‘piazza’, intimidire i rappresentanti della nazione, metterli con le spalle al muro e ottenere i pieni poteri”.
    Intanto l’ex presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, fautore della neutralità, al suo arrivo alla stazione di Roma, viene accolto con ostilità dai manifestanti che lo seguono fino al portone di casa. Sostanzialmente gli interventisti eccitati da Gabriele D’Annunzio invocano il “fuoco purificatore” della guerra, assalirono l’abitazione di Giolitti, che fu costretto a lasciare Roma, per poi ritirarsi a Cavour. Non solo ma nel “maggio radioso”, prevalgono i più aggressivi e così si espone il 15 maggio 1915, nella Galleria Vittorio Emanuele a due passi del Duomo di Milano, un macabro trofeo: la testa mozzata di Giolitti.“Il messaggio era chiaro – scrive Mola – tagliare la testa dello statista piemontese per piegare quelle degli esecrati pacifisti, ‘neutralisti’, ‘parecchisti’, ‘panciafichisti’, tutti dipinti quali traditori della patria”. Il tutto con la compiacenza della maggioranza della stampa di allora.

    Inoltre in quei giorni alcuni parlamentari “scomodi”, favorevoli alla trattativa diplomatica a oltranza per ottenere il più possibile dall’impero austro-ungarico, divennero bersaglio di invettive, minacce, assedio delle loro case e di aggressioni. Secondo Mola, queste rivolte del “maggio radioso” hanno iniziato quella “guerra civile” strisciante, destinata a imperversare nei decenni seguenti. Il risultato per Mola “fu l’eclissi della Corona quale istituzione super partes, garante della correttezza della dialettica politico-parlamentare”.

    Pertanto secondo lo storico cuneese, “L”idea di Italia’ e la sua ‘storia’ furono confiscate da una minoranza rumorosa, che classificò gli avversari quali nemici, li denunciò all’opinione pubblica come traditori, ne chiese e pretese l’eliminazione e si erse a depositaria dei ‘ destini’ nazionali”.
    Dunque scrive Mola, “la ‘piazza’ prevalse sul Parlamento, che ne uscì umiliato […]”. L’entrata in guerra dell’Italia per lo storico Luigi Salvatorelli, rappresenta il primo dei tre colpi di Stato messi a segno da Vittorio Emanuele III nel corso del suo regno. Per Salvatorelli, “il re abusò tre volte della potestà statuaria a danno del Parlamento e della libertà dei cittadini organizzati o meno in partiti”. La prima volta con l’entrata in guerra; la seconda, “con l’incarico a Benito Mussolini ‘colpevole’ di formare il governo il 30 ottobre 1922; infine il 25 luglio 1943, quando revocò il duce e nominò Pietro Badoglio capo del governo per salvare la monarchia a costo di affondare il Paese”. Per rispondere a queste tesi, il professore Mola cerca di tracciare quali fossero i veri poteri del sovrano e verificare come li abbia impiegati. Naturalmente io qui mi fermo, vi lascio alla lettura del libro. E continuo con il seconda colpa addebitata a Vittorio Emanuele III, che per alcuni è la peggiore.
    Governo Mussolini.

    Secondo lo storico Antonino Repaci, il re oltre ad essere il principale “colpevole” dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, fu anche dell’avvento di Mussolini al potere in Italia. Tra il 1918 e il 1922 si susseguirono ben sette governi e una girandola di ministri e sottosegretari, era ritornato al governo anche Giolitti, che poi fu costretto a gettare la spugna. Alla fine il re per scongiurare una guerra civile, fu costretto a varare un governo di coalizione costituzionale il 31 ottobre, presieduto da Mussolini, comprendeva tre fascisti, nazionalisti,liberali, demosociali ed esponenti del Partito popolare italiano, come il futuro presiedente della Repubblica Giovanni Gronchi. A nome dei popolari Alcide De Gasperi approvò il nuovo governo, che 306 voti a favore e 117 contrari alla Camera, 184 si e 19 no al Senato (dove c’era un solo iscritto al PNF). Un governo di coalizione costituzionale. “Il re lo nominò, – scrive Mola, ma furono i parlamentari ad approvarlo”. Lo stesso Giolitti, poco prima di votare a favore di Mussolini, “osservò che il Parlamento non aveva procurato un governo al Paese e il paese se l’era dato da se”. Intanto “col governo si schierarono Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Enrico De Nicola e tanti futuri antifascisti”.

    A questo punto Mola propone una tesi nuova (almeno per la mia cultura storica).“A differenza di quanto si legge e si ripete anche all’estero il 28 ottobre 1922, data canonica della nascita del ‘regime fascista’ o inizio del ‘buio ventennio’, non avvenne alcuna ‘marcia su Roma’. Anzi essa non ebbe affatto luogo”. Il professore Mola precisa che “quando gli squadristi entrarono nella capitale nella notte fra il 30 e il 31 ottobre non lo fecero per ‘espugnarla’. Il nuovo governo era già nominato. La ‘marcia per Roma’ da piazza del Popolo alla Stazione Termini tra le due e le sette pomeridiane si ridusse alla sfilata di reduci di una battaglia mai combattuta, quando Mussolini era già insediato alla presidenza del Consiglio”.

    Dunque secondo Mola, “non vi fu alcuna ‘marcia su Roma’, se per tale s’intende l’assalto dei fascisti per imporsi sui poteri costituiti, né vi fu la ‘resa dello Stato’ allo squadrismo”. Pertanto, nell’ottobre-novembre 1922 a differenza di quanto scrive Roberto Vivarelli, “gli italiani non ‘misero la loro sorte nelle mani di un uomo, che si proclamava duce e che molti di loro accettarono come tale’, rivelando così la ‘vocazione del gregge’”. E comunque anche lo stesso Vivarelli sostiene che il fascismo non arrivò mai ad essere un fenomeno totalitario, come quello che è successo in Germania con il Partito nazionalsocialista. Il fascismo “non arrivò mai ad immedesimarsi né con lo Stato (che rimase monarchico) né con gli italiani, la maggior parte dei quali, inclusi tanti iscritti al partito nazionale fascista, ne adottò e adattò la divisa, come aveva fatto con altre in passato e fece dopo il crollo del regime”.

    Comunque sia come argomenta Antonio Carioti, “il percorso dall’ottobre 1922 al partito unico e a quanto seguì non avvenne in un giorno e il governo non fu ‘subito regime’ (a differenza di quanto asserito da Emilio Gentile e da altri) ma un cammino lungo, accidentato e infine vittoriosamente concluso non per la superiorità politico-culturale di Mussolini ma per molti errori di chi aveva modo di avversarlo nelle aule parlamentari e nel Paese. Il re cercò di sciogliere i nodi via via che gli vennero proposti. Ma nei limiti dello Statuto”.
    Di questo parere è Claudio Fracazzi in “La marcia su Roma 1922. Mussolini, il bluff, il mito” (Biblioteca storica de Il Giornale 2022) E poi la decisione del re Vittorio Emanuele III ebbe immediato plauso da parte della Francia e Gran Bretagna.

    Dopo la morte violenta del deputato socialista Giacomo Matteotti, le opposizioni chiesero al re di intervenire, ma Vittorio Emanuele III rispose che non toccava a lui ma alle Camere trovare la via per risolvere la questione. “Il re era un sovrano costituzionale, non un despota”, scrive Mola. Tuttavia, “l’opposizione non scese in campo. Eppure aveva numeri e spazio politico per farlo”. Peraltro nel 1922 i deputati iscritti al PNF erano 35, con le elezioni del 6 aprile 1924 divennero 227 su 535. Molti, ma erano ancora minoranza, per di più raccogliticcia, frutto di ex liberali, popolari, democratici sociali. In buona sostanza come hanno scritto De Felice o Vivarelli, “Mussolini rimase al potere non perché fosse un genio politico superiore ma per gli errori delle opposizioni. Tutte le leggi che condussero dal regime parlamentare a quello del partito unico dominato dal ‘duce del fascismo’ furono via via approvate dal Senato e dalla Camera dei deputati eletta nel 1921 e nel 1924, sino alla svolta del 1928 che privò gli elettori del diritto di scegliere liberante i propri rappresentanti”. Mola rileva che questa involuzione del governo Mussolini, fu criticata dagli antifascisti, soprattutto all’estero, ma i governi stranieri sia liberali che quello come l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, conservarono relazioni regolari e non di rado amichevoli con quello di Roma. Per quanto riguarda gli italiani, il consenso elettorale era vastissimo sia nel 1929, 1934 e 1939.
    Veniamo alle Leggi razziali del 1938 e la seconda ondata del fascismo repubblicano. La terza colpa del Re.
    A questo punto il testo elenca i traguardi positivi, i successi conseguiti dal governo Mussolini in tredici anni. Il PNF era al culmine del consenso, mentre il re era sempre più isolato. Il 14 dicembre 1938 la Camera dei deputati, prona al capo del governo. Approvò le leggi razziali, senza alcun dibattito con voto unanime dei 351 presenti. Fra i 31 assenti spiccò Italo Balbo.
    Poi venne approvata anche il 20 dicembre approvò la “difesa della stirpe”, la legge passò col favore di un terzo dei senatori, tra i quali si contavano tredici ebrei che, dopo l’approvazione della legge rimasero in carica, come ricorda Aldo Pezzana nel saggio “Gli uomini del Re”.
    C’è stata qualche responsabilità di Vittorio Emanuele III nelle leggi razziali? Per Mola, nessuna. Anzi, li deplorò sin da quando gli vennero prospettate. Li ha dovute firmare perché erano state deliberate dal Parlamento che rappresentava gli italiani. “Non era stato il sovrano ma soprattutto la Camera elettiva a mettere il Paese su quella china”. Precisa Mola: “contro tale infamia non si levò alcuna voce di netta opposizione né di ferma condanna: non da parte di ‘liberali’, né da parte della Chiesa cattolica […]”.
    Passiamo alla quarta colpa: il 25 luglio 1943, il re Vittorio Emanuele III, salvò lo Stato con la revoca da capo del governo a Mussolini. Lo sostituì con Pietro Badoglio.
    “A quel punto occorreva salvare la continuità dello Stato, come è stato riconosciuto non solo da scrittori inclini ad apprezzare il regime monarchico quali Mario Viana, Giovanni Artieri, Francesco Perfetti, Domenico Fisichella, ma anche dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi”. Per farlo bisognava che la famiglia reale cadesse nelle mani dei tedeschi, ma nello stesso tempo neanche mettersi tra le braccia dei vincitori, ora alleati. Così in tutta fretta da Roma il re i familiari si spostarono a Brindisi, un lembo della Puglia, dove non c’erano né tedeschi né angloamericani. Si poteva fare di più in quei giorni fino all’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre? Forse.
    Naturalmente il professore Aldo Mola da storico, non intende emettere giudizi, né giustificare, ma propone documenti per comprendere. Su questo gesto del re si è scritto innumerevoli pagine di critiche, si è stratificata una vastissima letteratura (memorialistica, saggistica, atti di convegni), qualcuno lo ha bollato come un “piccolo re idiota”. Alla fine di questa lunga tragedia della guerra, il re Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946 abdico in favore del figlio Umberto II e partì per Alessandria d’Egitto, ove morì il 28 dicembre 1947.
    Furono momenti concitati e turbolenti che per comprenderli bisogna studiarli senza pregiudizi e soprattutto non giudicarli con i parametri odierni.
    “L’ufficio della storia non è di formulare postume condanne o assoluzioni, né di asserire che quanto avvenne non poteva non accadere e va quindi accolto come unica possibile realtà, ma documentare e spiegare gli accadimenti nella loro accertata sequenza e nella molteplicità delle loro cause e concause”.

  • Nello splendido Vittoriale il festival dannunziano con Beatrice Venezi

    Ospiti d’eccezione come il direttore d’orchestra e l’attore per il lancio della quinta edizione dell’appuntamento dedicato al celebre poeta in programma sulle sponde del lago di Garda il 31 luglio

    Gardone Riviera (BS)– Gabriele d’Annunzio rinasce dalla casa che lo ha cresciuto a quella che lo ha celebrato. Da Pescara al “Vittoriale” di Gardone Riviera (Brescia), la quinta edizione del Festival Dannunziano verrà lanciata dalle sponde del lago di Garda nella giornata del 31 luglio 2023.

    La presentazione della quinta edizione del festival dedicato a Gabriele d’Annunzio si svolgerà nel pomeriggio di lunedì prossimo, nell’Auditorium del Vittoriale, a partire dalle ore 17, con un programma ricco di appuntamenti e ospiti.

    Protagoniste dell’evento di presentazione, che rappresenta anche una sorta di gemellaggio tra i luoghi-simbolo del Vate, saranno le eccellenze abruzzesi sia enogastronomiche che culturali. Il direttore d’orchestra Beatrice Venezi con i Solisti Aquilani e la voce narrante dell’attore Giorgio Pasotti si esibiranno nello spettacolo “d’Annunzio, le donne, dalla vita all’arte. Tra musica, poesie, lettere e prose”.

    Il Festival Dannunziano, in programma dal 2 al 10 settembre 2023, verrà ufficialmente svelato al pubblico nel Vittoriale degli Italiani, sulla sponda bresciana del lago di Garda, così come voluto dal direttore artistico del festival, nonché presidente della Fondazione “Vittoriale degli Italiani”, Giordano Bruno Guerri, e condiviso dal presidente del Consiglio regionale dell’Abruzzo, Lorenzo Sospiri.

    All’evento di presentazione del Festival Dannunziano prenderanno parte, oltre al direttore artistico Giordano Bruno Guerri e al presidente Sospiri, anche il vicepresidente vicario del Consiglio regionale, Roberto Santangelo, il sindaco di Pescara, Carlo Masci e i presidenti delle Camere di Commercio abruzzesi.

    La conferenza stampa di presentazione avrà inizio alle ore 17, mentre a seguire, alle 18, i giardini della Villa Dannunziana ospiteranno stand promozionali, con degustazioni di vini abruzzesi e prodotti tipici. La sera, a partire dalle ore 21 in collaborazione del Comune dell’Aquila, è in programma il concerto dei “Solisti Aquilani”, diretto dal maestro Beatrice Venezi e con la voce narrante di Giorgio Pasotti.

  • Fondazione Augusto Rancilio: domenica una passeggiata con il fotografo …a Villa Arconati

    Domenica 30 luglio alle ore 15.00 Fondazione Augusto Rancilio offre, nella bellissima cornice dell’ala espositiva, un’esclusiva passeggiata alla scoperta delle fotografie presenti nella mostra Oltrereale con il fotografo Marco D’Anna. Sarà una passeggiata tra le cime dell’Engadina con il racconto emozionale e personale del fotografo. Nessuno meglio di lui potrà farvi comprendere a fondo il suo progetto di scenari immaginari in cui è catturata la forza e l’energia della Natura.

    VILLA ARCONATI CASTELLAZZO DI BOLLATE MI – Sarà una passeggiata tra le cime dell’Engadina con il racconto emozionale e personale del fotografo. Nessuno meglio di lui potrà farvi comprendere a fondo il suo progetto di scenari immaginari in cui è catturata la forza e l’energia della Natura.

    Ore 15.00
    Visita inclusa nel biglietto d’ingresso con “visita libera”
    Posti limitati

    OLTREREALE
    La realtà immaginata.
    Frammenti di memoria infinitamente mutabili

    Oltrereale è la prima mostra fotografica ospitata nell’ala espositiva di Villa Arconati.
    Villa Arconati è luogo del sogno, della memoria e di una immaginazione più reale della realtà: le sale dell’ala sud-est della Villa sono come una tela bianca, che può ospitare di volta in volta l’anima e l’arte di nuovi artisti. È un luogo sempre uguale e sempre diverso, che riprende vita grazie alla storia e alle storie che gli Artisti sanno narrare. Le sale, però, non perdono mai la loro personalità e il loro personale racconto, nel quale di volta in volta si aggiungono – non si sovrappongono e non si sostituiscono – nuovi mondi, nuove suggestioni, nuove storie di coloro che qui non espongono semplicemente le loro opere, bensì creano un dialogo unico, personale e irripetibile, continuando un racconto che si scrive ormai da quattro secoli.

    Quest’anno la Fondazione Augusto Rancilio vuole condurre i suoi visitatori in un viaggio alla scoperta delle montagne catturate dalla maestria di Marco D’Anna. Un percorso di 34 fotografie che presentano le cime svizzere dell’Engadina ri-scoperta durante la pandemia. Un luogo caro non solo al fotografo ma anche al maestro divisionista Giovanni Segantini (1858-1899), a cui D’Anna si ispira per la tecnica di riproduzione. Immagini digitali che vengono sovrapposte creando nuove realtà in cui ognuno di noi ritroverà il suo luogo ideale, la vetta della memoria.
    Marco D’Anna restituisce un’immagine poliedrica della montagna luminosa e incantevole quanto ostile e insidiosa. Accompagna lo spettatore in un percorso visivo ed emozionale dalla luce alle ombre, attraverso scenari immaginari tratti dal reale, frutto dell’ingegno e della creatività del fotografo che è riuscito a catturare la forza e l’energia della Natura.

    «Quando Marco D’Anna ha deciso di confrontarsi con le montagne per un progetto che vuol essere ambizioso perché originale, ha scelto di farlo partendo dalla pittura di Giovanni Segantini per coglierne un aspetto diventato centrale, quello del rapporto fra luce e ombra usato dal pittore per conferire al paesaggio montano quel particolare fascino che si identifica nello spiritualismo che lo animava dialogando con il pittore con leggerezza e serenità andando alla ricerca di un punto di confronto basato sull’espressività. Sarebbe stato fin troppo semplice stabilire un’analogia fra le minuscole pennellate che caratterizzano lo stile del pittore e i pixel che animano la fotografia digitale. La scelta di campo è ricaduta, al contrario, sullo spazio dove si concentra l’attenzione dell’autore e di conseguenza dell’osservatore: la delicatezza plastica delle stampe eseguite con perizia su carta Fabriano stabilisce il raffronto con la tecnica divisionista ora rivisitata in chiave contemporanea.» Roberto Mutti

    Marco D’anna | OLTREREALE
    a cura di Martina Bortoluzzi e Valeria Foglia
    Villa Arconati – Ala espositiva
    via Madonna Fametta 1 – Castellazzo di Bollate
    orario di apertura al pubblico:
    domenica 11:00 – 19:00
    L’accesso alla mostra è libero, previo acquisto del biglietto d’ingresso a Villa Arconati.

  • In viaggio con Alain. Una succulenta articolessa di Luca Vezzaro… senza Lanzichenecchi (ma non verso Foggia)

    L’amico Luca Vezzaro (che fa tante cose, tra cui la curatela eccellente della comunicazione del Palio di Legnano) ha scritto una deliziosa articolessa sul richiamo lanzichenecco di Alain Elkann apparso su Repubblica. Lo ringraziamo. Leggetevlo, ne vale la pena.

    Silvia e Alessandro sono andati a Gressoney per la tradizionale settimana madre-figlio e, così, il venerdì li ho raggiunti. Dato che non sono un ambientalista convinto, ma neppure reputo così apprezzabile muovere due auto per un fine settimana, come ogni anno, sono ricorso ai mezzi pubblici. Chi mi conosce bene, sa quanto io non ami treni/pullman.

    Vado online per prendere un biglietto e scopro che per fare Milano – Point San Martin ci vogliono 2,20H con tanto di scambio a Chivasso.

    Se i treni mi piacciono poco, i regionali sono i mezzi che sanno offrire l’esperienza peggiore. Altro che prima classe di Italo. Ero psicologicamente pronto. Eppure. Eppure non si è mai pronti.

    Arrivo in stazione e, nel caos generale, in un mix di odori forti (purtroppo sono iperosmico), cerco un posto. Possibilmente appartato dato che non ho nessuna voglia di fare amicizie, ma solo di starmene tranquillo e leggere qualcosa. Nello specifico i testi di Padre Natale Brescianini sull’etica di impresa e sentire un po’ di musica. Visto che questo mio testo nasce dopo il racconto di Elkann, ammetto ab origine di essere uno di quelli con AirPods sempre in orecchio ed iPhone a portata. Quella sera, per crearmi la mia bolla, ho scelto Atlas di Roberto Cacciapaglia. Magnifico.

    Di posti appartati, neanche a parlarne e quindi finisco nel tradizionale blocco da 4 salutando un sessantino dalla faccia travolta. Educato e, soprattutto, come me, desideroso di relazioni sociali essenziali.

    Metto le mie cuffie e inizio a leggere. Una ventina di minuti dopo, il mondo si impone e decide di entrarmi nelle orecchie. Alzo di una tacca il volume e riprendo a leggere. Niente da fare. C’è proprio una voce che non ne vuole sapere di stare al suo posto. Alzo gli occhi e vedo questa signora, settant’anni circa, meridionale, intenta a raccontare chissà cosa a tre anziani seduti dall’altro lato del vagone. I tre, nel frattempo, aprono una grossa borsa ed iniziano ad estrarne alimenti. In cinque minuti, nella generale incuranza della montagna di briciole che inizia ad invadere lo scomparto, compaiono panini alla mortadella, cotolette e bottiglie varie. Un controllore transita. Sì, transita, perché logica avrebbe voluto almeno chiedere di limitare la produzione di scorie, ma nulla. Niente di anomalo: era tutto normale.

    Mi volgo verso sinistra e vedo altri tre compagni di viaggio. Uno, sudamericano, di quelli “divertenti”, con tatuaggi da gang latina finti seri, tipo “mamma ti amo” ed un ragazzo smilzo, nero con bandana bianca, cavallo bassissimo, intento a fissare una ragazzina seduta di fronte. Occhiate un po’ troppo esplicite, ma la giovane non mi pare così preoccupata o infastidita.

    Alla seconda stazione sento il mio sedile vibrare. Dietro di me si deve essere seduto qualcuno. Qualcuno che deve avere davvero avuto una giornata faticosa, perché mi avvolge con un intenso odore di sudore, acre, pungente. Una delle cose che più mi fa saltare.

    Sto per cambiare posto quando vedo arrivare una ragazza di una ventina di anni. Carina, composta, qualche dettaglio teneramente naif. Che bello quando vedi una personalità che si forma, matura e la rende unica rispetto al magma. Tra gli aspetti più immaturi, noto immediatamente un abuso di profumo. Di quelli floreali, un po’ dozzinali, ma molto estivo. In un lampo, vedo la soluzione a parte del mio problema. “Prego, se vuoi sederti? Questo posto è libero. Ti aiuto a mettere lo zaino nella cappelliera.” La ragazza si accomoda, due convenevoli.

    L’uomo stravolto nell’angolo nel frattempo deve essersi assopito, perché non dà segni di vita. Le gambe accavallate ed il calzino corto in cotone beige che inizia a cercare ostinatamente la caviglia appallottolandosi attorno al collo della tomaia della brogue impolverata.

    La ragazza mi ringrazia per la “gentilezza dello zaino”. Gentilezza. Su quella parola mi sono sentito un verme. E mi succede raramente. Una ragazzina così carina che elogia l’atteggiamento di quel quarantenne (un vecchio!) che si alza e la accoglie. Ed io che mi sento intimamente uno schifo d’uomo, che in lei aveva visto solo un “arbre magique” capace di salvarmi dal feto dell’uomo senza volto seduto dietro di me. Fai schifo, Luca. Sappilo.

    Sorrido come a dire “ma figurati!” (ipocrita!) e torno alle mie letture. Etica aziendale scritta da un religioso. Due volte ipocrita. Complimenti, Luca.

    Stazione successiva. La ragazza si alza. Ma come, veramente te ne vai? Nel frattempo, i tre azionisti della magnesia Brioschi, che stavano ancora mangiando, inondano lo scomparto con odore di mortadella. Che magico mix: sudore e mortazza.

    Il controllore transita ancora.

    Mi sovviene allora una canzone di Van De Sfroos che recita “Set un autista pensa a guidà
    Che’l cuntrulür l’è giamò drè a cuntrülà”. Proprio. Il mio biglietto, come quello di tutti i presenti, non è mai uscito dal taschino della camicia. Niente di anomalo: è tutto normale.

    Riprendo a leggere fino a Chivasso. Scendo. La stazione, come quasi tutte quelle italiane, colpisce per il degrado. I pilastri disadorni della pensilina sono totalmente scrostati. La pietra che li rivestiva se ne deve essere andata anni fa, declassata a breccia frammista alle traverse dei binari. Binari pieni di bicchieri di plastica, bottigliette e mozziconi.

    In tutto questo, in un pannello sul binario 1, un pannello colorato. Un’opera di Ugo Nespolo, ottimo artista che si deve essere lasciato coinvolgere in questa cosa sottovalutando il contesto. Sì, perché il bello, nel brutto, mette in evidenza il brutto, non il bello. In quel degrado generale, in quella generale stanchezza, quel Nespolo è un vero pugno nello stomaco.

    Cerco un tabellone per capire da che binario sarebbe partita la mia coincidenza e scopro che ce ne è solo uno all’entrata della stazione. Fortunatamente ho solo un piccolo zaino. Sottopasso con discesa nell’Ade e risalita in analogo contesto. Binario 6, perfetto, torniamo dall’altra parte ed aspettiamo.

    Treno valdostano. Puntuale e pulito come da attesa. Meno di 20 minuti ed arrivo a Pont Saint Martin dove mi attendono moglie e figlio. Mi tolgo le cuffie mentre un gruppetto di universitari lavora al computer chiacchierando in inglese per rispetto ad un amico apparentemente scandinavo. Scendo dal treno. Ecco Silvia e Ale. Finalmente sono a casa.

    Questo racconto è un pretesto per riallacciarmi alla “lettera al direttore” di Alain Elkann. Tanto clamore per nulla.

    Poteva evitarlo? Magari.

    Ha scritto qualcosa di offensivo? Non mi pare.

    Ha avuto un atteggiamento classista? Si. Ma non parliamo di classe sociale, di censo, bensì di comportamento sociale, educazione e modi. Non fosse stato lui, probabilmente non ne staremmo -purtroppo- parlando, quantomeno in questi termini.

    Se avesse preso un jet privato, sicuramente lo avremmo considerato spocchioso ed ambientalisticamente imbarazzante. Invece no. Ha preso un treno con la speranza di leggere tranquillamente quello che aveva scelto come compagnia. Lode a lui che può leggere Proust in lingua originale. Io non lo capisco già in italiano.

    Il problema è un altro. Il suo racconto mette in evidenza quello che già tutti sotto sotto sappiamo, ovvero che siamo una Paese socialmente in degrado. Che distrugge tutte le convenzioni sociali, le sovrastrutture per essere più “diretto e leggero”. Ma non è vero. Non lo facciamo per quello, ma solo perché non siamo più in grado di gestire una comunicazione che superi la lunghezza di un tweet.

    Perché non siamo più orientati al bello e spesso non sappiamo neanche capire che cafonata è girare con delle ciabatte in plastica al mare con uno di quegli orridi finti panama in plastica. Cito l’esempio solo perché il tema non è saper distinguere a mano una buona palma toquilla, ma non riuscire neanche a capire che c’è un mondo intero in quella differenza a livello di storia, passione e cultura. Capire che girare sulla promenade con una camicia di lino bianco non è un minus neppure se hai l’addominale scolpito (chied venia: il six pack!).

    Ci stiamo perdendo molto e lo stiamo facendo tutti. Anche quelli, come il sottoscritto, che ogni tanto si beccano dello “snob”. Sì, perché alla fine, su quel treno, io non mi sono comportato da uomo, non ho compiuto un atto di rispetto, ma ho cercato solo una soluzione al mio problema. Bella schifezza.

    Adoro da sempre guardare le persone. I dettagli del loro muoversi, del vestire, le parole che scelgono ed il tono. Il nostro è un mondo bellissimo da indagare.

    In questo senso, sia io che l’illustre dr Elkann abbiamo fatto però un grosso errore: abbiamo guardato tutti dalla bolla ma non abbiamo guardato nella bolla. Gli unici soggetti che non potremo mai chiudere fuori. Noi stessi.

    Luca Vezzaro

  • Comazzi: sconcertante sfrattare Le Trottoir, casa di Andrea Pinketts. Ha ragione

    MILANO “Una decisione che mi lascia sconcertato. Solo due anni fa “Le Trottoir” di Piazza XXIV Maggio riceveva l’Ambrogino d’Oro e ora il Comune vuole sfrattarlo dai suoi storici locali. È inaccettabile”.

    Commenta così il consigliere comunale di Forza Italia e assessore regionale al Territorio e Sistemi Verdi, Gianluca Comazzi, la notizia dello sfratto dello storico locale della zona navigli da parte dell’Amministrazione milanese. “Il locale non ha debiti di alcun tipo ed è in regola con i pagamenti. Da più di trent’anni è parte della memoria storica e culturale di tutti i milanesi: qui veniva a scrivere il grande Andrea Pinketts e Philippe Daverio teneva lezioni gratuite. E ora il Comune di Milano vuole far chiudere definitivamente questo luogo. A nulla sono serviti gli appelli dei proprietari, il sindaco Sala infatti ha fatto orecchie da mercante alle lettere inviate e ora si rischia di perdere un altro tassello fondamentale della storia della città. Non possiamo permettere che ciò accada” conclude Comazzi.

    Un locale mitologico, così considerano Le Trottoir quelli che lo amano. E sono in tanti, anzi tantissimi. Siamo negli anni ’90 e il locale all’epoca si trovava in Corso Garibaldi. La sua insegna verde (ma non solo) è entrata nella memoria collettiva. Le Trottoir è il locale degli artisti e non poteva quindi nascere che in Brera, da sempre il quartiere bohemiens di Milano. E qui, di artisti, ne sono passati a manciate.

    L’indimenticabile Andrea Pinketts l’aveva destinato a luogo in cui scrivere fin dal primo giorno in cui vi mise piede, Philippe Daverio vi teneva lezioni gratuite sull’arte per tutti gli appassionati. Come si può pensare di sfrattare un’icona?

  • A Lugano è tornata la magia di Estival Jazz- a cura di Monica Mazzei

    Estival Jazz è uno degli appuntamenti svizzeri più rinomati e si svolge a Lugano da 43 anni, ripreso dalla Televisione svizzera, ecco la recensione della nostra corrispondente dal Canton Ticino Monica Mazzei

    Ben Harper, polistrumentista, cantante ed attore, è stato la grande star protagonista di questa edizione di Estival Jazz a Lugano.
    Rimasto nel firmamento delle celebrità grazie a brani quali “Boa Sorte/Good Luck” interpretata per metà in inglese e metà in brasiliano, insieme a Vanessa da Mata; “Jan Work”, “Diamonds on The Inside”, “Burn one Down” e “She’s Only Happy in The Sun”; in Piazza della Riforma, ha portato tutto il calore e l’energia della sua splendida musica.

    LUGANO CH – Estival Jazz alla sua 43a edizione: chissà chi suonerà a Lugano nelle prossime 43 edizioni! Questo è il sogno di Marti ed Andreas Wyden: che il loro gioiello viva anche quando tutti noi non ci saremo più!

    In una piazza gremita ed entusiasta, Estival Jazz edizione 2023 ha avuto il suo vero, grande ritorno.
    L’anno scorso l’organizzazione ci aveva regalato un assaggio che però non lasciava ancora presagire con certezza una sua riattivazione come l’evento che conosciamo da 43 anni; ma con questo appuntamento, si è riappropriata dell’antico splendore.

    Jacky Marti ha raccontato sul palco di come da ora in poi, sarà operativa un’importante collaborazione tra Città di Lugano e gli storici fondatori della manifestazione musical-culturale.
    In particolar modo, la figura di Filippo Corbella è stata determinante in quanto, da molti anni, direttore artistico e responsabile eventi musicali per la Divisione eventi e congressi della Città di Lugano, ha dato un grosso contributo organizzativo e propulsivo al ritorno in pieno stile di Estival.
    Non certo meno importanti personalità di spicco come Andreas Wyden, da anni co-ideatore della kermesse, che quest’anno ha ricevuto dalle mani dell’altro ideatore e presentatore Jacky Marti, e da quelle del vice sindaco di Lugano Roberto Badaracco, una preziosa targa a sottolineare i ringraziamenti per il suo impegno, la sua tenacia e la sua passione.
    Jacky Marti si è comosso ricordando ad il suo affezionato ed amorevole pubblico, come pandemia e la conseguente congiuntura economica, hanno rischiato di mettere in ginocchio Estival Jazz per sempre.

    Quali i nomi di quest’anno?

    Le punte di diamante, certamente il leggendario Ben Harper, ma non di meno, Gilberto Gil e Judith Hill; ma non possiamo dimenticare Stanley Clarke Seun e Mark Lettieri, passando per Beppe Donadio e Kuti & Egypt 80.

    Il bresciano Beppe Donadio ha inaugurato la scena musicale di questa edizione.
    Donadio ha un background formativo immerso nel pianoforte classico e nel cinema, per il quale ha composto accompagnamenti musicali. È salito alla ribalta musicale nel 1994, quando ha iniziato a comporre musiche e testi di sua mano.

    In piazza a Lugano, oltre ad annunciare che tornerà in Ticino nella cornice del Teatro Sociale di Bellinzona questo autunno, con i suoi inediti; si è esibito tra gli altri, in brani celebri quali “Tempo al tempo”, “Via Milano Blues” (adattata per l’occasione in un affettuoso “Via Lugano Blues”!), e “La Ballata dell’Uomo dello Spazio”. In quest’ultima impossibile non notare una strofa iniziale di “ispirazione partigiana”…

    Chissà se poi è davvero così?
    Lui stesso una volta ha dichiarato (e lo canta in un brano): “Le canzoni sono come delle conchiglie che ognuno poi ci sente il mare che preferisce…”.

    Ben Harper invece, arrivato sul prestigioso palco di Estival in compagnia dei famosi membri della band Innocent Criminals, ha trascinato la piazza in un caldo abbraccio musicale fatto di raggae, funk e pop.

    C’è qualcosa di “cinematografico” è terribilmente ispirato nelle sue esibizioni. Difatti lui ha fatto parte come interprete di rilievo, di una selezione di film musicali far i quali “E Blind Boys of Alabama”, “Live at the Hollywood Bowl, live at the Apollo”, “Pleasure and Pain”.

    Ed assistere ad un suo live è un po’ come sentirsi in un film: Ben Harper ricrea una atmosfera intensa ricca di emozioni, che ti trascina in un caleidoscopio di avventure di altri Paesi, intraviste da lontano.

    La sottoscritta ha avuto l’onore di essere selezionata con pochissimi altri fotografi, per immortalarlo durante la sua esibizione! Ed e’ a me che ha passato un plettro da consegnare ad una donna nel pubblico. Ben era presente a smontare gli strumenti come tutti gli altri! E doveva aver percepito che la donna nel pubblico desiderava conservarlo. Lo so che potrebbe essere un po’ sciocco scriverlo, ma penso gli piacesse la mia camicia a tunica per via del colore arancione! Penso sia uno dei suoi colori preferiti.

    Tornando a temi più “seri”, cosa aggiungere ancora di lui?

    Praticamente un genio musicale, la sua carriera è talmente vasta e colma dei più importanti nomi del panorama internazionale, che vi basti leggere quelli dei REM e degli Radiohead. Tra gli italiani, ricordiamo Jovanotti, con il quale apparve a Sanremo.

    “Boa sorte-Good Luck” è un suo bellissimo brano, cantato metà in portoghese brasiliano e metà in inglese, con Vanessa da Mata.

    Jacky Marti è diventato da un po’ di tempo un vero talent scout che a ben pensarci, i talent gli fanno un baffo. Infatti, nel mezzo della rassegna, ci ha presentato l’ultima perla da lui scovata: si tratta di Julian, decenne che ha appena concluso il ciclo delle elementari e, come Marti ci anticipa, non ha certo problemi a stare sul palco di Estival: “Si è esibito davanti a 70’000 persone all’Arena di Verona, insieme a Il Volo!”.

    Julian Iorio suona il sassofono come un adulto e ci fa ben sperare per ciò che riuscirà a diventare quando sarà effettivamente cresciuto.

    Questo piccolo prodigio, se venerdì sera si è esibito per qualche istante da musicista solista; nella serata di sabato ha deliziato il pubblico, duettando in pura improvvisazione con la star Stanley Clarke.

    In conclusione di venerdì sera, ormai a cavallo con la notte alta di sabato, la piazza non è andata a dormire. Più popolosa che mai, ha ospitato un altro immenso nome musicale: Judith Hill.
    Oltre alle incredibili doti artistiche (chi c’era venerdì, lo sa), è da sottolineare il suo legame sentimentale con Michael Jackson, ed affettivo con Prince.
    E con loro condivide un talento portentoso: ha suonato e cantato senza sosta, con una bravura, una potenza ed una energia incredibili!

    Passiamo alla serata di sabato.
    Purtroppo non ho potuto esserci.
    Posso solo dirvi che i grandi nomi non sono mancati, a partire dal già citato Stanley Clarke, sino a Gilberto Gil.

    Il primo è un polistrumentista statunitense riconosciuto come punto di riferimento musicale dagli anni Settanta.
    Il secondo è il simbolo planetario della musica e della cultura brasiliana, nel mondo.

    Un ringraziamento a chi ha creduto in questo sogno e ha riaperto il più eccelso degli appuntamenti sonori luganesi.

    Estival Jazz è tornato ad essere uno degli eventi più importanti della scena svizzera.

    La sottoscritta ringrazia per l’opportunità ricevuta.

    Monica Mazzei
    freelance culturale
    monica.mazzei.eventi@gmail.com

    All’interno dell’articolo una lunga gallery di foto di Ben Harper

  • Filippo Facci (quello vero) nella superba articolessa di Marianna Rizzini sul Foglio

    La superba Marianna Rizzini ha descritto sul Foglio del 15 luglio- va da sè, superbamente- Filippo Facci. Leggete..

    Ritratto del giornalista di Libero al centro delle polemiche per La Russa jr, la ragazza, lo stalking, la Rai Quello che è successo è già accaduto, e comunque poi non è successo più niente. L’ha scritto di se stesso in un suo libro Filippo Facci, il giornalista di Libero in questi giorni finito nel vortice delle polemiche – da sinistra, da destra, via social, via carta stampata – per la frase infelice sul caso di Leonardo Apache La Russa, figlio diciannovenne del presidente del Senato Ignazio e principale accusato del presunto stupro ai danni di un’amica.

    Facci invece – inizialmente previsto nel palinsesto autunnale con una striscia quotidiana pre-tg su Rai2, ora appesa alla decisione finale dell’ad Rai Roberto Sergio, dopo un cda in cui è insorta, in chiave anti-Facci, tutta la componente femminile dello stesso – è accusato di sessismo per le parole spese sulla ragazza che accusa La Russa jr. (“…indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache”, ha scritto il giornalista). Alla frase, giudicata poi un errore e un “fallimento professionale” dallo stesso Facci, si è aggiunto – ulteriore miccia per l’onda montante di anti-faccismo – il resoconto a stralci, pubblicato come fosse un’intercettazione da alcuni organi di stampa, della querelle postseparazione tra Facci e la ex compagna, madre dei suoi due figli, querelle privata diventata iper-pubblica attraverso il passaparola internettiano, in particolare a proposito dell’ammonimento del questore per stalking, giunto a Facci sulla base delle dichiarazioni dell’ex partner. Il giornalista si è difeso sul Corriere della Sera, dicendo di aver per primo denunciato la ex partner, poi controdenunciante. Ma questa è un’altra storia. Chi è Facci, al di là di quello che decideranno la Rai e una causa privata? E’ forse questa, intanto, la storia che fatica a farsi strada nel polverone sollevato, con quella frase, dallo stesso Facci, mentre c’è chi si domanda come sia possibile che un giornalista con esperienza più che trentennale, e curriculum corposo di cronista giudiziario, autore di varie contro-inchieste sui metodi usati negli anni di Mani pulite da Antonio Di Pietro e dal pool di Milano, sapendo di dover andare in Rai, non si sia fermato nel rileggere parole dal sen fuggite (“non sono razzista, non sono fascista, non sono sessista e non sono un vittimizzatore”, ha detto poi Facci al Corriere, ma era tardi, ché le parole incriminate vivevano già di vita propria sui social e nelle conversazioni estive a bordo bar). Quello che è successo è già accaduto, e comunque poi non è successo più niente. E’ un concetto che ricorre in “La guerra dei trent’anni – 1992-2022, le inchieste, la rivoluzione passata e il passato che non passa” (ed. Marsilio), il libro in cui Facci racconta dall’interno la sua lunga e rocambolesca contro-inchiesta su Mani pulite, con tanto di dossier-fantasma che finisce anonimo sui giornali e con strani personaggi che appaiono dall’estero sulla scena. Il punto di vista è quello di un ex ragazzo che si trova quasi per caso alle prese con un caso dentro il caso. Era il 1992 e Facci, già giovane militante radicale, poi craxiano, sposato a ventitré anni con una donna che aveva contatti professionali con lo studio avvocatizio di La Russa padre (nemesi? beffarda coincidenza?), nonché cronista alle prime armi in cerca di un contratto, si ritrova all’Avanti, quotidiano socialista. Ma nella sede negletta, quella lombarda, invisa ai romani per via di alcune beghe interne al Psi, e proprio nel momento in cui scrivere “per il giornale dei ladri” non era un buon biglietto da visita per farsi aiutare dal cosiddetto pool che seguiva il pool, quello dei cronisti di giudiziaria rispettati e letti sui grandi quotidiani, giornalisti che avevano agganci con i magistrati e con alcuni avvocati. Cronisti che (a parte un paio, mossi a compassione per il collega alle prime armi), magari cambiavano marciapiede, scrive Facci, quando lui compariva davanti al Palazzo di Giustizia con il taccuino (gliene importava ma in fondo anche no, a Facci, di quella conventio ad excludendum antisocialista, ma anche questa è un’altra storia).

    Ed era già successo quello che è successo oggi, forse, qualche anno dopo Tangentopoli, quando Facci – nel frattempo l’autore di un libro-intervista con l’ex sindaco socialista di Milano Paolo Pillitteri e di una serie di inchieste su varie testate, dopo la chiusura dell’Avanti, la separazione dalla moglie e l’estate in cui, privo di lavoro e casa, ci dormiva, nella sede del giornale non più in edicola – aveva affrontato l’esame di idoneità professionale all’Ordine dei giornalisti, davanti a una commissione di magistrati e giornalisti, con una tesina sullo scambio di informazioni e gli stretti rapporti tra giudici e stampa durante gli anni di Mani pulite. Provocazione? Scelta incauta? Fu promosso, Facci, ma per il rotto della cuffia, grazie all’alto voto preso allo scritto e a un unico commissario, dopo un’ora di dibattito e varie domande trabocchetto da parte del piccato magistrato esaminatore. Perché ti sei presentato con quella tesina? gli aveva chiesto un amico, commentando poi con un altro amico: ma Facci è pazzo? “Perché sono così”, aveva risposto Facci. Che poi è la stessa frase usata oggi, con il Corriere della Sera, alla domanda “mai un pentimento?”: “Mai. Sono così”. Succede quindi, chissà, quello che è già successo. Era già successo tutto anche nei primi anni Duemila, quando alcuni degli allora stagisti e ora redattori in questo giornale, a quei tempi spediti nella sede di Milano in Largo Corsia de’ Servi, erano stati scherzosamente avvisati dai giovani e già affermati colleghi Christian Rocca, Mattia Feltri e Daniele Bellasio: non vi spaventate, eh, a pranzo viene un nostro amico, bravissimo giornalista ma un po’ eccentrico, si chiama Filippo Facci. L’eccentrico non si era subito rivelato tale, e anzi era parso, a un primo sguardo, molto taciturno, a differenza dell’altro amico dei colleghi e habitué dei pranzi in San Babila (Giuseppe Cruciani, futuro conduttore radiofonico de “La Zanzara”). I due, Facci e Cruciani, apparivano perfettamente opposti: uno biondo, l’altro moro, uno romano, l’altro monzese, uno in sneakers, l’altro con scarpe di alta qualità artigianale, uno seduto al primo computer libero con aria concentrata, l’altro al telefono con un amico o parente per un racconto lampo del recente viaggio a Formentera. Eccentrico forse non era la parola giusta, per Facci. Non incasellabile? Estemporaneo? Parlavano per lui, intanto, le sue case.

    Si favoleggiava di quella con drappi rossi, vagamente dannunziana, teatro di mitiche polentate dove una volta, racconta oggi Mattia Feltri, prese fuoco non si sa come una tenda. Ma anche di quella con arredamento talmente algido da ricordare un set di Stanley Kubrick: bianco, chirurgico, pochi mobili. Come testimoni oculari, i suddetti stagisti videro invece la casa-giardino con una sorta di albero in salotto, di cui si narrava la complicatissima discesa con gru al momento dell’impianto, e ci fu anche chi vide la casa di cui Facci stesso racconta oggi la sciagurata fine: loft con piscina sul tetto, passo più lungo della gamba, fisco alle costole, contestuale calo di richieste da parte delle riviste che affittavano quelle stanze per servizi strapagati, vendita sottocosto, stop della second life da arredatore per passione, più che per fissazione. Presente in ogni caso, la fissazione, sugli accessori attentamente studiati. Poteva infatti accadere che Facci entrasse al Foglio – giornale dove anche collaborava, e dove a un certo punto, grazie a uno scoop antidipietrista, aveva fatto letteralmente saltare dalla gioia il co-direttore Vichi Festa e gongolare con forza il direttore emerito Giuliano Ferrara – rovesciando sulla prima scrivania utile valanghe di saponette di diverse gradazioni di beige, pare in tinta con gli asciugamani, e varie scatole di mini-dentifrici Marvis di qualsiasi colore disponibile sul mercato. A che ti servono? aveva incautamente chiesto una stagista soprannominata “Loredana” pare per via di un tratto somatico che a Facci faceva venire in mente “una tipica faccia da Loredana”. Risultato: nessuna risposta, e nuova schiera di dentifrici Marvis il giorno successivo. La fissazione, d’altronde, poteva emergere anche sull’arredamento delle altrui dimore. Ci fu infatti chi si ritrovò a dover staccare dal muro i pasticcini mignon che Facci, in preda a un impeto di perfezionismo misto a fastidio per la sciatteria, aveva appeso a chiodi lasciati senza quadri nella casa di un’amica, durante una festa di compleanno, con l’intento di abbellire il muro scarno grazie a quella estemporanea installazione artistico-culinaria.

    Come era già successo tutto quando Facci si presentava in campo per la partita di calcetto e cominciava a correre senza fermarsi, e con quella corsa matta e disperatissima andava avanti fino al fischio finale, cosa che lo fotografa più di una fotografia, dice oggi Feltri, che ha ricordato in un suo “Buongiorno”, sulla Stampa, la volta in cui Facci aveva soddisfatto il desiderio infantile di Feltri di poter colpire con una palla un birillo umano, ed era successo che Feltri aveva davvero tirato la palla e Facci si era davvero buttato per terra, lungo disteso come un bersaglio da bowling. C’era già stata la storia e la controstoria, in quei primi anni Duemila: Mani pulite, il successo di Facci come giornalista non allineato ai cronisti pro pool, l’amicizia con Craxi, gli anatemi per la medesima, le monetine al Raphael viste dal vivo con l’amico Luca Josi, la morte dell’ex premier ad Hammamet, un rapido cambio di testate e direttori, da Maurizio Belpietro a Feltri padre, per il Facci che scriveva di giustizia ma anche di musica, wagneriano con ascendenze trentine, figlio di un papà ingegnere e di una mamma mancata presto, quando il futuro giornalista era ancora bambino, circostanza che Facci ha ricordato in “La guerra dei trent’anni”, libro in cui, alla cronaca dei giorni terribili del ’92-’93, quelli dei suicidi, del carcere preventivo pro-confessione e dei politici ammanettati sotto i riflettori, si sovrappone la storia privata di un ragazzo che per anni ha guidato senza patente (e un giorno, chissà se con patente o meno, racconta Cruciani, Facci e Cruciani arrivarono in decappottabile, spettinatissimi, dopo il viaggio open-air da Milano, al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, non si sa se per sbalordire il borghese o per farsi da soli quattro risate). In quel libro c’è il Facci pubblico, quello che per anni ha raccolto prove sui “presunti colpevoli”, casi di malagiustizia finiti in un omonimo volume anche grazie alla cocciutaggine da ex radicale che a diciotto anni raccoglieva firme a un banchetto e a quaranta è stato chiamato da Pannella, a Ferragosto, per sostituire per una domenica l’allora direttore di Radio Radicale Massimo Bordin nella conversazione a due in cui Pannella poteva prodursi in ore di ragionamenti e Bordin in ore di tosse scettica.

    Quella volta Facci scese da un barchino a Ponza per attraversare una Roma deserta e accettare la sfida lisergica a colpi di infinite frasi subordinate. Ma nel libro c’è anche il Facci privato, ugualmente radicale, specie nel racconto per sottrazione della morte del padre. Poche frasi in cui si intuisce il contorno del rapporto genitore-figlio, al di là “di ogni celebre caso di nutrizione interrotta” o di “contesta – to distacco di respiratore”. Poche frasi in cui dal padre al figlio si indovina il passaggio di qualche tratto caratteriale o di qualche pensiero, attitudine, idea: “Gran relativista”, scrive Facci del padre: “Una volta stavamo guardando un film e disse che tra i partigiani di qualsiasi nazione si nascondevano sempre i più grandi eroi e i peggiori assassini. Un’altra volta – ed ero già abbastanza anziano – lo stavo portando in montagna e lui dal niente mi rivelò che, verso la fine della Seconda guerra mondiale, era scappato in lungo e in largo per il Settentrione con una Fiat Balilla perché sia i nazisti sia i partigiani l’avevano condannato a morte…”. Se sia o meno relativista il Facci figlio non se lo domandano né quelli che, da sinistra, vogliono ora vederlo fuori dal servizio pubblico sia quelli che, da destra, oggi, ma non a monte della scelta del suo nome per la striscia su Rai2, hanno scoperto improvvisamente che Facci ha anche scritto frasi scomode in generale e per la parte politica ora al governo (sull’Islam? Su Eugenia Roccella? Sulle donne? Sugli uomini?). Gli amici di ieri e di oggi, intanto, di fronte al caso Facci, si interrogano su un punto: poteva mai comportarsi diversamente, il Facci che ora dice “io sono così” e che ieri, racconta Rocca, entrando per la prima volta al Foglio, venticinquenne cronista giudiziario, convocato dal direttore ma ricevuto da Rocca e Feltri, aveva allarmato entrambi a forza di guardare dietro alle poltrone in pelle della redazione di via Victor Hugo? Che cosa starà cercando, una microspia? si erano chiesti i due, vista la fama antidipietrista di Facci. E però poi si era scoperto che Facci, in un attacco aspirazionale di sincretismo d’interni (stile set di Kubrick più stile salotto borghese?) stava cercando semplicemente la marca della poltrona, per poterne magari acquistarne una simile. E chissà se si sarebbe potuto comportare diversamente, oggi, il Facci che ieri si divertiva a lanciare la sfida degli incipit – iniziamo tutti gli articoli, domani, su diversi giornali, con espressioni desuete tipo “im – perciocché” – ma anche a fare scherzi di humour anglosassone feroce, come quando si sostituì a Bellasio, allora capo degli Esteri, al computer del medesimo, per inviare dalla sua email messaggi di chiusura a fidanzate, amici e, peggio, ai collaboratori del Foglio, spiegando con prosa fredda al commentatore atlantista che i suoi articoli erano diventati troppo atlantisti, e che quindi si sarebbe potuto fare a meno della sua collaborazione, anche perché sinceramente ormai era diventata troppo cara, e all’esperto di Medio Oriente che la linea del giornale era cambiata, ragion per cui si sarebbe potuto scegliere un collaboratore più filopalestinese (Bellasio aveva trascorso il successivo pomeriggio a cercare di placare i destinatari delle mail, perplessi e inferociti). Poi c’è la foto che circola in questi giorni. Quella in cui Facci appare corrucciato e intento a tormentare una ciocca di capelli, e un collega giura che è “lo stesso tic che aveva quando, a un certo punto, lanciatosi nell’hobby delle arrampicate in montagna, si sedeva mezz’ora prima di partire a riflettere su non si sa che cosa, giocando appunto con i capelli, zitto, cosa che faceva sempre, peraltro, prima di mettersi a scrivere”.

    E quel Facci che giocava a calcio come fosse da solo in campo, ora dipinto sui giornali come solitario mostro di palinsesto, aveva provato subito simpatia, agli albori di Tangentopoli, per l’ex sindaco di Milano, il socialista Paolo Pillitteri. “C’era Pillitteri immerso in una solitudine impressionante e quasi violenta, lui che sino a poco tempo prima era stato il celebratissimo sindaco di Milano”, ha scritto Facci in “La guerra dei trent’anni”. “L’inquadratura sembrava quella della sala da ballo di ‘Shining’, immaginando che ectoplasmi evanescenti e scontornati lentamente stagliassero profili di infiniti questuanti, millantatori, cortigiani, postulanti, pennivendoli, industrialotti e berluschini che poi si dissolvevano”. Era la prima volta che il giornalista incontrava l’ex sindaco, poi ispiratore della contro-inchiesta che farà di Facci una firma dell’antidipietrismo. Non parlarono subito di Mani pulite, però. Per vezzo, noia, passione, pizzico di follia o tutte queste cose insieme si partì da altro. La seconda inquadratura vede infatti Pillitteri e Facci lì, nella simil-sala da ballo di Shining, intenti a parlare di un film di Tarkovskij. La terza inquadratura è quella di questi giorni. Sono passati trent’anni, Facci è di nuovo in tribunale, mediatico, non da cronista ma da imputato. E la parola non andrà alla giuria, ma a un consiglio di amministrazione Rai, con eco e coro su Twitter, Facebook, Instagram e Whatsapp.