Categoria: Cultura

  • Michela Murgia e la Misercordia di Dio: una riflessione coraggiosa (e controcorrente) di Costanza Miriano

    Dopo la morte di Michela Murgia abbiamo pubblicato una riflessione non banale e non scontata di Giuliano Ferrara. Adesso ne pubblicihiao una seconda, firmata dalla scrittrice cattolica Costanza Miriano. Buona lettura.

    Il mondo ha il diritto di beatificare chi vuole con le sue liturgie laiche. Adesso è il momento di una scrittrice dalla buona penna e dall’intelligenza brillante che si è impegnata per diventare la bandiera delle battaglie dell’ individualismo e del soggettivismo più sfrenati. Aveva avuto un’infanzia oggettivamente difficile e questo ha inevitabilmente condizionato il suo sguardo sulla famiglia. Era uno sguardo ingannato, vedeva patriarcato e violenza maschile anche dove non c’era; forse non aveva conosciuto nemmeno un uomo di quelli che sanno dare la vita per una donna e dei figli, o forse quando li ha visti non li ha saputi riconoscere (era separata e non aveva avuto figli). Insomma rappresentava i non valori dominanti, quindi tutto meno che coraggiosa, perché totalmente a favore di vento, e grazie a questo la sua voce è stata molto rilanciata da quando il mondo si è accorto di lei (io l’ho conosciuta al tg3 quando aveva scritto solo il suo libro sui call center, Il mondo deve sapere: davvero ha saputo sfondare partendo dal nulla).

    Che il mondo la beatifichi dunque è normale. Che lo facciano i media cattolici sinceramente no. Ho sentito e letto dei pezzi che manco per santa Caterina da Siena. Era schierata per tutto quello che è contro il Catechismo della Chiesa cattolica, aborto, eutanasia, dava dei fascisti a chi non la pensava come lei (quindi tutti i cattolici), era per promuovere forme di aggregazione basate sulla confusione sessuale, riteneva che il sesso non è un dato biologico oggettivo. Mi chiedo allora perché abbia disposto che il suo funerale fosse in una chiesa e secondo un credo che contestava. Mi chiedo come mai i media cattolici siano affetti da un complesso di inferiorità così forte da esaltare chi contesta il Catechismo e la nostra visione dell’uomo. Mi chiedo come si faccia a dire con tanta certezza che ha combattuto la buona battaglia, e che ha conservato la fede, come San Paolo. La fede non è solo sapere che esiste Dio. Magari l’ha riacquistata nell’ultimo momento, ma perderla l’aveva persa.
    Piuttosto possiamo dire che crediamo nella misericordia di Dio, e la invochiamo su di lei e su ciascuno di noi.

  • La settimana di Ferragosto a villa Arconati

    BOLLATE Resti a Milano in agosto e non sai come passare le lunghe, assolate giornate estive? C’è una “villa di delizia” costruita 400 anni fa proprio per questo: far passare una splendida giornata tra natura, arte, gusto, refrigerio e splendore!

    Villa Arconati si trova a pochi passi da Milano, ma è davvero un luogo incantato dove il tempo sembra essersi fermato ai fasti di un tempo che fu.

    La Villa sarà aperta tutte le domeniche di agosto, con l’ormai tradizionale apertura straordinaria
    anche a Ferragosto, ma da quest’anno c’è una possibilità in più: le Visite guidate infrasettimanali del nostro Giardino per tutta la settimana di Ferragosto.

    DOMENICA 13 AGOSTO ORE 17.00
    IL GIARDINO PARLANTE: suoni, miti e racconti del giardino di Villa Arconati
    testi e voce diffusa di Massimiliano Finazzer Flory

    Una passeggiata sensoriale guidati da suoni, musiche e parole… parole ritrovate, evocate dalle sculture che popolano il nostro giardino.
    La voce diffusa di Massimiliano Finazzer Flory racconta la storia e le storie del nostro giardino delle meraviglie.

    Ore 17.00
    Durata 50 min circa
    L’Attività GRATUITA compresa nel Biglietto d’Ingresso
    In caso di pioggia l’attività sarà sospesa

    TUTTA LA SETTIMANA
    VISITE GUIDATE SPECIALI AL GIARDINO MONUMENTALE DI VILLA ARCONATI
    Una passeggiata, accompagnati dalle guide FAR, per godere del fascino del Giardino all’italiana e alla francese di Villa Arconati con i suoni, i colori, i profumi della natura… come i nobili Ospiti in visita dagli Arconati nel Settecento.
    Il percorso di visita più ampio mai proposto, che permetterà di visitare quasi tutti i dodici ettari del Giardino, alla scoperta degli ambienti più ricchi dal punto di vista storico-artistico e architettonico del giardino all’italiana: i teatri dedicati ai miti classici, le fontane con i giochi d’acqua, i berceaux; ma anche ambienti meno conosciuti ma altrettanto suggestivi, come il laghetto, l’antica voliera e il labirinto, fino ad arrivare al parterre, uno dei pochissimi giardini “alla francese” della Lombardia.
    La visita permetterà, inoltre, ai Visitatori di scoprire gli ambienti che saranno interessati, tra il 2023 e il 2024, dagli interventi di restauro finanziati dalla vincita del bando PNRR.
    I possessori del biglietto di questa speciale visita guidata del Giardino avranno diritto ad un ingresso ridotto la domenica e a Ferragosto.

    Alcune note riguardo alla Visita: la visita guidata, della durata di circa un’ora, si snoda su un percorso di circa 1 km di viali in ghiaia e terra battuta, solo parzialmente accessibili a persone con ridotta capacità motoria.
    L’attività si svolge esclusivamente all’aperto, poiché coinvolgerà solo il Giardino di Villa Arconati, il Palazzo non sarà visitabile.
    Al termine della visita i Partecipanti non potranno rimanere all’interno del Giardino.

    A PASSEGGIO NEL GIARDINO INCANTATO DI VILLA ARCONATI
    Visita guidata ore 11.00
    14 – 16 – 17 – 18 agosto
    Durata: 60 min circa
    Costo € 8,00 a persona (gratuito per bambini fino a 10 anni compiuti)
    Posti limitati
    Prenotazione on-line www.villaarconati-far.it oppure in loco, fino ad esaurimento posti

    NOTA:
    Il percorso di visita è di circa 1 km su viali in ghiaia e terra battuta, scarsamente accessibili a persone con ridotte capacità motorie. Attività all’aperto, che si svolgerà anche in caso di pioggia. Qualora si dovessero verificare situazioni meteorologiche ritenute pericolose per l’incolumità dei Visitatori, questi verranno tempestivamente informati e i biglietti saranno rimborsati.
    La visita guidata NON comprende le sale interne alla Villa, che non sarà visitabile in occasione di questa attività.
    A seguito della visita guidata ai Partecipanti NON sarà consentito rimanere all’interno del Giardino.

    FERRAGOSTO A VILLA ARCONATI
    L’appuntamento imperdibile per chi passa il Ferragosto in città: un modo per passare la giornata come i nobili Ospiti degli Arconati: un “tuffo” in un luogo che vanta un fascino immutato da 400 anni, dove perdersi tra natura, arte, architettura, cultura e un incanto senza tempo.

    VISITA LIBERA
    Desiderate una passeggiata rilassante, cullati dalla brezza estiva, al fresco di ombreggiati berceaux, ascoltando solo il fruscio del vento, il canto dell’acqua e il cinguettio degli uccellini?
    Villa Arconati conserva uno dei pochissimi giardini all’italiana e alla francese di tutta la Lombardia: 12 ettari di giardino formale in cui natura e scultura si fondono, creando un luogo incantato. Tra i tesori che potrete ammirare: 7 teatri, 40 statue classiche e fontane, giochi d’acqua completamente restaurati, un labirinto e tanto altro ancora!
    E cosa dire della Villa? Un palazzo disposto su 2 piani con 4 ali, 10.000 mq di superficie e 70 sale solo nella parte dedicata alla nobiltà … e 365 finestre (secondo una leggenda locale) come i giorni dell’anno. Uno degli esempi più alti e meglio conservati di barocchetto lombardo, con stucchi, dorature e spettacolari affreschi a trompe l’oeil … per perdersi e ritrovarsi in un incanto senza tempo.

    INGRESSO NON GUIDATO (dalle 11.00 alle 19.00, ultimo ingresso ore 18.00)
    Adulti > 18 anni: 10 €
    Ridotto 11-17 anni, possessori del biglietto Pinacoteca Ambrosiana, Villa Litta e persone diversamente abili: 7 €
    Gratuito fino a 10 anni, accompagnatori persone diversamente abili, possessori Season Pass 2023

    INGRESSO CON VISITA GUIDATA
    Desiderate conoscere proprio tutti i segreti di Villa Arconati?
    La visita guidata del Palazzo e del Giardino, della durata di circa 90 minuti, è l’ideale per voi!
    Vi porterà alla scoperta degli ambienti più esclusivi della Villa ma anche dello spettacolare giardino monumentale: statue silenti adagiate nei loro teatri, fontane dagli spettacolari giochi d’acqua, pareti di vegetazione che creano viali prospettici fanno di questo giardino un luogo dal fascino unico. Una passeggiata alla scoperta degli ambienti più suggestivi e recentemente restaurati: la Limonaia e la Torre delle Acque, il Teatro di Andromeda e il maestoso Teatro di Diana, il Teatro di Ercole fino a giungere al settecentesco parterre, dove è stato riproposto lo spettacolare disegno settecentesco di Marc’Antonio Dal Re.
    Per poi giungere alle sontuose sale del Palazzo: la maestosa Sala di Fetonte, con lo spettacolare affresco settecentesco dei Fratelli Galliari, gli scenografi della Scala di Milano, la meravigliosa Sala da Ballo, tripudio del più raffinato barocchetto lombardo, e la Sala della Caccia, unico ambiente in cui ancora oggi si conservano dodici tele del 1707 del maestro Angelo Maria Crivelli detto il Crivellone.

    INGRESSO CON VISITA GUIDATA
    Adulti > 18 anni: 16 €
    Ridotto 11-17 anni possessori del biglietto Pinacoteca Ambrosiana, Villa Litta e persone diversamente abili: 13 €
    Gratuito fino a 10 anni, accompagnatore persone diversamente abili.

    LA MOSTRA IN CORSO
    OLTREREALE. La realtà immaginata.
    Frammenti di memoria infinitamente mutabili
    Quest’anno la Fondazione Augusto Rancilio vuole condurre i suoi visitatori in un viaggio alla scoperta delle montagne catturate dalla maestria di Marco D’Anna. Un percorso di 34 fotografie che presentano le cime svizzere dell’Engadina ri-scoperta durante la pandemia. Un luogo caro non solo al fotografo ma anche al maestro divisionista Giovanni Segantini (1858-1899), a cui D’Anna si ispira per la tecnica di riproduzione. Immagini digitali che vengono sovrapposte creando nuove realtà in cui ognuno di noi ritroverà il suo luogo ideale, la vetta della memoria.
    Marco D’Anna restituisce un’immagine poliedrica della montagna luminosa e incantevole quanto ostile e insidiosa. Accompagna lo spettatore in un percorso visivo ed emozionale dalla luce alle ombre, attraverso scenari immaginari tratti dal reale, frutto dell’ingegno e della creatività del fotografo che è riuscito a catturare la forza e l’energia della Natura.
    L’accesso alla mostra è libero, previo acquisto del biglietto d’ingresso a Villa Arconati

    IL LUNCH DI FERRAGOSTO
    Anche a Ferragosto – come anche ogni domenica – per i Visitatori ci sarà la possibilità gustare un delizioso Lunch come i nobili padroni di casa di un tempo, nell’atmosfera unica della Sala Rossa.
    Un ricco buffet consentirà agli Ospiti di avere una ampia scelta per deliziare il proprio palato: antipasti con una selezione di salumi e formaggi, succulenti primi, secondi con contorni di verdura, frutta fresca, golosi dessert.
    Acqua minerale naturale e frizzante, Vino bianco e rosso, Caffè inclusi.
    Sono disponibili, inoltre, alternative per vegani, vegetariani, celiaci e intolleranti al lattosio.
    Prezzo a persona € 30,00 (previo acquisto del biglietto d’ingresso a Villa Arconati)
    Prenotazione consigliata msg Whatsapp al numero 393.6638140

    VILLA ARCONATI APERTURA AL PUBBLICO 2023
    Villa Arconati è aperta tutte le domeniche fino al 10 dicembre
    orari di apertura: dalle 11.00 alle 19.00 (ultimo ingresso ore 18.00)

    Per informazioni:
    info@fondazioneaugustorancilio.com | www.villaarconati-far.it

  • Non condividevamo una virgola di Michela Murgia, ma Giuliano Ferrara ci suggerì che forse ce l’eravamo persa. Una preghiera per lei

    Michela Murgia è morta a soli 51 anni dopo la malattia che aveva reso pubblica. Non ci piaceva né ci è mai piaciuto quello che scriveva, ma questo illuminante articolo di Giuliano Ferraa (risalente a maggio) ci è davvero piaciuto. Una preghiera per lei.

    Oggi ammiro Murgia e mi spiace pensare che me l’ero persa
    GIULIANO FERRARA 07 MAG 2023

    Tra di noi una lontananza estrema, culturale e ideologica. Ma da come sta mettendo in scena la propria morte, la distanza si accorcia. Vuole avere il tempo per distribuire a sé stessa e agli altri i pani e i pesci del miracolo della vita umana: un atteggiamento raro e prezioso

    Orgoglio e coming out. Storia breve di un atto privato che diventa pubblico e politico

    Michela Murgia me l’ero persa. Persa in una lontananza estrema, estranea, culturale politica e ideologica. Da come sta mettendo in scena la propria morte, con la scrittura di un libro di racconti e l’oralità della comunicazione ai giornali, la distanza si accorcia e ne viene un vivo interesse umano che ha più dell’ammirazione che della compassione. Cura un cancro renale al quarto stadio metastatico ma non è in assetto di combattimento, non lotta, dice, non lo esorcizza come un alieno, lo accetta come parte del proprio corpo e complemento di una vita che le si annuncia breve ma ricorda felice, a molti strati, segnata da una radicale irrequietudine e pacificata nell’amore, nell’amicizia, nelle relazioni queer di una famiglia non tradizionale alla quale destina dieci letti di comunità in una casa appena comprata per trascorrere insieme un certo imprecisato numero di mesi consentiti dalla immunoterapia.

    Sarda fin nel profondo, è severa. Giudica e manda senza complessi. La coppia tradizionale, il matrimonio di coppia al quale ora si piega per mere ragioni legali, è fomite di menzogna e tradimento. In Italia non c’è l’alternanza democratica, c’è il fascismo, e lei spera di morire a fascismo tramontato. Sente come una sequela intollerabile di offese personali gli attacchi alle sue posizioni così estreme e alla loro espressione tanto enfatica. Nel momento in cui l’esistenza si spencola su un burrone, e la sua vita corre verso un traguardo senza ritorno, assume però senza retorica un punto di vista sapiente, rassegnato e per quanto possibile “sereno”. Le questioni della morte, della sua ritualità raccontata nel suo romanzo di esordio sulle misteriose pratiche eutanasiche delle comunità sarde, Accabadora, ritornano in un grido cattolico e cardarelliano, “morire sì / non essere aggrediti dalla morte”. Vuole avere il tempo per distribuire a sé stessa e agli altri i pani e i pesci del miracolo della vita umana. E’ un atteggiamento raro e prezioso.

    Sostiene che la democrazia si è messa a rischio grave quando per dominare la pandemia ha scelto un tecnico e un generale. In uno dei brevi saggi della sua ultima raccolta, Franco Marcoaldi cita il giurista e umanista Natalino Irti per accennare a un elogio laico dell’obbedienza alla norma, obbedienza per convinzione. L’obbedienza è una cosa molto bella, che una coscienza limpida sa come trasfigurare e incarnare, è una virtù che Murgia non conosce e non vuole conoscere, in nessuna delle sue accezioni civili, etiche, politiche. In questo sta nel mainstream, perché le sue opinioni di contrarian sono la materia prima corrente in una sfera di riluttanti e ribelli che ha caratteristiche di massa e tratti conformisti, ma con una sua cocciutaggine e autenticità capace di spiazzare.

    Ora che una scrittrice e ideologa agli antipodi delle pratiche discorsive in cui mi riconosco annuncia il suo progresso cristiano verso una morte che fa rivivere la comunione degli esseri, e offre una lezione di salvezza dicendo a Aldo Cazzullo che “il mondo è bello, dipende dal mondo che ti fai”, mi spiace pensare che in una vita e in una professione di invadenza e curiosità verso gli altri, quel carattere, quel tipo, me l’ero perso.

  • A Pavia torna il Ticinum Festival

    PAVIA Il cortile di Palazzo Broletto, nel centro storico di Pavia, ospiterà dal 1° all’11 settembre la terza edizione del Ticinum Festival, organizzato dall’omonima associazione con il sostegno del Comune e della Fondazione Comunitaria della provincia di Pavia.

    La presentazione si è svolta oggi a Palazzo Mezzabarba. Nel programma sono previsti incontri, presentazioni di libri ed eventi musicali. Il mentalista globetrotter Vanni De Luca, l’attrice e cabarettista Laura Formenti e la giornalista e comunicatrice Giulia Cavaliere saranno i principali protagonisti della manifestazione. Tre pavesi che tornano in città dopo lungo tempo e dopo essersi fatti conoscere in Italia e all’estero. Nella serata di chiusura l’ospite sarà Antonio Armano, scrittore e giornalista (premio Parise 2019), che presenterà in anteprima il suo secondo romanzo. “Anche quest’anno abbiamo voluto dare continuità al Ticinum Festival – commenta il sindaco Fracassi -: un appuntamento atteso che sta entrando a pieno titolo nel palinsesto degli eventi estivi che animano la nostra città. Il Festival propone una serie di incontri ed eventi che raccontano ed esplorano vari aspetti legati alla nostra città e al nostro essere pavesi. Il mese di settembre si conferma quindi una vetrina eccezionale per Pavia che si prepara a vivere un periodo ricco di momenti di svago e appuntamenti culturali che sapranno soddisfare pubblici e gusti differenti”. L’ingresso a tutte le serate è gratuito.

  • A Varese una giornata di studi sull’Ambiente con Terra Insubre: aperte le iscrizioni

    Lombardia, prospettive di rinascita con l’Associazione Culturale Terra Insubre, appuntamento a Varese il prossimo 9 di settembre con una giornata di studi dedicata all’Ambiente. L’iniziativa s’inserisce nell’università d’estate di Terra Insubre

    QUI SOTTO LEGGI IL PROGRAMMA INTEGRALE CON I RELATORI:

  • Cado in alto, analogie da voce giunta. Emanuele Torreggiani ‘nella versione’ di Aga e Maurizio Murelli

    Cado in alto, analogie da voce giunta. Emanuele Torreggiani ‘nella versione’ di Aga e Maurizio Murelli

    MAGENTA “Anche il buon lettore, al pari di quello banale e dozzinale, spesso preferisce l’”usato sicuro” rispetto all’incognita di un poco o per nulla conosciuto Autore, e non poche editrici si adeguano. Ma che ci volete fare? AGA Editrice è tutto tranne che una azienda commerciale e dunque “vai con l’Autore poco conosciuto!”.

    “Ovviamente non si tratta solo di fare i fenomeni pubblicando il “poco conosciuto” Emanuele Torreggiani. L’autore di questo racconto è un vero talento che io leggo spesso per puro godimento. Lego i suoi “bozzetti” che pubblica su FB e ne resto sempre estasiato. Alcuni di questi li ho ripresi per gli Addenda a questo “Cado in alto”, un racconto che Emanuele mi aveva inviato per alietarmi con la lettura in una sera di questa calda estate, insomma, perché potessi sollazzarmi. Letto subito e tutto d’un fiato. Messaggio a Emanuele: «Lo pubblico!». Risposta: «autorizzo!». Ed eccolo qua questo piccolo capolavoro letterario. Quanti lo leggeranno? Pochi… chi se ne frega. Io l’ho letto e mi sono tolto persino lo sfizio di pubblicarlo.

    Bravo, anzi bravissimo, l’editore Maurizio Murelli (che conosciamo da illo e lungo tempore); prendere gli scritti ‘episodici’ ed ‘occasionali’ di Emanuele Torreggiani, che i nostri lettori ben conoscono (e non solo loro), ci è parsa una ECCELLENTE idea. E allora ecco arrivare nelle libreria (o a casa vostra, basta poco) ‘Cado in alto’, elegante e irriverente calembour di pensieri, riflessioni, seduzioni, che Maurizio ha editato per Aga.

    E siccome conosciamo da decenni la prosa e l’aitante scrittura di Emanuele, diventa bello ‘leggerlo’ nelle parole di Maurizio Murelli (che qui pubblichiamo integralmente, sono na’ squisitezza). Per ordini e altro: http://www.orionlibri.net/negozio/cado-in-alto-analogie-da-voce-giunta/?fbclid=IwAR1XN0JfQF_uy5N5cCnFvyra_10ydOojrsqXzJXx3COs8mNPNTLBV51hZbI

    Emanuele Torreggiani è persona colta che ama – oltre a Bacco, tabacco e Venere – la buona letteratura e la conversazione colta e, per quel che qui conta, destreggia divinamente la penna. Leggere anche solo i suoi scritti brevi è puro godimento per chi ama la buona lettura, per gli appassionati opportunità oggi sempre più rara.

    A freddo mi ha inviato questo scritto dopo che non interloquivo con lui da molto tempo… così, perché potessi allietarmi della lettura. Leggerlo è stato un “bagliore”, nel senso inteso da questa collana di libri cosicché non ho potuto esimermi dal proporgli di pubblicarlo: permesso accordato.

    Cado in alto non ha bisogno di introduzione: si introduce autonomamente e i più accorti rileveranno subito nello scritto gli echi della sua passione per Louis-Ferdinand Céline. Dico in questo scritto, perché dello stile céliniano Torreggiani non fa certo la sua cifra e, del resto, nella filigrana del racconto non è difficile rilevare gli echi stilistici di non pochi grandi romanzieri, letture che sono il pane quotidiano di Torreggiani, letture che lasciano impronta in ogni buon lettore che ad esse si abbevera cosicché, alla fine, in un modo o nell’altro, ispirano e coadiuvano lo stile originale di ogni buon scrittore.

    Negli “Addenda – Le bagattelle di Emanuele” che ho voluto mettere in coda a questo testo raccogliendo alcuni bozzetti che di tanto in tanto pubblica su Facebook, il lettore rileverà subito che Torreggiani ha uno stile di scrittura del tutto originale che prescinde da quello dei suoi autori preferiti, tra cui appunto Céline. Cado in alto è un racconto intenso che abbaglia e gratifica chi ama il bel leggere. E questi bozzetti scollegati dal racconto stesso sono un supplemento, come un dolce a fine pranzo, una buona grappa che accompagna il caffè o forse, per meglio dire ed essere immaginifici, delle “bagattelle” – termine che se da una parte ricorda il sulfureo e per alcuni “famigerato” libro di Céline (Bagattelle per un massacro), dall’altra rimanda alla parola dall’etimo incerto che indicava un gioco di prestigio, di bussolotti, un gioco di biliardo e poi, per estensione, “una cosa di poco conto”. In quale accezione Céline abbia assunto questo termine per il suo pamphlet non saprei dire, per quanto ben calzi l’una e l’altra. Stessa cosa dicasi per i “bozzetti” negli “Addenda” di Emanuele.

    M.M.

  • Simone Pillon al Broletto di Pavia

    PAVIA Nonostante la giornata (l’ultimo venerdì di luglio) non fosse proprio la più indicata per dei convegni, è stato un successo l’incontro con Simone Pillon al Broletto di Pavia. Gremita la sala dei convegni. Era presente anche il vice presidente del Senato, onorevole Gian Marco Centinaio.

    Il messaggio dell’ex senatore leghista è stato molto profondo e nello stesso tempo molto semplice: mantenere e recuperare i propri legami, come antidoto al pensiero unico che vorrebbe distruggere le relazioni sociali e umane.

    “Oggi la cultura dominante tende a distruggere ogni rapporto con gli altri, e lasciare l’essere umano come individuo svincolato da tutti e da tutto”, ha detto Pillon. “Ma questo è un suicidio. Genera solo infelicità e solitudine”.

    “La Famiglia è già stata messa in discussione. Ora ci di provano addirittura con la sessualità. Ognuno dovrebbe essere libero di scegliere il proprio sesso (teorie gender) , anche in contrasto con la natura biologica del proprio proprio corpo”.

    La soluzione, secondo Pillon, è andare in direzione opposta. Non distruggere le relazioni, ma tenersele care e non rinnegarle.

    “Se uno è nato a Pavia, e non a Canicattì, ci sarà un motivo. Così come se uno è nato in un corpo da uomo e non da donna, o viceversa. Bisogna rispettare la realtà e non rifuggirla”. Ha concluso l’ ex senatore. “rispettare il proprio territorio, la propria cultura, la propria famiglia, il proprio corpo e non fare a pugni con le proprie radici e inventarsi strane teorie, che rappresentano solo un delirio di onnipotenza.”.

    Alla fine dell’ incontro sono andati a ruba i libri di Simone Pillon. Molte anche le firma alle petizioni di Pro Vita e Famiglia che aveva organizzato l’evento.

    Angelo Mandelli

  • Vittorio Emanuele III: il re discusso dalla Monarchia all’Italia unita – Di Domenico Bonvegna

    “Nonostante i miei pensieri sono altrove, e non solo per le non vacanze, tento di fare una presentazione del documentato libro del professore Aldo Alessandro Mola, “Vita di Vittorio Emanuele III 1869-1947. Il re discusso”, (Bompiani, 2023; pag. 581; e.22). Testo che il professore ha presentato dialogando con il giornalista Diego Rubero, direttore de Il Giornale del Piemonte e della Liguria, presso l’Auditorium del Circolo Unificato dell’Esercito in Corso Vinzaglio a Torino il 21 giugno scorso con la partecipazione di un attento e nutrito pubblico, tra cui il sottoscritto”.

    Aldo Mola è uno dei massimi esperti di Storia della Monarchia nella storia dell’Italia unita, non condanna né assolve il discusso sovrano, documenta in modo attento e preciso la vita del sovrano, figlio di Umberto I, assassinato a Monza dall’anarchico Bresci.
    Il testo si compone di XIV capitoli con una appendice. All’inizio troviamo una Cronologia sommaria del lungo Regno di Vittorio Emanuele III, che fu re d’Italia dal 1900 al 1946, imperatore d’Etiopia (1936-1943) e re d’Albania (1939-1943). Salì al trono all’assassinio del padre Umberto I, è stato protagonista in tutte le azioni politiche, ideologiche e militari della prima metà del secolo XX. Per molti storici il “peccato mortale” del re, fu quello di dare l’incarico nel 1922 a Benito Mussolini e quindi al suo regime. E’ da addebitare a lui il regime? Si chiede Mola.
    “Se così fosse , proporre il profilo di un sovrano ‘passato in giudicato’ parrebbe quanto meno un azzardo. Ma se non ora quando? Cent’anni dopo se ne può parlare, documenti alla mano”.
    Infatti, a Vittorio Emanuele III, gli “furono addebitate molte ‘colpe’, – scrive Mola – fra le tante ne ricorrono soprattutto quattro, tutte assai gravi: l’intervento dell’Italia nella Grande guerra a fianco della Triplice intesa anglo-franco-russa (24 maggio 1915); l”avvento del fascismo’ e il silenzio dopo il rapimento e la morte di Matteotti (1922-1924), che aprì la strada alla ‘dittatura’ personale di Mussolini, al ‘partito unico’ e al regime autoritario, da alcuni classificato totalitario; la emanazioni delle ‘leggi razziali’ (dette anche “razziste”), in specie contro gli ebrei (1938); la stipula della resa senza condizioni annunciata come armistizio l’8 settembre 1943, la ‘fuga’ da Roma e l’abbandono delle forze armate, esposte senza direttive chiare alla vendetta dei tedeschi”.
    Andiamo a vedere nei particolari queste quattro “colpe” di Vittorio Emanuele III. Cominciamo con l’intervento in guerra dell’Italia del 1915.
    Per il professore Mola, le valutazioni sulla guerra sono contrastanti sul merito e sopratutto sul metodo. In pratica “il Parlamento, nella stragrande maggioranza contrario all’intervento, venne forzato a subirlo e si piegò”. Fu un immane conflitto, sono intervenuto sul tema, presentando alcuni studi di autorevoli studiosi della Grande guerra. A giudizio del premier inglese David Lloyd George, fu la peggiore catastrofe dopo il diluvio universale, che spazzò via gli imperi russo, turco-ottomano, austro-ungarico e germanico. I sovrani di questi imperi o furono uccisi oppure mandati in esilio.

    L’Italia rimase l’unica monarchia nella terra ferma europea.
    Ritornando all’entrata in guerra, in un primo momento l’Italia rimane neutrale, ma questo secondo Mola non era ben visto né della triplice alleanza che la legava a Berlino e Vienna, ma neanche a quella anglo-franco-russa, che dominava il Mediterraneo e stava minacciando le coste italiane. Pertanto l’Italia secondo il pensoso Ferdinando Martini, per la sua posizione strategica, non poteva non fare la guerra. Anche se tutto faceva pensare che per ripianare le spese della guerra in Libia e per avvicinare il Mezzogiorno arretrato al Nord più sviluppato, “l’Italia aveva bisogno della pace”.
    Dopo tante trattativa il governo scelse di scendere in guerra a fianco della Triplice Intesa, confidando che il conflitto terminasse entro l’estate. Così il re, il governo Salandra il 23 maggio dichiarano guerra all’Impero austro-ungarico, affidando il comando supremo al capo di stato maggiore generale Luigi Cadorna.
    In pratica il re e il governo si sono arresi alla piazza, a chi sosteneva, “O la guerra o la rivoluzione”. Erano “alcune minoranze rumorose (nazionalisti, repubblicani, settori dei radicali e di socialisti rivoluzionari…) chiedevano a gran voce di agire armi alla mano, come prova di virilità, per ottenere il ‘confine naturale’”.
    Inoltre a favore della guerra c’erano quelli che agivano al “coperto”, come il caso del Grande Oriente d’Italia e della carboneria. Il testo di Mola descrive i vari passaggi degli interventisti come hanno strategicamente scatenato le piazze per convincere il governo ad entrare in guerra contro l’Austria-Ungheria. A capo dei rivoltosi c’era il vate, Gabriele D’Annunzio. Il 5 maggio a Quarto di Genova, gli interventisti organizzano una manifestazione per ricordare simbolicamente i Mille di Garibaldi. “D’Annunzio era il più facinoroso fautore dell’interventismo, dopo l’orazione di Quarto per lo scoprimento del monumento ai Mille fu vezzeggiato da rappresentanti delle istituzioni quasi fosse un padre della patria”.
    Ma c’erano anche altre manifestazioni imponenti contro la guerra, scrive Mola. A questo punto “il Governo italiano si trovò tra l’incudine e il martello. Aveva bisogno del consenso del Parlamento, ma per ottenerlo doveva scatenare la ‘piazza’, intimidire i rappresentanti della nazione, metterli con le spalle al muro e ottenere i pieni poteri”.
    Intanto l’ex presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, fautore della neutralità, al suo arrivo alla stazione di Roma, viene accolto con ostilità dai manifestanti che lo seguono fino al portone di casa. Sostanzialmente gli interventisti eccitati da Gabriele D’Annunzio invocano il “fuoco purificatore” della guerra, assalirono l’abitazione di Giolitti, che fu costretto a lasciare Roma, per poi ritirarsi a Cavour. Non solo ma nel “maggio radioso”, prevalgono i più aggressivi e così si espone il 15 maggio 1915, nella Galleria Vittorio Emanuele a due passi del Duomo di Milano, un macabro trofeo: la testa mozzata di Giolitti.“Il messaggio era chiaro – scrive Mola – tagliare la testa dello statista piemontese per piegare quelle degli esecrati pacifisti, ‘neutralisti’, ‘parecchisti’, ‘panciafichisti’, tutti dipinti quali traditori della patria”. Il tutto con la compiacenza della maggioranza della stampa di allora.

    Inoltre in quei giorni alcuni parlamentari “scomodi”, favorevoli alla trattativa diplomatica a oltranza per ottenere il più possibile dall’impero austro-ungarico, divennero bersaglio di invettive, minacce, assedio delle loro case e di aggressioni. Secondo Mola, queste rivolte del “maggio radioso” hanno iniziato quella “guerra civile” strisciante, destinata a imperversare nei decenni seguenti. Il risultato per Mola “fu l’eclissi della Corona quale istituzione super partes, garante della correttezza della dialettica politico-parlamentare”.

    Pertanto secondo lo storico cuneese, “L”idea di Italia’ e la sua ‘storia’ furono confiscate da una minoranza rumorosa, che classificò gli avversari quali nemici, li denunciò all’opinione pubblica come traditori, ne chiese e pretese l’eliminazione e si erse a depositaria dei ‘ destini’ nazionali”.
    Dunque scrive Mola, “la ‘piazza’ prevalse sul Parlamento, che ne uscì umiliato […]”. L’entrata in guerra dell’Italia per lo storico Luigi Salvatorelli, rappresenta il primo dei tre colpi di Stato messi a segno da Vittorio Emanuele III nel corso del suo regno. Per Salvatorelli, “il re abusò tre volte della potestà statuaria a danno del Parlamento e della libertà dei cittadini organizzati o meno in partiti”. La prima volta con l’entrata in guerra; la seconda, “con l’incarico a Benito Mussolini ‘colpevole’ di formare il governo il 30 ottobre 1922; infine il 25 luglio 1943, quando revocò il duce e nominò Pietro Badoglio capo del governo per salvare la monarchia a costo di affondare il Paese”. Per rispondere a queste tesi, il professore Mola cerca di tracciare quali fossero i veri poteri del sovrano e verificare come li abbia impiegati. Naturalmente io qui mi fermo, vi lascio alla lettura del libro. E continuo con il seconda colpa addebitata a Vittorio Emanuele III, che per alcuni è la peggiore.
    Governo Mussolini.

    Secondo lo storico Antonino Repaci, il re oltre ad essere il principale “colpevole” dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, fu anche dell’avvento di Mussolini al potere in Italia. Tra il 1918 e il 1922 si susseguirono ben sette governi e una girandola di ministri e sottosegretari, era ritornato al governo anche Giolitti, che poi fu costretto a gettare la spugna. Alla fine il re per scongiurare una guerra civile, fu costretto a varare un governo di coalizione costituzionale il 31 ottobre, presieduto da Mussolini, comprendeva tre fascisti, nazionalisti,liberali, demosociali ed esponenti del Partito popolare italiano, come il futuro presiedente della Repubblica Giovanni Gronchi. A nome dei popolari Alcide De Gasperi approvò il nuovo governo, che 306 voti a favore e 117 contrari alla Camera, 184 si e 19 no al Senato (dove c’era un solo iscritto al PNF). Un governo di coalizione costituzionale. “Il re lo nominò, – scrive Mola, ma furono i parlamentari ad approvarlo”. Lo stesso Giolitti, poco prima di votare a favore di Mussolini, “osservò che il Parlamento non aveva procurato un governo al Paese e il paese se l’era dato da se”. Intanto “col governo si schierarono Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Enrico De Nicola e tanti futuri antifascisti”.

    A questo punto Mola propone una tesi nuova (almeno per la mia cultura storica).“A differenza di quanto si legge e si ripete anche all’estero il 28 ottobre 1922, data canonica della nascita del ‘regime fascista’ o inizio del ‘buio ventennio’, non avvenne alcuna ‘marcia su Roma’. Anzi essa non ebbe affatto luogo”. Il professore Mola precisa che “quando gli squadristi entrarono nella capitale nella notte fra il 30 e il 31 ottobre non lo fecero per ‘espugnarla’. Il nuovo governo era già nominato. La ‘marcia per Roma’ da piazza del Popolo alla Stazione Termini tra le due e le sette pomeridiane si ridusse alla sfilata di reduci di una battaglia mai combattuta, quando Mussolini era già insediato alla presidenza del Consiglio”.

    Dunque secondo Mola, “non vi fu alcuna ‘marcia su Roma’, se per tale s’intende l’assalto dei fascisti per imporsi sui poteri costituiti, né vi fu la ‘resa dello Stato’ allo squadrismo”. Pertanto, nell’ottobre-novembre 1922 a differenza di quanto scrive Roberto Vivarelli, “gli italiani non ‘misero la loro sorte nelle mani di un uomo, che si proclamava duce e che molti di loro accettarono come tale’, rivelando così la ‘vocazione del gregge’”. E comunque anche lo stesso Vivarelli sostiene che il fascismo non arrivò mai ad essere un fenomeno totalitario, come quello che è successo in Germania con il Partito nazionalsocialista. Il fascismo “non arrivò mai ad immedesimarsi né con lo Stato (che rimase monarchico) né con gli italiani, la maggior parte dei quali, inclusi tanti iscritti al partito nazionale fascista, ne adottò e adattò la divisa, come aveva fatto con altre in passato e fece dopo il crollo del regime”.

    Comunque sia come argomenta Antonio Carioti, “il percorso dall’ottobre 1922 al partito unico e a quanto seguì non avvenne in un giorno e il governo non fu ‘subito regime’ (a differenza di quanto asserito da Emilio Gentile e da altri) ma un cammino lungo, accidentato e infine vittoriosamente concluso non per la superiorità politico-culturale di Mussolini ma per molti errori di chi aveva modo di avversarlo nelle aule parlamentari e nel Paese. Il re cercò di sciogliere i nodi via via che gli vennero proposti. Ma nei limiti dello Statuto”.
    Di questo parere è Claudio Fracazzi in “La marcia su Roma 1922. Mussolini, il bluff, il mito” (Biblioteca storica de Il Giornale 2022) E poi la decisione del re Vittorio Emanuele III ebbe immediato plauso da parte della Francia e Gran Bretagna.

    Dopo la morte violenta del deputato socialista Giacomo Matteotti, le opposizioni chiesero al re di intervenire, ma Vittorio Emanuele III rispose che non toccava a lui ma alle Camere trovare la via per risolvere la questione. “Il re era un sovrano costituzionale, non un despota”, scrive Mola. Tuttavia, “l’opposizione non scese in campo. Eppure aveva numeri e spazio politico per farlo”. Peraltro nel 1922 i deputati iscritti al PNF erano 35, con le elezioni del 6 aprile 1924 divennero 227 su 535. Molti, ma erano ancora minoranza, per di più raccogliticcia, frutto di ex liberali, popolari, democratici sociali. In buona sostanza come hanno scritto De Felice o Vivarelli, “Mussolini rimase al potere non perché fosse un genio politico superiore ma per gli errori delle opposizioni. Tutte le leggi che condussero dal regime parlamentare a quello del partito unico dominato dal ‘duce del fascismo’ furono via via approvate dal Senato e dalla Camera dei deputati eletta nel 1921 e nel 1924, sino alla svolta del 1928 che privò gli elettori del diritto di scegliere liberante i propri rappresentanti”. Mola rileva che questa involuzione del governo Mussolini, fu criticata dagli antifascisti, soprattutto all’estero, ma i governi stranieri sia liberali che quello come l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, conservarono relazioni regolari e non di rado amichevoli con quello di Roma. Per quanto riguarda gli italiani, il consenso elettorale era vastissimo sia nel 1929, 1934 e 1939.
    Veniamo alle Leggi razziali del 1938 e la seconda ondata del fascismo repubblicano. La terza colpa del Re.
    A questo punto il testo elenca i traguardi positivi, i successi conseguiti dal governo Mussolini in tredici anni. Il PNF era al culmine del consenso, mentre il re era sempre più isolato. Il 14 dicembre 1938 la Camera dei deputati, prona al capo del governo. Approvò le leggi razziali, senza alcun dibattito con voto unanime dei 351 presenti. Fra i 31 assenti spiccò Italo Balbo.
    Poi venne approvata anche il 20 dicembre approvò la “difesa della stirpe”, la legge passò col favore di un terzo dei senatori, tra i quali si contavano tredici ebrei che, dopo l’approvazione della legge rimasero in carica, come ricorda Aldo Pezzana nel saggio “Gli uomini del Re”.
    C’è stata qualche responsabilità di Vittorio Emanuele III nelle leggi razziali? Per Mola, nessuna. Anzi, li deplorò sin da quando gli vennero prospettate. Li ha dovute firmare perché erano state deliberate dal Parlamento che rappresentava gli italiani. “Non era stato il sovrano ma soprattutto la Camera elettiva a mettere il Paese su quella china”. Precisa Mola: “contro tale infamia non si levò alcuna voce di netta opposizione né di ferma condanna: non da parte di ‘liberali’, né da parte della Chiesa cattolica […]”.
    Passiamo alla quarta colpa: il 25 luglio 1943, il re Vittorio Emanuele III, salvò lo Stato con la revoca da capo del governo a Mussolini. Lo sostituì con Pietro Badoglio.
    “A quel punto occorreva salvare la continuità dello Stato, come è stato riconosciuto non solo da scrittori inclini ad apprezzare il regime monarchico quali Mario Viana, Giovanni Artieri, Francesco Perfetti, Domenico Fisichella, ma anche dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi”. Per farlo bisognava che la famiglia reale cadesse nelle mani dei tedeschi, ma nello stesso tempo neanche mettersi tra le braccia dei vincitori, ora alleati. Così in tutta fretta da Roma il re i familiari si spostarono a Brindisi, un lembo della Puglia, dove non c’erano né tedeschi né angloamericani. Si poteva fare di più in quei giorni fino all’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre? Forse.
    Naturalmente il professore Aldo Mola da storico, non intende emettere giudizi, né giustificare, ma propone documenti per comprendere. Su questo gesto del re si è scritto innumerevoli pagine di critiche, si è stratificata una vastissima letteratura (memorialistica, saggistica, atti di convegni), qualcuno lo ha bollato come un “piccolo re idiota”. Alla fine di questa lunga tragedia della guerra, il re Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946 abdico in favore del figlio Umberto II e partì per Alessandria d’Egitto, ove morì il 28 dicembre 1947.
    Furono momenti concitati e turbolenti che per comprenderli bisogna studiarli senza pregiudizi e soprattutto non giudicarli con i parametri odierni.
    “L’ufficio della storia non è di formulare postume condanne o assoluzioni, né di asserire che quanto avvenne non poteva non accadere e va quindi accolto come unica possibile realtà, ma documentare e spiegare gli accadimenti nella loro accertata sequenza e nella molteplicità delle loro cause e concause”.

  • Nello splendido Vittoriale il festival dannunziano con Beatrice Venezi

    Ospiti d’eccezione come il direttore d’orchestra e l’attore per il lancio della quinta edizione dell’appuntamento dedicato al celebre poeta in programma sulle sponde del lago di Garda il 31 luglio

    Gardone Riviera (BS)– Gabriele d’Annunzio rinasce dalla casa che lo ha cresciuto a quella che lo ha celebrato. Da Pescara al “Vittoriale” di Gardone Riviera (Brescia), la quinta edizione del Festival Dannunziano verrà lanciata dalle sponde del lago di Garda nella giornata del 31 luglio 2023.

    La presentazione della quinta edizione del festival dedicato a Gabriele d’Annunzio si svolgerà nel pomeriggio di lunedì prossimo, nell’Auditorium del Vittoriale, a partire dalle ore 17, con un programma ricco di appuntamenti e ospiti.

    Protagoniste dell’evento di presentazione, che rappresenta anche una sorta di gemellaggio tra i luoghi-simbolo del Vate, saranno le eccellenze abruzzesi sia enogastronomiche che culturali. Il direttore d’orchestra Beatrice Venezi con i Solisti Aquilani e la voce narrante dell’attore Giorgio Pasotti si esibiranno nello spettacolo “d’Annunzio, le donne, dalla vita all’arte. Tra musica, poesie, lettere e prose”.

    Il Festival Dannunziano, in programma dal 2 al 10 settembre 2023, verrà ufficialmente svelato al pubblico nel Vittoriale degli Italiani, sulla sponda bresciana del lago di Garda, così come voluto dal direttore artistico del festival, nonché presidente della Fondazione “Vittoriale degli Italiani”, Giordano Bruno Guerri, e condiviso dal presidente del Consiglio regionale dell’Abruzzo, Lorenzo Sospiri.

    All’evento di presentazione del Festival Dannunziano prenderanno parte, oltre al direttore artistico Giordano Bruno Guerri e al presidente Sospiri, anche il vicepresidente vicario del Consiglio regionale, Roberto Santangelo, il sindaco di Pescara, Carlo Masci e i presidenti delle Camere di Commercio abruzzesi.

    La conferenza stampa di presentazione avrà inizio alle ore 17, mentre a seguire, alle 18, i giardini della Villa Dannunziana ospiteranno stand promozionali, con degustazioni di vini abruzzesi e prodotti tipici. La sera, a partire dalle ore 21 in collaborazione del Comune dell’Aquila, è in programma il concerto dei “Solisti Aquilani”, diretto dal maestro Beatrice Venezi e con la voce narrante di Giorgio Pasotti.

  • Fondazione Augusto Rancilio: domenica una passeggiata con il fotografo …a Villa Arconati

    Domenica 30 luglio alle ore 15.00 Fondazione Augusto Rancilio offre, nella bellissima cornice dell’ala espositiva, un’esclusiva passeggiata alla scoperta delle fotografie presenti nella mostra Oltrereale con il fotografo Marco D’Anna. Sarà una passeggiata tra le cime dell’Engadina con il racconto emozionale e personale del fotografo. Nessuno meglio di lui potrà farvi comprendere a fondo il suo progetto di scenari immaginari in cui è catturata la forza e l’energia della Natura.

    VILLA ARCONATI CASTELLAZZO DI BOLLATE MI – Sarà una passeggiata tra le cime dell’Engadina con il racconto emozionale e personale del fotografo. Nessuno meglio di lui potrà farvi comprendere a fondo il suo progetto di scenari immaginari in cui è catturata la forza e l’energia della Natura.

    Ore 15.00
    Visita inclusa nel biglietto d’ingresso con “visita libera”
    Posti limitati

    OLTREREALE
    La realtà immaginata.
    Frammenti di memoria infinitamente mutabili

    Oltrereale è la prima mostra fotografica ospitata nell’ala espositiva di Villa Arconati.
    Villa Arconati è luogo del sogno, della memoria e di una immaginazione più reale della realtà: le sale dell’ala sud-est della Villa sono come una tela bianca, che può ospitare di volta in volta l’anima e l’arte di nuovi artisti. È un luogo sempre uguale e sempre diverso, che riprende vita grazie alla storia e alle storie che gli Artisti sanno narrare. Le sale, però, non perdono mai la loro personalità e il loro personale racconto, nel quale di volta in volta si aggiungono – non si sovrappongono e non si sostituiscono – nuovi mondi, nuove suggestioni, nuove storie di coloro che qui non espongono semplicemente le loro opere, bensì creano un dialogo unico, personale e irripetibile, continuando un racconto che si scrive ormai da quattro secoli.

    Quest’anno la Fondazione Augusto Rancilio vuole condurre i suoi visitatori in un viaggio alla scoperta delle montagne catturate dalla maestria di Marco D’Anna. Un percorso di 34 fotografie che presentano le cime svizzere dell’Engadina ri-scoperta durante la pandemia. Un luogo caro non solo al fotografo ma anche al maestro divisionista Giovanni Segantini (1858-1899), a cui D’Anna si ispira per la tecnica di riproduzione. Immagini digitali che vengono sovrapposte creando nuove realtà in cui ognuno di noi ritroverà il suo luogo ideale, la vetta della memoria.
    Marco D’Anna restituisce un’immagine poliedrica della montagna luminosa e incantevole quanto ostile e insidiosa. Accompagna lo spettatore in un percorso visivo ed emozionale dalla luce alle ombre, attraverso scenari immaginari tratti dal reale, frutto dell’ingegno e della creatività del fotografo che è riuscito a catturare la forza e l’energia della Natura.

    «Quando Marco D’Anna ha deciso di confrontarsi con le montagne per un progetto che vuol essere ambizioso perché originale, ha scelto di farlo partendo dalla pittura di Giovanni Segantini per coglierne un aspetto diventato centrale, quello del rapporto fra luce e ombra usato dal pittore per conferire al paesaggio montano quel particolare fascino che si identifica nello spiritualismo che lo animava dialogando con il pittore con leggerezza e serenità andando alla ricerca di un punto di confronto basato sull’espressività. Sarebbe stato fin troppo semplice stabilire un’analogia fra le minuscole pennellate che caratterizzano lo stile del pittore e i pixel che animano la fotografia digitale. La scelta di campo è ricaduta, al contrario, sullo spazio dove si concentra l’attenzione dell’autore e di conseguenza dell’osservatore: la delicatezza plastica delle stampe eseguite con perizia su carta Fabriano stabilisce il raffronto con la tecnica divisionista ora rivisitata in chiave contemporanea.» Roberto Mutti

    Marco D’anna | OLTREREALE
    a cura di Martina Bortoluzzi e Valeria Foglia
    Villa Arconati – Ala espositiva
    via Madonna Fametta 1 – Castellazzo di Bollate
    orario di apertura al pubblico:
    domenica 11:00 – 19:00
    L’accesso alla mostra è libero, previo acquisto del biglietto d’ingresso a Villa Arconati.